Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
COS’E’ IL MODELLO CIPRO CHE A CONVINTO GLI USA?
Si scrive Groenlandia, ma si legge Cipro. È all’accordo di sicurezza tra il Regno Unito e l’isola del
Mediterraneo – sua ex colonia – che s’ispirerebbe il «compromesso» proposto dalla Nato a Donald Trump sull’Artico.
Ieri sera il presidente Usa ha stupito tutti ancora una volta annunciando di aver trovato un’intesa sulla Groenlandia con il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte, e di rinunciare dunque a imporre gli annunciati nuovi dazi a vari Paesi europei. Ma né Trump né Rutte hanno fornito dettagli sul contenuto del compromesso trovato. «Questa soluzione, se finalizzata, sarà grandiosa per gli Stati Uniti e tutte le nazioni della Nato», s’è limitato ad annunciare in pompa magna su Truth il leader Usa. A dar conto di cosa prevedrebbe l’intesa sono però il New York Times e il Telegraph. Le cui fonti concordano: i negoziatori della Nato hanno
proposto in sostanza di cedere agli Usa «pezzi di Groenlandia». Non l’acquisizione dell’isola, certo, ma una cessione di sovranità di alcune sue aree strategiche: quelle attorno alle basi militari americane sull’isola.
Il modello Cipro: cosa potrebbero fare gli Usa in Groenlandia
Il modello del compromesso sulla Groenlandia sarebbe appunto il protocollo in vigore dal 1960 su Cipro. Quando il Regno Unito accettò di riconoscerne l’indipendenza, mettendo fine a oltre 70 anni di controllo (gliel’aveva ceduta nel 1878 l’Impero Ottomano), pretese di mantenere delle posizioni militari certe sull’isola dalla posizione strategica nel Mediterraneo. Nel Trattato che sanciva la nascita della Repubblica di Cipro, le basi di Akrotiri e Dhekelia vennero quindi proclamate “Aree-Base Sovrane Britanniche”. Zone che restavano dunque formalmente territorio britannico, benché ai cittadini ciprioti vi siano garantiti gli stessi diritti. Così potrebbero diventare dunque, se l’accordo andrà in porto, le zone in cui sorgono basi militari americane in Groenlandia: territorio americano vero e proprio “all’estero”. L’intesa, sembra di capire, si applicherebbe innanzitutto sulle tre basi Usa già presenti sull’isola, quelle di Pituffik, Narsarsuaq e Sondestrom. Secondo il Telegraph, rispetto alla situazione attuale che già consente alle forze Usa libertà operativa tra le basi via terra, aria e cielo, ciò significa che gli Usa potrebbero «potenzialmente espandersi verso aree ricche di minerali» senza dover richiedere permessi ai governi di Danimarca o Groenlandia. Potrebbero anche svolgere attività d’intelligence, e posizionare più facilmente dispostivi di ultima generazione facenti parte del Golden Dome, il nuovo sistema muti-livello di protezione degli Usa da qualsiasi minaccia aerea esterna.
Chi lo dice ora alla Danimarca?
A negoziare con Trump e i suoi a Davos è stato però Rutte insieme a una squadra di funzionari Nato. Non i rappresentanti danesi o groenlandesi. Il cui assenso al progetto dunque resta tutt’altro che scontato. Ieri la premier di Copenaghen Mette Frederiksen non ha nascosto le perplessità sulla proposta di accordo, ribadendo che la sovranità del suo Paese «non è negoziabile», benché sia un bene che Usa e Nato discutano della sicurezza nell’Artico. Un portavoce dell’Alleanza si è affrettato a precisare che Rutte «non ha proposto alcun compromesso sulla sovranità» danese sull’isola. E oggi in un’intervista pubblica a Davos ha aggiunto che la proposta non riguarderebbe lo sfruttamento dei minerali che si trovano sotto le terre della Groenlandia. Trump stesso d’altronde ieri ha lasciato intendere che l’accordo non è
ancora concluso, ma dovrà procedere tramite ulteriori negoziati. Guidati per gli Usa, tanto per cambiare, dai fidi J.D. Vance, Marco Rubio e Steve Witkoff. Per i quali deve essere stato previsto un corso accelerato di storia di Cipro.
(da agenzie)
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Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
È OLTRAGGIOSO, PERCHÉ MENTRE LUTNICK SI IMPANCA A POLIZIOTTO MORALE DEL MONDO, GLI USA SVALUTANO IL DOLLARO ANCHE GRAZIE ALLE BOUTADES DI TRUMP”
È ridicolo, tartufesco, oltraggioso, paradossale che a Davos, a dare lezioni “antiglobalizzazione” all’Unione Europea e al mondo, sia Howard Lutnick, segretario al commercio dell’amministrazione Trump.
Il miliardario Lutnick si impanca a filosofo “de sinistra” sulla “difesa dei lavoratori americani” contro la “delocalizzazione produttiva”, ma tace e nasconde sotto il tappeto alcune cose.
È ridicolo, perché Lutnick è azionista di Cantor Fitzgerald, società finanziaria Usa a sua volta azionista e in affari come banca depositaria di Tether, la società creata nei paradisi fiscali e poi emigrata in Salvador che gestisce l’omonima stablecoin che intende globalizzare la moneta privata, quello che a tutti gli effetti è la criptovaluta, l’omonima stablecoin fondata da Giancarlo Devasini e Louis van der Velde, il duo che sta privatizzando nelle loro tasche (da decine di miliardi di dollari ciascuna) quello che per le banche centrali è l’aggio di emissione (per chi non ne sa nulla, è la differenza tra valore facciale di una banconota e costo per la sua produzione industriale), il duo che in passato era amministratore di società in affari o di proprietà di Gennaro “Rino” Platone, boss delle frodi carosello sull’Iva (alla fine degli anni ’90 era tra i 10 uomini più ricchi d’Olanda) che tramite catene societarie in decine di Paesi frodava ogni anno Iva per centinaia di milioni di euro, in contatto con la camorra. È tartufesco, perché proprio grazie alle criptovalute la famiglia del suo boss Trump sta guadagnando miliardi di dollari, in totale conflitto di interesse, senza dimenticare la rete globale di immobili e altre attività private del presidente Usa, di certo non edificate facendo l’interesse dei lavoratori americani.
È oltraggioso, perché mentre Lutnick si impanca a poliziotto morale del mondo, gli Usa svalutano il dollaro anche grazie alle boutades di Trump, fanno concorrenza ai loro ex alleati distruggendone la base produttiva con i dazi e bombardano a casaccio Paesi di cui sino a ieri ignoravano bellamente i problemi.
È paradossale che il Paese che ha beneficiato più di tutti sino a oggi della globalizzazione e della dollarizzazione globale della finanza e dell’economia vada a dare lezioni antiglobaliste ad altri.
(da profilo Facebook di Nicola Borzi, giornalista)
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Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
COME LUI, ANCHE MATTEO SALVINI, ALTRO BASTONATORE DELLA SINISTRA “AMICA DEI TERRORISTI” HA ALCUNE FOTO SORRIDENTE INSIEME A HIJAZI. TUTTE SCATTATE IN INCONTRI CASUALI PER STRADA, COME PER GIUSEPPE CONTE, CHE SECONDO UN’INTERROGAZIONE DEL MELONIANO MOLLICONE HA “IL DOVERE DI DARE SPIEGAZIONI IMMEDIATE A TUTTI GLI ITALIANI”. LO STESSO ALLORA VALE PER GASPARRI E SALVINI
Ed eccoli lì, sprezzanti d’ogni pericolo. Matteo Salvini e Maurizio Gasparri sorridenti accanto al
“pericoloso” Sulaiman Hijazi, l’attivista palestinese finito nell’inchiesta della Procura di Genova sui fondi di Hannoun e da mesi usato da giornali e politici di destra come clava per accreditare l’affiliazione degli avversari a una presunta “rete islamista” a sostegno di Hamas.
Una campagna denigratoria senza sosta: ancora oggi Il Giornale regala nuove perle, con l’ennesimo affondo contro “Giuseppe Conte l’islamista”. Che puntualmente Gasparri ha rilanciato sui suoi socia
La campagna ha prodotto anche effetti istituzionali. Il deputato di Fratelli d’Italia Federico Mollicone ha presentato un’interrogazione per fare luce sulle “frequentazioni” del leader M5S e dei suoi parlamentari, rei di essere stati visti più volte al fianco di Hijazi. Tutti, secondo Mollicone, avrebbero “il dovere di dare spiegazioni immediate a tutti gli italiani”.
Ora però quell’interrogazione andrebbe aggiornata. Perché, applicando lo stesso metro, la lista dei presunti fiancheggiatori si allunga. Il Fatto ha scoperto altri due nomi, stavolta davvero insospettabili: Maurizio Gasparri e Matteo Salvini. Proprio due tra i più assidui animatori della campagna denigratoria.
I due sono immortalati accanto a Hijazi in diverse foto e selfie del 2021, 2022 e 2023. Estate, inverno. Sempre sorridenti. Del tutto incuranti del rischio di posare con quel “pericoloso terrorista coccolato dalla sinistra” che, a leggere certi titoli, sembrerebbe andare in giro con una cintura esplosiva sotto la t-shirt.
A rendere il cortocircuito ancora più evidente è la ricostruzione fornita dall’avvocato di Hijazi, Luca Bauccio, a cui abbiamo chiesto conto di quelle immagini. Nessun incontro riservato, nessun rapporto personale, nessun appuntamento: “Solo incroci casuali in luoghi pubblici”, identici per dinamica e contesto a quelli usati come prova d’accusa contro gli avversari politici.
Con Salvini l’incontro avviene per caso a Roma nel 2021, in pieno periodo Covid, davanti al ristorante Giolitti. Hijazi si presenta con nome e cognome e pone una domanda politica: il riconoscimento dello Stato di Palestina. Salvini risponde: “Sono per due popoli, due Stati”. Fine dell’interazione. Con Gasparri l’incontro avviene davanti al Senato, sempre in modo occasionale. Alla stessa domanda, la risposta è: “Ci stiamo impegnando”. Nessun seguito, nessun contatto, nessun rapporto
La stessa dinamica vale per Giuseppe Conte. “Nessun appuntamento, nessun incontro privato”, ha spiegato Hijazi al suo legale. Conte viene incrociato per caso davanti al Palazzo della Regione Lombardia, a Milano, mentre sta uscendo da un evento pubblico. Una stretta di mano, una foto. Come accade quotidianamente a chiunque faccia politica. Anche se ti chiami Salvini o Gasparri.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL FENTANYL È UN GROSSO PROBLEMA NEGLI USA: L’OPPIOIDE È DIVENTATO LA PRINCIPALE CAUSA DI MORTE IN AMERICA PER LE PERSONE TRA I 18 E I 45 ANNI
Un video su TikTok sta facendo il giro del mondo mostrando alcuni abitanti della Groenlandia che prendono apertamente in giro gli Stati Uniti, imitando la postura tipica dei tossicodipendenti da fentanyl — il cosiddetto fentanyl fold — e definendola sarcasticamente «cultura americana».
Nel filmato, girato tra neve e paesaggi artici, due giovani si piegano in avanti in modo rigido, accompagnati dalla scritta “Bringing American culture to Greenland” e dalla canzone Fortunate Son dei Creedence Clearwater Revival.
Il video, come ricostruisce Reanna Smith per “The Mirror”, ha superato 7 milioni di visualizzazioni e ha attirato decine di migliaia di commenti, molti dei quali provenienti dagli stessi americani, divisi tra autoironia, vergogna e critica aperta al proprio Paese.
Il riferimento al fentanyl non è casuale: l’oppioide sintetico è diventato la principale causa di morte tra i 18 e i 45 anni in America, secondo la Drug Enforcement Administration.
La satira groenlandese arriva in un momento di forte tensione politica, mentre il presidente Donald Trump ha intensificato le sue dichiarazioni sull’eventuale annessione della Groenlandia, sostenendo che l’isola sia cruciale per la sicurezza nazionale
(da themirror.com)
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Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
CON IL PRESIDENTE AMERICANO INTERESSATO SOLO AL BUSINESS E AGLI AFFARI (CHI INCASSERÀ I 20 MILIARDI “DONATI” DAGLI STATI PER L’ONU PRIVATA CHIAMATA “BOARD OF PEACE”?), DA BARDELLA A FARAGE, FINO ALLA MELONI CON I SUOI SUSSURRI IMBARAZZATI, I MAL-DESTRI EUROPEI HANNO CAPITO DI ESSERE SOLO PREDE PRONTE PER ESSERE DIVORATE
Tutto era nato con la Rivoluzione francese e Napoleone.
Le insurrezioni popolari dell’Ottocento avevano dato vita alle nazioni, esito della Storia hegeliana e delle civiltà che la muovevano: basta sudditi, siamo cittadini e, progressivamente, tutti al voto. Inghilterra e Francia dominarono il mondo fino a quando cedettero alla decolonizzazione (al loro posto arrivarono Bokassa, Amin Dada e vari cruenti dittatori locali) e gli Stati Uniti, un Paese senza storia e con quella che c’è (genocidio dei nativi e razzismo) da cancellare, presero il posto delle due nazioni europee con la forza dell’industria e della democrazia.
Democrazia voleva dire politica, inizialmente massoneria contro classi popolari e anarchici; poi, nel Novecento, si impone la formula Destra vs Sinistra, sino all’arrivo della globalizzazione, dove il potere passa dalle idee ai soldi e alle multinazionali, dalle norme alla forza economica.
Poteva essere l’avvento di quella “Pace perpetua” indicata da Kant. Nella “Fine della Storia” del 1989, il politologo Francis Fukuyama sostenne che la diffusione delle democrazie liberali e del capitalismo avrebbero concluso lo sviluppo socioculturale dell’umanità: tutti uguali, con un governo del mondo.Anche la tarantella della politica italiana, una sorta di commedia dell’Arte, sarebbe finita… ma non per il ritorno alla clava.
No, questo non era stato previsto da nessuno, tantomeno da Colle Oppio o da Botteghe oscure, da Macron o da Le Pen.
Tantomeno dagli intellettuali organici o inorganici, figure sparite sin dai tempi di
Foucault (che inneggiava ai giovani rivoluzionari iraniani nel ’79, che oggi, invecchiati, uccidono altri giovani nelle stesse strade di Teheran).
La Russia, da sempre imperiale, invade ciò che vuole: prima l’Afghanistan, e gli va male, poi la Cecenia e gli va bene. Seguono l’Ossezia, la Georgia, la Crimea e l’Ucraina. La Cina ha preso il Tibet e aspetta di papparsi Taiwan. Per controllare Gaza devi pagare una fee dice Trump, che vorrebbe trasformare la Striscia in una Rimini misto Miami.
L’Arabia Saudita attacca lo Yemen e contrasta gli Emirati come parte del programma Saudi Vision
Tutti ce l’hanno con tutti: c’è chi ti taglia a fette in ambasciata, chi ti uccide con il polonio, qualcuno ammazza la moglie e la seppellisce nel giardino, qualcuno un ferroviere che sta lavorando, c’è chi fa il maranza sabato e domenica e chi va a scuola col coltello, perché sui social c’è una foto della fidanzatina manco maggiorenne…
In compenso, di sera, accendi la tv, e se schivi Garlasco vedi la Montaruli contro la Picierno, Hoara Borselli che discetta di geopolitica, poi entrano in scena i dioscuri di Avs, la Carfagna, ci colleghiamo con Massimo Cacciari e alla fine arriva Vespa con il plastico di Palazzo Chigi. E buonanotte.
Non è la prima volta che cambia un epistema… E’ la “Teoria delle catastrofi” di René Thom: vai avanti, vai avanti e non ti accorgi che la prossima goccia farà tracimare il vaso. Il puzzone è arrivato. E le conseguenze sono devastanti.
La fine delle categorie politiche di Destra e Sinistra sarebbe pure una cosa buona se ci fosse l’alba di una nuova democrazia plurale, attiva.
Invece la morte di quella banale politica che ci tranquillizzava (tipo Meloni contro Schlein a dibattere di facezie in uno studio tv) lascia campo alle invasioni barbariche: tu prendi l’Ucraina, io tolgo Maduro dal Venezuela, prendo la Groenlandia e un terzo continente a scelta, neanche fossimo sulla plancia di Risiko.
La Siria? Vediamo. Peggio per te, Europa, che non mi hai dato un Nobel. Un Nobel che, poi, non conta ormai nemmeno tanto: abbiamo visto che l’hanno assegnato a Montale perché l’anno prima l’avevano dato per amichettismo a degli amici svedesi.
Che poi in questo marasma di “disruption” politica, non solo Destra e Sinistra perdono di significato, ma anche le tradizionali convergenze tra nazionalismi sfumano.
Agli occhi della tecno-destra americana (il potere oligarchico dei Big-tech unito all’industria satellitar-elettrica di Musk e alle cyber-visioni di Peter Thiel), le destre europee sono come i dinosauri. Vecchie, lente, sull’orlo dell’estinzione.
Dinanzi alla velocità dirompente del nuovo mondo, in cui la democrazie cede il passo alla “Repubblica Tecnologica” di cui parla Alex Karp, ceo di Palantir, l’Europa sembra una casa di riposo per burocrati. Il “terremoto Trump”, con le sue mire espansionistiche, fa traballare anche quelle frange sovraniste che in lui avevano visto un condottiero.
Quando la Casa bianca ha esplicitato la pretesa di annettere la Groenlandia, in Francia il lepenista Bardella si è schierato contro Trump e al fianco del suo avversario Macron; in Gran Bretagna, il brexiter Farage ha fatto lo stesso con il laburista Starmer; e persino Giorgia Meloni, pur timidamente, ha dovuto ammettere che il tycoon stava sbagliando.
D’altronde con Trump non c’è possibilità di dialogo, solo sudditanza: o gli “baci il culo”, come ebbe a vantarsi con eleganza parlando dei leader che lo chiamavano per i dazi, o soccombi. Lo ha ben compreso il Segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, che non perde occasione di mostrare la sua piaggeria con il “paparino” Donald.
Se sei utile agli interessi della famiglia Trump, benvenuto. Altrimenti, “you’re fired”, sei licenziato (come amava dire ai tempi del reality “The Apprentice”).
(da Dagoreport)
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Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile
DA TRUMP A MILEI DI CLIMATE CHANGE E’ VIETATO PARLARE
Mentre il mondo ha deciso di ignorare il cambiamento climatico, il mega ciclone Harry si è abbattuto per tre giorni, tra il 19 e il 21 gennaio, su Calabria, Sicilia e Sardegna, con venti fortissimi e onde alte fino a sedici metri.
Mentre Donald Trump ha detto che la produzione di gas e petrolio è tornata a essere ai massimi storici, i dati pluviometrici nelle tre regioni hanno fatto segnare picchi da record, che in alcuni luoghi hanno sfiorato i 600 millimetri di pioggia in tre giorni.
Mentre il presidente americano parlava di “grande truffa verde”, di pale eoliche da abbattere, le tre regioni facevano la conta di danni per miliardi di euroMentre il suo omologo argentino Javier Milei, sempre a Davos, ha parlato dell’ambientalismo, ma anche di femminismo, diversità, l’inclusività, l’uguaglianza, la migrazione, aborti, ambientalismo e ideologia di genere, come parti di un unico grande complotto, “teste dello stesso mostro”, l’Italia faceva i conti col suo primo evento climatico estremo del 2026, dopo i 376 del 2025, secondo anno più distruttivo di sempre nel 2023.
Mentre avveniva tutto questo, mentre la più grande minaccia del nostro tempo, o forse di tutti i tempi, ci regalava la sua ennesima manifestazione, noi guardavamo altrove. Rubricata a una fatalità senza cause, a un evento fatto di immagini “strane” come la nevicata in Kamchatka. E chissà che a vedere le onde che superano i fari avrà pensato a un falso generato dall’intelligenza artificiale.
E forse, quando gli effetti del cambiamento climatico faranno ancora più male, e faranno sembrare Harry una pioggerellina, in confronto, ripenseremo a questi giorni, a questi mesi, a questi anni, dove i potenti del mondo si trovavano in Svizzera a parlare di tutto, tranne che di cambiamento climatico.
Mentre avrebbero dovuto parlare solo, o quasi, di cambiamento climatico.
(da Fanpage)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IN FRANCIA IL LEPENISTA, JORDAN BARDELLA, È STATO NETTO: “LE MINACCE DI TRUMP ALLA SOVRANITÀ DI UNO STATO EUROPEO E IL RICATTO COMMERCIALE NON SONO TOLLERABILI” – PIERO IGNAZI: “SE SI CONFRONTANO QUESTE PAROLE CON I SUSSURRI IMBARAZZATI DI GIORGIA MELONI SI COMPRENDE QUANTO LA NOSTRA PREMIER SIA SUCCUBE AL PRESIDENTE AMERICANO, DEFINITO ‘UN AMICO CHE SBAGLIA’ (COME I CAMERATI DI UN TEMPO?). ANCORA UNA VOLTA IL GOVERNO SI TROVA AFFIANCATO DAL SOLO ORBÁN NEL FORMARE LA GUARDIA PRETORIANA DEL TYCOON IN EUROPA”
L’attacco alla Groenlandia e pioggia di dazi hanno scosso il mondo del populismo sovranista.
Per molti di loro si tratta di un brusco risveglio, dovendo scegliere tra la fedeltà ossequiosa a Trump e il tradizionale riferimento nazionalista.
Allineamento ideologico al trumpismo o difesa degli interessi nazionali? Questo il dilemma che attraversa l’ambiente della destra radicale. In alcuni casi risuona in maniera più chiara l’impulso nazionalista, tanto da portare, addirittura, a una difesa dell’Unione europea: a leggere le dichiarazioni del presidente del Rassemblement National, Jordan Bardella, c’è da rimanere sbalorditi.
Testualmente: «Le minacce di Donald Trump alla sovranità di uno stato, e soprattutto di uno europeo, sono inaccettabili. Allo stesso tempo, il ricatto commerciale non è tollerabile. Invitiamo l’Ue a sospendere l’accordo di luglio sui dazi che non offre garanzie ai nostri interessi».
Se si confrontano queste parole con i sussurri imbarazzati di Giorgia Meloni si comprende quanto la nostra premier sia succube al presidente americano, definito amorevolmente «un amico che sbaglia» (come i camerati di un tempo?).
Meloni non parla di posizioni «inaccettabili» come Bardella: le considera alla stregua di un semplice malinteso, facilmente rimediabile. Se poi aggiungiamo l’entusiasmo filoamericano di Matteo Salvini, la curvatura trumpiana del governo italiano si accentua ancora di più. Una curvatura non raddrizzata dai pigolii di Forza Italia e del ministro degli Esteri.
Ancora una volta il governo Meloni si trova affiancato dal solo Orbán nel formare la guardia pretoriana del tycoon in Europa. Nemmeno i tedeschi dell’Afd, né i populisti del N-VA, alleati di Meloni in Ue e oggi al governo del Belgio, hanno mostrato compiacenza nei confronti del presidente americano, pur con sfumature diverse tra loro.
Anche l’araldo della Brexit, Nigel Farage, che era corso da Trump per ricevere la sua benedizione, si è allineato, obtorto collo, con il suo primo ministro; salvo poi ricordare che ci sono altre questioni di dissenso, come lo statuto dell’isoletta Diego Garcia nell’oceano indiano.
Il momento è decisivo non solo per i 27 governi ma anche per le forze euroscettiche
e sovraniste di destra. Possono agire da quinte colonne del presidente americano per infragilire la compattezza dell’ Ue e provocare un situazione di crisi complessiva, interna e internazionale: un humus fertile per attori estremisti. In questo modo, però, perdono una delle loro ragion d’essere, ovvero la difesa su ogni piano della sovranità nazionale.
E, ancor peggio per loro, se difendono i rispettivi interessi nazionali, oggi si trovano ad allinearsi su posizioni europeiste, perché i due contesti sono strettamente legati; di conseguenza entrano in contraddizione con tutto il loro armamentario politico-ideologico. Certo, della coerenza non se ne sono mai curati: pensiamo alle mille piroette di Giorgia Meloni.
Tuttavia, l’elettorato della destra, antiestablishment e protestatario, naturalmente attratto dall’irritualità e dall’esibizione di forza di Trump, dovrebbe d’un colpo riposizionarsi su un versante più filo-europeo e, implicitamente, espressione dell’establishment. Un corto circuito che può provocare incrinature nel consenso di queste forze.
(da Domani)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
NON ERA IL DI PIETRO CHE MANDAVA IN GALERA I POTENTI PER FARLI CONFESSARE E COSTRINGEVA ALL’ESILIO BETTINO CRAXI? LA COERENZA NON È DI QUESTO MONDO SE NEL PROSSIMO REFERENDUM TONINO IL MANETTARO È SULLA STESSA SPONDA DEL “SÌ”, INSIEME ALLA FIGLIA STEFANIA DELL’EX SEGRETARIO DEL PSI BETTINO
Trentatré anni dopo, abbandonato il trattore nei campi per impegnarsi con il “Sì” nel referendum sulla giustizia l’ex Grande Inquisitore di Mani pulite, Antonio Di Pietro, è tornato col pensiero sulla scena del suicidio di Raul Gardini in piazza Belgioioso a Milano per svelare che fu lui, a spostare la pistola Walther Ppk calibro 7,65, ritrovata dalla Scientifica sul secrétaire della camera da letto del Corsaro di Ravenna. Uno “sgoob”, per dirla con le parole del suo conterraneo, il giornalista sportivo Aldo Biscardi.
La notizia, raccolta in tv da Aldo Cazzullo su la7, è stata rilanciata dai media come la fine del “Giallo Gardini” nonostante le stesse carte giudiziarie, e un’ampia pubblicistica, avessero sempre sconfessato presunti complotti mafiosi (o meno).
Invece, senza uno straccio di verifica, grazie alle amnesie di Tonino Di Pietro, il caso è riapparso alla ribalta. Ma, ahimè, avrà il suo triste e farsesco epilogo nel giro di poche ore.
La “pistola fumante”, la prova decisiva nei noir classici, non l’ha spostata lui, è costretto a confessare poi il Maigret di Montenero di Bisaccia dopo il papocchio offerto davanti alle telecamere. Bensì il solito maggiordomo. Che ha pure un nome, Franco Brunetti. È lui, quel venerdì mattina del 23 luglio, sollecitato dalla
segretaria di Gardini, Alessandra Bizzarri, a trovare il padrone dell’impero Ferruzzi disteso sul letto con la testa insanguinata.
E sarà sempre il buon Brunetti, nel tentativo di soccorrerlo, spiegherà agli agenti della scientifica, a spostare la rivoltella.
Benché sia risaputo che l’ex poliziotto prestato alla giustizia ai tempi di Tangentopoli spesso incespicava sulle regole grammaticali, nessuno immaginava che oltre alla sintassi vacillasse pure la sua memoria (corta).
Già, “che c’azzeccava” poi la presenza in studio, ospite di Cazzullo sullo scandalo d’antan della Banca romana, di un pubblico ministero che oggi si batte per il “Sì” sulla separazione delle carriere?
Non è lo stesso Pm che ai tempi di Mani pulite, aveva anticipato la riforma Nordio godendo della massima autonomia e libertà di manette al Tribunale di Milano?
Non era il Di Pietro che mandava in galera i potenti per farli confessare e costringeva all’esilio Bettino Craxi?
La coerenza non è di questo mondo se nel prossimo referendum Tonino il manettaro è sulla stessa sponda referendaria del “Sì” insieme alla figlia Stefania dell’ex segretario del Psi Bettino.
Del resto, sosteneva l’aforista Stanislaw Jerzy Lec: “Dì la verità – gridano sempre gli inquisitori. Pretendono poi l’attestato di combattenti per la verità” (altrui nel caso del Tonino “Che c’azzecca?”).
(da Dagoreport)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I DIPENDENTI DEL TEATRO VERDI INDOSSERANNO LE SPILLETTE GIALLE CON LA CHIAVE DI VIOLINO, IDEATE COME FORMA DI “PROTESTA SILENZIOSA” CONTRO LA DIRETTRICE D’ORCHESTRA MELONIANA
Spillette contro la direttrice. A più di quattro mesi dall’avvio della mobilitazione delle
maestranze del Teatro La Fenice, la protesta contro la nomina di Beatrice Venezi esce da Venezia e approda a Pisa, dove domani sera, venerdì 23 gennaio, la direttrice d’orchestra debutta al Teatro Verdi dopo il suo ritorno in Italia.
In occasione della prima rappresentazione di “Carmen” di Georges Bizet, la stragrande maggioranza dei dipendenti del Teatro pisano indosserà le spillette gialle con la chiave di violino, ideate dai lavoratori della Fenice come forma di “protesta silenziosa”.
Le stesse spillette erano comparse per la prima volta durante il Concerto di Capodanno a Venezia e sono diventate nel tempo il simbolo del dissenso contro una nomina giudicata non adeguata al prestigio del teatro lagunare.
Proprio contro le spillette ha ironizzato martedì scorso Beatrice Venezi durante la conferenza stampa al Teatro Verdi per presentare “Carmen”: “personalmente le avrei fatte un pò più stilizzate, magari anche con uno Swarovski”, ha detto.
Secondo la Slc Cgil di Pisa, “Beatrice Venezi ha rilasciato dichiarazioni gravi e inappropriate, denigrando pubblicamente il ruolo dei sindacati e il lavoro delle maestranze. Inaccettabile che sia avvenuto al Teatro Verdi, che da sempre ha visto la Cgil portare avanti in maniera costruttiva il proprio futuro, e che sia accolto in un clima che sembra legittimare una posizione di superiorità rispetto a chi lavora ogni giorno per il funzionamento del teatro”.
“La vicenda – spiega la Slc Cgil pisana in una nota – evidenzia la distanza tra chi gestisce un teatro e chi lo mantiene vivo, e mette in luce come l’assegnazione di incarichi prestigiosi possa dipendere più da logiche politiche che dal merito, con ripercussioni sulla dignità e le condizioni del personale. Il Verdi non è un palcoscenico per esternazioni ideologiche o battute fuori luogo: è un luogo di lavoro pubblico, dove operano professionalità che affrontano precarietà, carichi crescenti e continui tagli ai finanziamenti decisi dal governo Meloni. Ridicolizzare il sindacato e le rivendicazioni dei lavoratori non è solo offensivo, ma profondamente irresponsabile”.
“Il rispetto per i lavoratori e le loro rappresentanze non è un’opzione, ma un dovere imprescindibile, soprattutto in un settore culturale sempre più fragile e sotto attacco e assecondare questa narrazione significa indebolire il ruolo critico e comunitario dei teatri italiani”, conclude la nota sindacale.
(da agenzie)
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