Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile
AVEVA PROMESSO CHE NON SAREBBE STATO UN VOTO SU DI LEI, E CHE NON AVREBBE PERSONALIZZATO, PER NON FARE LA FINE DI RENZI, MA I SONDAGGI CERTIFICANO LA RIMONTA DEL NO, E LA SORA GIORGIA NON PUÒ LASCIARE LA CAMPAGNA IN MANO A QUEL TRACANNA-SPRIZT DI CARLO NORDIO
Il tam-tam dentro Fratelli d’Italia è partito: «Giorgia ci sarà». Il 12 marzo, al teatro Parenti di Milano e guerra permettendo, la premier terrà il primo (e unico) comizio della sua campagna referendaria.
Evento solo di FdI, senza gli altri leader di maggioranza. Manca ancora l’ufficialità , ma lo stato maggiore del partito è stato avvisato: tutti convocati, da Ignazio La Russa in giù. Sull’opportunità di esserci, Meloni ha ragionato fino all’ultimo.
Siamo al rush finale, però. Diciotto giorni alla data X. Nel Pd sono meno inquieti: i «nostri» sono già mobilitati, dicono. Mentre nel centrodestra il grande cruccio è l’affluenza. Per questo da un paio di settimane, i big meloniani bisbigliano all’orecchio della leader: solo tu puoi convincere i nostri elettori a recarsi ai seggi.
I sondaggi sono sempre più ballerini. Per la prima volta su Polymarket, la più grande piattaforma di scommesse in criptovalute al mondo, i contrari all
separazione delle carriere sono dati in testa: 52%. A palazzo Chigi ogni giorno c’è un briefing.
Ecco perché Meloni, nonostante l’iniziale ritrosia (figlia dello sbandierato «non politicizzare») è pronta alla discesa in campo. Non solo in tv. I Fratelli preparano anche un comizio bis, diverso da quello del 14, organizzato dall’Unione camere penali: il 19 a Roma, al palazzo dei congressi.
Ma senza la premier: ci sarà la sorella Arianna, con Carlo Nordio.
Il Guardasigilli continua a essere il front runner del sì, nonostante le polemiche e le sortite sghembe. Dopo il Csm «paramafioso», ieri in un’altra intervista, alla Gazzetta del Mezzogiorno, ha paragonato il consiglio superiore della magistratura a un «verminaio», un «mercato delle vacche».
Per poi aggiungere, durante un evento a Bari: «La giustizia risente ancora del fascismo». Vincesse il sì, è la promessa del ministro, la «riforma sarà il primo passo», perché l’intenzione è «mettere mano al codice, soprattutto sulla custodia cautelare».
(da La Repubblica)
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Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile
SE EUROSTAT IL PROSSIMO 22 APRILE CONFERMERÀ QUESTO DATO, L’ADDIO ALLA PROCEDURA SLITTEREBBE AL 2027. UNA BEFFA CHE COSTRINGEREBBE IL GOVERNO A RIVEDERE TUTTA LA STRATEGIA ECONOMICA
L’Italia rischia di restare intrappolata nella procedura Ue per deficit eccessivo per soli due
miliardi. Vale infatti circa 2,3 miliardi di euro quel decimale stimato dall’Istat che porterebbe l’indebitamento italiano del 2025 al 3,1%, mentre per rientrare nei parametri di Maastricht il target da centrare sarebbe inferiore al 3%.
Far sballare i conti di due miliardi su una spesa pubblica complessiva che viaggia intorno ai 1.200 miliardi l’anno è un’inezia, che però potrebbe costringere il governo a rivedere tutta la strategia economica.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è rimasto sorpreso dalla previsione Istat e ha voluto sottolineare la natura provvisoria del dato. Il problema è che è molto complicato, per non dire quasi impossibile, che quel 3,1% già trasmesso a Eurostat possa essere rivisto al ribasso fino a una soglia inferiore al 3%.
L’Istituto nazionale di statistica ha spiegato che il «conto consolidato delle amministrazioni pubbliche» è suscettibile di modifiche a conclusione del processo di notifica per deficit eccessivo entro il 21 aprile 2026, «se dovessero essere disponibili informazioni più aggiornate». Poi, il 22 aprile Eurostat procederà al processo di validazione.
Ma risulta difficile pensare che, in questo mese e mezzo che manca alla validazione Ue, l’Istat possa notificare una revisione di oltre due miliardi di indebitamento netto. Basta guardare le serie storiche per capire che le revisioni precedenti delle comunicazioni tra marzo e aprile si attestano sui 100-150 milioni. Mediamente l’aggiustamento si aggira sul 10% di un decimale
Per il governo Meloni sarebbe una beffa, se si considera l’attenzione e la prudenza sui conti che tanti mal di pancia hanno provocato nella maggioranza, tanto da sfiorare la crisi durante l’esame della legge di bilancio di dicembre. Il deficit in discesa dal 3,4% al 3,1% sarebbe una bella notizia se quel decimale non fosse fondamentale per chiudere la procedura.
Quali calcoli non hanno funzionato? Il ministro Giorgetti l’ha detto subito: una coda del Superbonus che nel 2025 ha causato altri 5,3 miliardi di euro di oneri a carico dello Stato.
Non sembrano invece aver impattato sui saldi i prestiti del Pnrr a fine corsa
Se Eurostat confermerà il deficit 2025 oltre il 3%, l’addio alla procedura slitterebbe al 2027, il che comprometterebbe la possibilità per l’Italia di accedere alla clausola di salvaguardia nazionale che garantisce di escludere la spesa militare aggiuntiva dai calcoli del deficit fino all’1,5% del Pil.
Non è vietato utilizzare la flessibilità Ue per le spese militari con una procedura aperta per l’indebitamento, ma significherebbe rimandare l’uscita dalla sorveglianza di Bruxelles tra parecchi anni. A questo punto, il governo, per non appesantire
ulteriormente i conti, potrebbe rinunciare anche ai 15 miliardi di euro di prestiti del programma europeo Safe che Roma vorrebbe utilizzare per la Difesa.
L’ultimo aspetto che preoccupa la maggioranza riguarda la legge di bilancio dell’autunno prossimo, che qualcuno vorrebbe “elettorale” per tirare la volata alle elezioni del 2027. Il Tesoro, infatti, sperava di utilizzare almeno un decimale di extra deficit senza superare il tetto della spesa primaria, quindi due miliardi abbondanti per finanziare alcune misure, ma questi margini sarebbero azzerati in presenza di uno sforamento dei vincoli del Patto di stabilità.
(da “La Stampa”)
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Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA VITTORIA DI QUESTO 36ENNE, CHE CITA SIA BAD BUNNY CHE LA BIBBIA, ALLE ELEZIONI DI MIDTERM A NOVEMBRE POTREBBE AIUTARE I DEMOCRATICI A RIPRENDERSI IL SENATO. “NOI STIAMO CERCANDO DI CAMBIARE NON IL CORSO DI UN’ELEZIONE, MA LA POLITICA, IN MODO FONDAMENTALE”
«Stasera la gente di questo Stato ha dato al nostro Paese un pochino di speranza. Un pochino di speranza è una cosa pericolosa». Allo scoccare della mezzanotte, James Talarico è apparso sul palco tra gli applausi di un gruppo di sostenitori rimasti fino alla fine ad aspettare. Poche ore dopo l’Associated Press ha dichiarato la sua vittoria alle primarie democratiche per il Senato in Texas. «Stanotte la nostra campagna ha choccato la nazione»
Il seminarista presbiteriano 36enne con la faccia da ragazzino e un ciuffetto grigio tra i capelli ha percorso per mesi in lungo e in largo questo stato enorme predicando che «non c’è niente di cristiano nel nazionalismo cristiano», che «L’unica cosa più forte dell’odio è l’amore» (Talarico cita sia Bad Bunny che la Bibbia), e che «è tempo di rovesciare i tavoli e ribaltare la situazione» (come Gesù che rovesciò i tavoli dei cambiavalute e cacciò i venditori dal Tempio di Gerusalemme).
La vittoria di Talarico alle elezioni generali il prossimo novembre potrebbe aiutare il partito democratico a riprendersi il Senato, ma l’ultima volta che i democratici hanno vinto in Texas è stato nel 1988. «Non stiamo cercando di vincere un’elezione, stiamo cercando di cambiare la nostra politica in modo fondamentale», dice il candidato.
Con un vantaggio di 7,7 punti sulla rivale Jasmine Crockett (53,2 contro 45,5% dei voti all’85% dei voti scrutinati) Talarico ha vinto, anche se non ha potuto dichiarare la vittoria subito, ieri notte, a causa di un imprevisto alle urne a Dallas e in altre contee. Gli elettori democratici sono stati confusi dal fatto che potevano votare solo nei seggi dei loro distretti, mentre nel voto anticipato era stato possibile votare in qualsiasi seggio. Inizialmente un giudice ha prolungato la chiusura dei seggi di due ore (fino alle 9 di sera) a Dallas, ma uno dei candidati repubblicani nelle primarie, Ken Paxton, che appartiene alla destra «Maga» ed è anche il procuratore del Texas, ha fatto ricorso alla Corte suprema dello Stato che ha ordinato di mettere da parte le schede elettorali consegnate dopo le 7 di sera, e non è chiaro ancora se saranno contati.
Crockett ha accusato i repubblicani di soppressione del voto e ha abbandonato la sua festa elettorale ieri, dicendo: «Non sapremo i risultati stasera». Talarico ieri ha sottolineato: «Ogni voto deve essere contato, ogni voce deve essere ascoltata».
Talarico e Crockett, due millennial, hanno fatto campagna in modo diverso: lei puntando sulla combattività, lui sull’unità e sul messaggio «Ama il prossimo tuo». In campagna elettorale Talarico ha spesso citato suo nonno, un predicatore battista, e sua madre Tamara, che lasciò suo padre, alcolizzato e abusivo, sette settimane dopo la nascita di James.
Tamara andò a vivere con il bambino in una stanza d’hotel (lavorava là come assistente alle vendite). Incontrò poi Mark Talarico, origini italiane, un manager che l’ha sposata e ha adottato James
Per la prima volta in oltre vent’anni più democratici che repubblicani hanno votato in anticipo in Texas (tra 1,4 e 1,5 milioni), dando un segnale di mobilitazione dell’elettorato in uno degli Stati con minore affluenza alle urne (il 43,8% degli elettori non vota). «Il numero di giovani che sono venuti a votare in questa elezione è senza precedenti – ha detto ieri Talarico – Il numero di indipendenti e repubblicani che hanno votato in queste primarie democratiche è senza precedenti. Questa è la prova che sta succedendo qualcosa in Texas».
Talarico è andato molto bene tra i latinos, ma non può vincere le elezioni generali a novembre senza l’appoggio degli afroamericani di Dallas, la città di Crockett
I democratici sono abbastanza sicuri di riprendersi il controllo della Camera alle elezioni di midterm, ma non sono così certi di riuscire a strappare il Senato ai repubblicani. Il leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer — nel fare i conti di quali stati potrebbero cambiare colore da rosso a blu – non conta troppo sul Texas, anche perché fare campagna qui costa moltissimo.
I democratici ci avevano già provato con Beto O’Rourke e l’ultima volta con Colin Allred. «Li ho visti più ottimisti che mai, stavolta, da oltre vent’anni», dice al Corriere John Moritz, reporter capo della sezione politica al’Austin American-Statesman, che segue la politica dello stato – appunto – da 20 anni. «Questo non significa che vinceranno e nemmeno che sono sicuri necessariamente di vincere».
Tra il pubblico una coppia di finanziatori ci dice che nonostante l’appello ai valori cristiani, in realtà Talarico è tanto progressista quanto Crockett e forse ci vuole un centrista. Ma non sono sicuri nemmeno loro di quale sia la ricetta giusta: forse qualcuno capace di contraddire con più forza l’operato del partito democratico a Washington.
«Ci saranno un certo numero di fattori in gioco, non ultimo la popolarità del presidente Trump che come nel resto del Paese è un pochino traballante in Texas (secondo il Texas Politics Project il tasso di approvazione è al 35% nello stato ndr) – continua Moritz -. Se Paxton finisce con l’essere il candidato alcune delle difficoltà legali che ha avuto potrebbero renderlo un bersaglio più facile per i democratici».
Gli elettori di Talarico lo ritengono la scelta pragmatica: «Sono un sostenitore di James anziché di Jasmine perché lei accende la base, lui tende la mano dall’altra parte», ci dice Sam Dalton, un volontario con il cappello da cowboy ai piedi del palco. «Nella mia famiglia ci sono elettori di Trump che l’hanno votato con riluttanza e ai quali manca il vecchio partito repubblicano. Tra Cornyn e Talarico, sceglierebbero sicuramente Cornyn. Ma se vincerà le primarie repubblicane Paxton, tanti potrebbero passare con Talarico».
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO IL 33% DEGLI ITALIANI È CONVINTO CHE LA NEUTRALITÀ DEL GOVERNO ITALIANO SIA LA STRADA GIUSTA. IL 30% GRADIREBBE UNA CONDANNA DELL’INTERVENTO, DA PARTE DI GIORGIA MELONI
Gli italiani sono contrari alla guerra in Iran. Il 70% delle persone cui è stata chiesta una
valutazione sull’attacco di Stati Uniti e Israele contro il regime iraniano ritiene che si tratti di una grave violazione del diritto internazionale e che provocherà una guerra con molte vittime.
Tra coloro che sono favorevoli, complessivamente il 30%, soltanto l’8 % lo è convintamente poiché in Iran vige un regime sanguinario che va abbattuto con ogni
mezzo, mentre il 22% ritiene che l’intervento sia giustificato, ma che rischi di avere ripercussioni sulla stabilità della regione.
È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Izi, azienda di analisi e valutazioni economiche e politiche, presentato questa mattina nel corso della trasmissione l’Aria che Tira condotta da David Parenzo su La 7.
Per quanto riguarda la postura del governo italiano, convince il 33% degli italiani la neutralità, ovvero l’astenenersi dall’assumere posizioni di aperto supporto o condanna, mantenendo il Paese estranea al conflitto. Il 30% degli italiani ritiene corretta una posizione di condanna dell’intervento ed il 28% pensa che il governo Meloni dovrebbe farsi promotore di un’iniziativa diplomatica sotto l’egida dell’Onu. Anche qui, l’8% è convinto che l’esecutivo dovrebbe dare pieno sostegno all’intervento contro l’Iran.
Gli scenari successivi preoccupano fortemente gli italiani che per il 60% prevedono una guerra di lunga durata, con molti morti, estese distruzioni e un esito ad oggi imprevedibile, insomma: la maggioranza dei cittadini pensa che le cose andranno malissimo. Ma un italiano su 4 è invece convinto che potrà avviarsi un processo democratico in Iran, ed il 15% pensa che non cambierà nulla e che permarrà una continuità con il regime degli Ayatollah.
(da Izi – L’aria che tira”)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
MA NON SI SONO FERMATI LÌ. HANNO ANCHE COLPITO HOTEL, AEROPORTI E AMBASCIATE AMERICANE… LA STRATEGIA DI “SMEMBRARE” LE DECISIONI MILITARI AFFIDANDO A PICCOLI GRUPPI DI COMBATTENTI UNA PIENA LIBERTA’ D’AZIONE
Colpiscono Doha, poi Abu Dhabi, Tel Aviv, Manama, Ras Tanura, Dubai, Amman, e arrivano fino a Cipro. Scaricano missili e droni in un turbine furioso che dà l’impressione di un’azione priva di un piano preciso o di una direzione, quasi un gesto disperato per controbattere agli eserciti più potenti del mondo. Ma la realtà sembra essere diversa. Il Financial Times racconta che le forze iraniane stanno eseguendo un piano dettagliato, meticolosamente studiato, voluto e costruito dall’ayatollah Ali Khamenei in persona, insieme ai vertici militari di Teheran.
Nella Guerra dei 12 giorni contro Israele, la Repubblica islamica si è scontrata con l’impressionante capacità dello Stato ebraico di infiltrarsi nei gangli vitali del regime e di fare piazza pulita dei suoi generali più eminenti, proprio nei momenti inaugurali della battaglia. La Guida suprema e i suoi fedelissimi hanno capito di dover mutare approccio, e così è scaturita un’offensiva concepita per gettare il Medio Oriente nel caos più totale, destabilizzare i mercati energetici mondiali e alzare la tensione a livelli mai visti, nella speranza di piegare Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
Una fonte interna alla Repubblica islamica dice al giornale di Londra che il disegno prevede sabotaggi mirati agli impianti energetici della regione, uniti a bombardamenti paralizzanti e interruzioni del traffico aereo su vasta scala.
In soli cinque giorni, le forze della Repubblica islamica hanno centrato in tutta la regione infrastrutture energetiche strategiche, impianti di gas, raffinerie, mandando i prezzi del petrolio alle stelle in un’impennata che fa paura ai mercati globali. Ma non si sono fermati lì. Hanno anche colpito hotel, aeroporti e ambasciate americane.
Nella strategia del caos orchestrata da Khamenei rientra anche la volontà di smembrare il processo decisionale militare, per diminuire la probabilità dell’eliminazione fulminea dei vertici e assicurare una reazione autonoma. A farsi sfuggire la strategia è stato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Ha lasciato filtrare l’idea che le divisioni militari stiano agendo svincolate: «Le nostre unità sono ora, di fatto, indipendenti e in un certo senso isolate, e agiscono sulla base di istruzioni generali fornite loro in anticipo», ha dichiarato alla rete qatariota Al Jazeera, svelando una tattica imparata sulla pelle nell’ultima guerra con Israele.
«Ma quella del caos non è una strategia che a lungo può funzionare», ci dice Jason Brodsky, direttore del United Against Nuclear Iran, «mi sembra più un atto suicida. Il regime, in questo modo, rischia di mettersi i Paesi, anche alleati, contro e di isolarsi sempre di più. Potenzialmente, nel mirare al Golfo, la Repubblica islamica può finire chiusa in un anello di fuoco.
(da “Corriere della Sera”)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO UN SONDAGGIO ECONOMIST/YOUGOV, IL TASSO DI APPROVAZIONE NETTO DEL PRESIDENTE È SCESO DI 19 PUNTI, IN CALO DI 0,6 PUNTI RISPETTO ALLA SETTIMANA SCORSA: SOLO IL 38% APPROVA L’OPERATO DEL PRESIDENTE, IL 58% DISAPPROVA MENTRE IL 4% È IN DUBBIO
Nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 24 febbraio, Donald Trump si è vantato che
l’America ha compiuto una «svolta epocale». Il tasso di approvazione netto del presidente — che questa settimana è sceso a -19 — suggerisce che gli americani non ne sono convinti.
Secondo un sondaggio Economist/YouGov, condotto una settimana prima dei primi attacchi in Iran, solo il 27% degli americani era favorevole a un’azione militare. Ma anche la gestione della politica interna da parte del presidente sta trascinando verso il basso il suo consenso. Gli americani sono particolarmente scontenti del modo in cui l’amministrazione Trump ha portato avanti la stretta sull’immigrazione.
Gli americani sono preoccupati per i prezzi. Sebbene l’indice di approvazione netto di Trump su questo tema sia salito da -34 in ottobre a -24, rimane comunque negativo. Questo potrebbe cambiare quando entreranno in vigore i tagli fiscali approvati dal presidente e quando, al termine della stagione delle dichiarazioni fiscali ad aprile, inizieranno ad arrivare nelle cassette postali assegni di rimborso di grandi dimensioni. Oppure questi interventi potrebbero alimentare l’inflazione, irritando ulteriormente gli americani. Utilizzando i dati di YouGov, The Economist ha stimato il tasso di approvazione di Trump stato per stato.
Come prevedibile, il consenso verso Trump è più basso negli stati che tendono a votare democratico e più alto in quelli che tendono a votare repubblicano. Gli elettori di Trump continuano in larga maggioranza ad approvare la sua performance da presidente. Ma la proiezione mostra anche come l’insoddisfazione nei suoi confronti sia diffusa persino in stati che hanno votato per lui nel 2024. Questi numeri sono motivo di preoccupazione per i repubblicani che quest’anno dovranno affrontare delle midterm particolarmente competitive.
Come per altri politici repubblicani prima di lui, gli elettori bianchi e maschi sono tra i più propensi ad approvare l’operato di Trump, mentre gli elettori più giovani e i membri delle minoranze etniche sono tra i più fortemente contrari. Le persone con il livello di istruzione più alto — laureati e post-laurea — sono le meno inclini a sostenere Trump. Anche gli elettori in età pensionabile, normalmente un blocco solidamente repubblicano, si mostrano sorprendentemente tiepidi nei confronti del presidente.
Alcuni temi politici preoccupano in modo sproporzionato gli elettori più schierati. L’immigrazione è una questione chiave per la base repubblicana di Trump, così come le tasse e la spesa pubblica. I democratici sono invece più preoccupati per la sanità e per il cambiamento climatico. Il grafico sopra mostra le questioni più importanti per gli adulti americani e per gli elettori di ciascun partito.
Karl Marx disse che gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno come
vogliono. Questo vale per Trump quanto per chiunque altro. Durante il primo mandato di Trump, l’opinione pubblica finì per essere dominata dalle preoccupazioni sulla sanità, soprattutto dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19. Gli effetti economici della pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 hanno reso l’inflazione il tema centrale della presidenza di Joe Biden.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
LA TEMPESTA PERFETTA DEI RINCARI PER I CONSUMATORI CAUSATA DAL CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE: STANGATA DEL 15% SULLE BOLLETTE, INCREMENTO DEL PREZZO DELLE BENZINA
Il traffico di petroliere nello stretto di Hormuz è crollato del 90% dall’inizio della guerra all’Iran. Lo afferma su X la società di intelligence del mercato energetico Kpler.
L’incremento dei prezzi del carburante fino a 6 centesimi alla pompa non è giustificato». Parola delle sigle dei benzinai — Faib, Fegica e Figisc — che parlano di speculazione e puntano il dito contro le major del greggio, chiedendo l’intervento di Mister prezzi, del ministro Urso e della Guardia di finanza.
Le compagnie avrebbero alzato i listini sulla base di «previsioni degli analisti» nonostante «uno stoccaggio di prodotto per 30 giorni per le emergenze». Il quadro che traccia l’Unem, l’associazione delle aziende petrolifere, è differente. Il Brent è cresciuto, sopra gli 82 dollari a barile. Balzo marcato per gasolio, 10 centesimi euro/litro (+17,5%), e benzina, 3,3 centesimi (+7%)
«Gli aumenti alla pompa sono stati rispettivamente di 3 e di 2 centesimi, ma è prevedibile che l’aumento dei prezzi prosegua nei prossimi giorni». Per il presidente di Unem Gianni Murano «in caso di chiusura totale e prolungata dello Stretto di Hormuz verrebbe meno tra il 15 e il 20% dell’offerta di petrolio e ci sarebbe una corsa agli approvvigionamenti che spingerebbe i prezzi verso livelli difficili da immaginare».
L’impennata dei future sul gas, in aumento ieri del 20% oltre i 50 euro al megawattora, si ripercuoterà a cascata anche sulle bollette. Nel sistema italiano, infatti, il costo del metano incide sul prezzo all’ingrosso dell’energia (Pun) per la maggior parte delle ore di una giornata. Come nota l’Unione nazionale consumatori, il Pun è passato dai 107,03 euro al MWh di sabato a 165,74, con un balzo del 54,85%.
«Il rischio che le bollette esplodano è concreto», commenta il presidente Marco Vignola. Codacons stima che i rincari potrebbero portare una famiglia con due figli a spendere tra 210 e 380 euro in più all’anno per luce e gas. Facile.it è un po’ più ottimista e calcola un aumento di 121 euro annui per le bollette del gas e 45 per quelle dell’elettricità, per un totale di 166 euro.
Il presidente di Nomisma, Davide Tabarelli, parla di «un balzo del 15% sulle bollette del gas dal primo aprile e tra l’8 e il 10 per cento per l’elettricità degli utenti vulnerabili». Sul tema interviene infine Consumerismo, denunciando che alcune imprese energetiche hanno tolto dal commercio i contratti a prezzo fisso per le imprese.
Il carrello della spesa a febbraio sale del 2,2%, un aumento su cui la quota cibo gioca un ruolo importante. In rialzo soprattutto i prezzi degli alimentari non lavorati, che balzano al 3,6%, contro il 2,5% di gennaio. Ortaggi, tuberi, banane e legumi, che a gennaio erano ancora in territorio negativo, passano al 2,2%; guadagnano mezzo punto anche i prodotti ittici. Dati che ancora non hanno incamerato lo shock dell’attacco all’Iran, si fermano alla vigilia
Dopo potrebbe andare molto peggio, stimano le associazioni dei consumatori. «La crisi del Medio Oriente rischia di avere ripercussioni fortissime sui prezzi al dettaglio, come conseguenza dei maggiori costi di trasporto delle merci e dell’impennata delle quotazioni delle materie prime», osserva Assoutenti.
Le stime per il solo aumento di febbraio sono di un ricarico della spesa di circa 250 euro a famiglia. La nuova fiammata dell’inflazione alimentare preoccupa anche le organizzazioni agricole: Confagricoltura durante la riunione della task force sui dazi ha chiesto al governo di puntare sulla produzione interna e sullo stoccaggio alimentare.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’ATTACCO È AVVENUTO AL LARGO DELLE COSTE DI MALTA: I 30 MARINAI RUSSI SONO STATI SOCCORSI DALLE AUTORITA’ MALTESI… IL SOSPETTO CHE LA “ARCTIC METAGAZ” FACCIA PARTE DELLA FLOTTA OMBRA RUSSA
Una nave cisterna russa per il trasporto di gas, la Arctic Metagaz, è stata attaccata nel
Mediterraneo da droni marini ucraini partiti dalla Libia, secondo quanto affermato dal ministero dei Trasporti di Mosca, che condanna l’episodio come “un atto di terrorismo internazionale e pirateria marittima”.
Secondo il ministero, citato dalla Tass, l’attacco è avvenuto al largo delle coste di Malta. I 30 membri dell’equipaggio, tutti russi, sono stati tratti in salvo grazie al coordinamento dei servizi di salvataggio maltesi e russi, sottolinea ancora il dicastero
Le fiamme della guerra sono arrivate in piena notte a una sessantina di miglia (meno di cento chilometri) dalle coste della Sicilia. Alle 4 del mattino di ieri, a est di Malta, un attacco con i droni ha fatto esplodere il ventre della metaniera Arctic Metagaz, gonfia di gas naturale liquido russo da sbarcare chissà dove.
Navigava verso Sud con il transponder spento, in direzione della Libia, ed era sotto sanzioni britanniche e americane: il perfetto identikit per una nave petroliera della flotta ombra russa impegnata a evitare blocchi e sanzioni con le triangolazioni di un mercato torbido. L’equipaggio si è salvato: secondo le prime informazioni è al sicuro in Libia.
Il Times of Malta ha raccolto testimonianze secondo cui non si è trattato di un incidente ma di un’esplosione provocata. Le immagini scattate da altre navi al cargo in fiamme mostrano un rogo impressionante. La nave sarebbe praticamente distrutta.
La Arctic Metagaz è stata attaccata «da droni»: era «sotto sanzioni statunitensi e britanniche dal 2024» ed era «partita da Murmansk, in Russia, il 24 febbraio diretta probabilmente verso Suez». Dalla nave non sono partite richieste di soccorso: sono state le altre imbarcazioni in navigazione lungo una rotta ben trafficata a lanciare il segnale di allarme, e vista la natura del trasporto non ci sono particolari preoccupazioni ambientali.
L’attacco non è stato rivendicato, ma non mancano indizi quantomeno sul contesto. Secondo l’agenzia Reuters, in poco più di un mese e mezzo ci sono già stati tre attacchi a petroliere della sospetta flotta ombra russa intorno al Mediterraneo. E a dicembre l’Ucraina ha centrato con i suoi droni la petroliera Qendil mentre era in navigazione nel Mediterraneo, in quello che è stato di fatto il primo attacco delle forze armate ucraine alla flotta ombra al di fuori del Mar Nero. L’attacco di ieri è avvenuto in acque internazionali.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL PREMIER SPAGNOLO RISPONDE A TRUMP CHE HA MINACCIATO DI TAGLIARE I RAPPORTI COMMERCIALI IN RISPOSTA AL NO DI MADRID ALL’USO DELLE BASI MILITARI: “NO A UN’OBBEDIENZA CIECA E SERVILE, NON SAREMO COMPLICI DI QUALCOSA CHE È DANNOSO PER IL MONDO”… MACRON INCALZA IL TYCOON: “GLI STATI UNITI E ISRAELE HANNO AGITO AL DI FUORI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE”
Stati Uniti e Israele hanno agito «al di fuori del diritto internazionale» attaccando l’Iran, ma «nessun boia verrà rimpianto». Lo ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron in un discorso alla nazione. «Una pace duratura nella regione potrà essere raggiunta solo attraverso la ripresa dei negoziati diplomatici», ha affermato, sottolineando che «è auspicabile la cessazione immediata degli attacchi».
Il capo dell’Eliseo ha inoltre messo in guardia Israele da un’eventuale operazione di terra in Libano, che rappresenterebbe «una rischiosa escalation».
Secondo Macron, Hezbollah ha commesso «un grande errore» colpendo per primo Israele e «mettendo in pericolo i libanesi». «Nelle ultime ore la guerra si estende al Libano: Israele starebbe valutando un’operazione di terra, sarebbe un’escalation pericolosa oltre che un errore strategico», ha aggiunto. Il presidente ha quindi invitato Israele a «rispettare il territorio libanese», assicurando che «la Francia resta al fianco dei libanesi nei loro coraggiosi sforzi per riprendere il controllo della propria sicurezza».
“Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per paura delle ritorsioni di qualcuno, perché abbiamo assoluta fiducia nella forza economica, istituzionale e, direi anche, morale del nostro Paese”.
Dal Palazzo della Moncloa il premier spagnolo Pedro Sanchez risponde a tono alla dichiarazioni di Donald Trump che martedì ha definito la Spagna un alleato
“terribile” e ha minacciato di tagliare i rapporti commerciali in risposta al No di Madrid all’uso delle basi militari congiunte di Moron e Rota, in Andalusia, nell’offensiva israelo-statunitense contro il regime degli Ayatollah in Iran.
Un duro messaggio rivolto agli Stati Uniti ma anche agli altri leader europei: “Alcuni ci accuseranno di essere ingenui per questo, ma ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza, ingenuo è credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni nascano dalle rovine o pensare che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership“. “Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra – continua Sanchez – perché è così che iniziano i disastri dell’umanità“
(da agenzie)
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