Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
“QUESTO VOTO NON È NEL MERITO DEL PROVVEDIMENTO SUL QUALE RIMANIAMO CONTRARI, MA SERVE PER DELIMITARE UN PERIMETRO POLITICO E UN PARTITO DI DESTRA COME FUTURO NAZIONALE SA BENE DOVE STARE”… EPPURE, NELL’ABBANDONARE LA LEGA, VANNACCI HA RINFACCIATO A SALVINI PROPRIO DI ESSERSI ALLINEATO ALLA MELONI SUL SOSTEGNO A KIEV
“Voteremo a favore della fiducia perché questo voto non è nel merito del provvedimento sul
quale rimaniamo contrari, ma serve per delimitare un perimetro politico funzionale a permettere ai partiti di scegliere dove collocarsi e un partito di Destra come Futuro Nazionale sa bene dove stare.
Infatti, ho sempre detto che non siamo uno strumento della sinistra che vuole destabilizzare la Nazione, a differenza di quanto viene sostenuto da alcuni e lo dimostriamo nei fatti.
Manterremo i nostri ordini del giorno che contengono l’impegno ad interrompere le forniture di armi, a favore dell’esercito di Zelensky e voteremo, altresì, contro nel voto finale. Non ci prestiamo ai giochini di chi vorrebbe addossarci l’etichetta di essere insieme ai Bonelli, Fratoianni, Renzi, Conte e Schlein di turno, ma, al contempo, non rinunciamo alla nostra identità”. Lo dichiara in una nota Roberto Vannacci.
(da agenzie)
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
VIENE CITATA LA TESTIMONIANZA DI ALESSANDRO ANTINELLI (SINDACATO GIORNALISTI DI RAISPORT) CHE PRIMA DELLA CERIMONIA HA CONTATTATO PETRECCA PER SUGGERIRGLI DI AFFIDARE LA CRONACA A UN CONDUTTORE SPORTIVO PIÙ ESPERTO: “NELLA NOSTRA REDAZIONE CI SONO PERSONE CHE HANNO SEGUITO DIECI OLIMPIADI. LUI NON È UN GIORNALISTA SPORTIVO”
I giornalisti sportivi della Rai, l’emittente pubblica italiana, affermano che stanno scioperando, non per protestare contro i bassi salari o le cattive condizioni di lavoro, ma perché il loro capo non è riuscito a distinguere la diva pop americana Mariah Carey da un’attrice italiana molto più giovane.
Paolo Petrecca , direttore di Raisport, ha commesso numerose gaffe mentre commentava la cerimonia di apertura dei Giochi a Milano venerdì, scatenando urla di indignazione sui media italiani negli ultimi tre giorni.
Ad aumentare le proteste, i membri del sindacato dei giornalisti sportivi della Rai stanno ora protestando contro gli errori del signor Petrecca(…) e hanno annunciato
lunedì che sciopereranno per tre giorni subito dopo la fine dei Giochi, il 22 febbraio.
Il signor Petrecca è a capo della divisione sportiva da 10 mesi e lavora per la Rai dal 2001. Ha aperto la trasmissione di tre ore e mezza chiamando San Siro, storico stadio milanese con una storia secolare, dove si è svolta una delle quattro cerimonie, “Stadio Olimpico”, il nome ufficiale del principale stadio di calcio di Roma. Ha descritto Kirsty Coventry, presidente del Comitato Olimpico Internazionale, come la figlia del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Non ha riconosciuto due tedofori della nazionale femminile italiana di pallavolo. Ha scambiato la delegazione brasiliana per quella bulgara e poi, una volta capito che si trattava di brasiliani, osservò che “la danza è nel loro sangue”.
Quando Matilda De Angelis, 30 anni, attrice italiana, ha preso in mano la bacchetta di un’orchestra per dirigere persone vestite da famosi compositori italiani, il signor Petrecca ha inizialmente detto che si trattava della signora Carey, 56 anni, arrivata in aereo dagli Stati Uniti per la cerimonia.
Il signor Petrecca non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento. Un portavoce della Rai ha rifiutato di commentare.
“Da tre giorni siamo tutti in imbarazzo, senza eccezioni e senza alcuna colpa”, ha dichiarato lunedì il sindacato dei giornalisti in un comunicato . “È il momento di far sentire la nostra voce perché ci troviamo di fronte alla peggiore prestazione di sempre di Rai Sport durante uno degli eventi più attesi di sempre, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina”.
Alessandro Antinelli, rappresentante del sindacato giornalisti di Rai Sport che cura la copertura calcistica del gruppo, ha dichiarato che tre giorni prima della cerimonia di apertura, ha contattato Petrecca per suggerirgli di affidare la cronaca a un conduttore sportivo più esperto.
“Nella nostra redazione ci sono persone che hanno seguito 10, 8, 7, 5 Olimpiadi”, ha detto Antinelli, che attualmente si occupa degli eventi olimpici ospitati a Cortina d’Ampezzo . “Non è un giornalista sportivo”.
I media italiani sono stati spietati nei confronti della performance del signor Petrecca. Il Corriere della Sera, uno dei principali quotidiani italiani, ha definito la cerimonia di apertura “una delle trasmissioni più tristi” mai trasmesse dalla Rai, e
La Repubblica ha scritto che sia per la Rai che “per tutta l’Italia” la cerimonia “si è trasformata in una Waterloo piena di gaffe, errori e censure sconsiderate”.
In un post su Instagram, Lorenzo Tosa, giornalista freelance ha criticato le “gaffe imbarazzanti, gli errori clamorosi, i nomi errati, i nomi nemmeno menzionati e oscurati” del signor Petrecca, scrivendo che “come cittadino italiano, mi vergogno”. Il suo post ha ricevuto 183.000 “Mi piace”.
Come molti altri sui social media, il signor Tosa ha sottolineato che il signor Petrecca non ha menzionato Ghali , un noto rapper italiano di origini tunisine che ha recitato una poesia durante la cerimonia a Milano.
Ghali, noto per i suoi testi politici, si era aggiudicato il quarto posto al concorso italiano di cantautori del 2024 e aveva concluso la sua esibizione dicendo “fermate il genocidio”, in un implicito riferimento all’invasione israeliana di Gaza. Il giorno dopo, un conduttore della Rai ha letto ad alta voce una lettera dell’amministratore delegato dell’emittente statale, in cui esprimeva solidarietà a Israele.
La redazione sportiva aveva già protestato contro la leadership del signor Petrecca, che non è mai stato un giornalista sportivo e ha dedicato gran parte della sua carriera alla politica. Il sindacato ha votato due volte per respingere i suoi piani editoriali lo scorso anno perché erano “completamente insufficienti”, ha affermato Antinelli, e non rappresentavano “le competenze necessarie per guidare la nostra redazione”.
La maggior parte dei vertici della Rai è nominata dal governo italiano in carica, che dal 2022 è guidato da Giorgia Meloni, primo ministro di destra. Per anni, l’influenza del governo sull’emittente ha portato a ricorrenti accuse di parzialità, sia durante le amministrazioni di sinistra che di destra.
I giornalisti della Rai hanno in passato accusato il servizio pubblico di essere “ridotto a megafono del governo ” e hanno scioperato per protestare contro quello che hanno descritto come il ” controllo soffocante ” del governo sui giornalisti.
In questo caso, il signor Antinelli ha affermato che i giornalisti sportivi, 40 dei quali stanno seguendo i Giochi, non sono motivati da ragioni politiche ma dalle preoccupazioni sulla “competenza e le capacità” del signor Petrecca.
(da New York Times )
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
USIGRAI E CDR DI RAISPORT SUL PIEDE DI GUERRA: “GRANDE PREOCCUPAZIONE” … LA BATTAGLIA TRA BINAGHI E “SPORT E SALUTE” (E QUINDI GOVERNO MELONI) SULLA GESTIONE DEL TORNEO
Battuta la Rai, che deteneva i diritti in chiaro fino al 2025, sulla base di una maxi offerta delle
tv del Biscione. Torino ha buone possibilità di restare sede della manifestazione anche oltre l’edizione di quest’anno già prevista nel capoluogo piemontese. È già deciso infatti che l’evento clou dell’autunno del tennis mondiale, che quest’anno ha visto la vittoria in finale di Sinner su Alcaraz, resterà in Italia fino al 2030.
Usigrai e il Cdr di Raisport esprimono «grande preoccupazione per il fatto che la Rai abbia perso i diritti delle Atp Finals di tennis».
«Dopo la serie A di basket, il 6 Nazioni di rugby, numerose classiche di ciclismo come la Freccia Vallone e il Giro delle Fiandre, oltre alla Coppa Italia di calcio – scrivono – un altro pezzo di offerta sportiva che scompare dal servizio pubblico. Ci aspettiamo ora che, a fronte di queste dolorose rinunce, l’azienda investa acquisendo i diritti di altri eventi sportivi di pari interesse per il pubblico».
(da “La Stampa”)
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
“PER GUADAGNARE 1.000 EURO AL MESE DEVO LAVORARE 11/12 ORE AL GIORNO, DAL LUNEDÌ ALLA DOMENICA” … “HO PERCORSO 4,8 CHILOMETRI SOTTO LA PIOGGIA: ALLA FINE SONO STATI RETRIBUITO CON 2,72 EURO”… “PER LORO SIAMO NUMERI, NON PERSONE. DOBBIAMO LAVORARE ANCHE SE SIAMO MALATI”
Lavorano anche 10 ore al giorno se non di più con paghe da fame, ormai è risaputo dopo che la Procura di Milano ha commissariato Glovo. Sono soprattutto maschi, per lo più under 40, in larga parte immigrati, condizione che li rende certamente più vulnerabili dal punto di vista contrattuale e sociale.
Di vivere in un costante stato di bisogno numerosi ciclofattorini lo hanno dichiarato ai Carabinieri del Gruppo tutela del lavoro di Milano che li hanno intervistati nell’ambito delle indagine per caporalato a carico di Foodinho-Glovo e del suo amministratore spagnolo Miquel Oscar Pierre.
Le quasi cinquanta testimonianze, raccolte solo nel mese di gennaio, restituiscono un quadro abbastanza univoco. «Sono in difficoltà economica, ho troppe spese, devo aiutare la mia famiglia per guadagnare 1.000 euro al mese devo lavorare 11/12 ore al giorno, dal lunedì alla domenica. Per me è difficile avere altri lavori, avessi un’opportunità lavorativa diversa, cambierei», ha raccontato il pakistano Aqeel
Originario dell’Afghanistan, Khairullah, nel mostrare ai militari dell’Arma gli screenshot dei pagamenti delle singole consegne, che vanno dagli 0,75 euro ai 4,37 euro, ha spiegato: «Ieri (il 28 gennaio 2026, ndr) ho effettuato una consegna percorrendo 4,8 chilometri mentre pioveva e sono stato retribuito nella circostanza 2,72 euro».
Vale quasi per tutti arrivare alla fine mese senza un soldo in tasca. «Non sono pagato a sufficienza perché vivo da solo in una stanza che di affitto mi costa 500 euro al mese. Aiuto ogni tanto i miei genitori e devo fare la spesa per mangiare. Non mi rimane nulla», ha detto il cinese Wu. Da Vercelli raggiunge ogni giorno in treno Milano Favour, nato in Nigeria: «Purtroppo, la paga non è sufficiente perché devo pagare l’affitto di circa 350 euro al mese . Inoltre devo pagare le spese di viaggio perché abito a Vercelli distante circa 90 km da Milano e spendo circa 200 euro al mese per prendere il treno; mi rimangono circa 200 euro per mangiare e comprare i beni di prima necessità. Inoltre invio circa 150 euro mensili alla mia famiglia che vive in Nigeria in condizioni non proprio ottimali e ciò mi rattrista molto».
Una nota di amarezza caratterizza il verbale del connazionale Emmanuel: «Non mi piace come pagano, non mi piace come veniamo trattati. Non siamo pagati se siamo malati e il nostro lavoro non viene in alcun modo valutato. Per loro siamo numeri senza considerarci delle persone. Abbiamo fatto anche sciopero, lamentandoci principalmente della paga ma nulla è cambiato». Non è contemplata la malattia o il riposo.
In tutto, secondo le stime di Assodelivery in Italia si contano circa 30 mila rider, schiavi moderni in versione 4.0, ostaggio di logaritmi oscuri, inquadrati prevalentemente con rapporti di lavoro autonomo (soprattutto collaborazioni occasionali e partite Iva). Il loro identikit lo ha tracciato giusto una settimana fa il Nidil, il sindacato della Cgil che rappresenta i lavoratori anticipi.
La grande maggioranza del campione intervistato era composta da uomini, con un’età compresa tra 21 e 39 anni (63,4%). Oltre la metà dei questionari proveniva da rider italiani (54,8%), ma quasi un terzo del campione è costituito da cittadini originari di paesi extraeuropei, con una netta prevalenza di pakistani.
Oltre la metà di loro «serve» più piattaforme (55%), lavorano per Glovo (67,4%) e Deliveroo (70,7%), e anche con Just Eat (13,9%). Per la maggioranza dei rider intervistati, infatti, il food delivery rappresenta la principale fonte di reddito (76,4%), il che significa lavorare 6-7 giorni a settimana (72,9%), 7-10 ore al giorno (49,3%), per raggiungere un numero di consegne elevato, superiore a 8 nel 61,7% dei casi.
«Il tempo non pagato è un elemento cruciale» denuncia il Nidil, visto che le attese al ritiro nei ristoranti possono superare i 10-20 minuti […] e riducono sensibilmente il valore effettivo del compenso.
Quanto guadagna mediamente un rider? Dall’inchiesta del sindacato emerge che il guadagno medio per consegna si colloca molto spesso tra 2 e 4 euro lordi (56,3%).
La maggior parte dei ciclofattorini (66%) percorre oltre 40 km al giorno, ne conseguono costi vivi (carburante, manutenzione, telefono) spesso superiori a 200 euro al mese (31%) che finiscono per erodere ulteriormente compensi già bassi. A tutto ciò si aggiunge poi il tema dei furti dei mezzi utilizzati: il 35,5% denuncia di averne subito uno, a cui si aggiunge un 12,3% di tentativi andati a vuoto.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
“LA STAMPA”: “I VANNACCIANI POTREBBERO ANCHE VOTARE A FAVORE DELLA FIDUCIA, MA CONTRO IL PROVVEDIMENTO. ROBA DA SOTTOBOSCO TARDO-DEMOCRISTIANO…MELONI NON LI IGNORA COL RETROPENSIERO CHE ANCHE QUELL’UN PER CENTO POTRÀ SERVIRE ALLE ELEZIONI, SALVINI SI MACERA NELL’ODIO MA RIMANE INCASTRATO NELLE SUE MACCHINAZIONI
Finora il sostegno all’Ucraina è stato l’elemento distintivo del governo e il terreno su cui
Giorgia Meloni ha costruito la sua credibilità, mantenendo l’ancoraggio europeo anche dopo Anchorage e in piena era Trump. Un’era segnata da una sfiducia ai limiti del disprezzo verso l’Europa e dal flirt smaccato con Mosca.
E finora, a ogni appuntamento parlamentare sul rinnovo del decreto per gli aiuti a Kiev, è andato in scena questo film
La novità è che il governo, per la prima volta, ha posto la questione di fiducia. Non succedeva dai tempi di Mario Draghi, che in paio di occasioni vi ricorse per sedare le effervescenze gialloverdi.
Ebbene, non è una questione tecnico-parlamentare, ma politica, sottolineata ieri
dall’autorevole presenza del ministro Guido Crosetto in Aula, che di quella linea pro-Kiev è stato un serio e coerente alfiere. La fiducia come momento di «chiarimento politico» dentro la maggioranza. Il perché è semplice: il film sarebbe stato lo stesso delle altre volte, col campo largo frantumato (due partiti su tre contro le armi) ma, ecco il punto, con l’aggiunta di un altro titolo. Quello sulla contrarietà anche delle esigue truppe del Generale Roberto Vannacci (tre, dicasi tre parlamentari). Insomma, non un problema di numeri, ma di “nemico a destra”.
Il retropensiero che l’ha animata è chiaro: il timore di ulteriori defezioni, tra le file della Lega, al momento del voto senza un vincolo di maggioranza. E quello di dare una tribuna al racconto vannaccesco che si propone di smascherare i “vorrei ma non posso” di Salvini su Kiev. La scissione di Vannacci è avvenuta proprio su quel decreto – nel suo passaggio in commissione – che la Lega non è riuscita ad impedire. Dunque, il Re è nudo: con Vannacci Mosca trova in Italia un sostenitore delle sue ragioni più efficiente di Salvini, e quest’ultimo va in crisi, come chi bluffa quando al tavolo qualcuno dice “vedo”.
A fronte di tutto ciò, il governo avrebbe potuto applicare la massima poetica del “non ti curar di loro, ma guarda e passa” o un più prosaico “chissenefrega” di tre parlamentari al seguito di un fenomeno ai limiti della caricatura. Certificarne l’irrilevanza, incassare un sostegno largo, in nome dell’Italia, e via. Si sarebbe però consumato lo strappo: la maggioranza che vota contro gli emendamenti di Vannacci e i suoi che votano contro il decreto.
Con la fiducia invece toccherà a Vannacci decidere fino a che punto tirare la corda. Dalle dichiarazioni di ieri si capisce che i suoi patrioti, autoproclamatisi duri e puri, potrebbero anche votare a favore della fiducia, ma contro il provvedimento. Roba da sottobosco tardo-democristiano. Nemico a destra, ma anche un po’ amico. Mentre con ogni evidenza i partiti del centrosinistra pro-Kiev voteranno contro la fiducia ma a favore del provvedimento.
Insomma, una grande questione nazionale (e internazionale) diventa questione di posizionamento politico, tutto interno al centrodestra. I vannacciani – così pare – non romperanno fino in fondo, perché vogliono tornare in Parlamento, Meloni non li ignora, consumando lo strappo a destra, col retropensiero che anche quell’un per cento potrà servire alle elezioni, Salvini si macera nell’odio ma rimane incastrato nelle sue macchinazioni.
Morale della favola: un’operazione furbesca a culturalmente minoritaria dominata dall’ansia di non cacciare fuori Vannacci finisce per legittimarlo nel gioco politico. Se poi voterà la fiducia, sarà un soggetto della maggioranza pur rimanendo propagandista delle ragioni di Putin
Alessandro De Angelis
per la Stampa
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA “BANDA LAZIALE”, CHE HA GIA’ AVUTO L’AVVISO DI SFRATTO DA MARINA E PIER SILVIO, ORMAI E’ IN GUERRA APERTA CON ARCORE. TAJANI FA IL PESCE IN BARILE E PORTA A SPASSO LA VOGLIA DI RINNOVAMENTO DI MARINA: “IL RINNOVAMENTO? LO STIAMO FACENDO”. E INFATTI E’ RIMASTO TUTTO COM’ERA, COMPRESO I DUE CAPIGRUPPO (CHE LA FAMIGLIA BERLUSCONI AVEVA CHIESTO DI CAMBIARE)
Marina B. chiama, Forza Italia risponde. Non tutta però. Al Corriere della sera la figlia del Cav. ha assicurato il suo Sì al referendum sulla giustizia e smentito ancora una volta una discesa in campo. Dopo un grazie al segretario Antonio Tajani per aver “tenuto saldo il partito in un momento delicatissimo”, ha detto poi che “adesso inevitabilmente comincia una fase nuova, in cui bisogna guardare avanti e costruire il futuro”.
Il messaggio è stato colto da tutti i membri del partito più vicini all’imprenditrice. Primo fra tutti Roberto Occhiuto, leader di una corrente […] interna a Fi che raccoglie tutti i berlusconiani più accaniti. […] Pioggia di lodi anche da moltissimi altri forzisti: da Bergamini (“grande imprenditrice liberale”) a Calderone (“onestà intellettuale e un rigore morale non comuni”), passando per Mulè ( “con la sua lungimiranza indica la strada da seguire”) fino ad Alessandro Cattaneo (“le sue parole sono un riferimento per tutti gli italiani”). Manca qualcuno? I due capogruppi Maurizio Gasparri e Paolo Barelli.
Il primo guida gli azzurri al Senato, il secondo alla Camera. Entrambi vicinissimi a Tajani, entrambi in silenzio dopo l’esigenza di novità auspicata da Marina B. Ci ha pensato l’attuale segretario a parlare per tutti: “Il rinnovamento di Forza Italia? Da quando sono segretario lo stiamo facendo. Quindi andiamo avanti, con l’elezione
diretta della classe dirigente, a cominciare dal segretario, il vero rinnovamento è quello, non è una novità
“Ci sono i congressi regionali, adesso – ha aggiunto – facciamo una campagna per il referendum, poi ci sarà il congresso nazionale che eleggerà il nuovo segretario che porterà il partito alle elezioni del 2027. Il rinnovamento è già in atto […] La novità è proprio questa, l’elezione di tutta la classe dirigente dal basso con gli iscritti”. Cambiamo tutto ma rimaniamo così come siamo, in pratica.
(da ilfoglio.it)
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
MENTRE NOI RESPINGIAMO I MIGRANTI, LA SPAGNA LI REGOLARIZZA E LI INTEGRA… MENTRE NOI TAGLIAMO I SERVIZI AI POVERI, LORO AUMENTANO LE TASSE AI RICCHI… LORO CRESCONO, NOI NO
C’è un Paese, in Europa, che è la nostra nemesi. È un Paese che regolarizza i migranti,
aumenta le tutele sul lavoro, alza i salari, tassa i ricchi e preferisce alzare i sussidi alle famiglie anziché obbedire a Trump e investire in armi.
Quel Paese è la Spagna. E forse specchiarci in quel che sta facendo il governo guidato da Pedro Sanchez può essere utile, a noi, per capire che forse la direzione che stiamo prendendo non è la migliore.
Sui migranti, ad esempio, la Spagna ha scelto la via dell’integrazione e della gestione, con la regolarizzazione di 500mila irregolari presenti sul territorio. Che da ora, una volta nell’alveo della legalità, potranno cercare un lavoro e probabilmente lo troveranno: in Spagna, negli ultimi dieci anni il tasso di disoccupazione si è dimezzato.
La cosa ancor più strana è che questo boom economico non è figlio dello sfruttamento di persone o dell’ambiente. In questi anni la Spagna ha anche stabilizzato la forza lavoro, trasformando i contratti da precari ad accordi a tempo indeterminato e alzando gli stipendi attraverso l’adozione di un salario minimo. Addirittura, in Spagna sono utilizzati contratti a tempo indeterminato – i cosiddetti fijos discontinuos – per i lavori stagionali.
Non bastasse, è uno dei pochi Paesi che sta continuando a investire sulla transizione energetica e sulle energie rinnovabili, che oggi coprono quasi la metà del fabbisogno energetico nazionale e hanno abbassato drasticamente la dipendenza del Paese dall’estero. Un megawatt ora in Spagna costa 61 euro, in Italia quasi il doppio. Ma certo, le rinnovabili sono “follia green”, dicono dalle nostre parti.
Questi investimenti sulle rinnovabili sono arrivati grazie ai soldi del piano Next Generation Eu, il nostro PNRR. A differenza nostra, che avevamo più soldi di loro, la Spagna li ha spesi davvero e li ha investiti su qualcosa di utile. Noi non li abbiamo spesi, e quando l’abbiamo fatto, abbiamo costruito i campi da padel.
A proposito di soldi ben spesi: la Spagna è il Paese che ha detto no a Trump sulle armi e sull’aumento delle spese per la difesa al 5% del PIL. A differenza nostra, quei soldi li vogliono spendere in sussidi per le famiglie. Ad esempio, proprio in queste ore stanno votando un sussidio di 200 euro al mese per ogni figlio per combattere la povertà educativa.
È una misura indipendente dal reddito delle famiglie, questa. Ma se pensate che il fisco spagnolo sia regressivo vi sbagliate di grosso. Mentre in Italia vogliamo la flat tax – almeno a parole – la Spagna ha accentuato la progressività del suo sistema fiscale. E nei prossimi mesi adotterà la cosiddetta Tassa Zucman, una imposta sui grandissimi patrimoni, un’aliquota del 2% annuo sui patrimoni superiori ai 100 milioni di euro. Le stime parlando di un entrata aggiuntiva di 5 miliardi di euro da utilizzare per il rafforzamento dello Stato sociale.
Beh, penserete voi. Almeno i nostri conti pubblici sono a posto. Sì, ma quelli della Spagna di più. Perché in tutto questo i saldi di bilancio di Madrid sono stati promossi dalle agenzie di rating più e meglio di quelli italiani.
Anche perché, ciliegina sulla torta, grazie a tutte queste misure l’economia spagnola cresce tanto, tantissimo. Lo scorso anno, ad esempio, ha fatto segnare una crescita del 2,9%, contro il +0,4% dell’Italia e il +0,2% della Germania. Una crescita che è sempre meno turistica e sempre più manifatturiera, mentre da noi le fabbriche chiudono.
Domanda: il dubbio che stiamo percorrendo l’autostrada contromano, nella direzione opposta a quella in cui dovremmo andare, un po’ non vi viene?
(da Fanpage)
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
UN MINISTRO CHE MENTE IN UN PAESE NORMALE OGGI SAREBBE A CASA… PS RIPETIAMO, E’ STATO IL VIMINALE STESSO A TRASMETTERE I DATI UFFICIALI ALL’ORGANISMO UE, DOVE NON PUO’ RACCONTARE BALLE
Alla fine di dicembre, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva parlato di un risultato “storico”: quasi settemila rimpatri di cittadini stranieri irregolari nel corso del 2025. La cifra era stata presentata come la prova di un cambio di passo del governo sul fronte delle espulsioni, nel primo anno pieno del cosiddetto “progetto Albania”. Solo un mese dopo, i dati ufficiali mostrano però un quadro molto diverso.
I numeri comunicati al Viminale e trasmessi a Eurostat indicano che nei primi nove mesi del 2025 i rimpatri effettivamente registrati erano 3.510. Per raggiungere la soglia annunciata dal ministro, tra ottobre e dicembre ne sarebbero dovuti seguire quasi altrettanti, un’accelerazione senza precedenti. In realtà, nel quarto trimestre i rimpatri sono stati 1.270, portando il totale annuo a 4.780 persone, quindi ben lontano dai settemila annunciati.
Le tabelle Eurostat, basate sugli stessi dati forniti dal ministero dell’Interno, parlano chiaro: si tratta di 235 cittadini albanesi, 170 egiziani, 135 tunisini nei tre mesi
finali dell’anno. Dunque nessun record, e nessun sbalzo improvviso ma piuttosto una continuità con il passato.
Nel 2024, infatti, i rimpatri certificati erano stati 4.480; nel 2023, 3.270. Numeri che il Viminale, negli anni, ha poi rivisto al rialzo parlando di dati “da consolidare”. Ma anche tenendo conto di queste correzioni, lo scarto tra quanto annunciato politicamente e quanto comunicato a Bruxelles nel 2025 resta enorme: oltre duemila persone.
Un elemento logistico rende poi difficile immaginare un’impennata improvvisa: da giugno 2025, i voli charter verso la Tunisia, che negli anni precedenti avevano pesato in modo determinante sul totale dei rimpatri (58% nel 2023, 46% nel 2024), sono stati sospesi.
Nel Mediterraneo si continua a morire
Nel frattempo, mentre i numeri si rincorrono e si contraddicono, c’è una realtà che resta immutata. Appena ieri l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (OIM) ha reso noto il naufragio di un’imbarcazione partita dalla Libia con a bordo 55 persone. Il barcone si è ribaltato al largo delle coste, circa sei ore dopo la partenza dalla città di al Zawiya. Cinquantatré persone sono morte. Le uniche sopravvissute sono due donne nigeriane, soccorse dalle autorità libiche. Ancora una volta, spiegano dall’OIM, si trattava di un’imbarcazione di fortuna, inadatta ad affrontare la traversata del Mediterraneo. Ancora una volta, un viaggio iniziato di notte e finito nel silenzio del mare. Secondo i dati dell’agenzia delle Nazioni Unite, dall’inizio del 2026 almeno 500 persone partite dalla Libia risultano morte o disperse nel Mediterraneo centrale.
In questo quadro, la politica dei rimpatri continua a essere raccontata con scarsa trasparenza. E mentre i numeri vengono rivendicati o smentiti, le operazioni restano in gran parte opache: nel 2024, come ha segnalato l’Agenzia dell’Ue per i diritti fondamentali, l’Italia non ha mai monitorato, neppure una volta, i rimpatri sotto il profilo del rispetto dei diritti umani.
(da Fanpage)
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Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile
“LE INDAGINI IMPORTANTI SONO DIMINUITE E ANCHE IL NUMERO DEGLI ARRESTATI CHE ORA, GRAZIE A NORDIO, BISOGNA AVVERTIRE CINQUE GIORNI PRIMA”
«Sono una persona libera, non ho mai fatto parte di alcuna corrente: non voglio essere il
testimonial del No al referendum». In un’intervista al Fatto Quotidiano il procuratore di Napoli Nicola Gratteri mette in chiaro che «l’Anm non è mai intervenuta in mio soccorso quando la ‘ndrangheta voleva ammazzarmi, quando si era mossa la massoneria deviata, quando pezzi della magistratura mi attaccavano. Adesso però la posta in gioco è alta ed è arrivato il momento di voltare pagina».
La separazione delle carriere
Gratteri risponde sul silenzio dei colleghi sulla separazione delle carriere: «Deve chiederlo ai magistrati che hanno ruoli apicali e non prendono posizione. Posso rispondere per me: sono allenato, mi espongo sin da quando ero un giovane pm. Va detto che con questa riforma la vita dei magistrati cambierà poco: è normale che chi vuole vivere tranquillo non si indigni più di tanto».
E spiega: «Alla scuola di magistratura nella prima settimana ti spiegano come tenere la scrivania ordinata, rispettando le scadenze: una formazione da burocrate, non da investigatore. Le indagini importanti sono diminuite. E anche il numero degli arrestati, che peraltro ora, grazie a Nordio, bisogna avvertire cinque giorni prima. C’è una deflazione delle grosse indagini su mafia e pubblica amministrazione. Del resto, continuiamo a perdere punti nella classifica di Transparency sulla lotta alla corruzione…».
Il pm come giudice
Il procuratore di Napoli dice che «il pm, nella sua testa, deve essere un giudice: quando acquisisce la prova deve applicare la giurisprudenza più favorevole all’indagato. Io ho sempre fatto questo e ho cercato di insegnarlo ai giovani magistrati.Altrimenti l’avvocato dell’accusa non chiederebbe l’assoluzione o l’archiviazione. Inoltre si confonde un fatto fisiologico: avvocati, pm e giudici si conoscono perché lavorano tutti nello stesso posto, mentre il punto è che se sono disonesti, le loro porcherie le fanno comunque. A Napoli alla fine di quest’anno
abbiamo chiesto l’archiviazione su 60mila fascicoli». E ancora: «Il problema è che pm e giudici si conoscono? E come risolveremo invece i casi in cui un giudice va nella villa con piscina di un ricco avvocato?».
La riforma che danneggia i cittadini
Infine, «i promotori del “Sì” dicono che avremo un pm più forte. Poniamo che sia vero, allora anche l’imputato ha bisogno di un avvocato più forte, di un’agenzia investigativa più forte. Ma l’avvocato che solo per cominciare chiede un acconto da 50mila euro può permetterselo solo un imputato potente e ricco. Con questa riforma l’imputato povero sarà meno garantito. Se il pm è l’accusatore e basta, senza più l’obbligo di trovare anche prove a favore dell’imputato, noi facciamo una riforma che danneggia almeno il 90% dei cittadini che incappano in problemi giudiziari. Solo quei pochi ricchi che finiscono sotto processo hanno i mezzi di tenere testa alla pubblica accusa fino alla Corte europea. Stiamo parlando di cause che possono arrivare a costare anche 300mila euro: chi ha questi soldi per potersi difendere a parte grandi imprenditori e narcotrafficanti?».
(da Il Fatto Quotidiano)
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