PATRIOTI SOLO A PAROLE. SONO PIÙ DI 115.000 I LAVORATORI DEL SETTORE METALMECCANICO COINVOLTI NELLA CRISI DEL COMPARTO. UN DATO IN CRESCITA RISPETTO ALLO SCORSO ANNO
L’ULTIMO CASO È QUELLO DELLA FABBRICA DI MICROCAR “LEAR” DI TORINO: DOPO ANNI DI CASSA INTEGRAZIONE, È SALTATO IL PROGETTO REINDUSTRIALIZZAZIONE E 374 PERSONE RISCHIANO DI RIMANERE SENZA NULLA… I SIDACATI CONTRO IL MINISTERO DEL MADE IN ITALY DI URSO
Solo pochi giorni fa si brindava a una crisi industriale chiusa, dopo anni di cassa integrazione
e incertezze per i lavoratori della Lear di Grugliasco. Ieri l’annuncio, arrivato a Fim, Fiom e Uilm, che è venuto meno il progetto di reindustrializzazione della fabbrica del settore automotive alle porte di Torino
A rischio ci sono 374 posti di lavoro. La comunicazione è arrivata dal ministero
delle Imprese e del Made in Italy e dalla Fipa, newco Fabbrica Italiana Produzione Auto, pronta ad avviare nella sede della Lear l’assemblaggio di quadricicli elettrici a marchio Desner, importati dalla Cina e destinati al mercato italiano tramite la rete commerciale del gruppo Fassina.
«Esprimiamo profondo disappunto per una vicenda dai tratti confusi, che la Lear e il ministero stesso dovranno assolutamente chiarirci», spiegano sindacati dei metalmeccanici a cui è stato prospettato l’interessamento di un nuovo investitore, Zetronic. Il 9 marzo, al Mimit, ci sarà un incontro.
Sono più di 115 mila i lavoratori del settore metalmeccanico coinvolti nella crisi dell’intero comparto. Un dato che sale rispetto allo scorso anno di 11.946 unità, quando ci si fermava a 103 mila persone. È come se – solo per dare un’idea – l’intera popolazione di Pescara o Siracusa fosse coinvolta in questa emergenza, secondo quanto emerge dall’ultimo rapporto stilato dalla Fim-Cisl.
L’analisi approfondisce anche l’impatto su differenti aziende, da quelle che si occupano della componentistica auto a quelle che producono macchine agricole. E il quadro della crisi è fortemente trasversale: coinvolge i settori dell’automotive e della siderurgia, quelli del comparto termomeccanico e dell’elettrodomestico. Tutti subiscono negativamente l’aumento del costo dell’energia e delle materie prime, problemi a cui si sommano i dazi e la diffusa crisi geopolitica.
Per l’automotive – si legge nell’analisi del sindacato – il gruppo Stellantis nel 2025 ha visto la produzione scendere sotto quota 380 mila (-24,5% rispetto all’anno prima), con un taglio della produzione sia delle autovetture sia dei veicoli commerciali. Numeri che riflettono la crisi di molte aziende, piccole e medie, che ruotano intorno all’indotto diretto di Stellantis e delle altre case automobilistiche europee, interessando oltre 256 mila lavoratori.
Il costo dell’energia, invece, penalizza fortemente fonderie e laminatoi. La situazione impatta in modo più forte sulle regioni ad alta industrializzazione, come Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte. «I dati – ha sottolineato il segretario della Fim, Ferdinando Uliano – rilevano una situazione in peggioramento per molte filiere del settore. Il nostro Paese ha bisogno di politiche industriali e interventi che rimettano la “questione industriale” al centro delle risposte e delle politiche economiche».
(da La Stampa)
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