REFERENDUM, LA SCELTA OBBLIGATA DEL PREMIER: LIBERTA’ DI VOTO PER SALVARSI IN CASO DI RAGGIUNGIMENTO DEL QUORUM
LA PRIMA OPZIONE ERA QUELLA DELL’ASTENSIONISMO, MA DOPO LA DISFATTA ELETTORALE BERLUSCONI ORA TEME IL COLPO DI GRAZIA E CERCA DI SMARCARSI
La decisione della Corte di Cassazione di far votare anche sul nucleare, oltre che sulla privatizzazione dell’acqua e sul legittimo impedimento, fa del prossimo appuntamento alle urne per il 12 e il 13 giugno sempre più un nuovo referendum su Berlusconi, dopo quello delle amministrative, voluto dal premier in persona e conclusosi con la sua sconfitta personale e politica.
Non servirà ad evitarlo la decisione assunta dal Pdl di lasciare libertà di voto agli elettori sulla più insidiosa delle consultazioni.
Il ritorno del voto sul nucleare infatti rende assai probabile, per non dire certo, il raggiungimento del fatidico quorum della metà degli elettori più uno, richiesto dalla legge per la validità dei risultati e negli ultimi quattordici anni mancato anche grazie ad attive campagne per l’astensione.
Se avesse deciso di puntare sulla diserzione degli elettori dai seggi, Berlusconi avrebbe corso il rischio di dover fronteggiare una doppia ondata di «sì» all’abrogazione.
La prima arriverà probabilmente da parte dei cittadini ancora impressionati dal recente disastro della centrale di Fukushima, e curiosi di sapere perchè, se un Paese importante come la Germania ha prima sospeso e poi rinunciato del tutto all’utilizzo dell’energia atomica, l’Italia si ritrovi a indugiare, adoperando la tradizionale arma del rinvio e sotto sotto cercando di salvare il proprio piano nucleare.
La seconda spinta verrà invece da tutti coloro che, soddisfatti per il recente crollo berlusconiano a Milano e a Napoli, non vedono l’ora di provocarne un secondo.
Dopo la decisione dei giudici della Suprema Corte, Berlusconi aveva pochi margini di manovra.
Non poteva schierarsi certo per l’abrogazione di progetti fortemente voluti dal suo governo (vale per il nucleare, ma anche per l’acqua, e a maggior ragione per il legittimo impedimento).
La scelta di mettere in libertà i suoi elettori – scorciatoia a cui i partiti ricorrono in genere quando sono in imbarazzo e temono delusioni – in qualche modo era obbligata. Servirà a tenere Berlusconi lontano da questa seconda campagna elettorale, anche se non potrà puntare sull’astensione adesso che l’affluenza ai seggi si preannuncia più forte.
Dovrà tuttavia rinunciare a mettere la sordina a media e tv, con l’aggravante, ironia della sorte, che l’odiata (da lui) par condicio gli si riproporrà stavolta in modo perfetto, con una ripartizione esattamente a metà degli spazi televisivi tra «sì» e «no».
E’ davvero un cattivo momento, si sa, per il Cavaliere.
E i referendum sono sempre bestie difficili da addomesticare anche per leader politici consumati, com’è ormai Berlusconi.
La presenza, fra i tre temi soggetti al giudizio popolare, del legittimo impedimento, la legge salva-processi che già la Corte Costituzionale ha dimezzato e va in scadenza a ottobre, e che lo costringe da aprile a presentarsi tutti i lunedì in Tribunale a Milano, già da sola bastava a trasformare il 12 giugno in un altro giudizio di Dio su di lui. Dopo tutto quel che ha detto sulla giustizia e sui giudici, però, sarebbe veramente molto strano trovarlo assente anche in questo campo, proprio quando sono gli elettori a doversi pronunciare sull’argomento che più lo preme.
Se poi, com’è possibile, la legge sul legittimo impedimento, o meglio quel che ne resta, dovesse essere abrogata, sul piano processuale nulla cambierebbe per il più eccellente degli imputati.
Ma diventerebbe più difficile riproporla sotto altre forme da Palazzo Chigi come già fu fatto quando la Consulta cancellò il lodo Alfano.
Insomma una nuova delicata partita sta per aprirsi sull’orizzonte del Berlusconi declinante delle ultime settimane.
Scriveva Leonardo Sciascia nel 1974, quasi quarant’anni fa, ai tempi del primo referendum sul divorzio: «Considero i referendum come gli avvenimenti più democratici mai verificatisi in Italia. Quelli che hanno dato veramente un’immagine di questo Paese che non si ha mai attraverso i risultati delle elezioni politiche o amministrative».
Marcello Sorgi
(da “La Stampa“)
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