Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
LO SOSTIENE UNO STUDIO DELLA BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI (BEI) – L’ISTAT FOTOGRAFA IL CALO DEI CONSUMI IN ITALIA: A SETTEMBRE LE VENDITE DEI BENI ALIMENTARI SONO CALATE DELLO 0,3% RISPETTO AD AGOSTO…
Il caro energia sta lasciando un segno profondo nei bilanci delle famiglie italiane, su cui pesa in
alcuni casi più che nel resto d’Europa. Lo rileva l’ottava edizione dell’Indagine sul clima, lo studio con cui la Banca europea per gli investimenti (Bei) analizza le opinioni dei cittadini su clima e transizione energetica.
Il dossier è elaborato sulla base di un sondaggio commissionato dalla Bei e condotto da Ipsos Bva tra il 3 e il 25 agosto su 23mila persone nei 27 Stati membri, di cui mille in Italia. Secondo quest’analisi, il 70% degli italiani dichiara che l’aumento dei prezzi dell’energia ha ridotto in modo significativo il proprio potere d’acquisto negli ultimi 12 mesi, contro una media europea del 60%, e per il 24% degli interpellati la riduzione è stata drastica.
Per effetto dei continui rialzi dei costi energetici, il 40% degli italiani ha tagliato le spese per alimentazione o salute e il 34% ha abbassato il riscaldamento, in linea con il resto d’Europa.
Non per tutti però la crisi ha avuto gli stessi effetti, anzi, per le famiglie più fragili l’impatto è stato più severo. Il 22% ha dichiarato di essersi indebitato, di aver chiesto un aiuto economico o di aver rinviato il pagamento di una bolletta, contro il 16% della media europea.
Il caro energia ha inciso anche sulla mobilità. Il 63% ha modificato l’uso dell’auto, il 32% ha ridotto al minimo gli spostamenti, persino quelli per la spesa o le visite mediche, e una quota identica ha rinunciato a un viaggio o a raggiungere familiari e amici.
Il peso dei costi spiega allora forse anche perché secondo lo studio gli italiani guardino alla transizione energetica soprattutto (e finalmente) come a una leva economica. L’81% la considera urgente per il Paese, contro il 75% europeo.
L’88% si aspetta una minore dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas, l’84% prezzi più stabili o più bassi e un’analoga percentuale benefici per il clima. Rispetto al 2022 è cambiata la gerarchia delle priorità. […]
Anche i timori legati a un rallentamento hanno una matrice economica. L’83% teme un aumento duraturo dei prezzi dell’energia e del costo della vita, l’82% una maggiore dipendenza dall’estero.
In un contesto di crisi geopolitiche, gli italiani sono inoltre i più fiduciosi dell’Unione, con il 64% convinto che la transizione porterà l’Europa all’indipendenza energetica, contro il 38% della media, e il 73% si sentirebbe più orgoglioso di essere europeo se l’obiettivo venisse raggiunto
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
LO “TSUNAMI BLU” IN TEXAS SI DEVE ALL’OPPOSIZIONE DEL POPOLO AI DATA CENTER PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, CHE PREVEDEVANO VARI SUSSIDI STATALI, TAGLI ALLE TASSE E MAGGIORI COSTI PER LE COMUNITÀ LOCALI
Sognavano di sostituire progressivamente la democrazia liberale e i sistemi parlamentari con una tecnocrazia basata sull’intelligenza artificiale (Ai) e speravano di fare di Vance il politico capace di dare sostanza al loro progetto. La cui realizzazione, davanti a un elettorato sempre più ostile all’Ai e che sta bocciando i progetti di decine di grandi data center, è quantomeno rinviata.
Illuminante che siano collassati o caduti i titoli dei grandi gruppi che costruiscono data center o hardware per essi. Scivola Nvidia (meno 2,3% per il titolo a più vasto valore di mercato del mondo, produttore di chip per l’intelligenza artificiale); cedono di schianto le quotazioni delle società che costruiscono data center per intero: meno 9,6% CoreWeave, il cui debito tratta a prezzi bassi come se l’azienda fosse a un passo dal default.
Malissimo poi anche la galassia nel mega-donatore alle campagne trumpiane e uomo più ricco del mondo Elon Musk. Le sue aziende, Tesla e SpaceX, hanno bruciato 134 miliardi di dollari in Borsa in poche ore.
La ragione, anche qui, è legata al voto e soprattutto alla vittoria dei democratici in Texas per un seggio al Senato e i posti di governatore e procuratore generale dello Stato.
Il punto non è tanto che tutta Big Tech (con l’eccezione parziale di Dario Amodei di Anthropic) si era prostrata a Trump in modi a tratti umilianti. Il riposizionamento di tutti gli ultra-miliardari di Silicon Valley è già partito.
Il punto per il mercato è che il 25% della potenza dei data center dell’intelligenza artificiale da costruire sarebbe destinata proprio al Texas. Quei progetti prevedevano vari sussidi statali, oltre al trasferimento sulla popolazione locale degli extra-costi della rete elettrica da rafforzare per poter alimentare i data center stessi. SpaceX e CoreWeave beneficiano poi di tagli alle tasse per l’uso dei terreni e di una notevole tolleranza per le violazioni ambientali dei loro impianti.
Con i democratici al potere in Texas, molto di questo potrebbe cambiare. I titani dell’AI potrebbero doversi pagare da sé i propri data center e i loro costi potrebbero esplodere: esattamente lo scenario per evitare il quale Musk aveva speso, invano, 445 milioni di dollari in queste midterm.
Vance era tornato a casa per fare campagna elettorale e si è ritrovato con due batoste da spiegare. In Ohio, lo Stato in cui è nato e ha costruito la propria carriera politica, il Partito Repubblicano ha perso sia la corsa per il governatore sia quella per il Senato. E stiamo parlando di uno Stato che alle presidenziali ha votato Donald Trump tre volte nelle ultime tre.
Amy Acton ha battuto il miliardario Vivek Ramaswamy nonostante oltre cento milioni di dollari spesi contro di lei, mentre il democratico Sherrod Brown ha riconquistato il seggio senatoriale che Vance aveva lasciato quando era diventato vicepresidente, sconfiggendo il repubblicano Jon Husted.
In questa doppia sconfitta ci sono diverse note da tenere a mente. Intanto, Ramaswamy non era un candidato qualsiasi, ma uno dei rappresentanti più riconoscibili della nuova destra imprenditoriale americana, già protagonista delle primarie repubblicane e del progetto del Department of Government Efficiency (Doge) insieme a Elon Musk. Husted, invece, era un esponente più istituzionale del Partito repubblicano, con una lunga esperienza politica alle spalle. Vance aveva sostenuto entrambi. Hanno perso entrambi. Ottimo lavoro, vicepresidente.
In Elon Musk c’è il riflesso della sconfitta politica di Vance e del partito. Musk ha speso circa 446 milioni di dollari, una cifra senza precedenti per un singolo finanziatore in un ciclo elettorale. Eppure ha collezionato sconfitte in serie.
Il vicepresidente è la testa di ponte tra l’universo Maga e i tecnoligarchi della Silicon Valley. La sua ascesa politica è stata sostenuta per primo da Peter Thiel, che nel 2022 aveva versato quindici milioni di dollari a sostegno della sua candidatura al Senato.
Intorno a Vance si è costruita un’alleanza tra imprenditori, investitori, intellettuali e organizzazioni conservatrici, convinti di poter saldare il populismo delle classi popolari con gli interessi della grande industria tecnologica. Una nuova destra nazionalista e conservatrice, critica del liberalismo, ma favorevole alla deregolamentazione e agli investimenti nell’intelligenza artificiale.
Il Texas dimostra quanto questa alleanza possa essere fragile. Musk ha trasferito lì alcune delle sue principali attività e ha investito oltre duecento milioni di dollari in iniziative elettorali per mantenere lo Stato repubblicano. Ma i candidati da lui sostenuti hanno perso: Ken Paxton nella corsa al Senato e il governatore uscente Greg Abbott, sconfitto dalla democratica Gina Hinojosa.
Quest’ultima ha fatto della contestazione all’espansione dei data center, molto energivori, uno dei temi della campagna, chiedendo una moratoria sui nuovi progetti fino all’introduzione di maggiori garanzie per le comunità locali. Poche ore dopo il voto, Musk ha commentato su X: «I data center nello spazio sembrano decisamente più interessanti, adesso». L’ha messa giù con una battuta, ma nasconde a malapena la paura per le possibili ripercussioni sulle sue imprese.
Fino a pochi giorni fa, Vance era il candidato con più chance di una nomination repubblicana alle presidenziali del 2028. La media di RealClearPolitics lo dava davanti a Marco Rubio, con il 38,6 per cento contro il 26,4. La sua candidatura non può essere evaporata in una notte. Da vicepresidente ha ancora una grande piattaforma politica e una rete di sostenitori, finanziatori e organizzazioni molto solida. Il problema è che le elezioni di midterm sono state un rifiuto netto inequivocabile degli elettori per Trump, per il trumpismo e per tutto ciò che rappresenta. E Vance dovrà faticare più del previsto per uscire dall’ombra del suo capo.
(da Corriiere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
IL VERDE ANGELO BONELLI: “È UN FATTO DI UNA GRAVITÀ INAUDITA, CHE SUPERA OGNI LIMITE. LA LEGGE È CHIARISSIMA. I COMMISSARI CONSOB DEVONO ESSERE PERSONE DI ‘INDISCUSSA MORALITÀ E INDIPENDENZA’”… UN ALTRO LEGHISTA, TRIFONE ALTIERI, SARÀ IL NUOVO PRESIDENTE DELL’ANAC
Il leghista Trifone Altieri, detto Nuccio, sarà il nuovo presidente dell’Autorità nazionale
anticorruzione. Lo si apprende al termine del Consiglio dei ministri. Già responsabile del dipartimento Difesa del partito di Matteo Salvini, Altieri la scorsa primavera era stato nominato nel consiglio d’amministrazione di Leonardo. Altieri succede a Giuseppe Busia.
Il governo ha scelto Giulio Centemero, deputato e capogruppo della Lega in commissione Finanze alla Camera, come nuovo componente della Consob. L’avvio della nomina è stato ha deliberato, a quanto si apprende, dal Consiglio dei ministri.
“Il Consiglio dei Ministri ha appena nominato commissario della Consob Giulio Centemero. È l’ex tesoriere della Lega e oggi è capogruppo del Carroccio in commissione Finanze alla Camera. È un fatto di una gravità inaudita, che supera ogni limite. La legge è chiarissima. I commissari Consob devono essere persone di “indiscussa moralità e indipendenza”.
Il Codice etico dell’Autorità vieta qualsiasi rapporto che possa compromettere anche solo la percezione della loro neutralità. Come può essere percepito come neutrale chi ha gestito i conti di un partito di governo e fino a ieri ne ha guidato la linea in commissione Finanze? La Consob vigila sui mercati, tutela i risparmiatori e garantisce la trasparenza della Borsa. La sua credibilità, anche agli occhi degli investitori internazionali, si regge tutta sull’indipendenza dalla politica.
Con questa scelta la destra porta la lottizzazione dentro uno degli organismi più delicati dello Stato. Non è una nomina: è un’occupazione. Dopo la Rai e le partecipate, ora tocca alle autorità di garanzia. Il governo Meloni considera le istituzioni indipendenti un bottino da spartire. Del resto questo è un governo ormai indifendibile su tutto. Si va dal sottosegretario Delmastro, che apre un ristorante insieme a una persona accusata di mafia, fino all’occupazione delle autorità indipendenti. Giorgia Meloni si deve vergognare per quello che ha fatto. Chiediamo al governo di ritirare questa nomina. Porteremo la questione in Parlamento con tutti gli strumenti a nostra disposizione”. Così Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
IN AMERICA NESSUNO SI E’ SOGNATO DI METTERE VETI (CAPITO CONTE?) O DI DIRE, COME INVECE HA FATTO DI ELLY SCHLEIN, CHE NON SI VINCE AL CENTRO (FALSO, SI VINCE ECCOME)
Candidati radicali e moderati. Profili diversi, coerenti con il territorio da rappresentare. È nella capacità di far convivere – e far vincere – queste due anime che il centrosinistra italiano cerca il messaggio delle Midterm americane. Il trionfo dei democratici – una disfatta tutta a carico di Donald Trump – finisce subito sotto la lente di ingrandimento anche a Roma dove il campo progressista sta cercando la ricetta migliore per amalgamarsi. Certo, come tradizione vuole, ciascuno legge nei risultati una conferma delle proprie convinzioni: chi insiste sull’esigenza di conquistare lo “swing voter”, l’elettore oscillante, con proposte pragmatiche; chi vi vede un ammonimento contro le guerre e il riarmo. Tutti, però, distinguono lo stesso filo rosso: la necessità di stare uniti e prestare ascolto alla questione sociale.
A sintetizzare la doppia esigenza è Stefano Bonaccini, eurodeputato del Pd: «La lezione dei democratici è mettere insieme radicalità e moderazione» intorno a un unico obiettivo: serve «una svolta in favore di chi ha meno, facendo ripartire la crescita». Nel concreto? «Bisogna saper adeguare le figure che meglio rappresentano un certo territorio».
La religiosità di James Talarico in Texas. Il centrismo di Jon Ossoff in uno stato del Sud come la Georgia. «Mi auguro – aggiunge il presidente dem – che ne faremo tesoro come Pd nelle proposte» e nelle «candidature». Auspicio tra le righe: non marginalizzare, alle prossime Politiche, gli esponenti più moderati.
Giusto dosaggio cercasi. Ci ragiona anche Giuseppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd: «È un risultato importante – dice – per la qualità delle candidature democratiche, che hanno tenuto insieme la radicalità del messaggio e la capacità di non trasformarla mai in settarismo. Un mix che ha dimostrato di poter vincere». Lo spunto per l’Italia? «Le campagne elettorali si vincono parlando della vita materiale delle persone».
Per il collega Sandro Ruotolo quest’identikit porta però alla nuova onda socialista Usa: «Da Mamdani a New York alla vittoria di Abdul El-Sayed, arriva una domanda di cambiamento che parla anche a noi: sanità pubblica, lavoro, lotta alle diseguaglianze». Il capogruppo Pd Francesco Boccia sintetizza in una speranza: «C’è una nuova generazione che si è affacciata negli Stati Uniti come in Italia. Non contano solo i profili».
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
L’IDENTIFICAZIONE E IL FERMO PREVENTIVO NON ESISTE PER QUESTA FECCIA DELL’UMANITA’ CHE HA COSTRETTO A CHIUDERE ANCHE UNA FERMATA DELLA METRO (REATO DI INTERRUZIONE DI PUBBLICO SERVIZIO)
A Milano, in piazza Duomo, sono arrivati centinaia di tifosi ungheresi. Il motivo? Ieri la squadra
di calcio Ferencváros di Budapest ha giocato allo stadio San Siro per la partita di Europa League contro il Milan. In strada, quindi, diversi ultras hanno sfilato “prendendo d’assalto” con fumogeni e bandiere il cuore della città e cioè piazza Duomo.
Le immagini registrate e diffuse mostrano però scene sconcertanti. C’è almeno un tifoso, infatti, con addosso una maglietta con ritratto Benito Mussolini. La scritta che si legge è ancora più preoccupante. La maglia infatti recita: “La nostra fede è Mussolini”.
Tutti poi, mentre urlano, alzano il braccio facendo chiaramente il saluto romano. E poi, a corredo, anche l’immagine di padre Giannicola Maria Simone, il sacerdote della chiesa di Sant’Alessandro di Zebedia finito al centro delle polemiche per le proteste del 17 ottobre per aver mostrato il dito medio ai manifestanti. E infatti nello striscione è ripresa quella immagine lì con la scritta: “Rispetto, padre”.
I tifosi farebbero parte dei “Green Monsters”, un gruppo noto per le sue posizioni di estrema destra. Uno degli striscioni – ovviamente di colore nero – recitava “We have to defend Europe” e cioè “Dobbiamo difendere l’Europa”. Il tutto corredato da urla, pugni alzati e fumogeni accesi. A
causa di questa “invasione” è stata chiusa la fermata della metro rossa “Duomo”. L’arrivo di questi tifosi e di questa sorta di corteo nulla a che vedere con il calcio. Anzi. È proprio una manifestazione politica considerato gli slogan, gli abiti indossati e gli striscioni. Non emerge alcuna notizia relativamente a una possibile identificazione di questi tifosi.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
MOLTI SALVINIANI PENSANO CHE IL REGISTA OCCULTO DEI “NORDISTI” SIA PROPRIO IL MINISTRO DELL’ECONOMIA – E SI PREPARANO LE PURGHE SALVINIANE CONTRO MASSIMILIANO ROMEO CHE SARÀ SFIDUCIATO COME CAPOGRUPPO DEI SENATORI
La guerra ibrida della Lega contro Giancarlo Giorgetti. E il silenzio del ministro all’Economia. Dopo le raffiche di attacchi al grido di «non erano questi i patti» sulla legge di Bilancio, portati da ministri, dirigenti, lo stesso Matteo Salvini e pure attraverso note ufficiali ma ufficiose, ieri un fatto nuovo: il relatore leghista della manovra sarà Alberto Gusmeroli. Non era scontato: il deputato, responsabile economico del partito, fa parte della commissione Attività produttive.
E dunque dovrà essere, per così dire, «prestato» alla commissione Bilancio. Le opposizioni parlano di «anomalia», di «operazione inguardabile» e di «resa dei conti». E sintetizzano: «Salvini commissaria Giorgetti».
Il ministro si guarda bene dal rispondere. I vecchi amici ricordano il suo disinteresse rispetto alla posizione personale, persino rispetto alla possibilità di non ricandidatura, lo scalpo chiesto da alcuni ultras salviniani.
Ma l’inatteso relatore riaccende le braci. Fino al congresso della Lega si dava per scontato che la relatrice sarebbe stata Silvana Comaroli. La quale, però, ha firmato per la candidatura dello sfidante di Salvini, Massimo Garavaglia, ed è stata cassata. Vietato, ovviamente, mettere in relazione l’accaduto con il fatto che Comaroli goda della massima fiducia di Giorgetti. Ma l’incarico ha forse messo in imbarazzo lo stesso Gusmeroli: mai stato un nemico dell’uomo del Mef, pochi mesi fa gli ha chiesto la prefazione al suo libro.
Non è chiaro, in fondo, quale sia la strategia del fuoco amico sul ministro all’Economia leghista. Certo, molti salviniani pensano che il regista occulto dei «nordisti» sia proprio lui. Resta il fatto che il rapporto tra Giorgia Meloni e Giorgetti è uno dei pilastri su cui si fonda il governo e la sua credibilità internazionale, con riconoscimenti concreti come la flessibilità.
Né è chiaro come si possano essere generati gli equivoci riguardo alla manovra: del provvedimento sulle possibili pensioni a 64 anni ancora non è stato depositato il dispositivo. Mentre per il probabile blocco al turn over nell’Istruzione, Forza Italia e FdI ricordano corali come la scuola italiana perda in media 86 mila studenti all’anno.
La resa dei conti segna anche il destino di Massimiliano Romeo come capogruppo dei senatori. Ieri il collega Stefano Borghesi ha raccolto le firme per chiederne le dimissioni, a succedergli si prepara Marco Dreosto: 25 firme su 29. Ovviamente, chi non ha firmato è Garavaglia.
La spaccatura, quindi, non è sanata. Ed è destinata a riemergere anche sui territori. In particolare in Lombardia, la cui segreteria è guidata proprio da Massimiliano Romeo. Domenica si tiene il congresso provinciale a Varese, culla leghista, mentre il 22 toccherà a Bergamo e Brescia. In tutte e tre i casi, il segretario uscente è in linea con la cordata Romeo-Garavaglia-Attilio Fontana.
In tutti e tre, gli uomini di Salvini tentano di vincere per passare alla fase successiva: il ribaltone al vertice della segreteria lombarda ed estromettere Romeo anche da lì. A meno che non si rivelino profeti quei salviniani che raccomandano al segretario il percorso inaudito: sconvocare i congressi (a pochi giorni dalla celebrazione) e commissariare le sezioni.
(da “Corriere della Sera”)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
INOLTRE C’È IN TEXAS UNA NUOVA GENERAZIONE ISPANICA PIÙ MODERATA DEI GENITORI E CHE HA VISSUTO CON INSOFFERENZA LE OPERAZIONI DELL’ICE… E POI CI SONO I DATA CENTER: GLI ELETTORI NON VOGLIONO QUESTE STRUTTURE E GLI IMPIANTI INDUSTRIALI CHE PORTANO CON SÉ … IL “CORRIERE DELLA SERA”: “TUTTA QUESTA FURIA È CONFLUITA NEL MESSAGGIO RIVOLUZIONARIO DI UN MITE SEMINARISTA PRESBITERIANO CHE INVITAVA A ROVESCIARE I TAVOLI, COME GESÙ”
Ai suoi comizi c’era sempre un momento in cui James Talarico invitava ciascuno a voltarsi verso
un perfetto sconosciuto e a raccontare perché fosse venuto. A permettere a Talarico di rovesciare i tavoli in uno Stato come il Texas, sotto il controllo repubblicano da tre decenni, è stata una tempesta perfetta: democratici mobilitati nelle grandi città e repubblicani delusi nelle aree rurali, insieme a un elettorato latino in trasformazione.
L’aumento del costo della vita, della benzina e dei generi alimentari, a causa della guerra in Iran, ha contribuito a incrinare il consenso. E accanto alle difficoltà economiche è cresciuta l’insofferenza per la corruzione e per l’influenza del denaro sulla politica texana.
Inoltre c’è in Texas una nuova generazione ispanica più moderata dei genitori e che risente direttamente delle conseguenze delle operazioni dell’Ice, soprattutto quando coinvolgono familiari e persone che vivono negli Stati Uniti da decenni. Tra i motivi del malcontento ci sono poi i data center: elettori di sinistra e di destra non vogliono queste strutture e gli impianti industriali che portano con sé e hanno percepito le posizioni dei repubblicani come opportunistiche.
Tutta questa furia è confluita nel messaggio rivoluzionario di un mite seminarista presbiteriano che invitava a rovesciare i tavoli, come Gesù, e che chiedeva di diventare la fionda con cui lui, Davide, potesse abbattere Golia. Un elemento importante della vittoria di Talarico è stata l’abilità di presentarsi come un candidato capace di superare le tradizionali divisioni partitiche e di tendere la mano ai repubblicani: «Abbiamo dimostrato che una politica di divisioni non può competere con una politica dell’amore»
Il linguaggio religioso è importante in Texas ma l’ha usato in modo inclusivo, senza contrapporre le diverse confessioni né escludere chi è ateo. Il suo trionfo non va interpretato come una conversione di massa al partito democratico. Non sappiamo quanti repubblicani abbiano votato per lui.
(da “Corriere della Sera”)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
GIÀ SI AGITA L’ARCICONSERVATORE TED CRUZ. E POTREBBERO TENTARE IL RILANCIO IL GOVERNATORE DELLA FLORIDA, RON DESANTIS, E L’EX VICEPRESIDENTE MIKE PENCE, POI “EPURATO” PER ESSERSI RIFIUTATO DI BLOCCARE LA RATIFICA DELLA NOMINA DI BIDEN ALLA PRESIDENZA… PUO’ RICICCIARE PAUL RYAN, CANDIDATO ALLA VICEPRESIDENZA CON MITT ROMNEY, CONTRO OBAMA, NEL 2012. E DAL 2015 AL 2019 GUIDÒ, DA SPEAKER, I REPUBBLICANI ALLA CAMERA. POI MOLLÒ LA POLITICA, NAUSEATO DA COME ERA STATA TRASFORMATA DA TRUMP
Avesse vinto anche alle mid-term o incassato una sconfitta di dimensioni limitate, magari perdendo solo il controllo della Camera, Trump avrebbe potuto con ogni probabilità decidere la scelta del suo successore per la nomination repubblicana alle presidenziali del 2028: una scelta ristretta al probabile candidato, il suo vice JD Vance, e al segretario di Stato, Marco Rubio.
Ma, dopo lo tsunami democratico, anche se continuerà a governare per altri due anni, The Donald dovrà probabilmente rinunciare al ruolo di kingmaker: da sconfitto difficilmente riuscirà a imporre il suo volere assoluto con lo strumento usato fin qui, la paura. […] il disastro elettorale del 3 novembre non può non spingere a scendere in campo altre forze e personaggi del fronte conservatore, visto che da gennaio la rappresentanza repubblicana nel nuovo Congresso, oltre ad essere minoritaria, sarà composta prevalentemente da bianchi invecchiati, yes men di Trump.
Questo perché i politici di rango che avevano osato dissentire da lui sono stati costretti a dimettersi o sono stati battuti alle primarie da trumpiani di stretta osservanza. Mentre i democratici, oltre a essere diventati maggioranza, ora presentano un personale politico più giovane e multietnico.
E, allora, è probabile che le primarie 2028 del Grand Old Party saranno le più aperte da diversi decenni a questa parte: potrebbero tornare in scena alcuni dei politici che sono stati emarginati o cacciati da Trump, mentre un movimento Maga ormai frammentato ha, comunque, diverse anime — giovani populisti della New Right, nazionalisti religiosi, fan della tecnocrazia — capaci di esprimere nuovi candidati.
E già si agitano altre figure, come l’altro senatore del Texas, l’arciconservatore Ted Cruz. E potrebbero tornare in scena personaggi di un passato recente o remoto del fronte conservatore: dal governatore della Florida, Ron DeSantis all’ex vice del presidente nel primo mandato, Mike Pence, poi «epurato» per essersi rifiutato di bloccare la ratifica della nomina di Biden alla presidenza.
Ma possono riemergere anche figure da un passato più lontano. Un nome per tutti: Paul Ryan. Fu candidato alla vicepresidenza con Mitt Romney, contro Obama, nel 2012. E dal 2015 al 2019 guidò, da speaker, i repubblicani alla Camera. Poi mollò la politica, nauseato da come era stata trasformata da Trump, ma non escluse di poter tornare […] Forse è il momento: è ancora relativamente giovane (un cinquantenne) ed è tornato a parlare in pubblico attaccando più volte i Maga.
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
L’ISOLAZIONISTA VANCE, CHE HA INCASSATO L’APPOGGIO ANCHE DI DONALD TRUMP JR, SPERA DI RIPOSIZIONARSI COME LEADER DELLA CORRENTE MAGA E CANDIDARSI ALLA CASA BIANCA NEL 2028. MA IL SUO NOME, COME DAGO DIXIT, E’ BRUCIATO … TRUMP REPLICA: “LA SCONFITTA COLPA DELLA GUERRA IN IRAN? E’ VERO, MA LO RIFAREI, NON PUOI PERMETTERE ALL’IRAN DI SCATENARE UNA GUERRA NUCLEARE” – IL CAPO DEL PENTAGONO HEGSETH RISCHIA DI SALTARE
La guerra civile nel Partito repubblicano è già scoppiata, come aveva previsto l’ex consigliere di
Trump Steve Bannon, e il primo a schierarsi sul campo di battaglia è stato JD Vance, scrivendo che l’intervento in Iran è la causa della pesante sconfitta alle midterm.
Così il vice presidente spera di riposizionarsi come leader della corrente Maga, sempre scettica verso tutti i conflitti nell’ottica dello slogan “America First”, soprattutto in Medio Oriente, e salvare la propria ambizione di candidarsi alla Casa Bianca nel 2028. Anche i repubblicani tradizionalisti però iniziano ad alzare la voce, nonostante il segretario di Stato Marco Rubio sia più prudente, forse perché non punta sul difficile 2028. Quindi la resa dei conti minaccia di essere solo all’inizio e durare per i prossimi due anni.
Vance ha scritto su X che la ragione per cui i repubblicani hanno perso è «la guerra in Iran e la mancanza di attenzione sul carovita», cavallo di battaglia dei democratici dalla vittoria di Mamdani come sindaco di New York, oltre all’eccessiva sudditanza nei confronti di Israele.
Poi però il vice presidente ha puntato il dito soprattutto sull’ennesimo intervento infinito in Medio Oriente: «Il vero motivo per cui abbiamo perso è evidente a quasi tutti, è la guerra. Lo ha detto ieri sera il presidente stesso». In questa maniera ha cercato di prendere le distanze da Trump, che la guerra ha voluto, ordinato e difeso ancora ieri, senza offenderlo o urtarlo.
Poi però ha aggiunto: «Se volete sostenere che ne sia valsa la pena, che perdere il Senato per i prossimi 6 anni sia stato un prezzo accettabile, allora fatelo. Sostenete che sia stato un costo che valeva la pena pagare. Che si sia d’accordo o meno, questo è quantomeno un approccio onesto». Il tono polemico è chiaro, così come il motivo: «Tutti sanno perché abbiamo perso. E qualsiasi discussione onesta su come procedere da qui in avanti deve partire da questo punto».
Curiosamente il primo a seguirlo è stato il figlio del presidente, Donald Trump Jr, che ha rilanciato il post di Vance aggiungendo di condividere la sua analisi: «Sono d’accordo al 100% con ogni parola». Il padre invece ha reagito così: «Penso che sia in gran parte vero, perché ha fatto salire un po’ la benzina nel breve termine. Ma allo stesso tempo, se dovessi rifarlo, lo rifarei, perché nel lungo termine è l’unica soluzione. Non puoi permettere all’Iran di scatenare una guerra nucleare».
Il problema è che anche i tradizionalisti puntano sulla stessa strategia, da posizioni diverse. Il governatore uscente della Florida, Ron DeSantis, ha commentato ieri che la sconfitta «è stata di un livello tale da esporre i repubblicani al rischio di estinzione. Non farà male solo per un paio di anni, ma per il prossimo decennio», imponendo un profondo esame di coscienza.
DeSantis era stato uno dei principali avversari di Trump nelle primarie, ma ora potrebbe puntare a prendere il posto di Pete Hegseth come capo del Pentagono, se verrà cacciato dal presidente o incriminato. La sua analisi però è condivisa da altri tradizionalisti, finora rimasti in silenzio per paura della vendetta di Donald.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »