MIGLIAIA IN PIAZZA A ROMA CONTRO IL DDL BONGIORNO: “NON NORMALIZZERETE LO STUPRO NEI TRIBUNALI”
CONTRO L’ELIMINAZIONE DEL CONCETTO DI CONSENSO ZMPIA MOBOLITAZIONE DI ASSOCIAZIONI E CENTRI ANTIVIOLENZA
Questa è la giornata in cui migliaia di donne, in tutta Italia, sono scese in piazza contro il
Ddl Stupri e la modifica introdotta dalla senatrice Bongiorno riguardo l’eliminazione della parola ‘consenso’. Una partecipazione ampia e determinata già visibile alle 14, ora di partenza del corteo, a piazza della Repubblica: in prima linea i centri antiviolenza, insieme ad associazioni femministe e transfemministe, oltre a numerose realtà impegnate nella tutela dei diritti e a cittadine e cittadini che oggi
hanno scelto di riprendersi le piazze. Una mobilitazione forte contro una proposta di modifica legislativa che viene percepita non come uno, ma dieci passi indietro.
L’obiettivo è quello di “ritornare alla stesura originaria del disegno di legge e smontare l’offensiva patriarcale e retrograda della maggioranza. Non torneremo indietro. La mobilitazione è solo all’inizio”. Tantissimi i cartelloni fucsia contro il testo del ddl: ‘Bongiorno e compare non normalizzerete lo stupro nei tribunali’, ‘Senza consenso è sempre violenza’, ‘Chi tace non acconsente’, ‘DDL Bongiorno, per l’uomo che non deve chiedere mai’, ‘Se non è condiviso, che piacere è?’.
“L’obiettivo è minare la credibilità di chi subisce e tutelare chi abusa, aggravando la vittimizzazione nei tribunali – la nota di Non Una di Meno -. Altro che rischio di vendette personali, è vendetta dello Stato. L’effetto è rendere norma la violenza sessuale, nei contesti familiari ma anche sul posto di lavoro, nei contesti di maggiore ricattabilità e sfruttamento; nello spazio pubblico e in rete proprio mentre vengono allo scoperto siti e gruppi facebook come “mia moglie” o fika.eu; sulle minori proprio mentre l’Istat registra l’aumento vertiginoso dei casi di abuso e il governo nega l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole”.
In piazza tantissime realtà e associazioni. “Il motivo di questa manifestazione è che non accetteremo mai la negazione della nostra libertà di determinarci e di scegliere se e come sul nostro corpo – piega Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna, tra le sigle promotrici della manifestazione – Senza consenso l’atto sessuale è violenza, ci stanno facendo tornare indietro. Del resto questo è un governo che sta dando limitazione ai diritti e alla libertà, vediamo il decreto sicurezza o il decreto Caivano. Si torna indietro di 30 anni se si chiede che sia la donna a dimostrare il dissenso, dando per presupposto che la donna sia sempre consenziente a rapporto sessuale”.
“La riformulazione presentata in Senato del Ddl sulla violenza sessuale, già approvato alla Camera, è un attacco ai diritti delle donne e alla loro autodeterminazione perché chiedere a chi subisce violenza di ‘dimostrare il dissenso’ significa proteggere chi stupra e colpevolizzare chi è vittima, spostando ancora una volta la responsabilità sulle donne”, dichiara Simona Lanzoni, vice presidente di Fondazione Pangea e coordinatrice della rete nazionale antiviolenza Reama. “Come promotrici, insieme a tante altre realtà, associazioni e centri antiviolenza di questa manifestazione, oggi siamo scese in piazza con le modalità che ci caratterizzano da sempre, ovvero con le donne Afghane, Pakistane, Indian
Bengalesi, Palestinesi, ecc , per ricordare i diritti delle donne non hanno frontiere e che quello che succede loro in un paese, coinvolge tutte le altre. Con questo coro questo coro unanime torniamo a ribadire che non faremo un passo indietro perché “il consenso libero e attuale” contenuto nel precedente testo approvato alla Camera, è un punto centrale su cui non faremo un passo indietro. Il testo approvato alla Camera deve restare quello perché è un passo avanti di civiltà, in linea con le richieste del Grevio, con la Convenzione di Istanbul e con l’ordinamento degli altri paesi europei. La narrazione che ci viene fornita, secondo cui la legge sul consenso creerebbe problemi di interpretazione e aumenterebbe il rischio di denunce false cela una visione maschilista e patriarcale che nega la violenza come fenomeno strutturale ed esclude il confronto con le associazioni antiviolenza che ogni giorno sostengono le donne. Cancellare la parola consenso è un atto politico che mette in discussione il riconoscimento della violenza sessuale e i diritti delle donne, sposta le responsabilità della prova sulle donne e potrà solo peggiorare la situazione, rendendo i processi per stupro ancora più faticosi e umilianti”.
“Il Ddl Bongiorno, nella parte in cui interviene sull’articolo relativo alla violenza sessuale introducendo in modo centrale il dissenso, rappresenta un passo indietro sul piano culturale e giuridico – spiega a Fanpage l’associazione Giuridicamente libera -. Spostare l’attenzione sulla prova del dissenso esplicito rischia di riportare al centro il comportamento della vittima, anziché la condotta dell’autore del reato. In tal modo si finisce per aggravare, di fatto, l’onere probatorio a carico della donna offesa, esponendola a un giudizio invasivo e potenzialmente colpevolizzante. Si indebolisce così il principio di autodeterminazione sessuale faticosamente affermatosi negli anni. Inoltre, la motivazione secondo cui la riforma servirebbe ad arginare le denunce strumentali appare poco fondata: le false accuse costituiscono una percentuale minima rispetto al fenomeno complessivo. Il dato reale è semmai quello della sotto-denuncia, con molte donne che già oggi non si rivolgono all’autorità giudiziaria. In questo contesto, irrigidire la disciplina probatoria rischia di scoraggiare ulteriormente le vittime, compromettendo la funzione di tutela della norma penale oltre a costituire un grosso arretramento culturale sul piano dei diritti delle donne”.
(da Fanpage)
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