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NEL VENETO TRADITO DA BOSSI: “ORA MARONI DOVRA’ TRATTARE CON NOI”

NEL REGNO DELLA LIGA VENETA ARIA DI RIVOLTA ANTI-LOMBARDA… IL BOSSIANO GOBBO: “AVANTI COSI’ E IL PARTITO IMPLODE: CI MANDANO TUTTI A CASA”

Ogni maledetto venerdì in un’azie nda del trevigiano o del vicentino o del bellunese, una delle aree più ricche d’Europa, un imprenditore aspetta che escano gli operai e la segretaria, chiude il libro contabile e apre il cassetto con la pistola o scende nel capannone e si impicca.
Perchè non ha più la forza di andare in piazza, al bar, a messa, di incrociare lo sguardo dell’operaio amico o del cognato impiegato senza stipendio da mesi.
Dall’inizio della crisi gli imprenditori e gli artigiani suicidi in Veneto sono cinquantadue, dodici dall’inizio dell’anno.
Quasi sempre a fine settimana e fine mese, dopo l’estremo tentativo di rimettere in moto gli affari, l’ultimo sollecito di pagamento ricevuto o inviato, l’ultima inutile visita in banca.
“Nelle assemblee ormai ci guardiamo intorno, chi sarà  il prossimo?” dice uno dei presenti l’altro giorno a Vigonza, vicino a Padova, alla fondazione di “Speranzaallavoro”, l’associazione dei familiari degli imprenditori suicidi, guidata da due giovani orfane, Laura Tamiozzo e Flavia Schiavon.
In questo clima si può immaginare come il laborioso Nord Est possa accogliere il bollettino quotidiano della padanopoli di via Bellerio, i lingotti d’oro di Francesco Belsito, i diamanti di Rosi Mauro, i rotoli di euro dei figli di Bossi, gli appartamenti di famiglia.
Perfino il bossiano più ortodosso, Gian Paolo Gobbo, segretario regionale della Lega (“Il mio imam in Veneto” dice il Senatur) allarga le braccia e ammette: “Avanti così e   Lega implode, muore. Ci mandano a casa tutti”.
Sul ponte di Caorle, una specie di dazebao dei malumori locali, dove negli anni Ottanta avevo letto il primo slogan proto leghista (“Roma ne ciucia el sangue”), oggi campeggia un definitivo: “LEGA LADRONA”.
Quella scritta l’ha vista anche Bepi Covre, leghista eretico ma della prima ora, ex sindaco di Oderzo e fondatore con Cacciari e l’indimenticato Giorgio Lago del movimento dei sindaci anni Novanta, silurato in tandem da Bossi e D’Alema.
Vado a trovarlo nella sua fabbrica, mobili e ferramenta.
“Come va? Resisto. Non ho fatto un’ora di cassa integrazione. L’export tira da matti, ma il mercato interno è roba triste. Ci facciamo uno spritz?”.
Al secondo spritz affiora tutta l’amarezza: “Noi leghisti di antica data alla diversità  ci credevamo davvero. Siamo nati quando i vecchi partiti morivano di corruzione e ora vedere questi scenari squallidi, la corte, le badanti, i profittatori, ogni giorno è una coltellata. Certo, la puzza di bruciato si sentiva da un po’, c’era insofferenza nella base per quel coprire in tutto e per tutto Berlusconi. Quando è scoppiato lo scandalo dei festini io che ho una figlia dell’età  di Ruby ho scritto una lettera aperta su un giornale e parecchie chiuse ai dirigenti. Ma nessuno si aspettava di scoprire tanto marcio intorno a Bossi. La Lega è stata nobile con lui quando ha avuto il colpo, l’ha aspettato, sostenuto. In qualsiasi altro partito avrebbero affilato i coltelli per la successione. E lui li ripaga così. Come andrà  a finire? Chissà . Un pezzo di Lega terrà  nei territori, qui in Veneto gli amministratori sono a posto, le città  ben condotte, il consenso è radicato. Ma a livello nazionale il fallimento del progetto è sotto gli occhi di tutti. Bisogna ricominciare, ma stavolta le decisioni non possono essere prese tutte fra Varese e Bergamo. La nuova Lega di Maroni dovrà  trattare coi veneti, a cominciare da Zaia e Tosi, e mi pare lo stia già  facendo”.
Nelle pieghe dello scontento riemergono antiche ferite e l’eterna vocazione autonomista del Veneto, prima regione leghista nei voti e ultima a contare nelle decisioni.
“Colonizzati due volte, anzi tre, da Roma, Milano e Varese” dicono i vecchi “lighisti”. Quelli che ricordano la Liga Veneta, la “madre di tutte le leghe”, fondata nel 1980 e la prima a portare eletti in Parlamento.
L’annessione dei fratelli maggiori veneti è stato il primo machiavellico capolavoro dell’ascesa di Umberto Bossi ed è una storia che spiega bene il trionfo del virtuale nella seconda repubblica.
Il vantaggio paradossale di Bossi è stato infatti il totale sradicamento della sua idea di patria immaginaria. La Padania è un falso mito senza storia e la Serenissima ne ha troppa.
I padani non sono mai esistiti, mentre i veneti sono un popolo da tremila anni e da allora si lamentano dei vicini. I lombardi sono dialetti e il veneto è una lingua da prima dell’italiano. Il sole padano è paccottiglia pseudo celtica e il Leone alato è uno dei grandi simboli della civiltà  europea.
Ma proprio perchè se l’era inventata lui, Bossi s’è messo in tasca la Padania e se l’è venduta e rivenduta a piacere sul mercato politico, mentre i fratelli veneti s’accoltellavano sull’eredità  della Serenissima.
A Gianfranco Miglio che gli consigliava il “divide et impera” in Veneto alla vigilia del primo congresso federale, a Pieve Emanuele nel 1991, Bossi che conosceva i suoi rissosi polli rispose: “Non c’è bisogno, ci pensano da soli”.
Per avere un’idea del grado di conflittualità  interna agli autonomisti veneti, vale la pena di ricordare la loro più famosa impresa, l’occupazione del campanile di San Marco da parte dei “Serenissimi” nella notte fra l’8 e il 9 maggio 1997.
Un’immagine finita sulle prime pagine di tutto il mondo. Ma pochi conoscono i retroscena, narrati da Francesco Jori, allievo di Lago, nella bellissima inchiesta “Dalla Liga alla Lega”.
L’operazione San Marco parte come una spedizione militare in grande stile, con decine di militanti e diversi “tanki”, mezzi di trasporto paramilitari. Soltanto che alla fine si presentano in otto, con un trattore mascherato da panzer.
Il capo, l'”ambasciatore serenissimo” che avrebbe dovuto leggere la dichiarazione d’indipendenza dal campanile di San Marco, si dilegua la notte stessa, rincorso dalle chiamate disperate degli altri. All’alba vengono arrestati tutti. Durante i processi litigano fra di loro e con gli avvocati, un paio si pentono e in cinque patteggiano. All’uscita dal carcere smettono di frequentarsi.
Naturalmente Franco Rocchetta e Marilena Marin, la coppia leader per un decennio, papà  e mamma della Liga veneta, buttati fuori da Bossi nel ’94 (“ma ce n’eravamo andati noi da sei mesi”) hanno un’altra versione e me la raccontano in una trattoria di Conegliano, davanti a prosecco e baccalà  d’ordinanza.
“Voi giornalisti avete spiegato la fine della Liga con le solite baruffe chiozzotte, ma sono balle” spiega Rocchetta “La verità  è che Bossi, con alle spalle le teorie di Miglio, vate della Lombardia come Prussia del Nord, ha tramato fin dal principio per prendersi l’egemonia del movimento. E se l’è preso manovrando i soldi del partito, esattamente come aveva fatto prima Craxi nel Psi. La Lega Lombarda era appena nata e già  intascava duecento milioni di tangenti Enimont. Poi hanno dato la colpa al “pirla” Patelli, come ora cercano di fare con Belsito. Ma uno che dà  la cassa di partito a uno come Belsito, perchè lo fa? Non mi stupisce neppure la debolezza di Bossi nei confronti dell’amica Rosi Mauro. E’ lo stesso tipo di debolezza che lo portò a nominare la ragazzotta, in seguito show girl, Irene Pivetti alla terza carica dello Stato”. Marilena Marin rincara la dose: “Nel ’94 Berlusconi, che ha i suoi lati comici, ci chiese che cos’era questo famoso federalismo e di fargli avere una memoria sulla faccenda. Malafede? Non credo. A lui interessava scampare ai processi e salvare le tv, per il resto era disposto a tutto, al federalismo, alla riforma fiscale, perfino al ritorno della Serenissima. In ogni caso, noi gli portammo il dossier, Bossi mai”.
Conclusione di Rocchetta: “A Bossi del federalismo non è mai fregato niente. E’ stato al governo dieci anni e le uniche riforme federaliste le ha fatte l’Ulivo con i decreti Bassanini e la riforma del titolo V della Costituzione, soltanto che sono troppo stupidi per rivendicarla e anzi se ne vergognano. Bossi ha replicato con la devolution, che è una solenne pagliacciata”.
Papà  e mamma Liga avranno i loro rancori da mettere in conto, ma nel grande Nord Est i tamburi della rivolta autonomista hanno ricominciato a battere da Verona a Belluno.
Se le elezioni di primavera andranno come si prevede, un crollo della Lega romanizzata in Lombardia e la tenuta della Lega dei sindaci in Veneto, anche grazie alle liste civiche che Bossi aveva proibito, Roberto Maroni dovrà  tornare nella culla del leghismo a firmare un nuovo patto fra lombardi e veneti.

Curzio Maltese
(da “La Repubblica“)

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