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“SIAMO IN BALIA DI UN PEDOFILO E UN CRIMINALE”: IL SINDACO PD SPARA A ZERO SU TRUMP E NETANYAHU

Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI LANDRIANO VIENE “SEGNALATO” AL CONSOLATO AMERICANO… SE GLI ARRIVA UN DRONE ALLA PORTA SAPPIAMO DA DOVE

Roberto Aguzzi, sindaco Pd di Landriano nel Pavese, si è lanciato in una durissima invettiva contro il presidente americano Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Nel suo intervento in Consiglio comunale dello scorso mercoledì 4 marzo, non ha usato mezze misure contro i due leader colpevoli di aver iniziato una guerra in Iran che, evidentemente, Aguzzi non condivide per niente. Citando lo scandalo Epstein e sull’onda della guerra nella Striscia di Gaza, il sindaco ha detto: «Dobbiamo prendere posizione contro una guerra scatenata da due guerrafondai: un pedofilo, Trump, e un criminale perseguito dalla Corte internazionale dell’Aia, Netanyahu».
L’opposizione scrive al consolato americano
Parole, quelle del sindaco, che secondo l’opposizione potrebbero anche esporre il piccolo comune pavese di 6.547 abitanti a una causa milionaria da parte di Trump. Certo qualcuno dovrebbe prima fargli arrivare all’orecchio che qualcuno a Landriano lo ha insultato. Ci hanno pensato gli stessi consiglieri di minoranza, Elisa Papini e Dario Civardi, a informare la Casa Bianca. O almeno ci hanno provato, segnalando l’accaduto al consolato statunitense di Milano. Come riporta La
provincia pavese, ovviamente dissociandosi ufficialmente dalle dichiarazioni di Aguzzi. Il timore, hanno spiegato, è quello di «trovarci al centro di una maxi-richiesta danni da parte dell’amministrazione americana», considerato che Trump ha già avviato in passato azioni risarcitorie miliardarie contro soggetti a lui sgraditi, di certo un po’ più noti come l’università di Harvard e il New York Times.
Il sindaco Aguzzi non si pente di niente
Aguzzi da parte sua non indietreggia neanche per prendere la rincorsa. A La provincia pavese il sindaco ribadisce tutto quello che ha detto nell’aula consiliare: «Confermo quello che ho detto perché è un dato di fatto», ricordando che «Trump e Netanyahu hanno sulla coscienza non solo la recente uccisione di 170 bambine in Iran a causa delle loro bombe, ma anche di 70mila morti a Gaza». E ha rilanciato: «Noi stiamo qui a formalizzarci per qualche parola in più o in meno? Cosa conta di più, una considerazione in consiglio comunale o migliaia di morti?». Aguzzi ha ricordato che Landriano è «Città della pace» dal 2024 e ha rivendicato la condivisione della linea espressa dal segretario generale dell’Onu Guterres e dal premier spagnolo Sánchez nella condanna della guerra contro l’Iran, definita dal sindaco illegale e in violazione del diritto internazionale.
(da agenzie)

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TRUMP HA LICENZIATO KRISTI NOEM, QUELLA PLASTIFICATA CHE SI FACEVA FOTOGRAFARE CON IL TROFEO DEI MIGRANTI IN GABBIA E CHE AVEVA UCCISO IL SUO CAGNOLINO PERCHE’ ERA VIVACE

Marzo 6th, 2026 Riccardo Fucile

TROVANE UNO NORMALE IN QUELLA BANDA DI GANGSTER

Donald Trump scarica Kristi Noem, la ‘Ice Barbie’ della Homeland Security: il primo ministro del governo del Presidente a perdere il posto nel secondo mandato di Trump alla Casa Bianca è stata licenziata via Thruth e sostituita dal senatore dell’Oklahoma, Markwayne Mullin, un cherokee esperto di arti marziali e anche lui un falco sulla questione migratoria.
Il siluramento arriva mentre i fondi per il Department of Homeland Security restano in sospeso. Il cambio della guardia avverrà alla fine del mese, mentre sabato, a Doral in Florida, Trump annuncerà il nuovo incarico in tono minore della Noem: inviata speciale per The Shield of the Americas, una nuova iniziativa di sicurezza nell’Emisfero Occidentale.
Una ‘dura’ alla selvaggio West famosa per aver ucciso con un colpo di pistola il cane Cricket perché difficile da addestrare per la caccia, Kristi si era fatta male da sola questa settimana durante una serie di audizioni al Congresso. Messa alla graticola per il giro di vite dei federali a Minneapolis in cui due cittadini americani, Renee Good e Alex Pretti, sono stati uccisi da agenti federali, aveva ribadito le accuse che le due vittime erano “terroristi interni”.
Ma a Trump ha dato particolarmente fastidio quanto è poi emerso sulla gestione dei fondi del ministero e sul rapporto ravvicinato della ministra con il consulente del ministero Corey Lewandoski, l’ex stratega del 2016, di cui si è mormorata una storia con la ‘Barbie dell’Ice’.
Sotto giuramento Kristi aveva detto poi al senatore repubblicano John Kennedy che Trump in persona aveva dato luce verde a una campagna da 220 milioni di dollari per promuovere il suo profilo con un film che la riprende a cavallo, vestita da ‘cowgirl’, davanti al Mount Rushmore. Trump, che apparentemente non ne sapeva nulla, l’ha smentita.
Cinquantaquattro anni ben portati forse anche con l’assist dei maghi della plastica, Noem si era fatta notare durante il primo mandato di Trump portando, in piena campagna elettorale per la rielezione, l’allora capo della Casa Bianca per il 4 luglio proprio a Mount Rushmore: uno show propagandistico coi fiocchi con tanto sorvolo dell’Air Force One e fuochi di artificio sotto la montagna dei presidenti.
Kristi, che da governatrice durante il Covid aveva minimizzato l’emergenza – niente lockdown e niente obbligo di indossare le mascherine nonostante il South Dakota fosse uno degli Stati Usa più colpiti – era stata menzionata allora come possibile candidata alla vice-presidenza, forte anche di una promessa mai confermata: far scolpire la faccia di Donald accanto a quelle di George Washington, Tomas Jefferson Abraham Lincoln e Teddy Roosevelt.
(da agenzie)

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GLI STATI UNITI STANNO CHIEDENDO AIUTO ALL’UCRAINA PER AVERE LA FORMIDABILE TECNOLOGIA ANTI-DRONE DI KIEV : PER ABBATTERE I DRONI SHAHED IRANIANI, DA 30MILA DOLLARI L’UNO, GLI AMERICANI USANO MISSILI INTERCETTORI DA 4 MILIONI DI DOLLARI

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

GLI UCRAINI, LASCIATI SOLI IN QUESTI ANNI A COMBATTERE CONTRO I RUSSI, ABBATTONO CENTINAIA DI QUEI VELIVOLI OGNI GIORNO, CON SISTEMI FAI DA TE ECONOMICI … LA SUPREMAZIA UCRAINA È TALE CHE A UN’ESERCITAZIONE IN ESTONIA, DIECI PERSONE HANNO UMILIATO DUE BATTAGLIONI DELLA NATO

L’attacco di Donald Trump all’Iran rivela che, dopotutto, l’Ucraina qualche carta da giocare ce l’ha. Lo scorso anno, alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti aveva rimproverato il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy dicendogli: «In questo momento non hai le carte». Un anno dopo, l’Ucraina sta invece tenendo colloqui con funzionari americani a Kyiv, molto più cordiali, desiderosi di ottenere accesso alla tecnologia anti-drone ucraina, leader mondiale.
«I partner si stanno rivolgendo a noi, all’Ucraina, per chiedere aiuto», ha dichiarato Zelenskyy mercoledì sera. «Richieste su questo tema sono arrivate anche dalla parte americana».
Zelenskyy ha detto inoltre di essere in contatto con Paesi arabi che cercano di rafforzare le difese contro l’Iran, come gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, la Giordania e il Bahrein. È stato chiaro nel dire che Kyiv sta cercando di ottenere un vantaggio strategico da questi colloqui.
«Naturalmente, qualsiasi assistenza che forniamo avviene solo a condizione che non indebolisca la nostra difesa in Ucraina e che serva come investimento nell
nostre capacità diplomatiche: aiutiamo a proteggere dalla guerra coloro che aiutano noi — l’Ucraina — a portare questa guerra a una conclusione dignitosa», ha aggiunto.
Competenza maturata sul campo di battaglia
Il motivo di questa apertura diplomatica verso Zelenskyy è che gli Stati Uniti hanno capito che usare un missile intercettore PAC-3 da 4 milioni di dollari, lanciato da una batteria Patriot, per abbattere un drone iraniano Shahed che costa circa 30.000 dollari non ha molto senso.
Dopo la decisione di Trump di attaccare l’Iran insieme a Israele, Teheran ha reagito utilizzando droni e missili balistici per colpire basi statunitensi e Paesi alleati degli Stati Uniti, oltre a obiettivi lontani come Cipro e l’Azerbaigian.
«Hai le difese aeree, e arriva molta roba, e riesci a intercettarne la maggior parte», ha detto lunedì ai giornalisti al Pentagono il segretario alla Sicurezza della Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth. «Ogni tanto, purtroppo, ce n’è uno — lo chiamiamo “squirter” — che riesce a passare».
C’è una ragione per cui l’Ucraina offre la propria esperienza. Il Paese abbatte missili e droni russi — in particolare i droni Shahed di progettazione iraniana — da più di quattro anni. A gennaio l’Ucraina ha affrontato in media 143 droni di tipo Shahed e bersagli-esca al giorno, intercettandone 122, secondo uno studio dell’Institute for Science and International Security.
Le unità ucraine non hanno solo perfezionato la difesa contro i droni: hanno anche trasformato il campo di battaglia con tattiche offensive basate sui droni — come dimostrato lo scorso anno durante le esercitazioni Hedgehog in Estonia, dove una squadra ucraina Nemesis composta da 10 persone ha manovrato meglio di due battaglioni della NATO.
Mentre le forze armate occidentali e del Golfo cercano di adattarsi alla crescente campagna di droni dell’Iran, Kyiv segnala di essere pronta a insegnare agli altri le lezioni apprese sul campo.
«Per quanto riguarda i nostri operatori di droni e di difesa aerea, abbiamo persone molto esperte. Siamo pronti a condividere queste informazioni; lasciate che i nostri partner vengano da noi», ha detto Zelenskyy.
Il tenente colonnello Pavlo Laktionov, vicecomandante della 412ª brigata Nemesdelle Forze dei sistemi senza pilota, ha raccontato a POLITICO come la sua unità abbia messo in difficoltà i colleghi della NATO lo scorso maggio e cosa questo riveli sulla preparazione degli eserciti occidentali ad affrontare la guerra con i droni. Questo tipo di guerra è un tratto distintivo del conflitto tra Ucraina e Russia ed è ora utilizzato anche dall’Iran.
«Dieci persone con i droni giusti e le competenze adeguate oggi valgono un intero reggimento o battaglione che combatte secondo i manuali del secolo scorso», ha detto.
Una sconfitta sorprendente
Le truppe ucraine — che Laktionov ha definito «veri cosacchi da combattimento» — hanno operato come parte di un gruppo NATO durante l’esercitazione Hedgehog, durata cinque giorni. Utilizzando pesanti droni bombardieri Nemesis, gli ucraini hanno svolto missioni di distruzione di obiettivi, minamento a distanza e operazioni logistiche come la consegna di cibo, medicine e munizioni in posizioni difficili da raggiungere.
«Abbiamo introdotto un elemento di imprevedibilità» che le truppe NATO, dotate di veicoli corazzati pesanti e aviazione, hanno avuto difficoltà a contrastare, ha detto Laktionov.
Tra le tattiche chiave degli ucraini c’erano attacchi alle truppe NATO alle spalle (dove pensavano di essere al sicuro), l’osservazione di formazioni alleate riunite in grandi gruppi (spesso senza un adeguato camuffamento), il minamento delle strade di accesso che stavano percorrendo e l’uso della guerra elettronica per disattivare equipaggiamenti fondamentali.
Molti soldati della NATO erano disorientati dalla nuova minaccia che stavano affrontando
«Il loro paradigma prevedeva ancora il concetto di retrovia sicura. Non funziona più così: nella guerra moderna non esistono zone sicure. La sicurezza è un’illusione. Il nemico contava sulle foreste come copertura, ma per le moderne telecamere a infrarossi e termiche la foresta è solo una decorazione, e uomini e mezzi sono una firma bianca e brillante sul monitor dell’operatore UAV», ha detto Laktionov. «Le forze nemiche non sentivano la paranoia di una minaccia costante che invece ogni nostro soldato al fronte percepisce. Ogni cespuglio, ogni strada deve essere considerato una potenziale trappola».
Il risultato è stato un massacro
«Non siamo entrati in uno scontro a fuoco. Semplicemente non abbiamo permesso loro di raggiungere le linee di attacco. Il minamento remoto ha fermato le colonne, e i bombardamenti dei Nemesis hanno disattivato gli equipaggiamenti chiave», ha aggiunto Laktionov. «Questo ha portato alla sconfitta dei gruppi offensivi che non erano pronti a un approccio così completo all’uso degli UAV — ricognizione aerea, distruzione, correzione, conferma».
L’addestramento non è però a senso unico. Molti soldati ucraini sono stati formati secondo gli standard NATO, rompendo con il passato post-sovietico.
«Ho visto l’efficacia degli standard NATO nell’esempio dei miei fratelli che avevano già avuto esperienza di addestramento in partnership con l’alleanza. Era questo approccio — sistematicità, protocolli di controllo del fuoco, comunicazione, coordinamento — a costituire una base fondamentale nei primi mesi della grande guerra», ha detto Laktionov.
Ora entrambe le parti stanno scambiando lezioni.
«Considerando che queste esercitazioni si sono svolte un anno fa, molti cambiamenti sono già stati introdotti negli standard NATO e nelle loro tattiche di combattimento. Penso che queste esercitazioni siano state una sorta di doccia fredda che ha aiutato l’alleanza a trarre le giuste conclusioni e a prepararsi meglio alle possibili sfide», ha detto Laktionov.
Secondo un alto funzionario militare della NATO, l’alleanza sta valutando un maggior numero di esercitazioni basate sui droni, anche in risposta a Hedgehog, oltre a un dialogo più ampio con l’Ucraina. L’alleanza sta anche pensando di invitare più istruttori ucraini specializzati nei droni a partecipare alle esercitazioni e di aggiornare gli standard interni per riflettere meglio la guerra con i droni
È proprio questo tipo di esperienza che Zelenskyy spera di usare come leva mentre cresce la corsa a difendersi dai missili e dai droni iraniani.
«Ora tutti possono vedere che la nostra esperienza nella difesa è, sotto molti aspetti, insostituibile. Siamo pronti a condividere questa esperienza e ad aiutare quei Paesi che hanno aiutato l’Ucraina questo inverno e durante tutta questa guerra», ha dichiarato domenica il presidente ucraino.
(dapolitico.eu)

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GLI STATI UNITI POTREBBERO PERDERE LA GUERRA: PER ABBATTERE I DRONI IRANIANI, POCO SOFISTICATI E LOW COST, GLI AMERICANI SPRECANO MISSILI COSTOSISSIMI E DIFFICILI DA PRODURRE. SE IL CONFLITTO VA AVANTI A LUNGO, GLI USA RISCHIANO DI RIMANERE SENZA DIFESE AEREE IN PATRIA, E RUSSIA E CINA POTREBBERO APPROFITTARNE

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

L’INDUSTRIA AMERICANA PRODUCE SOLO 96 INTERCETTORI ALL’ANNO, A UN COSTO DI 12,8 MILIONI DI DOLLARI L’UNO. NON VA MEGLIO PER I PATRIOT: NEL 2024 NE SONO STATI PRODOTTI 500, A 5 MILIONI PER TESTATA … A TEHERAN, INVECE, SFORNANO RAZZI E DRONI ECONOMICI E A RITMO CONTINUO: SI STIMA CHE IL PAESE ABBIA A DISPOSIZIONE 2.500 MISSILI BALISTICI. FINO ALL’INIZIO DELLA GUERRA, ERANO IN GRADO DI PRODURNE “CENTINAIA” AL MESE. POI CI SONO I DRONI SHAHED-136, CHE INVECE VENGONO PRODOTTI A CICLO CONTINUO, FINO A 6.000 AL MESE

La campagna aerea americana contro l’Iran sembrerebbe essere un successo tattico e operativo. Gli Stati Uniti hanno colpito 1.700 obiettivi in Iran hanno subito soltanto sei vittime. La leadership iraniana è stata sconvolta e decine di figure di alto livello sono state uccise, tra cui la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei.
Ma questi successi di breve periodo hanno un prezzo, e rendono molto meno chiaro il quadro strategico complessivo. Gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati del Golfo stanno consumando munizioni (poche e costose) a un ritmo impressionante. Queste perdite non possono essere rimpiazzate abbastanza rapidamente da evitare possibili ripercussioni globali, mentre avversari molto più formidabili dell’Iran — Russia e Cina — valutano la capacità bellica dell’America.
Se concludessero che l’Occidente ha consumato troppi missili intercettori per potersi difendere efficacemente, la Russia potrebbe intraprendere azioni aggressive contro la NATO, oppure la Cina potrebbe muoversi contro Taiwan
Due tipi di missili sono oggi molto richiesti sul campo di battaglia. Gli intercettori, come i missili Patriot, sono progettati per abbattere altri missili e droni. Le armi offensive, come i missili da crociera Tomahawk, servono invece a distruggere obiettivi a terra. Entrambi scarseggiano, ma la situazione degli intercettori è particolarmente critica.
Gli intercettori americani più richiesti sono i missili THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), che sono i più efficaci per la difesa contro missili balistici a corto e medio raggio, e i Patriot, che sono leggermente meno costosi e più numerosi dei THAAD. La scorsa estate, durante la guerra di dodici giorni, gli Stati Uniti hanno utilizzato circa un quarto dei loro missili THAAD per difendere Israele dal bombardamento iraniano. Ogni missile THAAD costa più di 12,8 milioni di dollari, e i contractor della difesa americana ne producono soltanto 96 all’anno.
L’amministrazione Trump ha stanziato fondi per aumentare la produzione fino a 400 l’anno, ma questo potrebbe richiedere fino a sette anni. È del tutto immaginabile che gli Stati Uniti possano utilizzare, nelle prossime settimane, più di un terzo dei THAAD accumulati nell’ultimo anno.
La situazione dei Patriot è in parte simile. Nel 2023 gli Stati Uniti producevano circa 370 missili Patriot all’anno. Per molti anni la produzione è stata inferiore alla domanda, e poi quest’ultima è esplosa con l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. Gli Stati Uniti hanno quindi aumentato la produzione: circa 500 Patriot sono stati prodotti nel 2024 e si prevede che si arrivi a circa 650 l’anno entro il 2027. Ogni missile costa circa 5 milioni di dollari. Ma anche con l’aumento della produzione, secondo il Guardian, gli Stati Uniti stimavano l’anno scorso di avere soltanto il 25 per cento dei Patriot richiesti dalla pianificazione del Pentagono
I missili e i droni iraniani, al contrario, sono più economici e molto numerosi. Fonti israeliane stimano che l’Iran abbia iniziato l’attuale conflitto con circa 2.500 missili balistici disponibili e che possa produrne “centinaia” ogni mese, con l’obiettivo di portare il ritmo di produzione a qualcosa vicino ai 1.000. Il New York Times stima la produzione in “decine” al mese, ma anche questa stima più prudente supera di molto l’attuale produzione americana di THAAD. Secondo un esperto, ogni missile balistico iraniano costa circa 1–2 milioni di dollari per essere prodotto. Va considerato che, in molti casi, sono necessari due o tre Patriot per abbatterne uno.
Nel frattempo, insieme alla Russia, l’Iran produce i cosiddetti droni suicidi Shahed-136 a un ritmo di circa 5.000-6.000 al mese, principalmente per l’uso della Russia in Ucraina, con un costo che può scendere fino a 50.000 dollari per unità. Questi rappresentano la maggior parte delle munizioni che l’Iran ha lanciato contro gli Stati Uniti e i loro alleati negli ultimi giorni.
Servono a saturare le difese aeree e a esaurire le scorte di intercettori.
Di conseguenza, gli Stati Uniti stanno spendendo risorse scarse per distruggere obiettivi che costano meno e richiedono meno tempo per essere prodotti rispetto alle armi utilizzate per distruggerli. L’Iran ha semplicemente meno da perdere saturando il campo di battaglia con le proprie armi: durante la guerra di dodici giorni dell’anno scorso ha lanciato 550 missili balistici e oltre 1.000 droni contro Israele. Nelle prime 48 ore dell’attuale conflitto ha inviato 186 missili e 812 droni nei soli Emirati Arabi Uniti, mentre colpiva anche altri nove paesi della regione.
I pianificatori americani sono perfettamente consapevoli che questo è un rapporto di scambio insostenibile, motivo per cui sia Israele sia gli Stati Uniti hanno fatto della distruzione dei lanciatori di missili balistici una priorità assoluta. La logica è semplice: non serve usare un THAAD o un Patriot contro un missile che non può essere lanciato. Secondo il Times, funzionari israeliani stimano di aver distrutto il 50 per cento dei lanciatori di missili iraniani. Questo certamente contribuisce a rallentare il ritmo dei lanci iraniani e quindi a ridurre la capacità di saturare le difese aeree, ma fa poco per diminuire il numero totale di missili balistici che l’Iran possiede ancora nel proprio arsenale e che prima o poi impiegherà
Questo è dunque il problema degli intercettori. Le tradizionali munizioni americane a lungo raggio e a guida di precisione, tra cui i Tomahawk, costano circa 2,2 milioni di dollari ciascuna e sono prodotte in quantità relativamente limitate. Sono progettate per conflitti contro un avversario con sistemi di difesa aerea molto più moderni, funzionali e integrati di quelli iraniani. In questo senso, il loro impiego nel teatro attuale è uno spreco: munizioni meno sofisticate potrebbero facilmente superare le difese aeree iraniane, indebolite dalle sanzioni e fisicamente devastate dagli attacchi.
Una risposta americana a questo squilibrio di risorse è una copia dello Shahed-136 chiamata Low-Cost Uncrewed Combat Attack System, che costa circa 35.000-40.000 dollari per drone. Tuttavia la produzione è ancora in fase di aumento, e questi droni sono principalmente basati a terra (lanciarli dal ponte di elicotteri di
una nave della Marina è tecnicamente possibile ma poco efficiente). Per questa ragione la Marina continua a fare affidamento sui Tomahawk
Il presidente Trump ha dichiarato che le operazioni di combattimento potrebbero durare un mese o più. Al ritmo attuale di utilizzo, secondo Bloomberg, gli intercettori statunitensi potrebbero esaurirsi nel giro di pochi giorni. Un’altra fonte ha affermato che il Qatar potrebbe rimanerne senza in appena quattro giorni. Gli alleati del Golfo stanno cercando urgentemente ulteriore supporto militare dagli Stati Uniti.
Alcuni rapporti suggeriscono che Washington abbia “bloccato” tali richieste perché ha esigenze urgenti proprie. Le salve di missili e droni iraniani stanno diminuendo leggermente man mano che i lanciatori vengono distrutti e le scorte si esauriscono, ma gli Shahed sono così semplici che l’Iran probabilmente sarà in grado di continuare a produrli e lanciarli in piccoli numeri quasi indefinitamente.
Per gli Stati Uniti, quasi ogni azione in questa campagna comporta un costo opportunità sotto forma di ciò che non potranno più fare a causa dell’esaurimento delle scorte di missili. La perdita più significativa è la deterrenza. Russia e Cina stanno osservando gli Stati Uniti consumare i propri missili e tengono conto di questo fattore nelle decisioni su eventuali azioni offensive contro gli alleati della NATO o contro Taiwan.
Non si tratta di una semplice speculazione: il Dipartimento della Difesa ha avvertito che il presidente cinese Xi Jinping sta preparando il suo esercito affinché sia pronto a invadere con successo Taiwan entro il 2027. Per perseguire questo obiettivo, la Cina ha raddoppiato il numero dei suoi lanciatori di missili balistici e quasi triplicato il numero di missili disponibili dal 2020. Le forze americane e giapponesi nella regione saranno oggetto di attacchi se gli Stati Uniti sceglieranno di difendere Taiwan.
La Cina seguirà molto da vicino il consumo di munizioni americane mentre calcola se (e quando) avrà un vantaggio sufficiente per assicurarsi la vittoria. La guerra in Iran probabilmente sta anticipando questa tempistica e aumentando le probabilità di un’invasione cinese
L’esaurimento delle scorte di missili degli Stati Uniti rappresenta un serio problema per la sicurezza nazionale. Scegliendo questo conflitto con l’Iran, gli Stati Uniti hanno privilegiato probabili guadagni effimeri contro un avversario che rappresentava una minaccia marginale rispetto alla deterrenza nei confronti di avversari pari o quasi pari che hanno la volontà e i mezzi per mettere seriamente in pericolo la stabilità globale.
(da .theatlantic.com)

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IL MONDO È IN FIAMME, E IL NOSTRO MINISTRO DEGLI ESTERI SE NE VA IN VALLE D’AOSTA PER L’EVENTO DI FORZA ITALIA “AZZURRI IN VETTA”

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

ANTONIO TAJANI È ATTESO VENERDÌ E SABATO AL CENTRO CONGRESSI DI SAINT-VINCENT: DOMENICA L’EVENTO CHE SI TRASFERIRÀ A BREUIL-CERVINIA DOVE SI SVOLGERÀ LA PRIMA EDIZIONE DEL TROFEO “AZZURRI IN VETTA” DI SCI ALPINO SULLA PISTA ROCCE BIANCHE

La Valle d’Aosta – tra Saint-Vincent e Breuil-Cervinia – ospiterà nel prossimo fine settimana l’evento nazionale ‘Azzurri in Vetta’, organizzato dai gruppi parlamentari di Forza Italia al Senato della Repubblica, alla Camera dei deputati e al Parlamento Europeo.
È annunciata la presenza del vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Esteri, Antonio Tajani Venerdì e sabato – a partire dalle 16 al centro congressi comunale di Saint-Vincent – sono previsti panel di dialogo e di confronto sui temi della montagna, a cui parteciperanno ministri, europarlamentari, parlamentari, amministratori locali, operatori e professionisti della montagna e rappresentanti delle principali associazioni di categoria. Domenica l’evento che si trasferirà a Breuil-Cervinia dove si svolgerà la prima edizione del trofeo ‘Azzurri in vetta’ di sci alpino sulla pista Rocce Bianche.

(da agenzie)

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CHE COINCIDENZA: QUALCUNO, NELLA STESSA NOTTE E NELLA “MEDESIMA CAMPAGNA DI INFEZIONE” IN CUI GLI 007 ITALIANI SPIAVANO CACCIA E CASARINI, HA INFETTATO IL TELEFONO DI CANCELLATO

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

PERCHE’ L’AVREBBE FATTO? PER CONTO DI CHI?

Svolta nel caso Paragon. È stata depositata la consulenza sul caso dello spionaggio tramite lo spyware militare Graphite sui telefoni di attivisti e giornalisti, affidata agli specialisti della Polizia Postale e a un collegio di professori universitari. Gli esperti hanno effettuato accertamenti tecnici irripetibili sui dispositivi telefonici usati dalle parti lese nell’indagine, tra cui ci sono il direttore di Fanpage.it Francesco Cancellato, il capo della cronaca di Napoli Ciro Pellegrino, il fondatore di Dagospia Roberto D’Agostino, i giornalisti Eva Vlaardingerbroek, e gli attivisti di Mediterranea Luca Casarini, Giuseppe Caccia e don Mattia Ferrari.
Nell’inchiesta congiunta dei pm delle procure di Roma e Napoli, che vede il coordinamento della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, si procede, al momento contro ignoti, per accesso abusivo a sistema informatico e quanto previsto all’articolo 617 del codice penale su reati informatici, cognizione, interruzione o impedimento illecito di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche e installazioni abusiva di apparecchiature atte a intercettare. Accertamenti necessari a chiarire se i dispositivi siano stati tutti ‘infettati’ e se si tratti dello stesso software-spia. In particolare si cerca un”impronta’, un codice alfanumerico che identifichi lo spyware.
Nell’ambito dell’indagine, erano stati sentiti nei mesi scorsi come testimoni il direttore dell’Agenzia per le informazioni e la sicurezza esterna (Aise) Giovanni Caravelli e il direttore dell’Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna (Aisi) Bruno Valensise.
Cosa è emerso della consulenza depositata ai pm sul caso Parago
Dalla consulenza “è emerso che – tra tutti i telefoni cellulari acquisiti dai numerosi querelanti – tracce di attività riconducibili a un malware sono state riscontrate esclusivamente su tre dispositivi Android, riconducibili” agli attivisti di
Mediterranea Giuseppe Caccia, Luca Casarini e il giornalista Francesco Cancellato. Si legge in una nota congiunta delle Procura di Roma e Napoli – coordinata dalla Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo – relative all’indagine Paragon su una presunta attività di spionaggio.
“In particolare, i consulenti tecnici hanno rilevato una serie di anomalie nei database WhatsApp di tutti e tre i dispositivi Android, consistenti in interazioni compatibili con quanto riportato nei report Meta con riferimento al funzionamento del software “Graphite” prodotto dalla società Paragon”, si aggiunge.
In base a quanto emerge dalla consulenza sulla vicenda “il periodo di presumibile compromissione dei dispositivi in uso a Casarini, Caccia e Cancellato risalirebbe alle prime ore del 14 dicembre 2024. I consulenti hanno inoltre evidenziato che ‘l’esecuzione in serie di tre attacchi nella stessa notte suggerisce che essi possano essere stati parte di una medesima campagna di infezione'”.
Le Autorità giudiziarie “hanno effettuato un accesso ai sensi dell’art. 256-bis presso l’Aisi”. Dalla precedente relazione del Copasir sull’uso dello spyware Graphite da parte dei Servizi di informazione, risalente al 4 giugno 2025, relazione che è stata citata ieri anche dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Mantovano, “e da accertamenti effettuati emergeva come l’Agenzia avesse utilizzato, previa autorizzazione nelle forme di legge, il software “Graphite” per attività di esfiltrazione dati e intercettazione nei confronti di Giuseppe Caccia e Luca Casarini”.
I pm spiegano che si “è reso pertanto necessario verificare, alla luce degli esiti della consulenza tecnica, se il software in uso all’Aisi fosse stato impiegato anche nei confronti di Francesco Cancellato”. L’attività di esibizione e analisi dei dati del server “Graphite” in uso all’Aisi “ha riscontrato le attività poste in essere, la notte del 14 dicembre, nei confronti di Casarini e Caccia, ma non ha consentito di rilevare tracce di operazioni riferibili a Francesco Cancellato, allo stato confermando l’assenza di elementi che riconducano l’attività di indagine ad Aisi. Le indagini proseguono al fine di identificare gli autori del tentativo di accesso abusivo e di intercettazione illecita ai danni di Francesco Cancellato”, conclude la nota.
(da Fanpage)

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LA CINA AUMENTERÀ IL BUDGET PER LA DIFESA AL 7% NEL 2026: PECHINO PREVEDE DI SPENDERE 276,8 MILIARDI DI DOLLARI PER LA DIFESA, CIRCA TRE VOLTE MENO DEL BILANCIO MILITARE DEGLI STATI UNITI

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

L’AVVISO DEL “DRAGONE” AL MONDO: “RIMARREMO FEDELI AL PRINCIPIO DI UNA SOLA CINA E AL CONSENSO DEL 1992, LOTTEREMO CON DETERMINAZIONE CONTRO LE FORZE SEPARATISTE CHE MIRANO ALL’INDIPENDENZA DI TAIWAN E CI OPPORREMO ALLE INTERFERENZE ESTERNE”

Nel 2026 la Cina aumenterà la propria spesa militare del 7% rispetto all’anno precedente.L’aumento è inferiore all’incremento del 7,2% registrato nel 2025 rispetto all’anno precedente. Pechino prevede di spendere 1.9096 miliardi di yuan (276,8 miliardi di dollari) per la difesa, circa tre volte meno del bilancio militare degli Stati Uniti. L’aumento della spesa militare per l’anno è stato annunciato in una relazione sul bilancio del ministero delle Finanze pubblicata a margine del conclave politico annuale delle Due sessioni.
La Cina fissa l’obiettivo di crescita dal 4,5 al 5% per il 2026. Lo riporta una copia del report ufficiale che verrà letto all’apertura dell’Assemblea nazionale del popolo cinese dal premier Li Qiang. L’anno scorso la crescita effettiva del Pil è stata del 5,0%, raggiungendo l’obiettivo ufficiale di “circa il 5%”.
E ci opporremo alle interferenze esterne’
“Rimarremo fedeli al principio di una sola Cina e al Consenso del 1992, lotteremo con determinazione contro le forze separatiste che mirano all’ ‘indipendenza di Taiwan’ e ci opporremo alle interferenze esterne, al fine di promuovere lo sviluppo pacifico delle relazioni tra le due sponde dello Stretto e portare avanti la causa della riunificazione nazionale”. Lo ha detto il premier cinese Li Qiang nel su discorso all’apertura dell’Assemblea nazionale del popolo a Pechino.
Stimato un tasso di disoccupazione urbana al 5,5%
Tra gli obiettivi individuati dal premier cinese Li Qiang in apertura dell’Assemblea nazionale del popolo a Pechino c’è anche quello di creare 12 milioni di nuovi posti di lavoro. La stima del tasso di disoccupazione urbana è stata fissata al 5,5%.
(da agenzie)

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GLI ITALIANI A DUBAI VOGLIONO PRIVATIZZARE L’UTILE E COLLETTIVIZZARE IL COSTO: SE NE SONO ANDATI NEL GOLFO PER NON PAGARE LE TASSE NEL NOSTRO PAESE MA, ORA CHE PIOVONO MISSILI, CHIEDONO ALL’ITALIA DI ESSERE RIMPATRIATI (SPERANDO CHE PAGHI PANTALONE)

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

TRA LORO CI SONO “INFLUENCER” E STELLINE DI ONLYFANS CHE SCAPPANO, SPERANDO DI TROVARE UN VOLO PER L’ITALIA

Sotto i missili ad Abu Dhabi; avvertiti dagli altoparlanti che l’aeroporto di Doha, dov’erano appena giunti da Bangkok in attesa di ripartire per Malpensa, era da evacuare di corsa per via di un attacco iraniano; rimpatriati grazie a un non preventivato viaggio in corriera nel deserto arabo o con un’imprevista «triangolazione» aerea che dalla Thailandia li catapulterà a Pechino; fermi in Vietnam, negli atolli alle Maldive o nello Sri Lanka. Dentro un albergo o in una nave da crociera. Rimborsati da vettori e tour operator, ma più spesso costretti a pagare di tasca loro.
È la situazione degli italiani bloccati in quei Paesi, dal Medio Oriente sino al Sud Est asiatico, toccati dalle conseguenze dell’attacco americano all’Iran. La Farnesina
si sta adoperando per loro. «Spero che entro oggi si possano superare le 10 mila persone che avranno lasciato le zone più a rischio» sintetizza il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
L’idea più efficace? Il tradizionale torpedone. Una app è stata inviata dalla Farnesina agli italiani a Doha. Conteneva l’elenco dei pullman diretti a Riyad, la capitale della confinante Arabia Saudita dove lo spazio aereo non è chiuso. Poi è stato l’ambasciatore in Qatar Paolo Toschi ad allestire un convoglio composto da tre corriere partito ieri mattina con 140 nostri connazionali e qualche straniero raccolto e aiutato lì per lì.
A bordo di uno dei tre bus, Luca, 37 anni, milanese, prende tutto con serenità: «Alla fine è stata un’ottima soluzione, per il biglietto ho pagato circa 50 euro ma so di corse in taxi da 500 euro; prezzi comprensibili visto quel che sta succedendo» dice al Corriere in serata, mentre mancano pochi chilometri all’arrivo. [
Altre testimonianze sono più agitate. Per esempio quella di Martina Corrieno, ventenne capotreno toscana in vacanza in Thailandia con il suo fidanzato, Christian Antonelli, agente immobiliare di 23: «Stavamo rientrando da Bangkok quando a Doha, dov’eravamo in transito per Malpensa, la sera del 28 — racconta — ci hanno detto che lo spazio aereo era stato chiuso».
Coincidenza saltata, notte trascorsa nell’incertezza al terminal ma alle 7 del mattina fuga «velocissima» dal terminal dopo che «un caposcalo della Qatar ci ha detto che l’aeroporto era sotto attacco. Ora siamo ospiti della compagnia in albergo, attendiamo che i voli riprendano, forse venerdì».
Incertezza non diversa nello Sri Lanka dove sono almeno 100 i connazionali che non sanno come rientrare. «Soluzioni alternative allo scalo a Dubai — dice all’ Adn Fiona Legnani —, tipo transitare per l’India, sono incerte e costosissime». Non diverse le testimonianze dalla Thailandia dove tanti — chi rimborsato dai tour operator e chi no — si stanno rassegnando a tornare passando per la Cina.
(da agenzie)

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LA PARALISI DELLO STRETTO DI HORMUZ È LA CONSEGUENZA PIÙ DEVASTANTE DELLA GUERRA IN IRAN: DA LÌ PASSA IL 20% DEL PETROLIO DI TUTTO IL MONDO

Marzo 5th, 2026 Riccardo Fucile

IL RISCHIO DI INCIDENTI PER I LANCI DI RAZZI DA TEHERAN È COSÌ ALTO CHE L’AFFITTO E L’ASSICURAZIONE DELLE PETROLIERE SONO DIVENTATI PROIBITIVI. RISULTATO? PER USA, RUSSIA E CINA NON CAMBIA NIENTE (HANNO ENERGIA E SCORTE PIENE), PER L’EUROPA SARÀ LA SOLITA FREGATURA, CON INFLAZIONE E BOLLETTE ALLE STELLE

Lo Stretto di Hormuz non era mai rimasto chiuso prima: non così a lungo, né in misura tanto vicina a un blocco totale del traffico marittimo.
Ora sì. Lo Stretto è chiuso, per circa il 90% del suo traffico. Lo è da sei giorni dunque — se si guardano le medie dei passaggi recenti — mezzo migliaio di navi gasiere, petroliere, cargo o di trasporto auto sarebbero dovute passare. Dai satelliti si vedono centinaia di vascelli attorno ai porti dell’Oman, degli Emirati, dell’Arabia Saudita, del Kuwait, del Qatar e qualcuno attorno a Bandar Abbas, in Iran. Per quasi due terzi dovevano trasportare energia nel mondo: gas da Doha alla Cina, carburanti dalle raffinerie saudite a Rotterdam.
Il primato dello Stretto Invece nessuno osa passare.
Già questo in sé un evento sismico, per il braccio di mare da cui passano un quinto del petrolio e del metano liquefatto del pianeta. Lo Stretto è ottavo al mondo per numero di transiti — 34 mila nel 2025 secondo il Fondo monetario internazionale — ma il primo per capacità di propagare sul sistema internazionale l’impatto di ciò che accade nelle sue acque.
Hormuz prende il suo nome da un’isoletta davanti a Bandar Habbas. Nel punto più angusto, lo Stretto misura 33 chilometri fra la penisola araba a sud (territorio dell’Oman) e l’Asia meridionale a nord (territorio di Teheran).
Le zone navigabili tuttavia sono ancora più ridotte, perché i fondali sono bassi e la navigazione prevede regole rigidissime.
Nel tratto di mare che separa il Golfo Persico a oriente dall’Oceano Indiano a occidente, tutto in acque territoriali dell’Oman, si passa da due corsie ben precise: quella per chi entra nel Golfo è a nord (a destra arrivando da fuori) e larga 3,7 chilometri; per chi esce è appena più a sud, ha la stessa ampiezza ed è separata dalla prima da una corsia centrale tenuta vuota per prevenire gli scontri fra petroliere
Più a est, in un tratto più largo dove il confine corre fra Emirati Arabi Uniti e Iran, torna la navigazione obbligatoria in corsie ma completamente in acque territoriali di Teheran.
Dà la misura della gravità di quanto sta accadendo la dinamica stessa con la quale si è giunti al blocco attuale. Perché esso non è stato innescato da Teheran. I Guardiani della rivoluzione hanno sì fatto sapere lunedì che più nessuno doveva passare in quelle acque, minacciando di dar fuoco alle navi. E hanno sì colpito con droni o missili una decina di imbarcazioni, incluse petroliere come la Skylight con bandiera
di Palau (domenica) e la Athe Nova con bandiera dell’Honduras (lunedì). Ma a quel punto il passaggio era già chiuso, per ragioni strettamente commerciali
Da quando sabato è partita l’operazione israelo-americana, il rischio di incidenti nello Stretto è così alto che l’affitto e l’assicurazione delle petroliere sono diventati proibitivi
Impossibile navigare in quelle acque senza perdere soldi, anche se un’imbarcazione riuscisse […] a passare indenne. Il noleggio di un grosso tanker da 300 mila tonnellate di greggio è passato da circa 50 mila dollari al giorno per gran parte del 2025 a 480 mila dollari oggi, secondo Arctic Securities Research.
La polizza contro incidenti ai mezzi e alle squadre di addetti è esplosa da mille dollari al giorno a centomila solo per quella specifica tratta. In sostanza, il sistema finanziario e dei servizi marittimi ha portato il traffico di Hormuz esattamente dove i guardiani della rivoluzione di Teheran lo volevano: alla paralisi.
Scorte alle navi? È per questo che Donald Trump martedì sera ha fatto sapere che aveva allo studio scorte alle navi e un sistema di assicurazione pubblica a buon mercato. Resta da capire per chi, però. Scortare una sessantina di gasiere e petroliere al giorno — quelle che passerebbe in tempi normali – è impossibile.
A Bab el-Mandeb, lo stretto all’ingresso nel Mar Rosso dal Golfo di Aden, dall’inizio del 2024 gli Houthi dello Yemen hanno imposto un collasso di circa due terzi del traffico verso Suez semplicemente sparando su qualche nave. E non c’è più stata ripresa.
Le missioni militari e i bombardamenti di europei e americani non hanno risolto, benché gli Houthi siano molto più deboli degli iraniani. Nel Mar Rosso ormai il calcolo dei costi e dei rischi mercantili reca traumi permanenti, che si trasformano in costi. Lo stesso sarà probabilmente a Hormuz quando le armi taceranno. Un altro muro si sta alzando nell’economia mondiale. E forse non crollerà tanto presto.
(da “Corriere della Sera”)

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