REFERENDUM E LEGGE ELETTORALE, LA CAPOCRAZIA AL GOVERNO
UNA LEGGE TRUFFA BLINDATA CHE RIFLETTE LA DITTATURA DELLA MAGGIORANZA, IGNORA L’OPPOSIZIONE E UMILIA IL PARLAMENTO… E TRADISCE IL PIANO DI CONQUISTA DEL QUIRINALE
«La vita è fatta di priorità», era il claim di uno spot di fine anni 90. Il Belpaese prodiano tirava la cinghia, per arrivare al traguardo dell’euro, e la pubblicità assegnava a un bel gelato, il Magnum, il primato dei gusti italici. Una trentina d’anni dopo — tra i droni di Putin e le allucinazioni di Trump, il Pil che arranca e lo stipendio che manca — le destre al comando indicano all’Italia le loro priorità: il referendum sulla magistratura, e adesso la nuova legge elettorale. Volendo, potremmo aggiungere anche la scaletta di Sanremo, il prozac catodico-melodico della Nazione elevato a “questione di Stato”, che impegna da giorni le alte cariche di palazzo Chigi e palazzo Madama.
Ma non divaghiamo con il soft, e restiamo all’hard power. L’intonazione paranoica dell’ordalia del 22 marzo, e ora anche l’appropriazione clanica delle regole del voto, sono figlie della stessa sindrome: la paura. A dispetto della postura aggressiva forgiata negli anni ruggenti di Colle Oppio, Giorgia Meloni ha paura. Di perdere il «tocco magico». Di scontare troppi mesi buttati a fare il «ponte» con l’America Maga. Di smarrire la connessione emotiva con la pancia del Paese. Di scalfire il mito dell’invincibilità, costruito in tre anni e mezzo di dominio incontrastato. Quindi, paura di perdere: oggi il referendum, domani le elezioni.
La crociata sulla giustizia è il primo stress-test per l’ipnocrazia meloniana. Da un lato ci sono i finti moderati, che rinnovano callidi appelli a non «politicizzare» il quesito e a insistere sul portato «tecnico» della separazione tra giudici e pm. Dall’altro lato ci sono i soliti pasdaran, che hanno fretta di consumare la vendetta postuma contro le toghe rosse e di stabilire la primazia assoluta dell’esecutivo sul giudiziario. In mezzo c’è la Sorella d’Italia, che assiste inquieta al recupero del No.
Se dà retta ai moderati e non si espone troppo, rischia la sconfitta ma può provare a ridurre il danno. Se dà retta ai pasdaran e ci mette la faccia, può vincere mobilitando il suo popolo, ma se fallisce è una disfatta epocale. Finora ha alternato i due registri (anche se alla fine, come nella favoletta, prevale sempre la sua vera natura: non la rana che aiuta, ma lo scorpione che avvelena).
L’intervista a Sky del 19 febbraio è il paradigma dello spettro nevrotico nel quale vaga lei stessa e dello spazio ipnotico nel quale attrae gli italiani. Aveva l’occasione per rimediare al vergognoso strappo di Nordio contro il Csm «para-mafioso»: un’offesa a Mattarella che lo presiede e piange un fratello assassinato da Cosa nostra.
Ma niente da fare: un blando riconoscimento al capo dello Stato, poi un rinnovato affondo contro i magistrati e un surreale tentativo di uscire dalla «lotta nel fango» (dopo averlo copiosamente prodotto): «Il referendum non è un voto sul governo», ha provato a dire la premier. Negando spudoratamente due verità: questa “riforma della giustizia” è tutta sua, perché sua è la prima firma sul testo della legge che cambia 7 articoli della Costituzione, e di conseguenza il referendum su cui voteremo è la sfida più politica che esista.
L’obiettivo è sempre lo stesso: punire e intimidire le toghe, ristabilendo la primazia del potere politico sull’ordine giudiziario. Supportati da algidi filologi e “presidenti emeriti”, i legulei della Garbatella ripetono che «nella riforma questo non c’è scritto»: dimenticano che il principio di «autonomia e indipendenza della magistratura» è scolpito anche nelle Costituzioni di Russia, Turchia e Iran.
Se la reale intenzione non fosse questa — candidamente rivelata dallo stesso Guardasigilli nei suoi frequenti momenti di sincerità involontaria — non assisteremmo al teatro dell’assurdo messo in piedi ogni giorno dai patrioti, per alterare lo stato di coscienza dell’opinione pubblica
Non vedremmo la presidente del Consiglio che detta alle procure i capi di imputazione per gli indagati di Torino o di Milano e posta video in cui mente e manipola senza ritegno sentenze civili sul risarcimento a un migrante o a Sea Watch, con il solo scopo di infangare «i giudici che non ci lasciano governare».
Non vedremmo il ministro della Giustizia snocciolare le sue tossiche “perle” quotidiane contro il Consiglio superiore, contro i magistrati promotori del No, contro Gratteri e Melillo, contro i pm che notificano l’avviso di conclusione indagini alla sua capa di gabinetto per lo scandalo Almasri.
Non vedremmo il sottosegretario Fazzolari, preda di un tragicomico testacoda geopolitico, iscrivere persino lo zar Putin al comitato del No. E non li avremmo visti tutti assieme — i Salvini e i Piantedosi, i Tajani e i Bignami — ballare la loro danza macabra nel bosco di Rogoredo, inneggiando alla «difesa sempre legittima» di un poliziotto che ora si è scoperto reo confesso e omicida volontario di un pusher. Colossale boomerang mediatico, generato da maniacale fumus ideologico. In termini di consenso, la strategia non sta pagando. Prende corpo il pericolo di perdere una partita che pareva stravinta in partenza. Di qui, la svolta sulla legge elettorale.
Stabilicum, Donzellum, Melonellum: qualunque sia il raccapricciante nomignolo che gli appiopperanno, la riforma del sistema di voto concepita nottetempo nel prestigioso laboratorio di via della Scrofa dagli azzeccagarbugli tricolore è un altro Frankenstein, giuridico e politico. Lo spacciano come «garanzia di stabilità», nonostante si vantino dal settembre 2022 di essere «l’esecutivo più stabile d’Europa».
Come il Porcellum di Calderoli del 2005, poi corretto nel Rosatellum che nel 2017 aveva sostituito il renziano Italicum del 2015, anche l’ultimo nato è un mostriciattolo incostituzionale, impapocchiato con un solo scopo: garantire alle destre oggi al potere di rivincere, o quanto meno di pareggiare le prossime elezioni.
Tutti i correttivi previsti alla legge elettorale vigente sono funzionali a questo risultato: il ritorno al proporzionale e l’abolizione dei collegi uninominali serve a impedire la vittoria del centrosinistra al Senato, il super-premio di maggioranza al primo arrivato serve a garantire il primato di FdI, i listini bloccati servono a blindare le candidature di Lega e Forza Italia, la soglia di sbarramento ferma al 3% serve a imbarcare Vannacci.
È un film dell’orrore, purtroppo già visto ai tempi di Berlusconi e di Renzi: a pochi mesi dal voto e a corto di fiato, le coalizioni uscenti riscrivono le regole del gioco a misura delle loro esigenze e delle loro convenienze. Ancora una volta l’uso e l’abuso della democrazia e delle norme che ne disciplinano il funzionamento.
Ma qui c’è una doppia aggravante. In sintonia con la separazione delle carriere giudici-pm, anche questa nuova legge-truffa (proprio come quella del 1953) è totalmente blindata: riflette la dittatura della maggioranza, ignora l’opposizione, umilia il Parlamento (già annichilito dalle 101 fiducie imposte dall’inizio della legislatura). E in sequenza con il referendum (contro la magistratura) e con il «premierato forte» (contro il presidente della Repubblica) il colpo di coda meloniano tradisce il piano di conquista del Quirinale, la voglia di «pieni poteri» e la ricerca di una scorciatoia per ottenerli.
Eccole servite, le vere «priorità». L’Italia chiede crescita, equità salariale e fiscale, sicurezza. E Giorgia le offre il suo rancido Magnum: la capocrazia.
(da repubblica.it)
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