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LA PERICOLOSA SOLITUDINE DI GIORGIA MELONI:IL POTERE PROVOCA UN SENSO DI VERTIGINE

CONTROLLA TUTTO: DECRETI, DISEGNI DI LEGGE, CIRCOLARI. COMANDA TUTTI… LE MANCA UN GIANNI LETTA

Non avevamo mai avuto nemmeno una regina. Sapere che a Palazzo Chigi c’è Giorgia Meloni continua a scatenare inevitabili botte di notevole stupore. La premier (“il premier”, come chiede di essere definita, francamente no: suona davvero troppo male) vive dentro un meraviglioso incantesimo politico.
Partendo dalla catacomba di Colle Oppio, la sezione missina dove s’infilò appena quattordicenne, bomberino verde e scarponcini Dr. Martens, è arrivata alla guida del Paese.
Nella vita, come sempre, la domanda che segue a un grande successo è: e adesso? Calma, questa storia ha una sua innegabile complessità. Per capirci: secondo la classifica World’s Most Powerful Women stilata da Forbes, Giorgia Meloni è addirittura la settima donna più potente del pianeta (le prime tre sono: la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, quella della Banca centrale europea, Christine Lagarde, e la vice-presidente degli Stati Uniti, Kamala Harris).
Dal 2004, quando Forbes ha iniziato a stilare la classifica delle 100 donne più influenti del mondo, nessuna italiana aveva mai occupato una delle prime dieci posizioni. Bene, no? Insomma.
Leggete cosa c’è scritto in un articolo pubblicato su Forbes.com: «Come capo del governo italiano più a destra dalla fine della Seconda guerra mondiale, Meloni è una figura controversa, il cui futuro rimane incerto».
Ecco, il punto è questo: restare lassù non sarà facile. E lei – tra qualche riga capirete perché – ne è consapevole. Del resto gli italiani hanno sempre avuto una straordinaria capacità di blandire e poi odiare, adulare e poi abbattere. Mussolini, Craxi, Berlusconi. Negli ultimi anni, però, tutto avviene con efferata rapidità.
Matteo Renzi, da segretario del Pd, alle europee del 2014 arrivò al 41%, e sapete com’è finito. Matteo Salvini, nell’estate del 2019, prima di mettersi a torso nudo dietro la consolle del Papeete Beach, sudato, barcollante, tracannando mojito ghiacciati e chiedendo “poteri assoluti” (era ministro dell’Interno, eh), nei sondaggi veniva quotato intorno al 36%; e adesso, vabbé, non solo è precipitato intorno al 9%, ma c’è mezza Lega, l’Umbertone Bossi in testa, che lo manderebbe volentieri a casa.
Quanto al M5S: appena quattro anni fa, con un clamoroso 32% fece sbarcare in Parlamento centinaia di deputati e senatori, la maggior parte dei quali sono però poi dovuti tornare, com’è noto, a cercarsi un lavoro. La Meloni sa tutto, ha visto tutto. Le vittorie elettorali, nel nostro Paese, possono rivelarsi effimere. Le coalizioni, spesso, hanno la solidità del pongo. Per questo, la sua prima preoccupazione è stata: tenere la macchina del partito sempre ben oliata e pronta per ogni evenienza
La festa per il decennale della fondazione di FdI organizzata a Roma, a piazza del Popolo, è servita anche e soprattutto a questo: a contarsi, a stringere i ranghi, tre giorni di kermesse che dessero a tutti, dirigenti e militanti, il senso di un’allerta costante.
Poi, certo: è stato anche un grande e compiaciuto esercizio di memoria collettiva per ricordarsi di quando, nel primo passaggio elettorale, FdI non arrivò neppure al 2%. Uno stato d’animo destrorso, più che un partito. Ma poiché sono stati dieci anni lunghi e faticosi, incerti, testardi, visionari, è chiaro che, adesso, per le truppe meloniane il rischio di sprofondare nell’ovatta dell’appagamento è enorme. E non solo.
La Meloni (non dimenticate che divenne ministro a 31 anni) sa che arrivare al potere e finalmente toccarlo, gestirlo, sentirne l’odore penetrante, provoca un senso di inevitabile vertigine: del resto, dopo essere rimasti fuori dai governi gialloverde e giallorosso, e all’opposizione persino con l’esecutivo guidato da Mario Draghi, capi e capetti ai suoi ordini ora sprofondano eccitati nei sedili in pelle delle auto blu con i lampeggianti accesi, braccati dalle telecamere dei tg e riveriti da manager e banchieri, inseguiti dalla solita folla che implora, sfacciatamente, di poter salire sul carrozzone.
La Meloni continua, perciò, a fare la Meloni. Come se non fosse premier: e questo, ecco, è il primo grosso limite. Veloce, decisa, ruvida. Controlla tutto: decreti, disegni di legge, circolari. Comanda tutti: non c’è decisione dei suoi ministri che non debba essere prima valutata da lei, in persona.
Sentiamo Giorgia. Giorgia che pensa? Guarda che prima devo fare una telefonata a Giorgia. Giorgia non vuole. Giorgia vuole. C’è da dire che lei, di suo, per puro istinto e complessa storia familiare, è una che tende a fidarsi davvero di una sola persona: la sorella Arianna. Poi, forse, ma proprio forse, diciamo se un po’ obbligata, ascolta anche il marito di Arianna, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida; e, con lui, il ministro della Difesa Guido Crosetto (di cui apprezza la pragmatica visione del mondo economico), il presidente del Senato Ignazio La Russa (per gli intrighi strettamente parlamentari) e il sottosegretario alla Presidenza Giovanbattista Fazzolari (per i dossier roventi).
Troppo poco. S’intuisce una certa, pericolosa solitudine. Infatti, spesso, sembra quasi che le manchino tremendamente quei piccoli consigli che a un premier fanno evitare grandi problemi. Tipo: porta la figlia Ginevra, di 6 anni, al G20 di Bali; è una bella mossa mediatica, furba, zuppa di retorica, ma anche funzionale: guardatemi, sono una di voi, sono una donna che lavora e comunque non rinuncia ad essere mamma. Ovviamente, la notizia fa il giro del web: gli odiatori dei social, qualche avversario politico, imbecilli di passaggio, subito si scatenano. Ecco: lì serviva qualcuno che le suggerisse di fregarsene, di lasciar correre, e invece no, la Meloni va di pancia,
Meloni ha visto tutto, sa tutto. Per esempio, che le vittorie elettorali possono rivelarsi davvero effimere risponde affilata – «Ho il diritto di fare la madre come ritengo opportuno!» – e allora tutto si sporca, diventa polemica arruffata, e soprattutto inutile.
Altro passo falso (si fanno esempi per capirci meglio, sia chiaro): conferenza stampa, un paio di giornalisti vorrebbero porre altre domande, lei dice di avere fretta, forse è vero, forse no, probabilmente è solo di cattivo umore (capita) e così risponde un filo scocciata, tra fastidio e scherno, e ci mette pure un accento romanesco che non l’aiuta. Polverone, altra baruffa. E anche qui: non sarebbe stato più opportuno un po’ di distacco?
La sensazione è che, di fronte a queste situazioni inevitabili per una premier, non abbia accanto qualcuno con l’esperienza e l’autorevolezza necessarie per dirle: frena, scala la marcia, sterza. Un Gianni Letta, per intenderci (qualcuno aveva ipotizzato che in quel ruolo potesse giocare Fazzolari: ma, dopo l’imbarazzante frontale avuto con la Banca d’Italia, è opinione diffusa che Fazzolari non sia dotato della necessaria diplomazia, e scaltrezza, mettiamola così).
Detto questo: è chiaro che la Meloni ha intenzione di durare cinque anni. Certo è consapevole che sui temi delle politiche sociali e dell’economia, un po’ per la modestia delle risorse del portafoglio, un po’ per i vincoli europei (clamoroso il passo indietro cui è stata costretta anche sulla minuscola ma simbolica faccenda del Pos), molto per la guerra in Ucraina e la crisi energetica, non le sarà facile dare un senso al suo governo di centro destra.
Le serviranno altri terreni. Per questo punterà sulla riforma in senso presidenziale della Repubblica; e, come ha già spiegato il Guardasigilli, Carlo Nordio, lavora per rifondare, radicalmente, la giustizia. Colpo d’occhio: la premier sale verso il 2023 arrampicandosi su per un sentiero stretto, ripido, di strapiombi pericolosi.
(da Oggi)

This entry was posted on domenica, Gennaio 1st, 2023 at 21:21 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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