Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile
MELONI TIRA IL FRENO: “NON POSSIAMO RISCHIARE DI ROMPERE CON GLI STATI UNITI”… I POTERI FORTI L’HANNO INFORMATA SUI GUAI CHE HA CREATO AI RAPPORTI ECONOMICI CON GLI USA
E adesso? Rientrata a Roma dalla trasferta brussellese, Giorgia Meloni pesa gli effetti del
secondo, sempre più tumultuoso e ispido, senza precedenti, botta e risposta con Donald Trump. Su un piatto della bilancia, c’è un aspetto che più di un ministro della sua cerchia non nasconde, accarezzando il concetto: la «polarizzazione» con The Donald può fare comodo sul piano del consenso interno. Non è certo la vicinanza al tycoon, in questa fase, ad aiutare nei sondaggi, mentre il contrario funziona, eccome. «Vannacci chi? Da due giorni non si parla più di lui», è un esempio tra i tanti citati riservatamente.
Sull’altro piatto, che però è quello più pesante, ci sono i rapporti con il principale alleato del Paese, gli interscambi commerciali da oltre 100 miliardi di euro, che alle imprese interessano di sicuro, Confindustria in primis, i 20 milioni di italo-americani, le basi Nato e Usa strategiche anche per la difesa aerea, che senza il sostegno di Washington rimarrebbe sguarnita, in assenza di investimenti portentosi, come ripete da tempo il ministro Guido Crosetto. Incrinare sul serio, definitivamente, un asse bilaterale ultradecennale avrebbe conseguenze ben più pesanti di uno scambio di cinguettii social avvelenati.
Considerazioni che a palazzo Chigi vengono tenute in conto, al netto di quelle che vengono definite «linee rosse», che il presidente americano avrebbe oltrepassato, cioè il rispetto che si deve all’Italia e a chi la rappresenta al massimo vertice dell’esecutivo. Dunque? Non è un caso se nella cerchia di Meloni, a sera, battono su un passaggio della risposta social a Trump. Non certo quello più “a effetto”. È la parte in cui la premier dice: «Non tornerò più sull’argomento». Ai ministri e i big di FdI con cui si consulta arriva dunque l’ordine di scuderia: ora basta polemiche, non si può continuare così, bisogna anzi cercare di risolvere. Si è reagito a dichiarazioni offensive e «senza senso», ma la posta in palio è troppo importante per consumare fino in fondo quella che Paolo Zampolli, inviato speciale di Trump in Italia, definisce già una vera «rottura».
Non si può arrivare, invece, alla «cesura delle relazioni diplomatiche». Anche il Colle segue l’evoluzione di questo intricato tetris. Il presidente Sergio Mattarella, l’altro ieri, dopo la prima intemerata di Trump, ha telefonato alla premier per esprimerle una doverosa solidarietà. C’è preoccupazione al Quirinale in generale a non rompere con l’America. Una posizione che anche a Palazzo Chigi conoscono bene.
L’esempio più lampante di questo cambio d’approccio sotterraneo, molto diverso dai toni social della premier, riguarda il ricevimento per il 4 luglio, festa nazionale degli Stati Uniti. Come ogni anno, il 2 sarà ospitato a Roma nella sede dell’ambasciata Usa, Villa Taverna. L’altro ieri, dopo le prime randellate di Trump, un po’ tutti i ministri (tranne Crosetto) nelle chat interne sostenevano che no, questa volta non avrebbe avuto alcun senso presentarsi. Pure nelle discussioni di FdI si faceva lo stesso ragionamento.
Ora da palazzo Chigi arriva una lettura molto diversa: a Villa Taverna i rappresentanti del governo ci saranno. Tutti? Qualche defezione è ammessa, ma a titolo personale, non in nome dell’esecutivo. Ieri Antonio Tajani, dopo un consulto con Meloni, ha sentito al telefono il segretario di Stato Usa, Marco Rubio. A Villa Taverna ci sarà. E si vedrà come il segnale sarà accolto dall’altro lato dell’Oceano. Anche perché pochi giorni dopo, il 7 e 8 luglio, è in programma il summit della Nato, ad Ankara. Meloni rivedrà Trump. L’appuntamento forse più difficile. Oltre il ruvidissimo battibecco social, si manda insomma qualche segnale in sordina. «Ma chissà come saranno accolti».
Sul piano pratico, dopo l’annullamento della missione di Tajani a Miami, il governo sta frenando intanto sul voto in Parlamento per la missione ad Hormuz. Nessuna
smania di fare presto. Fonti autorevoli di governo raccontano che si stava lavorando per far votare la missione dei cacciamine i primi di luglio. Ma da palazzo Chigi è arrivata l’indicazione di rallentare. «Aspettiamo». Un po’ per l’instabilità della regione, vedi le mosse di Israele, nonostante l’accordo. Ma anche perché prima di dare questo input agli Usa è bene capire come e se il quadro potrà minimamente ricomporsi.
(da Repubblica)
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Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile
L’INFANZIA IN CALABRIA E LA LEZIONE DEI GENITORI
È un italo-tedesco, figlio di genitori calabresi, il nuovo leader della Linke, il principale partito di sinistra della Germania.
Luigi Pantisano, 46 anni, è stato eletto alla presidenza con un 53% di consensi. Non una percentuale schiacciata, ma sufficiente per assumere le redini di un partito che – complici le difficoltà del governo Merz – non se la cava affatto male e viene dato fra il 10 e il 12% dai principali sondaggi, al pari dei Socialdemocratici. Al suo fianco ci sarà Ines Schwerdtner, confermata alla co-presidenza con l’86% dei voti.
Il congresso della Linke a Potsdam
Nel suo discorso a Potsdam, l’architetto italo-tedesco nato a Weiblingen, nel Baden-Württemberg, ha attaccato il cancelliere Friedrich Merz e i socialdemocratici, promettendo di riconquistare il voto dei lavoratori: «Sono figlio di lavoratori immigrati di famiglia italiana. I miei genitori hanno lavorato duramente per permettere a me e ai miei fratelli un futuro migliore. Ho imparato da loro a combattere», ha scandito con orgoglio. Il suo discorso, tuttavia, non è riuscito davvero a trascinare la platea degli oltre 500 delegati riuniti nel Brandeburgo ed è stato criticato da molti analisti.
Alla ricerca dei voti della working class
Durante il congresso, d’altronde, sono emersi diversi interventi polemici nei confronti dei vertici del partito. Ma Pantisano, nel suo discorso, ha provato a fare presa sui militanti della Linke promettendo che riporterà la classe operaia a votare a sinistra. «Mentre Merz dice che dobbiamo lavorare 13 ore invece di 8, e che dobbiamo continuare fino a 70, noi mettiamo i temi dei lavoratori al centro del nostro programma», ha detto Pantisano, che ha trascorso l’infanzia in Calabria con altri tre fratelli e che dal 2025 ha un posto al Bundestag come parlamentare.
L’infanzia in Calabria
Il nuovo presidente della Linke non ha nascosto le sue origini e le difficoltà sperimentate da ragazzo. Anzi, ha spiegato che quell’esperienza è stata fondamentale per il suo futuro impegno politico. «Il problema non sono quelli che arrivano in Europa su un gommone, ma il disprezzo di quelli che volano sulle nostre teste con i jet privati», ha detto ancora Pantisano.
(da agenzie)
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Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile
LA PERCENTUALE SALE AL 34% TRA GLI ELETTORI DI CENTRODESTRA: NESSUNA SORPRESA, SONO I RAZZISTI CHE VOTANO SOVRANISTA
Il successo dell’eurodeputato ed ex generale Roberto Vannacci appare sempre più come il
sintomo di un disagio diffuso che cerca una rappresentanza politica. Un fenomeno che non si esaurisce nel carisma del protagonista né nell’efficacia della sua comunicazione. Dietro la crescita del consenso attorno al suo movimento Futuro nazionale -stimato dai sondaggi tra il 4,0% e il 6,0%- affiora una domanda di ascolto, di identità e di riconoscimento che una parte dell’elettorato ritiene da tempo insoddisfatta dai partiti tradizionali. Il bacino elettorale di Futuro nazionale (che nell’acronimo ricorda il Fronte Nazionale) attinge trasversalmente a elettorati diversi – dalla Lega a Fratelli d’Italia, dal Movimento 5 Stelle fino all’ampia platea degli astensionisti – accomunati da domande politiche, sociali e culturali a cui i partiti tradizionali non hanno saputo dare risposta.
I dati dell’ultimo sondaggio di Only Numbers restituiscono l’immagine di una figura capace di dividere profondamente l’opinione pubblica italiana. Da un lato, Vannacci continua a registrare livelli elevati di sfiducia e di rigetto; dall’altro, riesce a consolidare un bacino di consenso che va oltre la semplice protesta e che sembra alimentarsi di una crescente domanda di identità, sicurezza e rappresentanza politica.
Il 19,0% degli intervistati esprime un giudizio positivo nei suoi confronti, una quota tutt’altro che marginale che sale al 34,1% nell’elettorato di centrodestra e al 37,5% tra gli elettori della Lega. Sul fronte opposto, il 56,0% ne dà invece una valutazione
negativa, mentre il 16,4% mantiene una posizione neutrale. Colpisce soprattutto l’atteggiamento dei più giovani tra i 18 e i 24 anni dove la neutralità raggiunge il 31,7%, segno che il fenomeno Vannacci viene osservato più con curiosità che con adesione o rifiuto ideologico. Il movimento politico Futuro nazionale sembra beneficiare di una combinazione di fattori. Secondo gli intervistati, il principale fattore della sua crescita risiederebbe nella capacità di affrontare temi come sicurezza, immigrazione e identità nazionale (22.0%). Seguono la delusione verso i partiti tradizionali e la crisi della Lega – che insieme pesano per circa un quarto delle risposte – e, in misura minore, l’influenza dell’avanzata delle destre europee e una generica protesta antisistema. Curiosamente, il carisma personale dell’ex Generale viene indicato soltanto dal 6,8% del campione come elemento decisivo del suo successo, anche se la percentuale sale al 20,7% tra i giovani. Un dato che suggerisce come il fenomeno sia meno legato alla figura dell’uomo e più alla capacità di intercettare un sentimento diffuso di insoddisfazione e di distanza dalle élite politiche.
A questo si aggiunge una comunicazione volutamente provocatoria e iperbolica, costruita per generare dibattito e amplificazione mediatica. Il 20,4% degli intervistati non indica un fattore prevalente o non sa rispondere, segno che il fenomeno resta in parte ancora difficile da decifrare anche per chi lo osserva. Una dinamica già emersa con la pubblicazione del suo libro, le cui tesi controverse hanno contribuito a moltiplicarne la visibilità, trasformando la polemica in uno strumento di amplificazione del messaggio politico. In questo quadro si inserisce anche il tema della remigrazione, termine entrato nel dibattito pubblico nazionale soprattutto attraverso le posizioni di Vannacci, che lo colloca all’interno di una narrativa – contestata e politicamente connotata – secondo cui le popolazioni europee sarebbero esposte a un processo di sostituzione etnica e culturale favorito dalle élite. Un concetto dai contorni volutamente sfumati, funzionale a ridefinire il perimetro del suo discorso politico. Le conseguenze di questa impostazione emergono anche sul piano della percezione pubblica. Il 35,0% degli intervistati colloca Futuro nazionale nell’area della destra radicale, mentre il 17,0% lo considera espressione di una destra conservatrice. Significativo è però lo scarto interno dove il 54,5% degli elettori del movimento preferisce questa seconda definizione. Un dato che rivela come Futuro nazionale operi su due piani comunicativi simultanei: un messaggio rivolto alla propria base che rassicura e normalizza, e un’immagine esterna percepita come più radicale. È un meccanismo
che richiama quello di altri movimenti in fase di sdoganamento, che cercano legittimità pubblica senza rinunciare alla coesione ideologica interna. Il resto delle definizioni vede il 15,1% collocare il movimento nell’area populista, il 4,3% in quella patriottica e appena il 3,7% nella destra moderata.
Nel complesso, il quadro descrive un movimento in una fase di costruzione identitaria ancora incompiuta, che sfrutta consapevolmente la dissonanza tra percezione esterna e auto-percezione dei propri elettori. La “destra autentica” funziona meno come programma politico e più come dispositivo di riconoscimento emotivo, capace di tenere insieme elettori che si rifiutano dell’etichetta di estremismo radicale pur condividendone spesso le posizioni.
Il rischio politico è che questa ambiguità, utile nella fase di radicamento, diventi un ostacolo nel momento in cui il partito dovesse affrontare scelte di coalizione o di governo che richiedono un profilo più definito. Il suo parlare non tanto come leader di partito, ma piuttosto come un soggetto esterno al sistema – pur essendone ormai parte integrante -, costruisce il proprio racconto attorno a una contrapposizione netta tra ciò che definisce il “senso comune” e le élite culturali, mediatiche e politiche. La sua forza non risiede tanto nella capacità di offrire soluzioni articolate quanto nella capacità di dare un nome a paure, insicurezze e malcontenti che una parte dell’elettorato ritiene ignorati dalla politica tradizionale. Da questo punto di vista Vannacci non inventa nuovi problemi, ma riformula problemi già esistenti in una narrazione più emotiva e identitaria. Ed è qui che potrebbe emergere anche il limite principale del progetto politico. Se la protesta può favorire la crescita di un movimento, governare richiede qualcosa di diverso: visione economica, competenza amministrativa e capacità di mediazione.
Non è un caso che gli intervistati individuino proprio nell’economia (13,9%) e nel rapporto con l’Unione europea (10,9%) i punti più deboli della proposta politica di Futuro nazionale. Ancora più significativo è il voto medio di credibilità come forza di governo: appena 3,61 su una scala da 0 a 10. Forse il vero significato politico del fenomeno Vannacci non sta tanto nella possibilità di conquistare il governo del Paese quanto nella sua capacità di rappresentare un disagio. Ogni volta che una parte consistente dei cittadini ritiene che nessuno interpreti le proprie preoccupazioni, emerge qualcuno disposto a occupare quello spazio e Vannacci sta facendo esattamente questo. Lui convince il suo pubblico non perché offra analisi più sofisticate, ma perché traduce temi complessi in messaggi immediati, facilmente comprensibili e ad alto impatto emotivo. La domanda, allora, non è
soltanto quanto crescerà Futuro nazionale nei sondaggi. La domanda è perché una quota crescente di italiani sia alla ricerca di una proposta che si presenta come alternativa all’intero sistema politico. Perché i fenomeni politici passano, i leader cambiano, tuttavia il malessere che li genera spesso rimane… E quando la politica tradizionale non riesce a comprenderlo o preferisce liquidarlo come semplice estremismo, rischia di trasformarlo da protesta episodica in consenso strutturale.
Alessandra Ghisleri
(da lastampa.it)
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Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile
COM’E’ CAMBIATA LA CATEGORIA…
Abbiamo parlato dei medici. Occupiamoci adesso degli artigiani, almeno di quelli che incontro io. Lavorano quasi tutti in nero e se tu ci stai ti rendi complice ai danni del cittadino onesto, una rarità invisibile del nostro mondo (“E sempre sia lodato quel fesso che ha pagato”).
Non rispettano gli appuntamenti, ma anche questa è una moda che non riguarda solo gli artigiani. Il lettore ricorderà forse la fatica che ho fatto per trovare un segretario o una segretaria. Incontravo i candidati per farmi un’idea, fissavamo il primo giorno di lavoro e non si presentavano, quando andava bene mandavano una mail di scuse. Io credo che la prima, vera e forse unica riforma da fare in Italia sia quella della buona educazione.
Ma questi sono dettagli. Il problema vero è che gli artigiani in cui mi imbatto non hanno nessuna affezione per il loro mestiere. Anche quando, dopo mesi di attesa, ti presentano finalmente la loro opera, c’è sempre qualcosa che non funziona o da rifare: non so se lo fanno per calcolo o, come credo più verosimile, per incapacità. Un tempo non poi così lontano, l’artigiano era orgoglioso del proprio mestiere e presentava al maestro il “capolavoro” che attestava la validità dei lunghi anni di apprendistato. Insomma l’artigiano veniva da una conoscenza solida del proprio mestiere. Era un do ut des: il maestro gli dava le proprie conoscenze, in cambio, l’apprendista gli forniva gli strumenti essenziali del vivere, il restare in bottega anzitutto (eh già, la “bottega”, termine scomparso dal nostro vocabolario) e poi i vestiti, un paio di scarpe per i giorni infrasettimanali, un altro paio, più elegante, diciamo così, per la domenica e le feste comandate. L’apprendista artigiano si sarebbe sentito orribilmente umiliato se il maestro non avesse approvato il suo “capolavoro”. Questo concetto è esistito, fino a poco tempo fa, anche nel giornalismo. Faccio un esempio che riguarda la mia esperienza. Un pomeriggio mi chiama il direttore dell’Europeo, il mitico Tommaso Giglio, un ciociaro dall’aspetto assai poco rassicurante, diciamo quello di un Totò triste. Insomma mi chiama Giglio e dice: “Adesso prendiamo una smentita a ogni pezzo?”. Una smentita, non una querela. Lavoravo da sei anni all’Europeo e quella era la prima smentita che ricevevo. Peraltro allora il nostro lavoro era molto diverso, noi non ci alimentavamo di social, di database, ma del lavoro fatto sul campo. Mi fa sorridere, amaro, vedere che certe corrispondenze che riguardano, poniamo, il Medio Oriente, vengano datate da Istanbul o da altre città a migliaia di distanza dal luogo dove si svolgono i fatti. Certo anche l’inviato sul campo poteva sbagliare. Sbagliava una volta, sbagliava due volte, ma alla terza finiva fuori dal mestiere. Se si fosse seguita questa linea certi giornalisti, poniamo un Cerno, non esisterebbero. […]
Ma torniamo agli artigiani. Se voi osservate con attenzione certi tombini a Milano vedete che sono accompagnati da una sigla di due lettere che vi appare incomprensibile. Sono le iniziali dell’artigiano che ci tiene a far sapere che quel tombino, un miserabile tombino, porta la sua firma. Insomma quello che è venuto a mancare nella nostra società è il rigore. Cioè il rispetto della legalità, o per meglio dire, dell’onestà che è qualcosa di più profondo. Nell’Ancien Régime, e non sto parlando del Medioevo ma del dopoguerra italiano, il rispetto della parola data era un valore per tutti, per gli imprenditori perché dava credito, per il mondo contadino dove una stretta di mano era sufficiente per suggellare un contratto, senza il bisogno di infinite e faticosissime trattative attraverso le mail, e per il mondo proletario che aveva le sue regole: la fidanzata doveva essere una “compagna”, il vino un Calcarone o un Barbera, vini poveri dunque e così via. Si chiamavano allora “figiciotti”, Federazione Giovanile Italiana Comunista. Non potevano sapere che cos’era davvero il “socialismo reale” che vigeva in Unione Sovietica, perché Togliatti, il “migliore”, che pur in Unione Sovietica c’era stato, glielo aveva occultato. Si arrivò all’estremo del ridicolo, e forse oltre, quando Leningrado, l’antica San Pietroburgo, fu chiamata Togliattigrad. Del resto a Dostoevskij, che era un panrusso, San Pietroburgo non piaceva per niente, troppo moderna ai suoi occhi. Per costruire San Pietroburgo lo Zar Pietro il Grande chiamò architetti da tutta Europa, anche italiani. Ed è molto probabile che io discenda da lì. Dalla componente russa e da quella ebraica, che quando ci sono quattrini di mezzo non manca mai. Posso quindi dire, con ragioni migliori di Bernard-Henri Lévy, capostipite della “nuova filosofia”, di essere il figlio di due Rivoluzioni, quella sovietica perché i miei avi proprietari terrieri dovettero fuggire dalla Russia; e quella italiana perché mio padre, Benso Fini, non volendo aderire al fascismo si rifugiò a Parigi. Era quella la meravigliosa Parigi degli anni Trenta dove anche due intellettuali strepenati come erano mia madre e mio padre potevano frequentare i maggiori artisti e intellettuali, da Picasso a Picabia. […] Mia madre, Zenaide Tobiasz, il cui nome ebreo non può sfuggire a nessuno, ricorda mio padre che fruga in un cesto di rifiuti per prendere qualche arancia marcia. Del resto il Boulevard des Italiens era frequentato da tutti. Fu quello il periodo migliore della loro esistenza. Paradossi della Storia, paradossi della vita.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)
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Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile
LECCORNIE, DALLE SPIGOLE AL PROSCIUTTO CHE NON DEVE ODORARE D’OSSO, FINO AI POLLI RUSPANTI E AI CETRIOLI “CON SEMI INTERI”
Oltre un milione di euro solo per la ciccia. Qualcosa in meno per i prodotti di mare, insomma il
pesce, che siano spigole, orate o quel che prevederà il menù. Ma il conto – signora mia! – è ancor più salato se si passa ad altro reparto. Per garantire verdura e frutta di stagione è messa in preventivo una spesa da capogiro anche se il top si raggiunge sul resto, a partire dall’amatissima pasta e tutto ciò che occorre per un carrello dei dolci sempre all’altezza della sfida. Lo scontrino per l’acquisto delle derrate alimentari destinate a finire nel piatto dei deputati vale all’incirca 5 milioni di euro più Iva, secondo quanto emerge dal bando appena pubblicato da Camera Servizi, la società in house di Montecitorio a caccia delle migliori offerte per garantire la massima soddisfazione degli onorevoli palati.
E così ecco qui i cinque lotti con annesso capitolato che specifica a quali condizioni potranno variare i prezzi di fornitura. E soprattutto quale debba essere la qualità della materia prima: per la carne bovina solo tagli di prima o massimo di seconda scelta per tutti i vari usi culinari, dal ragù allo stracotto, dal brasato al filetto passando per il roast beef. Il vitello avrà “grana fine, consistenza tenera, grasso bianco perlaceo, odore latteo”. Il maiale sarà senza antibiotici, “di età inferiore a 12 mesi”, nato e allevato in Italia o in Paesi comunitari e “la macellazione deve essere avvenuta da almeno 72 ore prima della consegna”.
Gli abbacchi e le galline
Gli agnelli devono avere “un’età superiore a 90 giorni e inferiore a 10 mesi”, con le carni a prova di esame organolettico che deve evidenziare “tenerezza della carne, succulenza adeguata alla tipologia, aroma delicato…”. Pollo e pollame? Naturalmente ruspanti perché rigorosamente allevati “a crescita lenta”. E pure sugli insaccati non si scherza: il disciplinare dop è d’obbligo che si tratti di salamella, felino, finocchiona, spianata romana o soppressa veneta. La mortadella solo Bologna Igp come lo Speck Alto Adige mentre nel caso del prosciutto crudo, vade retro il “puzzo d’osso”.
Ma pure il baccalà
Sul pesce invece occhio al calendario: tutto l’anno vanno bene cefalo, nasello, san Pietro e compagnia ma poi c’è la stagione che chiama: e dunque largo a spigole, ricciole, polpi, rombi, vongole veraci, alici&triglie e chi più ne ha ne metta in un’alternanza che non conosce sosta. E il pesce di acqua dolce? È ammessa solo la trota “in quanto specie autoctona pescata nell’Unione europea” . Ma ancora più attenta è la selezione di frutta e verdura in un tripudio di mandarini, ananassi, pesche nettarine, ribes e mirtilli, ciliegie e fragole. Sono esclusi i prodotti transgenici (Ogm) e quelli trattati con raggi gamma. Tutti i prodotti ortofrutticoli “devono essere di qualità extra o 1ª categoria e solo per straordinari motivi di mercato e limitati periodi di emergenza, debitamente documentati con dichiarazioni dei fornitori accreditati, si potranno utilizzare prodotti di 2ª categoria provenienti da agricoltura biologica”.
Anche con l’ortofrutta non si scherza, e così gli asparagi “devono essere freschi, turgidi, con turioni compatti e punte chiuse”, le biete “avere il torsolo reciso in modo netto in corrispondenza della corona fogliare esterna”, i cetrioli dovranno essere “praticamente dritti, avere semi teneri”, la cicoria avere “foglie turgide, di colore tipico e non ingiallite”, i fiori di zucca “freschi, integri, di colore brillante e non appassiti”, mentre le tipologie di radicchio esclusivamente di Chioggia Tondo e di tipo tardivo del Trevigiano. Un lungo catalogo – 139 pagine – di prescrizioni, pesi misure e qualità che coprono tutte le portate e pure le bevande. Ma il lotto più ricco che da solo vale 1,6 milioni è per la voce “altre derrate” dove a farla da padrone è la pasta: secca, fresca e pure esotica. Perché accanto a quella prodotta esclusivamente con semola di grano duro, di elevata qualità c’è posto per quella fresca e farcita. Dai ravioli di zucca a quelli ripieni di burrata passando per i gyoza giapponesi. Idem per il pane, dal filone ai bagel, dalle baguette ai bottoncini al burro, fagottini e croissant salati, compreso il pane Carasau. Nel reparto formaggi è regina la mozzarella di bufala “rigorosamente di color bianco porcellanato e crosta sottilissima, prodotta esclusivamente nelle aree riconosciute di Campania, Lazio, Puglia e Molise”. Le olive? Li perdonerà l’immenso Mario Brega di Borotalco: non “so’ greche”, ma rigorosamente italiche.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile
LA CONFIDENZA ESIBITA, I COMPLIMENTI, LA PROPOSTA DEL NOBEL: QUANDO IL SERVILISMO NON PAGA
Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino. Anche in politica internazionale, e ancora di più nel tempo del caos e dell’irrazionalità sistemica, i proverbi conservano la loro luminosa efficacia. Per cui proprio insistendo a fare l’amicona con Trump ecco che Meloni, caparbia e imprudente, è caduta in trappola.
A questo punto gli studiosi di paremiologia, ovvero la scienza dei proverbi, si dividono sulle conseguenze della sciagura di Evian. Alcuni prevedono che la premier rimarrà d’ora in poi mutilata; mentre altri, più benevoli, ritengono che riuscirà a salvarsi lo zampino, ma dopo aver mostrato al mondo con quanta ingenuità, puntando smodatamente al ghiotto risultato, l’aveva infilato nella tagliola.
In entrambi i casi a Palazzo Chigi, a via della Scrofa e nelle redazioni collaterali si avrà la conferma definitiva di come, nei rapporti fra gli Stati, gli errori valgono il doppio e si pagano tre volte. Sotto lo sguardo della platea internazionale, la video-retorica sull’Italia «che non implora mai» lascia nel migliore dei casi il tempo che trova, mentre nel peggiore indica come scagliarsi oggi contro gli idoli di ieri suoni volgare, infantile, megalomane, patetico, ma soprattutto inutile.
Rispetto alle miserie del presente ci si sente perfino in colpa ad avventurarsi nei ricordi: «Ma come sono cretini!», sottinteso gli americani, fu il titolo di un editoriale dell’Unità con cui nel 1947 Palmiro Togliatti innescò la crisi del terzo governo De Gasperi. Ieri l’ineffabile Libero ha sparato in prima: «Trump è un coglione», ma in quella stessa vetrina, appena pochi mesi, fa erano messi alla berlina in qualità di “rosiconi” quanti disconoscevano i trionfi meloniani a Washington.
Ora, proprio per evitare questi buffi eccessi, queste acrobatiche oscillazioni, questi torcibudella da tifoseria esiste da qualche secolo – o forse esisteva – la diplomazia;
e, all’interno di essa, uno stile improntato a coscienza, conoscenza, pazienza e auto-sorveglianza.
Per dire: ogni due per tre Meloni rivendica, non di rado in tono aggressivo, che lei è lì per difendere l’interesse nazionale, rivendicazione che tuttavia si misura più con i risultati che con le invocazioni o, come nel caso dei rapporti con Trump, con una quantità di mosse, mossette, gesti, bacetti, complimenti, compiacenze, salamelecchi e immaginifiche social card su cui in giornate come queste viene insieme da ridere e da avvilirsi.
Tipo che quando, gennaio 2024, Meloni si precipitò in gran segreto a Mar-a-Lago per implorare – si scelga, se necessario un altro termine – il nulla osta di Trump alla liberazione di un tecnico atomico iraniano e procedere a uno scambio con Cecilia Sala, beh, certo ne valeva la pena, ma una sintomatica combinazione di fuffa all’italiana e di scempia americanata produssero nella mente dell’uomo di Musk, a nome Stroppa, un’icona kitsch in cui Donald figurava come imperatore romano e Giorgia come la sua matrona in peplo – più defilato il dignitario Elon.
Di roba e sotto-roba del genere – elogi reciproci ed esagitati nei pranzi, panchine e divanetti a due, illustri copertine, risatine, battutine, prefazioni in famiglia di libri meloniani, pronunciamenti Nobel, impegnative frequentazioni dell’inviato speciale Zampolli, con tanto di rincorse da parte di Salvini – se n’è ammonticchiata talmente tanta nella raccolta differenziata dell’ultimo anno, che qualsiasi odierna proclamazione di indipendenza rispetto a Trump da parte del governo italiano non solo è assolutamente tardivo e incredibile, ma finisce per mettere a nudo la confusione, l’improvvisazione, l’inconsistenza, il voltafaccia, la fede nella propria furbizia, tutte caratteristiche che purtroppo non sono estranee al carattere nazionale allorché i governanti italiani debbono misurarsi con le faccende internazionali.
Nessuno può negare la buona fede e anche l’impegno di Meloni su e giù per il mondo. Ma quale ponte davanti a dazi, armi, Venezuela? Hai voglia adesso a insultare grossolanamente o accusare di follia quello stesso Trump che nemmeno un anno fa, dopo aver ascoltato la premier, se n’era uscito: «Che bel suono ha il suo italiano!».
La nuda e cruda verità secondo cui “Sovranista grande mangia sovranista piccolo” resta forse l’unica autentica spiegazione dell’ingratitudine, del tradimento, dello scaricamento, dell’umiliazione planetaria. La gatta del proverbio doveva forse accorgersi prima che non ne valeva la pena, mantenere una distanza, una misura, un decoro, una fermezza che di questi tempi sono tanto più rari quanto più utili.
(da La Repubblica)
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Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile
SILVIA SALIS: “RINNOVIAMO LA TOPONOMASTICA ALL’INSEGNA DELLA MEMORIA E DEI DIRITTI CIVILI”… UNA STRADA SARA’ INTITOLATA ANCHE A UN EROE DELLA COSTA CONCORDIA E UNA PIAZZA ALL’ECUADOR, LA COMUNITA’ STRANIERA PIU’ PRESENTE IN CITTA’
La strada di chi non ha una casa porterà il nome di Pietro Magliocco: Genova cambia la targa e
sceglie da che parte stare.
La vecchia “Via alla Casa Comunale”, usata per l’iscrizione anagrafica delle persone senza dimora, sarà dedicata al clochard la cui morte scosse la città. Nella delibera anche nuove intitolazioni in diversi quartieri
Una via può essere solo un indirizzo, oppure può diventare una dichiarazione. A Genova, la strada virtuale assegnata alle persone senza fissa dimora cambia nome e si carica di un significato che va oltre la toponomastica. La Giunta comunale ha approvato la delibera che trasforma “Via alla Casa Comunale” in via Pietro Magliocco, scegliendo di sostituire una formula amministrativa fredda con il nome di un uomo la cui storia, nel 1993, attraversò la città come una ferita collettiva.
La proposta è arrivata dall’assessore ai servizi civici, diritto di cittadinanza e mobilità Emilio Robotti. Il provvedimento, dichiarato immediatamente eseguibile in attesa dell’autorizzazione definitiva della prefettura, interviene su nuove denominazioni di strade, giardini, spazi pubblici, percorsi pedonali, piste ciclabili e targhe commemorative. Ma il cuore politico e umano dell’atto sta proprio nella scelta di dedicare a Magliocco l’indirizzo anagrafico delle persone che una casa non ce l’hanno.
“Via alla Casa Comunale” era un nome tecnico, quasi invisibile, nato per permettere a chi vive senza dimora di avere comunque un’iscrizione anagrafica, e quindi un punto di accesso ai diritti. Con il nuovo nome, quello spazio formale diventa memoria pubblica. Non cambia soltanto una targa: cambia il modo in cui la città decide di nominare chi rischia ogni giorno di restare fuori dallo sguardo degli altri. Pietro Magliocco, morto tragicamente nel 1993, era diventato suo malgrado il simbolo di una Genova costretta a interrogarsi sulla solitudine, sull’emarginazione e
sulla responsabilità collettiva. Da quella vicenda nacque una mobilitazione solidale che ancora oggi continua a vivere nel volontariato cittadino.
«Con questa delibera riscriviamo la mappa stradale di Genova e ne ridisegniamo la mappa valoriale», dichiara Emilio Robotti. Per l’assessore, la sostituzione della dicitura “Via alla Casa Comunale” con il nome di Magliocco significa «restituire dignità, identità e volto a chi spesso è invisibile agli occhi della società». La toponomastica, aggiunge, deve ricordare statisti e figure istituzionali, ma può anche «rendere eterni gli esempi di umanità riscoperta». In questo caso, il nome di Pietro Magliocco diventa un aggancio civile e simbolico per chi, non avendo un tetto, ha comunque bisogno di un luogo riconosciuto da cui far partire diritti, documenti, assistenza, relazioni con le istituzioni.
La delibera non si ferma a questa scelta. Nel Municipio Centro Est, la piazzetta tra via Napoli e via Boine sarà intitolata a Sandro Zerbino, presidente della Polisportiva Santa Caterina e figura di riferimento per l’educazione e l’impegno verso i giovani del quartiere. Sempre nel Centro Est, lo slargo tra corso Dogali e corso Firenze ricorderà Giuseppe Ivaldi, conosciuto come “Don I”, il sacerdote genovese che fondò la colonia di Monteleco e il “Movimento Ragazzi”, esperienza laica di educatori volontari ancora radicata nella vita associativa cittadina.
A Carignano, la nuova area verde pensile realizzata nell’ambito della riqualificazione della rotonda tra corso Aurelio Saffi, via Fiodor e via Rivoli prenderà il nome di Parco Repubblica dell’Ecuador, omaggio a una delle comunità migratorie più numerose e radicate a Genova. Nel Municipio Centro Ovest, il tratto pedonale tra salita degli Angeli e via Bologna sarà dedicato a Giuseppe Girolamo, giovane musicista morto nel naufragio della Costa Concordia dopo aver ceduto il proprio posto su una scialuppa a una famiglia con bambini piccoli, gesto per il quale gli fu riconosciuta la Medaglia d’oro al valor civile.
A Pegli, il percorso pedonale tra via Luigi Rizzo e viale Giorgio Modugno diventerà passo Alberto Lupo, omaggio all’attore genovese, volto e voce del teatro e della televisione italiana.
(da agenzie)
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Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile
QUELLO CHE UN TEMPO ERA VISTO COME UN LAVORO SICURO E DIGNITOSO, ADESSO VIENE SNOBBATO DA TUTTI: IL MOTIVO? PAGHE BASSE, TURNI MASSACRANTI E AGGRESSIONI CONTINUE
Nessuno vuole più fare il tranviere. Non si trovano più conducenti di pullman, mancano autisti. Tanto che il Comune di Milano ha appena assunto trenta nuovi autisti dalla Tunisia, perché solo là li ha trovati. E adesso, anche la società del trasporto pubblico delle province di Biella e Vercelli vuole stringere un accordo con il consolato del Marocco per cercare nuovo personale.
Non è solo un problema italiano. Secondo gli ultimi dati del «Driver Shortage Report» dell’Unione internazionale dei trasporti, in Europa mancano 100 mila conducenti e in Italia 10 mila. A Milano il fabbisogno annuo è di 300 nuove assunzioni, su un totale di 3800 dipendenti. L’agenzia Elis, che si occupa di formazione al lavoro, ha avuto incarichi dalla Sicilia, dal Lazio, dall’Emilia Romagna e dal Veneto, oltre che dal Comune di Milano, proprio per cercare delle soluzioni.
«Il progetto ha preso il largo nove mesi fa. Abbiamo fatto una selezione molto attenta. La Tunisia ha un patto di reciprocità con la patente italiana, può essere convertita nel giro di un anno. Abbiamo cercato persone con esperienza decennale nel trasporto pubblico e persone con una forte motivazione, anche in vista dell’esame che dovranno sostenere».
Federica Marano è la responsabile di Elis per i progetti formativi all’estero, cura l’inserimento dei nuovi autisti arrivati a Milano dal Nordafrica.
Per rendere attrattivo il mestiere che nessuno vuole più fare, le amministrazioni comunali stanno studiando delle strategie economiche. Per esempio, anticipare il costo della certificazione obbligatoria che si attesta intorno ai 4 mila euro, oppure pagare una casa per i primi sei mesi ai nuovi autisti. Anche l’Atap, la società del trasporto pubblico per le province di Biella e Vercelli, sta cercando di individuare possibili soluzioni per risolvere le criticità legate alla carenza di autisti.
Quindi «un’academy», così viene chiamata, per la formazione di tutti i lavoratori interessati. Ma anche canali internazionali per cercare nuovo personale. «Il 13 giugno, in occasione della visita a Biella del Console del Marocco, ho illustrato la problematica», spiega la presidente Francesca Guabello. «Il Console ha dimostrato la propria disponibilità a fornire supporto per la promozione dell’iniziativa stessa. Ma questa strada, che magari si potrà aprire in futuro, non esclude affatto la nostra volontà di cercare anche qui in Italia, in Piemonte, nuovi conducenti per i nostri mezzi pubblici».
Il mestiere non piace più per ragioni piuttosto comprensibili. Ti assumono spesso con contratti di formazione: due anni a 1300 euro, senza premi di produzione. Il primo stipendio con contratto a tempo indeterminato è da 1400 euro al mese, ma dopo trent’anni di lavoro si arriva al massimo a 1600 euro di paga base. Il tutto in città come Milano, dentro le quali è letteralmente impossibile vivere. Gli affitti costano troppo, così come il cibo. Un autista di pullman di Milano abita in realtà nel circondario, aggiunge quindi al tempo del lavoro quello degli spostamenti necessari.
«Gli stipendi inadeguati sono il primo di tre problemi» spiega Roberto Ricci, segretario nazionale di Fit-Cisl. È un sindacalista che viene da Atac, il servizio dei trasporti pubblici di Roma. È di questo che si occupa. «Il secondo problema sono i turni massacranti. Di giorno e di notte, gli autisti montano e smontano su linee diverse, così capita di finire il turno dalla parte opposta della città rispetto al punto da cui avevano incominciato.
Qualcuno portava a bordo il monopattino per rifare la strada, ma ora non è più permesso. Insomma: finisce che devi dare molto più tempo a un lavoro già molto faticoso. E visto che ci sono pochi autisti, spesso saltano le ferie e i riposi. Era un lavoro molto ambito, ora non più».
Qual è il terzo problema? «Le aggressioni. Nonostante le paratie a difesa dei conducenti appena montate sui mezzi, come stabilito nell’ultimo decreto legge, i pullman restano posti pericolosi per chi li guida. È diventato un lavoro sottopagato, frustrante e rischioso».
(da La Stampa)
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Giugno 21st, 2026 Riccardo Fucile
OLTRE 160 RECLUTE SI SONO AMMALATE NEGLI ULTIMI DUE MESI: UNA PERSONA È ANCHE MORTA
Un focolaio di influenza ha colpito quasi 160 reclute nella Lackland Air Force Base in Texas,
meno di due mesi dopo la decisione del capo del Pentagono Pete Hegseth di revocare l’obbligo, in vigore da decenni, della vaccinazione antinfluenzale per il personale militare
L’epidemia, come riporta il Washington Post, ha spinto l’Air Force a fare marcia indietro mentre il portavoce capo del Pentagono, Sean Parnell, ha dichiarato che Esercito, Marina, Aeronautica, National Security Agency e Defense Health Agency hanno ora il permesso di imporre la vaccinazione in determinate circostanze.
Intanto, all’inizio della settimana, l’Air Force ha reso noto che Keon McDaniel – che si trovava alla sesta settimana di addestramento militare di base – è deceduto in
seguito a un’emergenza medica e al successivo trasporto presso il vicino Brooke Army Medical Center. L’Aeronautica sta verificando se il decesso sia collegato al focolaio, ma gli accertamenti sono ancora in corso.
(da agenzie)
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