Ottobre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
MICHELE SERRA: “IL CARNEFICE PUÒ SOSTENERE CHE È L’ALGORITMO A SELEZIONARE IL BERSAGLIO, A CALCOLARE QUANTE SONO LE VITTIME COLLATERALI TOLLERABILI – TUTTE LE STRAGI MILITARI HANNO SEMPRE AVUTO COME ALIBI INDIVIDUALE LA FRASE “HO SOLO OBBEDITO AGLI ORDINI”. MA SE GLI ORDINI NON LI DÀ UN GENERALE MA UN PROBLEM SOLVER DIGITALE, PUOI ANCHE FARTI L’IDEA CHE SEI LÌ SEMPLICEMENTE PER REALIZZARE UN PUNTEGGIO”
La notizia che il docufilm Naza mette a fuoco è che le pratiche di sterminio possono contare su un salto di qualità tecnologico e al tempo stesso psicologico. Il carnefice non solo uccide a distanza […] Ma può anche sostenere […] che non è lui, ma l’algoritmo a selezionare il bersaglio, a calcolare quante sono le vittime collaterali tollerabili (e l’algoritmo ne prevede tante), a liquidare la carneficina come atto necessario di un “progetto” che ha come fine la messa in sicurezza della propria tribù: e le altre tribù […] sono solo problemi da neutralizzare.
Tutte le stragi militari hanno sempre avuto come alibi individuale, per sgravare la coscienza di un peso insostenibile, la frase “ho solo obbedito agli ordini”. Ma se gli ordini non li dà un generale sanguinario, ma li dà un problem solver digitale, la cui programmazione umana perde visibilità mano a mano che il sistema guadagna autonomia, puoi anche farti l’idea, davanti al tuo video, che sei lì semplicemente per realizzare un punteggio.
Questo dicono, in buona sostanza, tutti o quasi gli intervistati di Naza: che […] è un’indagine dentro i pensieri e i sentimenti di chi, in Israele, ha allestito una macchina di sterminio, ucciso bambini, donne, persone innocenti, e lo ha fatto quasi in automatico, con la souplesse terribile che la tecnologia consente. La guerra è da sempre una macchina. I soldati ne sono solamente i pezzi di ricambio. La disumanizzazione del nemico, che diventa solo un bersaglio da incenerire, era bene espressa già a Dresda, già a Hiroshima, […] Ma è sulla disumanizzazione del carnefice che Naza aiuta a riflettere.
Michele Serra
per “la Repubblica”
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Ottobre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SOLO IL 44% DELLA “GENERAZIONE Z” PENSA CHE LO SMARTPHONE SIA UN ELEMENTO POSITIVO – SONO I DATI DEL DOSSIER DI SWG – IL 69% DEGLI INTERVISTATI VORREBBE CHE FOSSE IMPOSTO IL LIMITE DEI 16 ANNI PER L’ACCESSO AI SOCIAL
Per quasi un italiano su tre lo smartphone ha peggiorato la propria vita. C’è di più. Dal
2023 la quota degli insoddisfatti è passata dal 17 al 31 per cento. I giudizi positivi restano più numerosi, ma perdono terreno. E fra i millennial prevalgono quelli negativi. I più favorevoli sono i baby boomer : per il 55 per cento lo smartphone ha migliorato la vita, contro il 44 della Generazione Z.
È la foto scattata da «Minori e digitale, rischi e regole», il dossier Swg per la Fondazione Barbara Berlusconi, realizzato con un sondaggio online su un campione di 1.200 maggiorenni italiani.
Per il libero accesso ai social, invece, il 69 per cento aspetterebbe almeno i 16. Quasi altrettanti ritengono giusto attendere quella soglia anche per dialogare da soli con un chatbot di intelligenza artificiale. Fra i modelli proposti, il 55 per cento sceglie quello australiano: niente profili social prima dei 16 anni e piattaforme chiamate a far rispettare il limite. L’accesso graduale, con restrizioni e supervisione dei genitori prima dell’autonomia, convince circa un terzo degli intervistati.
Gli italiani vorrebbero intervenire anche su come funzionano le piattaforme: impedire agli sconosciuti di contattare direttamente il profilo di un minorenne, rendere privati i profili fin dall’apertura, limitare i meccanismi che favoriscono lo scorrimento infinito e l’uso eccessivo. La prima misura raccoglie il consenso dell’81 per cento.
Ma anche i divieti possono avere un costo: il 45 per cento teme almeno una conseguenza negativa. Tra le preoccupazioni indicate ci sono le difficoltà nel socializzare e le minori opportunità di apprendimento. E per quasi quattro su dieci, proteggere troppo i ragazzi può impedire di imparare a gestire i rischi del web.
Alla domanda su chi debba rendere più sicura l’esperienza digitale dei minori, gli intervistati indicano anzitutto i genitori, prima ancora delle piattaforme, delle istituzioni e della scuola. Per il 76 per cento, qualunque regola si scriva, la tutela dipenderà soprattutto dall’educazione digitale ricevuta.
(da “Corriere della Sera”)
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Ottobre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
MIGLIAIA LE PERSONE ARRIVATE SIA DALL’ITALIA CHE DALL’ESTERO, CON FORTE RICADUTA SULL’INDOTTO (ALBERGHI, RISTORANTI ED ESERCIZI COMMERCIALI)
Il Porto Antico di Genova come l’arena di un festival internazionale di elettronica in occasione dell’esibizione di Novah, dj-set organizzato come evento collaterale al Salone Nautico. Il concerto, a ingresso gratuito, fortemente voluta dall’amministrazione comunale e realizzata con il sostegno economico di Iren, ha richiamato una folla numerosa e variegata. Alla fine della serata i partecipanti sono stati stimati in oltre 40mila persone
Un fiume di persone ha iniziato a riempire il Porto Antico già a partire dalle 16, cercando di accaparrarsi un posto il più vicino possibile al palco allestito in piazzale Mandraccio. C’è chi è arrivato da Torino con il pullman, chi da Treviso, chi da Napoli, chi dall’estero.
Gruppi di amici, coppie, famiglie: l’età media è variegata, si va dai giovanissimi ai quarantenni nostalgici del clubbing che hanno approfittato del l’occasione per ascoltare Novah dal vivo. Sventolano bandane, t-shirt e bandiere della pace, scattano selfie e abbracci in attesa che la serata entri nel vivo e arrivi la star belga.
Quando arriva, poco dopo le 19, è accolta da applausi e urla: lei saluta e sorride, quasi timida, camminando diretta verso il palco, ma quando sale in consolle si scatena: salta, scuote la testa, mette e toglie le cuffie e alza le braccia al cielo mentre il palco ruota a 360 gradi affacciandosi su ogni lato di piazzale Mandraccio.
Due i varchi da oltrepassare per raggiungere il palco, tutti presidiati da addetti alla sicurezza. Massiccio il dispiegamento di forze dell’ordine intorno all’area del porto antico, più ampia rispetto alla piazza Matteotti di Charlotte de Witte.
L’arrivo della sindaca Silvia Salis
Poco prima delle 19 a salutare la folla è arrivata anche la sindaca di Genova, Silvia Salis: abbracci, cori e selfie con i giovani in piazza. “Credo che questo evento, nell’ambito di quelli che abbiamo voluto per il Fuori Salone, arricchisca l’offerta del Salone Nautico stesso, aprendosi ad un pubblico diverso – ha detto la prima cittadina – ci sono tanti giovani ovviamente, ma la piazza è per tutto. Ho un sogno, che le persone nel mondo vedano Genova come un laboratorio creativo, dove si può fare cultura anche in maniera inedita”
Arrivano da tutta Italia i giovani e meno giovani che il potere della musica elettronica ha saputo, ancora una volta, unire in piazza. Ci sono Gloria e Pietro, 27 e 34 anni, che hanno dormito in van in autogrill viaggiando da Trento, approfittandone per visitare Genova. Fabiana arriva da Roma, con la maglia Musical Angel e per lei è la prima volta in città, ha scelto di trascorrere qui un weekend lungo. Ma poi i più giovani arrivano in gruppo anche da Treviso, da Milano, da Torino. In prima fila – alcuni persino già dall’una del pomeriggio – ci sono anche i genovesi, entusiasti già dopo l’evento di Charlotte De Witte, perché «la città sta cambiando, è bello finalmente vedere degli eventi per noi giovani mentre prima non c’era nulla». C’è anche Dj Oscar, 70 anni e non sentirli, assieme a Antonella, entrambi felici di vedere tanti ragazzi ballare in piazza. «Suono da 15 anni, prima facevo house, ora sto sperimentando altri generi. Apprezzo De Witte e Novah, che sono delle dj emergenti ed è bello vedere così la nostra città». Qualcosa è cambiato nella loro “Genova”, lo pensano Valentina e Fabio, mentre ballano a tempo di musica. Lo pensa Ilenia, 21 anni, nata qui ma trapiantata a Modena anche se constata con una punta di rammarico che molti coetanei arrivino da altre città italiane.
Dj donna, bandiera di emancipazione in una scena prettamente maschile, un live gratuito aperto a tutti, una piazza simbolo, un orario pomeridiano per far vivere a chiunque voglia l’esperienza, tutto come avviene nelle grandi capitali europee: gli ingredienti di de Witte e Novah sono gli stessi e possono diventare un marchio di fabbrica. «Vengo da Torino – dice Marta Sica, 32 anni – sono qui con il mio ragazzo, ci facciamo il weekend a Genova. Eravamo già stati all’evento con de Witte e siamo felici di essere tornati qui perché a Genova c’è la percezione che, da tempo, stia succedendo qualcosa sul fronte musicale».
Novah ha ringraziato la città via Instagram. “This was insane! Che community fantastica, la vostra energia era pazzesca. Grazie di cuore”.
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Ottobre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LA MANO TESA A RENZI E ONORATO, LE CRITICHE AL GOVERNO MELONI, LE PROPOSTE SU IMMIGRAZIONE E SICUREZZA
Franco Gabrielli, da tempo si parla di una sua discesa in campo.
Ha deciso?
«Sì, ho deciso. Avrei potuto aspettare la nascita di un governo che mi affidasse magari qualche incarico. Ma non è questo che mi interessa. Credo sia più importante impegnarsi in prima persona nella costruzione di una nuova idea di Paese».
Quindi fonda un partito da solo?
«No. Non mi avventurerò in solitaria ma accompagnerò un progetto già in cammino: quello di Ernesto Maria Ruffini».
Perché?
«Perché vi ho riconosciuto valori molto vicini ai miei. Lo faccio senza chiedere ruoli o garanzie: prima viene il progetto, poi il resto».
Ci aiuti a capire meglio. Qual è la sua storia politica?
«Dai 14 ai 24 anni ho militato nel Movimento giovanile della Democrazia cristiana, arrivando a responsabilità nazionali. Era la Dc della primavera di Benigno Zaccagnini Poi scelsi un altro modo di servire il Paese».
E divenne funzionario di polizia.
«Per trentotto anni ho lavorato nelle istituzioni, avendo come faro l’articolo 54 della Costituzione: disciplina e onore. Torno alla politica con la stessa idea di servizio che ha accompagnato tutta la mia vita pubblica».
Ma lei è stato a lungo capo della polizia. Sa un sacco di cose su un sacco di italiani. Questo non rappresenta un problema?
«No. Le informazioni conosciute nell’esercizio di una funzione pubblica non appartengono alla persona che ricopre quell’incarico; appartengono allo Stato e restano protette dalla legge e dal dovere di riservatezza. Quel dovere non scade quando termina una funzione«.
Siamo il Paese dei dossieraggi…
«Non li ho mai praticati e non fanno parte della mia cultura istituzionale. Semmai credo che ai cittadini possa interessare avere persone con esperienza e competenza. E la mia esperienza non si esaurisce nella polizia: comprende la protezione civile, l’intelligence, la gestione delle emergenze e il funzionamento concreto della macchina pubblica».
La vostra scelta è nell’ambito del centrosinistra?
«Sì, senza ambiguità. La nostra collocazione è nel centrosinistra, con l’ambizione di renderlo più largo, credibile e capace di governo. Non una somma di sigle unite contro qualcuno; un’alleanza costruita attorno a un’idea del Paese».
A lungo la politica italiana è stata governata dal centro: cattolici, liberali, moderati. Oggi, anche in Italia, si vota per le estreme. Che cos’è accaduto?
«È il segno di uno smarrimento profondo. Di fronte a una realtà sempre più complessa, impaurita, diseguale, molte persone cercano risposte semplici. E gli estremi sembrano più radicali perché parlano in modo categorico. Ma spesso scambiano la radicalità con l’estremismo e la nettezza con la semplificazione».
Sì, ma cosa si può fare per invertire la tendenza?
«Si può essere moderati nel metodo e radicali negli obiettivi. Radicali significa andare alla radice delle disuguaglianze, della precarietà, dell’insicurezza; moderati nel metodo significa cercare confronto, mediazione e condivisione. Dobbiamo parlare un linguaggio di verità e proporre cose concrete, comprensibili e realizzabili. Avendo due riferimenti: la Costituzione come metodo, e l’uguaglianza come traguardo».
Il centro ha molti generali, ma poche truppe. Come contate di radicare il nuovo partito?
«Non credo ci servano molti generali. Ci servono persone disposte a partecipare e a lavorare […] Più Uno è nato attraverso comitati e occasioni di confronto. Ora la sfida è trasformare questa partecipazione in una comunità politica stabile. Le “truppe”, come le chiama lei, arrivano quando le persone riconoscono un progetto credibile».
Chi ci sarà, oltre a Ruffini e a lei? Vi alleerete con Onorato?
«Ci saranno innanzitutto le persone che hanno accompagnato Ernesto Ruffini nella costruzione di Più Uno. Con Alessandro Onorato e con le altre esperienze civiche e riformiste il confronto è non soltanto possibile, ma utile. Includere però non significa mettere insieme tutto e il contrario di tutto».
In concreto: il centro si fa con o senza Renzi?
«Non credo nei veti. Matteo Renzi da tempo dichiara di volersi collocare nel centrosinistra. Questo dato non può essere ignorato».
Ma è affidabile?
«Se compilassimo per ciascuno una graduatoria retrospettiva di affidabilità, non riusciremmo neppure a sederci attorno a un tavolo. Quel che conta è la disponibilità ad assumere oggi impegni chiari».
Calenda può essere recuperato?
«Carlo Calenda ha una propria identità, che ha difeso con coerenza, e su molte questioni sostiene posizioni nette. Su altre esistono differenze, pure rilevanti. Spetterà a noi costruire una proposta tanto interessante da interpellare anche lui e il suo elettorato».
Che giudizio dà del governo Meloni?
«La stabilità è un valore; ma è uno strumento, non un risultato politico in sé. La storia italiana ci ricorda che negli anni 70, con governi molto più brevi e fragili, furono approvate riforme che ancora oggi segnano la vita della Repubblica. Il governo Meloni ha avuto tempo, numeri parlamentari e una leadership indiscussa. Eppure molte delle promesse su cui aveva costruito il consenso non sono state realizzate, o hanno prodotto risultati molto inferiori agli annunci».
A cosa pensa?
«All’immigrazione, alla sicurezza, alla pressione fiscale, alle pensioni, alle grandi riforme istituzionali».
Il Campo largo deve fare le primarie?
«Le primarie possono essere uno strumento utile, ma bisogna rispettare l’ordine delle cose. Prima si costruiscono un programma condiviso, un perimetro politico e regole comuni. Poi eventualmente si chiede ai cittadini di scegliere Sarebbe un suicidio organizzare le primarie come una conta tra partiti».
Se si faranno le primarie, il centro avrà un suo candidato?
«Ruffini ha dato la propria disponibilità a partecipare. Ma la candidatura deve essere al servizio di un progetto; non può essere il progetto costruito al servizio di una candidatura».
Per il momento l’unica forza che cresce è quella del generale Vannacci. Come se lo spiega?
«Il successo di Vannacci è anche la dimostrazione del fallimento del governo, soprattutto sui temi dell’immigrazione e della sicurezza. Vannacci dice oggi molte delle cose che Giorgia Meloni diceva quando era all’opposizione. Ma un conto è spararle grosse dall’opposizione; un altro è governare fenomeni complessi».
La sicurezza è stata per decenni il suo mestiere. L’Italia è davvero un Paese insicuro?
«L’Italia è, soprattutto per i reati violenti, uno dei Paesi più sicuri. Al contrario i reati che più colpiscono la percezione, come i reati da strada — rapine e borseggi —, sono aumentati. Ma la sicurezza non può essere raccontata soltanto attraverso le statistiche».
Cioè?
«Se una persona ha paura di attraversare una stazione, di prendere un mezzo pubblico la sera o di vivere nel proprio quartiere, non possiamo liquidarla spiegandole che i dati nazionali sono rassicuranti. Le paure non vanno né alimentate né negate: vanno comprese e governate».
Ma come spiega allora questo allarme?
«È cambiata la società. È più fragile, più impoverita, più sola, quindi più esposta alla paura. A tutto questo la politica risponde troppo spesso utilizzando l’insicurezza anziché governarla».
Lei cosa propone?
«Tenere insieme due azioni: contenere gli effetti, attraverso un controllo del territorio più efficace, visibile e coordinato; e rimuovere le cause, intervenendo su degrado, marginalità, dipendenze, precarietà, mancata integrazione. La sicurezza è una funzione di polizia; non è mai soltanto un problema di polizia».
Sull’immigrazione qual è la vostra linea?
«L’immigrazione deve essere governata come un fenomeno unitario. Servono flussi legali adeguati alle esigenze del Paese, procedure rapide per riconoscere chi ha diritto alla protezione, rimpatri effettivi per chi non ha titolo a restare, una seria politica d’integrazione».
E sull’Ucraina? È giusto continuare ad armarla?
«L’Italia ripudia la guerra di conquista, non il diritto di un popolo a difendersi».
Quindi?
«Ritengo giusto continuare a sostenere l’Ucraina, anche sul piano militare, affinché possa difendersi. Naturalmente la pace e la diplomazia devono tornare ad avere il primato. Ma la pace deve fermare la guerra, senza premiare l’aggressione».
(da Corriere della Sera)
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Ottobre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LA SEGRETARIA DEM E’ CONVINTA CHE TUTTO FACCIA PARTE DI UNA STRATEGIA DI PEPPINIELLO ENTRATO IN MODALITA’ PRIMARIE E PRONTO A METTERE UN DITO NEGLI OCCHI A ELLY OGNI VOLTA CHE SE NE PRESENTI L’OCCASIONE PER ROSICCHIARE CONSENSI E PEZZI DI ELETTORATO PD… SCHLEIN SI BLINDA. ALL’ASSEMBLEA DEL 18 VERRÀ STABILITO CHE IL CANDIDATO DEM SARÀ SOLTANTO LA LEADER, CON BUONA PACE DELL’ALA RIFORMISTA CHE PUNTAVA SU GIORGIO GORI
Nessuna sorpresa. Al Nazareno, alle sortite di Giuseppe Conte, sono ormai abituati. Non è un caso se l’altra sera, nel corso della segreteria-fiume, Elly Schlein a un certo punto si è raccomandata: «Non cediamo alle provocazioni».
Pur senza nominarlo, era chiaro con chi ce l’avesse: con il capo del M5S, entrato da tempo in modalità primarie, al contrario di quanto vorrebbe far intendere l’ultima allusione a fantomatici nomi terzi. E perciò pronto a metterle un dito negli occhi ogni volta che se ne presenti l’occasione. Convinto — è questa l’opinione diffusa nei ranghi democratici — che gutta cavat lapidem: goccia dopo goccia riuscirà a sgretolare il fortino del Pd, conquistarne pezzi di elettorato e farsi incoronare, lui, candidato premier del campo progressista ai gazebo, grazie ai voti sottratti alla segretaria.
Una strategia. Da ignorare pubblicamente, evitando commenti a caldo per non avvalorare la tesi di uno scontro permanente tra partiti in teoria fratelli, in pratica coltelli. Ma da respingere con fermezza al momento opportuno.
tutto è pronto per l’investitura ufficiale. «Tiriamo dritto», è l’ordine di scuderia: «Elly correrà alle primarie e le vincerà». Previa modifica statutaria per allungare il mandato della segretaria (in scadenza a marzo), da approvare nell’assemblea nazionale convocata per il 18 ottobre. Dove verrà anche stabilito che il candidato dem sarà soltanto la leader, con buona pace dell’ala riformista che puntava su Giorgio Gori.
Fatto sta che l’uscita di Conte sul possibile federatore finisce per irritare persino la minoranza. Decisa ad avanzare in direzione una serie di obiezioni sul programma: a chiedere cioè se il Pd ne ha uno, se sì quale e chi lo ha scritto; ché se ancora non ce l’ha, è bene sapere chi se ne occuperà, aprendo al contributo di tutti ed evitando di inseguire pure su quello il junior partner progressista.
Ma al tempo stesso intenzionata a respingere la controffensiva dell’avvocato: «Mi pare che la disponibilità pelosa di Conte sul nome terzo sia un modo per denigrare la nostra segretaria», attacca il senatore Filippo Sensi.
«Cosa ci sta dicendo? Che lui sarebbe pronto a un passo indietro e che sarebbe Schlein a volere a tutti i costi le primarie perché vuole a tutti i costi palazzo Chigi», ricostruisce l’esponente riformista. «L’ennesima, spregiudicata strambata per appiccicarle addosso l’immagine famelica di chi agisce solo per tornaconto personale», taglia corto. «Una manovra per screditare la sua disponibilità a correre in una competizione leale tra alleati». Chiaro il messaggio: se c’è da sbarrare la strada all’ex premier giallorosso, il Pd — ala critica inclusa — è compatto. Su tutto ci si potrà dividere, ma su questo mai.
(da agenzie)
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Ottobre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LA FRASE SAREBBE STATA PRONUNCIATA NEL CORSO DI UN APPUNTAMENTO ELETTORALE MELONIANO CHE SI SVOLSE IL 19 SETTEMBRE 2025 A MONTESCUDAIO, IN PROVINCIA DI PISA… I MAGISTRATI SI SONO ATTIVATI DOPO UN ESPOSTO PRESENTATO DA QUATTRO ESPONENTI LOCALI DI FDI
Quella frase, «Viva la razza bianca», la consigliera regionale di Fratelli d’Italia Marcella
Amadio, livornese, l’avrebbe pronunciata più di un anno fa durante una cena di partito a Montescudaio (Pisa).
E ora quelle quattro parole le sono valse un decreto penale di condanna a 1.500 euro emesso dalla giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Livorno Sara Merlini.
Nel decreto, la gip ritiene corretta «la qualificazione giuridica del fatto» proposta dalla Procura e scrive che dagli atti dell’indagine emerge «oltre ogni ragionevole dubbio la prova della responsabilità dell’imputata in ordine al reato ascritto».Il provvedimento arriva a distanza di più di un anno dal 19 settembre 2025, quando a Montescudaio FdI organizzò un appuntamento elettorale in vista delle consultazioni regionali. Ed è proprio durante quella cena, secondo quanto ricostruito dalla Procura, che Amadio avrebbe pronunciato la frase poi finita al centro del procedimento.
A portarla all’attenzione sono stati quattro esponenti di FdI: un primo esposto è stato subito inviato ai probiviri del partito, ma la vicenda non si è fermata lì.
I militanti hanno infatti scelto di rivolgersi anche alla Procura, ritenendo che quelle parole potessero avere una rilevanza penale: nell’esposto venivano infatti richiamati i principi costituzionali sull’uguaglianza e sul rifiuto di ogni forma di discriminazione, oltre ai valori indicati anche nello statuto di Fratelli d’Italia, tra cui il richiamo a democrazia, libertà e uguaglianza e al rifiuto dell’odio razziale, etnico e religioso.
La pm Ezia Mancusi ha contestato ad Amadio il reato previsto dall’articolo 604-bis e ha chiesto l’emissione di un decreto penale di condanna. E così è stato: nel provvedimento, sottolinea il gip, «la pena richiesta dal pubblico ministero, come dallo stesso quantificata, appare congrua in relazione all’entità del reato commesso» e fissa la sanzione in 1.500 euro.
(da agenzie)
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Ottobre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LA MELONI SOSTIENE CHE, PER RICHIEDERE LA CIFRA, LA SENTENZA DEVE ESSERE DEFINITIVA, MA NON È VERO – LA RAGIONE È POLITICA: CHIEDERE LA CIFRA AD AL-SISI SIGNIFICHEREBBE PRESENTARGLI IL CONTO DI UNA SENTENZA ITALIANA CHE HA CONDANNATO TRE UOMINI DEI SUOI APPARATI PER IL SEQUESTRO DI REGENI
La risposta arriva ventiquattr’ore dopo. Giorgia Meloni replica all’intervista a Repubblica di Paola e Claudio Regeni chiarendo che il governo non ha intenzione di muovere alcun passo in questo momento contro l’Egitto. «Siamo di fronte a una sentenza che non è definitiva, mancano ancora dei gradi di giudizio». Quando la sentenza passerà in giudicato, aggiunge, «chiaramente andrà dato seguito».
Il problema è che così Palazzo Chigi si infila in una strada piuttosto stretta. Perché nella sentenza della Corte d’assise di Roma ci sono anche le provvisionali, immediatamente esecutive: quelle riconosciute alla famiglia Regeni e quella da 150 mila euro assegnata proprio alla presidenza del Consiglio, che nel processo si è costituita parte civile. E per chiedere l’esecuzione di quelle somme non serve aspettare né l’appello né la Cassazione.
A ricordarlo alla presidente del Consiglio sono stati proprio i Regeni insieme con la loro avvocata Alessandra Ballerini. «Come risulta evidente dalla semplice lettura dell’articolo 540 del codice di procedura penale nonché dallo stesso dispositivo della sentenza, la provvisionale di 150 mila euro assegnata alla presidenza del Consiglio dei ministri, costituitasi parte civile nel processo, è immediatamente esecutiva». Dunque, «non bisogna attendere che la sentenza diventi definitiva».
Ed è qui che la questione da giudiziaria diventa politica. Perché chiedere all’Egitto di dare esecuzione alla provvisionale non sarebbe un passaggio neutro. Significherebbe presentare al Cairo il conto di una sentenza italiana che ha condannato tre uomini dei suoi apparati per il sequestro di Giulio Regeni. Un’iniziativa che l’Egitto potrebbe considerare ostile. E questo il governo italiano lo sa bene.
Lo ha spiegato in queste ore il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, rivendicando la necessità di tenere conto di un «equilibrio generale nei rapporti con l’Egitto». E lo ha ribadito Meloni: «Non sono tra coloro che ritengono che per risolvere questo problema chiudere i rapporti diplomatici con l’Egitto aiuti, piuttosto che creare maggiori difficoltà».
Tra quelle difficoltà c’è anche il caso di Nessy Guerra, la ragazza di Sanremo bloccata in Egitto insieme alla figlia di tre anni e condannata in appello a sei mesi di carcere per presunto adulterio. Una vicenda sulla quale l’Italia sta trattando con il Cairo e che rende ancora più evidente la delicatezza dei rapporti con Al Sisi.
È esattamente su questo punto che i Regeni, nell’intervista a Repubblica, rovesciano il ragionamento: per essere credibili non bisogna cedere ai ricatti. Perché altrimenti il rischio è che la necessità di proteggere un italiano diventi ogni volta lo strumento per impedire all’Italia di alzare la voce sull’italiano precedente.
Fu il governo Gentiloni a rimandare l’ambasciatore in Egitto dopo il richiamo deciso durante il governo Renzi. Così come fu il governo Draghi a decidere che la presidenza del Consiglio si costituisse parte civile nel processo, costituzione che poi Meloni ha confermato. Quella stessa parte civile alla quale oggi la Corte riconosce 150 mila euro di provvisionale.
(da agenzie)
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Ottobre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
GIURISTI E PROFESSORI HANNO PRONTI I RICORSI DA DEPOSITARE IN 29 TRIBUNALI DELLE CORTE D’APPELLO. SE IL MELONELLUM RICEVERA’ L’OK DEL PARLAMENTO INIZIERÀ LA BATTAGLIA. L’OBIETTIVO? AVERE UN VERDETTO DELLA CONSULTA PRIMA DEL RITORNO ALLE URNE
Passa di certo, ma se non passa? Il voto segreto fa sempre questo effetto in Transatlantico.
Tanto più ora che il testo da approvare è la legge elettorale e la posta in gioco in caso negativo sono le elezioni anticipate. I voti pesanti saranno quelli della prossima settimana – due fiducie da votare martedì, la terza mercoledì e il voto finale giovedì 8 ottobre – ma ieri, con il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità a scrutinio segreto, si sono scaldati i motori.
Sulla carta non c’è stato nessun intoppo ma, come sempre accade nel segreto dell’urna, i numeri non sono tornati alla perfezione. Con un paradosso: non sono tornati per eccesso invece che per difetto.
I voti contrari alle pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni sono stati 229, ma la maggioranza poteva contare solo su 222 deputati (dieci erano assenti o non hanno partecipato al voto).
Gli occhi sono stati puntati anche sulle opposizioni, dove i maligni sostengono che sia più la paura che la tentazione del voto. In realtà, l’interrogativo è stato risolto con la dichiarazione di voto di Edoardo Ziello di Futuro nazionale, che ha definito «ridicole» le pregiudiziali. Se i vannacciani avessero votato compatti, però, i voti sarebbero stati otto e non sette, quindi i conti comunque non tornano.
Finché il risultato si ottiene per eccesso, comunque, il sospiro di sollievo è d’obbligo ed è quello che ha tirato il responsabile Organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli. Con la consapevolezza però che, superato questo soglio, arrivano quelli davvero pericolosi: i voti di fiducia e quello definitivo, che «ha un valore politico enorme» e se non passasse provocherebbe «una conseguenza istituzionale». […]
Tutte le vie, infatti, conducono il Melonellum davanti alla Corte costituzionale e i profili di possibile incostituzionalità non mancano: la quadruplicazione delle firme per le liste non già presenti in Parlamento; la lesione del principio di rappresentatività con il premio di maggioranza “mostre” da 70 deputati e 35 senatori, che scatta alla coalizione che supera il 42 per cento; la creazione di un solo collegio “mondo” per gli eletti all’estero; la torsione verso il premierato con l’indicazione del nome del candidato premier nelle liste. [
Il nutrito gruppo di professori di “Torniamo alla Costituzione” – molti dei quali emeriti come l’ex presidente della Consulta Ugo De Siervo e Roberto Zaccaria, o con fulgide carriere nei gangli più delicati della macchina pubblica – ha pronto il ricorso.
Il piano d’azione è già stato pensato: il ricorso sarà presentato presso i 29 tribunali dei capoluoghi dei distretti di corte d’appello così da promuovere un giudizio in via incidentale.
L’aspettativa è che possano arrivare almeno una decina di rinvii alla Consulta e l’intenzione è di muoversi velocemente, depositando il ricorso appena la legge verrà promulgata. Così si darà ai giudici costituzionali il tempo di decidere prima del ritorno alle urne, evitando il rischio di andare a elezioni con una legge sub iudice.
Prodromico a tutto questo, però, è l’effettivo via libera della legge elettorale, il cui meccanismo può giovare a Fratelli d’Italia e probabilmente anche al Pd come partiti più votati della propria coalizione.
Molto meno favorevole, invece, è per gli alleati minori: quelli di maggioranza rischiano di vedere i propri gruppi parlamentari più che dimezzati e non a caso è tra loro (in particolare le donne, visto che manca l’obbligo di quote nella scelta dei capilista bloccati) che rischiano di annidarsi i franchi tiratori.
(da “Domani”)
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Ottobre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
I TREASURY DECENNALI AMERICANI, CONSIDERATI L’“ANCORA” DELLA FINANZA MONDIALE IN UN MERCATO DA 32 MILA MILIARDI DI DOLLARI, HANNO TOCCATO QUOTA 5,34%, MAI COSÌ ALTI DAL 2002 … IL BTP ITALIANO CON SCADENZA A DIECI ANNI HA CHIUSO AL 4,69% CON LO SPREAD COI BUND A QUASI 120 PUNTI BASE
I mercati del debito globale sono in fiamme I rendimenti dei titoli di Stato registrano il peggior trimestre dal 2024 e le onde d’urto travolgono le Borse europee, con Piazza Affari in caduta del 2,21% e Parigi in rosso dell’1,62%. Il barile di petrolio Brent oltre quota 100 dollari riaccende l’incubo di una inflazione persistente per l’economia mondiale.
È un circolo vizioso innescato dal conflitto in Medio Oriente, un trauma che spinge gli investitori a scaricare i bond. La fuga dal debito pubblico riscrive la storia finanziaria e spinge i rendimenti su livelli dimenticati da decenni, innescando perdite colossali.
I Treasury decennali statunitensi, considerati l’ancora della finanza mondiale in un mercato da 32 mila miliardi di dollari, hanno toccato quota 5,34%, un traguardo inesplorato dal 2002. Le scadenze a trent’anni sono schizzate al 5,64%, punendo chi aveva scommesso su un allentamento monetario della Federal Reserve.
La pressione non risparmia l’Europa. Il Btp con scadenza a dieci anni ha chiuso al 4,69% con lo spread coi Bund a quasi 120 punti base. Il decennale francese è balzato al 4,92%, la peggiore performance dalla nascita dell’euro nel 1999, con uno spread sul Bund tedesco arrivato ai massimi dal 2012 oltre i 120 punti base, segno di uno stress acuto esacerbato dai timori per le elezioni presidenziali francesi.
Nel Regno Unito i Gilt a trent’anni hanno sfondato la soglia del 6% per la prima volta dal 1998, mentre in Asia le turbolenze hanno trascinato i titoli giapponesi al 3,1%. Guy Miller, capo stratega di Zurich, parla di un effetto domino con i vari mercati in un continuo rialzo a catena, alimentando il nervosismo di chi presta denaro agli Stati.
Dietro questa tempesta convergono molteplici fattori concatenati. Lo shock energetico agisce da detonatore, con il greggio Brent oltre i 100 dollari al barile che riaccende i timori sui prezzi e spinge il legame tra petrolio e Treasury al punto di massima tensione dal 1990. L’inflazione non è domata, come dimostrano i dati di settembre in Francia, Germania e Italia, superiori alle attese degli analisti.
Negli Stati Uniti la tenuta della crescita, i consumi robusti e gli investimenti record per l’intelligenza artificiale assorbono risorse e mantengono elevato il costo del denaro. Del resto, le banche centrali di Stati Uniti, eurozona, Giappone, Norvegia e Australia hanno alzato i tassi negli ultimi tre mesi in risposta a queste pressioni.
Gli economisti di Goldman Sachs prevedono un nuovo rincaro della Federal Reserve a dicembre, sebbene i trader abbiano ridotto le scommesse su un intervento a ottobre dopo un dato sull’inflazione americana inferiore al previsto. Il mercato dubita di un calo dei tassi a breve e chiede premi al rischio maggiori per assorbire le immense emissioni necessarie a finanziare i deficit.
L’amministrazione Trump ha tentato di frenare le vendite intensificando i riacquisti di bond a lungo termine per 6 miliardi di dollari tramite il programma del segretario del Tesoro Scott Bessent, senza però invertire la rotta.
I contraccolpi di questa ondata di vendite si propagano fuori dal comparto obbligazionario, infettando il credito aziendale e i listini azionari del Vecchio Continente. Il premio di rendimento richiesto alle aziende europee rispetto ai bond governativi ha sfiorato gli 0,9 punti percentuali, il picco da aprile.
I timori che il caro energia e i tassi alti soffochino la ripresa innescano pesanti realizzi. Milano ha archiviato la prima seduta di ottobre con danni severi, zavorrata in pieno dalle banche. Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mediobanca e Banca Mediolanum hanno ceduto oltre il 4%, trascinando al ribasso l’intero listino.
Come rammenta Citi, la struttura della finanza mondiale affronta uno stress test intenso e, finché il dubbio sull’impegno della Fed contro l’inflazione non verrà fugato, i capitali continueranno a disertare il debito pubblico.
(da agenzie)
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