Destra di Popolo.net

IL GOVERNO MELONI E IL CONSENSO PERDUTO

Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile

NEI PROSSIMI MESI LA PREMIER CERCHERA’ DI RECUPERARE QUELL’ELETTORATO CHE SI E’ DIRETTO VERSO VANNACCI

Nei giorni scorsi, Giorgia Meloni ha festeggiato a Bari il record di longevità per un governo nell’Italia repubblicana. Non è una sorpresa: l’esecutivo è sostenuto da una maggioranza parlamentare larga e stabile, poggia su una leadership molto chiara e ha al suo interno una gerarchia netta tra i partiti che la compongono. Dal palco, Giorgia Meloni ha rivendicato tutti i risultati di questi anni e ha sottolineato con determinazione il valore della stabilità e l’autorevolezza internazionale che ne consegue per il Paese.
La prova di forza ha ricaricato le truppe in vista di una campagna elettorale che si appresta ad essere lunga, permettendo al contempo al governo di dettare l’agenda mediatica per giorni. Scenografia mastodontica, americaneggiante, pienamente coordinata con il messaggio di solidità, stabilità e grandezza che un simile record, sbandierato come fosse il raggiungimento di un ambizioso obiettivo di policy, porta con sé.
Eppure, dietro l’immagine esibita da Meloni a Bari, i numeri delle rilevazioni di queste settimane segnalano una debolezza inattesa. Secondo l’ultimo sondaggio YouTrend, infatti, per il 59% degli italiani la longevità di un governo non è necessariamente un merito: a contare sono i risultati ottenuti. Solo il 30% considera invece positivamente il record di durata dopo tanti anni di instabilità.
Anche il giudizio complessivo sull’esecutivo è largamente negativo, solo 36 italiani su 100 promuovono l’operato: un dato negativo, peraltro stabile da oltre un anno. Per lungo tempo, tuttavia, questa impopolarità non ha avuto conseguenze significative sulle intenzioni di voto. Il centrodestra ha continuato a mostrare una tenuta invidiabile, tanto più significativa in un Paese nel quale nessuna coalizione di governo è mai stata confermata dagli elettori dopo cinque anni di legislatura. Ancora il 22 gennaio, nel primo sondaggio YouTrend dell’anno, l’alleanza superava il 46% dei consensi, nonostante il gradimento dell’esecutivo fosse fermo al 33%. Oggi, però, qualcosa è cambiato: Futuro Nazionale ha raggiunto l’8% e, mentre Vannacci conquista uno spazio sempre più centrale nel dibattito pubblico, la coalizione meloniana è scesa sotto il 39%.
I segnali di insofferenza nell’elettorato conservatore erano visibili da tempo, ma sono stati a lungo ignorati. È bastata la comparsa di un’offerta nuova, marcatamente di destra e identitaria, perché parte di quello scontento trovasse un approdo: il consenso di Futuro Nazionale proviene infatti prevalentemente da elettori di Lega e Fratelli d’Italia, più che da astensionisti cronici.
Per il momento, la maggioranza si rifugia in una strategia da azzeccagarbugli, cercando la formula perfetta per sgonfiare Vannacci, renderlo non decisivo, e far convergere i suoi voti sul centrodestra in modo naturale attraverso l’introduzione di un ballottaggio. Ma è difficile affrontare una debolezza strutturale e politica con una risposta tecnicistica.
La capacità di Giorgia Meloni di tenere assieme la coalizione non è in discussione, ma per tornare a Palazzo Chigi dopo il voto politico non le basterà una legge elettorale costruita su misura. Se la stabilità è stata fin qui uno dei principali risultati rivendicati dal governo, nei prossimi mesi la sfida sarà trasformarla in consenso e recuperare quella parte dell’elettorato di destra che Futuro Nazionale è riuscito, almeno per il momento, a conquistare.

(da agenzie)

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TRUMP CAMBIA LOOK: ADDIO AL SUO ICONICO CIUFFO BIONDO

Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile

ORA SI E’ FATTO CASTANO

Donald Trump cambia look in modo radicale, rinunciando a quello che era diventato il suo marchio di fabbrica: l’iconico ciuffo biondo. Un’acconciatura così celebre da aver ispirato nel corso degli anni i paragoni più disparati, soprattutto nel mondo animale, dal bufalo albino del Bangladesh ribattezzato “Donald Trump” alla falena nordamericana chiamata scientificamente Neopalpa donaldtrumpi.
Il presidente statunitense è stato fotografato con una tonalità di capelli nettamente più scura, quasi castana. Un cambiamento notato per la prima volta venerdì, subito dopo l’atterraggio dell’Air Force One, mentre Trump si dirigeva al suo Golf Club nel New Jersey.
Nulla di troppo drastico, ma tanto è bastato per scatenare l’ironia del web: «Sembra che quei capelli possano scappare dalla sua testa da un momento all’altro», ha commentato un utente su X, alludendo alla bizzarria della nuova chioma. «Trump è entrato nella fase in cui le signore anziane smettono di farsi la tinta e tornano ai capelli naturali», ha scritto un altro.
Il giorno successivo, tuttavia, il presidente si è fatto riprendere indossando l’inseparabile cappellino “Make America Great Again”, rendendo impossibile scrutare il nuovo colore. Resta ora da capire se si tratti di un esperimento temporaneo o di cambio di look definitivo.

(da agenzie)

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MUSK, CHE DA TEMPO SOSTIENE AFD, SI È CONGRATULATO CON LA LEADER DEL PARTITO DI ESTREMA DESTRA, ALICE WEIDEL, PER LA VITTORIA NELLA SASSONIA-ANHALT: “GUT GEMACHT!” (“BEN FATTO!”)

Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile

E IL CANDIDATO DEI NAZISTELLI NEL LAND TEDESCO, ULRICH SIEGMUND, PROMETTE A “MR TESLA” LA STRADA SSPIANATA PER FARE AFFARI: “ACCOGLIEREI CON GRANDE FAVORE L’OPPORTUNITÀ DI UNA COOPERAZIONE FORTE E COSTRUTTIVA. LA GERMANIA TORNEREBBE A ESSERE UN LUOGO IN CUI VALE LA PENA INVESTIRE”

L’imprenditore e uomo più ricco del mondo, Elon Musk, che ha sostenuto il partito di estrema destra tedesco AfD, si è congratulato con il partito per la vittoria elettorale di ieri nello stato tedesco federato della Sassonia-Anhalt.
“Gut gemacht!” (Ben fatto!) ha scritto Musk sulla sua piattaforma social X in risposta a un post della co-leader dell’AfD, Alice Weidel, che si congratulava con il candidato di punta del partito, Ulrich Siegmund, per il risultato.
Siegmund ha prontamente risposto a Musk, l’uomo più ricco del mondo, ringraziandolo per il suo “sostegno”.”Se ci assumiamo le nostre responsabilità, accoglierei con grande favore l’opportunità di una cooperazione forte e costruttiva.
La Germania tornerebbe a essere un luogo in cui vale la pena investire”, ha scritto Siegmund.

(da agenzie)

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E ORA I “SOVRANISTI D’EUROPA” VANNO ALLA CARICA, LA VITTORIA DELLE SVASTICHELLE DI AFD IN SASSONIA-ANHALT GONFIA IL PETTO DELL’ESTREMA DESTRA IN TUTTO IL VECCHIO CONTINENTE

Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL 13 SETTEMBRE SI VOTA IN SVEZIA, DOVE E’ IN FORTE ASCESA LA DESTRA RADICALE DEI DEMOCRATICI SVEDESI, NEL 2027 SARA’ LA VOLTA DI GRECIA, FRANCIA (LE PEN E’ LA STRAFAVORITA PER LE PRESIDENZIALI), POLONIA E SPAGNA (VOX POTREBBE ESSERE L’AGO DELLA BILANCIA)… E IN ITALIA FUTURO NAZIONALE DI VANNACCI, ALLEATO IN EUROPA CON AFD, CONTINUA A SCIPPARE CONSENSI AI PARTITI DI GOVERNO

La scelta fatta dalla Sassonia-Anhalt, anche se si tratta di un piccolo land con 1,7 milioni di elettori, ha gonfiato il petto dei sovranisti d’Europa in vista delle elezioni che si terranno nei prossimi mesi negli Stati membri. […]
I prossimi due appuntamenti elettorali tedeschi saranno anche più rilevanti. Il 20 settembre andranno al voto per rinnovare le assemblee regionali i Länder di Berlino e Meclemburgo-Pomerania. E saranno il vero test. I sovranisti scaldano i motori.
Fuori della Germania, i prossimi ad andare a votare saranno il 13 settembre gli svedesi. I Socialdemocratici di Magdalena Andersson sono al momento dati come il primo partito, ma seguiti dalla destra radicale dei Democratici Svedesi.
Poi in ottobre tocca a lettoni e bulgari. Il 2027 è l’anno dei big: con le presidenziali francesi in aprile — che potrebbero dare il grande scossone all’Unione europea se vincerà il Rassemblement National di Marine Le Pen —, l’Italia, la Spagna (unico grande Paese tra i Ventisette con un governo socialista), la Grecia, e la Polonia dove Piattaforma Civica di Donald Tusk (Ppe) dovrà vedersela con il partito ultraconservatore e nazionalista del Pis, che a Strasburgo sta nell’Ecr con Fratelli d’Italia.
Il voto di ieri, pur riguardando un numero ridotto di elettori, mostra una forte insoddisfazione verso le forze tradizionali. «Il risultato rappresenta un voto molto negativo contro le politiche centriste, sia della Cdu sia dei Socialdemocratici — ha spiegato al Corriere Guntram Wolff, professore all’Université libre de Bruxelles e senior fellow presso i think tank Bruegel e Kiel Institute —. Entrambi hanno perso moltissimo, ed è un vero problema. Si tratta anche di un voto di sfiducia verso il governo federale.
Dunque anche se è un piccolo land, il risultato avrà grandi ripercussioni sulla politica tedesca». Soprattutto, «la vera rivelazione di questo voto è che governare con l’AfD è ormai l’inevitabile e non è più l’irresistibile per la Cdu, visti i loro numeri — ha sottolineato al Corriere Alberto Alemanno, che ha la cattedra Jean Monnet di diritto dell’Unione europea all’HEC di Parigi
Lo fa già dal 2024 a Strasburgo, dove il costo politico di quei voti è rimasto finora pari a zero. Sancisce la fine del firewall in tutta Europa, dove Italia, Austria e Svezia lo hanno già smantellato da anni».

(da “Corriere della Sera”)

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ALLA CASA BIANCA C’È TRUMP O AL CAPONE? PER L’89% DEGLI AMERICANI L’AMMINISTRAZIONE DI “THE DONALD” È CORROTTA (TRA I REPUBBLICANI LA PERCENTUALE SCENDE DI POCO, ALL’83%). MENTRE IL GRADIMENTO DEL TYCOON È AI MINIMI STORICI (33%)

Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile

A NOVEMBRE, IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO RISCHIA DI PERDERE LE ELEZIONI DI META’ MANDATO, MA LEGGENDO QUESTI DATI C’E’ DA CHIEDERSI “COME MAI NEGLI USA NON C’E’ UNA RIVOLUZIONE CONTRO IL PRESIDENTE?”. FACILE: GLI AMERICANI SI SONO ABITUATI ALLE PEGGIORI NEFANDEZZE COMPIUTE DA TRUMP

Mentre alla Casa Bianca il presidente mostra con orgoglio l’ultimo regalo ricevuto, telefoni da tavolo coi bordi d’oro e il logo della Cisco, e mentre da ieri gli americani possono acquistare la moneta da un dollaro con la faccia di un Donald Trump ringiovanito e con una foltissima capigliatura (venduta in confezioni da cento pezzi a 154 dollari), un sondaggio della Gallup indica che per l’89% degli americani il governo degli Stati Uniti è corrotto.
I cittadini dell’Unione non sono mai stati teneri con Washington: già vent’anni fa l’accusa di corruzione era al 73%. Trump si era fatto eleggere proprio con la promessa di «prosciugare la palude».
I quasi 9 americani su 10 che dopo un decennio di trumpismo giudicano l’Amministrazione corrotta dovrebbero suonare quasi come una campana a morto per il leader conservatore, addirittura più del continuo calo della sua popolarità nei sondaggi: secondo l’indagine Gallup, infatti, l’accusa di corruzione viene, oltre che dal 91% di democratici e dal 90% di indipendenti, anche da un 83% di repubblicani.
Ma, col voto di midterm che sarà comunque un testa a testa e con Trump che rimane il motore della campagna elettorale della destra, bisogna considerare un’altra ipotesi: Trump, sfrontato nell’usare a raffica il ruolo presidenziale a fini di arricchimento suo o della sua famiglia, potrebbe aver suscitato, dopo un’iniziale generica indignazione, una sorta di assuefazione, almeno da parte del suo elettorato. […]
Magari i miliardi guadagnati in criptovalute, in titoli di Wall Street, gli investimenti familiari in giro per il mondo, il jumbo jet ricevuto in dono dal Qatar, contribuiranno, col prezzo della benzina salito alle stelle per la guerra, a far perdere le elezioni al Grand Old Party.
Ma intanto, come già avvenuto su altri fronti per gli eccessi di Trump — dalla diffusione di linguaggi brutali, volgari, antidemocratici, fino agli scavalcamenti del Congresso e alle forzature della Costituzione — anche per la corruzione si rischia una sorta di normalizzazione. Magari punteggiata da isole di indignata rassegnazione.

(da “Corriere della Sera”)

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NO EURO, NO VAX, REMIGRAZIONE E NOSTALGIE NAZISTE: COS’E’ AFD E COSA VUOLE FARE IN GERMANIA

Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile

ALLEANZA CON LA SINISTRA POPULISTA MA SI PUNTA ALLA VITTORIA ALLE POLITICHE E CONSEGNARE L’EUROPA A PUTIN

Per un nuovo governo in Sassonia-Anhalt ci vorrà tempo. Ma la vittoria di Alternative für Deutschland in Germania è un segnale per l’Europa. Il candidato Ulrich Siegmund, 35 anni, ha vinto con un’affluenza del 75% e gli altri partiti, sommati insieme, arrivano appena ai voti di AfD. «Nella peggiore delle ipotesi si tornerà semplicemente alle urne. E allora avremo il 50 o il 55 per cento», dice Siegmund. Per fare un governo ci vorrà l’alleanza con la sinistra nazional-populista BSW di Sahra Wagenknecht. Ovvero l’unica formazione che ha dichiarato che non rispetterà il muro anti-AfD.
La vittoria di Afd in Sassonia-Anhalt
Alice Weidel, leader nazionale di AfD, ha confermato i colloqui con altri partiti: «E naturalmente, per noi dell’AfD, uno scenario di governo con il BSW è molto interessante». Anche un governo di minoranza, ha aggiunto, «è un’opzione rilevante per l’AfD in Sassonia-Anhalt». Che oggi non è per niente dimezzava, come annunciava Friedrich Merz il giorno della sua candidatura alla guida della Cdu. Il partito è nato nel 2013, l’anno della crisi dell’euro. Ad animarlo un gruppo di professori, imprenditori e politici. Tra loro l’economista Bernd Lucke, l’ex presidente della Confindustria tedesca Hans-Olaf Henkel. E c’era Alexander Gauland, un ultraconservatore che aveva abbandonato la Cdu considerandola troppo a sinistra sotto la guida di Angela Merkel.
Il partito anti-euro e anti-immigrati
Nel 2015 al congresso di Essen dopo il mancato ingresso al Bundestag i fondatori vennero messi da parte. E la guida del partito andò a Frauke Petry, eletta a maggioranza assoluta, sull’onda di parole d’ordine anti-immigrati e anti-islamiche. Poi la decisione di Merkel di accogliere un milione di immigrati siriani in Germania consente ad AfD di fondersi con Pegida, movimento nato a Dresda contro l’immigrazione e l’islamizzazione. E fa capire che è a est della Germania il punto debole del conservatorismo compassionevole tedesco. Oggi il partito è di Alice Waidel, 47 anni, lesbica e madre di due figlie adottive. Con lei c’è Guido Chrupalla che rappresenta l’ala più dura.
La politica di Afd
Oggi nel programma c’è la remigrazione (ovvero le deportazioni di massa), il referendum per l’uscita dall’euro, il recupero di sovranità dall’Unione europea, i buoni rapporti con la Russia, la fine dell’aiuto all’Ucraina. Siegmund è nato nel 1990, anno della riunificazione tedesca. Repubblica ricorda che il suo slogan è stato “Tutto è possibile”. E oggi punta su remigrazione e creazione di difese civili che sembrano milizie private. Oltre all’ indottrinamento nelle scuole secondo il motto «più Bismarck, meno Hitler», i legami ostentati con la Russia di Putin, le minacce di spazzare via i vertici delle istituzioni pubbliche e occuparle manu militari con fedelissimi dell’Afd, le scuole speciali obbligatorie per disabili e migranti, la guerra dichiarata alle chiese.
I legami con i neonazisti
Il quotidiano spiega che Siegmund copre simpatie neonaziste e filorusse e si è circondato di ex militanti della Heimattreue Deutsche Jugend (erede della Gioventù hitleriana) e della neonazista Artgemeinschaft – entrambi vietate – e di un personaggio come Hans-Thomas Tillschneider che gli ha scritto il programma ed è un ammiratore sfegatato di Putin. Ha svoltato con il Coronavirus: il suo video “Pandemie-Panikmache” (“I montatori di panico da pandemia”) lo rese famosissimo dal giorno alla notte e lo proiettò nell’olimpo delle star No vax e delle bolle della destra radicale.
A livello nazionale
L’AfD è ora il partito più popolare in Germania a livello nazionale, con il 28% dei consensi secondo un recente sondaggio INSA, nettamente in vantaggio sui conservatori, fermi al 20%. Durante la campagna elettorale, l’AfD ha sfruttato la crescente disillusione nei confronti dei partiti tradizionali, che definisce stanchi e fuori dal mondo, offrendo invece una serie di politiche intransigenti e una visione nostalgica di un ritorno a strade più pulite e sicure, con un rinnovato orgoglio per l’identità tedesca.
Il programma
Il programma dell’AfD prevede di orientare le scuole e le istituzioni culturali verso quelli che considera valori più tradizionali, limitando al contempo l’immigrazione e riformando il servizio pubblico radiotelevisivo. Il partito vuole che i figli dei rifugiati vengano inseriti in classi separate. Ha chiesto il divieto delle bandiere arcobaleno nelle scuole e l’esposizione quotidiana della bandiera nazionale tedesca. L’inno nazionale verrebbe cantato da studenti e personale scolastico durante le celebrazioni. Altre proposte includono pattuglie di cittadini, un maggiore insegnamento della lingua russa nelle scuole e l’interruzione della costruzione di nuovi parchi eolici.

(da Open)

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IL CENTRODESTRA SI SPACCA SU AFD: TIMORI DI MELONI E TAJANI, SALVINI SENTE WEIDEL

Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile

MELONI TEME CHE LA GERMANIA CI RIMANDERA’ MIGLIAIA DI MIGRANTI, TAJANI PARLA DI “PESSIMA NOTIZIA”, VANNACCI (IL PORTAVOCE DI PUTIN) ESULTA… DAL CAMPO LARGO FRASI BANALI, NESSUNO CHE ABBIA IL CORAGGIO DI DIRE COSA OCCORRE FARE

Matteo Salvini brinda e scambia messaggi con Alice Weidel, anche se l’Afd è gemellata col “traditore” Vannacci, che difatti gongola: «Merz ha l’ulcera». Antonio Tajani si duole, «pessima notizia». Giorgia Meloni invece resta in silenzio, mentre tra i fedelissimi serpeggia un grande timore, che la Cdu di Merz, sbalestrata dal voto sassone, per recuperare riacutizzi la questione dei “dublinanti”, i migranti secondari che Berlino vuole rispedire in Italia, paese di primo approdo. «Pochi casi», ricordano i meloniani, ma mediaticamente d’impatto. Non a caso al dossier sta lavorando il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che ha risentito in questi giorni l’omologo tedesco Alexander Dobrindt e prepara un bilaterale entro un paio di settimane.
Nel governo, il primo a esporsi sulla volata dell’ultradestra tedesca è Salvini. Di mattina fa sapere di averle spedito una lettera d’in bocca al lupo. Poi, in privato, si scambia Whatsapp di felicitazioni. E pubblicamente esulta: «Successo clamoroso, evidenzia la richiesta di cambiamento. Terrore? Pericolo? No, si chiama democrazia». Roberto Vannacci rinfocola invece la polemica con Mario Monti, dopo il duello a Cernobbio: «Dovrà dedicare la sua scarsa energia anche all’Afd. Nessun dorma».
Commenti opposti – e contriti – da Forza Italia. «Pessima notizia, speriamo sia un’eccezione locale», dice Tajani, perché si afferma «una forza politica antitetica ai valori liberali in cui si riconosce Forza Italia». Il vicepremier chiede all’Europa di varare «contromisure per evitare che qualsiasi deriva fanatica dilaghi».
Silenzio sul rullo delle agenzie di stampa da FdI, spiazzata anche dall’entusiasmo di Salvini, visto che l’Afd non è un suo alleato. Contattato da Repubblica, il copresidente dei Conservatori europei, Nicola Procaccini, non sembra però insensibile all’esito del voto. E chiede ai grandi player europei di rivedere le dinamiche di potere comunitarie: «Il cordone sanitario a Bruxelles, che taglia fuori dalle decisioni dell’Europarlamento sia le formazioni di estrema destra come Afd che quelle di estrema sinistra, è antidemocratico e andrebbe rimosso». Anche perché, aggiunge Procaccini, «rischia di essere un booster proprio per queste forze politiche. Quanto al voto in Sassonia, non c’è molto da dire, hanno deciso gli abitanti della Sassonia». L’unica dichiarazione ufficiale è di un peone, Emanuele Loperfido, convinto che dal voto emerga la richiesta «di un cambio di passo». Stop. Tra i Fratelli, i timori sui migranti sono controbilanciati dalla speranza che i popolari europei siano più «coraggiosi» sullo smantellamento del Green deal, che ha pesato, è la convinzione, nel gonfiare l’Afd. Come può avere pesato, viene aggiunto sottovoce, la «stanchezza» di un pezzo di elettorato per la guerra in Ucraina, la cui resistenza Meloni sostiene, ma con sempre meno enfasi pubblica (tema sparito nel discorso sul «governo più longevo» a Bari).
Per il Pd, non si espone Elly Schlein, ma Filippo Sensi e Debora Serracchiani, che definisce «agghiacciante» il giubilo di Salvini. Il capo M5S, Giuseppe Conte, trova le radici del voto nelle scelte dell’Europa a suo dire colpevole di aver «pensato al riarmo invece che al sociale». Matteo Renzi racconta di avere «i brividi», perché «Vannacci è come l’Afd tedesca». Per Carlo Calenda, c’è poco da brindare: «l’Ue è a rischio».

(da agenzie)

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L’AMMIRAGLIO CAVO DRAGONE: “LA DIFESA NON E’ UNA SPESA ASTRATTA, E’ UN INVESTIMENTO”

Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile

‘MINACCIA RUSSA? NECESSARIO AVERE CONSAPEVOLEZZA’

“La difesa non è una spesa astratta: è un investimento, una forma di assicurazione sulla nostra libertà, sulla sanità, sull’economia e sul funzionamento della società in generale.
Senza sicurezza, tutto il resto diventa vulnerabile. La pace di cui abbiamo beneficiato per decenni non è caduta dal cielo: è anche il risultato di una deterrenza credibile.
Di fronte a nuove minacce, crisi globali, attacchi cibernetici e ibridi, quella capacità va aggiornata. Come ricordo spesso: investire – e non spendere – nella difesa non significa volere la guerra, ma essere credibili nel prevenirla. E la prevenzione costa sempre meno della guerra”.
Lo dice alla Gazzetta del Mezzogiorno l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del comitato militare Nato, che, sull’ipotesi se la Russia attaccherebbe davvero un Paese Nato, risponde che non dobbiamo avere “paura. Consapevolezza sì”.
“Il nostro mestiere – osserva – è fare in modo che un attacco al territorio alleato non convenga mai a nessuno, ed è esattamente ciò che stiamo facendo sul Fianco Est: battlegroup multinazionali schierati dalla regione baltica al Mar Nero, per garantire una presenza credibile e integrata; iniziative come ‘Eastern Sentry’, che hanno rafforzato vigilanza, difesa aerea e capacità di reazione contro minacce sempre più complesse, incluse le incursioni con droni e le attività ibride; e la capacità di rinforzare rapidamente gli Alleati più esposti con uomini, mezzi, logistica e comando integrato. Il messaggio, per chi ci osserva, è chiaro: difendiamo ogni centimetro del territorio alleato. Chi volesse metterlo alla prova, sbaglierebbe i conti”.

(da agenzie)

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ANALISI GHISLERI: A VANNACCI UN VOTO DI RABBIA, COSI’ I SOVRANISTI TRADITI PORTANO IN ALTO IL GENERALE

Settembre 7th, 2026 Riccardo Fucile

INDAGINE SUI SOSTENITORI DI FUTURO NAZIONALE: TEMI IDENTITARI E L’ESTREMISMO PERCEPITO COME SINCERITA’… UN “VOTO DI PROTESTA” CHE RIVELA UNA FRATTURA INTERNA ALL’ELETTORATO RAZZISTOIDE CONTRO CHI NON HA MANTENUTO PROMESSE IRREALIZZABILI

Chi si aspettava di trovare dietro il consenso crescente al partito del generale Roberto Vannacci – dai sondaggi tra il 7% e l’8% – un programma politico condiviso punto per punto resterà probabilmente deluso. Le testimonianze raccolte in un’indagine qualitativa tra i suoi elettori raccontano un’altra storia che fa emergere non l’adesione a un progetto, ma la sedimentazione di un sentimento. E i sentimenti, in politica, contano spesso più dei programmi.
La protesta e la frattura a destra
Tra le risposte libere sulle motivazioni al voto per Futuro nazionale ricorre una parola più delle altre: protesta. «Per protesta», «per infliggere una lezione al centrodestra che rifiuta Vannacci», «provo a cambiare, a vedere se si muove qualcosa». Non è un caso che molte di queste voci provengano dallo stesso campo che nel 2022 ha consegnato a Fratelli d’Italia e alla Lega una maggioranza assoluta.
È qui il primo dato politico rilevante, perché non si tratta di uno spostamento di elettorato da sinistra a destra, ma di una frattura interna alla destra stessa. Un elettorato che si sente tradito da chi ha votato, non conquistato da chi non ha ancora votato. Psicologicamente, è un voto relazionale che, prima ancora di guardare a cosa propone Vannacci, punisce coloro che hanno promesso e non mantenuto. «Lo sfinimento di promesse fatte e non mantenute», afferma qualcuno in tono quasi urlato per rabbia.
Il simbolo del polso di ferro
C’è poi un secondo filone, altrettanto ricorrente nelle dichiarazioni: «ha il polso di ferro», «sembra una persona seria e affidabile», «determinato e con le idee chiare». Qui il generale funziona come figura simbolica prima ancora che come proposta politica. La divisa, il grado militare, la comunicazione diretta e priva di mediazioni vengono letti come garanzie di fermezza in un contesto, quello della politica italiana contemporanea, percepito come ambiguo, lento, incapace di mantenere la parola data.
Identità e minaccia simbolica
Per Vannacci non è tanto ciò che dice a convincere, quanto ciò che sembra rappresentare. Il nucleo tematico più citato in assoluto resta però quello classico dell’area identitaria: immigrazione, sicurezza, «delinquenza di nuova generazione», difesa personale, famiglia tradizionale, controllo delle frontiere. Temi che il centrodestra di governo ha amministrato con pragmatismo istituzionale, ma che una parte del suo elettorato ha vissuto come un tradimento, non come responsabilità di governo. Dietro queste risposte si intravede una percezione di minaccia simbolica, perché non è in gioco solo il tema della sicurezza, ma la tenuta di un ordine sociale e valoriale percepito in erosione. Vannacci intercetta questa ansia con un linguaggio diretto che i partiti tradizionali, vincolati alle mediazioni di governo, non possono permettersi.
Tra élite e popolo
Un terzo filone, più esplicitamente ideologico, inquadra il voto in chiave populista: «non fa parte della cerchia degli amici di Schlein e Meloni», «per il popolo» , «popolo sovrano». È significativo che alcuni elettori mettano sullo stesso piano la premier di centrodestra e la segretaria del Partito Democratico. Segno che la frattura percepita non corre più lungo l’asse destra-sinistra, ma lungo l’asse alto-basso, palazzo-cittadini, élite-popolo. È la stessa grammatica che ha alimentato, con declinazioni diverse, molti fenomeni populisti degli ultimi quindici anni in Europa. Colpisce che la radicalità di posizioni espressa nei verbatim come «remigrazione», «uscita dall’Ue», «rottura con l’atlantismo sulla guerra in Ucraina» non venga nascosta o minimizzata, ma rivendicata apertamente come merito.
L’estremismo come prova di sincerità
In un’epoca in cui il linguaggio politico mainstream tende alla cautela e al compromesso, l’estremismo dichiarato diventa paradossalmente prova di sincerità e trasparenza agli occhi di chi lo sceglie. Non è ambiguità, sembra dire questo elettorato, ma finalmente «qualcuno che dice le cose come stanno!». Non manca, infine, una componente più cupa e rassegnata. «Credo ormai sia un Paese fallito», dice qualcuno; «è l’ultima speranza per salvare l’Italia», afferma un altro. È un pattern psicologico che merita un’attenzione specifica, perché quando la sfiducia nel sistema nel suo complesso diventa importante, l’investimento emotivo residuo si concentra tutto su una singola figura, percepita come radicalmente diversa da tutte le altre. Non è più una scelta politica razionale tra alternative, ma una scommessa quasi disperata su un’eccezione.
Il baratro della fiducia nei partiti
I sondaggi confermano questa lettura. La tabella di Only Numbers sulla fiducia nei partiti politici fotografa un quadro impietoso. La fiducia generale dei cittadini nei partiti politici italiani si ferma al 14,2%, ma varia molto in base all’orientamento di voto: sale al 26,6% tra gli elettori di FdI, al 19,4% tra quelli della Lega, al 14,4% tra quelli del Pd, al 13,1% tra quelli del M5S e al 15% tra quelli di Azione. Si distinguono nettamente i sostenitori di FI, con il 40,4%, mentre all’estremo opposto si collocano gli elettori di Vannacci, che esprimono fiducia nei partiti politici in generale solo nel 5,7% dei casi.
Un consenso che si muove “contro”
Questa erosione trasversale spiega perché il consenso, quando c’è, tenda a spostarsi dal partito alla persona. Per l’elettore sfiduciato, l’unica scommessa possibile diventa quella su un individuo percepito come diverso, che intercetta questa ansia con un linguaggio diretto che i partiti tradizionali, vincolati alle mediazioni di governo, non possono permettersi. A questo punto, se c’è un filo che tiene insieme risposte tanto diverse, dalla rabbia ideologica alla resa rassegnata, dal desiderio di ordine alla rivendicazione identitaria, è che il consenso a Vannacci si costruisce più contro qualcosa che per qualcosa. Contro un governo di centrodestra percepito come inefficace nonostante la maggioranza assoluta; contro un’élite trasversale che include indistintamente Meloni, Schlein e gli altri leader; contro un establishment europeo giudicato incapace di ascoltare. Anche al referendum di marzo sulla giustizia in molti si sono mobilitati per esprimersi contro Meloni, contro il governo, contro la riforma.
Il monito per il centrodestra
Tutto ciò non rende il fenomeno meno politico, semmai il contrario, perché i voti di reazione, quando si sommano, cambiano gli equilibri con la stessa forza di quelli di adesione. Questo segnala ai partiti di centrodestra il rischio concreto di aver amministrato il potere con pragmatismo, convinti che bastasse a governare. E la tenuta del governo, da sola, non sembra bastare a trattenere un elettorato che, in cambio del voto, aveva chiesto una promessa di rottura.

Alessandra Ghisleri
(da lastampa.it)

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