LA FRANCIA CONVOCA L’AMBASCIATRICE ITALIANA DOPO LE FRASI DEL BIBITARO SULLA MONETA COLONIALE
TERESA CASTALDO CHIAMATA AL QUAY D’ORSEY: “DICHIARAZIONI OSTILI SENZA MOTIVO”
L’ambasciatrice italiana in Francia, Teresa Castaldo, è stata convocata dal ministero degli
Esteri d’Oltralpe. Il motivo? Le parole di Luigi Di Maio sulla “moneta coloniale”. Nel corso di una delle tappe del tour elettorale, ad Avezzano, il ministro dello Sviluppo economico, aveva detto: “Ci sono decine di stati africani in cui la Francia stampa una propria moneta, il franco delle colonie, e con quella moneta si finanzia il debito pubblico francese. Macron prima ci fa la morale e poi continua a finanziare il debito pubblico con i soldi con cui sfrutta i paesi africani”.
In una nota del ministro degli Esteri francese si legge che l’ambasciatrice è stata convocata “in seguito alle frasi ostili e senza motivo visto il partenariato della Francia e l’Italia in seno all’Unione europea. Vanno lette in un cotesto di politica interna italiana”.
È una polemica antica quella sulla presunta tassa “coloniale” fatta pagare dalla Francia ai paesi africani. L’espressione utilizzata da Luigi Di Maio ha cominciato a girare sui social dal 2014 con le tesi di Mawuna Koutonin, autore di diversi articoli poi ripresi anche in un popolare video diffuso nel 2016 dal canale VoxAfrica.
Sul tema c’è una certa confusione che deriva dal sistema del franco Cfa (Franc de la Comunautè franà§ais d’Afrique) creato da De Gaulle nel dopoguerra per quattordici paesi africani a cui si aggiunge il franco delle isole Comore.
Si tratta di una moneta che la Francia ha messo a disposizione di alcune nazioni emergenti per garantire una stabilità finanziaria e la gratuità dei trasferimenti finanziari all’interno del sistema di un unico sistema cambio.
Non è dunque una “tassa coloniale” ma una moneta
La polemica sorge dal fatto che in cambio della parità fissa (prima con il franco e ora con l’euro: un Fca vale circa 0,0015 euro) la Francia chiede un deposito pari al 50% delle riserve di cambio di queste nazioni presso la sua Banca centrale. Queste somme depositate a Parigi (stimate a circa 10 miliardi di euro) non vengono utilizzate dalla Banque de France, ma secondo i detrattori del sistema Fca sarebbe meglio investire questo denaro nello sviluppo dei paesi africani.
Se è vero che non tutti i dirigenti africani sono ormai convinti della bontà del Fca è bene precisare che si tratta di un sistema su base volontaria.
Se si guardano poi i dati delle provenienze dei migranti sbarcati — compresi quindi anche i richiedenti asilo — nel corso del 2018 si scopre che la maggior parte proviene da nazioni dove non viene utilizzato il Franco CFA.
Il che significa che il Franco CFA non è il problema principale, perchè chi emigra lo fa anche da altri paesi africani, alcuni, come ad esempio Eritrea e Etiopia (ma anche Libia) sono ex colonie italiane.
Inoltre i nostri prodi sostenitori dell’emancipazione dei popoli africani “dimenticano” di menzionare che proprio Macron durante un vertice in Mali disse che «Se non si è felici nella zona franco, la si lascia e si crea la propria moneta come hanno fatto la Mauritania e il Madagascar».
Lasciare il Franco CFA è quindi possibile ma bisogna volerlo, e c’è chi, come il presidente del Gabon Casimir Oye Mba (già direttore della Bank of the Central African States) ritiene che i paesi africani abbiano maggiori vantaggi a stare all’interno della zona franco che fuori.
Inutile poi ricordare che un’eventuale fine del Franco CFA non comporterebbe l’uscita delle aziende francesi che operano nelle ex colonie, così come aziende italiane (come ENI) non hanno alcuna difficoltà ad operare in Africa in mancanza di una moneta “italiana”.
Forse prima o poi anche l’esperto di diritti umani Di Battista si accorgerà che semplificare e banalizzare la questione migratoria è solo un altro modo per dire “aiutiamoli a casa loro”, nell’accezione usata dalla Lega Nord che la usava come scusa per giustificare la xenofobia nei confronti di negri, terroni e immigrati vari.
(da agenzie)
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