Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
MELONI CONDANNATA A GOVERNARE E A TIRARE A CAMPARE CHE E’ SEMPRE MEGLIO DI TIRARE LE CUOIA
La definisce “un’opportunità” il ministro per i rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani,
l’informativa alle Camere che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, “coglie al volo” per “riferire sull’attività di governo, che non si è mai interrotta, che è continuata con lo stesso impegno e determinazione di prima”.
L’appuntamento da segnare sul calendario è fissato al 9 aprile, anticipato di un giorno per risparmiare ad onorevoli e senatori pendolari il fastidio di doversi trattenere a Roma pure di venerdì. Sparita dai radar, dopo le ospitate fiume pre-referendum e il breve video dal giardino di casa per commentare la sconfitta elettorale, la premier si presenterà in Parlamento dopo il repulisti costato la poltrona al sottosegretario Delmastro, alla ministra Santanchè (entrambi FdI), alla ormai ex capo di gabinetto di Nordio, Bartolozzi, e al capogruppo dei senatori di Forza Italia, Gasparri. Meloni spiegherà che per il governo non è cambiato niente (anche se è cambiato tutto).
Ma evitando di dire che non c’erano alternative. Perché la tentazione di staccare la spina alla legislatura per tornare alle urne, prima che la lieve (per ora) flessione nei consensi dopo la sconfitta referendaria possa degenerare in emorragia (non si sa mai), non è un’opzione. Con il Medio Oriente in fiamme e nel pieno di una crisi energetica, difficilmente il Quirinale scioglierebbe il Parlamento senza tentare tutte le opzioni per dare vita ad un governo di emergenza nazionale.
Meloni condannata a governare, quindi. A tirare a campare, che è sempre meglio di tirare le cuoia, come disse Andreotti. Sempre che a tirare le cuoia non sia l’Italia.
(da lanotiziagiornale.it)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
SEI AVVISI DI GARANZIA AD AGRIGENTI, IL DEPUTATO PISANO INDAGATO PER TRUFFA AGGRAVATA E PECULATO
I primi ad annusare l’odore del sangue sono stati Matteo Renzi e Giuseppe Conte, due leader agli antipodi ma con la comune caratteristica di tenere sempre le antenne dritte. Il presidente dei Cinque Stelle ha parlato di una nuova «questione morale» che affliggerebbe Fratelli d’Italia «dalla Sicilia al Piemonte», mentre Renzi ha accennato alla possibilità che «altre inchieste» possano presto sfiorare il partito della premier.
Attenzione, non serve avere per forza fonti nelle procure, basta una rassegna stampa per capire che FdI comincia ad avere un serio problema. Mentre tutta l’attenzione era su Andrea Delmastro, altri casi infatti si moltiplicavano in tutta Italia, con un importante epicentro proprio in Sicilia. Giusto ieri sull’Isola si è aperto un ennesimo fronte giudiziario: sei avvisi di garanzia, partiti dalla procura di Agrigento, per presunte spese gonfiate legate ai grandi eventi. Tra gli indagati per truffa aggravata e peculato anche il deputato Lillo Pisano, ex vicecapo di gabinetto dell’assessorato regionale al Turismo. Proprio l’assemblea regionale siciliana è il buco nero dei Fratelli, se esiste una questione morale palazzo dei Normanni ne è l’epicentro, con Gaetano Galvagno, presidente dell’Ars, che tra un mese andrà a processo per corruzione, peculato e truffa, mentre su Elvira Amata, assessora al turismo di Schifani, penda una richiesta di rinvio a giudizio per corruzione. Teste che stanno per cadere, se si interpretano correttamente le parole di Luca Sbardella, il commissario spedito da Giovanni Donzelli per ripulire il partito isolano, che ha promesso di «applicare in Sicilia lo stesso criterio indicato dal partito nazionale». Ovvero, le dimissioni.
Dalla Sicilia al Piemonte, dove dietro Delmastro altre teste sono rotolate. Mentre il caso della Bisteccheria d’Italia approda in commissione Antimafia, a Torino esce di scena anche Elena Chiorino – vicina all’ex sottosegretario alla Giustizia – che si è
dimessa dalla giunta regionale dopo aver lasciato la poltrona da vicepresidente della Regione. L’ex guardasigilli Pd Andrea Orlando ieri ha pubblicato un video in cui ricordava i legami storici tra l’estrema destra e il mondo criminale negli anni Settanta e Ottanta – proponendo in qualche modo un nesso con l’attuale vicenda che ruota intorno al clan Senese – e concludeva immaginando «ulteriori risvolti».
Senza andare troppo indietro nel tempo, ricordando il caso di un’altra piemontese – Augusta Montaruli – condannata per peculato e dimessasi da sottosegretaria all’Università agli albori del governo Meloni, è il 2025 l’anno horribilis di Fratelli d’Italia. In Calabria il consigliere regionale Giuseppe Neri finisce nell’inchiesta della Dda che ne chiede addirittura l’arresto per scambio elettorale politico-mafioso. Richiesta rigettata prima dal gip e poi dal Tribunale del riesame. Salendo a Genova troviamo l’ex assessore comunale alla sicurezza, Sergio Gambino (autosospesosi per questo da FdI), coinvolto nell’indagine della procura per corruzione e presunte rivelazioni di segreto d’ufficio riguardanti l’allora candidata sindaca Silvia Salis. Clamoroso lo scandalo politico-erotico-massonico che sconvolge la tranquilla Prato. La procura procede nei confronti di Claudio Belgiomo, già membro del consiglio comunale nelle file dei Fratelli, e Andrea Poggianti, vicepresidente del consiglio comunale di Empoli, uscito nel febbraio 2024 dal partito, per «concorso continuato nei delitti di diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite» e di diffamazione ai danni dell’avvocato Tommaso Cocci, un altro consigliere comunale a Prato, sempre di FdI, e candidato in pectore alle regionali, destinatario di lettere anonime.
Dall’inchiesta emerge un aspetto, oltre ai ricatti sessuali, che mette in grande imbarazzo FdI, perché si scopre che questo Cocci, presunta vittima di revenge porn, è anche il segretario di una loggia massonica. Dalla Toscana al Lazio, con il consigliere regionale Enrico Tiero che lo scorso anno finisce indagato nell’ambito di un procedimento aperto dalla procura della Repubblica di Latina. Secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe agevolato l’assunzione di alcuni giovani, in cambio di “utilità”. Braccialetto elettronico per il presidente del consiglio comunale di Bolzano, Carlo Vettori, un altro Fratello, ma questa volta non c’entrano le mazzette, è una storia di maltrattamenti nei confronti della compagna. Dal Trentino alla Puglia, con un’inchiesta che nel 2024 coinvolge Francesco Ventola, allora capogruppo di FdI in consiglio regionale, poi eletto a Bruxelles. La procura di Trani
lo accusa di associazione a delinquere e corruzione elettorale, lui si difende parlando di un atto dovuto a seguito di una denuncia di un suo avversario politico. Tutti casi isolati, procure diverse, inchieste partite senza alcun nesso temporale con il referendum. Ma la paura che serpeggia a via della Scrofa è nelle parole in libertà di un dirigente dei FdI: «Adesso si vendicheranno per la riforma Nordio, i pm svuoteranno i cassetti nell’ultimo anno elettorale».
(da La Repubblica)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
ORMAI CONDANNATI ALL’INUTILITA’
L’Onu: lo si sfoglia come un carciofo, e lo si lascia vivo, ma innocuo e quasi nudo come si è
fatto con altre istituzioni riverite, che esistono, ma non possono nulla. L’Onu è una Dulcinea del Toboso orfana perfino di don Chisciotte. Nell’epoca di Trump, di Netanyahu, di Putin, nel tempo in cui l’odio è diventato l’insegnamento ufficiale, a cosa servono i caschi blu, i soldatini della pace con i loro blindati immacolati che mostrano le insegne qua e là ma con il divieto di intervenire a fucilate, di immischiarsi? A nulla
Forse c’è stata una epoca in cui vederli sfilare era un gesto protettivo che ispirava speranza ai derelitti della geopolitica. Qua e là piccole sporcizie sulla mappa del pianeta, dal 1945 a oggi, sono state pulite anche da loro. Non dimentichiamo che le forze di pace abbandonarono, e non una sola volta, i civili al coltello degli sgozzatori. Ma che cosa significa dissuadere? Significa fare in modo che non si faccia. La dissuasione deve far sparire puramente e semplicemente l’oggetto della contesa. Se gli avversari, nazioni, fazioni, estremismi, di fronte a una terza forza hanno tutto da perdere e nulla da guadagnare nell’opporvisi la guerra diventa assurda. La pace più che necessaria, inevitabile. Ma oggi un’autorità morale e non sorretta dalla forza è ancora in grado di dare pedate dissuasive al formicaio delle pulsioni di distruzione e di prepotenza, di interrompere il discorso di conquista dei terrorismi di Grandi e Piccoli? Nei luoghi caldi come il Libano senza di loro sarebbe il caos, si obbietta. Forse. Ma se il caos è proprio il programma dei nuovi signori della guerra planetaria che si fa?
Stiamo per assistere all’eclissi dello strumento che doveva, dal Palazzo di vetro, aprirsi un varco tra il sovra diritto dei furiosi abbandonati alla propria “hubrys” e il sotto diritto dei deboli e degli asserviti, eterni supplicanti incatenati?
Non ostiniamoci a fingere: le missioni di pace erano il simbolo e l’essenza delle Nazioni unite come furono pensate nel secolo scorso. Senza questo strumento di opposizione alle avventure omicide in tutto il mondo l’Onu è imbalsamato definitivamente in una elefantiaca burocrazia delle chiacchiere. Non lo salverà certo dall’estinzione il volenteroso affannarsi dell’attuale Segretario generale sul terreno della ecologia e della difesa del pianeta.
Ebbene: quanto gesticolare inutile, quanti incantesimi vani sotto la sigla Onu… In alcuni luoghi del mondo i caschi blu “si interpongono”, controllano, osservano, stilano rapporti che si accumulano, immagino, in polverosi sotterranei del Palazzo di vetro. Si interpongono ma nel senso che stanno lì, guerrieri senza cause, volenterosi abbandonati, soldati eternamente pronti a tutto, dunque al peggio. Figure fragili e tragiche del disordine del mondo. In luoghi come il sud del Libano dove si emanano ordini draconiani alle popolazioni (di uno Stato teoricamente sovrano) di allontanarsi definitivamente e ministri di un governo annunciano giulivamente che tutto verrà raso al suolo per non frapporre molesti ostacoli alle artiglierie presenti e future, quel contingente pacifico è poco più di un fastidio,
l’equivalente di una collina o un fiumiciattolo che fa perdere semplicemente tempo mentre si manovra con i carri armati. Non c’è nemmeno la pazienza di attendere che entro fine anno se ne vadano volontariamente dai loro bunker, sfiniti dalla impotenza. Qualche cannonata “fuori bersaglio” potrebbe accelerarne il ritiro. I testimoni, anche quelli disarmati, danno fastidio.
Le missioni dei caschi blu sono peraltro annose sopravvivenze di altre epoche storiche. Potete immaginare il realizzarsi di spedizioni di interposizione a Gaza o in Ucraina o in Sudan? Solo i devoti del Consiglio di sicurezza e della legittimità internazionale non si imbarazzano a proporli. L’Onu non lo dipingono come è, ma come vorrebbero che fosse. È una istituzione balbuziente, ammettono i fedeli della Santa Carta: ma oppongono che niente è perfetto, basta rinforzarla. Già. Ma se la difesa dei diritti e della pace è affidata a una commissione in cui i predatori dettano legge? Così i caschi blu sono condannati dal peggiore dei peccati: non servono. Sono doppiamente indifesi, tanto che si può sparare loro addosso. Da 48 anni la missione tra il fiume Litani e il confine tra Israele e Libano “assiste”. Impotente. Indifesa. Chi risponde senza retorica alla domanda: per cosa sono morti 342 soldati sotto mandato delle Nazioni Unite dopo il loro dispiegamento nel 1978? In questa zona del mondo i periodi di guerra sono stati più lunghi che quelli di tregua.
Dalla Bosnia al Congo al Mali al Centrafrica al Libano, spaventose località di una geografia senza memoria, queste missioni hanno modificato in modo decisivo la faccia del pianeta, hanno aperto una breccia nella tragedia dei derelitti, riplasmato i destini e le fatalità in nuovi inizi, in occasioni da afferrare, in pesi da sollevare, in inerzie vinte? Questi volenterosi eserciti della pace non portano con sé le chiavi di qualche paradiso terrestre ma neppure la chiusura di qualche inferno, non annunciano alle popolazioni un mondo senza guerra e morti ma neppure un mondo meno malvagio e un domani meno cupo.
Le Nazioni unite e i suoi eserciti “a la carte”, paralizzati dall’obbligo di non intervenire, e il tribunale dell’uomo a New York capace di distinguere e punire i giusti e i reprobi sono stati, forse, l’ultima avventura dell’Occidente. Il diritto di intervenire senza frontiere appare ormai da decenni come esorbitante, non riesce a ledere oggi più che mai le arroganti e fameliche autorità che si spartiscono il mondo.
(da La Stampa)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
LE OMELIE DI UN FUORI DI TESTA
Se volete avere un’idea del disastro nel quale siamo finiti, ascoltate per intero una delle omelie che Pete Hegseth, ministro della Guerra degli Stati Uniti d’America, capo dell’esercito più potente della Terra, rivolge al suo popolo e al mondo intero. La sua retorica invasata, con la partnership di Dio (il Dio degli eserciti) che permea ogni sguardo ispirato, ogni parola bellica, e gli americani nel ruolo di popolo superiore che ha il compito di liberare l’umanità da tutto ciò che non è americano e cristiano, è per metà ridicola, per metà terrificante.
Un ayatollah non saprebbe fare di meglio. È uguale l’ispirazione trascendente dei più turpi e sanguinari atti terreni, tipo accoppare chi non è della tua tribù; uguale la missione di purificazione dagli impuri e di elevazione degli eletti; uguale l’ossessione di superiorità morale, e di spregio per gli inferiori, che l’aspetto vagamente nazista di questo maschio americano bianco (nei film sui nazisti i nazisti sono identici a Hegseth) rende perfettamente.
Si può valutare come una coincidenza l’identità di linguaggio, e di visione del mondo, tra i fanatici islamisti e questo tizio che non impugna un coltello, ma un arsenale atomico. Oppure la si può considerare una tragedia politica. Sebbene abbia forma di farsa (i tatuaggi da crociato, la pettinatura da Esse Esse) è questa la realtà che ci sta di fronte. C’è margine per rimediare? C’è speranza che finisca? Difficile dirlo. Impossibile non sperarlo, e non agire per denunciare e contrastare la mutazione dell’America in un nuovo Reich.
(da Repubblica)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
UNA FORZATURA INACCETTABILE IN UNA DEMOCRAZIA, SOPRATTUTTO SE E’ UNA LEGGE CHE FAVORISCE SPUDORATAMENTE LA MAGGIORANZA DI GOVERNO
“Uno dei due giocatori non può cambiare le regole a suo vantaggio prima di iniziare la
partita”. Anche un bambino di sei anni può comprendere il valore di questa massima, perché è uno dei capisaldi di una qualunque competizione leale: le regole non si cambiano prima di giocare. O comunque, nel caso, si cambiano assieme.
Quel che sembra scontato al parco giochi, evidentemente, non lo è in Parlamento. Dove la destra al governo, intimorita dal calo di consensi che sta registrando, dalla sconfitta al referendum, dagli effetti della guerra in Iran prossimi venturi e da una possibile recessione alle porte, sta pensando di cambiare la legge elettorale attualmente in vigore a poco più di un anno dalle prossime elezioni politiche.
Di più: sta pensando di farlo a maggioranza, coi suoi soli voti: se l’opposizione ci sta, bene. Altrimenti fanno da soli.
Dicono di farlo in nome della stabilità, per evitare un pareggio, ma in realtà è evidente anche ai sassi che lo fanno per inclinare il campo a loro favore.
La proposta di legge elettorale incardinata giusto in queste ore alla Camera dei Deputati, infatti, sembra scritta su misura per riportare Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Prevede infatti l’indicazione del candidato presidente nel simbolo dei partiti o anche solo nei programmi. Elimina i collegi uninominali con cui oggi si elegge il 37% dei parlamentari circa.
E prevede un premio di maggioranza molto importante alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa dei voti.
Sembrano tutte modifiche di buonsenso, ma come per la riforma della giustizia appena bocciata, il diavolo si nasconde nei dettagli.
Partiamo dall’indicazione del leader. Nel 2022 e pure nel 2018 la destra non aveva una leadership chiara. Per questo decisero di giocarsi l’opzione del tridente: tre leader, tre programmi diversi e chi prende un voto in più dà le carte. In quel modo la destra riuscì a massimizzare i suoi voti e non fu obbligata a trovare una sintesi prima delle elezioni. Bene: oggi le opposizioni si trovano in una situazione analoga e l’indicazione del leader li metterebbe in difficoltà. Detto, fatto.
Andiamo avanti. L’attuale legge elettorale prevede che più di un terzo dei parlamentari sia eletto in collegi uninominali, in cui in sostanza, vince chi prende un voto in più. È un metodo che favorisce chi ha una distribuzione di consenso più omogenea sul territorio nazionale: nel 2018, favorì i Cinque Stelle, nel 2022 la destra, mentre oggi, sondaggi alla mano, sembra favorire il campo largo. E quindi, via pure i collegi uninominali.
Terzo capolavoro. La nuova legge elettorale assegna un premio di maggioranza molto consistente alla coalizione che a livello nazionale ha anche solo un voto in più dell’avversario. E indovinate un po’ oggi, sondaggi alla mano, qual è questa coalizione?
Conosciamo l’obiezione: anche il centrosinistra, con Renzi, ha cambiato la legge elettorale prima del voto, nel 2017. Spiacenti, ma le cose sono un po’ diverse. Perché allora una legge elettorale non c’era: l’Italicum, la legge prevista nel caso fosse passata la riforma costituzionale, decadde automaticamente col No degli italiani. E il Porcellum, la legge allora vigente, che il governo Berlusconi impose agli italiani a pochi mesi dal voto del 2006 – anche in quel caso fatta su misura per non far perdere la destra – era stata fatta decadere dalla Consulta, perché incostituzionale.
Oggi una legge elettorale c’è, piaccia o meno.
E non c’è ragione di cambiarla, piaccia o meno.
Tantomeno da soli, piaccia o meno.
Farlo, e farlo a proprio vantaggio, senza che le opposizioni tocchino palla, è un colpo di mano inaccettabile, in un sistema democratico. Ed è un precedente che induce davvero ai peggiori timori, se chi ha in mente di fare una mossa del genere, vincesse poi le elezioni.
(da Fanpage)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
BRAVO, FUORI DAI COGLIONI DALL’EUROPA E DALL’ITALIA: QUANDO PARTITE AVVISATECI CHE VI LANCIAMO QUALCHE PACCHETTO DI CAMEL
Donald Trump sta considerando seriamente il ritiro degli Stati Uniti dalla Nato. Lo ha detto lo stesso presidente statunitense in un’intervista al Telegraph, definendo l’Alleanza Atlantica «una tigre di carta». Le dichiarazioni arrivano sullo sfondo del conflitto con l’Iran e del mancato sostegno degli alleati europei alla richiesta statunitense di inviare navi da guerra nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico globale. Il rifiuto ha alimentato la frustrazione della Casa Bianca, che sembra sempre più mettere in discussione l’affidabilità dei partner europei. «Non sono mai stato convinto dalla Nato», ha affermato Trump, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno sempre garantito supporto agli alleati, senza ricevere lo stesso in cambio. Nel mirino del presidente è finito il Regno Unito. Trump ha criticato il premier Keir Starmer per non aver partecipato all’intervento militare contro l’Iran, arrivando a mettere in dubbio l’efficienza della marina britannica.
Anche Rubio attacca la Nato
A rafforzare la linea dura dell’amministrazione è intervenuto anche il segretario di Stato Marco Rubio, che – in un’intervista a Fox News – ha definito l’Allenza Atlantica una «strada a senso unico». Secondo Rubio, al termine del conflitto sarà inevitabile «riesaminare» il rapporto con gli alleati, soprattutto alla luce del mancato accesso alle basi militari europee richiesto da Washington. Il presidente dovrebbe tenere un discorso alla nazione alle 21 (ora della costa Est degli Stati Uniti) per aggiornare sull’andamento del conflitto, che – secondo lui – potrebbe
concludersi entro «due o tre settimane», con l’obiettivo di impedire all’Iran di ottenere armi nucleari.
(da agenzie)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
I VIAGGI COSTANO TROPPO E I DOCENTI GIUSTAMENTE NON VOGLIONO RISCHIARE NEL GESTIRE SOGGETTI A RISCHIO
Le gite scolastiche nel 2026 non sono più per tutti: quasi la metà degli studenti italiani
quest’anno non parteciperà al viaggio d’istruzione. Secondo l’ultimo Osservatorio di Skuola.net, il 44% degli alunni di medie e superiori resterà a casa a causa dei costi diventati eccessivi.
Dal costo delle gite scolastiche alla mancanza di prof: le cause
L’analisi, condotta su un campione di 1.500 studenti fotografa una crisi profonda. Oltre al peso economico sulle famiglie, pesa l’ormai cronica indisponibilità dei docenti a fare da accompagnatori e i frequenti problemi di disciplina che spingono molti istituti a cancellare le partenze. Le responsabilità legate alla vigilanza degli alunni, l’innalzamento dell’età media del corpo docente italiano e la pressione esercitata dalle famiglie sono alcuni dei fattori che negli ultimi anni hanno ridotto la disponibilità dei docenti.
La resistenza di chi non sopporta i compagni
Tra chi non parte, il 38% subisce la decisione per motivi burocratici o economici. Esiste però una piccola ma interessante quota del 6% che ha scelto consapevolmente di non fare le valigie. All’interno di questo gruppo, oltre la metà (il 52%) ha dichiarato di essersi ritirato spontaneamente per evitare la convivenza prolungata con i compagni di classe. Scelta che trasforma il momento della gita, un tempo agognato, in una potenziale fonte di stress da evitare.
Le mete delle gite scolastiche in Italia e all’ester
Nonostante i rincari e le difficoltà, il 66% del campione resta orientato alla partenza, tra chi ha già viaggiato e chi lo farà entro giugno. Un terzo di loro, il 34%, lo farà da qui a fine anno, mentre il 22% è già andato nei mesi scorsi. Sulle mete, l’Italia si conferma la prima scelta, anche se inizia a perdere colpi. Il 60% rimarrà entro i confini nazionali. A guidare la classifica delle preferenze sono le grandi città d’arte. Firenze è al primo posto (13%), seguita a ruota da Roma (12%) e Napoli (11%), con Torino, Palermo e Bologna a chiudere il gruppo. Ma è oltre confine che si registra un balzo. Il dato più rilevante riguarda però l’estero, che registra un balzo passando dal 35% al 40% in soli dodici mesi. Tra le capitali europee, la meta più gettonata del 2026 è Vienna, tallonata da Berlino e Atene, mete che sembrano offrire un rapporto qualità-prezzo più competitivo per i budget scolastici.
(da agenzie)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
23 INDAGATI, COSTI PER ACQUISTI DI ATTREZZATURE MAI EFFETTUATI
Il professor Vincenzo Arizza, direttore del dipartimento di Scienze e Tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo e responsabile scientifico dei progetti di ricerca Bythos e Smiling, e Antonio Fabbrizio, amministratore e titolare di fatto della associazione Progetto Giovani e della associazione Più Servizi Sicilia, sono indagati dalla procura europea per una truffa all’Ue. Con loro altre 21 persone per le quali i pm avevano chiesto misure cautelari, ma il Gip ha respinto l’istanza sostenendo che, pur sussistendo i gravi indizi, non ci fossero le esigenze in virtù del tempo trascorso dai fatti.
La grande truffa alla Ue
L’indagine ipotizza i reati di truffa aggravata, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, corruzione e falso materiale. Al centro c’è il programma scientifico Bythos, finanziato con fondi Ue, per il quale venivano rendicontati costi relativi ad attività di ricerca dei docenti e all’ acquisto di attrezzature scientifiche in realtà mai sostenuti. L’inchiesta è nata dalle rivelazioni di due ricercatori che hanno raccontato di professori che, pagati per lavorare al progetto, non hanno mai realmente contribuito alla ricerca. Gli indagati facevano risultare costi mai sostenut
per gonfiare le spese e aumentare il contributo percepito dall’Ue. Venivano anche simulati acquisti mai fatti con la complicità di titolari di imprese.
Il patto corruttivo
«Mi risulta che sia stato formulato un ordine di circa 70-80 mila euro per dei materiali che non ho mai visto presso l’Università», ha dichiarato ai magistrati uno dei ricercatori che hanno dato input agli accertamenti. «Il professore Arizza ci chiese di realizzare delle etichette adesive con gli estremi di tale progetto da apporre sul materiale acquistato. Una volta realizzate queste etichette, ci disse di rimuovere da alcune scatole le etichette di un altro progetto (Deliver) e di apporre quelle del progetto Bythos. In pratica, il materiale acquistato nell’ambito del progetto Deliver è stato fatto figurare come se fosse stato acquistato nell’ambito del progetto Bythos». Per i pm tra Arizza e Fabbrizio, inoltre, sarebbe esistito un patto corruttivo per cui il docente, in cambio di lavori assegnati ma mai svolti dal figlio, avrebbe fatto aggiudicare alla società di Fabbrizio servizi previsti in un altro progetto europeo denominato Smiling.
Le misure cautelari
A dicembre 2024 i pm avevano chiesto misure cautelari per 17 dei coinvolti. Il 6 febbraio il Gip ha respinto la richiesta. Per il magistrato, a impedire l’applicazione dei provvedimenti cautelari sarebbe “la risalenza nel tempo delle condotte”. Troppo, dunque, il tempo trascorso dalla commissione dei reati. «Esaminata la richiesta del Procuratore Europeo pervenuta in data 24.12.2024 e esitata in data odierna – scrive il magistrato nella sua ordinanza – in ragione del gravoso carico di ruolo più volte evidenziato ai dirigenti…è emersa la ripetuta realizzazione di condotte truffaldine in danno dell’Erario».
L’appello
Quel che manca, per il giudice, a causa degli anni passati sono le esigenze cautelari. «Deve evidenziarsi che la risalenza nel tempo delle condotte per cui si precede, poste in essere dal 2018 al 2023, impedisce di ritenere concreto e attuale il rischio di reiterazione di analoghe condotte delittuose. E, infatti, si tratta di condotte che, pur essendo penalmente rilevanti, si sono esaurite nell’arco temporale sopra considerate», spiega. Contro la decisione del magistrato hanno fatto appello al tribunale del Riesame i pm della Procura Europea Gery Ferrara e Amelia Luise.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
IL CARROCCIO NON SAREBBE INTERESSATO AL MINISTRO DELLE IMPRESE, FRUTTO SOLO DI ROGNE, TRA TAVOLI CON IMPRESE E SINDACATI, INCENTIVI CHE NON FUNZIONANO E VERTENZE
Da Palazzo Chigi lo si dice e lo si ripete. Guai a parlare di rimpasti: «Il presidente del
Consiglio ha passato la giornata a occuparsi dei dossier più rilevanti». E sarà al lavoro fino «all’ultimo giorno del mandato», come assicura il responsabile del partito Giovanni Donzelli.
La linea di FdI è tracciata: «Può essere che arrivi un ministro al Turismo, visto che ci sono state le dimissioni del ministro al Turismo. Ma noi non abbiamo mai messo
le bandierine, vedremo, deciderà il presidente del Consiglio d’accordo col presidente della Repubblica».
Meglio: «Nominerà il presidente della Repubblica sentito il presidente del Consiglio, così funziona la Costituzione».
E dunque si lavora per occupare le caselle rimaste vuote tenendo però presente che la premier ha assunto l’interim. E che per un nuovo ministro dovrà sentire il presidente Sergio Mattarella.
Meno formale è invece il possibile avvicendamento dei sottosegretari, basta un passaggio in Consiglio dei ministri. Il nome più accreditato in queste ore per sostituire Daniela Santanchè potrebbe essere il deputato di FdI Gianluca Caramanna.
Chi è vicino alla premier scaccia con un gesto della mano l’ipotesi che le deleghe di Delmastro siano divise tra gli attuali esponenti politici al ministero della Giustizia: il viceministro Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) e il sottosegretario Andrea Ostellari (Lega). Più probabile l’indicazione della deputata di FdI Sara Kelany.
Matteo Salvini ieri ha riunito i vertici del partito in via Bellerio, sottolineando non soltanto «la piena fiducia in Giorgia Meloni e in tutta la squadra di governo». Da sottolineare: «Tutta la squadra».
Per proseguire: «Noi non chiediamo niente, non cambi nella squadra di governo, non rimpasti…». Poi, certo, se «gli alleati volessero aprire una riflessione più ampia rispetto al solo ministero del Turismo, la priorità della Lega è la sicurezza». Come dire: non ci si dimentichi del ministero dell’Interno caro al leader leghista.
In particolare, avrebbe detto, la Lega non sarebbe interessata al ministro delle Imprese, oggi incarnato da Adolfo Urso. Nell’ipotesi di un rimpasto, nell’area di governo ci sarebbero state alcune riflessioni riguardo a Luca Zaia per quel ruolo, anche in virtù del suo essere distante dai giochi interni ai partiti. Ma c’è chi riferisce che qualcuno nel consesso leghista avrebbe chiamato il Mimit «il ministero dei fallimenti». Molto ci sarà da lavorare, lo ha detto anche Giancarlo Giorgetti riferendo ai leghisti di un’Europa che «fa fatica a reagire alla crisi».
Ma, appunto, assumere la responsabilità di un ministero che rischia di deludere le imprese nell’ultima parte della legislatura viene respinto con un «No, grazie».
(da agenzie)
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