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GLI AMICHETTI D’ITALIA SI DANNO ALL’AGRICOLTURA: PARENTI E AMICI IN QUOTA FDI ASSUNTI NELL’AGEA TARGATA LOLLOBRIGIDA

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

EX CANDIDATI DI FRATELLI D’ITALIA, FIGLI DI DIRIGENTI DI PARTITO, ESPONENTI DEI GIOVANI MELONIANI

C’è l’ex candidato di Fratelli d’Italia e il figlio del dirigente del partito di Giorgia Meloni. I ‘ragazzi’ di Gioventù Nazionale e la comunicatrice dei gruppi parlamentari di Fdi. A fare loro compagnia, i figli dei massimi vertici di enti e società pubbliche. Tutti legati da uno stesso destino: negli ultimi mesi si sono guadagnati un posto di lavoro sotto l’ombrello di Agea, l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura, vigilata dal ministero dell’Agricoltura (Masaf), guidato dal ministro di Fdi Francesco Lollobrigida.
L’ascesa di Fabio Vitale in Agea
Agea è l’ente pubblico non economico che – sotto il controllo e la vigilanza del ministero – gestisce l’erogazione dei finanziamenti europei e nazionali al mondo agroalimentare. A dicembre 2022, subito dopo l’insediamento del governo Meloni, Lollobrigida ha nominato come direttore dell’agenzia Fabio Vitale, il cui incarico è stato da poco rinnovato fino al 2028. Dopo aver lavorato come ferroviere e svolto attività sindacale, Vitale ha intrapreso una lunga carriera da dirigente pubblico all’interno dell’Inps. Pur non avendo le stesse radici politiche della destra di governo (di lui si ricorda semmai una candidatura con l’Udc alle politiche del 2008), il direttore dell’ente vigilato dal Masaf è oggi considerato uno degli uomini più vicini e di maggior fiducia di Lollobrigida
Dall’Aprile 2024, Fabio Vitale ha aggiunto alla poltrona in Agea quella nel Consiglio di amministrazione dell’Istituto Nazionale di Previdenza. Pochi mesi dopo, giugno dello stesso anno, il Cda di Inps ha promosso a capo della direzione Investimenti e Partecipate dell’ente Alessia Rimmaudo che è una dirigente dell’istituto, ma anche moglie dello stesso Vitale. La promozione ha sollevato accuse di familismo e conflitto d’interessi. Teniamole da parte per il momento, ci torneranno utili più avanti.
I concorsi e i vincitori di Fratelli d’Italia
Torniamo invece dentro Agea. Nei corridoi dell’agenzia, negli ultimi mesi, sono comparse diverse facce nuove. Sono quelle delle persone che hanno superato due
concorsi per posti da funzionari e assistenti, assegnati alla fine del 2024. Specifichiamo subito che si tratta di concorsi pubblici, con una commissione esaminatrice presieduta da alti dirigenti interni e con prove scritte e orali. Quindi non abbiamo motivo di metterne in dubbio la regolarità. Ci sono però almeno un paio di coincidenze, che vale la pena sottolineare. La prima è che una buona parte dei vincitori lavorava già in Agea nei mesi precedenti alla selezione, tramite un’agenzia interinale. Il caso ha voluto che proprio questi lavoratori interinali siano risultati in molti casi i più preparati, per avere l’assunzione a tempo indeterminato.
L’altra caratteristica comune a diversi dei soggetti che hanno ottenuto il posto in Agea è una precisa appartenenza politica, a Fratelli d’Italia o alla più larga galassia della destra. Di seguito raccontiamo queste storie, ma faremo i nomi solo delle persone che hanno avuto ruoli o incarichi di rilevanza pubblica. Al primo posto del concorso per funzionari si è classificato Piermarco Silvestroni. È il figlio di Marco Silvestroni, senatore di Fratelli d’Italia, partito di cui è il presidente per la provincia di Roma. Piermarco Silvestroni invece è stato un importante dirigente di Gioventù Nazionale: il suo nome compare anche nell’inchiesta di Fanpage.it sulla giovanile di Fdi. Oggi lavora nella sede di rappresentanza di Agea a Bruxelles.
Dalle fila di Gioventù Nazionale, dove ha militato a stretto contatto con Piermarco Silvestroni, arriva anche Gabriele Pucci, che invece ha ottenuto un posto nell’agenzia per l’agricoltura tramite il concorso per assistenti. Pucci ora è candidato con Fratelli d’Italia al consiglio comunale di Genzano di Roma, per le elezioni del prossimo maggio. Tornando a scorrere la graduatoria dei funzionari assunti, troviamo Lorena Vinzi, responsabile del dipartimento Pari Opportunità di Fdi a Roma
Sotto le insegne della Fiamma, Vinzi è stata candidata in passato sia alle comunali che alle regionali e prima ancora ha lavorato nella segreteria politica di Giorgia Meloni, quando l’attuale premier era ministra della Gioventù nel governo Berlusconi. Non a caso, nel suo curriculum, alla voce “referenze”, Vinzi indica proprio Giorgia Meloni, oltre al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Fazzolari, il governatore dell’Abruzzo Marsilio e il vicepresidente della Camera Rampelli. Insomma, sul suo nome c’è il marchio Doc di Colle Oppio
E ancora, un’altra assunzione in Agea se l’è guadagnata il figlio di Massimiliano Graux, esponente di lungo corso della destra nella zona di Fiumicino e oggi membro del direttivo provinciale di Roma di Fratelli d’Italia (presieduto, come detto sopra, da Silvestroni). Sempre attraverso la stessa selezione, ha trovato un posto a tempo indeterminato nell’ente pubblico anche una persona, che negli anni precedenti aveva lavorato nello staff comunicazione di Fdi in Senato.
Non riconducibile direttamente a Fratelli d’Italia, ma più in generale al mondo della destra, è invece un’altra vincitrice del concorso: l’avvocata Angela Maria Zanella. Candidata con Italexit alle ultime politiche, Zanella è la compagna di Stefano Andrini, già esponente del neofascismo romano e ora sindacalista Ugl, da sempre legato all’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno. Tra le altre cose, Zanella ha lavorato per un breve periodo nella segreteria di Alemanno, quando quest’ultimo era ministro dell’Agricoltura.
Figli ed amici alla corte di Agea
C’è chi invece chi non ha partecipato al concorso, ma continua a lavorare in Agea con un contratto da interinale. È il caso di Marco Fantauzzi, in passato proprietario di uno stabilimento balneare a Fregene e della società di calcio della Maceratese. Fantauzzi è stato anche consigliere comunale per il Pdl a Fiumicino e alle ultime elezioni comunali a Roma si è candidato con Fratelli d’Italia all’assemblea capitolina. La sua ‘fama’ si deve però soprattutto a un curioso episodio: il 7 aprile del 2012, durante un Lazio-Napoli allo Stadio Olimpico, fece irruzione nella postazione commento dei radiocronisti Rai e afferrato il microfono gridò in diretta: “Attaccateve ar c…”. L’audio della prestazione divenne virale sul web, dove se ne trova ancora traccia. Oggi, nei corridoi di Agea, nessuno sa bene quale compito svolga Fantauzzi dentro all’ente, ma sarebbe legato da un rapporto di profonda amicizia con il direttore Vitale.
Non di sola politica però vive Agea e come da primo comandamento del Vangelo meloniano, guai a dimenticarsi l’importanza della famiglia. Così, a maggio 2025, anche la figlia del direttore Vitale ha ottenuto un impiego a tempo indeterminato. Non direttamente nell’ente guidato dal padre ma in Agecontrol, società controllata interamente da Agea, che per conto di quest’ultima si occupa del contrasto alle frodi nelle erogazioni di denaro al sistema agricolo.
Pur essendo laureata da appena un anno, la figlia di Vitale è stata considerata la più qualificata tra i candidati alla selezione, avvenuta in questo caso solo in base ai titoli e a un colloquio orale. Pochi mesi prima, peraltro, il compagno della ragazza
era risultato tra i vincitori del solito famigerato concorso per funzionari di Agea. Un altro incrocio ‘familiare’ riguarda invece l’amministratore unico proprio di Agecontrol, che si chiama Lorenzo Giachini. Da qualche anno sua figlia lavora in Agea, cioè l’azionista unico della società amministrata dal padre.
Lorenzo Giachini non fa mistero della sua vicinanza al mondo della destra: fra le altre cose, tra il 2009 e il 2010, è stato collaboratore dell’allora sottosegretario all’Agricoltura di Alleanza Nazionale Buonfiglio. Nel 2023 ha fatto il salto dal ruolo di funzionario di Agea direttamente al vertice della società controllata. Un balzo di carriera così fulmineo da attirare anche un faro del parlamento, con un’interrogazione in merito depositata all’epoca dal Movimento 5 Stelle.
Ricapitolando, dunque, la figlia del direttore di Agea Fabio Vitale è stata assunta nella partecipata Agecontrol, mentre al contrario la figlia dell’amministratore unico di Agecontrol Lorenzo Giachini lavora in Agea. Qualcun altro invece ha attraversato le stanze di tutti e due gli organismi. L’avvocata Mariana Laiolo nel 2024 ha avuto da Agea una consulenza legale, ma nello stesso periodo – stando ai documenti facilmente reperibili in rete – firmava i verbali dell’agenzia come capo della segreteria della direzione, quindi parrebbe agisse direttamente negli uffici di Vitale. Ad agosto 2024, poi Laiolo ha vinto una selezione per titoli e colloquio di Agecontrol, dove è diventata dirigente a tempo determinato.
Laiolo era nelle liste a sostegno del candidato del centrodestra a sindaco di Roma Enrico Michetti, nel 2021. Soprattutto però è stata la compagna dell’ultimo personaggio che vi presentiamo, in questo complicato intrigo: Alessandro Di Meglio, responsabile legale dell’Inps per il Lazio. Pur non essendoci traccia di suoi ruoli organici in Agea, indiscrezioni raccolte all’interno dell’agenzia lo descrivono come un super consulente ombra di Vitale, con cui avrebbe stretto il rapporto negli ufficio dell’istituto di previdenza. Per chiudere il cerchio, Di Meglio è stato anche componente della commissione esaminatrice del concorso per funzionari, di cui abbiamo più volte parlato nell’articolo.
Ancora una volta ribadiamo che le procedure adottate per tutte le assunzioni di cui abbiamo parlato sono previste dalla legge e non ci sono elementi che facciano presumere irregolarità. Certo che il numero di affiliazioni politiche o personali messe in fila in Agea è piuttosto impressionante. Ma nell’Italia di Giorgia Meloni,
dove il merito ha ormai trionfato sull’amichettismo e il familismo, l’unica spiegazione possibile è che si tratti di un incredibile numero di coincidenze.

(da Fanpage)

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FACT-CHECKING. LA RIVISTA SCIENTIFICA THE LANCET DEMOLISCE ROBERT KENNEDY JR.: “UN ANNO DI FALLIMENTI”

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

L’ACCUSA DEL “NUOVO ESPERIMENTO TUSKEGEE” SUI NEONATI

Dati sanitari oscurati, fondi tagliati alla ricerca e un inquietante studio in Africa che evoca gli spettri del passato. La prestigiosa rivista medica stila il bilancio del primo anno di RFK Jr. alla Sanità USA: «Un disastro che mette a rischio il mondo intero»
Con la nuova amministrazione Trump, e dopo la pandemia COVID-19, doveva essere l’era della «scienza gold-standard» e della trasparenza radicale. Tuttavia, l’uomo che doveva garantire tutto questo si sta rivelando la più grande minacci
alla Sanità che gli Stati Uniti hanno mai avuto. L’editoriale dell’ultimo numero della prestigiosa rivista scientifica The Lancet ha definito l’amministrazione di Robert Kennedy Jr. come “un anno di fallimenti” che sta mettendo a rischio non solo l’America, ma la sicurezza sanitaria globale.
La “scienza spazzatura” al potere
Parliamo sempre di quel Kennedy fondatore della Children’s Health Defense. Forse la più influente organizzazione No vax al mondo. I suoi membri continuano a collezionare ritrattazioni di articoli finalizzati a dimostrare una fantomatica associazione tra autismo e vaccini. È come se l’America avesse messo un piromane a capo dei pompieri.
Pensiamo a come Kennedy è riuscito la scorsa estate a inserire figure chiave del movimento No vax all’interno degli organismi regolatori sanitari americani, come il comitato ACIP. All’interno si trovano personaggi come Retsef Levi e Robert Malone, noti per diffondere pericolose teorie No vax prive di fondamento. Queste scelte politiche sono state decisive nel dare prestigio a tesi pseudoscientifiche, come la fantomatica Sindrome da immunodeficienza acquisita da vaccino (VAIDS).
Dati spariti e trasparenza negata
Le prime mancanze si sono rivelate quasi subito, dopo soli dieci giorni dall’insediamento. Kennedy esordisce con la revoca della cosiddetta Richardson Waiver, eliminando l’obbligo di raccogliere i commenti del pubblico per le nuove normative, una prassi attiva dal 1971 che garantiva ai cittadini una voce in capitolo sulle decisioni prese in ambito sanitario. Di fatto, questa sua scelta rischia così di silenziare buona parte delle voci dei cittadini e degli scienziati. Una mossa in netta contraddizione con quel che doveva essere apparentemente il principale intento di Kennedy e del movimento No vax.
L’ostilità al progresso della ricerca scientifica
La scorsa estate Kennedy aveva annunciato la revoca di 500 milioni di dollari destinati alla ricerca sui vaccini a mRNA. Si interruppero così ventidue progetti focalizzati sui virus respiratori, come quelli dell’influenza e della COVID-19. L’idea sarebbe quella di sostenere tecnologie vaccinali alternative, con meno riscontri da parte della Comunità scientifica. La piattaforma a mRNA ha già salvato milioni di vite e possiede un enorme potenziale terapeutico, ma si mette da parte per assecondare paure prive di fondamento.
Questa gestione ostile al progresso nella ricerca scientifica ha provocato il depauperamento del patrimonio di esperti a cui la Sanità americana poteva fare affidamento. Pensiamo alle dimissioni in massa e al licenziamento dei vertici dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) a seguito dei forti contrasti con l’amministrazione attuale, che ricordiamo essere diretta emanazione della presidenza di Donald Trump, i cui sostenitori evocano la necessità di un cambiamento culturale radicale all’interno delle agenzie federali, mal celando un livore di fondo verso le “élite degli esperti”.
L’alcol e gli interessi di una certa industria
Siamo di fronte a una vera e propria crisi istituzionale ancora in corso, che riflette la polarizzazione estrema creatasi attorno al concetto di indipendenza della ricerca scientifica negli Stati Uniti. Pensiamo per esempio al report sul collegamento tra alcol e cancro ritrattato dal dipartimento di Kennedy.
La decisione non può trovare giustificazione nella letteratura scientifica più autorevole. Diversi esperti, come quelli consultati da Roni Caryn Rabin per il New York Times, sostengono che il governo stia favorendo gli interessi di certa industria a discapito della salute pubblica. Così le nuove linee guida alimentari dovranno basarsi sull’idea – per niente innovativa – di un consumo moderato visto come potenzialmente benefico.
Il “metodo Tuskegee” in Guinea-Bissau
Questo approccio ideologico, volto a sostenere a tutti i costi progetti “alternativi” – come se nelle teorie scientifiche e nei protocolli di ricerca valesse il principio del “uno vale uno” – porta inevitabilmente a mettere in gioco la vita delle persone. Non solo tra gli statunitensi. Pensiamo alla ricerca sui vaccini finanziata dai nuovi CDC (1,6 milioni di dollari), in Guinea-Bissau, sospesa il mese scorso dal governo del Paese per evidenti problemi bioetici. Un approccio che The Lancet non esita a paragonare al famigerato “esperimento di Tuskegee”, uno dei capitoli più bui e vergognosi della storia medica americana.
Tra i responsabili troviamo personaggi molto apprezzati negli ambienti No vax, come Christine Stabell Benn e Peter Aaby, coautori di un precedente studio dove si “suggeriva” che il vaccino contro difterite-tetano-pertosse (DTP) avrebbe causato la morte di alcune bambine, proprio in Guinea-Bissau. Nel caso recente, i ricercatori prevedevano di monitorare migliaia di neonati, escludendo però deliberatamente
alcuni bambini dalla vaccinazione per confrontarne i risultati di salute. Tale metodologia ha suscitato ovvie polemiche, portando al passo indietro della Guinea-Bissau.
Aviaria, pertosse e i focolai di morbillo
Intanto negli Stati Uniti lo scorso novembre lo stato di Washington ha registrato la prima infezione umana e il primo decesso per il ceppo H5N5 dell’influenza aviaria. Durante il 2025, i casi di pertosse sono aumentati in maniera preoccupante. L’impennata particolarmente letale per i neonati, è fortemente correlata al calo dei tassi di vaccinazione pediatrica e alla diffusione della disinformazione No vax. Infine, gli USA stanno affrontando un altro grave focolaio di morbillo. Le autorità sanitarie esprimono forte preoccupazione per il calo della copertura immunitaria, specialmente in focolai critici come quello nella Carolina del Sud, dove l’esitazione vaccinale è cresciuta.
I professionisti sanitari non ne possono più di Kennedy
Nonostante queste emergenze critiche, Kennedy continua a diffondere disinformazione, mantenendo un atteggiamento evasivo davanti alle critiche. Sono migliaia di professionisti sanitari che chiedono le sue dimissioni, che probabilmente non avverranno mai.
Recentemente durante un podcast, Kennedy ha minimizzato i rischi dei germi citando la sua passata abitudine di consumare cocaina «nei sedili dei water», scatenando l’indignazione di associazioni come Protect Our Care. Oltre a queste affermazioni, il Segretario è sotto accusa per la sua gestione dell’epidemia di morbillo e per aver promosso scetticismo verso i vaccini.
La critica si estende anche alle sue nuove linee guida alimentari, che privilegiano carne e latticini, sollevando preoccupazioni per la salute pubblica e l’ambiente. Nonostante il forte calo della fiducia dei cittadini rilevato nei sondaggi, l’operato del suo Dipartimento continua a essere difeso dall’attuale amministrazione.
(da agenzie)

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SIGONELLA, AVIANO, IL MUOS: QUALI SONO LE INFRASTRUTTURE USA IN ITALIA

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

POTREBBERO ESSERE USATE PER LA GUERRA DEL GOLFO, MA CI VUOLE L’OK DEL GOVERNO

Ci sono i due aeroporti militari, i due porti e le due basi. Più il Muos a Niscemi. Queste le infrastrutture che gli Stati Uniti possono utilizzare sul territorio nazionale. Gli aeroporti sono quelli di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, e Sigonella, in Sicilia, al quale si aggiunge anche Ghedi, in Lombardia. I porti sono quelli di Napoli e Gaeta, mentre le due basi sono Camp Darby in Toscana e Camp Ederle in Veneto. Ma a queste va sommato circa un centinaio di presidi minori e una ventina di dislocazione riservata. 34 mila i militari americani di stanza in Italia. Circa 13 mila nelle basi, poi 21 mila nella VI flotta della Us Navy, dove ci sono 40 navi e 175 aerei di combattimento e di trasporto.
A Sigonella
A Sigonella cresce il traffico di droni e aerei americani che decollano dalla base Usa di Sigonella in Sicilia. Ma solo per rifornimento, logistica e sorveglianza aerea. Almeno per il momento gli Stati Uniti non intendono utilizzare la postazione come trampolino di lancio per gli attacchi a Teheran e per farlo serve l’ok del governo italiano. Che finora non è stato richiesto, secondo il sottosegretario Alfredo Mantovano. Sigonella intanto è diventato uno scalo sempre più affollato di velivoli cargo di rifornimento e droni, come il Global hawk, utilizzato per il pattugliamento, mentre a Niscemi resta attivo – come da routine – il sistema Muos (Mobile user objective system), che monitora anche la situazione in Medio Oriente attraverso radar e satellite.
La partecipazione alla guerra
Secondo il M5s un P-8A Poseidon della Us Navy era decollato verso il Mediterraneo orientale già nelle prime ore dell’attacco sabato scorso. Mentre il centro di comunicazione satellitare Muos, uno dei quattro nodi terrestri globali che garantisce il collegamento tra tutti gli aerei, droni, navi e sottomarini americani, è per definizione coinvolto nelle operazioni militari Usa. L’Italia è anche pronta a valutare l’invio di almeno una fregata per difendere l’area dei Paesi del Golfo. Potrebbe essere la nave Schergat impegnata nell’operazione Mediterraneo Sicuro, che tra i suoi compiti ha quello di assicurare la sicurezza. Più difficile sarebbe l’impiego della Virginio Fasan, che è sotto bandiera Nato.
Emirati Arabi, Kuwait e Qatar
Tra i primi a chiedere supporto all’Italia sono stati gli Emirati Arabi, il Kuwait e il Qatar, dove era già transitato in passato un Samp T italiano per il contrasto della minaccia terroristica. Roma ha anche a disposizione radar e una serie di strumenti di intelligence elettronica attraverso la rete satellitare. Ad Aviano, fa sapere il Corriere della Sera, si trova il 31esimo Fighter Wing con i caccia F-16 e anche armi nucleari con sistemi B61-4. A Sigonella si trovano i droni Mq-9 Reaper e gli aerei di sorveglianza. A Camp Ederle c’è la 173esima Brigata aviotrasportata e Camp Darby il più grande deposito di armi e munizioni americano in Europa. Le testate nucleari si trovano anche a Ghedi. Ma è necessario l’ok del governo.
(da La Repubblica)

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REFERENDUM, SONDAGGIO IPSOS: IL NO AUMENTA IL VANTAGGIO, CON IL 42% DI AFFLUENZA IL NO 52,4%, IL SI’ 47,6%

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

SOLO CON IL 49% DI AFFLUENZA IL SI’ TORNEREBBE IN GIOCO, MA DECISI A VOTARE AD OGGI C’E’ SOLO IL 37%, GLI INDECISI SE ANDARE O MENO ALLE URNE SONO IL 12%… GROSSE DEFEZIONI TRA GLI ELETTORI DI CENTRODESTRA

I sondaggi di Ipsos illustrati da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera dicono che nel referendum sulla riforma della giustizia il no è in vantaggio, mentre il sì può vincere se l’affluenza supera il 49%. Oggi soltanto il 37% è sicuro di recarsi alle urne, un dato in crescita di un solo punto percentuale rispetto a quasi un mese fa. Gli indecisi scendono di 4 punti al 12%. Per questo la previsione sulla partecipazione oggi è sul 42% e potrebbe arrivare fino al 49%.
Le intenzioni di voto
I risultati della rilevazione registrano una tendenza alla crescita del no. Con la partecipazione al 42% i sì arriverebbero al 47,6%, perdendo l’1,8% rispetto a un mese fa. I no invece arrivano al 52,4% e crescono della stessa percentuale.
Con una partecipazione al 49%, pronostica il sondaggista, ci si troverebbe sul filo della parità: il sì al 50,2% e il no al 49,8%. Gli incerti oggi sono al 7%, con la partecipazione più elevata salirebbero al 9%. Secondo Pagnoncelli è ancora presto per “chiamare” la vittoria del no. Ma la tendenza alla crescita della contrarietà sembra acquisita, per una «maggiore mobilitazione dell’opposizione» e per «alcuni eccessi comunicativi da parte di esponenti del centrodestra». L’attacco all’Iran non favorirà la crescita delle intenzioni di voto.
Il dilemma
Il governo, dice Pagnoncelli, ora si trova davanti a un dilemma. Cercare di spingere sulla partecipazione potrebbe aumentare il numero di elettori al voto, ma non abbastanza da vincere. Con l’effetto collaterale di colorare politicamente una battaglia nella quale alla fine si registrerebbe comunque una sconfitta.
(da agenzie)

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NORDIO COLPISCE ANCORA: IL TOUR IN ELICOTTERO PER IL REFERENDUM E IL CAMPO DI CALCIO ROVINATO PER L’ATTERRAGGIO

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

VOLI DI STATO PER FARE PROPAGANDA POLITICA E DANNI PER 4.000 EURO

Il ministro Carlo Nordio è in tour per il referendum. E sta usando i voli di Stato. Nel suo giro tra Bari, Taranto e Potenza ha usato un elicottero Agusta Westland della Guardia di Finanza. Spendendo, sostiene Il Fatto Quotidiano, 4 mila euro di carburante per risparmiare un’ora di viaggio.
L’elicottero è stato chiesto da via Arenula alla Gdf. In Basilicata il ministro era atteso anche a una cena del padre della sua segretaria Gippy Rubinetto. Ma l’elicottero è atterrato in un campo di calcio, sollevando il manto di erba artificiale. I danni sono da valutare.
Il ministro in elicottero e il campo di calcio rovinato
L’elicottero ha fatto distaccare la superficie sintetica, poi è stato costretto a rialzarsi e a volteggiare in aria. Fino a quando i vigili del fuoco non hanno assicurato la superficie piazzandoci le automobili. I calciatori delle giovanili di diverse squadre che militano nella serie D della Basilicata hanno sospeso gli allenamenti. Il ministro ha pranzato con il governatore lucano Vito Bardi e il presidente del Consiglio nazionale del Notariato, il potentino Vito Pace.
Sull’atterraggio dell’elicottero del ministro ieri ha presentato un’interrogazione il deputato del Pd Enzo Amendola, chiedendo di sapere «per quale motivo sia stato autorizzato l’atterraggio presso la struttura, una delle principali della città, e se siano state rispettate le prescrizioni previste in materia».

(da agenzie)

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ORA PER MELONI L’AGGREDITO DIVENTA AGGRESSORE

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

CERTE VOLTE MEGLIO STARE ZITTI CHE SPARARE CAZZATE PER GIUSTIFICARE L’INGIUSTIFICABILE

A volte è meglio tacere. Soprattutto se, per la necessità di parlare, si finisce per giustificare l’ingiustificabile sfidando la logica, riscrivendo la storia e travisando la realtà. Come se i fatti fossero un’opinione da piegare alla narrazione di un governo che, a parte i disastri economici certificati dagli ultimi dati Istat, dalla pressione fiscale al debito alla crescita, in politica estera non smette di stupire per le continue dimostrazioni di totale asservimento agli alleati-padroni statunitensi e israeliani.
Un copione che si è ripetuto l’altra sera, davanti alle telecamere del Tg5, quando Giorgia Meloni ha deciso di rompere il silenzio sulla crisi scatenata dai raid contro l’Iran ordinati dall’aspirante Nobel per la pace Trump e il ricercato internazionale Netanyahu. Secondo la premier la “crisi del diritto internazionale” sarebbe “inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina, quando un membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite (la Russia, ndr) ha deliberatamente attaccato un suo vicino”. Ergo: “Era inevitabile che avrebbe portato a una stagione di caos”.
Come se, nel 1999, un altro membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu (gli Stati Uniti) non ci avesse trascinato nei 78 giorni di bombardamenti illegali sulla Serbia. Per poi ripetere il copione in Afghanistan (con il pretesto della caccia ad Osama bin Laden che però era saudita), in Iraq (con false prove sulle armi di distruzione di massa di Saddam) e in Libia. Tutti precedenti, semmai, forniti su un piatto d’argento a Putin per fare altrettanto in Ucraina (al netto delle ingerenze americane su Kiev per provocare l’invasione). Ma non finisce qui.
L’opera di mistificazione dei fatti e della loro cronologia è proseguita senza freni. “L’obiettivo è ovviamente che la crisi non dilaghi – ha assicurato Meloni – ma penso che nulla possa andare meglio se l’Iran non ferma i suoi attacchi nei confronti dei paesi del Golfo, che sono totalmente ingiustificati”. Ad essere ingiustificati, secondo la premier, non sono gli attacchi Usa-Israele ad uno Stato sovrano, ma la risposta militare di un Paese aggredito che risponde all’attacco militare dell’aggressore.
Quindi, secondo il ragionamento della premier, è l’Iran che dovrebbe fermarsi, lasciandosi bombardare senza reagire. Mica americani e israeliani che hanno premuto per primi il grilletto. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Come pure della figuraccia mondiale rimediata dal ministro Crosetto rimasto bloccato a Dubai a bombardamenti iniziati e rientrato dopo aver fornito quattro versioni diverse sulla sua presenza negli Emirati. Una vicenda che andrebbe chiarita ma che la premier si è guardata bene dal commentare.
Una cosa per ora è certa. Che la guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran qualche vantaggio, ai diretti interessati, lo ha portato. Dirottare l’attenzione dallo scandalo degli Epstein Files che per Trump sono diventati come la criptonite per Superman. Allungare la vita (politica) a Netanyahu su cui pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale. A Meloni e all’Italia, come al solito, arriverà invece il conto dell’ultima bravata dei suoi alleati preferiti. Tra bollette e
carburanti alle stelle in un Paese in cui, ormai, solo la corsa al riarmo non conosce crisi.

(da lanotiziagiornale.it)

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VORREI ESSERE SPAGNOLO

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

IL NOBILE DISCORSO DA VERO LEADER EUROPEO DI SANCHEZ CHE RIVENDICA UNA RADICALE DIFFERENZA ETICA E POLITICA TRA STATI UNITI ED EUROPA

Vorrei essere spagnolo. Il discorso di Pedro Sánchez — semplice, limpido: e la forma è sostanza — è il discorso di un leader europeo che ha preso atto delle condizioni del mondo presente, e dice a chiare lettere che non esiste più una coincidenza “occidentale” tra gli interessi americani e quelli europei: e non da oggi, almeno dai tempi della demente invasione dell’Iraq.
E soprattutto — che sollievo! — Sánchez non si è limitato al necessario elenco delle divergenze di interesse. Ha usato, con forza e convinzione, le categorie del giusto e dell’ingiusto. Si è appellato a criteri etici quasi scomparsi dal linguaggio della politica internazionale, e cancellati brutalmente dallo scarno vocabolario di
Donald Trump. “No alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi e la popolazione civile. No all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso i conflitti e le bombe. No alla ripetizione degli errori del passato… l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle sia l’integralismo degli ayatollah sia la miseria della guerra”.
Non è solo un appello alle pie speranze alle quali ci si aggrappa quando il terreno manca sotto i piedi. È la rivendicazione di una radicale differenza culturale e politica. Non è solo divergente l’azione politica, divergono i princìpi che la ispirano. Trump parla di guerra con tronfia considerazione della sua capacità di dare morte (e in questo, tiene bordone agli ayatollah). È un fondamentalista bellico. Lo è rivendicandolo, sbandierandolo.
Sánchez ha parlato anche agli altri leader europei, dicendo loro che non è più possibile rimandare il momento in cui l’Europa prenda atto di non essere dalla stessa parte di Trump. Che si è molto seccato, e minaccia sanzioni alla Spagna. Si dubita, per adesso, che decida di bombardarla.
(da Repubblica)

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SOTTO IL GOVERNO MELONI 255 AZIENDE METALMECCANICHE ITALIANE VENDUTE A SOCIETA’ ESTERE, ALTRO CHE TUTELARE IL “MADE IN ITALY”

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

IN ATTO UN PROCESSO DI PERDITA DI SOVRANITA’ INDUSTRIALE

I 730 dipendenti della modenese Cpc, da 60 anni specializzata in plastica rinforzata con fibra di carbonio per le auto, è finita nelle mani della giapponese Mitsubishi Chemical Group. Mentre Piaggio Aerospace è ora della turca Baykar Makina insieme ai suoi 630 lavoratori. La Omb Saleri è stata venduta a un fondo statunitense. E così via, fino a 255 aziende italiane ora controllate da investitori stranieri.
Minimo comun denominatore? La cessione è avvenuta dopo il novembre 2022, quando si è insediato il governo Meloni, quello che ha voluto esplicitamente citare il “made in Italy” nel nome del ministero delle Imprese. Senza contare gli ingressi con quote di minoranza, che sono altre 60 e come nel caso della Cpc aprono spesso le porte a una vendita totale. Nel conto, tra l’altro, non rientra il ramo civile di Iveco Group, 13mila dipendenti in Italia, la cui proprietà passerà dalla holding Exor della famiglia Agnelli-Elkann agli indiani di Tata Motors.
Lo spaccato desolante emerge dal report sullo stato e le tendenze dell’industria metalmeccanica italiana, presentato dall’Ufficio studio della Fiom-Cgil guidato da Matteo Gaddi. Una sorta di autopsia della crisi: “Di made in Italy ormai sono rimasti lavoratrici e lavoratori”, avvisa il segretario generale Michele De Palma avvertendo che è in atto “un processo di perdita di sovranità industriale, anche nelle piccole e medie imprese”, senza che dal fenomeno si salvino le eccellenze della struttura industriale italiana. “In questo momento piccolo non è bello, ma è un problema: significa – spiega – non avere forza per investimenti né fare economia di scala. La politica industriale del governo dovrebbe avere come priorità l’incentivazione di processi di strutturazione e crescita dimensionale”.
Anche perché la tendenza appare chiara dal report: dal 2008, ultimo anno in cui si contavano oltre 2 milioni di occupati nei comparti della metalmeccanica, si sono persi 103.775 posti di lavoro. Avrebbero potuto essere molti di più se solo nel 2025 non fossero state autorizzate oltre 300 milioni di ore di cassa integrazione. Uno strumento che, secondo i calcoli della Cgil, ha sostanzialmente salvato 148mila lavoratori negli ultimi 12 mesi. “E la situazione geopolitica di questi giorni rischia di assestare un altro colpo: i costi dell’energia potrebbero avere un effetto domino, da un lato mettendo in difficoltà le imprese e dall’altro innescando una spirale inflattiva che colpirebbe doppiamente i lavoratori. Lo scenario da evitare è quello di una deindustrializzazione rapida”, ragiona De Palma. Anche perché, come dimostra il rapporto tra investimenti su macchinari e Pil, calato di 6 punti negli ultimi due decenni, le risorse pubbliche messe a disposizione dal Pnrr non hanno arrestato la discesa: “E ora non ci saranno più acceleratori”, sottolinea De Palma.
Le imprese metalmeccaniche in Italia, fa notare la Fiom, hanno una dimensione minore rispetto a quasi tutti i competitor europei, a iniziare dalla Germania. “Questo aspetto dà maggiore solidità alle aziende tedesche – spiega Gaddi – Anche se, come si nota dai dati, in Italia le imprese sono più fragili ma riescono comunque a macinare utili. Tra il 2014 e il 2023, il valore aggiunto generato si è riversato per
il +74% nei profitti e solo in minima parte sulle retribuzioni”. E gli investimenti sono rimasti stagnanti”. A influire sullo scenario fosco dipinto dalle tute blu della Cgil influisce anche la crisi dell’Ilva: dal 2011, anno in cui è deflagrato lo scandalo ambientale, l’Italia ha perso il 34% di tonnellate di acciaio prodotto passando da 27 a 18 milioni. Una decrescita che crea dipendenze in tutte le filiere: oggi il 50% dell’acciaio utilizzato dalle aziende italiane ha origine straniera. I prodotti piani vengono importati in larga parte da Paesi extra Ue, ma anche da Germania e Francia; mentre i prodotti lunghi arrivano quasi esclusivamente da altri Stati europei.
Nel frattempo, rimarca lo studio, si producono sempre meno elettrodomestici e automobili, con Stellantis in fuga dall’Italia. Due settori cruciali, un tempo volano dell’industria: “Ma il governo continua a incentivare gli acquisti con i bonus che non spostano di un centimetro i problemi occupazionali, finendo in larga parte nelle tasche delle proprietà estere”. Per De Palma, invece, rendere autonoma la struttura industriale oggi vuol dire tutt’altro: “Significa intervenire sull’energia, a maggior ragione con la guerra in Iran, disaccoppiando il costo delle rinnovabili e delle non rinnovabili. Così si proteggono famiglie e imprese in una fase di instabilità – dice – Il governo metta in campo aiuti pubblici legati agli investimenti e al mantenimento dei posti di lavoro”.
(da lfattoquotidiano.it)

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FINO A QUANTO IL SOVRINTENDENTE DELLA “FENICE”, NICOLA COLABIANCHI, POTRÀ RIMANERE IMBULLONATO ALLA POLTRONA?

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

COLABIANCHI, IL PROMOSSO DAL GOVERNO DEL MERITO E DEFINITO ‘UN EROE’ DAL SOTTOSEGRETARIO MAZZI: DA QUANDO C’È LUI, LA FENICE È SUI GIORNALI PER LE POLEMICHE, MENTRE ALL’INTERNO DEL TEATRO E A VENEZIA TUTTI SONO CONTRO DI LUI

Fuori due. Dopo Beatrice Venezi, nominata direttrice musicale dal prossimo ottobre, che però non dirigerà né il Concerto di Capodanno né, pare, la prima
stagionale, il sovrintendente Nicola Colabianchi della Fenice perde anche il suo consulente Domenico Muti.
Pochi giorni dopo che il padre Riccardo, il 19 settembre a Torino, si era detto possibilista sulla contestatissima nomina di Venezi, i lavoratori della Fenice avevano scoperto che il teatro ha ingaggiato il figlio Domenico per una «consulenza strategica e procacciamento di affari»: contratto triennale per un compenso di 30 mila euro l’anno, più un 15% di provvigione sugli affari procacciati.
Ne era nata una forte polemica, perché ai dipendenti della Fenice è stato sospeso il contributo welfare come rappresaglia contro la resistenza alla nomina di Venezi, motivando però la decisione per presunte incertezze di bilancio: soldi che evidentemente ci sono quando si tratta di distribuire consulenze.
Anche perché ne è stata affidata un’altra, 39 mila euro per sei mesi, a una nota società di comunicazione che, secondo alcuni, avrebbe dovuto soprattutto curare l’immagine assai compromessa di Venezi.
Sono seguite sdegnate smentite di Colabianchi, anche se non si capisce allora perché ci vogliano dei consulenti esterni per la comunicazione quando la Fenice ha già un ottimo ufficio stampa interno. L’accoppiata welfare no-consulenze sì era stata oggetto di polemiche e anche di un’interrogazione del Pd in Consiglio comunale.
Ieri Muti junior ha scritto una lettera a Colabianchi con la quale lo informa che «il clima che è stato creato» non gli permette di «portare avanti con serenità l’incarico». Segue rescissione del contratto e rinuncia ai compensi «già maturati e allo stato non ancora percepiti».
Colabianchi, già plurisfiduciato dai lavoratori del suo teatro, ha espresso «un profondo sentimento di amarezza» per «un’operazione trasparente che è stata invece oggetto di strumentalizzazioni», annunciando che si stava già lavorando «a importanti iniziative che avrebbero portato la Fenice in Cina, in Giappone, negli Emirati Arabi e in Germania» (chissà se con Venezi o senza).
Certo che a Colabianchi, promosso dal governo del merito alla Fenice dopo la prova non esaltante fornita al Lirico di Cagliari e definito «un eroe» dal sottosegretario Gianmarco Mazzi, è o molto sfortunato o non troppo abile.
Da quando c’è lui, la Fenice, già unanimemente apprezzata per qualità artistica e gestionale, è sui giornali soprattutto per le polemiche, mentre all’interno del teatro e
a Venezia tutti sono contro di lui. Non gliene va bene una. Del resto, a proposito di eroi, anche Cervantes diceva di Don Chisciotte che «è la sconfitta il blasone dell’anima bennata».
(da agenzie)

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