Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL RISCHIO DI BOCCIATURA
A poco meno di due anni dall’entrata in vigore della riforma Nordio, un pezzo importante del provvedimento rischia di essere bocciato dalla Corte Costituzionale. La Corte d’Appello di Milano, infatti, ha sollevato questione di legittimità costituzionale davanti alla Consulta sul divieto per il pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento per i reati a citazione diretta, previsto dalla riforma che porta la firma del Guardasigilli. Il giudice delle leggi è così chiamato nuovamente a pronunciarsi su una disciplina che, già nel 2007 con riforma Pecorella, era stata dichiarata illegittima. Un potenziale altro “colpo” per la legge Nordio dopo l’approvazione della direttiva anticorruzione di fine marzo da parte dell’Europarlamento, che, di fatto, chiede la reintroduzione del reato di abuso d’ufficio, abrogato dalla medesima riforma.
La legge Nordio è entrata in vigore il 25 agosto 2024. Tra le varie modifiche, ha riscritto l’articolo 593 del codice di procedura penale, stabilendo che il pubblico ministero non può appellare le sentenze di proscioglimento per i reati che si giudicano con citazione diretta a giudizio. Sulla carta, si tratterebbe di reati “minori”, ma l’elenco – in seguito all’entrata in vigore della riforma Cartabia nel 2002 – si è significativamente ampliato, vedendo ormai al suo interno delitti tutt’altro che secondari, tra i quali falsa testimonianza, evasione aggravata, lesioni personali stradali gravi, truffa aggravata, furto aggravato e frodi assicurative.
Nello specifico, il caso da cui tutto è partito riguarda un procedimento per truffa nel quale una donna è stata processata per aver ottenuto con un raggiro una somma di denaro da chi gestiva un negozio di fiori, sostenendo che servisse per un funerale. Il tribunale di Busto Arsizio ha però deciso di non proseguire, ritenendo che mancasse una valida querela, perché chi l’aveva presentata non era legittimato a farlo. Non condividendo tale conclusione, i pm hanno cercato di impugnare la decisione. Ma, per l’appunto, l’iniziativa di appello era destinata a scontrarsi con la nuova norma che lo vieta. L’obiettivo della Procura era ovviamente quello di sollecitare il vaglio della Consulta: la Corte d’appello di Milano ha ritenuto inevitabile chiedere se una disciplina del genere possa davvero reggere sul piano costituzionale.
Nell’ordinanza pubblicata lo scorso 8 aprile, i giudici scrivono testualmente che «non appaiono manifestamente infondati i dubbi di compatibilità dell’art. 593» con la Carta Costituzionale. La norma, osservano i giudici, crea una disparità palese: il pm non può appellare un’assoluzione (dunque quando perde completamente), mentre può farlo se il primo grado ha solo ridotto una pena o escluso un’aggravante (quando perde solo in parte). Una contraddizione che la Consulta aveva già bocciato nel 2007, dichiarando illegittima la cosiddetta “riforma Pecorella”. Ma c’è di più. Secondo i giudici milanesi, verrebbe violato anche l’articolo 111 della Costituzione, che garantisce il giusto processo e la parità tra le parti. «La disposizione denunciata – si legge nell’ordinanza – non permetterebbe all’accusa di far valere le sue ragioni con modalità e poteri simmetrici a quelli di cui dispone la difesa». È vero che l’imputato e il pm non devono avere poteri identici, ma ogni disparità dev’essere giustificata da una ragionevole finalità. Nel caso del rito abbreviato, per esempio, la limitazione all’appello del pm è accettabile perché l’imputato rinuncia al contraddittorio in cambio di una pena ridotta e di un processo più veloce; al contrario, nel giudizio ordinario, «la limitazione dei poteri di impugnazione del pubblico ministero si presenta come del tutto unilaterale, priva cioè di qualsivoglia contropartita in particolari modalità di svolgimento del processo». Ora la palla passerà alla Consulta.
Oltre alle limitazioni all’appello per i pm, la legge Nordio ha previsto l’abolizione del reato di abuso di ufficio, ossia l’articolo specifico con cui si sanzionava «un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle sue funzioni, compie un atto in violazione di leggi o regolamenti, con l’intenzione di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale oppure di arrecare ad altri un danno ingiusto», ma anche la riformulazione del reato di traffico di influenze illecite e una forte stretta all’utilizzo e alla pubblicazione delle intercettazioni. A fine marzo, però, l’Europarlamento ha approvato una direttiva anticorruzione che introduce una fattispecie comune sull’esercizio illecito di funzioni pubbliche. In sostanza, la traduzione europea di una condotta che, nel contesto giuridico italiano, risulta sovrapponibile al perimetro dell’ex reato di abuso d’ufficio. Il testo dovrà ora essere formalmente adottato dal Consiglio e, una volta pubblicato, entrerà in vigore dopo 20 giorni. Da quel momento, l’Italia avrà 24 mesi per recepire la direttiva nel proprio ordinamento; in caso di mancato o incompleto adeguamento, la Commissione europea potrà avviare una procedura d’infrazione.
(da lindipendente.online)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE IN UN ALTRO SCENARIO PRESO IN CONSIDERAZIONE DALLA RILEVAZIONE, ELLY SAREBBE SEMPRE AVANTI… IN OGNI CASO CHI TRA SCHLEIN E SALIS HA PIU’ POSSIBILITA’ DI VINCERE CONTRO GIORGIA MELONI? QUESTO E’ IL VERO PUNTO DA MONITORARE SE IL CAMPO LARGO VUOLE DAVVERO VINCERE
In caso di primarie, la segretaria del Pd sarebbe in vantaggio. E’ quando emerge dal
sondaggio Youtrend per Sky Tg24. “E’ stato chiesto agli elettori dei partiti del campo largo chi voterebbero alle eventuali primarie di coalizione per scegliere il candidato premier del 2027 – viene spiegato in una nota -. Sono stati individuati due scenari.
Nel primo scenario, che considera quegli elettori del campo largo che indicano che sicuramente andranno a votare (probabilità di voto pari a 10 su 10) Schlein vincerebbe con il 41% davanti a Giuseppe Conte (26%) e Silvia Salis (25%).
Nell’altro scenario, che considera gli elettori del campo largo che indicano una probabilità di almeno 8 su 10 di andare a votare a queste eventuali primarie, il 36% indica la segretaria del Pd, il 29% la sindaca di Genova e il 26% il presidente del Movimento 5 Stelle.
Percentuali più marginali per un generico candidato espresso da Alleanza Verdi Sinistra (3% o 5% a seconda dello scenario), per il fondatore di Più Uno Ernesto Maria Ruffini (3% o 4%) e per il sindaco di Napoli nonché presidente dell’Anci Gaetano Manfredi (1%)”.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
A DESTRA PERDONO CONSENSI TUTTI I PARTITI … CONTINUA A CRESCERE IL MALCONTENTO NEI CONFRONTI DELL’ESECUTIVO (IL 57% DEGLI ITALIANI HA UNA OPINIONE NEGATIVA) E CROLLA LA FIDUCIA IN GIORGIA MELONI (IL 62% DEGLI ELETTORI NON CE L’HA) … L’83% DI CHI VOTA FDI SI DEFINISCE CATTOLICO: ECCO PERCHÉ MELONI, DOPO IL VERGOGNOSO ATTACCO DI TRUMP AL PAPA, E’ STATA COSTRETTA A SFANCULARE IL TYCOON
“Complessivamente, l’area giallorossa” (il campo largo: Pd, M5s e Avs) “arriva al 43%, intorno al suo massimo storico, superando il centrodestra anche senza le forze centriste. Il blocco di governo (FdI, FI, Lega, Nm) si colloca al 42,1%”.
È quanto emerge da un sondaggio di Youtrend per Sky Tg24.
FdI resta primo partito ma scende al 26,4% (-0,4% punti rispetto all’instant poll del 23 marzo), il Pd sale al 22,9% (+0,9%) e riduce il distacco a 3,5 punti. Il M5s è stabile al 14,1%. Nel centrodestra FI scende all’8% (-2%), la Lega risale al 6,6% (+1,2%) e Noi Moderati è stabile all’1,1% (+0,1%). Futuro Nazionale è stabile al 4,1%.
A sinistra Alleanza Verdi-Sinistra scende al 6% (-1,1%). Nell’area centrista-liberale Azione sale al 3,1% (+0,4%), Italia Viva al 2,5% (+0,5%) e +Europa scende all’1,2% (-0,5%). Esordisce il Partito Liberaldemocratico con l’1,1%. L’area degli astenuti e indecisi cala al 37,0% (-2,7%). Sondaggio svolto con metodologia CAWI tra l’11 e il 13 aprile 2026 su un campione di 815 intervistati rappresentativi della popolazione maggiorenne residente in Italia. Il margine d’errore è del +/- 3,4% con un intervallo di confidenza del 95%. (ANSA).
Il giudizio degli italiani sulla gestione della guerra in Iran da parte di Trump è schiacciante: il 79% esprime una valutazione negativa e solo il 7% positiva, con il 14% che non si esprime. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio di YouTrend per Sky TG24.
La bocciatura nei confronti della gestione di Trump in Medio Oriente è trasversale: raggiunge il 97% tra gli elettori Pd, il 98% tra quelli AVS e il 99% fra Azione/IV/+Europa, ma è maggioritaria anche nel centrodestra (76%) e fra gli stessi elettori FdI (71%).
Il 47% degli italiani ritiene che il governo avrebbe dovuto prendere una posizione più netta contro Stati Uniti e Israele in occasione dell’attacco all’Iran, il 32% giudica che l’esecutivo abbia tenuto un buon equilibrio e solo il 2% avrebbe voluto un sostegno più aperto all’azione militare. Nel centrodestra il 72% approva l’equilibrio tenuto dal governo e solo il 12% avrebbe voluto una posizione più critica. Nel campo largo l’83% avrebbe voluto una condanna più netta (punte del 91% tra elettori Pd e del 95% tra quelli AVS).
La conseguenza che preoccupa di più della mancata riapertura dello Stretto di Hormuz è l’aumento del prezzo di benzina, gasolio e bollette (42%), seguita dal rallentamento dell’economia e rischio di recessione (18%) e dalla possibilità che la crisi faccia saltare i negoziati (17%).
Il 13% degli intervistati teme il rischio di razionamenti di carburante. L’1% si è dichiarato non preoccupato. L’aumento dei prezzi è la prima preoccupazione in tutti gli elettorati, con valori particolarmente alti nel centrodestra (48%) e tra gli “altri partiti” (51%). Nel campo largo pesa relativamente di più il rischio di recessione (28%).
Negli ultimi giorni hanno fatto molto discutere gli attacchi di Donald Trump contro Papa Leone XIV. Prese di posizione che possono sicuramente creare malcontento e avere anche un “impatto” politico tra gli elettori cattolici italiani. Guardando al credo religioso, l’83% di chi vota FdI si definisce cattolico (è il partito con la percentuale più alta). Leggermente meno tra FI e Lega. Tra gli elettori del Pd il 53,9% è cattolico mentre il 40,4% si definisce ateo.
Tra i partiti più piccoli, spicca la percentuale di atei tra coloro che votano AVS (il 61,1%). Anche tra gli astenuti c’è una grossa fetta di cattolici (il 62,8%) che quindi non avranno probabilmente gradito le parole di Trump contro il Papa e potrebbero orientare di conseguenza il loro voto futuro.
Sulla gestione delle conseguenze del referendum da parte di Meloni, il 38% dà un giudizio positivo (18% “molto”, 20% “abbastanza”) e il 46% negativo (27% “abbastanza”, 19% “molto, avrebbe dovuto dimettersi”). Il 16% non si esprime. La polarizzazione è netta: tra gli elettori di centrodestra l’86% dà un giudizio positivo, mentre nel campo largo l’80% è negativo (per il 38% avrebbe dovuto dimettersi). Tra gli elettori Pd il 42% ritiene che Meloni avrebbe dovuto lasciare, quota che sale al 44% fra quelli M5s.
La priorità indicata dalla maggioranza relativa degli italiani per l’ultimo anno e mezzo di legislatura è la gestione della crisi energetica e la protezione di famiglie e imprese dall’aumento dei prezzi (38%). Seguono gli investimenti sui salari e la lotta alla precarietà (15%), l’abbassamento delle tasse (14%) e la riforma della sanità pubblica (13%). La politica estera e la guerra nel Golfo sono indicate solo dal 5
Le riforme istituzionali – giustizia (2%), legge elettorale (1%), premierato (1%) – sono considerate prioritarie da quote marginali. La crisi energetica è la prima priorità in tutti gli elettorati, dal centrodestra (44%) al campo largo (44%), con un picco tra gli elettori Pd (50%) e di Azione/IV/+Europa (47%).
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
DURANTE IL SUO DISCORSO IL VICEPRESIDENTE USA È STATO INSULTATO DA UNO SPETTATORE CHE HA GRIDATO “GESÙ CRISTO NON APPOGGIA IL GENOCIDIO!”… IL PALAZZETTO DELL’ATENEO SI È RIEMPITO PER MENO DEL 25% DELLA CAPIENZA PER L’APPUNTAMENTO ORGANIZZATO DALL’ASSOCIAZIONE GUIDATA DA ERIKA KIRK, VEDOVA DELL’ATTIVISTA MAGA CHARLIE KIRK, CHE NON ERA PRESENTE ALL’EVENTO A CAUSA DELLE MINACCE RICEVUTE
Il vicepresidente JD Vance ha parlato a un’arena riempita per meno del 25% in
occasione dell’evento Turning Point USA tenutosi presso l’Università della Georgia ad Athens, in Georgia.
Un video realizzato dal giornalista di MS NOW Jake Traylor mostra che, mentre Vance sta parlando, la maggior parte dei posti a sedere dell’Akins Ford Arena sono vuoti
“Sembra che Turning Point USA abbia sottovalutato il numero di spettatori per Vance. L’Akins Ford Arena era piena per meno del 25% per il vicepresidente”, ha scritto Traylor su X.
Durante l’evento, Vance è stato anche interrotto da un partecipante che ha gridato “Gesù Cristo non appoggia il genocidio!”. In risposta, Vance ha parlato dei successi del presidente Donald Trump e della sua amministrazione.
«Quando siamo arrivati, la situazione umanitaria a Gaza era una vera catastrofe», ha continuato. «Sapete chi è colui che ha ottenuto un accordo di pace a Gaza? Donald J. Trump!» ha affermato. «Ora si vedono più aiuti umanitari arrivare a Gaza che in qualsiasi altro momento degli ultimi cinque anni», ha aggiunto in seguito. La persona che ha urlato contro Vance è stata allontanata dall’evento.
L’amministratrice delegata di Turning Point USA è Erika Kirk, che, come ha sottolineato il portavoce di Turning Point USA Andrew Kolvet, non era presente all’evento a causa di minacce ricevute.
“Sono qui sul palco al posto della nostra amica Erika Kirk. Esatto, perché purtroppo ha ricevuto minacce molto serie”, ha detto Kolvet.
“È un terribile riflesso dello stato della realtà e dello stato del Paese, ma sottolinea un punto più ampio: ha ricevuto molti attacchi da fonti inaspettate”, ha aggiunto.
Vance ha dichiarato che circa due ore prima dell’evento, temeva che quest’ultimo dovesse essere annullato.
“Ero un po’ preoccupato che avremmo dovuto annullare l’evento perché Erika non sarebbe venuta. E anche lei era molto preoccupata. Ho parlato con i Servizi Segreti, e ovviamente questi ragazzi fanno un ottimo lavoro. E ho detto: ‘Sapete cosa? Lasciamo che Erika faccia quello che deve fare per sé e per la sua famiglia. Sono sicuro che Andrew la sostituirà, e facciamo in modo che questo sia un evento fantastico’”, ha detto Vance.
Ananya Chetia
per www.themirror.com –
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
TRAVAGLIO RINCARA: “MELONI? PONZIA PILATA IN POLITICA ESTERA. SU GAZA ABBIAMO TACIUTO IN MANIERA COMPLICE. SU ISRAELE ABBIAMO RINNOVATO IL PATTO DI DIFESA ANCHE QUANDO SPARAVANO SUI NOSTRI SOLDATI. LEI E L’ITALIA SONO STATI SOLO DEI CAMERIERI DEGLI AMERICANI”
Durissima reprimenda del filosofo Massimo Cacciari all’europarlamentare di Forza Italia Letizia Moratti sulla politica estera del governo Meloni. Entrambi ospiti a Otto e mezzo (La7), il tema centrale è l’attacco del presidente degli Usa Donald Trump all’indirizzo della premier Giorgia Meloni.
Moratti difende la presidente del Consiglio, sostenendo che la sua linea è sempre stata quella tradizionale dell’Italia: “Ha sempre tenuto una posizione atlantista. L’ha fatto con Biden e l’ha fatto con Trump. Noi di Forza Italia siamo popolari, fortemente europeisti e atlantisti“.
Poi si rivolge a Moratti: “Ma di che alleati parliamo? Io sono suo alleato quando c’è una certa parità di forze. Alleati erano la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica contro il nazismo. Che forza mette in campo rispetto agli Stati Uniti l’Europa o la Meloni? Ma di che alleanza parliamo? Stiamo usando delle parole di cui ormai non comprendiamo più il significato. Non è alleanza, quella di Meloni è una posizione tutto subordinata“.
Cacciari conclude, mentre Moratti contesta la sua posizione: “Ci possono essere
10mila atlantismi. Cerchiamo di usare le parole dando a esse un significato, per piacere, perché il mio mestiere è semplicemente questo: mettere ordine nel linguaggio. Non c’è l’atlantismo, ci sono tanti atlantismi. E quello attuale fa schifo“.
“È ovvio che tutti dovrebbero condannare le interferenze americane nella politica italiana, chiunque ci sia al governo. Però bisognerebbe farlo sempre, anche quando a interferire era l’amministrazione Biden alle elezioni scorse, l’amministrazione Obama, l’amministrazione Bush, i sinedri europei che danno le pagelle ai buoni e cattivi in Europa e dicono per chi bisogna votare e per chi non bisogna votare”.
Così a Otto e mezzo (La7) il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, commenta le parole di solidarietà della segretaria del Pd Elly Schlein nei confronti della premier Giorgia Meloni, dopo gli attacchi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
“Le interferenze estere – sottolinea Travaglio – o si condannano sempre o non le si condanna mai. Io mi auguro semplicemente, come ha auspicato Cacciari, che si recuperi il significato vero della parola ‘alleato’. L’alleato sta in piedi e non sdraiato. L’alleato discute con l’altro alleato. E quando ci conviene, bisogna dire dei sì. Quando ci conviene, bisogna dire dei no. “.
E aggiunge: “Secondo me, Trump qualcosa di buono lo ha fatto quando ha cercato di chiudere la guerra in Europa con un compromesso, con una pace possibile, con una pace sporca, in Ucraina. Quello è stato il momento in cui l’Europa unitariamente gli ha detto di no.
Il direttore del Fatto conclude: “Adesso vedo che la Meloni, dopo che ha perso il referendum sulla giustizia, sta facendo un ‘indietro tutta’ su tutti i fronti. Era piena di impresentabili e li ha cacciati. Su Israele oggi ha sospeso il rinnovo automatico del patto di difesa. Bisognava aspettare oggi quel momento? Non si poteva farlo prima? – chiosa – Almeno quando Israele sparava sul nostro contingente in Libano e noi zitti? Altro che atlantismo, siamo stati dei servitori che si meravigliavano se venivano trattati da servitori. E come dovevamo essere trattati? Per quello che eravamo: dei camerieri“.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
L’ASSEMBLEA MPS HA VOTATO PER IL RITORNO DI LUIGI LOVAGLIO COME AMMINISTRATORE DELEGATO. DECISIVO PER IL RIBALTONE IL VOTO DI DELFIN, PRIMO AZIONISTA DEL “MONTE” CON IL 17,5%… LA “FIAMMA MAGICA” AVEVA CHIESTO AL COSTRUTTORE ROMANO DI FARE UN PASSO INDIETRO SUL NOME DI FABRIZIO PALERMO, MA L’83ENNE EDITORE DEL “MESSAGGERO” È VOLUTO ANDARE DRITTO (ED È ANDATO A SBATTERE) – UNA VOLTA CHE IL MEF HA DECISO DI NON PORTARE LE PROPRIE QUOTE IN ASSEMBLEA, LASCIANDO LIBERTÀ AL MERCATO, IL MERCATO HA DECISO. NORGES, IL PIÙ GRANDE FONDO SOVRANO DEL MONDO, E BLACKROCK, IL PIÙ IMPORTANTE GESTORE PATRIMONIALE, SI SONO SCHIERATI CON LOVAGLIO (E MILLERI, ANNUSATA L’ARIA, HA ABBANDONATO L’EX ALLEATO AL SUO DESTINO – ORA LA FUSIONE MPS-MEDIOBANCA È PIÙ VICINA: NEL SUO PIANO INDUSTRIALE, LOVAGLIO AVEVA CALDEGGIATO L’IPOTESI DI INTEGRARE I DUE ISTITUTI, A CUI INVECE CALTAGIRONE SI OPPONEVA. PER QUESTO AVEVA CACCIATO IL “BAFFO LUCANO”. E ORA SE LO RITROVA DI NUOVO ALLA TOLDA DI COMANDO
Otto consiglieri hanno appoggiato Lovaglio, sette sono andati alle minoranze.
L’assemblea è iniziata poco prima delle 10:30. Nella mattinata sono stati approvati il bilancio e respinte due aizoni di responsabilità, mentre nel pomeriggio è in corso l’elezione del nuovo board.
Tre le liste in gara: due di maggioranza, presentate rispettivamente dal board uscente e da Plt Holding, e 1 di minoranza depositata da Assogestioni. La partecipazione del capitale rappresentato in sala è oltre il 64%. Fondazione Mps (che detiene lo 0,2%) ha deciso di astenersi sulla governance.
In apertura di assemblea il presidente Maione ha ricordato che gli azionisti che detengono quote rilevanti superiori al 3% sono Delfin con il 17,53%, il Gruppo Caltagirone con il 10,26%, Blackrock con il 4,98%, il Tesoro con il 4,86% e Banco Bpm con il 3,74%. La quota di Caltagirone invece è pari al 13,5% del capitale.
«Sono da parecchi anni all’interno della banca – ha detto Maione in apertura dei lavori – penso che oggi la banca sia diventata tra le migliori nel panorama italiano, è tornata ad essere competitiva sul mercato grazie al lavoro straordinario di tutte le donne e uomini di Mps».
Poco dopo il suo intervento è scattato un applauso per l’ex ad Luigi Lovaglio, tra i presenti come consigliere, seduto in terza fila in sala. A suscitare il fragore sono state le parole di un piccolo azionista, Giuseppe Bivona, che ha detto, riferendosi al discorso di Maione: «Ringrazia tutti e non Lovaglio, qualcosa quel poveruomo l’avrà pure fatto. Non sono un estimatore di Lovaglio, l’ho anche denunciato, ma non ringraziarlo è estremamente scortese».
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
“PARLIAMO DI VOLI PER CITTÀ CHE POSSONO ESSERE RAGGIUNTE DA VOLI DI LINEA, IN PARTICOLARE SE SI PARTE DA VENEZIA, CHE È VICINO ALLA LOCALITÀ NELLA QUALE RISIEDE IL MINISTRO, CIOÈ TREVISO”… DI CERTO C’È CHE OGNI VOLO VIENE AUTORIZZATO DA PALAZZO CHIGI
Pizzicato a inizio mandato per aver usato varie volte l’aereo di Stato volando da o per Treviso, la sua città, il ministro Carlo Nordio era finito subito nel mirino dell’opposizione. Diverse erano state le interrogazioni arrivate in Parlamento che chiedevano lumi sul perché il velivolo di Chigi aveva fatto tappa per il ministro a casa sua.
Così nel 2024, forse non a caso, l’utilizzo dei voli di Stato da parte del Guardasigilli si era dimezzato. Ma passata la polemica Nordio ha ripreso a volare e l’aereo della presidenza del Consiglio non ha fatto più tappa a Treviso. Ma a Venezia, sempre non lontano da casa sua.
Nel 2025 il ministro ha utilizzato il mezzo di Chigi sei volte: in quattro occasioni l’aereo ha fatto scalo a Venezia, in una sola a Treviso e in un’altra a Catania. Nel dettaglio Nordio lo scorso 4 dicembre ha preso un volo di Stato da Roma per andare
a Rabat per un incontro con il suo omologo del Marocco e poi ha fatto ritorno a Venezia.
Qualche giorno dopo, l’8 dicembre, ha utilizzato un volo di Stato che lo ha preso a Venezia e poi lo ha portato prima a Bruxelles e poi a Strasburgo per partecipare tra le altre cose alla conferenza del Consiglio d’Europa sulla remigrazione e il diritto d’asilo. Ad ottobre Nordio ha preso un volo da Catania per andare in Lussemburgo e poi far ritorno a Roma.
Perché da Catania? Risulta la presenza del ministro agli “Stati generali delle isole minori” organizzato dal suo collega Nello Musumeci per un intervento dal seguente titolo: “Dalle carceri agli spazi culturali”. Poi è andato in Lussemburgo per partecipare al Consiglio giustizia e affari interni dell’Unione europea.
A settembre è andato a Berlino per incontrare il suo omologo tedesco e poi è tornato a Venezia. E, ancora, a maggio 2025 altro volo, per una missione in Moldavia, con ritorno a Venezia; e a febbraio è andato da Treviso a Istanbul poi ad Ankara per incontro bilaterale con il ministro della giustizia turco e ritorno a Treviso
Complessivamente dall’inizio del suo mandato Nordio ha utilizzato 14 voli di Stato: otto volte con scalo a Treviso, sei a Venezia. I suoi colleghi solitamente volano su Roma e qualche volta da Milano.
Di certo c’è che ogni volo viene autorizzato da palazzo Chigi in base a una circolare interna che recita: “E’ necessario che ogni istanza rechi una sintetica ma dettagliata relazione nella quale siano esposti, oltre alla precisa natura degli impegni ministeriali, elementi utili ai fini della valutazione politico-istituzionale sulla concessione del volo di Stato precisando, altresì, le circostanze e le attività, precedenti o successive alla missione, ostative all’uso di voli commerciali o altri mezzi di trasporto”. Le istruttorie però non sono pubbliche
Le opposizioni chiedono un’informativa urgente alla presidenza del Consiglio a proposito dell’utilizzo dei voli di Stato da parte del ministro Carlo Nordio. Richiesta partita dal Pd con Debora Serracchiani: “Il ministro Nordio nel 2025 ha utilizzato per ben 6 volte” voli di Stato.
“Quattro volte l’aereo ha fatto scalo a Venezia, una volta a Treviso e un’altra volta a Catania. E parliamo di voli che erano destinati per città che noi riteniamo potessero essere raggiunte anche con una certa comodità da voli di linea, in particolare se si parte da Venezia, che è vicino appunto alla località nella quale risiede il ministro, cioè Treviso”, ha detto Serracchiani in aula alla Camera.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
ALICE WEIDEL LO DISSE: “SEGUIREMO LA STRADA DELL’UNGHERIA DI ORBAN, IL NOSTRO GRANDE MODELLO” – L’AFD SI SENTE ORFANA ANCHE PERCHÉ I SUOI ELETTORI SONO ANTI-AMERICANI
Alice Weidel non ha ancora cambiato la foto sullo sfondo di X. Una bella stretta di
mano con Viktor Orbán, mentre due giganteschi drappi nazionali (tedesco e ungherese) scendono sui muri del palazzo del governo di Budapest.
D’altra parte, chi mai l’aveva accolta come Viktor nell’autunno 2025? Chi mai aveva trattato la leader di Alternative für Deutschland da pari a pari invece che da paria
L’estrema destra europea, e tedesca in particolare, perde con Orbán la sua stella polare, ed è in lutto.
Ben più che a Trump e ai Maga, in fondo più che a Putin, l’AfD meno radicale ed estremista si ispirava al leader ungherese. Almeno la parte del partito che si riconosce in Weidel, che aspira a uscire dalle catacombe e, magari, avvicinarsi alla Cdu. Per quella AfD, l’ungherese che definiva «superata» la democrazia liberale, era un manuale di spunti.
Era da copiare e Weidel lo disse: «Seguiremo la strada dell’Ungheria, il nostro grande modello»
Per il politologo Wolfgang Schröder, «Orbán è stato la figura di riferimento della nuova destra in Europa perché ha condotto la battaglia contro l’Ue, per la sovranità, contro la migrazione e su tutti i temi centrali». E aveva «un’autorità come pochi», opponendosi con tenacia alla Commissione.
Insomma, l’AfD si sente orfana. E non può certo tornare a guardare al mondo Maga, anche perché i suoi elettori sono anti-americani. Dall’inizio della guerra in Iran, Alice Weidel non ha fatto altro che prendere le distanze da Trump. Che Vance non porti bene non è solo superstizione: è una convinzione radicata nell’AfD. Benedikt Kaiser, un pensatore della loro cerchia, l’ha teorizzato: «L’adesione volontaria a un trumpismo duro danneggia in modo colossale la destra interna presso gli elettori».
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
QUELLO SVALVOLATO DI HEGSETH ERA GIA’ FINITO AL CENTRO DELLE POLEMICHE IN SEGUITO AL “SIGNAL-GATE”, QUANDO CONDIVISE IN UNA CHAT CON UN GIORNALISTA DEI PIANI DI GUERRA
I Dem della Camera presenteranno oggi cinque articoli di impeachment contro il segretario alla Difesa Pete Hegseth, accusandolo di abuso di potere, crimini di guerra e altri gravi illeciti.
Lo scrive Axios, sottolineando che la misura non ha praticamente alcuna possibilità di essere approvata in questo Congresso, ma è l’ultimo segnale che i Dem si sono compattati attorno a Hegseth come loro nuovo principale bersaglio nel governo Trump.
In precedenza, i Dem avevano spinto per l’impeachment dell’ex segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem e dell’ex procuratrice generale Pam Bondi, entrambe rimosse da Trump negli ultimi mesi. Con i suoi scandali di lunga data e ora il conflitto con l’Iran, Hegseth è un candidato ideale per diventare il nuovo “spauracchio” del partito.
La risoluzione di impeachment di sette pagine, una copia della quale è stata ottenuta per la prima volta da Axios, si concentra principalmente sulle operazioni statunitensi in Iran, sullo scandalo “Signalgate” e sulla presunta cattiva condotta personale di Hegseth
“Questo è solo un altro Democratico che cerca di attirare l’attenzione mentre il Dipartimento della Guerra ha raggiunto in modo deciso e schiacciante gli obiettivi del Presidente in Iran”, ha dichiarato la portavoce del Pentagono Kingsley Wilson in una nota ad Axios. Hegseth “continuerà a proteggere la patria e a promuovere la pace attraverso la forza”, ha aggiunto.
(da agenzie)
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