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INTERVISTA A LANDINI: “VIVE LA FRANCE, IL NOSTRO ERRORE NON PROTESTARE CONTRO MONTI”

“COALIZIONE SOCIALE, NON RINUNCIO”

“L’errore lo abbiamo compiuto quando è caduto il governo Berlusconi nel 2011: abbiamo accettato che il governo Monti cominciasse a dare applicazione alla lettera della Bce compiendo il primo attacco all’articolo 18 e alle pensioni… Ora Renzi agisce su un terreno già  arato. Ma mentre dico ‘vive la France’, dico anche che in Italia la partita è ancora aperta”.
Maurizio Landini ci parla al telefono dall’aeroporto in attesa di un volo che lo porti in Sicilia per le manifestazioni dello sciopero di domani sul contratto dei metalmeccanici.
E’ per questo che non è in Francia. Dove naturalmente era stato invitato per l’ennesima manifestazione di protesta contro il Jobs Act francese.
Forte il rapporto tra il segretario Fiom e la Cgt che da mesi sta dando battaglia al governo socialista di Valls e al presidente Hollande in piazza.
Rapporto sindacale, politico e anche personale, visto che l’attuale segretario del sindacato francese, Philippe Martinez, è un ex operaio della Renault, ex segretario dei metalmeccanici francesi, dunque vecchia conoscenza dell’italiano Landini, “un amico”, ci dice.
Segretario, domanda ovvia: perchè la Francia protesta da mesi contro la riforma del lavoro mentre in Italia il Jobs Act è passato quasi sotto silenzio, solo uno sciopero generale di Cgil e Uil?
Va valutata la storia francese. E cioè il valore delle leggi che lì su un piano contrattuale è più forte. Lì non si discute solo di licenziabilità , ma anche delle famose 35 ore di lavoro alla settimana… E poi in Francia prima del sindacato, sono scesi in piazza i giovani precari con cui il sindacato ha avuto l’intelligenza di costruire un rapporto. E così si è costruito consenso anche nel paese, anche tra i non lavoratori, contro queste riforme.
Vuol dire che il Jobs Act di Renzi è più leggero di quello di francese?
Assolutamente no. La dico così: io penso che l’errore più grande lo abbiamo fatto quando è caduto Berlusconi. Allora abbiamo accettato che un governo come quello di Monti desse applicazione alla lettera della Bce compiendo il primo attacco all’articolo 18 e alle pensioni. Abbiamo accettato senza batter ciglio l’introduzione del pareggio di bilancio in costituzione e abbiamo accettato che, caduto Berlusconi, si instaurasse un governo che ha dato applicazione all’austerity. Abbiamo fatto solo tre ore di sciopero e basta. Quello che è arrivato dopo è una conseguenza: Renzi ha agito su un terreno già  arato. Posso anche aggiungere che la discussione francese sull’articolo 2 in Italia è stata ‘risolta’ anche prima di Monti: dal noto articolo 8 di Sacconi che apre alla contrattazione aziendale. Ora gli errori di cinque anni fa hanno danneggiato la credibilità  dei sindacati. Ancora oggi ci imputano di non aver fatto la battaglia sulle pensioni. Quegli errori hanno determinato conseguenze anche sull’attuale quadro politico. Con Renzi siamo arrivati allo sciopero generale, ma il governo ha messo il voto di fiducia ed è andato avanti come se nulla fosse successo. E anche sulla scuola il governo è andato avanti uguale. Ma io penso che in Italia la partita non sia ancora chiusa.
Prima di chiederle perchè non è chiusa, le chiedo: non avete protestato nel 2011 perchè l’anti-berlusconismo ha accecato anche i sindacati? In fondo, tre quarti di paese festeggiava Monti e il Pd in Parlamento lo appoggiava.
Si, l’anti-berlusconismo ha avuto un ruolo. E anche le convenienze politiche. E ora in Francia un governo socialista, che fa parte dell’Internazionale socialista, sta compiendo l’affondo finale allo Statuto dei lavoratori così come ha fatto in Renzi in Italia, anche lui premier di un governo socialista. E’ la fine di una storia: i partiti socialisti considerano di sinistra compiere una rottura storica anche con le rappresentanze sindacali. Mi auguro che la battaglia francese produca risultati perchè ha elementi di novità : un sindacato che non ragiona in termini di convenienza politica e che riesce a mettere insieme lavoratori, giovani, studenti, precari.
Guardiamo per un attimo al governo francese. Anche lì ci sono elementi di novità  rispetto a quello italiano? Il premier Valls e il presidente Hollande vanno avanti però non mi pare che usino toni di sberleffo o minaccia verso chi protesta. In fondo potrebbero metterla sul piano dell’unità  nazionale contro l’allarme terrorismo Isis tutt’altro che risolto.
Condivido. Penso che il governo italiano voglia proprio arrivare al superamento del sindacato come soggetto politico di rappresentanza sociale. Imporre la contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale vuol dire pensare a un modello americano di relazioni sociali e politiche. Ci vedo un collegamento con la riforma costituzionale di Renzi, un testo che fa a cazzotti con la rappresentanza democratica così come una dimensione puramente aziendale di gestione delle relazioni fa a cazzotti con la rappresentanza democratica nei posti di lavoro.
Sulle pensioni però il governo ha avviato un tavolo con i sindacati. La considera una mossa elettorale in vista del referendum di ottobre?
Da un lato il governo si è reso conto che il taglio alle pensioni non è più sopportabile e aver portato l’età  pensionabile a 70 anni ha aumentato la disoccupazione giovanile. Dall’altro lato, però, il governo non si è detto pronto a ricercare un accordo con i sindacati. Si è invece affrettato a dire che la decisione spetta a Palazzo Chigi. Non voglio banalizzare ma uno che pensa che deve decidere lui e che non parla nemmeno di accordi, forse non ha tutto quel consenso che pensava di avere nel paese. Penso che il consenso di Renzi si stia incrinando: lui ha il consenso della minoranza del paese.
Diceva che in Italia la partita non è finita. Eppure però la coalizione sociale, cui lei ha dedicato larga parte del suo impegno l’anno scorso, non è nata…. Come se lo spiega?
Sarà  perchè sono stato poco bravo io. E anche perchè molto spesso è stata declinata come un partito politico. E noi non volevamo fare la somma dei soggetti che c’erano già . Non so se coalizione sociale sia l’espressione giusta. La nostra idea era di unità  sociale o riunificazione di tutto il mondo del lavoro ed è ancora aperta. Ora per esempio per la prima volta in cento anni di storia, la Cgil si sta facendo promotrice di referendum abrogativi del Jobs Act e della riforma della scuola. Stiamo raccogliendo le firme e le consegneremo a luglio. Chiediamo a tutti di andare a votare per cancellare leggi sbagliate. E’ questa la novità : mentre in passato io da sindacalista andavo a chiedere di applicare le leggi adesso devo chiedere di non applicare leggi sbagliate. Del resto quello che è mancato in Italia negli ultimi anni è la democrazia: da Monti a Letta, a Renzi, tutti governi eletti dal Parlamento ma non su mandato del popolo. Governi che non hanno applicato i programmi che il popolo chiedeva ma quelli chiesti dall’Europa e dalle istituzioni finanziarie. Non a caso sempre meno gente va a votare. Ecco perchè penso ancora che il sindacato debba svolgere un lavoro di produzione di cultura, come soggetto di iniziativa politica, oltre al classico lavoro sindacale.
Naturalmente la Fiom è schierata sul no al referendum costituzionale?
Io personalmente si e lo sto già  facendo. Del resto, senza la Corte Costituzionale noi non avremmo vinto la battaglia giudiziaria e sindacale con la Fiat. E in più poi c’è il tema della legge elettorale, che è il completamento della riforma costituzionale. Una legge elettorale pericolosa e antidemocratica che rischia di determinare una logica autoritaria nella non rappresentanza del paese. La Cgil ha già  prodotto un documento con un giudizio negativo sulla riforma costituzionale, quando sarà  il momento si discuterà  cosa fare ma io personalmente sono già  impegnato per il no. Questa non è una riforma ma una revisione della Costituzione: invece bisognerebbe cambiare le leggi fatte negli ultimi anni e applicare la costituzione.
Anche la riforma costituzionale è stata chiesta dalle stesse istituzioni finanziarie che ci hanno dettato l’austerity?
Non lo dice la Fiom ma lo dicono documenti ufficiali di alcune grandi istituzioni finanziarie, documenti che sottolineano la necessità  di cancellare le costituzioni antifasciste. Sono atti pubblici, non è complottismo. Il Jobs Act, la riforma della scuola e quella della Costituzione sono revisioni non riforme che vanno nella direzione di trasformare la repubblica fondata sul lavoro in un ente fondato sull’impresa, sul mercato e sul profitto. Al centro dovrebbe esserci la persona, non mi pare che sia così. E comunque vive la France!

(da “Huffingtonpost”)

This entry was posted on martedì, Giugno 14th, 2016 at 21:28 and is filed under sindacati. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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