Destra di Popolo.net

FINANCIAL TIMES: “ROBERTO VANNACCI E’ IL CAVALLO DI TROIA DELLA RUSSIA IN ITALIA”

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO BRITANNICO:”POSIZIONI ALLINEATE AL CREMLINO”

Il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, sarebbe il “cavallo di Troia” della Russia in Italia. È la definizione del Financial Times in un pezzo in cui il quotidiano londinese afferma che l’ex generale sta mettendo alla prova la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Intercettando «le simpatie filorusse degli italiani in vista delle elezioni politiche del prossimo anno».
Il ciondolo di Ordine Nuovo
L’Ft parte dal momento in cui Vannacci, «a torso nudo e con al collo un ciondolo a forma di doppia ascia associato all’organizzazione neofascista Ordine Nuovo», quest’estate invitava a smettere di fornire armi e soldi all’Ucraina. Mettendo in discussione la politica estera di Meloni.
«Le sue posizioni allineate al Cremlino rischiano di complicare la campagna per la rielezione di Meloni, facendo leva sulle profonde correnti di pacifismo, malcontento economico e simpatia per Mosca presenti in Italia», scrive il quotidiano, secondo cui inoltre alcuni analisti sospettano che dietro l’ascesa di Vannacci «vi sia un’influenza russa. Soprattutto dopo che Meloni ha costretto Salvini – un tempo fervente ammiratore di Vladimir Putin – ad allinearsi al suo sostegno a Kiev».
Vannacci e la Russia
La vicinanza di Vannacci con la Russia viene ricollegata al suo incarico a Mosca come addetto militare italiano all’inizio del 2021, dopo una carriera da paracadutista all’estero, tra cui in Iraq e Afghanistan. Secondo John Foreman, ex addetto militare britannico in Russia che lo conobbe a Mosca, Vannacci era un uomo affabile che non considerava la Russia una minaccia alla sicurezza: «era il tipico militare italiano che pensa che non dovremmo avere uno scontro con la Russia – che la Russia dovrebbe essere un partner», ha detto Foreman all’Ft.
Ordine e disciplina
Vannacci, sostiene Foreman, premeva con entusiasmo affinche’ Roma riprendesse la cooperazione militare con Mosca, dopo che la Nato aveva interrotto i rapporti in risposta all’annessione russa della Crimea nel 2014. Le sue posizioni sociali conservatrici e il suo istinto per la gerarchia lo rendono inoltre ricettivo nei confronti della Russia di Putin. «È una sorta di uomo autoritario. Si può vedere l’affinità che prova per la mano forte di Putin, e per la narrazione del Cremlino secondo cui Putin avrebbe riportato disciplina e ordine».
L’Ucraina
Il Financial Times ripercorre anche le errate valutazioni di Vannacci sull’invasione russa dell’Ucraina, di cui l’ex generale negava «categoricamente» la possibilità. E i pronostici sull’esito dell’invasione, come quando riferì all’ambasciatore italiano in Russia, Giorgio Starace, che le forze russe sarebbero entrate in Ucraina «come un coltello nel burro». Predicendo che Kiev avrebbe capitolato rapidamente. «Sopravvalutò l’efficienza e la potenza dell’Armata Rossa e forse sottovalutò la capacità degli ucraini di resistere», dice Starace, ricordando l’ammirazione di Vannacci per la potenza dell’esercito russo.
Putin
L’Ft sottolinea infine come, dalla sua posizione al Parlamento europeo, Vannacci abbia «continuato a considerare inevitabile la sconfitta dell’Ucraina, esortando il blocco a raggiungere un accordo con Putin e cercando di eliminare dai documenti parlamentari i riferimenti alla minaccia russa per l’Europa». Il tutto mentre in patria l’ex generale «sostiene che i problemi economici dell’Italia derivino in parte dal suo isolamento dalla Russia», che un tempo era il principale fornitore di energia del Paese e un mercato importante per i beni di lusso italiani.

(da Agenzie)

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QUESTE SONO LE VERE EMERGENZE DEGLI ITALIANI, ALTRO CHE LE CAZZATE SUI MIGRANTI: “NON ABBIAMO PIU’ SOLDI PER CURARE BIANCA”. LA VERITA’ DIETRO LA MORTE DELLA FAMIGLIA DI PIETRALATA

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

UNA TERAPIA SPERIMENTALE IN MESSICO, I SOLDI CHE SONO FINITI, IL DRAMMA DI UNA FAMIGLIA

I corpi di Valentina Pambianco (42 anni) e Luca Abbasciano (43) sono stati ritrovati nella loro casa in via dell’Antracite a Pietralata insieme a quello della figlia di cinque anni Bianca e del cane Teo. Secondo le indagini si tratta di un omicidio-suicidio. Bianca era gravemente disabile dalla nascita. Prima della morte Pambianco e Abbasciano hanno lasciato molte lettere per spiegare i motivi del gesto. E tra questi ci sarebbero anche i 300 mila euro che hanno speso per sottoporre la figlia a una cura a Monterrey in Messico. L’ultimo ciclo di terapia risale al periodo tra novembre e gennaio. Si tratta di un trattamente chiamato Cytotron ed è basato su radiofrequenze e campi elettromagnetici. Sull’efficacia la comunità scientifica ha sempre espresso dubbi. E secondo un’amica di famiglia «Valentina aveva anche scoperto che non avrebbe potuto avere altri figli e questa cosa la faceva stare male».
La morte di Bianca
Luca e Valentina, racconta oggi Il Messaggero, erano stati tre volte in Messico per provare la cura. Con costi da 100 mila euro a viaggio. Feliciana Manna, madre di una ragazza affetta da malattia rara e amica della coppia, spiega che si trattava di «circa 70mila euro per ogni ciclo di un mese, soggiorno escluso. Per mia figlia organizzo raccolte fondi. Luca e Valentina volevano contare sulle loro forze. Si erano fatti aiutare da qualche parente, ma lei mi aveva detto che avevano dato fondo a tutti i risparmi». La bambina «era nata con una paralisi cerebrale. Non parlava, bisognava assisterla nel farla deglutire, non poteva camminare. Luca era molto forte, non ho mai colto segni di cedimento. Si piegava per aiutare la piccola a muovere qualche passo, la chiamava “carciofa” o “carciofina”, perché aveva questi capelli biondi che le andavano dappertutto. Valentina spesso scoppiava a piangere».
La malattia della bambina
Una vicina racconta che all’ospedale avevano proposto ai genitori di tenerla nella struttura. «Valentina avrebbe voluto un altro figlio, ma la menopausa prematura ha stroncato anche questa speranza. Era figlia unica e i genitori erano anziani. Mesi fa alla mamma hanno applicato una protesi al ginocchio». E ancora: «Nelle ultime (settimane, ndr) lei e Luca si erano ammalati: influenza e gastroenterite, che potevano essere fatali per la piccola, costretta a vivere con un velo a proteggerla. Faticava ad addormentarsi e si svegliava prestissimo. Credo che la mamma e il papà fossero esasperati, che non vedessero via d’uscita. Forse lei era caduta in depressione».
Paralisi cerebrale
Anche Feliciana portava la figlia in Messico. Mentre Valentina aveva lasciato il lavoro per dedicarsi alle terapie per la figlia. Le lettere sono state scritte e firmate da entrambi: «Non ce la facciamo più. Non abbiamo più soldi per curare Bianca». La diagnosi della bambina era di paralisi cerebrale, ritardo motorio e cognitivo, epilessia. «Non la facevano mai uscire di casa. Quando andavano in giro con il passeggino, Bianca era sempre coperta. Io la ricordo sul seggiolone, davanti casa, mentre guardava il cane Teo che le scodinzolava intorno. Dopo la nascita di Bianca Valentina ha iniziato a perdere il sorriso», racconta una delle vicine a Repubblica.
Il neuroscienziato messicano
Poi su internet conoscono il neuroscienziato messicano José Roberto Trujillo, fondatore di NeuroCytonix Inc., azienda biomedicale che promuove il “Neurocytotron”. Si tratta di un dispositivo basato su campi elettromagnetici a bassa frequenza e presentato come trattamento per alcune patologie neurologiche ritenute incurabili. L’autorità regolatoria messicana Cofepris avrebbe fornito all’azienda un riconoscimento per lo studio sulla paralisi cerebrale. Ma la Food and Drug Administration americana non l’ha approvato.
La terapia
Secondo i genitori la terapia stava portando risultati. Ma poi tornati a Roma la bambina peggiorava. «Ma Valentina era pronta a ripartire», aggiunge Feliciana. «Ogni ciclo di terapie costa 70-80 mila euro. Noi, come tanti altri genitori, abbiamo avviato una raccolta fondi online per far curare nostra figlia. Loro no. Hanno fatto tutto da soli. Il primo trattamento lo hanno pagato con tutti i risparmi che avevano. Ci hanno detto che attraverso un parente avevano avuto dei soldi, qualcuno aveva venduto delle proprietà». Uno studio sul Neurocytotron è stato ritrattato nel 2021 per motivi etici.

(da Open)

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LA RAI E’ IN TILT E REPORT PUO’ SLITTARE A GENNAIO

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

GLI INVIATI CONFERMANO IL NO AL RUOLO DI CAPI AUTORE, ORA E’ A RISCHIO UN SIMBOLO DELL’AZIENDA

Si fa largo l’ipotesi di rinviare a gennaio la prima puntata di Report, in programma l’8 novembre. Sarebbe questa l’indicazione dell’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, al direttore dell’Approfondimento, Paolo Corsini. A meno che non si risolva rapidamente lo scontro che si è aperto con tutto il composito gruppo di lavoro dopo la brutale defenestrazione di Sigfrido Ranucci e la sua sostituzione con Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, 36 e 45 anni, assunti con l’ultimo concorso Rai e osteggiati dalla quasi totalità dei giornalisti che realizzano da anni la trasmissione d’inchiesta di Rai3.
Al momento non c’è aria di ricomposizione, semmai di muro contro muro. Il rinvio di Report non sarebbe uno scherzo: meno ascolti, meno pubblicità, ovviamente zero introiti per i giornalisti esterni che vendono i servizi, ma soprattutto un vero disastro per Rai3, alle prese anche con i problemi di Chi l’ha visto? dopo il pasticcio con Francesca Fagnani che doveva sostituire Federica Sciarelli e invece poi no. Lo stop sarebbe un autogol per la governance di destra della Rai e per il governo stesso, che prende voti anche tra chi guarda Report: mica sono tutti abbonati dei giornali del gruppo Angelucci. Attorno alla crisi di Report si aggirano in tanti, raccontano che un aspirante conduttore si vede già sul ponte di comando che era di Ranucci “ad aprile”.
Corsini, ieri in via Teulada, ha visto Bernardo Iovene e Giulio Valesini, i due inviati – uno esterno e l’altro interno – che aveva chiamato al ruolo di capi autori. Entrambi, separatamente, gli hanno ribadito il loro rifiuto, pubblico da giorni. “La nostra posizione è che i due conduttori indicati dall’azienda vengano ritirati o si ritirino, auspichiamo che lo facciano loro”, ha detto all’uscita Iovene, volto storico di Report fin da quando si chiamava Professione Reporter (1994), che comunque ha riconosciuto a Corsini “un ascolto che fino adesso non c’era stato”. Il direttore dell’Approfondimento voleva capire se gli inviati, poco più di una dozzina e in larga maggioranza liberi professionisti, sono davvero pronti ad “abbandonare il programma” di fronte a una conferma dei due conduttori designati. Insomma, tutti tengono famiglia. E però questa conferma è arrivata, anzi sulla linea dura degli inviati – “decisione irricevibile, le figure scelte non sono in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di Report”, hanno scritto – ci sono ormai anche i giornalisti interni, per lo più impiegati al desk. L’ha detto la loro assemblea di lunedì, proclamando lo “stato di agitazione” e riservandosi anche un clamoroso “sciopero”. Li sostiene il Comitato di redazione (Cdr), l’organo sindacale dei 120 giornalisti delle trasmissioni che non hanno dignità di testata a differenza dei telegiornali e ha chiamato tutti i colleghi Rai alla battaglia “a tutela della libertà di informazione e del giornalismo di inchiesta”. Hanno risposto i Cdr del Tg3, di Rainews 24 e di Rai Parlamento.
A quanto trapela Corsini ha buttato lì l’ipotesi di una conduzione a quattro, compresi i due inviati, ma non sembra una proposta capace di scalfire il muro. Nel pomeriggio ha visto Presutti e Piervincenzi, evidentemente pedine di un gioco più grande di loro ma al momento decisi a resistere. Ufficialmente non parlano. Chi li ha sentiti dice che non mollano: “Non mi faccio rovinare la carriera”, avrebbe detto lei, prima al concorso Rai 2025. “Non accetto diktat” sarebbero parole di lui, che ha vinto il concorso ma deve ancora prendere servizio al Tg3 della Campania, cui è destinato. Dovevano andare quasi tutti nelle testate regionali, i neoassunti: se si sposta lui non mancheranno le tensioni e forse anche i ricorsi.
Intanto Corsini sta contattando personalmente quasi tutta la redazione di Report, vuole parlare a tu per tu con i colleghi. Oggi alle 15 però deve affrontare tutti insieme gli inviati e i rappresentanti di cameraman, montatori, videomaker e altre figure. Nella convocazione mancava, curiosamente, solo la rappresentanza sindacale, che gliel’ha fatto notare.
La scelta di Presutti e Piervincenzi e l’eventuale conduzione a quattro sarebbero funzionali anche alla concreta possibilità di un ritorno di Ranucci per via giudiziaria. Corsini l’ha mandato a casa con una lettera che parla di “incompatibilità”, i legali del conduttore gli hanno dato sette giorni per indicare i fatti e poi partirà un ricorso d’urgenza per discriminazione. La destra voleva farlo fuori da tempo, l’occasione è arrivata quando il suo amico Valter Lavitola è stato accusato di essere il mandante dell’attentato dell’ottobre 2025 davanti alla sua abitazione. Di cui Ranucci, però, resta una vittima. E le “incompatibilità” bisogna spiegarle, non basta enunciarle.

(da ilfattoquotidiano.it)

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IL GOVERNO DEI RECORD NEGATIVI

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

1.413 GIORNI ATTACCATA ALLA POLTRONA SENZA CONCLUDERE NULLA

Comandare e durare. Da venerdì, con 1.413 giorni, quello guidato da Giorgia Meloni diventerà il governo più longevo nella storia della Repubblica italiana. Strappando lo scettro al secondo esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi (2001-2005). Un record che la presidente del Consiglio si appresta a festeggiare in pompa magna. Del resto, un altro po’ di carbonella gratuita per rinfocolare la caldaia della propaganda, peraltro mai sopita dal suo insediamento a Palazzo Chigi, è una manna dal cielo per la premier in uno dei momenti più complicati del suo mandato. Un’occasione imperdibile, insomma, per nascondere, dietro il paravento del primato di durata, il reale stato di un Paese che oggi sta decisamente peggio dopo quasi quattro anni di cura sovranista.
Tutti i record (negativi) del governo
Il governo che prometteva di non mettere le mani nelle tasche degli italiani ha portato la pressione fiscale al 43,1%, ai massimi da oltre dieci anni. Un altro record che, ça va sans dire, Meloni si guarda bene dal rivendicare. Nel triennio completo del suo mandato, dal 2023 al 2025, l’Italia ha messo in fila tre anni consecutivi di calo della produzione industriale (dati Istat) e, stando alle previsioni Ue, nel biennio 2026-2027 rischia di scivolare all’ultimo posto in Europa per la crescita economica (Pil stimato allo 0,5-0,6%).
Segno che, oltre a quello di durata, i primati messi in fila da Meloni si sprecano. Durante il suo governo, le retribuzioni reali dei dipendenti del settore privato sono crollate del 6,6% rispetto al 1990. Come se non bastasse, tornando alle imprese più recenti, è tornata a mordere anche l’inflazione, che ad agosto è salita al 3,3%, il dato più alto da quasi tre anni (dati Istat di ieri). Intanto, di salario minimo neanche a parlarne. Come pure di tassare gli extraprofitti dei colossi bancari ed energetici.
Insomma, un disastro che il governo si limita ad ignorare. Le priorità del momento, del resto, sono impellenti: fare fuori Ranucci da Report; sospendere Schengen con la Spagna dopo la crisi di Ceuta che in un mese ha fruttato la bellezza di 31 persone respinte su 500mila controllate e 180mila identificate; accelerare su una legge elettorale su misura che consenta alle destre di disinnescare il partito di Vannacci e imbullonarsi alla poltrona. Non c’è che dire, proprio un bel record da celebrare.

(da lanotiziagiornale.it)

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I POETI DEGLI ALTRI

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

NON BASTAVA SENTIRE SALVINI CITARE DE ANDRE’, CI MANCAVA LA ZAKHAROVA CHE CITA RODARI SENZA AVERLO LETTO

Fa una certa impressione sentire la signora Zakharova, portavoce del governo russo, citare Gianni Rodari. Lei è tra le voci più violente e sprezzanti di quel regime bellicoso, lui il più gentile, sorridente e pacifico di tutti i poeti, quello che si rivolgeva ai bambini perché non ancora guastati dal potere e dal pregiudizio.
È un poco, all’ennesima potenza, come quando Salvini applaude De André, che è l’opposto antropologico, prima ancora che politico, del capo leghista — non per caso il più putiniano tra i politici italiani. Quando non si hanno poeti a portata di mano, si è costretti a ricorrere ai poeti altrui.
Rodari è una celebrità in Russia (anche in Russia) per meriti poetici che confliggono, uno per uno, con il potere, con la sopraffazione, con il conformismo e con la guerra. «Ci sono cose da non fare mai/ né di giorno né di notte/ né per mare né per terra: /per esempio la guerra».
Provi Zakharova a scandire davanti ai microfoni dei quali dispone (e dei quali nessuna opposizione russa può disporre) questa semplice quartina di Rodari: passerebbe per pazza. Verrebbe destituita dopo dieci secondi. Se le va bene, per i suoi meriti pregressi, riuscirebbe a evitare il polonio con il quale vengono avvelenati i nemici del Capo, e le galere nelle quali vengono rinchiusi.
Comunista, internazionalista, umanista e laico, Rodari credeva nell’educazione e nella fantasia come leve per cambiare gli esseri umani, a partire dall’infanzia. Che cosa di educato e di fantasioso abbia mai prodotto, in pubblico, il regime del quale Zakharova è megafono, non è ancora chiaro. I carri armati? Perché, invece di citare Rodari, Zakharova non prova a leggerlo?

(da Repubblica)

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LAVITOLA AGGREDITO IN CARCERE, UN AVVERTIMENTO? SONO SPARITE LE CHAT CON I SERVIZI SEGRETI

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

TELEFONINI “RIPULITI” DEI RAPPORTI CON GLI 007 E RICOSTRUITI DAI PM… MANCANO ANCHE CENNI AL CASO CARBON-CREDIT… LAVITOLA PER CONTO DI CHI HA AGITO? QUALCUNO CHE VOLEVA FAR CHIUDERE REPORT?

C’è quello che i carabinieri stanno trovando nei telefoni di Valter Lavitola. Ma, soprattutto, c’è quello che non stanno trovando. In vista dell’udienza davanti al Tribunale del Riesame, prevista per la prossima settimana, e dell’interrogatorio davanti ai pm di Roma, gli investigatori stanno analizzando i cellulari sequestrati all’ex direttore dell’Avanti! in un momento di grande tensione. Ieri è stato aggredito in carcere, schiaffeggiato da alcuni detenuti: niente di grave, dicono fonti della Penitenziaria (oggi comunque il suo legale ne capirà di più), ma spiega molto del clima che si respira attorno a lui.
I cellulari potranno raccontare molto. Quello acquisito durante la perquisizione di luglio e quello trovato al momento dell’arresto. E il primo dato che emerge è che i dispositivi sono stati «puliti». Molte delle conversazioni che gli investigatori si aspettavano di trovare non ci sono più.
Non è necessariamente una sorpresa. Lavitola sapeva da tempo che l’indagine si stava avvicinando a lui. Lo aveva capito quando erano stati individuati e arrestati gli esecutori materiali dell’attentato contro Sigfrido Ranucci e, nelle settimane successive, aveva più volte mostrato la convinzione che prima o poi i carabinieri sarebbero arrivati anche da lui. «Quello che c’è ce lo voleva far trovare», ragiona uno degli investigatori impegnati nell’inchiesta.
È questa la chiave con cui adesso vengono letti i contenuti recuperati dai telefoni. Mancano, per esempio, molte delle chat con Ranucci. Su questo, però, la spiegazione può essere meno significativa: i due utilizzavano anche sistemi di messaggistica con cancellazione automatica delle conversazioni e dunque l’assenza dei messaggi, da sola, non dimostra una bonifica volontaria.
Più interessante per chi indaga è ciò che manca su altri fronti. Nei dispositivi non risultano praticamente contatti con esponenti dei Servizi, rapporti che invece — secondo quanto ricostruito dagli investigatori attraverso altre fonti — Lavitola aveva. E sono pochissime anche le tracce relative alla vicenda dei Carbon Credit, uno dei dossier sui quali l’ex direttore dell’Avanti! si era mosso negli ultimi tempi. L’analisi forense dei telefoni dovrà ora stabilire se e cosa sia stato cancellato e, soprattutto, quando.
Di Report, invece, si parla. Nei telefoni sono rimasti diversi messaggi e riferimenti nei quali Lavitola raccontava rapporti, informazioni e possibilità di intervento sulla trasmissione. Su questo punto Ranucci è sempre stato netto, davanti alle accuse di possibili infuenze del faccendiere nella trasmissione: erano «millanterie», ricostruzioni con le quali Lavitola accreditava un’influenza sul programma che in realtà non aveva. Restano però documentati i rapporti con alcuni giornalisti della redazione. A cominciare dai contatti con il cronista che, su indicazione dello stesso Ranucci, si stava occupando della vicenda dei Cantieri Vittoria. Contatti già ricostruiti nell’informativa dei carabinieri e che ora vengono riletti insieme al materiale recuperato dai telefoni.

(da Repubblica)

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IL LEADER DI NUOVA DELHI, NARENDRA MODI, AL VERTICE SCO IN KIRGHIZISTAN HA PRESO DI PETTO PUTIN: “OGNI GIORNO DI GUERRA FA ARRETRARE L’UMANITÀ. DOBBIAMO LAVORARE PER PORRE FINE ALLE OSTILITÀ. DOBBIAMO PASSARE DA UNA GUERRA SENZA FINE ALLA FINE DELLA GUERRA”

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

“MAD VLAD”, SPIAZZATO DALLA DUREZZA DI MODI, HA RISPOSTO PICCATO: “CI STIAMO MUOVENDO SU QUESTA STRADA”. A SUON DI MISSILI BALISTICI, DRONI E BOMBARDAMENTI…

Ma se nell’incontro con Xi il tema dell’Ucraina è emerso «solo di sfuggita», […] un forte messaggio di pace è arrivato invece dal primo ministro indiano Narendra Modi. «Ogni giorno di guerra fa arretrare l’umanità. Dobbiamo lavorare per porre fine alle ostilità», ha detto Modi al presidente russo.
«Dobbiamo passare da una guerra senza fine alla fine della guerra», ha aggiunto. Putin, in risposta, ha affermato che la Russia «si sta muovendo in questa direzione». Al momento, però, non sembra che il messaggio di pace abbia effetto sul presidente russo, che ha respinto ripetutamente la possibilità di un cessate il fuoco prima del raggiungimento degli obiettivi della sua «operazione militare speciale», in primo luogo il ritiro delle truppe ucraine dal Donbass.
Secondo fonti anonime vicine al Cremlino citate dall’Economist, Putin sarebbe determinato a raggiungere almeno il suo obiettivo minimo, la conquista del Donbass. «Mi impiccheranno», avrebbe detto Putin in una conversazione con i suoi collaboratori, secondo le stesse fonti.

(da agenzie)

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TRUMP È OSSESSIONATO DAL CAMBIARE I NOMI A MINISTERI, GOLFI, LAGHI, CASERME E MONTAGNE, MEGLIO SE CON IL SUO COGNOME . DA QUANDO E’ ALLA CASA BIANCA, “THE DONALD” HA INTITOLATO A SE STESSO CORAZZATE E STABILITO UNA “CLASSE TRUMP” DI UNA FANTOMATICA “FLOTTA D’ORO”

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

IL “CALIGOLA DI MAR-A-LAGO” HA TENTATO DI RINOMINARE IL “KENNEDY CENTER” IN “THE DONALD J. TRUMP AND THE JOHN F. KENNEDY CENTER” MA UN GIUDICE LO HA FERMATO – L’AEROPORTO INTERNAZIONALE DI PALM BEACH ORA SI CHIAMA AEROPORTO INTERNAZIONALE “PRESIDENTE DONALD J. TRUMP”, E LA STRADA DALL’AEROPORTO VERSO MAR-A-LAGO: “PRESIDENT TRUMP BOULEVARD”

«Il prodotto è il nome». Molti anni fa, prima del reality show che lo lanciò verso la presidenza degli Stati Uniti, tra una bancarotta e l’altra dei suoi business (ma non rischiava mai soldi suoi), Trump rivelò il segreto del suo successo: il marchio è suo, le varie attività e i vari prodotti — casinò, alberghi, golf club, università, bistecche, vodka, acqua minerale, la lista è lunghissima — generalmente non lo sono. Ma conta il nome, il resto è un problema del licenziatario.
Karoline Leavitt, la portavoce che ha appena lasciato la Casa Bianca, l’ha definito «brander in chief» giocando sul ruolo di comandante in capo delle forze armate: è il creatore di brand in capo. Per questo regolarmente cambia i nomi a tutto quello che vede: ministeri, golfi, laghi, caserme, montagne, non importa tanto cosa, importa il brand. Ha anche provato a firmare personalmente le banconote ma per legge è una prerogativa del ministro del Tesoro.
Harry Truman, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ribattezzò il dipartimento della Guerra in dipartimento della Difesa. Cosa che a Trump era sempre sembrata «woke» e allora ecco il nuovo, cioè vecchio, nome che torna in auge.
Il rebranding al momento è cartaceo, hanno cambiato i siti internet e la carta intestata, Pete Hegseth, suo fedelissimo, si definisce «ministro della Guerra», non della Difesa, ma non avendo svolto tutti i passaggi di legge necessari per l’effettivo cambio di nome è probabile che il prossimo presidente ignori la riforma.
Trump ha cambiato il Golfo del Messico in Golfo dell’America, ha annullato la decisione di Obama che era tornato al nome originario del monte McKinley, Denali. Ultimo in ordine di tempo: il cambio da Lago Ontario a Lago America, tramite ordine esecutivo firmato il 27 agosto nel mezzo del guaio dei dazi con il Canada.
Trump non sopporta il minimo riferimento a quello che definisce in modo molto generico «woke», ecco così che il National Renewable Energy Laboratory che studia le rinnovabili è ora il National Laboratory of the Rockies. […]
Nel 2025 Hegseth e Trump hanno ripristinato i vecchi nomi. Idem per la Marina: cambiati i nomi di corazzate, stabilita una «classe Trump» di una fantomatica «flotta d’oro» non ancora formata (di solito le corazzate prendono il nome dagli Stati). Ancora aperta la questione del Kennedy Center:il consiglio d’amministrazione aveva aggiunto «The Donald J. Trump and The John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts» sulla facciata nel dicembre 2025, ma un giudice ha ordinato la cancellazione del nome di Trump. Ora c’è un telone: Trump minaccia di demolirlo se venisse disattesa la sua volontà.
L’aeroporto internazionale di Palm Beach ora si chiama Aeroporto internazionale presidente Donald J. Trump, e la strada dall’aeroporto verso Mar-a-Lago: «President Donald J. Trump Boulevard». […]
E poi in ordine sparso: ecco i Conti Trump, conti di piccolo risparmio per bambini nella finanziaria 2025, il TrumpRx che è il sito federale di sconti sui farmaci, la Trump Gold Card per avere un percorso accelerato verso la cittadinanza americana (costa 1 milione di dollari più commissioni). […]
Idem la storica Penn Station di New York che voleva ribattezzare Trump Station, lasciando allibito il senatore democratico Chuck Schumer che da allora Trump chiama «il palestinese» (è ebreo). Quello che potrebbe fare, però, sarebbe nominare il nuovo terminal «Donald J. Trump Terminal».

(da “Corriere della Sera”)

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PROF SOTTO STRESS. QUASI IL 50% DEI DOCENTI DELLE MEDIE DENUNCIA DI VIVERE SITUAZIONI DI STRESS CRONICO PER LA RIAPERTURA DELLE SCUOLE E LA RIPRESA DELLE LEZIONI, CHE ERANO TERMINATE A INIZIO GIUGNO

Settembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile

IL 24% DEL PERSONALE SCOLASTICO AMMETTE CHE LA PROFESSIONE INCIDE NEGATIVAMENTE SULLA SALUTE MENTALE, UN 22% SULLA SALUTE FISICA – TRA I PROBLEMI EVIDENZIATI CI SONO LA GESTIONE DEI CONFLITTI TRA STUDENTI E I RAPPORTI SEMPRE PIU’ COMPLICATI CON GENITORI E COLLEGHI

“La riapertura delle scuole è il momento più temuto dal corpo docente”. A dirlo è la linguista Beatrice Cristalli, autrice della voce “Burn-out” sul portale Treccani, nella nuova rubrica L’alfabeto del lavoro.
E i numeri danno ragione a questa lettura: quasi il 50% degli insegnanti delle secondarie di primo grado dichiara di vivere situazioni di stress cronico. Una docenza che pesa. Il 24% del personale scolastico ammette che la professione incide negativamente sulla salute mentale, un ulteriore 22% sulla salute fisica.
I dati emergono da un approfondimento dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, ripreso dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. L’ansia da rientro non risparmia le vacanze: il pensiero del ritorno in cattedra compromette il riposo estivo di molti insegnanti. Le cause del malessere sono molteplici e strutturali.
Dalla gestione dei conflitti tra studenti ai rapporti sempre più complessi con genitori e colleghi. La burocrazia soffoca: aumentano gli adempimenti amministrativi, i messaggi professionali invadono il tempo libero. […]
Lo stress lavoro-correlato non è un fenomeno improvviso. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce come “conseguente a uno stress cronico sul luogo di lavoro non gestito con successo”. I segnali sono progressivi e spesso sottovalutati: insonnia, affaticamento persistente, irritabilità, difficoltà di concentrazione. Si aggiungono sintomi fisici come cefalea, tensioni muscolari, tachicardia e disturbi gastrointestinali.
Il fenomeno va oltre i confini nazionali. Il 29% dei lavoratori europei soffre di stress, depressione o ansia collegati all’attività professionale, mentre oltre il 40% opera costantemente sotto pressione per tempi e carichi eccessivi. A rivelarlo è l’indagine Osh Pulse 2025 dell’agenzia europea Eu-Osha.
In Italia il quadro si aggrava. L’Inail ha registrato 98.463 denunce di malattia professionale nel 2025, con un incremento dell’11,3% rispetto all’anno precedente. La sesta Indagine Inapp sulla Qualità del lavoro, condotta su 20mila occupati, evidenzia che il 57% è esposto a un significativo carico psicologico ed emotivo. Il 18% ritiene che il proprio lavoro rappresenti un rischio per la salute.
La trasformazione digitale aggiunge pressioni. Lo studio segnala livelli di stress superiori alla media tra chi utilizza strumenti di intelligenza artificiale: 76,2% contro il 70,6%. I cambiamenti organizzativi e tecnologici rendono sempre più strategica la prevenzione dei rischi psicosociali.

(da orizzontescuola.it)

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