Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
E POI TIRA UN CALCIO IN CULO AL PIO MANTOVANO: “NON SI VINCE SE HAI LA CHIESA CONTRO”
Dal profilo Facebook di Annalisa Terranova: 
Così di getto. La sconfitta è netta e importante. Nessuno credo si aspettasse queste proporzioni.
1) Il No aveva propaganda facile da fare: la difesa della Costituzione, la frottola che il governo voleva sottomettere i magistrati. Più difficile di sicuro spiegare il contenuto della ritorma.
2) Non si può sempre pensare che se Meloni scende in campo risolve i problemi. Ci vuole dietro un partito credibile. Ci vuole una mobilitazione non “seduta”
3) Il tema della classe dirigente è dirimente. Si rifletta sulla comunicazione: il boomerang di Rogoredo, le frasi di Bortolozzi, le esagerazioni di Nordio. Su Santanchè e Delmastro penso che se tu crei imbarazzo alla tua comunità politica anche se sei innocente anche se sei stato solo “leggero” “, ti fai da parte e basta. E prima accade meglio é
4) non si vince se hai la Chiesa contro. E nelle parrocchie si faceva propaganda per il No. Mantovano ha detto che i cattolici votavano SI e ha detto una cosa abbastanza infondata.
5) Ora ogni possibilità di riforma è stroncata sul nascere. Il campo largo ha sempre lo stesso problema: manca un leader riconosciuto da tutti. La vera vittoria è quella della casta dei magistrati che continueranno a impedire ogni tentativo di incidere radicalemnte sul tema dell’immigrazione
6) La politica estera: la prudenza del governo Meloni è stata subissata dalla propaganda, dall’accusa di complicita col genocidio a quella di vassallaggio a Trump. Questo ha inciso sulla popolarità e anche sulla credibilita della presidente del Consiglio.
dal profilo Facebook di Annalisa Terranova
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
LE TESTATE STRANIERE: “UNA SCONFITTA IMPORTANTE PER IL GOVERNO ITALIANO”
I media internazionali danno ampio spazio alla vittoria del No al referendum relativo alla riforma della Giustizia. Per il Guardian “la reputazione della presidente del Consiglio ne risentirà e sarà un primo ministro più debole”. “La sconfitta al referendum renderà più difficile per la coalizione di governo di Meloni portare avanti i piani per l’approvazione di una legge elettorale che potrebbe garantire all’alleanza una comoda vittoria alle elezioni generali del 2027 – si legge sul sito britannico – Potrebbe anche far fallire l’altro progetto di punta di Meloni, ovvero consentire agli elettori di votare direttamente per il primo ministro, una mossa che richiederebbe una controversa modifica costituzionale.
Il Financial Times parla di “sonora battuta d’arresto” per la premier e il governo, che riflette un più ampio malcontento dell’opinione pubblica nei confronti della sua performance in vista delle elezioni parlamentari del prossimo anno. “Meloni ha spesso espresso la sua rabbia nei confronti della magistratura – si legge nell’articolo – che ha respinto alcune delle politiche di punta del suo governo, tra cui il tentativo di detenere i richiedenti asilo in centri in Albania e la costruzione di un ponte da 13 miliardi di euro verso la Sicilia”.
Politico mette in luce come la sconfitta al referendum “indebolisce” la posizione politica di Meloni, “soprattutto in vista delle elezioni previste entro la fine del prossimo anno”. Un’analisi condivisa anche da Libération: il quotidiano francese infatti sottolinea come la presidente del Consiglio abbia annunciato che in ogni caso, “resterà al suo posto”.
In Germania Der Spiegel parla di “pesante sconfitta” e di una premier “delusa” in quanto la sua “controversa” riforma della giustizia è stata bocciata in una consultazione referendaria con un’affluenza alle urne “degna di nota”. Lo spagnolo El Paìs infine mette in luce come la vittoria del ‘No’ al referendum sia “la prima sconfitta elettorale in tre anni” di Meloni. Un segnale “di stanchezza senza precedenti in vista delle elezioni generali del 2027”.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
LA SINDACA SALIS: “IL SUO RICORDO E LA SUA ARTE RIMARRANNO CON NOI PER SEMPRE, SENZA FINE”
È morto a 91 anni Gino Paoli, uno dei più grandi cantautori della musica italiana. Si è spento nella
sua casa di Quinto, a Genova, da dove osservata il mare e tutta la città.
La nota della famiglia
“Questa notte Gino ci ha lasciato in serenità e circondato dall’affetto dei suoi cari”, ha fatto sapere in una nota la famiglia, chiedendo “la massima riservatezza”.
Figura centrale della scuola genovese e protagonista di oltre sessant’anni di musica italiana, con lui scompare uno degli ultimi grandi testimoni di una stagione che ha visto nascere una nuova idea di canzone, più letteraria e allo stesso tempo scanzonata.
Nato a Monfalcone nel 1934 ma cresciuto a Genova, Paoli è stato tra i padri fondatori della cosiddetta “scuola genovese”, insieme ad artisti come Fabrizio De André, Umberto Bindi, Luigi Tenco e Bruno Lauzi. Tra i suoi più grandi successi Il cielo in una stanza, uno dei brani più celebri della musica italiana, portato al successo anche da Mina, e poi La gatta, scritta per quella gatta che gli teneva compagnia nella soffitta “vicino al mare” a due passi da Boccadasse, e ancora Sapore di sale, Una lunga storia d’amore, Senza fine: brani definiti poesie, più che canzoni.
Gino Paoli è morto: luci e ombre della carriera di un maestro
Artista schivo e molto riservato, Paoli ha attraversato momenti difficili, personali e professionali, che hanno contribuito a costruirne il mito. Drammatico l’episodio del 1963, quando tentò il suicidio sparandosi al cuore: sopravvisse, e il proiettile rimase nel suo corpo, vicino al cuore, per tutta la vita.
Paoli è stato anche presidente della SIAE dal 2009 al 2013, e nel 2022 era stato insignito con la “Croce di San Giorgio”, onorificenza istituita da Regione Liguria. Negli ultimi anni aveva diradato le apparizioni pubbliche, e nelle rare interviste che ha concesso emergevano sempre lucidità e anticonformismo. A novembre aveva affrontato la morte di Ornella Vanoni, con cui ha avuto una intensa e tormentata relazione negli anni ’60 che ha segnato profondamente la musica italiana.
Aveva partecipato al suo funerale, ultima uscita pubblica, ma ha mai voluto rilasciare alcuna dichiarazione. Dalla prima moglie Anna Fabbri ebbe un figlio, Giovanni, scomparso improvvisamente nel 2025, altra fonte di enorme dolore, dalla relazione con Stefania Sandrelli la figlia Amanda.
Il legame con Genova
Paoli aveva un legame profondo e viscerale con Genova. È qui che ha trascorso gran parte della sua vita, è sempre qui che ha incontrato gli amici Fabrizio De André, Umberto Bindi, Luigi Tenco e Bruno Lauzi, i “Quattro amici al bar” del singolo del 1991 in cui si cita il bar-latteria Igea, all’angolo tra via Casaregis e via Cecchi, alla Foce. E poi i caruggi, stretti, malinconici e poetici, dove si infatuò di una prostitua cantata in Il cielo in una stanza, quel soffitto viola parte di uno dei “bassi”.
L’ultima parte della sua vita, Paoli l’ha trascorsa nella sua casa sulle alture tra Quinto a Nervi, da dove godeva della vista di tutta la città e del mare sconfinato che per lui è stato fonte di ispirazione
Il cordoglio
“Oggi ci ha lasciati uno tra i più grandi cantautori italiani e tra i principali esponenti della scuola genovese. Con la scomparsa di Gino Paoli perdiamo una voce unica, capace di raccontare con straordinaria sensibilità l’animo umano e il suo tempo – è stato il commento della sindaca di Genova, Silvia Salis – Autore raffinato e dalla voce inconfondibile, ha segnato profondamente la musica italiana e il patrimonio culturale della nostra città dagli anni Sessanta in poi. Le sue canzoni, la sua poesia intrisa di malinconia, hanno contribuito a rinnovare profondamente la canzone d’autore italiana e a ispirare generazioni di musicisti. A nome mio, della Giunta e dell’amministrazione comunale, esprimo il più profondo cordoglio alla famiglia, agli amici e a tutti coloro che gli hanno voluto bene. Il suo ricordo e la sua arte resteranno con noi per sempre, senza fine”.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
NORDIO PERDE NELLA SUA TREVISO: PERFINO NELLA CITTÀ NATALE DEL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA È STATA BOCCIATA LA RIFORMA: IL “NO” HA VINTO CON IL 50,25% (21.147 VOTI)…A GERACE, PAESE NATALE DI NICOLA GRATTERI, TRIONFA IL “NO” CON IL 67,38% DEI VOTI
Treviso, la città natale del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, “boccia” la riforma sull’ordinamento giudiziario. Al referendum costituzionale, nel capoluogo della Marca vince il no con il 50,25%, pari a 21.147 voti. Il risultato del capoluogo della Marca è in controtendenza rispetto al dato provinciale dove il sì è al 61,09% provvisorio, e a quello regionale veneto, dove il sì sta vincendo con il 58,12%.
A Gerace, paese natale dell’attuale procuratore di Napoli Nicola Gratteri, netta vittoria del No al referendum sulla giustizia. Nel piccolo paese del reggino di poco più di 2.000 abitanti, ha votato il 51,62% degli aventi diritto
A scrutinio ultimato il No ha ottenuto il 67,38% dei consensi contro il 32,62% del Sì. Gratteri, durante la campagna referendaria è stato al centro di polemiche sollevate dal fronte del Sì per alcune sue dichiarazioni in favore del No.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA COSTITUZIONE NON SI CAMBIA SENZA IL CONSENSO DELL’OPPOSIZIONE
Giorgia Meloni ha perso. La Costituzione non sarà cambiata. La separazione delle carriere è stata
bocciata dagli italiani: otto punti, ovvero quasi due milioni di voti, dividono il no (54 per cento) dal sì (46 per cento). Non era scontato. Non così, visto che nell’ultima settimana la premier era scesa in campo, spendendo la propria autorità per cercare di far prevalere le ragioni della riforma voluta dal suo governo. Un po’ come riusciva a Silvio Berlusconi, impareggiabile campaigner. Invece non ha funzionato.
Era un cimento politico. Politicissimo. Pro o contro il governo. Ed è finita con la prima vera sconfitta della premier dal suo ingresso a palazzo Chigi nel settembre 2022. Tredici milioni le hanno detto no.
E’ anche la fine della lunga luna di miele con una larga fetta d’Italia? Nessuno nemmeno immaginava il 59 per cento di affluenza: nove punti più delle ultime Europee. Una mobilitazione non prevista da nessun sondaggista. Hanno votato in massa nelle grandi città, Firenze e Bologna sopra il 70 per cento, Milano al 66.
L’Italia metropolitana si è opposta così al sovranismo. E hanno detto no i giovani. E anche il Sud si è schierato compatto con la magistratura. L’affluenza rafforza la vittoria del no. Contro la destra c’è stata una mobilitazione. Per il centrosinistra, che ha marciato unito, è una boccata d’ossigeno.
La riforma della giustizia – separare le carriere, creare due Csm, un’Alta Corte a giudicarla, con i giudici scelti col sorteggio – era stata voluta dalla maggioranza di
centrodestra, su input di Forza Italia, in onore a Berlusconi, ma senza alcuna condivisione con l’opposizione.
Votata perciò dal Parlamento senza possibilità di emendarla. Imposta dunque con la forza. La prima fra tante. Se fosse passata sarebbe toccato alla legge elettorale (a misura di destra), al premierato, fino allo scalpo finale: Giorgia Meloni al Quirinale dopo Mattarella, nel gennaio 2029. Non è detto che non possa ancora accadere. E le politiche tra esattamente un anno sono un’altra partita. Ma certo ora sarà più difficile. Oggi è arrivato uno stop potente.
L’altro sconfitto è il ministro della giustizia Carlo Nordio, che aveva definito il Csm “paramafioso”, costringendo il presidente Mattarella a intervenire a difesa dell’istituzione. Ma il dato politico è che gli elettori hanno capito la posta in gioco: in ballo non c’era solo il tentativo di separare le carriere dei magistrati, ma di fornire alla destra un lasciapassare per picconare ulteriormente la Costituzione, indebolendo la democrazia.
Difficile dire quanto abbiano inciso le ultime disavventure del governo. Tajani ormai star dei meme. Il misterioso viaggio di Crosetto a Dubai. L’incredibile vicenda di Delmastro, con il capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, fotografati nel locale di un prestanome della camorra. La Russa che dà del coglione a un senatore. La Rai asservita al melonismo, con ascolti in picchiata.
Messi insieme questi casi formano un quadro pieno di imbarazzi che nemmeno il talento politico di Giorgia Meloni è riuscito a mascherare. La guerra di Trump, l’amico Donald, che c’investe in pieno ha fatto il resto. E a nulla è valso il decreto, ribattezzato referendario, che in extremis ha tagliato le accise della benzina.
E adesso? Nel giugno del 2011 il referendum sull’acqua pubblica – anche lì una gran partecipazione di popolo, con tanti giovani – segnò l’inizio della fine del berlusconismo. Oggi, più di allora, siamo dentro una stagione drammatica e imprevedibile. Ma la vittoria del no segna una discontinuità, e forse l’inizio di una primavera politica.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
CHI PAGHERÀ PER LA SCONFITTA? SUL “BANCO DEGLI IMPUTATI” C’È NORDIO, CHE ERA “ARCISICURO” DI VINCERE IL REFERENDUM, MA ANCHE LA SUA CAPO DI GABINETTO BARTOLOZZI (CHE HA DEFINITO I MAGISTRATI “PLOTONI D’ESECUZIONE”) E DELMASTRO, IN SOCIETA’ CON LA FIGLIA DI UN PRESTANOME DELLA CAMORRA. QUALCUNO DI LORO SI DOVRA’ DIMETTERE
L’Italia ha parlato, e lo ha fatto con un linguaggio chiarissimo: no alla riforma della Giustizia. Con un’affluenza che ha sfiorato il 59%, ben oltre le aspettative della vigilia, il referendum si è trasformato da passaggio tecnico a verdetto politico e culturale. Il risultato – con il “No” stabilmente tra il 53% e il 54% – non è un’incertezza sul filo, ma una bocciatura netta. Non è stata una partita tra tifoserie. È stato qualcosa di più profondo: una mobilitazione generale del Paese, che ha coinvolto Nord e Sud, città e province, elettori di ogni orientamento. E proprio questa partecipazione diffusa ha reso il risultato così pesante.
I dati raccontano una verità che a Palazzo Chigi proveranno a minimizzare: il 69% degli elettori ha votato nel merito della riforma. Ma una quota non minoritaria – intorno al 30% tra gli elettori del “No” – ha dichiarato di aver votato contro il governo. Tradotto: nel Paese comincia a tirare aria di rivolta contro l’esecutivo. E qui sta il punto più doloroso per Giorgia Meloni: quando una riforma viene bocciata così, non basta dire “andiamo avanti”. Significa che non hai più con te il Paese reale, quello che vota e decide. Significa che si è rotto il rapporto di fiducia con il popolo sovrano
Gli italiani vogliono essere governati, non comandati
C’è poi una lettura più profonda, quasi antropologica. Questo voto dice una cosa
chiarissima: gli italiani vogliono essere governati, non comandati. Non accettano imposizioni dall’alto, non digeriscono riforme percepite come calate senza ascolto, non vogliono padroni. E qui sta il grande errore politico di Giorgia Meloni e del suo cerchio magico.
La premier ha scelto di personalizzare lo scontro, mettendoci la faccia e trasformando il referendum in un test politico. Una scelta che, alla luce del risultato, si è rivelata un boomerang. Accanto a lei, figure chiave come Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari hanno contribuito a costruire una linea rigida, poco dialogante, che ha finito per alimentare diffidenza anziché consenso.
La resa dei conti: Nordio sul banco degli imputati
Ora, dopo la batosta, si apre la fase più delicata: quella delle responsabilità. E il nome che circola con più insistenza è quello del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. La riforma porta la sua firma, e la bocciatura popolare rischia di trasformarsi in una richiesta politica: fare un passo indietro.
Nel mirino anche altri protagonisti della partita, da Andrea Delmastro a Giusi Bartolozzi, ma è sul numero uno di Via Arenula che si concentra la pressione maggiore. La caccia al capro espiatorio è già partita, e difficilmente si fermerà.
Meloni tra resistenza e manovre: cosa succede adesso
Giorgia Meloni, per ora, abbozza. Dice che il governo andrà avanti. Ma il risultato pesa, eccome se pesa. E apre scenari nuovi. Tra le ipotesi sul tavolo: rivedere la strategia politica, abbandonando la linea muscolare, modificare la legge elettorale, in funzione anti-campo largo valutare un possibile anticipo delle elezioni alla primavera del 2027 (o addirittura già quest’anno), magari con election day nelle grandi città. Ma attenzione: la stessa maggioranza non è compatta. Lega e Forza Italia osservano, pesano, trattano.
Una bocciatura che cambia gli equilibri
Il referendum sulla giustizia non è stato un semplice incidente di percorso. È stato un segnale forte, chiarissimo. Non una rivolta, ma una scelta consapevole. Non un voto ideologico, ma un giudizio. E soprattutto: una bocciatura trasversale, che va oltre i partiti e parla al cuore del Paese. Per questo il No ha vinto. E per questo, da oggi, nulla sarà più come prima. Prima lo capisce anche Giorgia Meloni e meglio sarà per per il suo futuro politico oltre che per il Paese.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL FALLIMENTO DELL’UNICA RIFORMA IMPOSTATA IN 4 ANNi, RACCONTANDO UN PAESE CHE NON C’E’ E DIFENDENDO UNA CLASSE POLITICA INADEGUATA
Ci sono diversi elementi da considerare prima di fare qualunque analisi del voto del
referendumsulla riforma della Giustizia, che ha visto una vittoria a dir poco trionfale del fronte del No. La natura estremamente tecnica della legge costituzionale che portava la firma del ministro Carlo Nordio, per cominciare, che ha reso molto complesso ogni tentativo di indirizzare il voto dei cittadini basandosi esclusivamente sul merito. Poi, il dibattito tra gli addetti ai lavori, esperti della materia, tecnici di settore e opinionisti di varia estrazione, che è stato quantomai serrato, probabilmente anche come reazione all’assenza di una vera discussione parlamentare, visto che il testo è arrivato blindato. Infine, il contesto politico generale, complesso come poche altre volte nella storia recente.
Tutto ciò ha contribuito a spostare la partita sul piano politico, esito non necessariamente scritto. In una prima fase, infatti, la tentazione diffusa è stata quella di un parziale disimpegno, non solo nell’idea di uno scarso interesse dei cittadini. Il problema stava in una sorta di calcolo rischi-benefici, che spingeva alla prudenza, nella considerazione dei “tecnicismi” di cui sopra, dei sondaggi che mostravano un quadro politico sostanzialmente cristallizzato e, infine, di logiche ombelicali. È quest’ultimo un punto piuttosto interessante, che resta nella sua interezza a prescindere dall’esito finale del referendum e che, alla fine, ha contribuito alla politicizzazione della contesa elettorale. Se il tema della riforma della giustizia è trasversale agli schieramenti, la strumentalità dei singoli posizionamenti è apparsa subito lampante alle leadership dei principali partiti italiani.
Meloni ha capito fin dall’inizio che la Lega avrebbe fatto il compitino, Tajani sapeva di non poter sbagliare anche questo appuntamento (dopo i siluri della famiglia Berlusconi), Schlein si è resa conto che parte della minoranza avrebbe provato a usare la sconfitta al referendum per sfiduciarla, Conte ha immediatamente pensato di mettere il cappello su una campagna elettorale molto sentita per il suo popolo, Renzi si trovava in mezzo al guado, non potendo sostenere fino in fondo una riforma che in larga parte condivide per non rafforzare la maggioranza e far scricchiolare ancora di più il campo largo.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL SI’ REGGE SOLO GTRA GLI OVER 55
Dietro il dato nazionale che vede la vittoria del No al 54%, emerge una frattura generazionale nel modo in cui gli italiani hanno votato la riforma della giustizia. Secondo le stime di Opinio-Rai sulla ripartizione dei votanti, il fronte del rifiuto ha trovato la sua roccaforte tra i più giovani. Nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 34 anni, il No ha stravinto con il 61,1%, lasciando il Sì a un marginale 38,9%. Segnale politico rilevante che indica come le nuove generazioni abbiano percepito il cambiamento costituzionale proposto dal Governo come distante o potenzialmente rischioso per l’equilibrio dei poteri e della Costituzione.
La fascia 35-54 più equilibrat
La tendenza al rifiuto della riforma si attenua ma resta prevalente anche nella fascia di mezzo, quella dei cittadini tra i 35 e i 54 anni. In questo segmento, il No si attesta al 53,3% contro un Sì che risale al 46,7%. È la fascia della popolazione dove il dibattito sulla separazione delle carriere e sul funzionamento dei tribunali ha quindi spaccato quasi a metà l’elettorato, pur confermando una sfiducia di fondo verso la proposta governativa.
Il voto degli over 55
Il quadro si ribalta completamente solo tra gli elettori più anziani, gli over 55, che rappresentano l’unico segmento in cui la riforma ha ottenuto la maggioranza, seppur di un soffio. In questa classe d’età il Sì raggiunge il 50,7%, superando il No fermo al 49,3%. Si tratta di un esito speculare rispetto a quello dei nipoti. Mentre i giovani hanno votato compatti per il mantenimento dello status quo giudiziario, i senior si sono mostrati più aperti alla modernizzazione proposta dalla maggioranza.
Più No nel centrodestra che Sì nel centrosinistra
Un altro dato interessante emerge poi dall’analisi del voto per appartenenza politica. Il fronte del No ha scavato un solco inaspettato anche tra le fila della maggioranza. In termini percentuali, infatti, sono stati più i «No» registrati nell’elettorato di centrodestra rispetto ai «Sì» intercettati nel centrosinistra. Se tra le fila delle opposizioni la compattezza per il rifiuto è stata quasi totale, con appena il 9,6% di elettori del Pd, il 13% del Movimento 5 Stelle e il 6,9% di Alleanza Verdi e Sinistra che hanno scelto di votare a favore, è nel campo governativo che i dati di dissenso sono più alti. Nello specifico, il No alla riforma ha toccato l’11,2% tra i sostenitori di Fratelli d’Italia, il 14,1% tra quelli della Lega e ha raggiunto la punta del 17,9% all’interno di Forza Italia. Questi numeri suggeriscono che una parte significativa della base governativa non ha condiviso la virata costituzionale, preferendo la prudenza alla riforma Nordio.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
E’ STATA UNA MOBILITAZIONE GENERALE DEL PAESE, E’ QUESTA PARTECIPAZIONE DIFFUSA CHE HA RESO IL RISULTATO COSI’ PESANTE
L’Italia ha parlato, e lo ha fatto con un linguaggio chiarissimo: no alla riforma della Giustizia. Con
un’affluenza che ha sfiorato il 59%, ben oltre le aspettative della vigilia, il referendum si è trasformato da passaggio tecnico a verdetto politico e culturale. Il risultato – con il “No” stabilmente tra il 53% e il 54% – non è un’incertezza sul filo, ma una bocciatura netta. Non è stata una partita tra tifoserie. È stato qualcosa di più profondo: una mobilitazione generale del Paese, che ha coinvolto Nord e Sud, città e province, elettori di ogni orientamento. E proprio questa partecipazione diffusa ha reso il risultato così pesante.
Il No travolge la riforma: affluenza record e bocciatura senza appello
I dati raccontano una verità che a Palazzo Chigi proveranno a minimizzare: il 69% degli elettori ha votato nel merito della riforma. Ma una quota non minoritaria – intorno al 30% tra gli elettori del “No” – ha dichiarato di aver votato contro il governo. Tradotto: nel Paese comincia a tirare aria di rivolta contro l’esecutivo.
qui sta il punto più doloroso per Giorgia Meloni: quando una riforma viene bocciata così, non basta dire “andiamo avanti”. Significa che non hai più con te il Paese reale, quello che vota e decide. Significa che si è rotto il rapporto di fiducia con il popolo sovrano.
Il fattore decisivo: città, istruzione e voto trasversale
L’analisi territoriale spiega perché il No ha vinto e perché lo ha fatto in modo netto. Le grandi città – Roma, Milano, Torino, Napoli – hanno registrato affluenze altissime e un orientamento prevalente verso il No. Lo stesso è accaduto nelle province ad alta istruzione e nelle aree storicamente più partecipative. Ma il dato davvero decisivo è un altro: il No non si è fermato nelle roccaforti “rosse”, ha sfondato anche altrove. Dal Nord produttivo al Sud, dai centri medi alle periferie urbane, si è formato un fronte trasversale, capace di superare i confini tradizionali dei partiti. È qui che il Sì ha perso la partita: ha tenuto il suo blocco, ma non è riuscito ad allargarsi.
Gli italiani vogliono essere governati, non comandati
C’è poi una lettura più profonda, quasi antropologica. Questo voto dice una cosa chiarissima: gli italiani vogliono essere governati, non comandati. Non accettano imposizioni dall’alto, non digeriscono riforme percepite come calate senza ascolto, non vogliono padroni. E qui sta il grande errore politico di Giorgia Meloni e del suo cerchio magico. La premier ha scelto di personalizzare lo scontro, mettendoci la faccia e trasformando il referendum in un test politico. Una scelta che, alla luce del risultato, si è rivelata un boomerang. Accanto a lei, figure chiave come Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari hanno contribuito a costruire una linea rigida, poco dialogante, che ha finito per alimentare diffidenza anziché consenso.
La resa dei conti: Nordio sul banco degli imputati
Ora, dopo la batosta, si apre la fase più delicata: quella delle responsabilità. E il nome che circola con più insistenza è quello del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. La riforma porta la sua firma, e la bocciatura popolare rischia di trasformarsi in una richiesta politica: fare un passo indietro. Nel mirino anche altri protagonisti della partita, da Andrea Delmastro a Giusi Bartolozzi, ma è sul numero uno di Via Arenula che si concentra la pressione maggiore. La caccia al capro espiatorio è già partita, e difficilmente si fermerà.
Meloni tra resistenza e manovre: cosa succede adess
Giorgia Meloni, per ora, abbozza. Dice che il governo andrà avanti. Ma il risultato pesa, eccome se pesa. E apre scenari nuovi.
Tra le ipotesi sul tavolo: rivedere la strategia politica, abbandonando la linea muscolare, modificare la legge elettorale, in funzione anti-campo largo valutare un possibile anticipo delle elezioni alla primavera del 2027 (o addirittura già quest’anno), magari con election day nelle grandi città. Ma attenzione: la stessa maggioranza non è compatta. Lega e Forza Italia osservano, pesano, trattano.
Una bocciatura che cambia gli equilibri
Il referendum sulla giustizia non è stato un semplice incidente di percorso. È stato un segnale forte, chiarissimo. Non una rivolta, ma una scelta consapevole. Non un voto ideologico, ma un giudizio. E soprattutto: una bocciatura trasversale, che va oltre i partiti e parla al cuore del Paese. Per questo il No ha vinto. E per questo, da oggi, nulla sarà più come prima. Prima lo capisce anche Giorgia Meloni e meglio sarà per per il suo futuro politico oltre che per il Paese.
(da agenzie)
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