Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
EPPURE NEL 2017 GIUSI BARTOLOZZI, L’ORMAI EX CAPO DI GABINETTO DI NORDIO CHE HA DEFINITO LA MAGISTRATURA “UN PLOTONE DI ESECUZIONE”, QUANDO ERA UN GIP DEL TRIBUNALE DI CIVITAVECCHIA SI È VISTA RIGETTARE PER DUE VOLTE CONSECUTIVE L’ORDINANZA DI SEQUESTRO DI BENI NEI CONFRONTI DI UN IMPRENDITORE, RESPONSABILE DI AVER EVASO LE TASSE, PER AVER “COPIATO E INCOLLATO” GLI ARGOMENTI GIURIDICI DEL PM
Separare le carriere dei giudici da quelle dei pm per evitare ingiustizie. Imporre uno stop a quanti «copiano e incollano», nelle loro ordinanze, i provvedimenti dei pm, minando pericolosamente le garanzie per l’imputato.
Argomenti dei sostenitori del Sì appena archiviati con l’esito del voto referendario che ha bocciato la riforma della giustizia proposta dal centrodestra. Eppure c’è qualcuno tra i più accaniti sponsor della riforma che forse non sempre l’ha pensata così.
Un approfondimento emerso dal passato del Tribunale di Civitavecchia dove una giudice in carica nel 2017 si vedeva rigettare per due volte consecutive l’ordinanza di sequestro di beni nei confronti di un imprenditore — responsabile di aver evaso le tasse — per aver «copiato e incollato» gli argomenti giuridici del pm.
Quella giudice era Giusi Bartolozzi, già capo di Gabinetto del ministro Carlo Nordio, all’epoca una semplice gip, estranea a incarichi di governo presso il ministero della Giustizia.
La vicenda riguarda il fallimento della Securpol, società di vigilanza per la quale il pm aveva chiesto un sequestro di 16 milioni di euro, prontamente accolto da Bartolozzi. Ma gli imprenditori, titolari della società, ricorrono e il Tribunale del riesame, dà loro ragione.
Con un semplice argomento, esposto dal collegio (Azzolini, Conforti, Imperato): «La motivazione del provvedimento del gip è avvenuta con il metodo del cosiddetto ”taglia e incolla” e riproduce pedissequamente le argomentazioni esposte nella richiesta del pm».
Grazie a questo assist, l’avvocato difensore della Securpol, Federico Sinagra, otterrà l’annullamento del sequestro in Cassazione. La gip Bartolozzi emetterà, allora, un secondo provvedimento ancora una volta privo della necessaria autonomia interpretativa, stando al secondo collegio del Riesame (stavolta composto da Azzolini, Viscito e Sulpizi) che respingerà nuovamente tutto.
«È sufficiente — si legge oggi — raffrontare il provvedimento impugnato con la richiesta del procuratore della Repubblica per verificare che manca ogni traccia del predetto controllo (inteso come verifica sull’iter motivazionale seguito dal pm, ndr ).
Il gip ha fatto propria la motivazione contenuta nella richiesta del pm che a sua volta aveva ampiamente utilizzato in termini pedissequi il contenuto della comunicazione della notizia di reato, ricorrendo all’inammissibile lavoro di “taglia/incolla” che non consiste, evidentemente, di ritenere che la sua valutazione sia stata autonoma».
(da agenzie)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
IL CASO HA SCATENATO UN PUTIFERIO SUI SOCIAL E, SU SPINTA DEGLI ALTRI BALNEARI, È ARRIVATO PURE IL PASSO INDIETRO DEI GESTORI, PREOCCUPATI PER IL DANNO DI IMMAGINE … TROPPO TARDI, LA COPPIA RIFIUTA: “NON LI VOGLIAMO PIU’ VEDERE”
«Stiamo riorganizzando i nostri spazi e non possiamo confermare la vostra assegnazione…
vi auguriamo il meglio per la prossima stagione». Il benservito gli è arrivato su WhatsApp . È stata come una pugnalata. Nulla che avessero messo in conto, perché in quello stabilimento balneare di Pescara si consideravano di casa.
Ci andavano tutte le estati, da 46 anni. Una fedeltà che nel tempo è stata premiata con sconti e poi con l’assegnazione dell’ombrellone (che qui è una palma) in prima fila. Tutto dimenticato. Da quest’anno per loro non c’è più posto. Motivo? Sono troppo anziani per i proprietari che, due anni fa, hanno rilevato la gestione dello storico lido «Croce del Sud»
Luigi Gabriele, ex segretario comunale, e la moglie Rosaria hanno 86 e 82 anni. Ma non avrebbero mai immaginato per questo di essere considerati un peso in quel lido dove hanno coltivato amicizie e vissuto momenti spensierati con figli e nipoti. Che il motivo sia legato all’età lo ha spiegato il titolare dello stabilimento a Il Centro, che ha sollevato il caso.
«Stiamo portando avanti un percorso di evoluzione della struttura — dice Giampiero Galletta —. Più che una questione anagrafica è una questione di approccio. Stiamo orientando la struttura verso una clientela più dinamica, che viva lo stabilimento in modo completo, seguendo modelli di fruizione diversi rispetto al passato».
In altre parole i due anziani consumano poco. «Quando siamo andati a chiedere spiegazioni ce l’hanno detto chiaramente — dice Luigi Gabriele —: preferiscono i giovani che spendono al bar e al ristorante. Eppure la palma costa 4 mila euro e noi abbiamo sempre pagato in anticipo». Il signor Luigi e la moglie erano talmente legati a quello stabilimento, dove andavano tutte le mattine in scooter, che avrebbero accettato qualunque sistemazione. «Dopo ci hanno detto che forse c’era una terza fila, ma prima dovevano aspettare la risposta di un altro cliente — spiegano al Corriere —. Ma poi non ci hanno fatto sapere nulla. Abbiamo continuato a chiamare, e alla fine ci hanno detto chiaramente che per noi non era disponibile alcuna palma in tutto lo stabilimento».
I social si sono scatenati e sono fioccate le reazioni di politici e associazioni dei consumatori. Persino il segretario regionale dei balneatori, Riccardo Padovano, ammette che il gestore «ha peccato un po’ di ingenuità. Potevano recuperare, perché il cliente ha sempre ragione».
Anche su spinta del resto dei balneari, preoccupati per il danno d’immagine, ad una settimana dai fatti è così arrivata la marcia indietro dei gestori. «Non c’è stata alcuna discriminazione — hanno scritto—. Abbiamo contattato i signori per comunicargli la disponibilità di una quarta fila, ma loro non hanno accettato». «È stata una pezza peggiore del buco — replica Luigi Gabriele —. Avremmo accettato qualunque sistemazione, ma non possiamo essere trattati in questo modo. Non li voglio più vedere».
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
SOSPESO PER AVER INNEGGIATO A HITLER, ERA POI STATO RIACCOLTO IN FDI
Calogero Pisano, deputato di Fratelli d’Italia, è indagato in un caso di presunta truffa aggravata che riguarda alcuni fondi stanziati per eventi culturali ad Agrigento. Pisano ha detto di essere del tutto estraneo alle accuse. Il caso emerge quando mancano circa due mesi alle elezioni comunali ad Agrigento.
Ciò che è certo è che non è il primo caso in cui il parlamentare ha messo in difficoltà il suo partito. Nel settembre 2022, a pochi giorni dalle elezioni, FdI lo sospese da tutti gli incarichi perché erano emersi alcuni post in cui inneggiava a Hitler. Pisano è rientrato in FdI ufficialmente solo il mese scorso. Dopo poche settimane, è arrivato l’avviso di garanzia sulle indagini.
L’indagine per truffa sui fondi per eventi culturali
L’inchiesta della procura di Agrigento, coordinata dal capo procuratore Giovanni Di Leo e dalla pm Elettra Consoli, si concentra su alcune presunte false rendicontazioni. Le accuse sono, a vario titolo, di peculato, truffa aggravata e finanziamento illecito a partito.
Tra gli indagati oltre a Pisano ci sono: l’amministratore delegato della società Dmo Valle dei Templi Fabrizio La Gaipa; il direttore della Fondazione Teatro Pirandello Salvatore Prestia, che ha rassegnato le dimissioni dall’incarico questa mattina; Laura Cozzo, a capo di un’associazione culturale e moglie di Prestia; Calogero Casucci, membro di un’altra associazione coinvolta; Antonio Migliaccio, legale
rappresentante di una terza associazione culturale, ed ex dipendente di Pisano come autista
La fondazione Teatro Pirandello e la società Dmo Valle dei Templi sono entrambe partecipate del Comune di Agrigento. Secondo gli inquirenti gli indagati avrebbero incassato in modo improprio parte dei fondi pubblici stanziati per eventi culturali ad Agrigento tra il 2022 e il 2025, organizzati proprio dalle due partecipate.
I post su Hitler “grande statista”
Come detto, non è la prima volta che Pisano è coinvolto in un caso mediatico. L’occasione più nota risale al 2022, e non ebbe alcun risvolto giudiziario, ma pesanti conseguenze politiche. A pochi giorni dalle elezioni politiche, sui giornali riemersero dei vecchi post di Pisano, che era commissario di Fratelli d’Italia nella provincia di Agrigento, e candidato per un seggio in Parlamento.
Il primo, e più contestato, risaliva al 14 dicembre del 2014. Sotto l’immagine di Giorgia Meloni che parlava da un podio con la scritta “L’Italia prima di tutto”, Pisano scrisse: “Mi ricorda un slogan di un grande statista di 70 anni fa”. E a un commento che suggeriva che si trattasse di Benito Mussolini (“che per me fu il più grande statista dell’era moderna”), il candidato di FdI rispose: “Bravo…ma io parlo di un tedesco”. È chiaro che si riferisse ad Adolf Hitler e allo slogan “Deutschland über alles”, ovvero “La Germania sopra tutto”.
C’erano anche altri post, tra cui uno risalente al 17 marzo 2016 in cui ringraziava Francesca Pascale per aver definito Meloni una “fascista moderna” e aggiungeva: “Noi non abbiamo mai nascosto i nostri ideali…Anzi. Nobis”. Pochi mesi dopo, il 16 maggio, aveva scritto: “W i camerati d’Italia”.
Quando il caso era emerso, Fratelli d’Italia l’aveva sospeso dal partito e sollevato da ogni incarico. Pisano si era scusato, dicendo di aver scritto “cose profondamente sbagliate” e “indegne”di cui anni dopo si “vergognava” e che andavano “condannate senza ambiguità”. Poi si era dimesso da FdI. Nonostante il caso mediatico, era stato eletto deputato, ma era rimasto fuori dal partito. Si era poi unito al gruppo di Noi moderati, pur mantenendo rapporti con Fratelli d’Italia.
Le accuse delle ex collaboratrici e il ritorno in FdI
A marzo dello scorso anno, quando Pisano sedeva ancora in Parlamento con Noi moderati, due sue ex collaboratrici intervistate dal giornalista e deputato regionale siciliano Ismaele La Vardera lo avevano accusato di non aver pagato loro gli stipendi. E anche di molestie sessuali, ovvero di avere un “approccio subdolo” e
“ambiguo” e di fare delle “avance”. Il deputato aveva negato tutto minacciato di difendersi per vie legali dalle “calunnie”.
Già all’epoca si parlava di un possibile rientro in FdI, ma è stato necessario aspettare il 2026. A fine febbraio, con un annuncio alla Camera, Pisano è tornato ufficialmente a sedere tra i banchi di Fratelli d’Italia. Non ci sono stati grandi annunci sui social, la procedura è avvenuta tutta relativamente sotto silenzio. È possibile che la tempistica abbia a che fare anche con le elezioni comunali ad Agrigento, che si terranno a maggio, ma non ci sono conferme.
Fatto sta che, appena rientrato, Pisano è finito subito al centro di un altro caso. Questo è l’unico con ramificazioni legali, fino ad ora. Si parla comunque di indagini, e non di un processo già iniziato, né tantomeno di una condanna. Ma è una nuova grana per FdI, che ha appena dato il bentornato al suo parlamentare.
(da Fanpage)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
TRA SERVILISMO ATLANTICO E RILANCIO DI IMMAGINE
Difficile immaginare un parallelismo tra quello che è avvenuto a Sigonella nel 1985 durante
la presidenza del Consiglio di Bettino Craxi e quello che è avvenuto nei giorni scorsi. Eppure, il tentativo, con un governo in estrema difficoltà in Italia, è esattamente quello: negare, grazie ad un cavillo contenuto negli accordi tra Italia e Stati Uniti, la possibilità di fare rifornimento a dei bombardieri statunitensi provenienti dalla Gran Bretagna e diretti verso l’Iran, per farlo passare come un caso politico.
E non è un caso se la notizia è uscita proprio ieri sul Corriere della Sera. È un modo per il governo di dire: “stiamo facendo i sovranisti”, ci stiamo rilanciando, ci stiamo smarcando da Donald Trump.
Anche se in giornata, ad un certo punto, il governo si è spaventato e ha dovuto fare una nota dicendo che, in realtà, gli Stati Uniti continuano ad utilizzare le nostre basi, in base agli accordi che vigono ormai da decenni: “noi siamo alleati degli Stati Uniti, non c’è nessun caso politico”
In qualche modo, Meloni torna a cucire i rapporti con Donald Trump dopo un piccolo, piccolissimo strappo che però può oggi andare nella direzione di rilancio di questo governo in attesa. E questa è la notizia che Giorgia Meloni riferirà alle Camere la prossima settimana, dopo la sconfitta al referendum e il caso che sta travolgendo il governo, anche se si cerca di minimizzare. Ovvero il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro che si è dimesso, mentre l’inchiesta prosegue ipotizzando il riciclaggio per il ristorante “Bistecche d’Italia”.
Oggi l’inchiesta si allarga perché c’è anche un’accusa nei confronti della scorta che non ha segnalato le frequentazioni pericolose del Sottosegretario. Tutto questo Giorgia Meloni lo aveva definito una “leggerezza” e invece potrebbe travolgere il governo.
Insomma, Sigonella non è la stessa degli anni Ottanta. Gli aerei continuano a partire da Aviano e dalla stessa Sigonella per missioni di ricognizione funzionali alla guerra contro l’Iran.
(da Fanpage)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
NIENTE RIMPASTO: LA DUCETTA NON VUOLE UN “MELONI BIS”. SI PROCEDERÀ CON AVVICENDAMENTI MIRATI. PERDE QUOTA L’IPOTESI DI SOSTITUIRE ADOLFO URSO, AL POSTO DI DANIELA SANTANCHÈ ARRIVERA’ UN MINISTRO DI FDI – L’OPPOSIZIONE SULLE BARRICATE PER LA NUOVA LEGGE ELETTORALE
Dopo la scoppola del referendum, la batteria di dimissioni e con un riassetto del governo ancora tutto da definire, Giorgia Meloni ha annunciato che si presenterà in Parlamento giovedì 9 aprile. La prima data era venerdì 10, ma i parlamentari – afflato bipartisan, sia di maggioranza che di opposizione – hanno protestato, la settimana corta nel Palazzo va sempre di moda, dunque si è deciso di anticipare
Non ci sarà un voto: la premier non ha optato per le «comunicazioni» alle Camere, che implicano una risoluzione da passare al pallottoliere.
Il motivo? Non considera la sconfitta referendaria, per quanto pesante e oltre le previsioni, una frattura nella sua maggioranza. «Non c’è una crisi, non c’è bisogno di votare», la tesi della presidente del Consiglio riportata dai fedelissimi.
Di crisi però, a destra, si parla eccome. Ma sottovoce. La stessa premier, mentre si rincorrevano i rumors sulle elezioni in autunno, lunedì mattina ha sentito i due vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini, con una prece: «Non parliamo di voto anticipato». Non adesso, sarebbe l’ennesima spia di un esecutivo logorato, giunto a fine corsa.
La mossa dell’informativa in Parlamento – in cui Meloni evita di mettere piede, se non quando è strettamente obbligata, come per le comunicazioni che precedono i summit europei – nasce al contrario per alimentare la narrazione del «rilancio», sulle bollette, la benzina, il solito pallino securitario. L’obiettivo, secondo fonti di Palazzo Chigi, sarebbe «chiarire una volta per tutte che il governo continua a lavorare anche dopo il referendum».
La «fase 2» non fa rima con rimpasto: la leader di FdI non vuole un “Meloni bis”. Dunque per rimpolpare l’esecutivo procederà con avvicendamenti mirati. Perde quota l’ipotesi di sostituire anche Adolfo Urso, il ministro delle Imprese finito nel tritacarne dopo le stoccate di Confindustria al governo. Sarà sostituita Daniela Santanchè. «Con un ministro di FdI», trapela da via della Scrofa. Come dire: non sarà un leghista come Luca Zaia, anche perché Matteo Salvini, semmai, vorrebbe riaccasarsi al Viminale, non sconfinare in un dicastero ormai tribolatissimo come il Mimit.
Sul tavolo di Meloni c’è ancora l’opzione di tenere l’interim al Turismo, con un blitz nel prossimo Cdm, pre-convocato per venerdì: nominare sottosegretario Gianluca Caramanna e sostituire Andrea Delmastro alla Giustizia con una fedelissima come Sara Kelany. Ma appunto il pressing dei big di FdI, a partire da Giovanbattista Fazzolari, è per la nomina di un ministro, con pieni poteri.
Nel quartier generale si continua a cercare il nome giusto. L’ideale sarebbe un meloniano con un peso al Sud, visto che nel Meridione il no ha vinto dappertutto.
L’alternativa è un tecnico d’area, come la presidente dell’Enit, Alessandra Priante. Di certo Meloni ha scelto di prendersi quasi 10 giorni per un motivo: arrivare nell’emiciclo di Montecitorio con il risiko chiuso. Il Pd, con il capogruppo dei
senatori, Francesco Boccia, comunque attacca: «La presidente del Consiglio non vuole contarsi, non vuole che il Parlamento voti».
Antipasto di uno scontro che già va in scena alla Camera, nella commissione Affari costituzionali, dove ieri è stata incardinata la nuova legge elettorale, con maxi-premio di maggioranza. Secondo Giovanni Donzelli, «non c’è nessuna blindatura del testo o accelerazioni». Per il braccio destro di Meloni nel partito, «ci confronteremo con le opposizioni e siamo pronti a qualsiasi forma di confronto, anche fuori dal Parlamento».
Pure il presidente della commissione, il forzista Nazario Pagano, adesso si mostra conciliante, fa sapere che le audizioni non saranno contingentate. Ma per l’opposizione è un’apertura più «finta» che tattica, anche perché i quattro relatori del testo sono tutti di maggioranza.
(da Repubblica)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
È STATA ACCOLTA LA RICHIESTA DI UN GRUPPO PER LA TUTELA DEL PATRIMONIO STORICO: IL GIUDICE HA CONCESSO UN’INGIUNZIONE PRELIMINARE, CHE BLOCCA TEMPORANEAMENTE IL PROGETTO DEL NUOVO SALONE DELLE FESTE VOLUTO DAL TYCOON … LA REAZIONE RABBIOSA DI TRUMP: “È UN GRUPPO DI ESTREMISTI DI SINISTRA COMPOSTO DA FOLLI”
Un giudice federale ha ordinato all’Amministrazione Trump di sospendere la costruzione
della nuova Ballroom da 400 milioni di dollari, per la quale era stata demolita l’Ala Est della Casa Bianca.
Il giudice Richard Leon, operante a Washington, ha accolto la richiesta di un gruppo per la tutela del patrimonio storico, concedendo un’ingiunzione preliminare che blocca temporaneamente il progetto del nuovo salone delle feste voluto dal presidente Trump.
«Nessuna legge conferisce, nemmeno lontanamente, al presidente l’autorità che egli sostiene di possedere», ha scritto il giudice, che fu nominato dal presidente repubblicano George W. Bush. «Il presidente degli Stati Uniti è il custode della Casa Bianca per le future generazioni di “First Families”. Non ne è, tuttavia, il proprietario!», ha scritto ancora il giudice.
Il National Trust for Historic Preservation aveva intentato causa per ottenere un provvedimento che sospendesse il progetto della Ballroom, finché questo non fosse stato sottoposto a diverse revisioni indipendenti e non avesse ottenuto l’approvazione del Congresso.
Il presidente ha reagito con rabbia al blocco della costruzione del suo immenso salone delle feste alla Casa Bianca accusando il National Trust for Historic Preservation, che gli ha fatto causa, di essere «un gruppo di estremisti di sinistra composto da folli».
(da Il Sole24ore)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
NEI GUAI RISCHIA DI FINIRE ANCHE LA SCORTA DI DELMASTRO. SI ACCENDE IL FARO DELL’ANTIMAFIA: IL GRUPPO DEGLI AGENTI GUIDATO DA UN ISPETTORE DELLA PENITENZIARIA NON HA SEGNALATO LE FREQUENTAZIONI A RISCHIO DELL’EX SOTTOSEGRETARIO
Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla Giustizia, era sotto scorta per minacce mafiose e frequentava un ristorante collegato a soggetti vicini al clan Senese. Ma gli agenti che ne tutelavano la sicurezza non hanno mai segnalato le frequentazioni a rischio del politico che in quel locale aveva investito almeno 40 mila euro con la figlia diciottenne di un uomo condannato per aver riciclato capitali mafiosi insieme al figlio di un boss.
Nei guai rischia di finire anche la scorta di Delmastro legato alla figura di Miriam Caroccia, socia giovanissima della Le 5 Forchette srl con altri esponenti di FdI, e figlia di Mauro Caroccia, condannato per riciclaggio.
Questo è il punto di partenza dell’indagine dei pm di Roma e della commissione parlamentare d’inchiesta. Ma c’è un altro livello dell’analisi: le procedure di sicurezza. Un soggetto sottoposto a tutela viene accompagnato in contesti che per prassi vengono verificati. In situazioni estemporanee si tratta di controlli immediati: accessi, verifiche di rischi evidenti.
Nei luoghi frequentati con abitualità la situazione cambia: il rischio per il tutelato sale e gli accertamenti sono maggiori. Almeno solitamente. Perché in questo caso, dove la frequentazione tra Delmastro e Caroccia risulta reiterata, non emergono segnalazioni.
È questa anomalia che pone nuove domande. Non è un caso dunque se la Commissione antimafia ha deciso di acquisire elementi anche dagli uomini della scorta. Il capo è l’ispettore Antonio Gentile, appartenente alla polizia penitenziaria, lo stesso corpo su cui il sottosegretario esercita funzioni di indirizzo. Un elemento che introduce un possibile profilo di criticità: il rapporto gerarchico tra il tutelato e chi è chiamato a garantirne la sicurezza. Una circostanza che potrebbe aver influito — è il sospetto — sugli allarmi mancati.
Del resto il lavoro per la scorta penitenziaria di Delmastro non deve essere stato semplice. Perché il locale gestito dall’azienda di Delmastro, la Bisteccheria d’Italia, era frequentato anche da appartenenti al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Incarichi e promozioni venivano festeggiati lì. I costi delle cene — in alcuni casi elevati e sempre pagati dal festeggiato di turno — alimentavano le casse della società di Delmastro, socio del locale e vertice politico dei commensali.
In questo perimetro si inserisce il ruolo di Mauro Caroccia: una presenza operativa nel ristorante ma assente tra i registrati alla Camera di commercio. Il suo avvocato dice che lui e la figlia non hanno mai messo un euro nell’azienda.
Anche Giovanni Donzelli — responsabile Organizzazione di Fdi — riferisce di aver verificato direttamente con Delmastro l’assenza di qualsiasi apporto finanziario da parte dei Caroccia. Secondo questa versione, il capitale impiegato proverrebbe esclusivamente da Delmastro. Non dalla mafia. Le date però sono importanti
Caroccia viene condannato in appello a gennaio 2025 e l’apertura del locale avviene tre mesi dopo. Dunque Delmastro, secondo la ricostruzione di Donzelli, investiva nell’attività anche dopo la condanna di Mauro Caroccia. E ancora una volta non sapeva e nessuno si è preoccupato di lanciare un allarme, per la stessa
sicurezza del sottosegretario.
Risposte potrebbero arrivare dallo stesso Delmastro. Oggi la sua posizione sarà all’esame del comitato etico di Montecitorio dove tutt’al più Delmastro subirà una censura, quasi un buffetto, per la mancata dichiarazione della sua situazione patrimoniale. Prima però verrà audito dal comitato. Sarà ascoltato anche dalla Commissione Antimafia
(da Repubblica)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
EVVIVA LA FAMIGLIA TRADIZIONALE…. ALLA CONTE È STATO AFFIDATO ANCHE L’INCARICO DI PRESENTATRICE DEL TOUR DELLA NAVE AMERIGO VESPUCCI, IN GIRO PER IL MONDO
Nel corso dell’intervista, a un certo punto il confronto si sposta su uno dei temi più discussi
negli ultimi mesi, quello del presunto legame con il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. La domanda arriva diretta, senza giri di parole:
“Si parla di una tua relazione col Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. È vero o non è vero?”
Per un attimo cambia espressione: rimane spiazzata, nei suoi occhi si percepiscono
insieme emozione e un po’ di imbarazzo, come quando una domanda tocca una sfera più personale. Poi si lascia andare a una risposta breve, essenziale:
“È una cosa che non posso negare, però sono molto riservata nella mia vita privata.”
Subito dopo, però, senza approfondire e aggiungere dettagli, cambia completamente registro e riporta la conversazione su altri temi, chiudendo di fatto il capitolo personale.
(da Money)
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Aprile 1st, 2026 Riccardo Fucile
VOGLIONO MANTENERE IL SERVO AL POTERE, NOI LO ASPETTIAMO IN CATENE E AL GUINZAGLIO COME ILARIA SALIS PER RISPONDERE DEI REATI COMMESSI
L’11 gennaio 2026 sull’account X di Orbán Viktor (gli ungheresi mettono prima il cognome) spunta un video con gli elogi del comico americano Rob Schneider seguito da 11 politici internazionali: Giorgia Meloni, Matteo Salvini, la leader del Rassemblement National francese Marine Le Pen, Alice Weidel della tedesca AfD, Benjamin Netanyahu, l’ex premier polacco Mateusz Morawiecki, il primo ministro ceco Andrej Babis, il presidente dell’Fpö austriaca Herbert Kickl, il capo del partito spagnolo Vox Santiago Abascal, il presidente serbo Aleksandar Vucic e quello argentino Javier Milei. La crème della destra sovranista europea e mondiale va in soccorso a Viktor Orbán, l’uomo che guida l’Ungheria da sedici anni, descritto come insostituibile campione dello Stato nazione, e che per la prima volta alle elezioni del prossimo 12 aprile rischia di perdere il posto.
La violazione dei principi Ue
È dall’arrivo al governo nel 2010 che l’orbanismo concentra soldi e potere nelle mani degli amici. Giornali, portali, radio e tv sono dal 2018 sotto il controllo della Fondazione centro-europea per la stampa e i media Kesma che risponde direttamente a Fidesz, il partito del premier nato come forza liberale e diventato poi bastione del nazionalismo più intransigente. Fidesz, uscito nel 2021 dai Popolari europei, è entrato insieme a Lega, Vox e Rassemblement nel gruppo dei Patrioti. Il
sistema giudiziario è stato terremotato con pensionamenti anticipati, nomine politiche dei giudici e, dal 2019, una nuova rete di tribunali amministrativi sottoposta all’esecutivo. Tra il 2010 e il 2023 le società vicine al mondo orbaniano hanno vinto il 45% di tutti i loro contratti con gare d’appalto a partecipante unico, pratica ad alto rischio corruzione attenzionata da Bruxelles. La percentuale è salita al 69% tra 2024 e 2025. Secondo il rapporto del World Justice Project del 2025 l’Ungheria è all’ultimo posto tra i 27 dell’Unione europea per rispetto dello Stato di diritto, ed è il solo Paese Ue classificato come «parzialmente libero» dalla Ong Freedom House. Negli anni, le violazioni di libertà e principi base hanno portato l’Unione a bloccare il trasferimento dei fondi Ue, e in seguito a sbloccarli, alimentando il sospetto di subire il ricatto del veto.
Diritto di veto e ricatto
Emblematico il caso del 2023, quando la Commissione decise di mettere mano a 10,2 miliardi bloccati per le condizioni del sistema giudiziario, svincolandoli proprio alla vigilia dell’importante Consiglio nel quale Orbán ha lasciato la sala, consentendo così agli altri 26 leader di approvare l’avvio dei negoziati di adesione di Kiev. Un via libera ai finanziamenti che ora la Corte di giustizia Ue, sollecitata dall’Europarlamento, raccomanda di rivedere: la sentenza potrebbe imporre la restituzione dei soldi tramite rimborso o deduzione da futuri stanziamenti. Circa 20 miliardi restano invece congelati dal 2022 a causa della stretta imposta da Orbán su insegnamento universitario, immigrazione illegale, diritti della comunità Lgbtq+ e cioè il trasferimento delle università in fondazioni pubbliche gestite da amministratori fiduciari graditi al primo ministro, respingimenti e massima restrizione del diritto d’asilo, divieto di condividere materiali su argomenti legati alla diversità di genere, sia nella scuola che sui mezzi d’informazione. Temi sui quali l’orbanismo si sovrappone perfettamente a putinismo e trumpismo. Va detto che l’Ungheria, dal suo ingresso nella Ue nel 2004 fino al 2024 è stata fra i maggiori beneficiari netti dei fondi strutturali e di coesione. Dal 2014 al 2020 gli investimenti totali, compresi i co-finanziamenti, hanno sfiorato i 30 miliardi, con 52 mila progetti riconosciuti dalla Commissione; per il settennato 2021-2027 sono stati assegnati a Budapest 21,7 miliardi in fondi di coesione e quasi 6 di sovvenzioni. Si stima che dall’inizio dell’era Orbán dal 2010 al 2023 l’Ungheria abbia ricevuto in totale tra i 60 e i 65 miliardi di euro netti.
Dare e avere: Putin e Trump
Il braccio di ferro di Orbán con Bruxelles s’intreccia al gioco di sponda con Russia e Stati Uniti. Nella Strategia di sicurezza nazionale pubblicata l’anno scorso, Washington mette nero su bianco tra le priorità: «Coltivare, all’interno delle nazioni europee, la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa». Tradotto: sostenere governi e partiti sovranisti contrari al rafforzamento dell’integrazione comunitaria. Ed è il punto sul quale gli interessi della Casa Bianca e quelli del Cremlino si incontrano.
L’Ungheria oggi è in piena reindustrializzazione e sull’energia gioca una partita vitale. Con la Slovacchia, è il solo Stato Ue esentato dalle sanzioni di Bruxelles che proibiscono di comprare gas e petrolio dalla Russia, dalla quale, secondo dati del Fondo monetario internazionale, nel 2024 dipendeva ancora per il 74% del gas importato e l’86% del petrolio. Nel 2025, in visita alla Casa Bianca, Orbán ottiene una deroga di un anno anche sulle sanzioni secondarie americane e si impegna a sottoscrivere contratti da 600 milioni di dollari per l’acquisto di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Qualche mese prima il Tesoro Usa ha revocato le sanzioni imposte a una dozzina di banche e istituti finanziari russi coinvolti in transazioni su progetti di nucleare civile: tra questi la costruzione di due reattori nella nuova centrale nucleare Paks 2, sulla riva destra del Danubio un centinaio di chilometri a sud di Budapest, affidata al colosso russo dell’elettricità Rosatom e finanziata dalla banca, sempre russa, Gazprombank. Con l’accordo stipulato nel 2014 Mosca si faceva carico della maggior parte dei costi tramite una linea di credito da 10 miliardi di euro, e Budapest aggiungeva aiuti di Stato per altri 2,5 miliardi. L’autorizzazione della Commissione europea all’operazione arrivata nel 2017 è stata poi annullata nel settembre 2025 dalla Corte di giustizia Ue. Però i lavori del Paks 2 sono comunque partiti ad inizio febbraio 2026.
Il pretesto dell’oleodotto
A fine gennaio 2026 i russi colpiscono, sul territorio ucraino, la parte meridionale dell’oleodotto Druzhba che porta il petrolio di Mosca al Centro Europa compromettendo anche le forniture per Ungheria e Slovacchia. Kiev non può ripararlo in tempi brevi così Budapest e Bratislava si rivalgono sul presidente Zelensky e per ritorsione bloccano sia il prestito europeo da 90 miliardi del quale l’Ucraina ha disperato bisogno, sia il ventesimo pacchetto di sanzioni contro
Mosca. Su un tavolo separato, Orbán pone il veto, che poi ritira, anche al rinnovo delle sanzioni individuali contro oltre 2.700 tra persone fisiche ed entità coinvolte nella guerra. Tutto questo avvantaggia Putin, e indirettamente piace a Trump perché indebolisce la forza Ue. Fidesz ha impostato la parte finale della campagna elettorale sul pericolo di essere trascinati nel conflitto. A dire degli ungheresi, l’oleodotto Druzhba sarebbe potuto tornare in funzione subito ma resta fermo solo per volontà degli ucraini. La tensione ha raggiunto livelli tali che lo stesso presidente ucraino, con toni del tutto inediti, ha minacciato di passare l’indirizzo del premier ai suoi soldati. È toccato alla Ue richiamare Zelensky e difendere Orbán.
Nel pieno della propaganda
Il voto si avvicina e in Rete dilagano profili anonimi con falsi servizi giornalistici, finti video di star hollywoodiane e contenuti generati attraverso l’Intelligenza artificiale. Lo scopo è quello di esaltare Orbán e delegittimare il rivale intorno al quale si è coagulato l’elettorato stanco di scandali e corruzione, Péter Magyar, in netto vantaggio nei sondaggi. Una vasta offensiva social riconducibile alla Social Design Agency, società di comunicazione legata ai vertici russi e sottoposta a sanzioni per passate azioni di controinformazione sul conflitto ucraino, ha moltiplicato i post a favore di Orbán, definito «leader forte con amici globali» contro Magyar rappresentato come marionetta di Bruxelles. Secondo la piattaforma indipendente Vsquare Mosca ha pure inviato a Budapest una squadra di agenti disturbatori del Gru, il servizio d’intelligence militare, per interferire nella campagna elettorale, come è già in successo in Moldova. L’unità farebbe capo a Sergei Kiriyenko, fedelissimo di Putin, ex capo di Rosatom. Una recente indagine del Washington Post rivela che i servizi segreti russi avrebbero suggerito di inscenare un attentato a Orbán per spostare la campagna sui temi della stabilità istituzionale e della sicurezza statale.
La talpa nel Consiglio Ue
Sempre il Washington Post, citando fonti dei servizi di sicurezza europei, accusa il ministro degli Esteri di Budapest, Péter Szijjártó, di aver riferito in tempo reale all’omologo russo Sergej Lavrov informazioni sensibili e riservate circolate in sede di Consiglio. Szijjártó ammette i contatti diretti, prima e dopo gli incontri, anche con i colleghi «di Stati Uniti, Turchia, Israele, Serbia e di tutti gli altri partner del nostro Paese». Adesso Bruxelles sa chi è la talpa di Putin dentro al Consiglio Ue,
ma intanto la posizione del Consiglio nei confronti di Mosca si indebolisce. Sul fronte ungherese il governo, per tutta risposta, ha annunciato l’avvio di un procedimento penale contro l’autorevole giornalista investigativo Szabolcs Panyi per aver aiutato a rivelare lo scambio di telefonate fra i due ministri.
Ad esasperare la campagna elettorale e i rapporti con Kiev e la Bce, il 5 marzo scorso, c’è stato anche un fermo di persone e sequestro di denaro. Erano diretti in Ucraina i portavalori partiti dall’Austria, come da contratto tra le banche Raiffeisen Bank International e Oschadbank, fermati e sequestrati lungo la strada dalle autorità di Budapest per il sospetto che tra i 40 milioni di dollari, i 35 milioni di euro e i 9 chili d’oro trasportati ci fossero fondi illegali destinati alla campagna di Magyar. L’avversario di Orbán dichiara che tutti i finanziamenti sono pubblici e trasparenti; però il caso è destinato ad allargare la frattura con l’Europa: la Bce avverte che trattenere valori sul territorio Ue, a fronte di un regolare contratto fra due banche, mina l’affidabilità dei partner e la fiducia nella moneta unica.
Rush finale
«No migration! No gender! No war! Eravamo Trump prima di Trump» è il motto di ultraconservatori, populisti e nazionalisti che dal 2022 portano in trasferta il mega raduno annuale del Cpac americano nella capitale ungherese. Quest’anno si sono riuniti a tre settimane dalle elezioni. Orbán sul palco a elogiare Trump e il suo contributo alla lotta per salvare «l’anima del mondo occidentale», Trump ad augurare all’amico in videomessaggio «una grande vittoria». Nei giorni successivi il presidente Usa ha continuato a postare sul social Truth messaggi molto diretti: «Andate a votare per Viktor Orbán». Gli europei lo sanno, tra amici ci si aiuta, ma se l’interesse è solo personale non dura. Neanche tra sovranisti.
Milena Gabanelli e Maria Serena Natale
(da corriere.it)
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