Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
LA RILEVAZIONE CONDOTTA IN VISTA DELLE ELEZIONI ISRAELIANE DEL 27 OTTOBRE, MOSTRA UNA SITUAZIONE DI STALLO PERSISTENTE ALLA KNESSET CON L’ALLEANZA PRO-NETANYAHU E QUELLA DI OPPOSIZIONE ALLA PARI
Secondo un sondaggio condotto da Channel 12, Il 62% degli israeliani intervistati non crede che Israele raggiungerà mai la “vittoria totale” promessa dal premier Benyamin Netanyahu a Gaza, rispetto al 25% che invece ci crede. Lo riporta The Times of Israel.
La rilevazione condotta in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre, mostra una situazione di stallo persistente: gli attuali partiti sionisti di opposizione otterrebbero 56 seggi, il blocco del primo ministro Netanyahu 50, il partito centrista provvisoriamente denominato Casa Sionista 4, e i partiti a maggioranza araba Ra’am e Hadash-Ta’al 5 ciascuno.
Dato che Casa Sionista, guidata da Chili Tropper e Yoaz Hendel, ha annunciato l’intenzione di entrare a far parte di una coalizione anti-Netanyahu, il blocco sionista di opposizione si troverebbe a 60 seggi, poco al di sotto della maggioranza nella Knesset, la camera alta del Parlamento composta da 120 membri.
(da agenzie)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
LO SCARTO SUFFICIENTE PER CONQUISTARE LA CAMERA DEI RAPPRESENTANTI IL 3 NOVEMBRE
Per la Cnn, che pure ha sondato l’umore degli elettori, i democratici sarebbero in vantaggio di
otto punti rispetto ai repubblicani, cifra sufficiente per conquistare la Camera dei rappresentanti alle elezioni di midterm alle quali mancano solo 93 giorni, essendo previste il 3 novembre.
È la conseguenza dell’economia che arranca, dei prezzi della benzina stabilmente sopra i quattro dollari al gallone, delle mancate promesse che hanno indispettito gli stessi fautori del tycoon, i bianchi “blue collar”, cioè i colletti blu, operai appartenenti alle più basse classi sociali.
Trump si agita ed è come se camminasse su sabbie mobili che lo avvolgono sempre di più. Ha talmente abituato alla sua inaffidabilità che non solo i suoi concittadini ma gli stessi nemici sono stati mitridatizzati e non prendono più in considerazione le sue volubilissime posizioni, i suoi proclami a vuoto, le minacce ritrattate: il tutto ha contribuito a farlo diventare la macchietta di se stesso, fina a rubare il mestiere ai comici che dovrebbero dissacrare un potere che si è dissacrato da Prendete gli ayatollah. Non v’è dubbio che Teheran sia militarmente molto più debole di Washington e in teoria avrebbe l’interesse maggiore di arrivare a un accordo. Eppure, valutato che Trump abbaia ma spesso si deve fermare quando è sul punto di mordere perché la guerra è invisa agli americani, sono stati gli iraniani i primi a violare la tregua di fatto che era in atto lanciando un’offensiva dal cielo su basi americane nell’area mediorientale.
Una sfida aperta alla maggiore potenza mondiale oggi ridotta a un gigante con i piedi d’argilla rappresentato dal suo leader che ha mostrato la sua incapacità di governare situazioni complesse.
(da agenzie)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL “VICERÉ”, COME VIENE SOPRANNOMINATO, SI TROVA AL VERTICE DELL’APPARATO DI SICUREZZA DI RABAT: HA DECISO DI ALLENTARE I CONTROLLI ALLA FRONTIERA PER SCREDITARE L’ATTUALE PREMIER, IL LIBERALE AZIZ AKHANNOUCH … L’ ULTRANAZIONALISTA EL HAMMA VUOLE FAVORIRE IL SUO PARTITO, IL PAM, ALLE PROSSIME ELEZIONI LEGISLATIVE, PREVISTE A SETTEMBRE: L’OBIETTIVO E’ RECLAMARE LA SOVRANITA’ MAROCCHINA SU CEUTA, MELILLA E SUL SAHARA OCCIDENTALE (CONTESA DALL’ALGERIA)
Sarebbe Fouad Ali El Hamma, da sempre il consigliere più ascoltato del re del Marocco Muhammad VI, ad aver orchestrato l’ondata di migranti che ha sconvolto la vita di Ceuta, l’exclave spagnola sulla costa marocchina del Mediterraneo. La rivelazione viene da The Objective, testata spagnola di giornalismo investigativo.
Il “viceré”, come viene soprannominato, si trova al vertice dell’apparato di sicurezza di Rabat (dove agisce in sintonia con il monarca, molto meno debole di quanto si voglia far credere). È lì che è stata presa la decisione di allentare i controlli alla frontiera.
El Hamma è uno degli esponenti principali del Makhzen, il sistema di potere che ruota intorno al Palazzo reale e che ha in mano il Paese intero. Conosce Muhammad VI da quando era bambino. […] Nel primo decennio del Duemila, il “viceré” è stato numero due del ministero degli Interni. Nel 2008 fu uno dei fondatori del Pam, il Partito modernità e autenticità, fortemente filomonarchico.
Quando, nel 2011, ai tempi delle Primavere arabe, anche in Marocco i giovani scesero in piazza, gridavano i loro slogan proprio contro El Hamma, considerato il deus ex machina dell’oppressione. Diventato da allora ancora più discreto, ha mantenuto il suo potere, supervisor dei servizi segreti.
Secondo The Objective, la decisione di spingere quei migranti a Ceuta sarebbe dovuta alla volontà di screditare l’attuale premier Aziz Akhannouch, che è anche un facoltoso imprenditore e che ora si prende i rimproveri per non avere gestito il caos (in realtà deciso a tavolino). El Hamma vuole favorire il suo partito, il Pam, alle prossime elezioni legislative, previste a settembre, a scapito dell’Rni (Raggruppamento nazionale degli indipendenti), la formazione di orientamento liberale di Akhannouch.
Secondo fonti francesi, bene informate sul Makhzen, «El Hamma fa parte di un gruppo di personaggi ultranazionalisti che da una ventina d’anni rivendica la volontà di cancellare il passato coloniale e di restaurare in tutto e per tutto il potere del Marocco e la sua legittimità islamica».
Al seguito arriva la rivendicazione delle due exclave spagnole (Melilla, oltre a Ceuta) e della piena sovranità sul Sahara Occidentale (e Madrid, appunto, non si provi a “tradire” Rabat e ad appoggiare Algeri nel suo sostegno ai sahrawi, la popolazione autoctona del territorio).
Comunque, in ogni caso, El Hamma non ha fatto tutto da solo. Lui ha proposto ed eseguito. Ma il re ha dovuto approvare la manovra. Muhammad VI, pur smagrito e malato, sempre più assente e all’apparenza fragile, è ancora colui che regge le fila di tutto.
(da agenzie
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
I SONDAGGI CATASTROFICI: L’INDICE DI CONSENSO PER TRUMP È AL 32%: IL 60% DEGLI INTERVISTATI È CONTRARIA ALLA GUERRA IN IRAN, E OTTO AMERICANI SU DIECI NON CREDONO NELLA SUA CAPACITÀ DI PORTARE LA PACE. I DEMOCRATICI SAREBBERO IN VANTAGGIO DI OTTO PUNTI PER LE ELEZIONI DI MIDTERM A NOVEMBR
Non si era mai visto un presidente, tantomeno un presidente americano annunciare con
esattezza un’operazione militare, in questo caso un attacco «nel weekend», questo weekend, contro l’Iran. Non si dà un vantaggio del genere a un nemico che può studiare le contromisure necessarie.
Può essere che si tratti di un bluff tipico del giocatore di poker quale è Donald Trump e in questo caso non ci farebbe una bella figura ugualmente, perché accentuerebbe la sua immagine di Grande Bugiardo, di Rodomonte, di “Bomba” come da ragazzi si definivano il compagno che le sparavano troppo grosse.
Insomma, comunque vada sarà un insuccesso per un uomo che ha perso il tocco magico e più si agita più si avvita su se stesso, dunque sprofonda nel peggio che possa capitale a un leader: perché precipita nel senso del ridicolo. Trascinando a fondo anche chi aveva puntato su di lui ed è costretto a subirne la stessa sorte.
È il caso, quest’ultimo, il meno importante ma il più emblematico, di Gianni Infantino, il presidente del calcio mondiale. Il quale si era messo in testa la convinzione di essere intoccabile e dunque ha pensato bene di emulare il suo mentore nei comportamenti gradassi e nelle decisioni clamorose. Tipo quella di far entrare i privati in una nuova società destinata a organizzare il campionato Mondiale del suo sport. E aveva indicato in “Thrive Eternal” la società fondata da Joshua Kushner, fratello di Jared, il genero di Trump, come principale investitrice nel progetto. Lasciando intendere che Lui cioè Donald lo vuolEra talmente sgangherata l’idea da sollevare un’indignazione planetaria e indurre l’inquilino della Casa Bianca a smentire persino che fosse al corrente dell’iniziativa.
Lasciando il prode Gianni solo e nudo in pasto alla unanime riprovazione fino alla sconfessione plateale di se stesso, per cercare di salvare il salvabile, cioè la poltrona sulla quale è seduto. Ma il passo falso potrebbe costare all’Icaro italo-svizzero, la rovinosa caduta dopo la vertiginosa ascesa dovuta anche all’abitudine a fare da scendiletto ai potenti.
Donald Trump non poteva permettersi altri rovesci di popolarità dopo che i sondaggi lo inchiodano a una ben modesta realtà. L’ultimo in ordine di tempo, realizzato dal Quinnipiac Polling Institute, indica nel 32 per cento il suo indice di consenso e il 60 per cento degli intervistati è contraria alla guerra da lui scatenata contro gli ayatollah di Teheran.
Addirittura otto americani su dieci non credono nella sua capacità di portare la pace. Una ricerca nei cinque Continenti condotta dal Pew Research Center è ancora più impietosa: ovunque la sua immagine è impopolare e produce l’effetto di alimentare l’ostilità nei confronti degli Stati Uniti d’America.
(da “Domani”)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
IN QUESTA BOZZA SI TEORIZZA UN NUOVO PARTITO, IL PARTITO LIBERALE FEDERALISTA ITALIANO (PLFI)… SIAMO DI FRONTE ALLA NASCITA DI UNA NUOVA LEGA? RISPONDE FONTANA: ‘UN NUOVO PARTITO NON È ALL’ORDINE DEL GIORNO MA È NECESSARIO AVERE PIÙ CONFRONTO DENTRO E FUORI LA LEGA. E’ IL SEGNO DEL MALESSERE’…”
Il “partito” di Fontana Roma. Attilio Fontana vale un partito. Esiste uno Statuto che è arrivato ieri sulla scrivania del governatore lombardo, leghista. E’ una bozza elaborata da un giurista, che lo stesso Fontana ha visionato e che ha girato in una vecchia chat della Lega. In questa bozza si teorizza un nuovo partito, il Partito liberale federalista italiano (Plfi), un nuovo soggetto.
E’uno Statuto che si rifà a Gaetano Salvemini, al federalismo, e vuole favorire tre grandi aree federali. E’ chiaramente il sogno di chi vuole altri spazi oltre alla Lega. Si prevede un presidente, un segretario nazionale. Siamo di fronte alla nascita di una nuova Lega? Risponde Fontana, al Foglio. Presidente, sta pensando di fondare il Plfi? Di cosa si tratta? “Un nuovo partito non è all’ordine del giorno ma è necessario avere più confronto dentro e fuori la Lega. E’ il segno del malessere”.
E’ Fontana il rifugio degli scontenti.
(da “il Foglio”)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
IN PIANURA PADANA TRE IMPIANTI A GAS SI SONO DOVUTE FERMARE E QUATTRO HANNO LIMITATO LA POTENZA – IN FRANCIA E IN UNGHERIA L’ATTIVITA’ DI ALCUNI REATTORI ATOMICI E’ STATA RIDOTTA – SITUAZIONE CRITICA ALLA CENTRALE NUCLEARE DI CERNAVODA, IN ROMANIA. L’IMPIANTO COPRE QUASI IL 20% DEL CONSUMO DI ENERGIA DEL PAESE…
Salgono sempre di più le temperature in Europa e si surriscalda la crisi energetica, con una
produzione più bassa e prezzi dell’elettricità che si impennano. Il paragone non è simbolico. Il grande caldo e la siccità che ne consegue sta impattando fisicamente sulla generazione elettrica e questo perché l’abbassamento dei livelli dei grandi fiumi — il Po in Italia e il Danubio nell’Europa centro-orientale — sta costringendo alcune centrali elettriche raffreddate ad acqua allo stop.
Così sta accadendo in Pianura Padana, dove tre impianti a gas sono fermi e quattro hanno dovuto limitare la potenza, e così è in Francia e in Ungheria per i reattori atomici. Ma è in Romania che la situazione è più grave. La portata del Danubio è scesa tra i 1.550 e i 1.600 metri cubi al secondo, un valore quasi tre volte inferiore rispetto alla media stagionale.
Dopo aver chiuso una settimana fa il primo reattore della centrale nucleare di Cernavoda, ieri il governo ha tentato un intervento eccezionale: la Marina militare ha fatto esplodere una roccia nel punto in cui il Danubio si divide per deviare il flusso d’acqua verso la centrale allo scopo di mantenere in funzione il secondo reattore e avere almeno una produzione elettrica parziale.
Cernavoda copre quasi il 20% del consumo di energia del Paese. Bucarest ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale fino al 31 agosto e ha avviato trattative con Ucraina, Bulgaria e Grecia per importare energia e gestire i picchi di consumo.
I riflettori sono puntati anche sul nostro Paese, dove il Po ha raggiunto un livello di severità idrica «alto», come ha comunicato l’Osservatorio Permanente sugli utilizzi idrici coordinato dall’Autorità di Bacino Distrettuale del fiume Po. Alcune centrali sono state fermate, come era già successo nell’estate del 2022. A causa della minore capacità di produzione nazionale e di una minore importazione di energia da Paesi che in genere sono nostri fornitori — Francia e Svizzera — la tensione si riflette sui prezzi. […]
C’è un indicatore in particolare che ieri ha evidenziato lo stress sul mercato elettrico italiano ed è il cosiddetto «Clean spark spread» che misura la differenza tra il prezzo medio giornaliero (Pun) e il costo standard medio di produzione di una centrale a ga
«L’indicatore — spiega Giulio Bettanini, esperto di mercati elettrici — è pubblicato dall’Arera e oggi (ieri, ndr), questo spread è di 50,5 euro al megawattora, un valore vicino al record».
Allarme anche in Francia, a causa delle temperature prolungate oltre i 40 gradi che hanno causato il surriscaldamento dell’acqua in alcuni fiumi come il Rodano, la Garonna e la Mosa. Edf ha dovuto fermare tre reattori nucleari sui 57 esistenti, il che significa una perdita di potenza disponibile di circa il 15% del totale.
E per lo stesso motivo in Ungheria la centrale nucleare di Paks, che fornisce quasi la metà dell’elettricità del Paese, è stata fermata completamente per un problema di scarsità di acqua del Danubio.
I grandi consumatori industriali rischiano l’interruzione della fornitura elettrica. Diverse aziende, tra cui Mercedes e Suzuki, hanno annunciato l’intenzione di risparmiare energia negli stabilimenti produttivi.
(da “Corriere della sera”)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
TRA I NOMI ANCHE UN COMPONENTE DELLA SOCIETA’ STRETTO DI MESSINA SPA
Ci sarebbe stato tempo fino a dicembre 2026 ma il Consiglio superiore dei lavori pubblici è stato rinnovato proprio adesso, mentre è chiamato a pronunciarsi su uno dei passaggi più delicati del progetto Ponte sullo Stretto.
Matteo Salvini ha emanato un decreto ministeriale il 6 luglio, salvo poi ritirarlo e firmarne un altro undici giorno dopo. Tra i nomi, che fanno parte del comitato, anche un componente del comitato scientifico della società Stretto di Messina Spa, Mauro Dolce, professore di tecnica delle costruzioni all’università di Napoli Federico II, e un iscritto al comitato Ponte Subito, Giuseppe Roberto Tomasicchio, professore di costruzioni idrauliche e marittime presso l’università del Salento.
Non certo due figure ostili all’opera. «È un blitz inaccettabile», denuncia il co-leader di Avs, Angelo Bonelli, facendo riferimento alla volontà di Salvini di condizionare il responso.
Le date, per capire la vicenda, sono importanti. A giugno il ministro dei Trasporti e l’amministratore delegato della società Pietro Ciucci hanno comunicato che l’iter approvativo del ponte sarà completato entro la fine di questa estate, potendo così avviare la fase realizzativa nell’ultimo trimestre dell’anno.
Un mese dopo l’annuncio, l’intera struttura chiamata a dare il parere è stata rivoluzionata. Diversi nomi sono stati confermati, altri invece, tra cui Dolce e Tomasicchio, sono al loro debutto, alle prese con il Ponte sullo Stretto.
Fanno parte del comitato, come previsto, componenti del Consiglio di Stato, della Corte di conti, dell’avvocatura dello Stato, del Consiglio degli ingegneri, degli architetti e dei geologi. E poi ci sono, sempre tra i componenti effettivi, professori universitari.
Il progetto del Ponte sarà quindi esaminato dall’Assemblea generale del Consiglio superiore dei lavori pubblici, mentre il parere tecnico verrà predisposto dalla Commissione speciale dell’organismo, chiamata a valutare gli approfondimenti richiesti dopo le osservazioni formulate dalla Corte dei conti e recepite dal ministero e dalla società Stretto di Messina.
In base al decreto, il Consiglio dovrà esprimersi non sull’intero progetto ma su alcuni aspetti tecnici specifici di quest’opera come sulle altre. E per quanto riguarda il ponte si parla di sicurezza, durabilità del sistema di sospensione, verifiche geotecniche e sismiche nell’area dello Stretto, ma anche stabilità rispetto alle sollecitazioni del vento e valutazione degli impatti ambientali. Il parere rappresenta uno degli ultimi passaggi tecnici prima del nuovo esame del progetto da parte del Cipess e del successivo controllo della Corte dei conti. «Invieremo questi atti agli organismi competenti ma Salvini dovrà rispondere in aula alla mia interrogazione che ho già presentato su questo conflitto d’interesse», annuncia Bonelli che dà appuntamento al ministro delle Infrastrutture e trasporti al question time in programma domani alla Camera.
«Di fronte alla crisi economica, sociale il governo Meloni vuole spendere 14,5 miliardi di euro senza nemmeno dare le opportune garanzie e di fronte ad un’inchiesta per corruzione», sottolinea il co-leader di Avs ricordando che «già con la commissione Via, quella che si occupa di valutazione dell’impatto ambientale, abbiamo assistito al cambio dei membri della commissione una settimana dopo aver emesso il parere sul ponte. Ci troviamo di fronte ad un film già visto, un brutto film».
Il parere della commissione Via era stato favorevole, ma erano state inserite prescrizioni ambientali e di salvaguardia del territorio, ma il ministero guidato da Salvini non aveva gradito.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
ORMAI E’ UN PATETICO JUKE-BOX CHE SCIORINA FUMO NEGLI OCCHI
Io ve lo buco ’sto Schengen. Con vivo sprezzo del pericolo, Giorgia Meloni ha sospeso il
Trattato di Schengen con la Spagna. Evidentemente è convinta che Ceuta confini con Ventimiglia, oppure che i migranti possano volare. Questa decisione, oltre a dimostrare che la Meloni e i suoi andavano a comprare il chinotto quando a scuola insegnavano Geografia, ha ottenuto pure il mirabile risultato di sfasciare i rapporti con la Spagna, che nel frattempo ha fatto più rimpatri in un giorno che questo governo di brodi in 4 anni.
Tajani über alles. Sempre in prima fila quando c’è da sbagliare tutto, il poro Tajani ha voluto nuovamente dimostrare la sua totale inadeguatezza politica. Intervistato a margine della Versiliana, alla domanda (perculeggiante) se avessero trovato anche solo un migrante proveniente da Ceuta ai controlli, ha risposto balbettando “ancora no”, aggiungendo poi che è comunque importante controllare. E tutto questo sempre con l’espressione di chi ha appena fatto una puzzetta in ascensore e subito dopo si sono aperte le porte, con quattro persone che entrano e scoprono il pestilenziale arcano.
Frigna Delmastro. Fino al fattaccio con gli intonsi Caroccia, Delmastro amava fare il bullo, il figo (??) e il macho (???). Poi ha abbassato la cresta. Nei giorni scorsi gli è stata attribuita la seguente frase: “Non sono indagato e ho lasciato. Questo non basta ancora?”. Detto che Delmastro non ha mai “lasciato”, ma è stato sbattuto fuori a calci dopo avere straperso il referendum sulla giustizia: no, “non basta ancora”. Non sei indagato e dici di non avere nulla da nascondere. Perfetto: mostra un po’ di coraggio, smetti di frignare e mostraci le chat!
Donzelli bulletto. “Chi trova un amico trova un tritolo”: così parlò Donzelli. Le matte risate. Peraltro anche solo a guardarlo in faccia, verrebbe da pensare che il tritolo lo usa casomai Donzelli al mattino, quando prova (senza esito) a pettinarsi. Donzelli, nella vita, ha un’unica missione: far rimpiangere financo Gasparri.
Le chat non te le do. Negando l’accesso alle chat per salvare l’esimio collega, Fratelli d’Italia e la maggioranza impediscono ai pm di approdare alla verità. Un fatto di per sé gravissimo, reso ancor più vomitevole se attuato da una destra che si dice legalitaria ed erede di Borsellino.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’INTERNAZIONALE CRIMINALE SOVRANISTA SI APPRESTA A PRENDERE IL CONTROLLO DELL’EUROPA CON LO SCOPO DI ELIMINARE LO STATO DI DIRITTO E LA DEMOCRAZIA NEL CONTINENTE CHE HA SOFFERTO I MASSCRI DEL NAZIONALISMO RAZZISTA
L’Italia di Alcide De Gasperi fu tra i paesi fondatori della «nostra patria Europa». L’Italia di Giorgia Meloni è, e sarà ricordata se tornerà a vincere le elezioni, come il paese guida della fine dell’Unione europea come l’abbiamo desiderata e fino a un certo punto ottenuta, ovvero quella «patria Europa» di De Gasperi.
Come una tigre che allunga gli artigli sulla preda, la nostra presidente del Consiglio ha attaccato la Spagna non appena se n’è presentata l’occasione. Il governo spagnolo a guida socialista, aggredito da congiunture internazionali per nulla casuali, si trova ad affrontare, da solo, una crisi durissima originata dai cancelli aperti dal governo del Marocco verso l’enclave spagnola ed europea di Ceuta.
La reazione immediata di Donald Trump, di riconosciuta simpatia per il governo marocchino e di offese esplicite a Pedro Sánchez, ha dato il la alle danze della destra. A Trump il re Mohammed VI ha pochi giorni fa dedicato la nuova autostrada di più di mille chilometri, considerata una delle principali infrastrutture realizzate dal Marocco, che aspira a diventare una piattaforma commerciale tra i mercati europei e le economie emergenti dell’Africa occidentale. Il Marocco si è posizionato con chiarezza con Trump e con gli europei vicini a lui.
Si era appena letto il messaggio di Trump contro la Spagna, e subito Meloni ha scatenato la sua guerra, quella dei confini, quasi che Ceuta fosse vicina ad Anzio. E se, quando a Lampedusa arrivarono 7mila migranti, lei portò Ursula von der Leyen a sostenere la vittima dei trafficanti di uomini, ora la leader di via della Scrofa decide di mettere la Spagna fuori Schengen, e dei trafficanti di uomini a Ceuta se la ride. Per via aerea e marittima, per un mese, chi arriva in Italia dalla Spagna dovrà passare i controlli sui documenti, come nessun altro cittadino dei paesi dell’Unione. Ceuta non si trova sulle coste europee. Eppure quell’avamposto è stato dichiarato un pericolo nazionale per l’Italia.
Chi non si rende conto che quell’avamposto è in effetti l’avamposto di una guerra politica che mira a eliminare il governo socialista spagnolo, l’unico che stona ormai nell’Europa delle destre più anti liberaldemocratiche che il continente abbia mai conosciuto dal 1957, anno del Trattato di Roma. L’Europa dell’internazionale nera (un sistema di legami ideologici che si avvale di tanti soldi e di una potenza informatica di propaganda e fake news molto ben oliati) si appresta a riprendere il continente, paese per paese, con uno scopo assai chiaro: finirla con il progetto che porta il nome di Altiero Spinelli (già sbeffeggiato in Parlamento da Meloni) e che ha avuto come obiettivo quello di dare solidità allo stato di diritto e alla democrazia nel continente dove si sono sofferti i massacri più terrificanti nel nome del nazionalismo razzista. E la Spagna è il capro espiatorio.
Non possiamo non andare con la mente alla caduta della Repubblica spagnola, quella che in tre anni, dal 1936 al 1939, ha visto i regimi nazifascisti del continente, con Mussolini in testa e più attivo di Hitler, direttamente impegnati a cambiare il regime a Madrid. A novant’anni dall’inizio della guerra civile spagnola, siamo qui a temere che anche oggi sul fronte occidentale si giochi la nostra partita per la libertà. Allora, la fine della Guerra civile spagnola coincise con l’inizio della Seconda guerra mondiale. E l’Italia ebbe un ruolo fondamentale e malefico.
L’attacco di Meloni contro la Spagna, come quello di Mussolini. Con le dovute differenze, enormi, in questione c’era e c’è un nuovo ordine europeo: ora come allora. Anche per questo, non può non provocare un senso di rivolta morale e politica il comportamento codino tenuto dalla dirigenza della Commissione, che si sta, a quanto pare, preparando ai nuovi governi di destra in Francia e in Germania, con l’ipotesi della riconferma meloniana alle prossime elezioni italiane.
Tutto pronto per l’Europa della destra. Nel nome della remigrazione, e della ricostruzione nazionalista cristiana e bianca, del riarmo per rilanciare l’economia. Sinistri similitudini con un passato che non passa.
Le forze democratiche devono comprendere questo tempo e questo rischio. Non c’entra proprio nulla, oramai, la distinzione tra riformisti e non riformisti. La distinzione è solo una come la posta in gioco: tra democrazia liberale, ovvero costituzionale, e autoritarismi plebiscitari; tra pluralismo nella libertà e autoritarismo consensuale. Non si tratta di una lotta tra leader per le primarie, assai fuori tempo e luogo. Si tratta di un’azione collettiva e collegiale che sappia finalmente andare oltre le bagatelle tra i leader.
(da editorialedomani.it)
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