RIPRENDONO I PROCESSI A BERLUSCONI E IL PREMIER NON TROVA UNA VIA D’USCITA
IL 16 NOVEMBRE RICOMINCIA IL PROCESSO SUI DIRITTI TV E IL 27 QUELLO MILLS… NAPOLITANO E FINI BLOCCANO SOLUZIONI AD PERSONAM SULLA PRESCRIZIONE…IL RISCHIO INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI… “D’ALEMA VUOLE ANDARE A BRUXELLES? E ALLORA MI ASSICURI IL DIALOGO SULLA GIUSTIZIA”
Il dibattito politico italiano nella maggioranza sembra incentrato da giorni sul metodo con cui far uscire il premier dal vicolo cieco dei processi a suo carico. Dopo la sentenza della Suprema Corte che ha cassato il lodo Alfano, stanno per riprendere infatti le udienze che vedono Berlusconi imputato presso il tribunale di MIlano: il 16 novembre si rialza il sipario sul processo per i cosiddetti “diritti televisivi” gonfiati.
Per quella data si dovrebbe conoscere molto sulla nuova strategia difensiva degli avvocati del premier e sui tempi per arrivare al verdetto di primo grado. In particolare sulla disponibilità che darà la difesa circa la data delle udienze. Dato che il pm aveva quasi esaurito l’esame di gran parte dei testimoni dell’accusa, spetterà alla difesa convocare i testi che dovranno dimostrare la infondatezza delle accuse.
Per arrivare alle requisitorie occorreranno diversi mesi.
Più complicata la ripresa del caso Mills: qui il premier è convocato per il 27 novembre per quella che viene definita, in termini tecnici, “un’udienza di smistamento”.
La presidente Gandus e i due giudici, avendo già avuto un ruolo nella sentenza Mills, dovranno lasciare il fascicolo e la gestione del processo a un altro collega, sempre della decima sezione penale.
Probabile che la prima udienza possa partire entro dicembre, ma qua il rischio prescrizione è in agguato: entro aprile 2011 dovrà tassativamente arrivare al terzo grado di Cassazione.
Quanto al processo per appropriazione indebita contro il premier e alcuni suoi manager, l’indagine non è stata ancora formalmente chiusa, pare a causa della mancanza costante di un cancelliere fisso a disposizione del pm che lo reclama da mesi.
La ripresa dei processi comporta due problemi distinti per il premier.
Il primo, apparentemente più banale, è in ogni caso politicamente rilevante: comparire spesso, anche solo attraverso la presenza dei suoi legali, sui Tg per le varie udienze in cui vengono formulate accuse nei suoi confronti, può determinare alla lunga una “caduta di immagine e di fiducia” nell’elettore.
In pratica l’impatto mediatico processuale potrebbe essere devastante e quindi da evitare.
In secondo luogo Berlusconi non riesce, con i suoi legali, a trovare una via d’uscita per far cadere i processi in prescrizione.
E rilascia dichiarazioni contraddittorie tra accuse ai “magistrati comunisti” e “fiducia nella magistratura”, fino al “in caso di condanna non mi dimetterò”. Quello che viene sottaciuto è la ricerca quotidiana di una “leggina ad personam” che possa annullare i processi: ancora la scorsa settimana Ghedini aveva cercato di proporre la prescrizione breve.
Con il taglio del quarto di pena, frutto degli “atti interrutivi”, il reato di corruzione si cancellerebbe in otto anzichè in dieci anni e sarebbe saltato il processo Mills.
Ma qualcuno ha pensato di infilare la norma nel decreto sugli obblighi comunitari e giustamente il ministro Ronchi si oppone e sbotta: “Cosa c’entra la prescrizione lì dentro? Nulla. E il presidente della Repubblica lo avrebbe bocciato di sicuro”.
Napolitano era stato chiaro: “Non firmo decreti palesemente eterogenei”. Berlusconi vede nemici ovunque, ma il buon Letta gli suggerisce una strada apparentemente indigesta: appoggiare la candidatura di D’Alema a ministro degli Esteri europeo.
Pare che all’inizio il premier abbia commmentato: “D’Alema? Se lo scordi, non ci penso proprio”, salvo poi addivenire a un “vuole andare a Bruxelles? E allora mi assicuri il dialogo sulla giustizia”.
Cosa si intenda per “dialogo” è forse ancora poco chiaro, ma Letta sicuramente ha le idee più chiare del premier.
Nei tempi e nei modi dovuti, come abbiamo già avuto modo di sottolineare giorni fa, l’asse Bersani-D’Alema potrebbe offrire al premier una soluzione.
In cambio ovviamente di un piatto ricco per il Pd.
Se il banco della trattativa invece dovesse saltare, prepariamoci a mesi di accuse e controaccuse tra governo e magistratura.
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