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LE DUE PARLAMENTARI DI FRATELLI D’ITALIA, L’INCONTRO CON L’UOMO DEL CLAN SENESE E LA STORIA DELLA TESSERA DEL PARTITO

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

LA SOTTOSEGRETARIA E LA CENA AL RISTORANTE CON GIOACCHINO AMICO

Ieri la senatrice Carmela Bucalo di Fratelli d’Italia ha inviato una nota alle agenzie di stampa per smentire quello che si scriveva di lei sui giornali. «Trovo inaccettabile l’accostamento della mia persona a fatti e vicende a cui sono del tutto estranea. Nel signor Amico mi sono imbattuta solo al termine di una cena – alla quale lo stesso non ha neanche partecipato – consumata con la collega Frassinetti al termine di una giornata di lavori d’aula. Si è trattato di un incontro del tutto casuale, fugace e senza alcun significato. Per quanto ne so, Amico era venuto al ristorante per cercare di incontrare la collega Frassinetti, visto che era un politico del territorio. Tutto qui».
Oggi però c’è un’altra ricostruzione. Ed è quella della collega parlamentare Paola Frassinetti.
«Era giugno 2020. Amico ci raggiunse in un ristorante al centro di Roma, la pizzeria Margherita. A tavola eravamo 5 donne, c’era anche Carmela Bucalo e qualche segretaria. Lui arrivò intorno alle 23, noi avevamo già finito, credo prese un tiramisù e rimase a parlare con noi una mezz’ora. Ma io non sapevo chi fosse: aveva scritto alla mia segretaria, voleva visitare la Camera, credo l’avesse chiesto un po’ a tutti. Da quella sera, però, mai più visto. Mirava a farsi candidare da FdI a Busto Garolfo, ma non è stato candidato…», dice al Corriere della Sera. Una mezz’ora, quindi. Chissà se si può classificare come incontro fugace. E casuale per lei, sicuramente, ma non per Frassinetti.
Gli atti e le intercettazioni
Anche negli atti la ricostruzione sembra essere discrepante. L’incontro, secondo gli
investigatori, si è svolto il 20 maggio 2020 in un ristorante. C’era anche l’indagato Raimondo Orlando oltre a due collaboratrici delle parlamentari. Nessuno, a parte Amico e Orlando, ha ricevuto avvisi di garanzia per la vicenda. Ma sono stati intercettati, scrivono gli investigatori, «contatti telefonici e documentati incontri» funzionali «a creare un rapporto di collaborazione nei vari settori d’interesse». Il 6 maggio 2020 — annotano i carabinieri — le due collaboratrici «venivano controllate» a bordo di un’auto «intestata alla ditta S.F. di Amico Gioacchino». E il 16 giugno 2020, una delle due, parlando con Amico, gli diceva: «Quelle te le apro io», riferendosi, si legge in un’intercettazione, alle «porte di Montecitorio».
La tessera di partito
E la vicenda fornisce anche un elemento in più per comprendere l’approdo a Montecitorio di Amico. «Mi è arrivata la tessera di partito… Fratelli d’Italia», dice intercettato l’attuale collaboratore di giustizia in quei giorni. «Fu l’assistente della Frassinetti che lo aiutò a farla», ricostruisce un alto esponente del suo partito, sempre secondo il Corriere. Ma Frassinetti non conferma: «Non ne ho contezza». Il mistero rimane, ma la nebbia diventa sempre più rada.
(da Open)

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BIBI, IL GANGSTER DAL GRILLETTO FACILE

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

COME IL CRIMINALE CERCA DI SABOTARE LA TREGUA

Il dito? “È sul grilletto”. Se c’era ancora qualche dubbio sulla regia della folle guerra all’Iran – che ha innescato una spirale di violenza in tutto il Medio Oriente, travolgendo le economie occidentali con una valanga incontrollata di rincari del petrolio – la giornata di ieri è stata certamente illuminante anche per i più scettici.
Neanche il tempo di annunciare l’accordo sull’Iran da parte di Donald Trump, che il ricercato internazionale Benjamin Netanyahu aveva già ordinato di scaricare sul Libano 160 bombe. Risultato: centinaia di morti e feriti in dieci minuti. Un attacco che ha tutta l’aria di un tentativo di sabotaggio dell’intesa negoziata al termine di una settimana di minacce, veti e ultimatum tra il presidente Usa e il regime degli ayatollah. L’ultima prova che a trascinare Trump in un conflitto nel quale aveva tutto da rimetterci (il calo nei sondaggi è lì a certificarlo) è stato proprio il premier israeliano che, al contrario, ha tutto da guadagnarci (allontanare le elezioni e il processo in cui è accusato di corruzione).
L’ennesima strage di civili, dopo i 70mila morti di Gaza, si aggiunge al curriculum di Netanyahu che oggi rappresenta il principale pericolo e ostacolo per la pace in Medio Oriente. Non a caso, i raid israeliani in Libano, hanno spinto l’Iran a chiudere di nuovo lo stretto di Hormuz e a rimettere in discussione la tregua. Una condotta spregiudicata nella quale, d’altra parte, Netanyahu continua a perseverare grazie all’appoggio incondizionato degli Usa – che ieri si sono affrettati a ribadire che il Libano non rientra negli accordi sulla tregua con Teheran nonostante il Pakistan, mediatore dell’intesa, abbia confermato che fossero inclusi – e al vuoto penumatico di un’Unione europea che continua ad esprimersi per auspici e frasi di circostanza.
L’Italia non fa certo eccezione. Crosetto esprime “la più ferma e indignata protesta” per il convoglio italiano Unifil oggetto di colpi d’avvertimento da parte israeliana chiedendo l’intervento dell’Onu; Tajani convoca l’ambasciatore israeliano per chiedere chiarimenti; Meloni attende gli esiti della convocazione per tirare le somme. La domanda resta ancora sospesa: a quando le sanzioni a Netanyahu e al suo governo criminale?
(da lanotiziagiornale.it)

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MELONI: “GOVERNERO’ FINO ALLA FINE”. SCHLEIN: “IL POPOLO VI HA BATTUTO ALLE URNE”. CONTE: “LA SVEGLIA NON E’ SUONATA?

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

LA PREMIER NON RISCHIA ELEZIONI ANTICIPATE E SI ATTACCA ALLA POLTRONA… LE REPLICHE DELLE OPPOSIZIONI

Alla “sfida” evocata da Meloni durante il suo discorso risponde la segretaria del Pd, Elly Schlein: “Lei ci sfida – dice la leader dem prendendo la parola alla Camera – ma avete già perso quella sfida perché avete sfidato la Costituzione e il popolo sovrano vi ha battuto nelle urne. Si vede che avete molta voglia di tornare all’opposizione, vi accontenteremo. Se non è troppo impegnata con gli scandali dei suo ministri, vi mando una cartolina dal paese reale, quello in cu negli ultimi 4 anni gli stipendi reali si sono abbassati di 9 punti percentuali”.
Poi, un elenco di quelli che, secondo Schlein, sono fallimenti dell’esecutivo: “Il governo precedente vi ha lasciato 200 miliardi, voi ci lasciate con la crescita a zero. Le tasse sono al record da 12 anni, le bollette erano già prima le più care d’Europa ma la guerra illegale di Trump e Netanyahu ha peggiorato questa situazione e voi in questi giorni avete sfornato il record dei decreti che scadevano già il giorno dopo averli emessi eche già erano superati dai fatti”. E ancora, prosegue la segretaria dem, “non avete saputo mettere in campo uno straccio di politica industriale per quattro anni, avete pasticciato su Transizione 5.0 e gli incentivi. Se andiamo a vedere come stanno oggi gli italiani non ce n’è uno che può dire di stare meglio di prima, se non forse i più ricchi o quelli che avete deciso di aiutare voi”.
Capitolo fallimento riforme. “Di lei si ricorderà un’autonomia differenziata bocciata dalla Corte costituzionale, una riforma costituzionale bocciata dal voto popolare e un premierato proposto e poi abbandonato. Ah no, mi scusi – prosegue
ironicamente Schlein – si ricorderà anche il decreto Rave e quei centri in Albania che sono rimasti vuoti… La vostra propaganda ha sbattuto forte contro la realtà di quei 15 milioni di elettori che hanno detto no per difendere la Costituzione, perché in questi quattro anni ogni vostra scelta è andata nella direzione opposta a quella di attuare pienamente la nostra Costituzione”.
L’intervento di Schlein è anche propositivo, con tanti punti di quello che si candida a essere il programma del centrosinistra di alternativa al governo Meloni: “La vostra Italia è basata sul lavoro povero e precario. Toccherà a noi approvare il salario minimo, combattere la precarietà e il part time forzato, il congedo partitario, occuparci della sicurezza del lavoro, fare una legge sui rider. L’articolo 32 garantisce il diritto alla salute ma con il suo governo gli italiani che rinunciano a curarsi sono aumentati a sei milioni. Voi volete una sanità a misura del portafoglio delle persone”. Altro punto toccato dalla dem, quello del “diritto al voto fuori sede”.
Conte: “Da lei realtà mitologica, la sveglia non è suonata?”
“Presidente Meloni lei racconta una realtà mitologica, credo che la sveglia del referendum non abbia suonato a palazzo Chigi – dice il presidente del M5s Giuseppe Conte esordendo a parlare alla Camera -. Ha citato grandi numeri, non quelli essenziali: quattro anni, zero riforme. Se oltre alla faccia non ci mette anche competenza, l’Italia si trova in braghe di tela”.
Un elenco, anche da parte del leader pentastellato, dei fallimenti del governo Meloni: “I salari reali sono crollati, la pressione fiscale è la più alta degli ultimi 10 anni, un record, tre anni consecutivi di calo della produzione industriale, e siamo agli sgoccioli della legislatura… la faccia ce la mette ma la faccia tosta non le manca…”.
Capitolo rapporti internazionali: “Crosetto ha detto una cosa giusta per una volta. Ha detto il problema di Trump è che è circondato da collaboratori non coraggiosi e nessuno riesce o osa contraddire il capo. È ancora più grave quando non viene contraddetto il capo da una leader di un Paese del G7, la sua subalternità è ignobile. Lei – attacca Conte – sta contribuendo a distruggere il diritto internazionale, perché se Trump attacca illegalmente il Venezuela e lei dice che è un’azione di legittima difesa, lei lo incoraggia. Se di fronte al genocidio lei non interrompe la cooperazione militare con Netanyahu e rimane silente e complice, lei incoraggia un genocidio“.
Conte, come Schlein, dagli scranni di Montecitorio lancia l’alternativa al governo Meloni: “Ci ha sfidato più volte, ma sappia che qui abbiamo più proposte condivise. Gli italiani le hanno dato la sveglia. Noi siamo pronti per la sfida progressista e la manderemo a casa”.
L’intervento di Bonelli
Per Angelo Bonelli di Avs, quello fatto dalla premier è “il discorso del suo declino. Ha detto di non dimettersi ma ha fatto il discorso di apertura della sua campagna elettorale. Meloni dice che l’opposizione non ha il coraggio di chiederle le dimissioni? Io lo faccio, andiamo a votare subito”.
“Presidente del Consiglio, oggi la vedo molto nervosa, noi le diciamo che come Avs siamo pronti ad andare al voto e a governare l’Italia. Abbiamo proposte, voi avete sfasciato l’Italia – incalza Bonelli -. Lei ha un problema con il suo elettorato che non condivide il suo appiattimento su Trump e sulle sue politiche. Ieri Netanyahu ha continuato a uccidere donne e bambini, che dite su questo? Noi di Avs contestiamo fortemente la politica energetica fatta finora. Lei non è stata in grado di costruire la sovranità energetica”. “Non ci venga a raccontare – conclude il co-portavoce di Avs – le questioni della mafia. ll punto è perché dentro Fratelli d’Italia ci sono iscritti che fanno riferimento al clan Senese e perché lei ha tollerato che Delmastro va a fare società con un camorrista del clan Senese. Facciamo un’inchiesta, nessun problema. Lei intanto ha un grande problema dentro casa sua”.
(da agenzie)

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TRA DUE SETTIMANE

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO TRUMP NON SA PIU’ COSA DIRE

Quando Trump non sa più cosa dire, dice «tra due settimane». Una soltanto gli sembrerà troppo micragnosa. «Facciamogli vedere che abbondiamo» per citare una persona seria, Totò. «Aumenterò (toglierò) i dazi tra due settimane, distruggerò (incontrerò) Zelensky tra due settimane, il piano sanitario (il piano di pace, il parcheggio multipiano) sarà pronto tra due settimane».
Trump è come quegli impiegati coscienziosi che danno sempre il preavviso, ha detto il comico Jimmy Kimmel. Un’abitudine che probabilmente getta le sue radici nel passato più remoto: lo scolaretto Trump che promette di riconsegnare la merenda al compagno tra due settimane, il renitente alla leva Trump che giura di rendersi reperibile tra due settimane, il seduttore Trump che garantisce alla fidanzata di intestarle uno yacht tra due settimane, massimo tre. Adesso tocca agli iraniani, che erano andati a letto convinti di venire «sterminati come civiltà» e si sono risvegliati amiconi degli Usa, grazie a un «cambio di regime molto produttivo» avvenuto nel corso della notte all’insaputa del regime ma non di Trump, che perciò ha accettato di rinviare l’Armageddon. Di quanto? Che domanda: di due settimane.
C’è del metodo nella follia di questo finto pazzo che sembra vero (o viceversa) e risiede in quella formuletta attendista, paragonabile al «da lunedì» con cui noi promettiamo di metterci a dieta o cominciare pilates. Nella testa sgombra o fin troppo affollata di Trump «due settimane» significa poi, oppure mai, ma più probabilmente: boh.
(da Corriere della Sera)

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LA DISTRUZIONE DELL’ALTRO

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

LA POLITICA RAZZISTA DEL GOVERNO DI ISRAELE

Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati “Hezbollah” per comodità logistica, diciamo così: per essere sicuro di colpire il mio nemico, distruggo tutto ciò che gli sta attorno.
Come se qualcuno, per eliminare la camorra (sempre ammesso che i camorristi siano degni solamente di morire ammazzati), radesse al suolo Napoli. E nella sua mappa mentale cancellasse il nome “Napoli” e scrivesse “Camorra”, così se qualcuno lo accusa di avere distrutto Napoli, lui può rispondere: “Ma no, ho distrutto Camorra”.
È già accaduto a Gaza, è venuto il momento di chiedersi se il Libano non rischi di diventare la fase due di quella carneficina. La trasformazione degli esseri umani e delle popolazioni civili in bersaglio bellico prevede la loro de-classificazione su basi ideologiche o religiose o semplicemente antropologiche: nemici, infedeli, comunque “altri”, e in quanto tali meno umani, meno “noi”, meno depositari di una identità riconoscibile e di diritti identici ai nostri.
Civiltà da distruggere in una notte, ha detto Trump, ma la parola «civiltà» dev’essergli scappata. Non è da lui ammettere che ne esista qualcuna, al di fuori di Mar-a-Lago.
Parla chiaro l’atto razzista con il quale il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Un passo deciso contro l’universalità della condizione umana e il concetto stesso di uguaglianza. Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che
pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo. Si fatica a crederlo. Eppure.
(da Repubblica)

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FIAMME GIALLE PER LA “FIAMMA TRAGICA” DI PALAZZO CHIGI. LA PROROGA DI SEI MESI DEL COMANDANTE GENERALE DELLA GUARDIA DI FINANZA, ANDREA DE GENNARO, IN SCADENZA A MAGGIO, È L’ENNESIMA RAPPRESENTAZIONE DI UN GOVERNO ALLO SBANDO, AZZOPPATO DA FAIDE E SGAMBETTI E VETI INCROCIATI DEI TRE PARTITI

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

PUR ESSENDO UNA NOMINA CHE SPETTA AL MINISTERO DI GIORGETTI, L’ACCORDO SUL SUCCESSORE NON È SBUCATO FUORI. A RIMETTERCI DALLA PROROGA NON È SOLO DE GENNARO, CHE VEDE COSÌ VOLATIZZARSI NEL GRAN BALLO DELLE NOMINE DELLE PARTECIPATE DI STATO (ENI, LEONARDO, ETC.) UNA DOVIZIOSA PRESIDENZA. MA ESCONO DALLA COMPETIZIONE ANCHE I CANDIDATI FABRIZIO CUNEO E BRUNO BURATTI, A BREVE DESTINATI AMBEDUE ALLA PENSIONE – RESTANO IN POLE VITO AUGELLI, LEANDRO CUZZOCREA, UMBERTO SIRICO, MA NEI PROSSIMI SEI MESI, POTRA’ SUCCEDERE DI TUTTO

Fiamme Gialle per la “Fiamma Magica” di Palazzo Chigi, ormai diventato una rappresentazione tragica di un governo allo sbando, azzoppato da faide e sgambetti e veti incrociati di Lega e Forza Italia. La proroga di sei mesi del comandante generale della Guardia di Finanza, Andrea De Gennaro, in scadenza a maggio, sta lì a rappresentare un governo che sbanda al di là della crisi di nervi.
Pur essendo una nomina che spetta al Ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti a decidere è Palazzo Chigi. Ma qualcosa deve essere andato storto tra i tre partiti della maggioranza e un accordo sul successore di De Gennaro non è sbucato fuori. Quindi, il Consiglio dei Ministri ha promulgato una proroga che doveva essere di un anno ma, pare, il Quirinale non era dello stesso parere ed è finita con un compromesso per sei mesi.
A rimetterci non è solo De Gennaro che vede così volatizzarsi una doviziosa poltrona di presidente in qualche azienda partecipata di Stato (Eni, Leonardo, etc.), ma escono dalla competizione a comandante generale delle Fiamme Gialle anche per i candidati Fabrizio Cuneo e Bruno Buratti, a breve destinati ambedue alla pensione.
Resta in pole il generale Vito Augelli, a seguire si vocifera di Leandro Cuzzocrea, poche chance per il candidato preferito di Giorgetti e Crosetto, Umberto Sirico, finito nel tritacarne degli accessi abusivi del caso Striano. E la proroga alimenta anche qualche speranza per i sogni di Francesco Greco. Ma nei prossimi sei mesi chissà cosa potrà succedere
(da Dagoreport)

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SENZA CASA DA 4 ANNI: “COSTRETTO A DORMIRE IN STRADA, ANCHE SE SONO IN LISTA PER UN ALLOGGIO POPOLARE”

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

LUCIANO, 67 ANNI, IN STRADA DAL 2022: “DI GIORNO MI ARRANGIO, LA NOTTE DORMO NEGLI ANDRONI DEI PALAZZI, NON VOGLIO PERDERE LA DIGNITA’”

La storia di Luciano, di cui non riveliamo il cognome per tutelarne la privacy, si snoda attorno alle vie e alle piazze della Barona, quartiere nella periferia sud di Milano. È lì che il 67enne ogni giorno, da quattro anni, cerca appigli per restare a galla in una città che sembra averlo dimenticato. “Quattro anni fa, quando ancora avevo una famiglia e un tetto sopra la testa, non avrei mai immaginato di dover sperare nel portone aperto di un palazzo, per trovare rifugio di notte sulle scale o nell’androne”, dice Luciano a Fanpage.it.
La vita prima della strada
“Nella vita – racconta Luciano – mi sono sempre dato da fare, ho svolto diversi lavori, tra cui l’imbianchino e il tipografo. Un giorno però mi sono fatto male a una mano con la pressa e da allora non riesco più a usarla come prima, in più faccio fatica a camminare e ho problemi cardio-circolatori. Per questo sono diventato invalido civile”.
Fino al 2022 Luciano viveva a Milano in un alloggio popolare insieme alla fidanzata, poi la relazione è finita: “Il contratto di locazione era intestato alla mia ex compagna, io pagavo regolarmente la mia parte di affitto e spese – ricorda Luciano -, ma quando abbiamo deciso di separarci, dopo 18 anni di convivenza, mi sono ritrovato per strada senza nulla, se non la mia pensione di invalidità”.
“Vorrei solo una casa”
Da quattro anni Luciano gira in zona Barona, in attesa di poter avere ancora un tetto sopra la testa: “Durante il giorno sto all’aperto o entro in qualche bar – spiega -, la sera vado a dormire dove trovo rifugio: di solito nei box o negli androni dei palazzi rimasti aperti. Ma sono pulito – assicura -, cerco sempre di farmi almeno una doccia a settimana dove posso, non voglio perdere la mia dignità”.
Da subito ha fatto domanda per un alloggio popolare: la prima candidatura risale a dicembre 2022, poi ancora a settembre e a novembre 2024, istanze a cui si aggiungono quelle di agosto e dicembre 2025. “Al Caf di zona mi aiutano a fare la domanda, sono entrato in graduatoria e anche con un punteggio alto, ma non sono mai stato chiamato per l’assegnazione dell’alloggio”.
“La mia pensione di invalidità arriva tra tutto a circa 700 euro – spiega Luciano -, soldi con cui devo anche mangiare e quando servono comprarmi le medicine: ovviamente non posso permettermi un affitto sul mercato privato, nemmeno fuori Milano”.
L’unica soluzione resta attendere una casa popolare in città. “Capisco che ci sono tante famiglie che aspettano come me da anni – conclude Luciano – e non voglio passare davanti a nessuno, ma sono stanco e vorrei solo un posto da poter chiamare casa”.
(da Fanpage)

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CLAUDIA CONTE HA AGITO DA SCACCHISTA, OGNI SUA MOSSA E’ STATA PONDERATA, STUDIATA, PIANIFICATA A DOVERE

Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile

LA SUA FOLGORANTE CARRIERA E’ FRUTTO DI UN GIGANTESCO “SCHEMA PONZI” DELL’AUTOREVOLEZZA, CREATO SCIENTIFICAMENTE

La 34enne di Aquino ha messo a reddito la sua avvenenza, i suoi modi affettati, il suo eloquio perbene conquistando la compiacenza dei “dinosauri” del potere italiano per riempire il suo curriculum di consulenze, convegni, titoli e incarichi di ogni sorta.
Il suo primario obiettivo era diventare famosa, affrancarsi dal paesello ciociaro interiore: non importa come. E non le si può rimproverare scarso impegno. Prima ha provato a sfondare nel cinema, poi nel settore moda (sia come modella che come “stilista” di bikini), ha accarezzato velleità letterarie, vergando numerosi romanzi (qualcuno li ha letti?), infine ha scoperto il “sacro fuoco” del giornalismo.
La 34enne prezzemolona ciociara si è auto-appuntata la medaglietta della reporter, realizzando un documentario, una manciata di intervista e accumulando numerose, quanto innocue, ospitate televisive.
Giornalista, almeno sulla carta, Claudia Conte lo è davvero: è iscritta all’albo dei pubblicisti dal settembre 2023. Anche se online si trovano poche, pochissime, tracce di questo suo lavoro.
E qui si pongono alcune domandine: per diventare giornalista pubblicista, bisogna aver collaborato almeno due anni continuativamente con una testata registrata, dietro pagamento degli articoli (che devono essere almeno 80 in 24 mesi).
Per chi ha lavorato, agli albori della sua carriera, la prezzemolona ciociara?
Sembra difficile che una come lei, sempre pronta a pubblicizzare il proprio lavoro, non abbia condiviso sui social i suoi articoli che le hanno permesso di diventare giornalista pubblicista. Online non v’è traccia dei suddetti contenuti né si trovano sul curatissimo sito personale della Conte.
Nella sezione “A mia firma”, compaiono articoli a partire dal 2024, quando cioè aveva gia’ ottenuto il tesserino da pubblicista. E quelli precedenti?Sono spariti?
Strano che una metodica “producer di se stessa”, che pubblicizza anche l’ospitata alla Fiera mondiale del peperoncino a Rieti, non dia spazio alle sue fatiche giornalistiche. Non è una questione di lana caprina.
Sull’essere “giornalista” Claudia Conte ha edificato il suo castello di presentabilità. E’ grazie a quel tesserino che ha potuto presenziare a eventi, talk, moderare convegni, andare in tv e lasciarsi alle spalle il suo forse ingombrante passato da aspirante attrice e modella (e fidanzata di un calciatore). Si sa, in certi ambienti romani la forma è sostanza. E per chi, come Claudia Conte, ambiva al cuore delle istituzioni una certa frivolezza giovanile non era il miglior biglietto da visita.
La vicenda della “giornalista” Conte pone una questione molto seria per l’Ordine e i suoi iscritti.
La 34enne sui suoi social promuoveva la sua attività, anche giornalistica, taggando (e dunque pubblicizzando) i brand di moda scelti per i suoi outfit che la ripostavano. Una promozione vietata ai giornalisti.
Come è fuori luogo che i giornalisti sfruttino i media per la mera promozione di loro stessi neanche fossero starlette, rockstar o attrici. Bisognerebbe dare notizie e non fare di sé la notizia.
Ovviamente Claudia Conte non è la prima e non sarà l’ultima (magistrale l’articolo di Michele Masneri sulle “Claudie Conte” d’Italia) a sfruttare le debolezze del “sistema” italiano, basato sull’amichettismo da salotto e sull’unico ascensore sociale nazionale ancora esistente, cioè “il maschio anziano al comando” (copy Masneri).
Sorprende anche che il presenzialismo della giovane e rampante Claudia Conte, per anni, è stato ignorato dalle testate nazionali. Dagospia, in solitaria, ha parlato di lei chiedendosi da dove arrivasse tanta visibilità
E solo Dagospia ha segnalato, in tempi non sospetti, la vicinanza della 34enne al ministro Piantedosi. Gli altri giornalisti dov’erano? Forse a scattarsi selfie con la stessa Claudia.
E’ la solita romanella: basta entrare nel giro giusto, dove ci si conosce tutti, per poi, di liana in liana, avanzare nella foresta del potere.
E così ha fatto Claudia: ha scassinato la cassaforte della Roma potentona, con il potere dei suoi occhioni da lince, ottenendo incarichi a go-go. Sul profilo Linkedin della verace Claudia si contano svariate esperienze lavorative tra le quali svetta, come caso paradigmatico, l’incarico di “Consigliere” per l’associazione Remind.
La Conte ha pubblicato la lettera del tesoriere, Massimo Santucci: “Gentile Dott.ssa Claudia Conte, con la presente siamo lieti di comunicarle la Sua nomina quale Membro del Comitato Remind “Cultura dell’Abitare”, con la possibilità di utilizzare la denominazione di Consigliere Remind per la Cultura dell’Abitare”.
Un incarico di cui si fatica a comprendere il senso ma utile ad alimentare lo “schema Ponzi” dell’autorevolezza.
Il 24 febbraio, a pochi giorni dalla nomina (che Claudia Conte data da marzo 2026) l’ex “Ragazza Cinema Ok” intervista per “l’Opinione” il presidente di Remind, nonché Cavaliere di Gran Croce, Paolo Crisafi. Tout se tient.
Di libro in libro, di presentazione in presentazione, il “sistema” ha dato il suo “timbro”, validando la credibilità dell’ambiziosa e un tempo misconosciuta ciociara.
È una modalità preoccupante perché la maionese a volte puo’ impazzire e creare pastrocchi, persino pericolosi.
Ricordiamo il caso di Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte e Benedetta Sabene, le “attiviste” femministe indagate per stalking e diffamazione, che definivano Mattarella “vecchio di merda” ed evocavano metodi terroristici per “fare giustizia”. Tre giovani donne che nessuno avrebbe mai preso sul serio se le case editrici, le tv e i giornali non le avessero ospitate e trasformate in un “simbolo” della battaglia contro il “maschio”.
Togliete i tatuaggi, aggiungete qualche lifting, sostituite le ciance sull’empowerment femminile al radicalismo femminista, e i paralleli con il caso Claudia Conte emergono in tutta evidenza.
Una semisconosciuta sprovvista di un reale coté giornalistico o professionale, in virtù dei suoi buoni uffici, inizia a essere chiamata dalle tv a straparlare di tutto.
A quel punto il suo seguito online lievita (300mila follower) favorendo le ospitate successive, visto che le tv vanno a caccia di volti da social che “portino in dote” follower ed engagement. Di tassello in tassello, si “costruisce” una carriera. Tutto perfetto…fino al 31 marzo.
E’ il giorno in cui Claudia Conte, che fino al giorno prima aveva misurato ogni mossa, a sorpresa, si fa chiedere dal giovane virgulto meloniano Marco Gaetani della sua relazione con il ministro Piantedosi. Un “coming out” inaspettato e apparentemente kamikaze, per lei, per la sua carriera e per la rispettabilità del duro ministro irpino.
Perché la “producer di se stessa” ha deciso di rischiare il tutto per tutto, persino di vedere crollare il castello di carte fino ad allora costruito? Perché lo ha fatto?
È una “vendetta” verso Piantedosi? C’entra qualche promessa non mantenuta? Il giorno precedente all’intervista su “Money”, parlando al portale “Virgilio”, Claudia Conte aveva sussurrato: “Il mio desiderio più grande è diventare madre e costruire una famiglia. Tuttavia, finora la vita non mi ha ancora offerto questa possibilità. In ambito sentimentale ho attraversato momenti difficili e, anche per questo, mi sono dedicata intensamente al lavoro. Oggi la situazione è più serena: accanto a me c’è una persona e spero che questa relazione possa consolidarsi e trasformarsi nella realizzazione di quel sogno…”. Le due uscite pubbliche sono collegate? C’è un nesso invisibile tra le due interviste?
(da Dagospia)

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COSI’ NETANYAHU HA CONVINTO TRUMP AD ATTACCARE L’IRAN: LA RIUNIONE, IL MOSSAD, IL REGIME IN CADUTA

Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile

LA RICOSTRUZIONE DEL NEW YORK TIMES: VANCE E IL GENERALE CAINE ERANO CONTRARI, ANCHE LA CIA NON CREDEVA AI PIANI

Perché Donald Trump ha dichiarato guerra all’Iran? Mentre il presidente annuncia una tregua di due settimane nelle ostilità con Teheran senza aver conseguito nemmeno uno degli obiettivi che si era prefissato all’inizio del conflitto, un retroscena del New York Times ricostruisce la decisione della Casa Bianca. Mettendo in luce il ruolo di Benjamin Netanyahu, che l’11 febbraio scorso in una riunione con il tycoon ha dipinto il regime degli Ayatollah come prossimo alla caduta, mentre un esponente del Mossad sosteneva di poter alimentare le proteste. Così Trump si è convinto che quella dell’Iran fosse una campagna facile, come il Venezuela.
Il ruolo di Netanyahu nell’attacco degli Usa all’Iran
Il Nyt anticipa il racconto presente nel libro di Maggie Haberman e Jonathan Swan. La storia comincia l’11 febbraio scorso, quando un SUV con a bordo il primo ministro israeliano arriva alla Casa Bianca poco prima delle 11 del mattino. Lontano dagli occhi dei giornalisti, i funzionari statunitensi e israeliani si sono riuniti nella Sala del Gabinetto, adiacente allo Studio Ovale. Poi Netanyahu si è diretto al piano inferiore per una presentazione sull’Iran nella Situation Room. Trump non era a capotavola. Netanyahu era al suo opposto. Sullo schermo apparivano invece gli interventi di David Barnea, direttore del Mossad, l’agenzia di intelligence estera israeliana, e alcuni ufficiali militari israeliani.
La decisione sulla guerra
Con Trump c’erano il Segretario di Stato Marco Rubio e quello alla Difesa Pete Hegseth oltre al generale Dan Caine, presidente del Joint Chiefs of Staff. Poi John Ratcliffe, direttore della CIA, Jared Kushner, genero del presidente, e Steve Witkoff, inviato speciale di Trump. Assente il vicepresidente JD Vance, che si trovava in Azerbaigian. Nell’ora successiva i rappresentanti israeliani hanno presentato l’opzione della guerra con l’Iran. Il libro che racconta quelle ore si chiamerà “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump”. Trump era in sintonia con Netanyahu sull’Iran da molti mesi. I membri più scettici del gabinetto di guerra, a eccezione di Vance, si sono via via arresi all’istinto del presidente.
L’11 febbraio
Netanyahu ha spiegato a Trump che l’Iran era maturo per un cambio di regime. Gli israeliani hanno mostrato al presidente un breve video che includeva un montaggio di potenziali nuovi leader che avrebbero potuto prendere le redini del paese in caso di caduta del governo conservatore. Tra questi figurava Reza Pahlavi, il figlio in esilio dell’ultimo scià dell’Iran, ora dissidente residente a Washington, che aveva cercato di presentarsi come un leader laico in grado di guidare l’Iran verso un governo post-teocratico. Netanyahu e il suo team hanno delineato le condizioni che, a loro dire, indicavano una vittoria pressoché certa: il programma missilistico balistico iraniano sarebbe stato distrutto in poche settimane. Il regime sarebbe stato talmente indebolito da non poter più bloccare lo Stretto di Hormuz, e la probabilità che l’Iran potesse colpire gli interessi statunitensi nei paesi limitrofi era considerata minima.
Il Mossad
Inoltre, l’intelligence del Mossad indicava che le proteste di piazza in Iran sarebbero riprese e che, con l’impulso dei servizi segreti israeliani nell’alimentare rivolte e ribellioni, un’intensa campagna di bombardamenti avrebbe potuto creare le condizioni per il rovesciamento del regime da parte dell’opposizione iraniana. Gli israeliani avevano anche paventato la possibilità che combattenti curdi iraniani attraversassero il confine dall’Iraq per aprire un fronte di terra nel nord-ovest, mettendo ulteriormente a dura prova le forze del regime e accelerandone il crollo.
«Un’ottima cosa»
«Mi sembra un’ottima cosa», ha detto Trump al primo ministro. Per Netanyahu questo ha rappresentato un probabile via libera per un’operazione congiunta tra Stati Uniti e Israele. Netanyahu non è stato l’unico ad aver tratto dall’incontro l’impressione che il signor Trump avesse praticamente già preso la sua decisione. I consiglieri del presidente si sono resi conto che era rimasto profondamente colpito dalle potenzialità dei servizi militari e di intelligence di Netanyahu, proprio come era accaduto quando i due si erano parlati prima della guerra di dodici giorni con l’Iran a giugno.
Ali Khamenei
In precedenza, durante la sua visita alla Casa Bianca dell’11 febbraio, Netanyahu aveva cercato di focalizzare l’attenzione degli americani riuniti nella Sala del Gabinetto sulla minaccia esistenziale rappresentata dalla Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, di 86 anni. E il premier ha sostenuto che il prezzo dell’azione sarebbe aumentato se si fosse ritardato l’attacco, concedendo all’Iran più tempo per accelerare la produzione di missili e creare uno scudo di immunità attorno al suo programma nucleare. Durante la notte, gli analisti hanno lavorato per verificare la veridicità di quanto il team israeliano aveva riferito al presidente. I risultati dell’analisi dell’intelligence statunitense sono stati condivisi il giorno seguente, il 12 febbraio, in un’altra riunione riservata ai soli funzionari americani nella Situation Room.
Gli esperti Usa
I funzionari statunitensi hanno valutato che gli obiettivi di decapitare la leadership e indebolire le difese fossero raggiungibili con l’intelligence e la potenza militare americane. Hanno invece ritenuto che il terzo e il quarto punto della proposta di Netanyahu, che includevano la possibilità di un’invasione di terra dell’Iran da parte dei curdi, fossero lontani dalla realtà. Quando il signor Trump si è unito alla riunione, il signor Ratcliffe lo ha informato sulla valutazione. Il direttore della CIA ha usato una sola parola per descrivere gli scenari di cambio di regime del primo ministro israeliano: «Farseschi».
Il generale Caine
Il presidente si è rivolto quindi al generale Caine. «Generale, cosa ne pensa?». La risposta: «Signor presidente, per esperienza so che questa è la prassi standard per gli israeliani. Esagerano con le promesse e i loro piani non sono sempre ben definiti. Sanno di aver bisogno di noi, ed è per questo che insistono tanto».
Trump ha rapidamente valutato la situazione. Il cambio di regime, ha detto, sarebbe stato «un loro problema». Non era chiaro se si riferisse agli israeliani o al popolo iraniano. Ma il punto fondamentale era che la sua decisione sull’opportunità di entrare in guerra contro l’Iran non sarebbe dipesa dalla realizzabilità delle parti 3 e 4 della presentazione di Netanyahu.
La decisione
Negli ultimi giorni di febbraio, americani e israeliani hanno discusso di una nuova informazione che avrebbe accelerato significativamente i tempi. L’ayatollah si sarebbe incontrato in superficie con altri alti funzionari del regime, in pieno giorno e completamente esposto a un attacco aereo. Era un’occasione irripetibile per colpire al cuore la leadership iraniana, un obiettivo che forse non si sarebbe più ripresentato. A quel punto Trump ha dato all’Iran un’altra possibilità di raggiungere un accordo che gli impedisca di dotarsi di armi nucleari.
Quella stessa settimana, Kushner e Witkoff hanno telefonato da Ginevra dopo gli ultimi colloqui con i funzionari iraniani. Nel corso di tre cicli di negoziati in Oman e Svizzera, i due avevano messo alla prova la disponibilità dell’Iran a raggiungere un accordo. A un certo punto, hanno offerto agli iraniani combustibile nucleare gratuito per tutta la durata del loro programma, un test per capire se l’insistenza di Teheran sull’arricchimento fosse realmente motivata dalla necessità di energia civile o dalla volontà di preservare la capacità di costruire una bomba atomica.
L’attacco
Gli iraniani hanno respinto l’offerta, definendola un attacco alla loro dignità. Il signor Kushner e il signor Witkoff hanno illustrato la situazione al presidente. Probabilmente avrebbero potuto negoziare qualcosa, ma ci sarebbero voluti mesi, hanno detto. Giovedì 26 febbraio, intorno alle 17:00 ha avuto inizio l’ultima riunione della Situation Room. A quel punto, le posizioni di tutti i presenti erano chiare. Tutto era già stato discusso nelle riunioni precedenti; ognuno conosceva il
punto di vista degli altri. La discussione è durata circa un’ora e mezza. «Penso che dobbiamo farlo», ha concluso Trump. Due giorni dopo è arrivato l’attacco.
(da Open)

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