Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA CPI: “L’ESCALATION NELL’USO SENZA PRECEDENTI DI MISURE COERCITIVE È UN DEPLOREVOLE TENTATIVO DI OSTACOLARE LA CORTE”
Le sanzioni ordinate da Donald Trump contro la Corte Penale Internazionale (Cpi) sono
«inaccettabili», e l’Unione Europea è «pronta ad agire» per ottenere che siano revocate, afferma Kaja Kallas, “ministra degli Esteri” della Ue.
«C’è tensione e preoccupazione» a livello globale per le minacce della Casa Bianca alla Corte, commenta Navi Pillay, la giudice sudafricana che vincendo questa settimana il premio Nobel per la pace ha scatenato gli attacchi di Trump, personalmente contro di lei, accusata dal presidente di «odio verso l’America e Israele», in senso più ampio contro il diritto internazionale di cui è un simbolo come ex-membro del tribunale sul Ruanda, della stessa Cpi e della commissione sui Territori Occupati Palestinesi.
«Gli attacchi e le minacce contro la Corte, i suoi funzionari e coloro che vi collaborano, non sono accettabili», scrive in una nota Kallas, Alta Rappresentante per la Politica Estera e la Sicurezza dell’Europa unita: «La Ue si rammarica profondamente per l’annuncio americano di sanzioni contro la Corte», prosegue, lasciando tuttavia intravedere uno spiraglio per evitare lo scontro.
«Pur esortando gli Stati Uniti a ribaltare tali provvedimenti», osserva infatti l’ex-prima ministra estone, «accogliamo con favore la loro disponibilità a discuterne e prendiamo atto della decisione statunitense di posticipare l’entrata in vigore delle sanzioni».
Una mossa, conclude, che «crea spazio per la diplomazia», con l’obiettivo di garantire una «rapida inversione» delle sanzioni e di «prevenire ulteriori misure che possano minare l’indipendenza della Cpi, che deve essere in grado di operare in modo autonomo, libero da pressioni o interferenze esterne».
La Ue, avverte Kallas, «ribadisce il suo incrollabile impegno in difesa dell’ordine internazionale basato sul rispetto del diritto e continuerà a fornire pieno sostegno e a contribuire a garantire la protezione della Corte, pronta a prendere tutte le misure necessarie per garantire che continui a operare efficacemente e ad adempiere al suo indispensabile mandato nei confronti di chi viola il diritto internazionale commettendo i più gravi crimini contro l’umanità».
Parole analoghe giungono dalla Assemblea degli Stati, l’organo di supervisione della Cpi: «L’escalation nell’uso senza precedenti di misure coercitive è un deplorevole tentativo di ostacolare la Corte», afferma la presidenza dell’Assemblea, chiedendo «la revoca immediata di azioni che mirano a sfidare un’istituzione giuridica internazionale costruita per garantire l’accertamento delle responsabilità penali e a non permettere l’impunità»
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
“ORA È IL MOMENTO DI RESISTERE CON FERMEZZA ALL’AGGRESSIONE RUSSA COME FACEMMO DURANTE IL PRIMO MANDATO DI TRUMP. L’AMERICA È IL LEADER DEL MONDO LIBERO. PER LA NOSTRA SICUREZZA, PER QUELLA DEI NOSTRI ALLEATI IN EUROPA INCLUSA L’UCRAINA, TRUMP DOVREBBE COLLABORARE CON I NOSTRI ALLEATI PER GARANTIRE CHE L’UCRAINA ABBIA IL SUPPORTO MILITARE DI CUI HA BISOGNO PER RESPINGERE E SCONFIGGERE UNA VOLTA PER TUTTE QUESTA INVASIONE RUSSA. SLAVA UKRAINI”
La decisione del presidente Trump di revocare le sanzioni sul carburante russo in mezzo agli attacchi in corso e brutali di Putin contro obiettivi civili in Ucraina non ha senso ed è un tradimento dell’eredità e della leadership del defunto senatore Lindsey Graham.
Mentre l’Ucraina lotta per la sua sopravvivenza, la macchina da guerra di Putin continua a condurre la sua guerra terroristica contro le popolazioni civili e gli innocenti ucraini muoiono ogni giorno.
Ora, invece di attuare le dure sanzioni per le quali Lindsey Graham ha lottato fino all’ultimo respiro, il presidente Trump ha annunciato che gli Stati Uniti stanno revocando le sanzioni sull’energia russa, alimentando così la macchina da guerra di Putin.
Come ho visto con i miei occhi in Ucraina il mese scorso, Putin sta perdendo questa guerra. L’Ucraina ha combattuto l’esercito russo fino a uno stallo e ha reinventato la guerra con i droni che portano il conflitto nel cuore della Russia.
L’America non dovrebbe lanciare una corda di salvataggio alla macchina da guerra di Putin. Ora è il momento di resistere con fermezza all’aggressione russa come facemmo durante il primo mandato dell’amministrazione Trump.
Putin non vuole la pace. Putin vuole l’Ucraina. Non ho dubbi che se Putin travolgerà l’Ucraina, sarà solo questione di tempo prima che l’esercito russo attraversi un confine che le nostre truppe dovranno affrontare.
L’America è il Leader del Mondo Libero. Per la nostra Sicurezza Nazionale, per la sicurezza dei nostri Alleati in Europa inclusa l’Ucraina, il presidente Trump dovrebbe revocare immediatamente questo accordo e tornare alle forti politiche dei nostri quattro anni alla Casa Bianca; imporre dure sanzioni a qualsiasi nazione che acquisti energia russa e collaborare con i nostri alleati per garantire che l’Ucraina abbia il supporto militare di cui ha bisogno per respingere e sconfiggere una volta per tutte questa invasione russa. Slava Ukraini
Dall’account X di Mike Pence
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
” TRUMP HA SUPERATO I LIMITI E ABBIAMO IL DOVERE DI PRENDERNE LE DISTANZE”
L’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump ha disposto la condanna a
morte tramite fucilazione in diretta streaming dell’ex maggiore americano Nidal Hasan, autore della strage del 2009 nella base militare di Fort Hood. La decisione ha suscitato ieri la dura reazione di Papa Leone XIV che ha ribadito la posizione della Chiesa cattolica contro la pena capitale. Oggi il Corriere della Sera ospita un’intervista del monsignor Gerhard Ludwig Müller, teologo, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e tra le voci più ascoltate dell’ortodossia cattolica. Il cardinale tedesco aveva difeso in passato il presidente americano per le sue posizioni contro l’aborto, oggi si discosta dal tycoon. «È un atto di pura barbarie. Non solo contro la dottrina della Chiesa cattolica ma contro ogni legge dell’umanesimo moderno. Prego e spero che alla Casa Bianca ci ripensino. Fanno del male non solo a quel terrorista ma a sé stessi, dando al mondo un esempio spaventoso. E i soldati cattolici avrebbero il diritto di disubbidire a un ordine immorale…», dichiara.
Il suggerimento ai soldati cattolici: «Possono rifiutarsi di far parte del plotone di esecuzione»
«Gli Stati Uniti non possono essere paragonati a questi Stati, dove spesso le impiccagioni sono manifestazioni pubbliche – sottolinea il cardinale – anche se quando adottano questa pratica brutale si debbono criticare con chiarezza. Certo, anche cambiare il nome al ministero della Difesa Usa in ministero della Guerra, come ha fatto il segretario Pete Hegseth, è un segnale preoccupante. Il problema è che si passa il limite della Costituzione. Non ci può essere tortura nemmeno contro i terroristi criminali come accade a Guantanamo. Non possiamo accettarlo. Esiste un dato morale al quale rispondere». E suggerisce una via d’uscita per chi sarà coinvolto nell’esecuzione. «Non si può ubbidire a questi ordini immorali. Un soldato cattolico non dovrebbe partecipare a questo spettacolo crudele. Credo che potrebbe rifiutare anche di far parte del plotone di esecuzione».
Il vicepresidente Vance, cattolico, ha detto che non guarderà l’esecuzione. Trump ne ha dato invece il via libera. Proprio Müller difese il presidente Usa, sostenendo che un buon protestante come lui è meglio di un cattivo cattolico come Biden. Oggi il cardinale però sottolinea che il numero uno alla Casa Bianca ha esagerato: «Biden ha firmato una legislazione a favore dell’aborto. Trump ha parlato contro l’ideologia dell’aborto. Ma non gli abbiamo dato un assegno in bianco. Ha superato i limiti, e dobbiamo dirlo, criticarlo. Sono aspetti non solo soggettivi ma di teologia morale. Certo, deve proteggere la popolazione contro i terroristi. Ma con limiti precisi. Quanto al rifiuto di Vance di guardare quello spettacolo barbaro, mi sembra una dimostrazione di coscienza».
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
MA TRUMP VUOLE ANCHE LA RIABILITAZIONE DEFINITIVA DI PUTIN CHE DOVREBBE CULMINARE IN UN DIALOGO A TRE, DA AVVIARE CON XI JINPING, NEL VERTICE DEL G20, IL 14 E 15 DICEMBRE A MIAMI – A FARNE LE SPESE E’ L’EUROPA, RIMASTA SOLA A SOSTENERE KIEV E TRADITA DAL SUO ALLEATO AMERICANO
La paura di perdere le elezioni di midterm fa scatenare Trump. Stringe il «patto del diesel» con Putin, e in un colpo solo rompe con Zelensky, sconfessa il Congresso, spiazza gli alleati europei.
Il presidente americano è arrivato a chiedere esplicitamente la rimozione del leader ucraino, rinfacciandogli gli attacchi contro le raffinerie russe e glissando sui missili che quotidianamente si abbattono su Kiev e le altre città del Paese. È ancora peggio dell’imboscata con cui Trump e il suo vice JD Vance accolsero Zelensky nello Studio Ovale, il 28 febbraio del 2025.
Neanche un mese fa, il 18 settembre scorso, Trump aveva firmato la legge che penalizza le esportazioni di idrocarburi russi e consente di imporre dazi agli Stati che comprano petrolio o gas da Mosca. Quel passaggio fu accompagnato da uno scetticismo diffuso. Come si sarebbe regolato Trump nel concreto? Adesso lo sappiamo: ha concluso un accordo con il bersaglio di quella legge, incurante dei contraccolpi politici dentro e fuori gli Stati Uniti.
Putin ha promesso di immettere diesel sul mercato in tranche crescenti: 300 mila tonnellate subito; 500 mila a novembre, un milione a dicembre e poi ancora tre milioni «entro un breve periodo di tempo». Il consumo mondiale giornaliero di diesel ammonta a circa 3,8 – 4,1 milioni di tonnellate. Gli esperti sostengono che l’intesa Trump-Putin avrà un effetto limitato, se non nullo, sui prezzi. […]
È, invece, sicuro che l’annuncio della Casa Bianca suona come un via libera per tutti. Adesso chi andrà a chiedere alla Cina o all’India di ridurre l’import petrolifero da Mosca? In Europa avrà ancora più voce chi sostiene quanto sia necessario riprendere a comprare idrocarburi dalla Russia.
La scelta di Trump si spiega con due obiettivi. Il primo è di breve periodo. Le elezioni di midterm sono alle porte. I sondaggi prevedono una secca sconfitta per i repubblicani, o meglio, una bruciante bocciatura per il presidente. Gli elettori indicano l’aumento del prezzo di benzina e gasolio tra le principali cause di insoddisfazione. Da febbraio a oggi, la quotazione media del diesel è quasi raddoppiata: da 3,6 dollari al gallone (3,7 litri) a 6,28.
Un balzo che fa infuriare, in modo trasversale, tutti gli americani, compresi gli agricoltori e i trasportatori di Stati tradizionalmente conservatori come Iowa, Kansas, Texas e Ohio, dove i pronostici elettorali sono ora in bilico. Trump sta tentando di non perdere il controllo del Congresso. Alla manovra con Putin potrebbe seguire una mossa anche nel Golfo Persico. Il numero uno della Casa Bianca sostiene di aver «sbloccato» lo Stretto di Hormuz, ma il flusso di petrolio e gas è ancora precario.
Trump ha smentito le indiscrezioni su un nuovo attacco imminente contro l’Iran. Intanto, però, ha inviato quasi altri 10 mila soldati e diverse navi militari pronte a entrare in azione. Ma, secondo un sondaggio del «Pew Research Center», il 65% degli americani «disapprova» la sua gestione della guerra. […]
Trump guarda anche oltre le urne, a un risultato più strutturale. L’intesa sul diesel rappresenta un altro passo nel percorso di riabilitazione completa di Putin. Ci possiamo mettere dentro anche le sanzioni e gli insulti contro i giudici della Corte penale internazionale dell’Aia. […] Nei piani della Casa Bianca, lo sdoganamento del leader russo dovrebbe culminare in un dialogo a tre, da avviare con Xi Jinping, nel vertice del G20, il 14 e 15 dicembre a Miami. Una specie di «cupola» che taglierebbe fuori l’Europa.
Il deal sull’esportazione di diesel russo, voluto dalla Casa Bianca per risollevare i sondaggi sul voto di midterm, risponde in pieno a una questione sollevata da Vladimir Putin. Una settimana fa, nel Forum di Valdai, lo Zar ha definito “assurda” l’ipotesi di una moratoria sugli attacchi contro le centrali elettriche e le navi del grano ucraine in cambio della sospensione dei raid contro raffinerie e petroliere russe. «Le sanzioni – ha detto Putin – mi impedirebbero comunque di esportare il nostro greggio».
Ecco che l’ultimo accordo supera parzialmente questo limite e va a inserirsi nella ripresa dei negoziati, con la delegazione di Kiev attesa in Florida per preparare una tornata di colloqui e i partner europei che studiano “nuove idee”. La realtà della situazione ucraina è drammatica: nella capitale la corrente è già razionata, a Odessa e nelle altri città i blackout sono ripresi, e tutti sono consapevoli di avere davanti un inverno da incubo.
Il Cremlino però sta vedendo svanire le prospettive di un successo sul terreno: le difese del Donetsk stanno resistendo e la controffensiva ucraina a Lyman ha compromesso i piani d’assalto. Per vincere entro il 2027 Putin ha una sola opzione: ordinare la mobilitazione e mandare al fronte per la prima volta non i volontari delle province remote ma i figli della borghesia che sostiene il suo potere. È un rischio politico colossale, che dal 2022 ha evitato con scrupolo
Sotto molti aspetti, Zelensky si trova in una condizione speculare: il suo esercito ha bisogno di soldati che la demografia ucraina non permette di trovare e la caccia quotidiana nelle strade ai renitenti alla leva è sempre più impopolare. I robot terrestri con cui si cerca di lenire questa carenza non promettono effetti a breve termine e c’è la convinzione che la chiamata alle armi degli under 25 manderebbe al massacro l’ultima generazione. Al di fuori delle dichiarazioni bellicose, entrambi potrebbero cercare una pausa negli scontri.
Il percorso per una vera pace è molto più complesso.
Richiede una formula per la gestione del Donbass, territorio a cui entrambi i contendenti non intendono rinunciare. E soprattutto mancano le garanzie di sicurezza che tutelino Kiev da nuove aggressioni militari e ibride russe. Questo ostacolo finora appare insuperabile, perché Donald Trump non è disposto a impegnarsi nella protezione dell’Ucraina e non nasconde l’ostilità verso Zelensky.
Allo stesso tempo, la strategia del business della Casa Bianca manifestata sin dal vertice di Anchorage del Ferragosto 2025 mette Putin davanti a un’alternativa alla guerra a oltranza: oggi lo Zar è in qualche modo prigioniero della macchina bellica che lui stesso ha creato e che domina l’industria nazionale, spingendolo lungo un sentiero che porta verso lo scontro diretto con la Nato nel Baltico. La prospettiva di investimenti e intese preferenziali con gli States che riportino le materie prime al centro dell’economia russa offre invece al Cremlino uno scenario che incrementerebbe il consenso interno, oltre a riconoscere il suo status internazionale.
Si tratta di un incentivo che può generare una pace dai caratteri instabili, che renderebbe incerto il domani dell’Ucraina e verrebbe pagata soprattutto dall’Europa […] Nella nuova partita che si sta aprendo in queste ore, l’intesa tra Trump e Putin non mette però in gioco soltanto il futuro economico dell’Europa, ma qualcosa di ancora più importante: la sopravvivenza dei nostri sistemi democratici.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA PISTA ALTERNATIVA PIÙ BATTUTA RESTA UN NUOVO CONTRIBUTO DI BANCHE E SOCIETÀ ENERGETICHE (MA FORZA ITALIA DICE NO)… POI I CLASSICI: GIOCHI E TABACCHI, GIÀ UTILIZZATI IN PASSATO DA QUESTO GOVERNO – SULLO SFONDO SUGAR TAX E PLASTIC TAX, FINORA RINVIATE – SI CERCANO ANCHE RESIDUI UTILIZZABILI DEL PNRR, MA QUEI FONDI NON SONO UN SALVADANAIO SPENDIBILE AD MINCHIAM
Servono almeno altri 10 miliardi per l’ultima manovra del governo Meloni. La quinta,
quella elettorale. Meglio 15, per arrivare a una legge di bilancio da 25-30 miliardi, in linea con le precedenti. Ma dove prenderli? Il Documento programmatico di finanza pubblica, appena approvato, non lascia spazi. Restano tasse e tagli alla spesa. E il tempo stringe.
Nulla è escluso: anche tornare a prelevare dalle pensioni. […]
La prima è una tassa comune sugli extraprofitti delle società energetiche, per evitare una giungla di prelievi nazionali. Bruxelles però frena e invita i governi a muoversi da soli. La seconda è la flessibilità bis chiesta dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: usare le maggiori entrate prodotte dall’inflazione per finanziare misure, anziché destinarle al risanamento dei conti. Anche qui la Commissione prende tempo. Il commissario Valdis Dombrovskis avverte che non si possono moltiplicare le deroghe al Patto. […]
Martedì il Consiglio dei ministri dovrà definire la cornice della manovra, da trasmettere a Bruxelles entro il 15: il Dpb, documento programmatico di bilancio. Entro il 20 la finanziaria dovrà arrivare alle Camere. Sempre martedì il Parlamento voterà lo scostamento da 29 miliardi in due anni, grazie alla clausola nazionale di salvaguardia (Nec) per energia e difesa. Una dote da 14,4 miliardi l’anno, anche se per la difesa una parte copre spese già in bilancio. Non basta.
Tra le ipotesi di lavoro circola una nuova stretta sulla rivalutazione delle pensioni medio-alte. L’idea è tornare alle fasce, anziché agli scaglioni come nell’Irpef: recupero parziale dell’inflazione sull’intero assegno, salvando le pensioni fino a tre volte il minimo. La Consulta ha fin qui ammesso sacrifici proporzionati e temporanei, con tutela delle pensioni basse. E i precedenti fanno gola: secondo la relazione tecnica alla manovra 2023, richiamata dalla stessa Corte, la vecchia stretta sulla perequazione produrrà 54 miliardi di risparmi lordi cumulati fino al 2032. Fare cassa qui rende molto.
La pista alternativa più battuta resta un nuovo contributo di banche e società energetiche. […] Poi i classici: giochi e tabacchi, già utilizzati in passato da questo governo. Sullo sfondo sugar tax e plastic tax, finora rinviate. Si cercano anche residui utilizzabili del Pnrr, ma quei fondi non sono un salvadanaio liberamente spendibile.
(da Repubblica)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
“RITENGO SIA GIUNTO IL MOMENTO DI CEDERE SPAZIO A PERSONALITÀ PIÙ IN SINTONIA CON LE COALIZIONI CHE SI PRESENTERANNO AGLI ELETTORI. RINGRAZIO TUTTI PER LA FIDUCIA CHE M’È STATA FINORA ACCORDATA. MI FERMO QUI”… “BERLUSCONI? IL PIU’ CARISMATICO. IL SUO DESIDERIO DI PIACERE ERA COSÌ FORTE CHE FINIVA PER PIACERE PURE AI SUOI NEMICI. IL POLITICO PIÙ SOTTOVALUTATO? GIANFRANCO FINI. SENZA LA SVOLTA DI FIUGGI NON CI SAREBBE STATA GIORGIA MELONI. IL DEMOCRISTIANO PIÙ GRANDE? FANFANI! L’UOMO DEL “PIANO CASA” E DELLA PRESIDENZA DELL’ONU, L’AMICO DI GIORGIO LA PIRA E DI JOHN FITZGERALD KENNEDY”
«Ho deciso: alle prossime elezioni politiche, dopo 44 anni, non mi ricandiderò. Lascio il Parlamento. Ritengo sia giunto il momento di cedere spazio a personalità più in sintonia con i partiti e con le coalizioni che si presenteranno agli elettori. Ringrazio tutti per la fiducia che m’è stata finora accordata. Mi fermo qui».
Il senatore Pier Ferdinando Casini parla piano, scandisce ogni parola, ogni verbo, in questa prima frase c’è già tutto quello che aveva intenzione di comunicare e così ora si alza e […] va a preparare un tè
Ha 70 anni, in Parlamento dal 1983, più due passaggi a Strasburgo, quindi presidente della Camera, con partiti fondati e cambiati, nel centrodestra e nel centrosinistra, ma sempre restando con ostinazione un democristiano, quindi a conoscenza del peccato originale, capace di attraversare la Prima e la Seconda Repubblica — di cui sa tutto, in cui ha visto tutto — con riconosciuta abilità e senza stupore, ben sapendo che i difetti del mondo morale sono parte integrante della politica, e di chi la frequenta.
Siamo a casa sua, abita in piazza del Gesù, dalla finestra del salone si scorge il leggendario palazzo in stile barocco che fu sede della diccì. «Sa cosa penserà qualcuno?», […] Penserà che Casini ci ha messo un bel po’ prima di fermarsi. «[…] rispondo che probabilmente ha ragione. Fin da giovane, del resto, ho sempre creduto che la cosa più difficile, in politica, […] sarebbe stato individuare il momento giusto in cui fermarsi».
Nel 1973, a 18 anni, mentre i suoi coetanei pensavano di rovesciare l’Italia, Casini sente l’esigenza di andare a un comizio di Arnaldo Forlani. La militanza era cominciata qualche anno prima. Frequentava il liceo Galvani di Bologna, c’erano picchetti, «non ci facevano entrare. Allora organizzai un gruppo di giovani studenti, diciamo, democratici. Poi, però, un giorno non sapevamo dove stampare dei volantini. Allora chiesi consiglio a mio padre, che mi suggerì di andare a bussare alla sede della Dc e fu così che…». Una carriera fulminea tra i dorotei. Forlani mi ha insegnato a non forzare mai le situazioni. E ad avere un rapporto distaccato con il potere».
L’impressione, in effetti, è che Casini non si appresti a entrare in questa nuova fase della vita con ansie particolari. Un domani così profondamente diverso, distante da Montecitorio e da Palazzo Madama, non sembra spaventarlo.
«Il giorno più bello? Quando, da presidente della Camera, ricevetti Giovanni Paolo II.
Un uomo, un santo, che a un cristiano come me trasmetteva sensazioni irripetibili. Detto questo, sarei ipocrita se non ammettessi che ogni giorno è stato bello, entusiasmante, ogni giorno in cui mi sono alzato nell’emiciclo dell’Aula con la sensazione di essere ascoltato nel cuore della democrazia».
Com’era Berlusconi? «Il più carismatico. Il suo desiderio di piacere era così forte che finiva per piacere pure ai suoi nemici». Il politico più sottovalutato? «Gianfranco Fini. Senza la svolta di Fiuggi non ci sarebbe stata Giorgia Meloni». Qual è stato il democristiano più grande? «Fanfani! L’uomo del “piano casa” e della presidenza dell’Onu, l’amico di Giorgio La Pira e di John Fitzgerald Kennedy». Il comunista che ha ammirato di più? «Giorgio Napolitano. Capì, prima degli altri, dove sarebbe andata la storia». E la donna, la donna che non dimenticherà mai? «Nilde Iotti. Capace, con non poche difficoltà, di dire no anche al suo partito, il Pci».
Il giorno più triste? «Quando mi chiamarono a casa per dirmi che Marco Biagi era stato ucciso dalle Br. Era un mio caro amico. Lui, di qualche anno più grande, l’estate veniva a darmi ripetizioni di latino e greco a Lizzano in Belvedere, il paesino sotto il Corno alle Scale dove le nostre famiglie ci portavano in vacanza…». E il giorno più… «No, aspetti.
Purtroppo custodisco il ricordo di altri giorni tremendi…».
Adesso Casini torna con la memoria a quel pomeriggio dell’11 settembre 2001, mentre era nel suo ufficio, aveva ricevuto Massimo D’Alema, e stavano lì, a parlare, quando la porta si spalanca di botto, e la segretaria, con il volto di cera, gli urla: «Presidente! Accenda la tv!».
E poi, come un’ombra nel cuore, c’è la sera in cui va ad accogliere, all’aeroporto militare di Ciampino, le salme dei nostri militari uccisi a Nassiriya. La pioggia, le bare avvolte nei tricolori. Il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, piegato dal dolore insieme alla moglie Franca. E quindi il corteo che parte verso il Vittoriano, la gente sui marciapiedi, chi mandava baci, lanciava fiori, chi chinava la testa e faceva il segno della Croce. «Guarda, Pier Ferdinando — mi disse Ciampi — questa è l’Italia che, nei momenti importanti, sa essere unita».
Presidente, è possibile avere dei veri amici in politica? «È più facile averli fuori dal Parlamento». Ci stiamo per salutare: un consiglio ai giovani che sognano di entrare in Parlamento? «Serve la preparazione, ma è più importante il carattere. Occorre essere equilibrati e resistenti». Lo slogan politico più attuale? «L’Ucraina è il test per capire se vogliamo avere davvero un’Europa unita. Non bisogna svendere Kiev». […] Alla fine la metto giù: presidente, tra due anni si rivota per il Quirinale. Lei era, e resta, uno dei candidati più accreditati. Lui si gira lentamente. «Come dimostra la storia della Repubblica, al Quirinale non ci si candida, si viene eletti».
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
PER IL “FINANCIAL TIMES”, TRA GLI OBIETTIVI CI SAREBBERO I CEO E ALTRI DIPENDENTI DI ALTO LIVELLO DELLE IMPRESE DELLA DIFESA E DEGLI ARMAMENTI DEL VECCHIO CONTINENTE
Mosca sta intensificando gli sforzi per assassinare i responsabili della difesa europei. E’
l’allarme lanciato dalle agenzie di intelligence occidentali che ha spinto le aziende ad aumentare le misure di sicurezza attorno ai propri dirigenti di alto livello.
Gli assassinii di obiettivi civili europei – un tempo considerati un tabù persino dalle agenzie di spionaggio russe – stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante in questi piani. Secondo il Financial Times, che ha parlato con funzionari di 5 diverse agenzie di intelligence, i Ceo e altri dipendenti di alto livello sono diventati obiettivi degli agenti del Cremlino.
Secondo le fonti, anche i dirigenti delle aziende più piccole sono nel mirino, soprattutto quelli delle imprese impegnate nella produzione di droni o dei loro componenti. “Il livello di minaccia in Europa è aumentato. Nei confronti delle proprietà, ma anche delle persone”, ha dichiarato un alto funzionario. Il servizio di intelligence interna tedesco, il Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV), ha intensificato notevolmente i contatti con il “personale e i dirigenti” delle aziende tedesche del settore della difesa, arrivando a raccomandare il ricorso a squadre private di protezione, ha detto un funzionario.
Diversi dirigenti del settore della difesa hanno dichiarato al Ft di aver rafforzato le proprie misure di protezione ravvicinata negli ultimi sei mesi, su specifica raccomandazione dei servizi governativi di sicurezza. Altri sostengono di adottare tali misure soltanto quando viaggiano all’estero.
La responsabilità di questo tipo di complotti, definiti nel gergo dell’intelligence russa ‘wet work’ – un’espressione che indica operazioni violente, in particolare omicidi su commissione – ricade in larga misura sul Gru, il servizio di intelligence militare russo. E, secondo gli 007, il Gru sta adattando i propri metodi. I suoi ufficiali collaborano sempre più strettamente con gruppi della criminalità organizzata, utilizzano reti di agenti che operano oltre i confini nazionali e suddividono le attività di ricognizione, logistica, pianificazione ed esecuzione tra cellule o individui diversi, invece di affidarsi a singoli agenti “sacrificabili”, reclutati online in cambio di denaro.
In alcuni casi, complotti già in fase operativa sono stati individuati e sventati. In altri, sono state rilevate attività sospette, tra cui forme di sorveglianza volte a ricostruire le abitudini quotidiane delle persone, sia presso le loro abitazioni sia nei luoghi di lavoro. I responsabili della sicurezza hanno sottolineato che un elemento centrale della strategia russa consiste nel fatto che i tentativi di assassinio non devono necessariamente essere portati a termine affinché la campagna produca gli effetti desiderati.
“Dal punto di vista russo, l’obiettivo principale resta psicologico”, ha dichiarato un funzionario dell’intelligence. “È sufficiente far credere alle persone che potrebbero diventare un bersaglio per ottenere l’effetto voluto. Vogliono che gli individui ci pensino due volte prima di fare affari con l’Ucraina”.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
FRATELLI D’ITALIA VUOLE PRENDERSI IL PIRELLONE CON IL PRESIDENTE DI COLDIRETTI, ETTORE PRANDINI, MA DEVE BATTAGLIARE CON LA LEGA… A ROMA, FABIO RAMPELLI SI E’ AUTO-LANCIATO A CANDIDATO SINDACO MA A VIA DELLA SCROFA PREFERISCONO ROBERTA ANGELILLI, VICEPRESIDENTE DEL LAZIO … IN CAMPANIA PER FDI È CAOS: LA PROMOZIONE DI SANGIULIANO A COORDINATORE REGIONALE HA FATTO INCAZZARE MOLTI E IL VICEMINISTRO CIRIELLI POTREBBE PASSARE CON VANNACCI
A Giorgia Meloni sono fischiate le orecchie, quando le hanno detto che Forza Italia ha minacciato di sfasciare il centrodestra sotto al Duomo. FdI, ha già rinunciato a schierare un proprio nome, pur essendo il primo partito in Lombardia.
E nessuno allora può mettere in discussione la tenuta della maggioranza di governo sui territori, anche perché proprio su questo filone narrativo la premier intende incentrare un pezzo della campagna per le Politiche. Raccontano allora che la presidente del consiglio abbia chiamato Antonio Tajani, ottenendo la rassicurazione che nelle prossime ore la posizione azzurra sarà rettificata. Per dire che «l’unità del centrodestra, fondato da Berlusconi» non verrà meno.
Il garbuglio meneghino non è l’unica nota stonata, nel sabato della premier. Non avrebbe preso bene nemmeno la sortita di Roberto Occhiuto, presidente della Calabria e sfidante interno di Tajani, che alla festa del Foglio ha magnificato Matteo Renzi, tratteggiandolo così: «Avrebbe potuto essere un ottimo leader del nostro schieramento». Nemmeno della sola FI, ma di tutto il centrodestra. E il nome di Renzi, si sa, è kryptonite per l’inquilina di Palazzo Chigi.
Pubblicamente la premier evita di esporsi. L’obiettivo è ricomporre i cocci alla svelta. Anche perché sia Tajani che Matteo Salvini sanno da tempo che il nodo Comunali non sarà sciolto prima di fine mese. Il “patto” offerto dalla presidente del consiglio agli alleati è di attendere il congresso della Lega, il 24 e 25 ottobre. Poi si chiuderà il tetris. Per questo, sì, si parlerà delle città anche nel vertice dei leader, tra domani e martedì, ma il grosso del summit sarà sulla manovra.
A Milano, i Fratelli preferiscono il forzista Matteo Perego. Pure Salvini se ne rende conto, ma insiste sulla fedelissima Silvia Sardone. Meloni lascia fare: prima dell’assise del Carroccio, è considerato naturale che il segretario uscente alzi un po’ i toni. Vale pure per le sortite filo-russe, come quella di ieri in cui Salvini ha chiesto all’Europa di mettersi in scia a Trump, per riaprire al gas russo […]
FdI ha rinunciato alla corsa di Milano non per generosità: l’obiettivo grosso è il Pirellone, dove nei desiderata dei meloniani il primo nome resta il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini. Sarebbe un tecnico d’area, non un “Fratello” doc, in modo da far digerire l’operazione alla Lega, che avrebbe un vice-governatore di peso.
Quanto alla corsa del dopo-Sala, sempre da ambienti di FdI trapela un’ultima suggestione, anche se molto poco quotata, per la mancanza d’interesse dell’interessata: qualcuno avrebbe proposto a Marina Berlusconi di scendere in campo. Ma appunto, è un’ipotesi che gli stessi big della fiamma ritengono di scarsa riuscita.
Pure a Roma il quadro è scombinato. Si è mostrato disponibile Fabio Rampelli, […] ma a via della Scrofa preferirebbero Roberta Angelilli, la vicepresidente del Lazio. Per Napoli, nella coalizione di governo si ragiona su un civico: il sogno è convincere Maurizio Marinella, il “re delle cravatte”. Difficile, anche perché la corsa partenopea è in salita.
A meno che non scenda in campo Luigi De Magistris, che sottrarrebbe voti a Gaetano Manfredi. In Campania per FdI è già un periodo complicato, dopo la promozione di Gennaro Sangiuliano. C’è addirittura chi teme un’uscita che sarebbe clamorosa: quella del viceministro Edmondo Cirielli verso Vannacci. Cirielli è stato l’unico big di FdI a ipotizzare Fn in coalizione.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL 46% DEI NOSTRI COMPATRIOTI SI RITIENE POCO O PER NULLA SICURO – A INTIMORIRE È SOPRATTUTTO LA CRIMINALITÀ COMUNE (48%), LE BABY GANG (28%) E IL DEGRADO URBANO (28%) … LA SICUREZZA È UNA PRIORITÀ ANCHE PER GLI ELETTORI DEL PD: IL 52% RITIENE CHE SARA’ CENTRALE NELLA PROSSIMA CAMPAGNA ELETTORALE
È evidente a tutti che il tema della sicurezza tende a essere sempre più rilevante nella
percezione dei cittadini. L’idea di essere insicuri, insufficientemente protetti, esposti a rischi, diventa sempre più una condizione esistenziale, in particolare in un contesto globale di pericolo, di incertezza, di preoccupazione.
Sembra altrettanto chiaro che questo tema, unitamente a quello dell’immigrazione e collegato strettamente all’insicurezza economica, oggi enfatizzata dalla crisi dei costi energetici, sarà centrale nella formazione delle opinioni e delle scelte di voto degli elettori. E i dati dei nostri sondaggi lo confermano.
La preoccupazione per la sicurezza mostra una crescita decisamente importante a partire dall’insediamento del governo Meloni: nell’ottobre 2022, data d’inizio dell’attuale legislatura, il tema era citato dal 10% dei nostri intervistati; oggi è più che triplicato, dato che le citazioni arrivano al 35%. E se a fine 2022 il problema della sicurezza era al decimo posto nella percezione dei nostri connazionali, oggi è al secondo posto.
Occorre anche separare percezione da realtà concreta. Se guardiamo alla sicurezza nella propria zona di residenza, la maggioranza assoluta (54%) si dichiara molto o abbastanza sicura. Ma una quota assai rilevante (46%) si ritiene poco o per nulla sicura. […]
Insomma, sembra che il problema sia non solo percepito, ma in parte anche sperimentato. […] Più coinvolti sono i residenti nel Nord e nei grandi centri.
Di fatto si tratta dei ceti periferici delle aree centrali. È una frattura che sembra sempre più dare conto di un cambiamento di sentimento che coinvolge progressivamente le nazioni più forti (basti pensare all’affermazione dell’AfD in Germania, proprio nelle aree periferiche di una grande nazione). Riguardo all’orientamento politico, si registra una maggiore senso di insicurezza tra gli elettori di centrodestra (41% si sentono poco o per nulla sicuri) rispetto a quelli di centrosinistra (37%).
Quando si parla di sicurezza si pensa soprattutto ai reati di prossimità: la criminalità comune (38%), le baby gang (28%), il degrado urbano (27%); cui si aggiungono i temi dell’immigrazione (27%), della violenza di genere (23%) e, ma in subordine, della criminalità organizzata (19%).
Con una differenza particolarmente significativa in relazione al tema migratorio: gli immigrati irregolari sono la prima preoccupazione degli elettori di centrodestra (lo cita il 44%) mentre scendono agli ultimissimi posti tra gli elettori di opposizione (12%).
Prevale la convinzione che il governo, pur avendo varato diversi provvedimenti in materia, abbia avuto risultati di scarsa efficacia: lo pensa il 64% degli intervistati (28% pensa che siano stati provvedimenti poco efficaci, 36% per nulla).
Con differenze nette per orientamento politico: tra gli elettori della maggioranza il 60% li valuta almeno in parte efficaci (ma solo 5% molto efficaci), mentre tra quelli di centrosinistra il 51% li considera per nulla efficaci (il 34% pensa lo siano stati poco). Le opinioni si dividono quasi equamente rispetto alle modalità di affrontare il problema: 43% opta per una politica repressiva, 44% invece per interventi di prevenzione.
Con evidenti differenze per orientamento politico pur se con sfumature: nel centrodestra, il 59% è per la repressione ma il 35% per la prevenzione; nel centrosinistra, il 63% per la prevenzione ma anche il 30% per la repressione.
Rimane il fatto che il tema sicurezza sarà rilevante per la prossima campagna elettorale: per il 48% sarà un tema centrale del confronto, il 35% invece ritiene che non sarà così importante. Più convinti della centralità del tema gli elettori delle forze di maggioranza (65%), posizione che rimane comunque maggioritaria anche tra gli elettori della coalizione progressista (52%). Si fatica però a individuare una forza politica che più delle altre sia capace di elaborare proposte convincenti: il 46% non sa indicarne nessuna, mentre i partiti principali si dividono citazioni comprese tra il 9% del M5S e il 17% di FdI.
Nando Pagnoncelli
per il “Corriere della Sera”
argomento: Politica | Commenta »