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RUSH FINALE SULLE POLTRONE DI STATO, MELONI PIGLIATUTTO NON VUOLE SCARONI, SPINTO DA BERLUSCONI E BISIGNANI

HA CHIESTO A FAZZOLARI DI “SABOTARE” ANCHE LA CANDIDATURA DI CATTANEO. SPONSORIZZATO DA SALVINI E LA RUSSA… VELENI ANCHE IN CDP SULLO STIPENDIO DEL PRESIDENTE GORNO TEMPINI

Il gioco della sedia sulle nomine di stato continua. La musica non si è ancora spenta, e a Palazzo Chigi qualcuno crede che i tempi potrebbero allungarsi rispetto a quelli ipotizzati: da fine marzo, le decisioni sui nuovi capi di Eni e delle altre partecipate potrebbero slittare alla settimana santa.
Rispetto a quanto scritto in precedenza bisogna però annotare qualche novità. Claudio Descalzi, ad di Eni e consigliere di Meloni sicuro della riconferma, per quanto riguarda la presidenza del Cane a sei zampe non solo ha detto di no a un possibile arrivo di Paolo Scaroni, ma spera che la maggioranza individui una figura non ingombrante.
I decisori hanno nella busta nomi coperti, e qualcuno pensa che dopo Lucia Calvosa possa toccare a un’altra donna. Qualcuno fa il nome del capo del Dis Elisabetta Belloni, che però non sembra affatto intenzionata a muoversi anzitempo dal coordinamento dei servizi segreti. Tanto che risulta a chi scrive che la stessa Meloni, con cui la civil servant ha ottimi rapporti, crede che i suggerimenti siano strumentali a liberare la casella del dipartimento delle informazioni per la sicurezza, assai ambito.
Soprattutto, risulta che l’impasse sul risiko sia dovuto al muro che Lega e Forza Italia hanno alzato rispetto allo schema proposto da Meloni, che prevede di fatto come sia lei a scegliere quasi tutti i vincitori del gioco, lasciando agli alleati scranni di poco valore. «Qualcosa Giorgia la deve mollare: i ritardi sono dovuti al fatto che non ha ancora deciso a cosa rinunciare», dice a Domani un ministro leghista.
Una delle figure chiave che potrebbe scompaginare le previsioni della vigilia che danno, oltre all’Eni, quasi sicuro il ticket Stefano Donnarumma-Scaroni all’Enel e la riconferma di Matteo Del Fante a Poste, è quella di Flavio Cattaneo.
Cattaneo da giorni smentisce ufficialmente che sia interessato alla faccenda delle nomine, e ripete di essere concentrato solo sul business della sua Itabus e sulla possibile vendita miliardaria di Italo, prevista entro gli inizi del 2024. I bene informati, però, non gli credono. E sostengono che suoi sponsor di peso come Ignazio La Russa e Francesco Gaetano Caltagirone (che stravede per lui tanto da averlo cooptato di nuovo nel cda di Generali) hanno puntato su di lui come successore di Francesco Starace all’Enel.
Ex direttore generale della Rai, per nove anni capo di Terna, infine ad di Tim e poi di Ntv, il manager ha tutti i numeri per guidare il colosso elettrico. La sua possibile scalata, però, ha trovato l’opposizione di Meloni. Perché ha già promesso l’incarico a Donnarumma, innanzitutto. E perché su Cattaneo ha qualche riserva mentale. Tanto da aver chiesto a Fazzolari di trovare il modo di “sabotarla”. Seppur con eleganza.
Qual è l’origine dei dubbi di Meloni? I fattori sembrano essere due. Cattaneo, risulta a Domani, era stato invitato insieme a Donnarumma alla conferenza programmatica di Fratelli d’Italia del 1 maggio 2022, e aveva inizialmente accettato di parteciparvi. Solo poco prima dell’inizio del meeting, però, ha dato forfait. Chiamando Meloni e spiegandole che due giorni dopo, il 3 maggio, avrebbe avuto il suo primo cda di Generali, e che dunque la sua presenza a una kermesse politica forse non era opportuna.
Meloni ha fatto buon viso a cattivo gioco, ma non ha apprezzato il diniego: fanatica dell’affidabilità, teme che uno autonomo come Cattaneo (anche perché ricco come Creso) una volta nominato non risponda più a lei, ma ad altri.
Meloni crede pure che l’architetto diventato dirigente d’impresa sia infatti troppo vicino a una “cordata” di cui la premier non si fida affatto. Un network che andrebbe da Alessandro Daffina di Rothschild a Caltagirone, dallo stesso Scaroni a fondi d’investimento stranieri (quelli, per esempio, che hanno investito in Italo).
«L’assunto è reale. Meloni a volte soffre di una sorta di “sindrome da accerchiamento”. Per esempio vede male il nome di Scaroni spinto verso Enel da Berlusconi e Salvini, perché lo considera troppo legato al lobbista Luigi Bisignani. Ma qualcosa ai partner della maggioranza dovremmo pur dare», spiega un importante esponente di Fratelli d’Italia
Sia come sia, i dante causa di Cattaneo hanno mangiato la foglia. Così prima hanno allargato la base politica dei suoi fan, aggiungendo a La Russa anche Salvini, che ha pure invitato il manager e la moglie Sabrina Ferilli al compleanno dei suoi 50 anni. Poi hanno spostato le loro attenzioni su Poste.
Il piano, che a Salvini non dispiacerebbe affatto, ha però davanti un muro che appare insormontabile. Meloni ha infatti grande stima dell’ad Matteo Del Fante e del condirettore generale Giuseppe Lasco.
Sia come sia, Enel e Poste sono casematte che Meloni considera roba sua, e farà fatica a mollarle. Anche perché crede che Salvini non può esagerare con le richieste per la Lega. Il ministro delle Infrastrutture potrebbe comunque fare il pieno nel comparto omonimo, uno dei più ricchi e strategici del bouquet delle nomine.
L’ad di Fs scelto da Draghi Luigi Ferraris è in scadenza nel 2024, e non verrà cambiato in anticipo. Il Carroccio però indicherà quasi sicuramente il nuovo capo di Rfi, che ha in pancia oltre 20 miliardi di fondi del Pnrr.
Se è assai improbabile l’arrivo di Stefano Siragusa, ex Tim e amico di Bisignani, Salvini ha invece già incontrato gli “interni” Vincenzo Macello e Umberto Lebruto. Manager esperti che conoscono perfettamente la rete ferroviaria, ma che sono ancora imputati insieme a una decina di tecnici nel processo per il disastro ferroviario di Pioltello.
Se Ferraris resta di sicuro, anche Anas resterà ogni probabilità regno di Aldo Isi, uomo dell’ad che potrebbe tenersi la poltrona per qualche mese, nonostante qualcuno ne vaticini ancora la rimozione. Qualche media ha addirittura immaginato possa essere proprio Isi il futuro commissario del Ponte sullo Stretto.
In Rai il draghiano Carlo Fuortes è ancora in sella, anche se qualcuno è certo che sarà sostituito dalla coppia Roberto Sergio-Giampaolo Rossi appena Meloni gli troverà un altro incarico adeguato (la sovrintendenza del Teatro la Scala di Milano è un’offerta che il manager della cultura non rifiuterebbe).
Mentre in Cassa depositi e prestiti l’attacco ai vertici tentato qualche mese fa dalla cordata timonata dal sottosegretario Alessio Butti sembra essersi infranto sul niet della Meloni.
Palazzo Chigi manterrà con molte probabilità Dario Scannapieco al suo posto, sperando che il draghiano riesca a trovare il bandolo della matassa della partita della rete nazionale della fibra, che vede protagonisti anche Tim e alcuni fondi stranieri.
Il dossier è strategico per il paese, e foriero di tensioni e polemiche costanti. Sul governo. Su Tim, Open Fiber e l’ad Scannapieco, in primis. Ma da qualche tempo anche sul presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini, uomo forte delle fondazioni bancarie e già ad di Via Goito ai tempi di Franco Bassanini.
Dentro Vivendi credono che Gorno Tempini dovrebbe imitare Arnaud de Puyfontaine, ceo di Vivendi che qualche tempo si è dimesso dal cda di Tim per “semplificare” la trattativa sulla rete. Dentro Cassa e in qualche stanza di Palazzo Chigi, poi, qualcuno sottolinea non solo il potenziale conflitto d’interesse, ma è infastidito in merito agli emolumenti del presidente, “reo” di non riversare a Cdp alcuni gettoni che prende come membro di altri cda di società controllate.
Gorno guadagna come presidente di Cassa quasi 300 mila euro, a cui somma 40 mila euro come membro del cda di Cpd Equity e altre 20 mila per Cdp reti. «In tutto cuba 355 mila euro l’anno», dice il suo ufficio stampa. A questi aggiunge i 75 mila che prende come consigliere di Tim.
In merito al conflitto di interessi potenziale, il consigliere per la comunicazione di Gorno dice: «In Tim lui si astiene su ogni argomento che riguarda Cassa o rete unica, quindi il problema non esiste». Ad ora, comunque, non c’è alcun indizio che Gorno si dimetta da Tim. Né – suggeriscono fonti dal ministero dell’Economia che ha il controllo della società – che la sua posizione di presidente «venga messa a rischio da polemiche sul suo stipendioAnche perché, a questo giro di nomine, in Cdp non si muoverà niente». Salvo sorprese ad oggi non prevedibili.
(da Editoriale Domani)

This entry was posted on giovedì, Marzo 23rd, 2023 at 15:21 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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