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DAVVERO L’IMPEGNO DI GIORGIA MELONI CONTRO OGNI MAFIA E’ CRISTALLINO, COERENTE E DURATURO?

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

ATTACCA I GIORNALISTI CON LO STESSO FRAME RETORICO USATO CONTRO PAOLO BORSELLINO

Giorgia Meloni reagisce alla foto rilanciata da Report che la ritrae insieme a un pentito del clan dei Senese. Lo fa, come di consueto, con un post sui social che oscilla tra vittimismo e attacco. La leader di Fratelli d’Italia si lamenta di una “redazione unica” (composta da Il Fatto Quotidiano, la Repubblica e Fanpage, oltre a Report) che vorrebbe dimostrare “non so quale commistione con la criminalità organizzata”
La giustificazione che la Presidente del Consiglio propone rispetto alla foto è, in sé, fondata: chi fa politica e sta in mezzo alla gente accumula migliaia di selfie con sconosciuti, e sarebbe scorretto costruirci sopra un teorema di contiguità mafiosa. Ma con le sue parole Meloni non si limita all’autodifesa, passa alla rivendicazione di una storia politica antimafiosa: “Il mio impegno contro ogni mafia è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova.”
Una frase verificabile e, quindi, da verificare.
I professionisti dell’informazione e i professionisti dell’antimafia
Prima ancora di entrare nel merito delle politiche, c’è però un dettaglio retorico che vale la pena segnalare. Nel suo post, Meloni attacca i giornalisti che hanno pubblicato la notizia definendoli “professionisti dell’informazione”, con le virgolette a fare da grimaldello ironico. È una formula che chi conosce la storia dell’antimafia italiana non può leggere senza un certo disagio
“I professionisti dell’antimafia” era infatti il fortunato titolo di un articolo del 1987 di Leonardo Sciascia, che fu poi utilizzato negli anni successivi per muovere accuse
e allusioni contro i magistrati antimafia, dipinti come opportunisti in cerca di visibilità. Anche Paolo Borsellino fu vittima di quella delegittimazione. Meloni, per difendersi da un’inchiesta giornalistica sulla criminalità organizzata, ricorre allo stesso frame retorico che veniva usato contro l’antimafia, e lo fa nonostante riconduca proprio a Borsellino la sua genesi politica.
“Parlate di mafia”, ma solo in tema di immigrazione
Al magistrato ucciso in via D’Amelio quel 19 luglio del 1992 si deve un appello, diventato negli anni quasi un manifesto: «Parlate di mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però, parlatene». Anche il partito di Giorgia Meloni si è appropriato di quell’invito: da qualche anno, in luglio, Fratelli d’Italia promuove un evento intitolato proprio “Parlate di mafia”.
Eppure, per trovare qualcosa contro la criminalità organizzata nel programma elettorale del partito alle politiche del 2022, si deve arrivare al sesto capitolo, ottavo punto: dopo l’istituzione del poliziotto di quartiere e la promessa di “norme più severe per atti contro il decoro”, ecco finalmente arrivare “lotta alle mafie e al terrorismo”. Tutto qui. Non una parola di più.
Questa lotta (non argomentata) sta comunque alla voce “Sicurezza e contrasto all’immigrazione illegale”. Non è un dettaglio trascurabile: rivela una visione della criminalità organizzata ridotta a fenomeno di confine e di ordine pubblico. Come se la mafia esistesse solo come prodotto dell’immigrazione irregolare e non come sistema economico radicato nel tessuto sociale italiano da più di centocinquant’anni.
Questa impostazione ideologica, questa gerarchia di valori e priorità, ha conseguenze pratiche. Meloni stessa ha denunciato sospetti di infiltrazione criminale nei flussi migratori, con le organizzazioni mafiose che gestirebbero il traffico di manodopera straniera sfruttando le procedure legali di ingresso. Ma, anziché interrogarsi sul funzionamento di quelle procedure, il primo atto del governo Meloni in materia di immigrazione è stato la dichiarazione dello stato di emergenza, l’ennesimo ostacolo a una gestione logica e umana dei flussi migratori.
Attivare lo stato di emergenza, previsto per catastrofi e calamità, significa infatti
affidare la gestione degli ingressi e l’organizzazione dell’assistenza alla Protezione Civile, privilegiando così l’efficienza logistica sulla qualità dell’inserimento: chi arriva viene gestito come un’emergenza, da controllare e dislocare, invece che come una persona che entra in una comunità. Si creano così sacche di segregazione e invisibilità (persone che non parlano la lingua, non conoscono i diritti, non hanno accesso ai servizi), il terreno di coltura su cui la mafia prospera, sia attingendo a un bacino di manodopera da sfruttare, sia come fornitore di quei servizi che lo Stato non riesce o non vuole garantire.
Da diritti a favori: il welfare mafioso come strumento di consenso
Se la mafia prospera in assenza di diritti, allora anche le politiche sociali diventano parte integrante del discorso antimafia. Le organizzazioni criminali costruiscono consenso e radicamento territoriale offrendo come favori quel che le istituzioni non riescono (o non vogliono) garantire come diritti. Ma chi riceve un favore dalla mafia contrae un debito, che resta alla base di relazioni clientelari attivabili a piacere dell’organizzazione criminale.
In questo quadro, la scelta di smantellare il reddito di cittadinanza è tutt’altro che un atto neutro. Quel sussidio, strumento imperfetto e non privo di problemi teorici e applicativi, poteva ridurre, almeno in parte, specie nei contesti più fragili, la pressione del bisogno e quindi la dipendenza da reti informali o illegali.
L’abolizione del reddito di cittadinanza non ha eliminato quel bisogno: ha semplicemente smesso di offrire una risposta istituzionale. E la narrazione con cui Meloni ha accompagnato quella scelta (l’idea di “non disturbare chi vuole fare”, la contrapposizione tra chi produce e chi pesa) finisce per trascurare un dato elementare, che chi ha una cultura antimafiosa non può ignorare: nei contesti in cui il lavoro dignitoso è scarso e quello irregolare abbonda, la vulnerabilità economica non è una scelta, ma una condizione di partenza, oltre che un presupposto di ricattabilità che fa comodo alla criminalità organizzata.
Carcere duro e rave party: la soluzione è sempre e solo repressione
Non sorprende, allora, che l’unica prova di impegno citata da Giorgia Meloni nel ù
suo post sia il carcere duro: tra i primi atti del governo c’è stato infatti il decreto legge sull’ergastolo ostativo. Lasciando sullo sfondo il merito della norma e i rilievi della Corte Costituzionale e della Corte europea dei diritti umani che esigevano una riforma, vale la pena notare che la legge sul carcere duro è contenuta nel cosiddetto “decreto anti-rave”.
Lo Stato non c’è se non al momento del castigo e l’unica proposta politica che il governo Meloni riesce a elaborare di fronte alle questioni sociali, più o meno complesse, è una e una sola: repressione. Non si tratta certo di un’esclusiva di questo esecutivo di destra estrema: il populismo penale è una pratica ormai trasversale. E la normativa antimafia è da anni l’espediente con cui si inasprisce la reazione repressiva, a prescindere dalla contiguità con la criminalità organizzata.
Sul piano retorico, infatti, la lotta alla mafia mette d’accordo tutti. Anni fa, Andrea Delmastro Delle Vedove aveva trovato una sintesi eloquente durante un intervento parlamentare: contro la criminalità organizzata servirebbe “durezza, lotta senza tregua, nessun gargarismo garantista, ma pronta, dura, spietata reazione dello Stato”.
Ammesso e non concesso che il garantismo non sia dovuto anche a chi debba fronteggiare accuse di criminalità organizzata (così ignorando la differenza tra Stato e mafia), le misure di prevenzione antimafia hanno rappresentato negli ultimi anni strumenti applicati oltre il loro perimetro, anche contro chi, con la mafia, non ha nulla a che fare: la sorveglianza speciale è stata richiesta anche nei confronti di attivisti per il clima che utilizzano metodi di lotta nonviolenta, rivelando come la ricetta repressiva non riguardi solo i criminali, ma anche chi venga, di volta in volta, considerato tale.
Il “solito sistema clientelare” non è lotta alla mafia
Cristallino, coerente, duraturo: questo, secondo Giorgia Meloni, sarebbe il suo impegno contro ogni mafia. La verifica restituisce un quadro più complicato. L’antimafia di questo governo vive quasi interamente di simboli: la scelta della leader di impegnarsi in politica il giorno della strage di via D’Amelio, le frasi di
Borsellino usate come titoli di festival, la retorica del carcere duro. Nel frattempo, le misure di sostegno al reddito vengono smantellate lasciando il bisogno senza risposta istituzionale, la gestione dell’immigrazione produce invisibilità e ricattabilità, la risposta alla complessità sociale si riduce sistematicamente a repressione.
Ma le politiche non esauriscono la verifica. C’è anche una cultura politica, che si misura dalle parole dei singoli, e dal silenzio di chi le ascolta senza intervenire. Poche settimane fa, nel pieno della campagna referendaria, Aldo Mattia, deputato di Fratelli d’Italia, ha suggerito di utilizzare anche il “solito sistema clientelare” per convincere le persone a votare sì alla riforma Meloni-Nordio (“non ci credi? Be’, fammi questo favore, perché sei mio cugino, perché io t’ho fatto questo favore, aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti”).
Quelle parole, che non hanno ricevuto pubblici rimproveri né formali dissociazioni da parte del partito, svelano un cortocircuito fatale: la criminalità organizzata, prima ancora di essere un impero economico o un esercito, è un metodo. E il metodo mafioso si basa sul favore che sostituisce il diritto, sulla rete di fedeltà personali, sul debito di riconoscenza usato come moneta di scambio. Pretendere di sradicare la mafia invocando il carcere duro, per poi normalizzare e rivendicare la logica del clientelismo pur di raccogliere consensi, svela il vero limite dell’antimafia di questo governo, che venera i simboli e si indigna per le foto, ma si rifiuta di prosciugare la palude culturale e sociale in cui le mafie, da sempre, continuano a prosperare.

(da Fanpage)

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IL TRABALLANTE ACCORDO DI CESSATE IL FUOCO CON L’IRAN FA INCAZZARE IL MONDO “MAGA” . IL POPOLARE CONDUTTORE RADIO CONSERVATORE, MARK LEVIN, HA DEFINITO UN “ASSOLUTO” DISASTRO L’ACCETTAZIONE DA PARTE DI DONALD TRUMP DEL PIANO IN 10 PUNTI DI TEHERAN COME BASE PER LE TRATTATIVE

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

L’ATTIVISTA LAURA LOOMER HA DEFINITO LE TRATTATIVE CON L’IRAN UN “FALLIMENTO”,,,SU TRUTH, LA PIATTAFORMA SOCIAL DI TRUMP CHE RACCOGLIE MOLTI DEI SUOI SOSTENITORI, I MESSAGGI CRITICI PER L’ACCORDO CON L’IRAN SONO MIGLIAIA, CIRCA 40MILA SECONDO IL “NEW YORK TIMES”

L’accordo di cessate il fuoco con l’Iran non sana la spaccatura del mondo Maga sulla guerra in Iran. Mark Levin, il popolare conduttore radio conservatore, ha definito un “assoluto” disastro l’accettazione da parte di Donald Trump del piano in 10 punti di Teheran come base per le trattative.
Laura Loomer, l’attivista di destra alleata del presidente, ha definito le trattative con l’Iran un “fallimento”, mettendo in evidenza come il “regime iraniano non è mai stato così rincuorato”.
Su Truth, la piattaforma social di Trump che raccoglie molti dei suoi sostenitori, i messaggi critici per l’accordo con l’Iran sono migliaia, circa 40.000 secondo il New York Times. “Distruggi la presidenza con questo gesto senza senso”, ha scritto Ultra_Maga_King. “Mi vergog(dano di aver votato per te nel 2017, nel 2020 e nel 2024”, afferma un altro utente.
(da agenzie)

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“VISTI I RISULTATI, AL GOVERNO NON CONVIENE CONTINUARE AD ATTACCARE LA MAGISTRATURA”. NICOLA GRATTERI SI TOGLIE QUALCHE MACIGNO DALLE SCARPE: “L’ARROGANZA E L’AGGRESSIVITÀ NON PAGANO, CE LO HA SPIEGATO IL RISULTATO DEL REFERENDUM”

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

“ATTENZIONE, TUTTI QUEI VOTI AL ‘NO’ NON SONO AL CENTROSINISTRA: CI SONO ALMENO 3 MILIONI DI VOTI CHE ARRIVANO DAL CENTRODESTRA!… OGGI LA POLITICA È PIÙ DEBOLE PERCHÉ È STATO TOLTO IL FINANZIAMENTO PUBBLICO AI PARTITI E MOLTE FIGURE BORDERLINE LI FINANZIANO. LA MAFIA OGGI È MENO RICONOSCIBILE”

‘Ci sono almeno 3 milioni di voti che arrivano dal centrodestra. “Dal referendum sono uscito più forte e più sicuro. Mi è servito a conoscere il genere umano, le persone che mi stanno attorno. Mi sono allenato a resistere allo stress, perché per mesi ogni giorno ho avuto attacchi sui giornali e nelle televisioni. Mi sono arricchito dal punto di vista umano”. Così il procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, a Otto e mezzo, su La7.
“E’ stato bellissimo vedere i colleghi magistrati che non si sono mai spinti oltre quello che gli compete uscire e parlare con la gente, incontrare le persone. Più attacchi mi hanno fatto, più affetto e solidarietà ho ricevuto. Abbiamo coadiuvato un pezzo di Italia”, sottolinea.
“Quando durante lo spoglio – continua Gratteri – ho visto che a metà spoglio alcuni partiti iniziavano a dire “abbiamo vinto” e a parlare di primarie, dicevo ‘attenzione, state un po’ zitti’ perché tutti quei voti al no non sono al centrosinistra; ci sono almeno 3 milioni di voti che arrivano dal centrodestra. Per mettersi a dire “abbiamo vinto” ce ne vuole. Inviterei alla prudenza e a continuare a lasciare lavorare questo governo fino alla scadenza della legislatura”.
‘La mafia è meno riconoscibile, spesso seduta allo stesso tavolo’
“Non parlo delle indagini in corso, ma la storia giudiziaria ci insegna che oggi la politica è più debole perché è stato tolto il finanziamento pubblico ai partiti. Molte persone per bene li finanziano, ma anche figure borderline. La mafia oggi è meno riconoscibile: è imprenditrice, è nel mondo delle professioni”. Così il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, a Otto e mezzo su La7.
“Spesso nelle nostre indagini li abbiamo visti tutti seduti allo stesso tavolo, assieme anche alla politica. Non è impossibile per i partiti vigilare di più. La differenza tra un leader e un altro è il saper selezionare – ha sottolineato – In questi casi è pericoloso il cerchio magico, l’impedire a chi comanda di vedere la realtà”.
‘L’arroganza non paga, si facciano riforme per velocizzare i processi’
“Se la storia serve a imparare, penso che, visti i risultati, al governo non convenga continuare ad attaccare la magistratura. L’arroganza e l’aggressività non pagano, ce lo ha spiegato questo risultato elettorale”. Così il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, a Otto e mezzo su La7.
“Penso che quest’anno e mezzo di legislatura che rimane sarebbe bene che il governo lo utilizzasse per fare riforme che servono a velocizzare i processi e a investire”, ha aggiunto.
‘L’Onu non c’è, dobbiamo andare a Chi l’ha visto per trovarlo’
“Né l’Italia, né l’Europa sono influenti. Stiamo pagando il fatto che nei decenni passati non si è pensato a un’Europa federale. L’Ue è sempre più marginale e non c’è nessun leader europeo che può dire di influenzare davvero quello che sta accadendo nel mondo. Da quando c’è Trump il diritto internazionale non esiste più”. Così il procuratore di Napoli Nicola Gratteri a Otto e mezzo su La7. “L’Onu non c’è, dobbiamo andare a “Chi l’ha visto per trovarlo?”, ha aggiunto.
(da agenzie)

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“LE PRIMARIE SONO INUTILI”. IL CO-LEADER DI AVS, NICOLA FRATOIANNI TUMULA I GAZEBO: “ LA DOMANDA PIÙ URGENTE CHE EMERGE NON È CHI GUIDA LA COALIZIONE MA COSA VOLETE FARE E COME. A CONTE E SCHLEIN DICO: SUBITO IL PROGRAMMA”

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

“LA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE? LA DESTRA STA PROVANDO A CAMBIARE LA CARTE IN TAVOLA, MA NOI LO ABBIAMO GIÀ DETTO: FERMATEVI. È INACCETTABILE UN’ALTRA FORZATURA SULLE REGOLE”

Nicola Fratoianni, frontman di Avs con Angelo Bonelli, predica nel deserto: «Le primarie sono l’argomento meno utile possibile, per la coalizione progressista e
anche per gli elettori», dice. «Con le follie di Trump muore anche il patriottismo tanto esibito da Meloni», aggiunge.
Il governo finirà la legislatura?
«Mi auguro che se ne vadano il prima possibile, il Paese ha un disperato bisogno di una alternativa. Non ho la sfera di cristallo ma si muovono come pugili suonati. Si sono dimessi personaggi che già avrebbero dovuto farlo e solo perché sommersi dai no al referendum»
Se si andasse a elezioni anticipate, come fareste?
«Siamo pronti, come opposizione abbiamo costruito una larga convergenza in questi anni, al netto del racconto che spesso se ne fa. Ci sono proposte di legge già scritte e presentate su lavoro, giustizia sociale e ambientale, diritti universali come salute e istruzione, compresa la cruciale questione del diritto internazionale, affinché si punti sulla diplomazia e contro supremazia delle armi».
Ricorda le famose quasi 300 pagine dell’Unione nel 2006?
«Sì, ora proverei ad ascoltare il messaggio arrivato forte e potente dal voto referendario: attuare la Costituzione non è un esercizio di retorica, a partire dall’articolo 1, ma in termini dinamici è l’obiettivo di un governo giusto. La Costituzione come una bussola, la formidabile trama di un programma che indica una direzione di marcia, attraverso una mobilitazione collettiva».
Ma le primarie si fanno, sì?
«Non saprei, ma so che l’argomento non è per nulla al centro delle preoccupazioni di chi ha votato al referendum. Il voto ha cambiato l’aria e mostrato la debolezza della destra, la domanda più urgente che emerge non è chi guida ma cosa volete fare e come: dar sostanza alla parola “alternativa”»
Il M5S dice che sarà pronto a giugno per parlare di programmi. Può andare?
«Dico che dovevamo vederci l’altro ieri, torno a porre la questione: incontriamoci. Lo dico a Conte, ma anche a Schlein e a tutti quelli che ci stanno. Questo non significa interrompere i percorsi che ognuno ha scelto. Significa costruire iniziativa politica collettiva per stare nello spirito del tempo e costruire un patto con il Paese»
La riforma della legge elettorale può influire in questi ragionamenti?
«La destra sta provando a cambiare la carte in tavola, ma noi lo abbiamo già detto: fermatevi. È inaccettabile un’altra forzatura sulle regole pensata sulla base della convenienza del momento».
Tre punti programmatici inderogabili secondo Avs?
«Non abbiamo mai scelto di procedere per veti o pretese non negoziabili, però: il tema dei salari, perché la condizione del lavoro è un’emergenza vera, attraverso l’indicizzazione degli stipendi con l’inflazione.
Poi la politica estera: in un mondo che va a rotoli, l’unica strada percorribile è ricollocare l’Italia nella sua tradizione di multilateralismo e la transizione energetica ed ecologica, che va fatta pagare a chi in questi anni ha fatto enormi profitti».
(da La Repubblica)

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LA CASSAZIONE HA ANNULLATO L’ARRESTO DI MOHAMMAD HANNOUN, L’ATTIVISTA E ARCHITETTO PALESTINESE RESIDENTE A GENOVA, ACCUSATO DI FINANZIARE HAMAS

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

I GIUDICI AVREBBERO DECISO DI ESCLUDERE LE PROVE CONTRO IL 64ENNE FORNITE DAI SERVIZI SEGRETI ISRAELIANI – IN ATTESA DI UNA NUOVA PRONUNCIA DEL RIESAME, HANNOUN RESTA RECLUSO A TERNI

La quinta sezione della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio a una diversa sezione del Riesame di Genova l’arresto di Mohammad Hannoun, l’attivista e architetto palestinese di 64 anni arrestato a fine dicembre perché accusato di essere al vertice della cellula italiana di Hamas. Annullate con rinvio anche le ordinanze di custodia cautelare degli altri tre rimasti in carcere.
In attesa di una nuova pronuncia del Riesame, Hannoun resta recluso a Terni. La motivazione sarà resa nota entro 30 giorni. In attesa delle motivazioni alla pronuncia della Cassazione, appare certo, visto il respingimento del ricorso dei pm, che i documenti israeliani sono stati definitivamente esclusi come fonte indiziaria, come già aveva disposto sia il Riesame di Genova che i pg della stessa Cassazione, in netto contrasto con i pm genovesi.
«Visto che il provvedimento riguarda tutti gli arrestati, sembra evidente che i giudici della Cassazione abbiano ascoltato e immagino accolto il tema di fondo posto da me, cioè è configurabile in questo caso il 270 bis?», afferma l’avvocato Fabio Sommovigo, legale di Hannoun. Quest’ultimo è accusato di aver dirottato i soldi di raccolte fondi a scopi umanitari per finanziare in realtà Hamas.
(da agenzie)

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LA SENATRICE DI FRATELLI D’ITALIA CARMELA BUCALO AVREBBE CHIESTO A GIOACCHINO AMICO DI OCCUPARSI DI UN FINANZIAMENTO: NELLE CARTE DEL PROCESSO “HYDRA” EMERGE LA RETE DEL MAFIOSO PENTITO, REFERENTE DELLA CAMORRA DEI SENESE IN LOMBARDIA E PROTAGONISTA DEL SELFIE CON GIORGIA MELONI

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

L’INCONTRO IN UN RISTORANTE SEI ANNI FA CON BUCALO E PAOLA FRASSINETTI, DEPUTATA DI FDI E SOTTOSEGRETARIA ALL’ISTRUZIONE (NON INDAGATA), CHE REPLICA: “IO MESSA IN MEZZO PER UN TIRAMISU”… IL PENTITO TIRA IN BALLO ANCHE IL CAMERATA CARLO FIDANZA, IL FORZISTA MULE’ E IL SOTTOSEGRETARIO LEGHISTA MOLTENI

“Praticamente noi su Milano, abbiamo un consorzio di imprese sui servizi (…) facciamo anche noi il discorso mutui, leasing (…) tutte queste cose (…) con determinate condizioni a livello consorziali.. cioè nel senso di prendere una minima parte sull’investimento”.
Così parlava, intercettato nel 2020, Gioacchino Amico, presunto referente della camorra romana dei Senese in Lombardia, ora imputato e pentito nel processo milanese “Hydra” sull’alleanza tra esponenti delle tre mafie. Amico, in particolare, si legge in un’informativa agli atti, “su richiesta” di Carmela Bucalo – prima deputata e ora senatrice di FdI, non indagata – “contattava” un avvocato “interessato ad un finanziamento di 400/500mila euro per la ristrutturazione di un edificio da adibire ad hotel sull’isola di Salina” in Sicilia.
Il dettaglio è uno dei tanti che emerge dalle decine di pagine di una maxi annotazione dei carabinieri del Nucleo investigativo, nell’inchiesta dei pm della Dda Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, dedicate alle “aderenze politiche” del presunto boss del “consorzio” di mafie, ora collaboratore di giustizia che nel 2019, come rivelato da Report, quando non era ancora indagato per mafia e aveva già avuto guai giudiziari, fece un selfie con la premier Giorgia Meloni ad un evento di Fratelli d’Italia a Milano.
Negli atti, tra le altre cose, gli investigatori ricostruiscono un incontro a Roma del 20 maggio di sei anni fa in un ristorante, a cui avrebbero preso parte Amico, Raimondo Orlando, altro indagato nella maxi inchiesta “Hydra”, Bucalo, Paola Frassinetti, deputata FdI e sottosegretaria all’Istruzione, anche lei non indagata, e due “collaboratrici”, non indagate, delle due parlamentari.
Sono stati intercettati, scrivono gli investigatori, “contatti telefonici e documentati alcuni incontri” funzionali “a creare un rapporto di collaborazione nei vari settori d’interesse”. Il 6 maggio 2020, inoltre, le due collaboratrici delle parlamentari “venivano controllate” a bordo di un’auto “intestata alla ditta ‘S.F. di Amico Gioacchino'”. Il 16 giugno 2020 una delle due, parlando con Amico, gli dicev “quelle te le apro io”, riferendosi, si legge in un’intercettazione, alle “porte di Montecitorio”.
Agli atti anche una conversazione del 16 maggio 2020 tra Amico – che ha già parlato in cinque verbali ai pm, in gran parte omissati anche sui rapporti con la politica – e Giancarlo Vestiti, che sarebbe stato al vertice dei Senese in Lombardia ma anche della cosiddetta “mafia a tre teste”. Il primo parlava della “necessità di recarsi a Roma, ove, a suo dire, grazie alla intermediazione” di una collaboratrice delle due parlamentari riteneva “di riuscire ad ottenere agevolazioni per l’avvio di attività nel settore delle sanificazioni” nel periodo Covid.
Nell’ambito delle “conoscenze politico-istituzionali”, poi, si legge ancora nell’annotazione, “emergeva il contatto diretto di Amico” con “il Senatore Mantovani Mario”, all’epoca senatore di Forza Italia e attualmente eurodeputato FdI, anche lui non indagato. Il 17 aprile 2020, inoltre, scrivono gli investigatori, Vestiti, intercettato mentre parlava con la sorella, “elencava una serie di noti esponenti del mondo politico ed imprenditoriale, indicandone alcuni come frequentatori della propria abitazione”.
Sempre sei anni fa, ad ottobre, poi, in un’altra intercettazione ambientale un altro indagato diceva ad Amico: “dobbiamo candidare due persone al Comune di Milano”. E Raimondo Orlando e Antonio Romeo “dialogavano” nel 2020 con una persona non identificata “per un successivo incontro con il responsabile di Forza Italia in Piemonte, per futuri investimenti ambito ecobonus 110%”.
Gli investigatori segnalano che era “forte” l’interesse “dei vari gruppi” dell’alleanza tra le tre mafie “nel favorire l’elezione e la nomina di questo o quel candidato”. Dettagli ci sono pure sulle presunte attività in queste senso di Paolo Errante Parrino, parente di Messina Denaro e uno dei presunti boss imputati nel maxi processo. Un aspetto, quello dei contatti con politici “nazionali” e “locali”, che la Procura diretta da Marcello Viola (oggi era a Roma per una riunione con la Dna) sta vagliando proprio a partire dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, tra cui Amico ma anche Bernardo Pace, morto in carcere lo scorso marzo.
Dopo le polemiche per la pubblicazione del selfie di Giorgia Meloni e Gioacchino Amico, le rivelazioni del presunto referente del clan senese continuano a surriscaldare il clima politico. Il Fatto Quotidiano parla dell’indagine Hydra, condotta dalla Procura di Milano, che punterebbe a far luce sulla supposta “rete politica” del pentito.
E, partendo da quanto intercettato o dichiarato da quest’ultimo, tira in ballo diversi politici: da Giorgio Mulè (FI) a Nicola Molteni (Lega) fino alle parlamentari di FdI Paola Frassinetti e Carmela Bucalo. Di loro, chi interviene lo fa per escludere di aver avuto rapporti con Amico: l’azzurro parla di “fango”, la meloniana Bucalo di “calunnie”, il leghista si riserva di adire le vie legali. Intanto, lo scontro deflagra al Senato, con scambi di accuse tra maggioranza e opposizione, dopo la richiesta di chiarimenti al sottosegretario agli Interni Molteni da parte del Pd.
Le scintille iniziano nella commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama, quando il dem Marco Meloni chiede conto allo stesso Molteni dell’articolo del Fatto. Parole che creano il caos, innescando un durissimo botta e risposta. “Mi sono limitato a porre una domanda” e “sono stato oggetto di insulti e contumelie varie da parte di senatrici e senatori della maggioranza.
Persino la minaccia di tirarmi addosso un fascicolo di emendamenti – racconta il dem Meloni – Un insulto irriferibile mi è arrivato anche dallo stesso sottosegretario”. Il presidente della commissione Alberto Balboni (FdI) riferisce una frase che, invece, avrebbe pronunciato il dem Meloni lasciandolo “esterrefatto”, ovvero “che ‘il governo va a braccetto con i mafiosi’. Chiaramente i colleghi della maggioranza hanno reagito…”. “Accuse infamanti”, sbottano i senatori della Lega. In mattinata Molteni aveva dichiarato di non aver “mai intrattenuto qualunque tipo di rapporto” con Gioacchino Amico.
FI si stringe attorno a Mulè, che – da parte sua – ricostruisce così la vicenda: c’è “un’intercettazione risalente al 1 marzo 2021 in cui un mafioso di nome Gioacchino Amico dopo la mia nomina a sottosegretario alla Difesa” avrebbe detto “a un suo interlocutore di conoscermi e di aver ‘parlato’ con me”. “Il contenuto di questa intercettazione è rimasto per un lustro nei cassetti della Procura di Milano perché evidentemente era irrilevante”.
Intanto negli atti del processo milanese, tra le altre cose, gli investigatori ricostruiscono un incontro a Roma del 20 maggio di sei anni fa in un ristorante, a cui avrebbero preso parte – tra gli altri – Amico, Bucalo e Frassinetti e due collaboratrici (tutte non indagate). Intercettati, scrivono gli investigatori, “contatti telefonici e documentati alcuni incontri” funzionali “a creare un rapporto di collaborazione nei vari settori d’interesse”.
I pm romani hanno acceso i riflettori sulla società ‘Le 5 Forchette’ di cui ha detenuto una quota l’ormai ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro. Il quale, oggi, viene citato nuovamente dalla moglie di Mauro Caroccia (indagato insieme alla figlia Miriam per riciclaggio e intestazione fittizia di beni): “Per noi Delmastro è stata come una manna dal cielo, ci ha fatto uscire dal baratro in cui eravamo finiti per la grave situazione economica in cui ci trovavamo”, avrebbe ribadito la donna agli inquirenti.
(da Domani)

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IL DEPUTATO DELL’AFD MATTHIAS MOOSDORF FINISCE IN TRIBUNALE PER AVER FATTO IL SALUTO NAZISTA ALL’INTERNO DEL PARLAMENTO TEDESCO: LA VICENDA RISALE AL GIUGNO DEL 2023, QUANDO MOOSDORF HA SALUTATO UN SUO COLLEGA FACENDO IL GESTO CHE, IN GERMANIA, È CONSIDERATO UN REATO

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

NEL 2025, MOOSDORF, PORTAVOCE DELLA POLITICA ESTERA DEL PARTITO DI ESTREMA DESTRA È VOLATO IN RUSSIA. IL VIAGGIO, PERO’ NON ERA AUTORIZZATO DAL PARTITO, CHE LO HA SANZIONATO CON UNA MULTA DA 2 MILA EURO

Un saluto nazista al Bundestag. Di questo risponderà in tribunale Matthias Moosdorf, deputato tedesco dell’AfD. La Procura lo accusa di aver utilizzato un simbolo notoriamente anticostituzionale. Nello specifico, il 22 giugno 2023, durante una seduta del parlamento, il deputato avrebbe salutato un collega di partito nell’area del guardaroba all’ingresso est del Reichstag facendo il gesto che in Germania è proibito per legge.
Moosdorf ha reagito parlando di un “tentativo di diffamazione politica” e ha respinto le accuse definendole “assurde”. Nell’ambito di questa indagine, il Bundestag aveva revocato la sua immunità nell’ottobre 2025. Il fascicolo di 200 pagine, ha contestato l’indagato, si baserebbe esclusivamente sulle dichiarazioni di un’ex deputata della Spd.
L’ex musicista e docente universitario Moosdorf fa parte del Bundestag dal 2021 e l’anno scorso ha avuto problemi anche all’interno del gruppo parlamentare dell’AfD. In qualità di portavoce per la politica estera del gruppo, era stato infatti obbligato a metà settembre del 2025 a pagare una sanzione interna al gruppo di 2.000 euro, a seguito di un viaggio non autorizzato in Russia.
L’accusa è stata ammessa al processo con decisione del 17 marzo, come ha comunicato una portavoce dei tribunali penali di Berlino. Il processo si terrà davanti alla Sezione per la sicurezza dello Stato del Tribunale regionale di Berlino e le date delle udienze devono ancora essere concordate.
(da agenzie)

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TUTTI CONTRO TRUMP: “TEHERAN HA VINTO, L’AMERICA E’ UNA TIGRE DI CARTA”

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO I REPUBBLICANI “LE ELEZIONI DI MIDTERM SONO ORMAI PERSE”… MENTRE I MAGA SI PENTONO DI AVERLO VOTATO

Donald Trump ha avuto con Mark Rutte una discussione «franca e aperta» nello Studio Ovale della Casa Bianca. Subito dopo il presidente degli Stati Uniti ha postato un messaggio su Truth: «La Nato non c’era quando ne avevamo bisogno, e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo. Ricordate la Groenlandia: quel grosso pezzo di ghiaccio, mal gestito». Ma intanto il suo partito è molto preoccupato. La guerra contro Teheran «cementa il fatto che perderemo le elezioni di novembre, il Senato e la Camera», ha detto uno stratega conservatore a Politico. Ma oltre ai Repubblicani in fermento ci sono anche i Maga. Mark Levin, il popolare conduttore radio conservatore, ha definito un «assoluto» disastro l’accettazione del piano in 10 punti di Teheran. E ora il presidente è sempre più isolato.
Tutti contro Trump
Il segretario generale della Nato ha ammesso che durante il colloquio Trump si è mostrato «chiaramente deluso» dagli alleati, ma allo stesso tempo si sarebbe anche dimostrato «ricettivo». Nel senso che «ha ascoltato con attenzione» le sue argomentazioni su ciò che sta accadendo in Europa riguardo alla guerra in Iran. «È vero che non tutte le nazioni europee hanno rispettato i propri impegni. Capisco
perfettamente la sua delusione!», ha detto Rutte. «Ho sottolineato che la grande maggioranza dei Paesi europei si è dimostrata collaborativa per quanto riguarda le basi, la logistica, i sorvoli e il rispetto degli impegni», ha aggiunto. Il Wall Street Journal ha scritto che il presidente sta pensando a un piano per punire alcuni alleati.
La punizione per la Nato
La proposta prevederebbe lo spostamento dei soldati statunitensi fuori dai paesi membri della Nato considerati poco utili allo sforzo bellico contro l’Iran. Per trasferirli in paesi che hanno sostenuto la campagna militare di Trump. Ma per farlo dovrà chiedere l’ok al Congresso. E in ogni caso sembra un topolino rispetto alla montagna di critiche riservate in questi giorni all’Alleanza Atlantica. Intanto una ex dipendente delle forze armate americane è stata arrestata per aver fornito informazioni riservate a un media. Lo ha annunciato il capo dell’Fbi Kah Patel. La donna è stata identificata in Courtney Williams, accusata di aver diffuso informazioni riservate «a un media mettendo il paese, i combattenti e gli alleati a rischio». L’incriminazione segue le minacce ai giornalisti che hanno pubblicato dettagli sull’operazione militare che ha portato al salvataggio dei due piloti americani in Iran.
I repubblicani e le Midterm
Nel frattempo i repubblicani dietro le quinte tremano. La tregua è probabilmente «troppo poco e troppo tardi» per salvare il partito al voto di metà mandato. Le recenti performance dei candidati repubblicani avevano già insinuato dubbi sulle chance dei conservatori di mantenere la maggioranza in Congresso. La guerra in Iran sembra averli rafforzati spingendo molti a ritenere che una sconfitta è a portata di mano. Trump è in calo nei sondaggi, la Casa Bianca si è concentrata di recente sulla guerra trascurando gli americani alle prese con il carovita che il conflitto ha aggravato. La volata dei prezzi ci metterà del tempo a rientrare e le trattative con l’Iran non è chiaro se porteranno a dei risultati, offuscando così le prospettive dei repubblicani per le elezioni.
I Maga
Anche i Maga sono in subbuglio. Oltre a Levin, Laura Loomer, l’attivista di destra alleata del presidente, ha definito le trattative con l’Iran un «fallimento», mettendo in evidenza come il «regime iraniano non è mai stato così rincuorato». Su Truth, la piattaforma social di Trump che raccoglie molti dei suoi sostenitori, i messaggi critici per l’accordo con l’Iran sono migliaia, circa 40 mila secondo il New York Times. «Distruggi la presidenza con questo gesto senza senso», ha scritto Ultra_Maga_King. «Mi vergono di aver votato per te nel 2017, nel 2020 e nel 2024», afferma un altro utente. Mentre The Atlantic sintetizza la partita con poche parole significative: «L’Iran ha vinto, l’America sembra una tigre di carta».
(da agenzie)

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ISRAELE COLPISCE IL LIBANO, OLTRE 200 MORTI E OSPEDALI PIENI DI FERITI: “E’ STRAGE DI CIVILI”

Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DA BEIRUT: “L’INFERNO IN POCHI SECONDI”

Poco dopo le 14 di mercoledì 8 aprile, Israele ha lanciato quella che ha definito «la più massiccia ondata di raid su Hezbollah», sganciando oltre 160 ordigni quasi simultaneamente su numerosi centri abitati del Libano. Le testimonianze
Edifici residenziali in fiamme, auto carbonizzate e ospedali saturi. All’improvviso l’inferno è precipitato su Beirut. A poche ore dall’intesa tra Stati Uniti e Iran, le forze israeliane hanno lanciato un’offensiva senza precedenti in Libano. «La più massiccia ondata di raid su Hezbollah», è stata definita da Israele. In soli dieci
minuti, cinquanta caccia hanno sganciato 160 bombe su cento obiettivi, tra cui numerosi centri abitati, da Beirut a Saida e Baalbek. Secondo il ministero della Sanità gli attacchi hanno provocato centinaia di morti e oltre mille feriti. «Una strage di civili», ha detto il premier libanese Nawaf Salam, citato dalla Bbc. Christopher Stokes, coordinatore delle emergenze di Medici senza Frontiere in Libano, parla di un attacco «su larga scala e del tutto inaccettabile», che ha colpito zone densamente popolate e costretto i team medici a gestire un flusso massiccio di feriti, molti dei quali bambini. «La situazione è caotica e i nostri team stanno inviando supporto ad altri ospedali nelle zone colpite», racconta.
Le testimonianze dal Libano: «Siamo intrappolati»
Mentre il fragile dialogo prosegue, sono soprattutto i civili a pagare il prezzo più alto. Le testimonianze che arrivano dagli ospedali sono allarmanti. Al pronto soccorso del Rafik Hariri di Beirut «arrivano molti pazienti, tra cui bambini, con gravi emorragie e ferite da schegge. Finora ne abbiamo accolti almeno 40, alcuni dei quali hanno subito amputazioni multiple», racconta Safa Bleik, vice coordinatrice medica di Msf. I raid israeliani, condannati da Onu, Ue e anche dal governo italiano dopo l’attacco a un convoglio dell’Unifil, hanno colpito indiscriminatamente abitazioni, negozi, ristoranti, garage, caffè e luoghi di ritrovo, ma anche gruppi di sfollati sul lungomare e nei quartieri popolari come Musseitbe e Tellet el-Khayyat, fino alle zone più esclusive di Ayn et-Tine, dove si trova la residenza del presidente del Parlamento Nabih Berri. «È come un tiro al piccione, siamo intrappolati», racconta all’Ansa Rania, sopravvissuta insieme alla figlia. Per chi vive in città, il paragone con l’esplosione al porto di Beirut del 2020 e con gli attacchi del 2024 contro Hezbollah è inevitabile. «Era da quel maledetto 4 agosto che non vedevamo una cosa simile», racconta Amer, infermiere all’ospedale Hariri.
La tregua in bilico?
La violenza è esplosa in una giornata che fino a poche ore prima era segnata dal cessate il fuoco di due settimane con l’Iran, già in bilico. Il presidente americano, Donald Trump, ha derubricato l’escalation a una «scaramuccia» che non ha nulla a
che fare con il negoziato generale e ha deciso di inviare Jd Vance in Pakistan. Ma Teheran ha subito minacciato di non presentarsi ai colloqui e di richiudere lo stretto di Hormuz se l’Idf continuerà a colpire in Libano. Mentre la fragile struttura costruita dalla diplomazia sembra sul punto di cedere, la città cerca di resistere. Rimane però la sensazione che Beirut sia ancora una volta sul punto di ripiombare in un incubo.
(da agenzie)

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