LA STRADA E’ CROLLATA PER L’ALLUVIONE MA DOPO 4 ANNI NULLA E’ CAMBIATO
TRA OLBIA E TEMPIO GLI ABITANTI RESTANO SEMPRE ISOLATI, NON HANNO RIMOSSO NEANCHE LE CARCASSE DELLE AUTO FINITE NEL BURRONE
I cespugli che crescono e si aggrovigliano, oggi coprono tutto. Ma questo scandalo è
davvero difficile da nascondere.
Per rabbrividire bisogna scendere giù dalla scarpata, attraversare una barriera di vegetazione e sperare di non scivolare giù tra i sassi.
Nel fondo di questo canyon, scavato dalla furia dell’acqua che quattro anni fa ha sconvolto la Sardegna e ucciso 19 persone, la morta ha lasciato tracce che l’uomo non ha ancora avuto il coraggio di cancellare.
Le due auto sepolte dai sassi e dalla sabbia sono ancora qui, incastrate in questo burrone dal 18 novembre del 2013. E sui sedili accartocciati non è rimasto neppure un fiore secco.
Il fuoristrada nero che poi i vandali hanno saccheggiato quel lunedì pomeriggio è diventato la tomba di Bruno Fiore, della moglie Sebastiana e della loro consuocera Maria Loriga.
Andavano da Olbia a Tempio e a metà strada si sono ritrovati nel vuoto. Nell’Alfa, che la furia della corrente ha parcheggiato cinque metri più giù, c’era invece Veronica Gelsomino, l’unica scampata a un dramma che forse si poteva evitare. Quattro anni dopo il passaggio del ciclone Cleopatra, questo angolo di Gallura è ancora sconvolto.
Chi abita qui ha finito le lacrime, ma non la rabbia.
Perchè dopo aver imprecato contro il terribile uragano, ha capito che le responsabilità sono anche (o soprattutto) degli uomini. E questo balza agli occhi di chiunque, arrivando fin qui e osservando la strada che quel giorno è stata divorata dalla piena dei fiumi.
Oggi tutto è esattamente come quattro anni fa: un guardrail penzolante e una voragine che si allarga sempre di più. Sassi e pezzi di asfalto scaraventati ovunque, le tracce di una strada che di certo non era stata realizzata a regola d’arte.
«Per unire le due colline avevano riempito la vallata con una montagna di terra e poi con una lingua di asfalto hanno fatto la strada – racconta Lorenzina Cabiddu – Un progetto scandaloso, indegno e neppure collaudato, tanto che dopo una ventina d’anni la natura ha buttato giù tutto quel castello di sabbia».
A quattro anni dall’alluvione la strada di Monte Pino è diventata una grande vergogna. All’Anas erano stati assegnati i 5 milioni per il ripristino ma 1.825 giorni non sono bastati e adesso che è tempo di commemorazioni è iniziata la guerra tra le istituzioni. Il botta e risposta tra Regione ed ente nazionale delle strade ha fatto venire fuori una verità scomoda: il progetto di rifacimento è già esecutivo, ma l’appalto non è stato assegnato perchè non era stata realizzata l’indagine sul rischio idrogeologico. Insomma, la lezione di Cleopatra non è stata imparata.
«Noi che viviamo qui siamo in trappola da quattro anni – protesta Giuseppina Pasella, presidente di un comitato di cittadini che nei prossimi giorni bloccherà il traffico all’ingresso di Olbia – Sembra che tutti abbiano paura di occuparsi di questa strada come se temessero di scoperchiare scottanti responsabilità ».
E a questo proposito, sul crollo di Monte Pinu la procura di Tempio ha aperto due inchieste. Una (non ancora approdata in un’aula di tribunale) riguarda la morte della famiglia Fiore, l’altra è stata avviata in questi giorni e interessa i ritardi sul rifacimento della strada.
«Della disperazione di chi vive qui o di chi ogni giorno va da Olbia a Tempio nessuno si è occupato», sottolinea l’avvocato Andrea Viola, che ha promossa una petizione rivolta al ministero delle Infrastrutture.
Intanto chi abita tra Tempio, Sant’Antonio, Priatu e Calangianus fa i conti con l’isolamento. A iniziare da Paolino e Martina Fresi, i titolari di un agriturismo che si affaccia proprio nel tratto di strada crollata: «Da quel giorno nella nostra struttura non viene più nessuno, perchè è impossibile arrivare. È come se anche noi fossimo morti il 18 novembre».
(da “La Stampa”)
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