Destra di Popolo.net

LA TRUPPA DELL’ANTICRISTO

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

SOLO GREGARI ALLA LEZIONE DEL TECNO-PROFETA THIEL: “DONALD QUI PIACE POCO”… I BIG SOVRANISTI DISERTANO L’INCONTRO A ROMA CON IL FONDATORE DI PALANTIR

Più che l’arrembaggio della tecno-destra, la minaccia è la palpebra calante. Ti aspetti i ministri, ci sono i portaborse. Dici: all’uscita saranno estasiati dalla lectio, invece è la sagra dello sbadiglio. Domenica, Palazzo Taverna, tra piazza Navona e Castel Sant’Angelo, dove abitavano gli Orsini e ora si organizzano convegni. Capienza massima: 165 posti. Attorno alle tre di pomeriggio, un centinaio di invitati varca il portone. Solo chi è in lista, tipo Piper, ma con meno allegria. L’oratore è il miliardario Peter Thiel, creatore di Paypal e poi di Palantir, colosso dei big data in affari pure col governo israeliano, anche per la sciagurata guerra a Gaza, che oggi discetta di religione e Anticristo. Gran finanziatore di Trump, ovvio.
Da giorni, dopo la prima anticipazione della Stampa, il sottobosco politico e imprenditoriale favoleggia: chi ci sarà? Dietro al Colosseo appare un’inquietante striscione di «benvenuto», altri organizzano un flash mob di protesta. Ma alla fine chi c’è? La destra si tiene alla larga, anche perché il Vaticano non è in linea con le teorie di Thiel, anzi. S’intravede l’assistente di Marco Osnato di FdI. Per la Lega, il «responsabile esteri dei Giovani», Davide Quadri. E uno storico collaboratore di Lorenzo Fontana, Cristiano Cerasani, convinto che pure le bizze del clima siano colpa di Satana. Il volto più conosciuto è Daniele Capezzone, direttore del Tempo. C’è un suo predecessore, Roberto Arditti. Un paio di volti Rai, Oliviero Bergamini e Barbara Carfagna. Imprenditori? Paolo Messa e il finanziere Guido Maria Brera. Lo storico Giovanni Orsina. Antonio Zanardi Landi, ambasciatore dell’Ordine di Malta presso la Santa Sede. Alberto Mingardi dell’istituto Bruno Leoni. Spunta persino un ex 5 Stelle, Pietro Dettori. Insomma, nomi così. C’è da capire la delusione dei fotografi. O almeno il ridimensionamento delle aspettative. Il grosso sono ragazzi con l’abito buono, del giro delle confessioni romane, tendenza neo-con. Parecchi seminaristi del North American College, più uno sparuto numero di
preti americani e studenti di quell’Angelicum, dove all’inizio si era pensato di tenere il seminario.
Thiel appare dietro a un leggio, rischiarato da luci soffuse. Parla due ore scarse. Dice subito che «Trump qui non va di moda, ma io non sono d’accordo». Forse per la latitanza dei big di FdI e Carroccio. Sostiene che oggi, più che la terza guerra mondiale, siamo nel mezzo «di una seconda guerra fredda». Biasima la «pace ingiusta» tra Cina e Usa. Fa un mucchio di citazioni, da Benedetto XVI a Robert Hugh Benson, autore di “Lord of the World”, a Vladimir Solovev che ha scritto “Il racconto dell’Anticristo”. Sull’intelligenza artificiale, la sua specialità, sembra accorciare le distanze con Leone XIV, che chiede paletti: «Bisogna stare attenti – è in sintesi il ragionamento che riportano più presenti – non è la soluzione di tutti i mali, ma non va demonizzata». I democratici americani, profetizza Thiel, nel ‘28 saranno contro. Si salta da un argomento all’altro. Mostra il video di un’esplosione nucleare, chiedendosi che sarebbe capitato al mondo se fosse avvenuta in una città degli States. Critica il nucleare per le armi, sì, ma rilancia quello civile, per contrastare «la dipendenza dalle energie fossili». Poi chiede ai governi di investire contro la de-natalità, pallino di Elon Musk.
Molti si aspettano una qualche rivelazione sull’Anticristo. Ma lui dice solo: «Ne ho paura, la conoscenza va aumentata». Rivelazioni rimandate: «Parlerò l’ultimo giorno». Perché ci sono altri tre seminari nei prossimi tre giorni, tutti obbligatori per gli iscritti, anche se qualcuno già ieri azzardava la mossa, tentando di sfilarsi: «Magari passo domani, ma poi ho avuto un imprevisto». Lo spazio per il blocco “domande e risposte” era di 30 minuti. Ma dura un quarto d’ora. Si fanno avanti quelli dell’Hoover Institution, think thank legato alla Stanford University, dove Thiel ha studiato, che organizzano le sue conferenze in giro per il mondo. Visto il tenore della discussione, diversi ospiti sull’uscio, alla fine, si chiedono: ma perché tanta segretezza? Ridacchiano per alcune leggende circolate alla vigilia, come la penale da 10mila euro (o 20, o 25) per chi avesse violato il riserbo. Pure i cellulari restano perlopiù nelle tasche degli invitati, nessuno li sequestra. L’unico appello del miliardario è una citazione di Daniele, 12:4: «Tieni nascoste queste parole».
Finito il convegno, si va a messa, alla vicina Trinità dei Pellegrini, gestita dalla Fraternità sacerdotale San Pietro, gruppo tradizionalista che, a differenza dei lefebvriani, non ha però mai rotto con la Santa Sede. Messa in latino, ça va sans dire. Celebra don Brice Meissonnier, come vuole il messale antico, ad orientem (cioè “spalle al popolo”). Per i seminaristi domani è stata fissata una cena riservata, organizzata dal Cluny Institute, e intitolata “Seeing Like a State, Seeing Like a Church”, lo sguardo dello Stato, lo sguardo della Chiesa. Probabile riferimento a un testo della cultura libertaria alla quale Thiel si rifà, contro la pianificazione statale il politically correct nella Chiesa. Ultima sorpresa: alla messa, Thiel non c’è. E nessuno lo cita. A Roma spesso va così: si annuncia l’Apocalisse e resta solo la liturgia.
(da Repubblica)

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PIU’ DEL REFERENDUM, MELONI TEME LA CRISI ECONOMICA

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

LE TANTE PROMESSE TRADITE E LA REALTA’

Si pensi se, a seguito di una possibile bocciatura della riforma costituzionale della magistratura il governo, già indebolito, si dovesse trovare ad affrontare una crisi molto pesante. Ciò implicherebbe una crescita del costo del debito, cittadini e imprese preoccupati dall’inflazione, salari già bassi messi ancora più a dura prova e una riduzione dello spazio fiscale nella prossima manovra di bilancio.
Si pensi se, a seguito di una possibile bocciatura della riforma costituzionale della magistratura il governo, già indebolito, si dovesse trovare ad affrontare una crisi molto pesante. Ecco cosa spaventa davvero la premier
Si può vincere un referendum senza che i leader politici della maggioranza facciano campagna elettorale? È questa una delle caratteristiche più peculiari del prossimo referendum costituzionale sulla riforma della giustizia.
Matteo Salvini e Antonio Tajani hanno partecipato alla promozione del Sì in tono minore. Per il primo la riforma della giustizia non è tra le priorità, se il referendum fallisse ci rimetterebbero di più gli alleati del suo partito; il secondo è stato sorpreso dalla nuova guerra in Iran ed è stato costretto a occuparsi interamente della propria funzione istituzionale.
Colpisce ancora di più la cautela di Giorgia Meloni, anch’ella rimasta sostanzialmente confinata a interviste e messaggi istituzionali senza spendersi particolarmente nelle piazze. La premier, tuttavia, è l’unica che può mobilitare vasti settori dell’elettorato. È vero che teme un effetto contrario di personalizzazione e polarizzazione, ma senza uno sprint negli ultimi giorni Meloni rischia che gli elettori di centrodestra rimangano a casa mentre i contrari vadano tutti a votare.
Governo incastrato
Sembra che la presidente del Consiglio preferisca gestire una sconfitta su cui ha messo poco la faccia che prendersi dei rischi per cercare di vincere la partita. L’atteggiamento è difensivo e probabilmente si lega alla situazione internazionale. La guerra all’Iran ha ridotto molto la portata mediatica del referendum e ha aperto a una difficile situazione sia diplomatica sia economica.
I leader sono terrorizzati da un’opinione pubblica che, anche a destra, non vuole sentire parlare di guerre e men che meno è disposta a pagarne il conto, anche in forma indiretta. Dall’altro lato, però, Meloni sì è impegnata a essere una alleata affidabile di Trump e quindi non può sfilarsi del tutto dal sostenere l’azione americana, come testimonia l’invio di qualche arma nel Golfo.
Mentre è incastrato in questa strettoia tra interni ed esteri, il governo si ritroverà a breve a fronteggiare una situazione economica peggiore del previsto. Nei circoli finanziari internazionali inizia ad aleggiare lo spettro del seguente scenario: la guerra in Iran che prosegue per settimane, lo stretto di Hormuz impraticabile per l’Occidente e quello di Suez con passaggio ridotto per lungo tempo, rapida risalita dell’inflazione, aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali e possibilità di stagflazione.
Se fino a qualche giorno fa questa ricostruzione era data per possibile ma non probabile, oggi si avvia a diventare quella più credibile per i prossimi mesi. Se così fosse, per un esecutivo che si avvia a entrare nell’anno elettorale, l’economia rischia di divenire un problema quasi insormontabile.
I rischi della crisi
Si pensi se, a seguito di una possibile bocciatura della riforma costituzionale della magistratura il governo, già indebolito, si dovesse trovare ad affrontare una crisi molto pesante. Ciò implicherebbe una crescita del costo del debito, cittadini e
imprese preoccupati dall’inflazione, salari già bassi messi ancora più a dura prova e una riduzione dello spazio fiscale nella prossima manovra di bilancio.
A quel punto il rapporto tra promesse e realtà sarebbe radicalmente capovolto: il governo non potrebbe abbassare le tasse o garantire nuovi sussidi nell’anno elettorale e probabilmente sarebbe costretto a concentrare le risorse sul contrasto alla crescita dei costi energetici, sul finanziamento del debito pubblico e si ritroverebbe a dover aumentare il prelievo fiscale.
L’unico vero patrimonio del governo in questo momento resta l’opposizione, ancora divisa e alla ricerca di un assetto e di una leadership unitaria. Certo, una vittoria del No potrebbe compattare il centrosinistra, ma le sue debolezze lascerebbero anche a una Giorgia Meloni azzoppata la speranza di fare il bis nel 2027 contando sulla nuova legge elettorale con premio di maggioranza.
Le guerre e il senso di insicurezza possono spingere l’opinione pubblica a essere maggiormente conservativa e a rimettersi nelle mani sicure dell’unica leadership che ha già governato per una legislatura invece che optare per un campo largo, semmai si farà, senza una guida chiara.
Non si può poi escludere nemmeno un allungo del Sì in extremis nell’ultima settimana di campagna elettorale. Se ciò accadesse Meloni potrebbe affrontare con un importante obiettivo raggiunto i prossimi mesi, che sarebbero comunque difficili per il governo seppur meno impervi rispetto allo scenario della sconfitta al referendum.
(da editorialedomani.it)

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DALLA REGGIA AL MICHELANGELO, COSI’ FRATELLI D’ITALIA COLONIZZA I MUSEI

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

NEL CDA DELLA GALLERIA DELL’ACCADEMIA DI FIRENZE INSERITI DUE CANDIDATI NON ELETTI ALLE ULTIME ELEZIONI… IL MINISTRO GIULI HA INDICATO LA SUA SEGRETARIA AL MINISTERO COME CONSIGLIERA DEI MUSEI DI CAPRI

Sul museo sventola la bandiera della Fiamma. Mese dopo mese, il partito di Giorgia Meloni si sta infatti appropriando di tutti i fortini della cultura a suon di candidati non eletti, dirigenti locali, semplici militanti.
E addirittura diretti collaboratori del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, come la segretaria particolare e attuale responsabile dell’ufficio stampa, Elena Proietti Trotti, finita nel consiglio di amministrazione dei musei e dei parchi archeologici di Capri.
Sono, insomma, tanti i nomi legati al partito indicati nei templi della cultura italiana. Dal David di Michelangelo di Firenze al Mann di Napoli, dalla Reggia di Caserta alla pinacoteca di Brera, l’assalto di Fratelli d’Italia è sistematico. Con il ministro della Cultura a firmare i decreti. Ma la bulimia di poltrone non sempre produce risultati.
Le cronache degli ultimi giorni sono una conferma. Venezia è il crocevia dei nervosismi a destra. Alle Biennale, il presidente della fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, vuole dare spazio al padiglione russo, facendo scattare l’allarme al governo.
Il ministro Giuli e il presidente della commissione cultura alla Camera, Federico Mollicone, spesso ai ferri corti, questa volta sono stati concordi sulla necessità di fare un passo indietro. Il Mic ha avanzato la richiesta di dimissioni alla consigliera Tamara Gregoretti, responsabile della decisione, nominata proprio dal ministero. Sempre a Venezia la tensione è alta intorno al nome della direttrice d’orchestra, Beatrice Venezi, graditissima alla destra meloniana. Le dimissioni del consigliere Alessandro Tortato sono solo l’ennesima conferma del valzer sul teatro.
Senza dimenticare il perenne caos intorno a Cinecittà, prima a colpi di possibili conflitti di interessi (con il caso di scuola dell’ex presidente Chiara Sbarigia) e poi con le tensioni intorno Manuela Cacciamani, gradita ad Arianna Meloni, grazie al
rapporto con la sorella della manager, Maria Grazia Cacciamani. Repubblica ha rivelato che l’ad sarebbe indagata, lei ha seccamente smentito con una dettagliata nota.
Fratelli di Firenze
Mentre i riflettori sono puntati altrove, dunque, il ministero della Cultura a guida meloniana fa man bassa di poltrone: piazza fedelissimi sul territorio, da Nord a Sud.
Il caso più significativo riguarda Firenze. Nel cda della Galleria dell’accademia di Firenze e musei del Bargello è stato nominato Andrea Fossi, candidato nelle liste di FdI alle elezioni comunali, vinte dal centrosinistra con Sara Funaro. Fossi ha racimolato appena 126 preferenze, finendo lontano dalla soglia per essere eletto in consiglio comunale. A distanza di quasi due anni, però, è arrivato un incarico di prestigio.
La Galleria dell’Accademia, tra le varie cose, ospita il David di Michelangelo. Sempre nel capoluogo toscano, un’altra poltrona è stata assegnata ad Alessia Galdo, rampolla dello studio notarile di famiglia molto noto in città, entrata nel cda delle Ville e residenze monumentali fiorentine, che tra le varie cose gestiscono la villa Medicea della Petrai e il Giardino della Villa medicea di Castello. Un incarico importante firmato Mic.
Galdo, come Fossi, è stata candidata con il partito di Meloni, a sostegno di Eike Dieter Schmidt: è stata la quinta più votata di FdI, con 587 voti personali, diventando la prima delle non elette.
E ancora: nello stesso consiglio di amministrazione ha trovato posto Chiara Mazzei, di professione architetta ed ex consigliera comunale di Rufina, 7mila abitanti in provincia di Firenze, e dirigente provinciale di Fratelli d’Italia. Una serie di decisioni che ha scatenato proteste. La deputata del Pd, Simona Bonafè, insieme al collega Federico Gianassi hanno presentato un’interrogazione a Giuli: «Queste scelte invece sollevano interrogativi sull’opportunità di inserire nei vertici dei musei statali figure impegnate nella politica di partito».
Ma Fratelli d’Italia non è intenzionata ad arretrare. «Si può essere scelti per un cda pubblico anche se non si ha la tessera del Pd», hanno commentato l’eurodeputato toscano di FdI, Francesco Torselli, Alessandro Draghi, consigliere comunale fiorentino. Oggi basta una candidatura andata male con i meloniani
Dalla Reggia al Mann
La musica non cambia in un altro luogo tempio della cultura: la Reggia di Caserta. In questo caso nel cda è stato indicato Paolo« Santonastaso, che nel marzo del 2025 era diventato segretario cittadino di Fratelli d’Italia, a Caserta, e già consigliere comunale nella stessa città. Poche settimane prima della nomina aveva presenziato ad Atreju, festa di FdI.
Ancora più temeraria la decisione di Giuli per i musei nazionali di Capri: come consigliera è arrivata la potente segretaria del ministro, Elena Proietti Trotti, oggi una delle figure più importanti al Mic (gestisce anche l’ufficio stampa), che è inoltre dirigente di spicco di Fratelli d’Italia in Umbria, sua regione d’elezione.
Una mossa che ha provocato le proteste del Pd. «Dalle informazioni disponibili, non risultano competenze riconducibili ai requisiti previsti dalla legge», ha accusato il deputato dem, Piero De Luca.
Proietti Trotti, interpellata da Domani, respinge le critiche: «Polemiche? Dovrebbero essere contenti che il ministro leghi Capri a Roma. È un passaggio importante e un segnale positivo». Stessa pratica seguita a Milano: il consigliere diplomatico del ministro, Clemente Contestabile, è consigliere alla pinacoteca di Brera.
Altro museo in Campania, altra nomina di partito: nel cda del museo archeologico nazionale (Mann) di Napoli è stato indicato Diego Militerni, già vicecoordinatore regionale del partito, fedelissimo del deputato napoletano Michele Schiano di Visconti. L’incarico politico per Militerni è arrivato nel 2025, qualche mese dopo la sconfitta per la leadership a Napoli contro Marco Nonno.
Area meloniana
Il modello-Giuli non conosce confini: è stato seguito pure in Abruzzo. La prescelta questa volta è stata Laura D’Ambrosio, candidata con FdI alle regionali con Marco Marsilio nel 2024, nella provincia di Teramo, ottenendo 3.500 preferenze. Un risultato deludente. Ma a febbraio è arrivato l’inserimento – su indicazione del Mic – nel cda dei musei archeologici nazionali di Chieti.
Ai musei nazionali di Perugia è scattata una sorta di occupazione targata fiamma: tra i consiglieri c’è Andrea Assenza, vicedirettore del day time della Rai, uomo di fiducia di Angelo Mellone, una delle punte di diamante di TeleMeloni. Nello stesso organismo è stato nominato il politologo Alessandro Campi, in passato direttore di FareFuturo, la fondazione finiana, sotto l’egida dell’attuale ministro Adolfo Urs
Non mancano le competenze al critico Roberto Litta, inserito nel cda dei musei e parchi archeologici di Praeneste e Gabii. Ma c’è anche un po’ di appartenenza: di recente ha moderato un incontro di campagna referendaria per il Sì, a Roma, con un parterre di Fratelli d’Italia, tra cui il segretario romano del partito, Marco Perissa, e il deputato Paolo Trancassini.
Nell’assalto alla cultura, c’è poi Alberto Samonà, ex assessore (in quota Lega) della giunta Musumeci in Sicilia, passato al timone dell’istituto Villa Adriana e Villa d’Este dopo essere stato nel cda del Parco archeologico del Colosseo (in quel caso voluto dal precedente ministro Gennaro Sangiuliano). Nonostante l’adesione leghista, Samonà è una vecchia conoscenza della destra: ha trascorsi giovanili nel Msi. La fiamma come punto in comune per ottenere un posto firmato Giuli nei cda.
(da EditorialeDomani)

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QUINDICI ANNI FA LA MIA TRAVERSATA COI MIGRANTI: VOLEVO SCUOTERE LE COSCIENZE, MA L’OCCIDENTE HA PERSO

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

HANNO PREVALSO FALSITA’, EGOISMO E INERZIA

“Trenta ore… che volete che siano trenta ore? Niente. Poco più di un giorno. Quindici anni fa sono salito su un “barcone’’ (li chiamavano così) con 112 migranti. Era notte a Zarzis, in Tunisia, quando la barca è partita. Era notte a Lampedusa quando la barca è affondata e ci hanno salvati. Lampedusa: era allora l’ultima speranza e l’ultimo destino di tutti. Che ci facevo su un barcone, semplicemente uno che aveva un passaporto in regola? Che puoi dire di più per svelare tutto di un uomo in alcuni, vasti luoghi del mondo? Lì nomi storie vite tutto si riduce all’essenza cartacea: una copertina rigida con simboli arcani, una foto e un blocchetto di fogli di carta. Trenta ore, 22 di navigazione: eppure mi sono bastate per sapere tutto quello che si può sapere sugli uomini… trenta ore… Eppure ho bisogno di chiudere gli occhi per vincere il tempo, per immergermi in quel passato e far risuonare le sue voci e le sue grida. Si ascolta davvero bene soltanto a occhi chiusi.
Nessuno mi aveva costretto a imbarcarmi, nessuno mi avrebbe rimproverato per non averlo fatto. Non cercavo premi, prime pagine, soldi. Non cercavo niente. Era, in fondo, una questione privata tra me e loro, i migranti. Per chiarirla non si poteva evitare quel passaggio, diventare come loro almeno per venticinque ore. Dovevo rinunciare al passaporto. La migrazione non era nemmeno la storia che avrei dovuto raccontare. La guerra devastava la Libia, tiranni induriti dal tempo sparivano in una notte, popoli si sollevavano nella collera, altri non pensavano che a fuggire, a partire. Ma c’era quell’inesplicabile mistero: i migranti di Lampedusa. Bisognava aver perduto o sacrificato la ragione per partire su quelle barche marce e pensare che alla fine di quel viaggio c’era un mondo migliore. Oppure bisognava credere in dio per sfidare quel mare che in una mano tiene la tempesta e nell’altra la pace. Ma è lui che sceglie.
E dopo, tutti a chiedermi: che avete fatto, che avete detto in quelle trenta ore? Su un barcone, dodici metri senza stiva, è difficile parlare, attaccar discorso. Si ascolta insieme il trascorrere del tempo, un fruscio cupo, bellissimo, in cui svaniscono i secondi. Si sta rannicchiati uno vicino all’altro con le spalle che si toccano, immobili. Solo ora rifletto: quella è la posizione con cui gli esseri umani si curvano davanti alla morte. Non si fanno confessioni, non si raccontano storie sul barcone, si ascolta l’ansimare del vecchio motore, si spiano luci lontane da cui nuvole bianche si levano in alto, solenni. Una nave? La terra? Un miraggio? Le rare parole hanno la voce della lingua araba, piena di calore e di malinconia. Sembrano sorgere dalle tenebre della notte e stupirsi di sé stesse. Nessuno dei migranti mi chiese nulla, mi guardavano con una specie di avidità metodica, mi imparavano a memoria. Erano genti di sabbia e di terra, li sorprendeva l’amaro del vento, avevano sulle labbra il nuovo sapore dell’acqua e del sale. Varcata l’ennesima duna d’acqua, schiaffeggiati di schiuma, non avevano più che sprofondarvi. Non potevano tornare indietro. La paura? Non c’era paura. Forse si dovrebbe morire così, entrare nella morte attraverso l’immobilità. Scivolare senza scosse in un mondo liquido, passare da un regno all’altro… E poi, e poi: li hai ancora incontrati, hai tenuto i contatti? No, non chiedo a chi vive tragedie numeri di telefono, non li trasformo in una piccola rendita giornalistica, su cui vivacchiare il prossimo naufragio. Il mio rapporto con loro vale solo fino a quando sono come loro. Poi non ho più diritto di usarli, di spremerli come vittime.
E poi, e poi ci sono i quindici anni, quelli scivolati via dopo quel viaggio con tutto quello che c’è dentro, in questi anni. Ovvero che a prevalere alla fine è stato tra noi il santo egoismo, la spietatezza, la falsità, l’inerzia della carità. Lo temevo, del resto non poteva essere diversamente. È il consuntivo del mio assoluto, avvilente fallimento di testimone. Direte è nulla, che importa… Il guaio è che quella incapacità, mia, di creare emozioni e coscienza, sprofonda, ma non si annulla, in un fallimento più grande. Quindici anni che non hanno cambiato niente. Insorgete: non è vero, ci sono gli sforzi per la integrazione, i libri, gli articoli, i discorsi. Già. Quindici anni dopo potrei rifare lo stesso viaggio! C’è una sentenza più definitiva di bancarotta? Le barche salpano, affondano, e poi i centri di raccolta, i respingimenti. Solo i prezzi sono cambiati: mille euro pagammo allora, oggi cinquemila e più…Il Mercato! Nessuno, nessuno, né la destra xenofoba né la sinistra accogliente ha risolto niente.
Sulla migrazione si depositano invettive, progetti balordi, solidarietà ipocrite e razzismi concreti. Niente altro. La migrazione ha inaugurato il Grande Fallimento dell’occidente “buono’’, ha denudato le sue bugie, ha aperto la porta al corteo infernale delle guerre del disordine, del caos. La migrazione non finirà mai, mai, finché da qualche parte sanguineranno ancora le ferite che noi abbiamo inferto al loro mondo: sfruttamento, complicità con élite criminali, una geopolitica omicida.
Uno di loro mi raccontò che la cosa che più aveva colpito erano le porte. «Sì, le porte, le porte chiuse. Non le auto, i negozi ricchi, i ristoranti: le porte. Qui, nei vostri bellissimi e ricchissimi Paesi, le porte sono sempre chiuse. È una stranezza che avevo già notato nelle città che ho attraversato nei tre anni impiegati per arrivare qui, nelle città grandi e in Libia dove sono tutti ricchi. Le porte sono chiuse. Dove vivevo io prima di partire, nel villaggio, le capanne non hanno porte. Semplicemente si entra e si esce scavalcando un piccolo gradino. Non si chiude la porta quando si va a dormire o si esce per portare le bestie all’acqua o al pascolo. Non c’è niente da chiudere con i lucchetti, le catene, le chiavi. Si va. E la capanna resta lì, aperta. Perché mai ci dovrebbe essere una porta? Per difendere che cosa visto che non abbiamo niente? Al villaggio ci conosciamo tutti: se qualcuno ruba una pentola dopo poco tempo la vedresti nella sua capanna e la vergogna si abbatterebbe su di lui, il ladro. Non c’è niente da rubare, insomma. E quando arrivano i banditi o i gendarmi che sono poi la stessa cosa e ordinano di caricare tutto quello che abbiamo sui loro camioncini, beh pensate davvero che basterebbero le porte a fermarli? Le porte le abbiamo anche noi, per carità… ma dove? Nei granai. Perché lì bisogna difendere il teff dai topi e dagli uccelli che hanno fame come noi. La porta, di ferro, robusta, ce l’aveva l’emporio del paese. Il proprietario era un siriano. Dentro c’era di tutto: stoffe, scatole di legumi, terraglie, suppellettili di cucina, latte di coca cola, pelli di mucche, fascine di legna per il fuoco e sacchi di carbonella. Era ricco il siriano. I soldati andavano da lui a bere la birra, si davano grandi manate sulle spalle e non gli rubavano niente. Dicevano che aveva amici in città, potenti, che lo proteggevano. Aveva bisogno della porta, lui. Come voi che siete ricchi e la tenete sempre chiusa». Che cosa posso rispondere a quest’uomo?
Domenico Quirico
(da lastampa.it)

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TRA I LEADER E I PARTITI STORIE IN BILICO

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

LA PERSONALIZZAZIONE RISCHIA DI MODIFICARE LE RADICI DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA

Tra una settimana (il 22 e il 23 marzo) gli italiani saranno chiamati a esprimersi su una questione importante, per la nostra democrazia. Riguardo al ruolo e ai poteri dei magistrati. Una categoria al centro di confronti e polemiche da molto tempo. Perché si tratta di un attore centrale nel sistema democratico. E politico.
Com’è apparso evidente negli anni ’90, quando importanti partiti (e leader) vennero coinvolti e travolti nelle inchieste condotte dai magistrati su episodi di corruzione e finanziamenti illeciti. Riassunti nella definizione di Tangentopoli. In quanto definiva il sistema dei partiti come «la città delle tangenti». Un’inchiesta che ricondusse il sistema dei partiti all’interno di una visione che riassumeva l’atteggiamento di sfiducia e distacco espresso da gran parte dei cittadini nei confronti della politica e dei politici. E delineava l’immagine dei magistrati come coloro che garantivano giustizia. In altri termini: «i giustizieri del sistema politico».
Da allora sono trascorsi più di 30 anni. E molto è cambiato. Ma la distanza tra i poteri dello Stato non sembra essersi ridotta. Anche perché, nel corso del tempo, il sentimento dei cittadini verso la politica non sembra essere cambiato. Semmai, si è inasprito.
Per verificarlo è sufficiente osservare il rapporto “Gli italiani e lo Stato” condotto da LaPolis-Università di Urbino. In fondo alla graduatoria, come sempre, si collocano “i partiti”. Ormai un “participio passato”. Partiti e non si sa verso quale “destinazione”. Di certo “destinati” a non tornare, Per molto tempo, almeno… soprattutto perché, in tempi di “personalizzazione della politica”, sono stati sostituiti dai leader. E “dalle” leader. Visto che i principali partiti sono guidati da donne.
Il legame della democrazia con i partiti ha ragioni storiche. Perché i “partiti” riassumono e interpretano le “parti” che ne “rappresentavano” gli interessi e i valori. All’origine del significato stesso della nostra democrazia. “Rappresentativa”. La personalizzazione rischia, per questo, di modificare le radici della nostra democrazia. E di condizionarne il percorso, in ogni passaggio. Compresi i referendum
Una questione apparsa evidente nel referendum, che si è svolto dieci anni fa. Nel (dicembre) 2016, per “confermare” il superamento del bicameralismo paritario, proposto e voluto da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. La riforma definita, per questo motivo, “Renzi-Boschi”. Venne bocciata dagli elettori. Un esito che spinse alle dimissioni lo stesso Renzi, al tempo presidente del Consiglio.
E ciò spiega il motivo che ha indotto il (la) capo(a) del governo a chiarire che, comunque vada il voto, non intenda dimettersi. Anche se ne risulterebbe sicuramente indebolita. Perché, “nonostante i partiti siano partiti”, è indubbio che la loro assenza sia visibile. E significativa. In quanto indebolisce il fondamento sociale del sistema politico e, dunque, della democrazia. Che, come sottolinea la parola stessa, è “governo del popolo”.
Anche se le basi e i canali di comunicazione tra il governo, i partiti e il popolo sono cambiati profondamente rispetto al passato. In quanto la “mediazione” avviene attraverso i “media”. E l’avvento del digitale ha favorito un rapporto tra i cittadini e i leader neppure “diretto”, ma “immediato”. Senza mediatori né mediazioni.
Ciò spiega, in parte, le ragioni della fluidità del sistema politico, nel quale cambiano con grande frequenza gli attori della scena politica. Partiti e leader. Non solo in ambito nazionale.
Certo, la questione “di fondo” è la perdita dei riferimenti “fondamentali”. A livello globale, anzitutto. Con evidenti e immediate ripercussioni sul piano nazionale. Ma conta molto anche la globalizzazione comunicativa. Perché tutto ciò che avviene nel mondo in qualsiasi momento, nello stesso momento ha effetti “immediati” dovunque. Su ciascuno di noi. Per questo motivo è necessario affrontare i prossimi appuntamenti politici ed elettorali. O meglio: referendari, consapevoli che avranno effetti di lungo periodo. Sulla nostra vita. Politica, sociale. E personale.
(da Repubblica)

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A DESTRA IL CASO BIENNALE È L’OCCASIONE PER REGOLARE I CONTI: FRANCO CARDINI AZZANNA ALESSANDRO GIULI E DIFENDE L’AMICO BUTTAFUOCO, CHE HA RIAPERTO LA BIENNALE AGLI ARTISTI RUSSI: “QUI È IN BALLO LA LIBERTÀ E LA LEGITTIMITÀ DI ESPRIMERE CULTURA. NON VEDO I PRESUPPOSTI GIURIDICI O PROCEDURALI PER UN INTERVENTO DEL MINISTRO. SI TRASFORMERÀ IN UNA SCONFITTA PER IL GOVERNO IN QUALUNQUE MODO ANDRÀ A FINIRE”

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

LE PAROLE SPIETATE SUL MINISTRO DEL PENSIERO SOLARE: “NON SO SE GIULI ABBIA CREATO QUESTO SCONTRO PER MOSTRARE I MUSCOLI. CREDO CHE SI SENTA MOLTO INSICURO PERCHÉ SENTE TUTTE LE CRITICHE CHE GLI VENGONO MOSSE PER LA SUA INADEGUATEZZA”

Franco Cardini, storico ma anche intellettuale attento alle vicende contemporanee: sulla partecipazione della Russia alla Biennale lei sta con Giuli o con Buttafuoco?
«Devo fare una premessa: sono amico di Buttafuoco, e lo stimo, da molto tempo. Questo non ci ha impedito di avere opinioni diverse e anche di scontrarci. In questo caso della sua posizione non ignoro l’elemento polemico né il coraggio con cui ha fatto un passo sapendo che gli sarebbero saltati addosso in tanti a partire da esponenti del governo».
Un passo che lei condivide oppure n«Esistono alcuni dati di fatto innegabili: gli stand della Biennale sono di proprietà della nazione che li ha pagati […]»
Anche se non è un Paese democratico?
«Non attacchiamo il solito tormentone. Se un Paese ha una struttura di sua proprietà ha il diritto di presentarsi come il suo governo vuole. E credo anche che sia opportuno che la Russia sia presente alla Biennale»
Anche se, come sembra del tutto evidente, la partecipazione diventerà un modo per la Russia di diffondere la sua propaganda?
«Ma questo è fatale! In ogni espressione pubblica di un potere c’è un dato di propaganda. Penso, per esempio, alla cinematografia americana in cui gli Stati Uniti continuano a essere i numeri uno. In quello che hanno prodotto negli ultimi 80 anni si trova largamente presente la propaganda».
Insomma la Russia ha il diritto di essere presente nel suo padiglione alla Biennale e Giuli dovrebbe saperlo. Invece ha deciso di scontrarsi con Buttafuoco. Perché?
«Buttafuoco e Giuli non sono due persone fatte per capirsi né dal punto di vista culturale né caratteriale. Non so se Giuli abbia creato questo scontro per mostrare i muscoli, per esempio. Io credo che si senta molto insicuro perché sente tutte le critiche che gli vengono mosse per la sua inadeguatezza.
Lo è anche più di Sangiuliano che aveva un pedigree personale interessante. Giuli, invece, è un personaggio della cultura militante che non è convincente né dal punto di vista scientifico né da altri punti di vista»
In una telefonata con la ministra della Cultura e vicepremier ucraina Tetyana Berezhna, Giuli ha detto di voler verificare se le modalità di allestimento e la gestione del Padiglione Russo siano compatibili con il regime sanzionatorio in vigore nei confronti di Mosca.
«È plausibile che in un luogo con una dignità, un valore e un peso come la Biennale si possa far tacere una voce come quella della Russia e che per far tacere quella voce si inserisca questo silenziamento all’interno del pacchetto delle misure
sanzionatorie? Le sanzioni servono a colpire politica, economia, a dare un segnale al governo di un Paese. Che c’entrano la cultura, lo sport?
Io credo, anzi, che tutto questo dovrebbe essere escluso dalle misure sanzionatorie perché sottendono uno stato di tensione. E quando c’è tensione si deve lasciare un apice polmonare libero dalla polemica in maniera che possa entrare un respiro di pace. Anche quando siamo in rapporti polemici con un Paese i segnali di apertura vanno sempre dati».
Quindi il ministro Giuli non ha il diritto di intervenire sulla presenza della Russia alla Biennale?
«Non vedo quali siano i presupposti giuridici o procedurali sulla base dei quali il ministro potrebbe intervenire. Se il presidente del Consiglio lo autorizza, potrebbe esprimere il disappunto o i dubbi emersi in sede governativa poi ognuno si prende le proprie responsabilità».
Non è quello che sta accadendo.
«E questo si trasformerà in una sconfitta per il governo in qualunque modo andrà a finire. Lo sarà se la Russia parteciperà ma lo sarà anche se non dovesse partecipare».
Perché?
«Un governo che ostenta la sua occidentalità non si può poi nascondere dietro il dito delle misure sanzionatorie.. Qui è in ballo la libertà e la legittimità di esprimere cultura, proibendo una voce il governo compie un atto di debolezza.
E sarebbe una sconfitta per il governo anche se la Russia decidesse motu proprio di non partecipare perché avrebbe la responsabilità di aver indotto a una nuova chiusura un Paese che stava comunque mostrando dei segnali di collaborazione. Da qualsiasi punto si osservi questa vicenda, il ministro Giuli ha compiuto un passo inopportuno e inadeguato».
(da agenzie)

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CON GLI USA IMPEGNATI NEL GOLFO E GLI OCCHI DEL MONDO SUL MEDIO ORIENTE, LA RUSSIA POTREBBE DECIDERE DI RICORRERE ALLE ARMI NUCLEARI IN UCRAINA: SECONDO I SERVIZI CONTINENTALI UNA PARTE DELLO STAFF DI “MAD VALD” SPINGE PER UTILIZZARE LE BOMBE TATTICHE NUCLEARI PER DUE MOTIVI

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

DA UNA PARTE L’AVANZATA DELL’ESERCITO RUSSO SI È ORMAI FERMATA, DALL’ALTRA L’ATTACCO AMERICANO ALL’IRAN OFFRE UNA GIUSTIFICAZIONE “POLITICA” A MOSCA. SE WASHINGTON PUNTA A RIBALTARE IL REGIME DEI PASDARAN, PERCHÉ NON PUÒ FARE LO STESSO MOSCA CON IL GOVERNO DI ZELENSKY?

Una reazione scomposta rispetto alla prospettiva di non vittoria. Il ricorso alle cosiddette “bombe tattiche nucleari”. Uno spettro avanza tra le Cancellerie europee e anche negli uffici della Nato. Che nell’attuale contesto di guerra su più fronti, la Russia decida di ricorrere all’arma più estrema.
Nelle analisi di diversi servizi, infatti, – che al momento illustrano solo un pericolo e non un dato concreto – il conflitto aperto da Usa e Israele in Iran può infatti avere conseguenze anche in Ucraina. Naturalmente le sta già avendo sul piano economico ed energetico. Ma anche il livello militare può alzarsi.
Il punto è che – secondo alcuni resoconti – nel gruppo dirigente del Cremlino è ripartito il pressing su Vladimir Putin per il ricorso alle bombe tattiche. Per due motivi: il primo è che l’avanzata dell’esercito russo nei territori ucraini si è ormai
fermata. Anzi, in diverse regioni le truppe di Mosca hanno dovuto registrare un arretramento.
Il secondo motivo è strettamente legato all’Iran. L’attacco americano sta offrendo una giustificazione “politica” alla Russia. Se Washington può attaccare e tentare di ribaltare il regime dei pasdaran, lo stesso può fare Mosca con il governo di Zelensky. E per mettere fine alla guerra potrebbe bastare l’uso di un’arma nucleare tattica. Fino ad ora il presidente russo ha respinto il pressing di una nomenklatura atterrita dalla prospettiva di una “non vittoria”. Putin sembra dunque non voler provocare una escalation globale. Nel 2022 la Casa Bianca bloccò questo tipo di minaccia russa facendo sapere che la risposta sarebbe stata devastante. Non in termini atomici ma convenzionali.
Era il mese di ottobre. Un corpo d’armata russo si era ritrovato circondato nella regione di Kherson, con il fiume Dnipro alle spalle. Gli ucraini potevano massacrarli e segnare le sorti della guerra. Una prospettiva che il Cremlino non poteva accettare. L’intelligence Usa intercettò comunicazioni in cui i vertici militari russi valutavano l’uso di armi tattiche.
In quelle comunicazioni non si evincevano informazioni a livello politico. Ma a quel punto il messaggio trasmesso dalla Casa Bianca è stato fermissimo: una ritorsione convenzionale che avrebbe distrutto le forze armate russe. Con un’offerta aggiuntiva: premere su Kiev perché non ostacolasse la ritirata delle truppe russe da Kherson. Così è stato.
Mosca rimise nella fondina la “pistola” nucleare per evitare uno smacco militare e allontanare la reazione statunitense “convenzionale” su larga scala che avrebbe comunque devastato il territorio russo e messo in ginocchio per molti anni la sua economia.
Nella primavera del 2024, però, la Russia ha organizzato delle esercitazioni nucleari vicino al confine ucraino. Un modo per lanciare un segnale. Un avvertimento per dire: per noi comunque questa soluzione è pronta
Adesso, appunto, lo scenario è cambiato. Anche perché l’impegno americano in Iran sta svuotando gli arsenali Usa. Una eventuale risposta convenzionale in questo momento sarebbe molto meno ampia.
I russi continuano comunque a lamentare uno shock organizzativo sul piano delle trasmissioni satellitari che ha paralizzato la catena di comando delle unità attive in
Ucraina oltre ad accecare i droni russi più moderni. Gli uomini di Kiev ne stanno approfittando da settimane per lanciare piccoli contrattacchi soprattutto nella regione di Zaporizhzhia.
I russi mantengono la pressione sulle città del Donetsk da Nord ma da inizio anno hanno registrato serie difficoltà. Sanno insomma che la guerra così sarà lunghissima.
(da Repubblica)

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SETTE ITALIANI SU DIECI NON PRENDONO MEZZI PUBBLICI: SIAMO PENULTIMI IN EUROPA

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

L’ALLARME SU TRAFFICO, SMOG E COSTI SANITARI… “UN COSTO DA 34 MILIARDI L’ANNO PER LO STATO”

Quasi 7 italiani su 10 non usano i mezzi pubblici. E così, le città esplodono di traffico, facendo aumentare l’inquinamento atmosferico e, di conseguenza, anche i costi indiretti a carico del servizio sanitario nazionale. È quanto emerge dagli ultimi dati rilasciati da Eurostat sul 2024, che vedono l’Italia piazzarsi al penultimo posto in Europa nell’uso dei mezzi di trasporto collettivo (autobus, tram, treni e metropolitana), davanti solo a Cipro.
I numeri di Eurostat sul trasporto pubblico
Nel 2024, secondo il servizio di statistica dell’Ue, il 51% delle persone non ha utilizzato i trasporti pubblici: il 10,7% delle persone (16 anni o più) nell’Ue utilizzava il trasporto pubblico ogni giorno, l’11,6% ogni settimana, il 10% ogni mese e il 17,1% meno di una volta al mese. Tra i Paesi dell’Ue, la percentuale di
persone che non hanno utilizzato i trasporti pubblici nel 2024 è stata più elevata a Cipro, con l’85% della popolazione, seguita proprio dall’Italia (68%) e, poco più distanti, Portogallo (67,8%), Francia (65,1%), Slovenia (61,6 %) e Grecia (61,3%). All’altro estremo della scala c’è il Lussemburgo, dove il 15,7% delle persone non utilizzava i trasporti pubblici nel 2024, seguito da Estonia (26,6%) e Svezia (26,7).
«Il trasporto pubblico va rafforzato»
Le motivazioni che si nascondono dietro i dati di Eurostat non hanno a che fare solo con abitudini e stili di vita. Se molti italiani non utilizzano il trasporto pubblico è anche perché non c’è o viene considerato inaffidabile e inefficiente. «I dati Eurostat ci dicono che il trasporto pubblico locale in Italia va rafforzato», commenta Gianpiero Strisciuglio, presidente di Agens, l’associazione di Confindustria che rappresenta gli interessi del settore dei trasporti e dei servizi. «Come Agens – aggiunge – sentiamo la responsabilità di un settore che deve fare il suo, deve continuare a migliorare qualità e attrattività dei servizi, ma questo sforzo non può essere lasciato solo sulle spalle degli operatori: servono investimenti certi, programmazione stabile e politiche che sostengano davvero chi ogni giorno garantisce mobilità a milioni di cittadini. Il trasporto pubblico è una scelta strategica per ridurre traffico, emissioni e disuguaglianze, non possiamo permetterci di ignorarlo».
Città congestionate
L’attaccamento degli italiani all’auto privata ha un effetto innanzitutto sul traffico e la congestione delle strade in città. A dimostrarlo è l’ultimo rapporto annuale dell’agenzia Inrix, che analizza e classifica la congestione stradale in oltre 900 aree urbane e 36 Paesi nel mondo. Secondo l’analisi relativa al 2025, la congestione nelle strade italiane continua a peggiorare, con Roma e Milano che si confermano tra le città peggiori al mondo. Roma è diciassettesima al mondo e quarta in Europa per traffico: mediamente, si perdono 76 ore l’anno a guidare nel traffico, con una velocità media di 20 km l’ora. Poco meglio Milano, che è ventiquattresima al mondo e quinta in Europa, con 67 ore perse al volante ogni anno.
L’impatto su salute e qualità dell’aria
Ma oltre a congestionare il traffico, il ricorso all’auto privata ha conseguenze drammatiche sulla qualità dell’aria. Secondo Sima, l’associazione dei medici ambientali, il traffico veicolare contribuisce alle emissioni totali di gas serra nella
misura del 26% (di cui il 60% circa attribuibile alle sole autovetture), alle emissioni di ossidi di azoto per circa il 50% e alle emissioni di particolato per circa il 13%, con costi sociali stimabili in 34 miliardi di euro annui. Con un decremento di PM2.5 di 10 microgrammi al metro cubo, stimano i medici ambientali italiani, ci si aspetterebbe una diminuzione della mortalità generale del 7%, del 26% quella per eventi coronarici, del 10% per malattie cardiovascolari e respiratorie e del 9% per tumori polmonari.
(da agenzie)

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”UTILIZZATE ANCHE IL SOLITO SISTEMA CLIENTELARE”: LA CAMPAGNA PER IL SI’ DEL DEPUTATO DI FRATELLI D’ITALIA

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

IL SUGGERIMENTO DI ALDO MATTIA A DIRIGENTE E SIMPATIZZANTI IN BASILICATA

“Affrontiamo questa settimana di campagna elettorale, avete gli argomenti per poter discutere ma se non dovesse servire, utilizzate anche il solito sistema clientelare: non ci credi, beh fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore. Aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti”.
A rivolgersi così a dirigenti e simpatizzanti meloniani di Genzano di Lucania, in provincia di Potenza, è stato il deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia, ospite di un incontro a sostegno del “sì” al referendum costituzionale di domenica e lunedì prossimi.
“Utilizziamo anche questi mezzi. Perché dobbiamo vincere questa battaglia”. Ha aggiunto il parlamentare frusinate ma eletto nel collegio plurinominale lucano, dopo essere stato a lungo direttore regionale Coldiretti Basilicata.
“Non possiamo permetterci una sconfitta. È vero che Giorgia Meloni non lascerà il suo scranno di presidente del Consiglio. Come è altrettanto vero che rimarrà il governo di centrodestra fino alla fine del mandato, che possa essere maggio del 2027 o settembre del 2027. Ma non possiamo permetterci il lusso di avere fino alla fine del nostro mandato neanche una ferita nel corpo. E questa se dovessimo perdere, è inutile che ci vogliamo nascondere dietro un dito, sarebbe una ferita grave da curare e aprirebbe un percorso ancora più in salita”.
(da agenzie)

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