NELLE CELLE TRA I PRIGIONIERI DI GUERRA RUSSI CATTURATI DAGLI UCRAINI: “CI SIAMO ARRESI SUBITO, TUTTI QUANTI”
TRA I GIOVANI SOLDATI DI LEVA CATTURATI DAGLI UCRAINI DOPO L’OFFENSIVA SU KURSK
«Erano già diversi giorni che le radio non funzionavano. Poi, la mattina del 6 agosto, gli ucraini hanno iniziato a bombardare la nostra postazione, colpi di mortaio e di carro armato».
In uno scantinato di una colonia penale nell’oblast di Sumy, una settantina di uomini, la maggior parte sulla ventina, se ne sta seduta sui letti. Sono tutti chiusi in cella. C’è chi guarda la televisione, chi legge un libro, chi si tiene la testa tra le mani. Giovani, giovanissimi — i più piccoli hanno 19 anni — sono i prigionieri di guerra dell’offensiva su Kursk, quelli che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito il «fondo di scambio», preziosi per riavere a casa i militari dell’Azov, ancora nelle mani di Mosca.
Con un ristretto gruppo di giornalisti internazionali, il Corriere della Sera ha avuto accesso alla prigione ieri in tarda mattinata. Qui, in presenza di un militare ucraino, abbiamo potuto intervistare alcuni prigionieri russi. A ognuno di loro abbiamo prima chiesto il consenso dando garanzia di non pubblicare né il volto, né il nome, come impone la convenzione di Ginevra, oltre a non rivelare la posizione della prigione, come richiesto dalle autorità ucraine.
Il responsabile dei prigionieri, che si è identificato con il solo nome di battesimo, Vadym, ha sottolineato come questa sia solo una parte dei nemici catturati da Kiev in questi giorni: «Da questa colonia sono transitati in almeno 300 a partire dal 6 agosto» e ci ha spiegato come parte dei militari presi è già stata trasferita a Ovest, nei centri di detenzione più lontani dal fronte, per evitare che i raid russi possano eliminarli.
Il trattamento
I prigionieri stessi – Pow, prisoners of war secondo la definizione del diritto internazionale – confermano al Corriere di essere stati assistiti dai funzionari della Croce Rossa internazionale, come prevede la convenzione di Ginevra e di aver ricevuto assistenza medica in ospedale prima di essere rinchiusi. Nelle prime due celle, le reclute, i coscritti. Impauriti, magri. Indossano tute, felpe, infradito. Quelli che il presidente russo Vladimir Putin aveva promesso non sarebbero stati mandati a combattere. Dicono di aver ricevuto un addestramento in media di 3-6 mesi, di non aver mai imparato a sparare e di non aver mai sparato. Uno di loro, ferito lievemente a un piede, sostiene di aver tentato di uccidersi con una granata per evitare di essere preso e poi di essere stato tratto in salvo dagli ucraini che l’hanno curato e portato in ospedale.
Ma è un 19enne, ex studente di Legge, con indosso una camicia a quadri, a dare un resoconto più dettagliato della cattura. «Nella notte del 6 agosto ero di guardia. Ma già da alcuni giorni la comunicazione con il punto di comando era interrotta e l’atmosfera era tesa. Certo, non mi aspettavo che gli ucraini stessero per attaccarci. Siamo stati catturati in 28 nel villaggio di Guevo, ci siamo tutti arresi subito», racconta. Con lui, altri due coscritti, uno, 21 anni dalla Repubblica di Mordovia, e l’altro, un ex meccanico della Repubblica dei Baschiri. Zone remote e povere, dove non sono mancate le rivolte contro la leva di Mosca.
Nell’angolo opposto della cella, altri due 19enni dalla regione di Mosca, un ex falegname e un ex meccanico, mostrano alcuni volumi messi a disposizione dalle guardie carcerarie. Nella pila, «I lavoratori del mare», che Victor Hugo scrisse in esilio. «Non l’avevo mai letto», afferma uno dei due. Poi, a voce più bassa, aggiunge: «In realtà non ho mai letto un libro in tutta la mia vita». Chiediamo ai prigionieri se sperino di essere scambiati. «Sì, vorremmo tornare a casa, non abbiamo mai voluto andare a combattere», sostengono. Quando domandiamo del trattamento ricevuto al momento della cattura la risposta è sempre la stessa: «normale, normale». E tutti riportano di essere stati legati, bendati ma di non essere stati maltrattati. Su nessuno dei prigionieri incontrati abbiamo notato segni di torture o percosse.
Nella seconda cella delle reclute, l’atmosfera è meno distesa. Tanti non si vogliono mostrare in volto e non desiderano parlare con i giornalisti. Un giovane con la testa fasciata tiene lo sguardo fisso sul pavimento, il suo vicino di letto a castello sibila tra i denti che prima di essere coscritto studiava all’università e che ora la sua vita è finita.
«Ci avevano promesso che non avremmo preso parte alle ostilità. Ma qualcosa è andato storto». In Russia tutti gli uomini, una volta compiuti i 18 anni, devono prestare servizio militare per un anno. I coscritti rappresentano il gradino più basso dell’esercito. Vengono arruolati dopo il liceo e svolgono mansioni umili, come spalare la neve o pulire le latrine. Dopo che Mosca ha invaso l’Ucraina nel 2022, Putin ha promesso alle madri preoccupate che le reclute non sarebbero state coinvolte in alcun combattimento. Lo zar ha in gran parte mantenuto questa promessa, anche se alcune di loro sono finite in Ucraina nel caos del primo anno di invasione o sono state costrette a firmare contratti dai loro ufficiali. La maggior parte, tuttavia, per rimediare alla carenza di uomini è stata dislocata lungo l’esteso confine occidentale, con l’idea che mai avrebbe dovuto affrontare un attacco. Poi, il 6 agosto, quando l’Ucraina ha sconfinato nel Kursk, le cose sono cambiate.
Gli spazi della cella sono puliti ma il caldo estivo impesta la poca aria che passa da una piccola feritoia mentre una pesante porta di metallo chiusa con due chiavistelli separa i prigionieri dal resto del mondo.
Il responsabile della colonia penale ci scorta dai più anziani. Tra loro c’è un sottufficiale della frontiera di Kursk, classe 1982: ha la pancia grossa e un piede ferito da una mina calpestata nella fuga. «Mi sono arruolato tre anni fa perché mi sembrava un lavoro sicuro. Non avrei mai pensato di trovarmi la guerra davanti». Poi alza lo sguardo, sorride. «Non è che per caso ha una sigaretta?».
(da Il Corriere della Sera)
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