PUTIN SA COME MANIPOLARE TRUMP. A TRATTARE CON STEVE WITKOFF, INVIATO DEL TYCOON, “MAD VLAD” HA SPEDITO KIRILL DMITRIEV, UOMO D’AFFARI COME L’IMMOBILIARISTA AMICO DEL TYCOON
RISULTATO? DMITRIEV SI È INTORTATO WITKOFF, COMPLETAMENTE DIGIUNO DI POLITICA INTERNAZIONALE E DIPLOMAZIA, CON VIAGGI MULTIPLI A MIAMI, PACCHE SULLE SPALLE E PROMESSE DI BUSINESS
Kirill Dmitriev, il manager che ha trattato per Mosca il «piano di pace», non ha niente
degli uomini dei quali Vladimir Putin si è sempre circondato. È nato cinquant’anni fa a Kiev. Non ha vissuto il crollo dell’Unione Sovietica perché a 14 anni si è trasferito negli Stati Uniti, per poi laurearsi a Stanford e Harvard.
Non ha ufficialmente esperienze nei servizi segreti, ne ha invece a McKinsey e Goldman Sachs prima di rientrare a Mosca (dove guida un fondo di governo «per gli investimenti diretti»). Non pratica un’esplicita opacità, al contrario pare sempre più impegnato a coltivare il proprio profilo sui social e sui media globali.
Per questo la sua presenza a Miami alla fine del mese scorso è un segno dei tempi. Donald Trump aveva appena firmato le sue prime sanzioni contro la Russia, prendendo di mira le major del petrolio Rosneft e Lukoil a valere dal 21 novembre. Quelle misure sono ora rinviate al 13 dicembre per l’obbligo di cessione delle attività estere, ma restano in vigore per l’export del greggio: da oggi gli addetti di Litasco, la società di trading di Lukoil, non saranno al lavoro.
Anche per questo, le mosse di Dmitriev appaiono parte di una sequenza studiata. Per arrivare a Miami a fine ottobre l’emissario di Vladimir Putin deve aver avuto un’esenzione speciale, perché il suo nome figura nella lista delle sanzioni di Washington (ma non di Bruxelles).
La stessa scelta del Cremlino di affidarsi a lui non è un caso. Dmitriev rappresentò Putin già all’incontro segreto del 2017 fra
Erik Prince, emissario informale del neo-eletto Trump al suo primo mandato, e Zayed al-Nahyan, che guidava il fondo sovrano di Abu Dhabi.
Ora Dmitriev continua a gestire gli interessi del dittatore, senza delega a spostare una sola virgola di testa propria ma con un tocco perfettamente levigato.
Ai russi serviva un profilo che combaciasse con quelli di Steve Witkoff e Jared Kushner, rispettivamente socio in affari e genero di Trump: nessuno dei due ha un mandato a trattare sull’Ucraina a nome della Casa Bianca, ma per entrambi vale molto di più il legame personale con il presidente.
Così ha preso forma il paradosso di Miami: le due diplomazie più robuste dell’ultimo secolo, Washington e Mosca, soppiantate da tre uomini di business in una partita che deciderà il futuro dell’Europa.
Ne sono usciti i 28 punti di un piano che ha preso forma in vari mesi, benché porti i segni dell’imperizia professionale di entrambe le parti.
(da agenzie)
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