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L’IRAN PUO’ METTERE IN GINOCCHIO I MERCATI ENERGETICI MONDIALI E PER L’ITALIA SONO GUAI SERI

LA CHIUSURA DI FATTO DELLO STRETTO DI HORMUZ HA BLOCCATO IL 20% DEL PETROLIO MONDIALE, FACENDO SCHIZZARE IL GREGGIO OLTRE I 100 DOLLARI AL BARILE

Sono passate poco più di due settimane da quando lo Stretto di Hormuz, indubbiamente il passaggio marittimo più importante del mondo per il mercato energetico, si è praticamente fermato, e le conseguenze si stanno già propagando ben oltre il Golfo Persico. Sta accadendo ciò che molti analisti temevano da anni, ma che — a quanto pare — nessuno dei pianificatori strategici americani aveva pienamente previsto nella sua portata: il prezzo del greggio Brent è schizzato oltre i 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022; il traffico di petroliere è crollato prima del 70% e poi praticamente a zero; e circa 150 navi cisterna — tra petroliere e navi per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL) — sono rimaste bloccate nelle acque circostanti lo Stretto, in attesa di capire se e quando potranno passare.
Per chi vive in Italia a prima vista questa vicenda può sembrare l’ennesima guerra distante da casa. In realtà non lo è. Il prezzo del petrolio si muove infatti in un mercato globale: quando il greggio sale a New York a causa di quanto sta accadendo nel Golfo Persico, il costo di un pieno di benzina finisce per aumentare direttamente anche a Milano o a Napoli. L’Italia importa ancora circa il 90% del petrolio che consuma e una parte rilevante del greggio che arriva in Europa dipende direttamente dalle rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz. Quando queste rotte si bloccano, il prezzo del barile sale per tutti. E quando il petrolio aumenta, aumentano a catena anche le bollette dell’energia elettrica, il costo dei trasporti e, in ultima analisi, l’inflazione dei beni di consumo.
Perché lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia energetico del mondo
Lo Stretto di Hormuz è un passaggio marittimo lungo circa 160 km e largo circa 33 km nel suo punto più stretto, con due corsie di navigazione unidirezionali larghe appena 3 km ciascuna. Si trova tra l’Iran a nord e l’Oman a sud e collega il Golfo Persico — dove si concentra gran parte della produzione petrolifera del Medio Oriente — con il Golfo di Oman e, da lì, con l’Oceano Indiano e i mercati globali.
I numeri dei prodotti che vi transitavano prima della guerra sono impressionanti. Secondo l’EIA (Energy Information Administration degli Stati Uniti) e la IEA (International Energy Agency), nel 2025 attraverso lo Stretto passavano in media 20 milioni di barili al giorno tra petrolio e altri prodotti petroliferi, pari a circa il 20% del consumo mondiale. Di questi, quasi 15 milioni di barili al giorno erano costituiti da solo petrolio greggio, pari al 34% del commercio globale di greggio.
Non transitava però solo petrolio. Nel 2025 attraverso lo Stretto di Hormuz è passato circa il 20% del commercio mondiale di GNL, proveniente in gran parte dal Qatar, uno dei principali esportatori globali, che nel 2025 ne ha esportato circa 81 milioni di tonnellate (pari a circa 110 miliardi di metri cubi). Il Qatar non dispone di gasdotti alternativi per raggiungere i mercati globali al di fuori della regione del Golfo e dipende interamente dallo Stretto per le proprie esportazioni. Non a caso, il 2 marzo 2026, dopo che droni iraniani hanno colpito gli impianti di GNL di Ras Laffan e Mesaieed, QatarEnergy ha dovuto sospendere tutta la produzione, dichiarando poi formalmente force majeure sui contratti di fornitura il 4 marzo.
Il punto cruciale è proprio questo: le alternative al passaggio nello Stretto, quando esistono, sono estremamente limitate. L’Arabia Saudita dispone, ad esempio, dell’oleodotto East–West (Petroline), portato alla piena capacità di emergenza di 7 milioni di barili al giorno l’11 marzo 2026. Gli Emirati Arabi Uniti hanno a loro volta l’oleodotto Abu Dhabi–Fujairah, con una capacità massima di 1,8 milioni di barili al giorno. Ma anche sommando le due infrastrutture al massimo della loro capacità si arriva a circa 8–9 milioni di barili al giorno — ovvero meno della metà dei 20 milioni di barili che transitavano normalmente per lo Stretto prima della guerra. Il deficit strutturale per questi due Paesi supera così gli 11 milioni di barili al giorno. Gli altri produttori di petrolio della regione — Iraq, Kuwait, Qatar e Bahrein — invece non dispongono di alcuna alternativa: dipendono interamente da questo passaggio. In sostanza, lo Stretto di Hormuz non ha alcun sostituto funzionale.
Cosa è successo ai flussi energetici dallo scoppio del conflitto
La sequenza degli eventi è stata rapidissima. Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’Operazione Epic Fury, una campagna di attacchi aerei su
larga scala contro infrastrutture militari iraniane, siti nucleari e strutture di comando che ha portato, tra le altre cose, all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nel primo giorno di guerra.
La risposta iraniana è stata molto più aggressiva di quanto molti osservatori si attendessero. Nei giorni successivi Teheran ha infatti lanciato attacchi con missili e droni contro obiettivi militari statunitensi, territorio israeliano e infrastrutture nella regione del Golfo, tra cui installazioni petrolifere negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Bahrein.
Ma soprattutto, già nelle prime ore del conflitto, le navi in transito nello Stretto di Hormuz hanno iniziato a ricevere minacciosi messaggi radio attribuiti ai Pasdaran che intimavano loro di non procedere oltre. Il 2 marzo, un alto ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha ribadito pubblicamente che qualsiasi nave che avesse tentato il passaggio senza consenso da parte iraniana avrebbe potuto essere colpita.
Gli effetti sul traffico marittimo sono stati immediati. Nel giro di pochi giorni i dati di tracciamento navale hanno mostrato un crollo dei transiti nello Stretto: rispetto ai livelli precedenti alla guerra, il numero di navi cisterna che attraversano quotidianamente Hormuz è sceso quasi fino ad azzerarsi. Diverse navi commerciali che hanno provato a forzare il blocco sono state danneggiate negli attacchi e si sono anche registrate vittime tra gli equipaggi, mentre molte compagnie di navigazione hanno deciso di sospendere del tutto i passaggi nell’area.
A partire dai primi giorni di marzo, tuttavia, l’Iran ha progressivamente moderato la propria posizione. Pur mantenendo una forte pressione militare sullo stretto, Teheran ha consentito in alcuni casi il passaggio di navi legate a Paesi che non partecipavano direttamente al conflitto. In questo modo, nei giorni successivi alcune imbarcazioni con bandiera turca, indiana e cinese sono riuscite a transitare, così come le petroliere iraniane dirette verso la Cina. Per la maggior parte del traffico commerciale mondiale, però, lo Stretto di Hormuz resta di fatto off-limits, con effetti immediati sui flussi energetici globali.
I mercati energetici nel caos: petrolio oltre i 100 dollari e crisi delle assicurazioni per le navi
Per comprendere appieno la portata di quanto sta accadendo basta guardare i freddi numeri: si tratta di uno degli shock più gravi per l’approvvigionamento energetico mondiale dalla crisi petrolifera degli anni Settanta a oggi e potrebbe persino rappresentare la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero moderno.
Non sorprende quindi che, se all’inizio delle operazioni militari americane e israeliane contro l’Iran, il 28 febbraio 2026, il prezzo del greggio Brent si aggirava intorno ai 70–73 dollari al barile, nel giro di pochi giorni sia prima salito a 77 dollari, poi a 83 e infine abbia superato la soglia psicologica dei 100 dollari l’8 marzo scorso, arrivando persino a toccare per breve tempo un picco poco oltre i 120 dollari al barile. Nell’ultima quotazione disponibile al momento in cui scriviamo, il Brent si mantiene ancora sopra quota 100 dollari.
Ma il prezzo del greggio, di per sé, è solo la punta dell’iceberg: anche i costi di trasporto stanno aumentando rapidamente. Il costo giornaliero per noleggiare una superpetroliera VLCC — Very Large Crude Carrier, ovvero navi che trasportano circa 2 milioni di barili di petrolio dal Golfo Persico verso altri grandi mercati come la Cina — ha raggiunto i 423.700 dollari al giorno, secondo i dati LSEG riportati da CNBC. Si tratta di livelli record per questa tratta, con un aumento di circa il 94% rispetto ai valori registrati pochi giorni prima dell’escalation del conflitto. Nel frattempo, diverse grandi compagnie di navigazione, tra cui Maersk, CMA CGM e Hapag-Lloyd, hanno annunciato la sospensione o la revisione dei transiti nella regione per motivi di sicurezza.
A rendere la situazione ancora più critica è la crisi delle assicurazioni contro il rischio bellico (war risk insurance) per le navi che ancora transitano nella regione. Dopo l’escalation militare, diversi assicuratori hanno cancellato alcune polizze esistenti o imposto nuove coperture con premi molto più elevati. In alcuni casi i premi war risk per singolo viaggio sono saliti fino all’1–2% del valore della nave, contro circa lo 0,25% in condizioni normali. Senza questa copertura molti armatori, finanziatori e operatori commerciali finiscono per evitare il transito nello Stretto di Hormuz, perché il rischio finanziario — oltre a quello umano — diventa troppo elevato. Secondo società di intelligence energetica come Kpler, questo meccanismo perverso sta riducendo il traffico navale quasi quanto una chiusura fisica dello Stretto, con effetti molto simili sui flussi di merci.
Non è finita qui: gli effetti di questa situazione si estendono ben oltre il solo commercio di petrolio. I prezzi del gas naturale in Asia e in Europa sono aumentati rispettivamente del 51% e del 77% rispetto ai livelli pre-conflitto, secondo i dati rilevati al 9 marzo dal Center for American Progress sulla base delle quotazioni dei futures. Il prezzo dell’urea, un fertilizzante chiave per l’agricoltura, è a sua volta passato da 475 a 683 dollari per tonnellata al porto di New Orleans — un’impennata del 44% in meno di due settimane, secondo i dati CRU Group e StoneX — proprio nel periodo di semina del Midwest americano. In altre parole, questa crisi tocca non solo chi fa il pieno alla propria automobile, ma rischia di far salire anche il prezzo di un bene ancora più primario, il pane.
Gli errori di calcolo americani sulla risposta iraniana
Uno degli aspetti certamente più discussi di questa crisi riguarda gli errori della pianificazione americana dell’operazione militare. Secondo una lunga inchiesta della CNN pubblicata il 12 marzo, il Pentagono e il Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca avrebbero significativamente sottovalutato proprio la volontà dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz in risposta agli attacchi militari.
Secondo le fonti citate dalla CNN, il team di sicurezza nazionale del presidente Trump non avrebbe tenuto pienamente conto delle potenziali conseguenze di quello che diversi funzionari hanno descritto come lo scenario peggiore che l’Amministrazione si trova ora ad affrontare. Sebbene funzionari chiave dei Dipartimenti dell’Energia e del Tesoro fossero presenti in alcune riunioni di pianificazione, le analisi delle agenzie competenti e le previsioni che in passato sarebbero state elementi centrali del processo decisionale questa volta sono invece state considerate come fattori secondari.
Anche il New York Times ha parlato esplicitamente di un grave errore di calcolo, sottolineando come l’Iran abbia risposto in modo molto più aggressivo rispetto al
precedente conflitto di giugno 2025 quando Teheran si astenne dal chiudere lo Stretto nonostante gli attacchi subiti. La differenza, questa volta, è stata l’uccisione della Guida Suprema Khamenei: un atto che l’Iran ha interpretato come una minaccia esistenziale, modificando radicalmente il calcolo strategico della leadership iraniana.
Nel corso di un briefing classificato al Congresso, esponenti di entrambi i partiti hanno contestato la mancanza di un piano operativo chiaro per riaprire lo Stretto una volta iniziato il conflitto, secondo le fonti citate dalla CNN. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha respinto le critiche definendole infondate, ma la realtà sul campo continua a raccontare una storia diversa: a due settimane dall’inizio delle operazioni, lo Stretto resta infatti sostanzialmente chiuso e non ci sono soluzioni a breve termine all’orizzonte.
L’Amministrazione Trump ha finora risposto alla crisi energetica con due misure principali. La prima è stata l’ordine alla U.S. International Development Finance Corporation (DFC) di offrire copertura assicurativa a tutte le navi che transitano nel Golfo, mediante un programma da 20 miliardi di dollari di riassicurazione gestito dalla compagnia Chubb. La seconda è stata la proposta di fornire scorte navali militari per le petroliere, che tuttavia richiede risorse enormi: secondo alcune stime, servirebbero 7–8 cacciatorpediniere per scortare 3–4 navi commerciali al giorno, un impegno sostenibile solo nel breve periodo.
Le prospettive: tra riapertura parziale ed escalation
A questo punto, gli analisti individuano sostanzialmente tre scenari possibili per l’evoluzione della crisi.
Il primo scenario, considerato il più probabile nel breve termine da diversi osservatori, è quello di una riapertura parziale e selettiva dello Stretto. L’Iran ha già dimostrato di voler mantenere il controllo del passaggio come leva negoziale, consentendo il transito ad alcune navi — turche, indiane e cinesi — mentre continua a esportare il proprio petrolio verso la Cina. Come ha osservato David Roche di Quantum Strategy in un’intervista a CNBC, l’Iran ha bisogno di esportare petrolio per finanziare la propria economia, soprattutto in un momento così
complicato: questo crea un incentivo strutturale a non chiudere completamente lo Stretto nel lungo periodo. La sua previsione è quindi quella di una riapertura parziale entro due o tre settimane.
Il secondo scenario è quello di una pressione prolungata e intermittente. In questo caso, l’Iran manterrebbe lo Stretto in uno stato di semi-chiusura, consentendo il transito a singhiozzo e colpendo selettivamente le navi per mantenere alta la percezione del rischio. Questo scenario sarebbe il peggiore per i mercati energetici: l’incertezza prolungata manterrebbe i premi assicurativi a livelli proibitivi e impedirebbe una normalizzazione dei flussi commerciali, mantenendo i prezzi del petrolio stabilmente sopra i 100 dollari al barile per settimane o mesi.
Il terzo scenario, il più grave ma al momento meno probabile, è quello di un’ulteriore escalation che coinvolga direttamente gli altri Paesi del Golfo. Gli attacchi iraniani hanno già colpito infrastrutture negli Emirati Arabi Uniti — tra cui il porto di Jebel Ali e un hotel di lusso sulla Palm Jumeirah, con danni da detriti di intercettazione anche al Burj Al Arab — oltre a infrastrutture in Arabia Saudita e Qatar. Droni hanno colpito anche i porti omaniti di Duqm e Salalah, che avrebbero dovuto fungere da rotte alternative allo Stretto. Se l’Iran dovesse intensificare gli attacchi alle infrastrutture energetiche dei Paesi vicini, si aprirebbe uno scenario senza precedenti storici, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia mondiale, e un prezzo del greggio che potrebbe schizzare anche oltre quota 150 dollari al barile secondo le ipotesi più estreme.
In tutti e tre gli scenari, un fattore chiave resta la capacità delle riserve globali di tamponare lo shock. La IEA ha già annunciato il rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve dei Paesi membri — la più grande operazione del genere nella storia dell’agenzia, più del doppio dei 182 milioni rilasciati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Secondo dati dell’IEA elaborati da OPEC, a marzo 2026 i 38 Paesi dell’OCSE detengono riserve totali — strategiche e commerciali obbligatorie — pari a circa 2,83 miliardi di barili, sufficienti a coprire circa 62 giorni di consumo degli stessi Paesi. Va tuttavia precisato che questa copertura si riferisce ai soli consumi dei
Paesi industrializzati: rapportata al consumo globale di oltre 100 milioni di barili al giorno, la stessa quantità coprirebbe meno di 30 giorni. Ad ogni modo, se la crisi dovesse protrarsi per mesi, anche questo cuscinetto finirebbe inevitabilmente per esaurirsi.
La vera partita: la vulnerabilità energetica globale
La crisi dello Stretto di Hormuz dovuta alla guerra in corso contro l’Iran, insomma, sta mettendo a nudo una realtà che il mondo ha preferito ignorare per decenni: la stabilità dell’intera economia globale dipende da uno stretto d’acqua controllabile da un singolo Paese, per il quale non esiste un’alternativa adeguata.
L’Iran lo sa da sempre e ora ha dimostrato che, anche sotto attacco militare diretto, e persino dopo la perdita della propria Guida Suprema, la leva energetica resta lo strumento più potente a propria disposizione. Non servono portaerei o missili intercontinentali per mettere in ginocchio i mercati mondiali: bastano alcune minacce, qualche drone e la revoca delle assicurazioni marittime.
Per l’Italia e per l’Europa, la lezione è duplice. Da un lato conferma l’urgenza di diversificare le fonti energetiche e ridurre la dipendenza dagli idrocarburi, un obiettivo dichiarato da anni ma perseguito con troppa lentezza. Dall’altro dimostra che le crisi geopolitiche in aree apparentemente lontane possono ancora avere effetti immediati e tangibili sulle bollette, sui prezzi alimentari e sull’inflazione nei Paesi europei.
Come ha scritto l’UNCTAD (la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo) in un’analisi pubblicata nei giorni scorsi, “i costi più alti di energia, fertilizzanti e trasporti sono destinati ad aumentare i costi alimentari e ad intensificare le pressioni sul costo della vita, con conseguenze particolarmente gravi per i soggetti più vulnerabili”.
La vera domanda, oggi, non è tanto se lo Stretto di Hormuz si riaprirà: prima o poi accadrà, perché l’interesse di troppi attori — incluso lo stesso Iran — è che il petrolio continui a fluire. La domanda è piuttosto quanto durerà questa chiusura, se nel frattempo i danni saranno già diventati troppo gravi e, soprattutto, se il mondo
saprà trarre le lezioni giuste da questa crisi o se, come già accaduto troppe volte in passato, tutto verrà dimenticato in fretta non appena i prezzi torneranno a scendere.

(da Fanpage)

This entry was posted on domenica, Marzo 15th, 2026 at 15:27 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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