Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
SE MELONI HA PRETESO QUESTE TESTE PER UNA QUESTIONE DI ONORABILITA’ E’ FUORI TEMPO MASSIMO… SE INVECE RIGUARDA IL FALLIMENTO DELLA RIFORMA LA LOGICA IMPONE CHE A DIMETTERSI FOSSERO LEI E NORDIO
Il primo pensiero, guardando le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè pretese da
Giorgia Meloni, non è di sollievo, ma di irritazione per l’ennesima recita. Perché il tempismo di queste tre purghe di governo racconta una storia che nulla ha a che fare con la morale e che smentisce nei fatti la narrazione della premier ‘non ricattabile’. Per anni ci hanno spiegato che la coerenza e il garantismo erano i pilastri di questo governo, una scusa buona per tenere in sella personaggi che in qualunque altro Paese civile sarebbero stati accompagnati alla porta dopo cinque minuti.
Si sono tenuti Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con una condanna in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio. Si sono tenuti Giusi Bartolozzi, indagata sul caso Almasri. Per non parlare di Daniela Santanchè, ancorata alla poltrona tra una presunta truffa all’Inps e crac societari, come se il decoro delle istituzioni fosse un optional.
Il metodo Meloni, in una cosa, è davvero coerente: nella sua indecenza. Si vedano anche gli incarichi all’abbaiante pregiudicata Montaruli e a Chiara Colosimo, all’Antimafia nonostante le frequentazioni stragiste.
Umberto Galimberti lo ha spiegato bene: questo non è un partito, è un “clan”. Nel clan non valgono le regole della democrazia, ma quelle della protezione reciproca: tutto si tiene, perché ognuno sa qualcosa dell’altro.
Ora la premier prova a fare disinfestazione tardiva, ma è come fare un ritocchino estetico su un corpo in cancrena. Se fosse una leader “non ricattabile”, come disse a un Berlusconi sul viale del tramonto, avrebbe cacciato questa gente mesi fa (anni, nel caso di Santanchè). A pensar male, si potrebbe dire che non lo ha mai fatto perché, per qualche ragione, non poteva
Oggi invece può: ha il pretesto per andare dai suoi fedelissimi inguaiati e dire “ragazzi, avete visto che il popolo ci sta voltando le spalle… non vorrei mai, vi ho difesi finché ho potuto ma ora qualche testa deve saltare”. La sconfitta al referendum è l’alibi perfetto per scaricarli senza passare da “traditrice” agli occhi del clan: non possono prendersela con lei, se dipende dal voto dei cittadini. Ed ecco che arriva la purga ai danni dei tre facilissimi capri espiatori, lontani anni luce dall’essere immacolati, ma “dimessi” con un tempismo che insulta l’intelligenza.
In definitiva, qual è il vero motivo per cui Meloni ha preteso queste teste? Se fosse una questione di onorabilità, ci troveremmo enormemente fuori tempo massimo. Se si trattasse invece del fallimento della riforma, la logica vorrebbe che a dimettersi fossero la premier, che ci ha messo la faccia e la propaganda quotidiana, e il ministro Nordio, che quella riforma l’ha materialmente scritta.
La verità è che l’etica di questo governo è una variabile che non dipende dai princìpi, ma dall’umore dell’elettorato. Prima del voto, gli indagati erano intoccabili; perché preoccuparsene? In fondo, il costante favore nei sondaggi ci dice che la base di questo governo non ha problemi nel vedere pregiudicati di ogni sorta che ricoprono alti incarichi istituzionali. La conferma della malafede sta tutta nella nota ufficiale di Palazzo Chigi: Meloni non ha parlato di rigore morale, ma di “sensibilità istituzionale”. Una dicitura ipocrita che serve a nascondere la realtà: quella sensibilità si è miracolosamente palesata solo ora che gli elettori hanno detto “No”. Fine della sceneggiata.
(da Il fatto Quotidiano)
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Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
LA LETTERA DELLA EX MINISTRA E’ LA VERA ATTESTAZIONE DELLA SCONFITTA… UNA LEADER CHE PUR DI SALVARE SE STESSA E’ DISPOSTA A SACRIFICARE I SUOI COLLABORATORI NON E’ UNA LEADER
Certo che ce ne vuole, a farsi dare lezioni di dignità politica e umana da Daniela Santanché. Ebbene, Giorgia Meloni è riuscita anche in questo piccolo capolavoro. Perché la purga con cui ha defenestrato Delmastro e Bartolozzi, oltre alla ministra del turismo, rappresenta esattamente quel che un leader non deve fare, di fronte a una sconfitta: scaricare responsabilità e abbandonare i suoi al loro destino, per preservare il mito della propria infallibilità e invincibilità.
E nella sua lettera di dimissioni alla presidente del consiglio, Daniela Santanché lo dice con una chiarezza che rasenta la brutalità.
Perché prima del referendum ero innocente fino a prova contraria, dice in sostanza la ministra, e ora non lo sono più
Perché una sconfitta politica rende inopportuna la mia presenza al governo?
Perché proprio io, che non c’entro niente coi disastri politici e comunicativi di chi ha gestito la partita del referendum della giustizia?
“Sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”, chissa Santanché nella sua lettera. Ed è proprio qui il peccato capitale di Giorgia Meloni, che forse le costerà più della sconfitta alle urne.
Una leader non va nel panico alla prima sconfitta, ma tiene il timone fermo anche in mezzo alla tempesta
Una leader si prende le responsabilità per gli altri, non gliele scarica addosso.
Una leader si fa scudo per i suoi fedelissimi, non li offre come capri espiatori al posto suo.
Nel voler mandare un messaggio di discontinuità al suo elettorato Giorgia Meloni ha invece restituito l’immagine di una guida debole, disorientata dalla sconfitta, disposta a tutto pur di preservare il proprio potere.
La verità che fa più male di tutte, quella che Meloni sta cercando di negare a se stessa e agli altri in tutti i modi è una sola: che lei è scesa in campo e che ha perso. Che la sua presenza nella scena ha rafforzato il fronte del No, anziché indebolirlo. Che se deve cercare un colpevole per la sconfitta, deve cercare uno specchio.
Quello che oggi sembra l’unico modo per salvare il salvabile, domani rischia di essere ricordato come il più grave tra gli errori di Giorgia Meloni: perché se non sai prenderti le tue responsabilità, se sei l’unica che non deve pagare mai, smetti di essere prima tra pari, parte di una comunità di destino, scavi un solco incolmabile tra te e gli altri.
Questo è il messaggio di Daniela Santanché, e Giorgia Meloni farebbe bene a prenderne atto, per la sua sopravvivenza politica: se tra fare la Storia e tirare a campare, scegli di tirare a campare sulla pelle degli altri, l’incantesimo si spezza, finisce la magia. E, presto o tardi, nessuno si fiderà più di te.
(da Fanpage)
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Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
IN CALO FDI, AVS SOPRA LA LEGA… SALGONO PD E M5S
Prima Supermedia Agi/Youtrend dopo il referendum costituzionale. La vittoria del no ha
scatenato un terremoto politico dentro il governo. Tensioni nella maggioranza, dimissioni di Andrea Delmastro, sottosegretario alla giustizia, e Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto al ministero della Giustizia e di Daniela Santanchè al Turismo, cambi di incarichi dentro Forza Italia. Nonostante il numero di rilevazioni sia ancora limitato (durante le due settimane che hanno preceduto il referendum, quasi nessun istituto ha pubblicato dati sulle intenzioni di voto ai partiti) si intravedono già delle tendenze interessanti: su tutte, il calo di FdI al 28,2% (il dato peggiore dalle Europee 2024) e la crescita di M5S (+1,3% rispetto a un mese fa). Ma soprattutto, in termini aggregati, il sorpasso del campo largo (Pd-M5S-Avs-Iv/+Ee) rispetto al centrodestra.
La Supermedia liste
FdI 28,2 (-0,6)
Pd 21,8 (+0,2)
M5S 13,2 (+0,8)
Forza Italia 8,9 (+0,2)
Verdi/Sinistra 6,7 (=)
Lega 6,3 (-0,2)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,4)
Azione 3,0 (-0,3)
Italia Viva 2,2 (=)
+Europa 1,5 (-0,1)
Noi Moderati 1,2 (+0,1)* non rilevato da Youtrend
La Supermedia coalizioni 2022
Centrodestra 44,6 (-0,5)
Centrosinistra 30,0 (+0,1)
M5S 13,2 (+0,8)
Terzo Polo 5,2 (-0,3)
Altri 7,0 (-0,1)
Supermedia Coalizioni 2026
Campo largo 45,4 (+0,9)
Centrodestra 44,6 (-0,5)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,4)
Azione 3,0 (-0,3)
Altri 3,4 (-0,5)
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
“DAVANTI AL CAOS DEL GOVERNO IL CAMPO LARGO PARLI DI PROGRAMMI”. E SE LE PRIMARIE SALTASSERO E DA UNA RIUNIONE DI LEADER VENISSE FUORI IL MIO NOME? È UNA EVENTUALITÀ CHE AL MOMENTO NON ESISTE. SE ESISTESSE CI RIFLETTEREI”
Il referendum che non doveva avere conseguenze sul governo, stando alle dichiarazioni della vigilia, ha già prodotto tre dimissioni. «Non doveva averne finché la presidente del consiglio ha provato a proporre la riforma come tecnica, quasi apolitica
Ma poi, capita la mobilitazione degli elettori progressisti in difesa della Costituzione e dell’assetto della Repubblica, è lei che ha politicizzato al massimo attivando gli scontenti», sottolinea la sindaca di Genova, Silvia Salis.
Il voto però ha avuto conseguenze anche nel suo campo progressista, con la chiamata alle primarie che considera sbagliata: «Quei 14 milioni e mezzo che hanno votato No non chiedono come scegliamo il leader, ma una proposta su lavoro, sanità, sicurezza, pressione fiscale», predica.
Partiamo dal governo: prima le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, ieri di Santanché.
«È comprensibile che Giorgia Meloni abbia provato a correre ai ripari nel modo meno doloroso possibile. Far dimettere il ministro Nordio sarebbe stato pericoloso: prima di tutti ha sacrificato Delmastro e Bartolozzi che sono stati punti di debolezza in campagna elettorale e fonte di grande imbarazzo».
Perché ritiene pericoloso un passo indietro di Nordio?
«La premier ha sostenuto la riforma: non è che, se perdi, cambi il ministro competente per quell’argomento. Sarebbe un principio che non va bene: non è una partita di calcio in cui cambi il giocatore che non segna».
La premier dovrebbe riflettere anche sulle sue dimissioni?
«No, non amo il populismo, la premier non ha mai messo la sua testa in palio. Quello che sta succedendo dimostra però che la destra non è infrangibile e la premier non è fortissima».
Tanto che ha dovuto attendere quasi tutta la giornata la resa di Santanché. Che, dice, paga anche i conti degli altri.
«Lungi da me difenderla, ma se mi metto nei panni della ministra capisco che si sia chiesta: perché mi chiedete le dimissioni oggi quando non l’avete fatto quando era il momento? Cosa è cambiato?».
C’è stata la débâcle del referendum.
«Che sta dimostrando come il centrodestra ostenta una compattezza che non ha. Arrivare a chiedere pubblicamente le dimissioni per mettere la ministra all’angolo dà l’idea della debolezza della presidente del consiglio».
Una debolezza che sembra arrivata da un giorno all’altro.
«Quando un governo sta insieme per questioni di interesse è come un domino: levi una tessera e cadono anche le altre».
Quei 14 milioni e mezzo di No sono del centrosinistra?
«C’è sicuramente anche una parte di centrodestra che non ha condiviso i toni della campagna elettorale, ma la maggior parte sono voti progressisti».
Si può trasferire il risultato del referendum sulle elezioni politiche?
«No, sarebbe un errore letale crederlo. Pensi ai giovani: non ci voteranno alle Politiche perché hanno votato al referendum. Non bisogna stupirsi della loro mobilitazione: non partecipano alla vita politica come intendiamo noi adulti, ma sono impegnati in forme di attivismo. Ora la politica di partito deve capire come intercettarli».
Prima idea che è stata lanciata: le primarie di coalizione per individuare il leader. Perché lei è contraria?
«Le primarie in sé sono uno strumento di partecipazione popolare, ma in questo caso le ritengo divisive. Darebbero alla destra argomenti per attaccarci sulle nostre differenze».
Quale dovrebbe essere secondo lei il percorso più utile?
«Ci può essere un percorso interno di scelta del leader, o ognuno va alle elezioni col proprio leader e poi si decide chi meglio può rappresentare l’alleanza. Ma le primarie credo abbiano senso quando servono a celebrare un percorso politico».
Ribadisce quindi che lei non sarà della partita?
«Sono la sindaca di Genova e non parteciperò a una gara per andare via dalla mia città. Né farò campagna per le primarie».
Non sosterrà nessuno?
«No, per lealtà alla coalizione che mi sostiene, che va da Azione fino ad Avs. Non sarebbe opportuno né elegante da parte mia schierarmi. Ma io penso davvero che, davanti alla confusione del governo, dovremmo parlare di progetti e obiettivi».
Difficile però superare differenze come quelle sulla politica estera.
«Ma nel momento in cui sei al governo, il tuo Dna cambia. Devi uniformarti al diritto internazionale, prendere decisioni nell’interesse del Paese, il tuo posizionamento muta automaticamente».
Ma devi dirlo già in campagna elettorale.
«Bisogna trovare una linea di principio sui conflitti internazionali. Trovata quella, al governo cambia il modo in cui si guardano le cose».
Lei non partecipa alle primarie. Ma se saltassero e da una riunione di leader venisse fuori il suo nome, come risponderebbe alla chiamata?
«È una eventualità che al momento non esiste. Se esistesse ci rifletterei».
Chi sarebbe il suo premier ideale?
«Quello che vince».
O quella…
«Diciamo quella per solidarietà femminile».
(da La Stampa)
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Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
LE INDICAZIONI DEL FILOSOFO PER BATTERE MELONI
“La vittoria del No è un segnale. La Meloni farebbe bene a capire il significato di questo
voto, che va ben al di là del referendum. E speriamo che lo capisca anche la cosiddetta opposizione“. Con queste parole, pronunciate a Otto e mezzo, su La7, il filosofo Massimo Cacciari commenta il risultato del referendum sulla giustizia, dove il No ha prevalso con una percentuale intorno al 54% e un’affluenza significativa. Un monito severo, rivolto non solo alla maggioranza di centrodestra
ma soprattutto al centrosinistra, che secondo Cacciari rischia di sprecare un’occasione preziosa se non sa leggere con intelligenza strategica il messaggio arrivato dalle urne.
Il filosofo riconosce che a destra esiste una leadership consolidata, a differenza del centrosinistra. Alla domanda di Lilli Gruber sulle primarie come possibile soluzione, Cacciari smonta l’idea con realismo tagliente. L’unica volta in cui le primarie hanno funzionato davvero come mobilitazione reale, ricorda, è stata con Romano Prodi: “Si sapeva perfettamente il vincitore, e quindi fu un fatto di mobilitazione collettiva”. Oggi, invece, “se fanno le primarie si scannano e si fanno male”.
E allora come si costruisce un’alternativa credibile? “Si devono mettere d’accordo”, risponde secco Cacciari. Prima di inseguire nomi o facce, l’opposizione deve affrontare i punti di debolezza che il referendum ha messo in luce nella proposta della maggioranza di Giorgia Meloni.
Il primo è la questione meridionale e le disuguaglianze crescenti: “Non è possibile andare avanti moltiplicando le disuguaglianze – avverte il filosofo – non è possibile continuare ad andare avanti con i tabù, che sono anche delle opposizioni, sul fatto che i ricchi non si tassano o che la patrimoniale non si può fare. Devono dire qualcosa di preciso in base alle politiche sociali e fiscali”.
Il secondo punto dirimente riguarda la guerra e la politica estera: “Tre quarti dei giovani sono andati a votare perché non ne possono più di queste politiche di guerra, dove non si esprime nessuna strategia per arrivare a una prospettiva di accordo, né per l’Ucraina, né per l’Iran. Ma neanche per la Palestina e Israele hanno detto una parola che si sia capita“.
E aggiunge: “Cosa me ne frega delle primarie! Ma che organizzino un programma serio politico su queste questioni. Solo allora i giovani andranno a votare e forse si potrà vincere la Meloni“.
Il filosofo invita a una lettura strategica dei dati del referendum, che indicano con chiarezza il terreno su cui l’opposizione dovrebbe costruire il proprio progetto: “Le forze politiche devono formare questo programma e poi potranno presentare qualcuno come candidato alla presidenza del Consiglio”. Senza perdere tempo in discussioni premature su leader o primarie
Alla domanda se abbia in mente un nome preciso, Cacciari risponde con onestà: “No, ma penso che, dopo il referendum, il partito di maggioranza dell’opposizione è il Pd e quindi il candidato alla presidenza del Consiglio potrebbe essere Elly Schlein. Mi sembra logico, sic stantibus rebus“.
Precisa però che nei prossimi mesi le cose potrebbero evolversi, e che la vera priorità resta un accordo preventivo su un programma condiviso piuttosto che “la faccia” del candidato premier.
Infine, Cacciari lancia un altro avvertimento al centrosinistra: “È importante che il centrosinistra si presenti con una squadra di governo. In questi anni non hanno capito che per fare l’opposizione occorre fare il governo ombra. Agli elettori interessa anche questo”.
(da Il Fatto Qutidiano)
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Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
DURANTE LA RIUNIONE DEI VERTICI DI FORZA ITALIA, LICIA RONZULLI ATTACCA TAJANI CHE, INVECE DI FARE AUTOCRITICA, PENSA A ORGANIZZARE I CONGRESSI REGIONALI … TAJANI INSISTE E RICORDA DI AVER PROMESSO I CONGRESSI AGLI ISCRITTI – TRA I PARLAMENTARI C’È CHI LEGGE IN QUESTA TIGNA UNA SFIDA DIRETTA A MARINA BERLUSCONI – E QUALCUNO MALIGNA: “SE LEI HA I SOLDI, TAJANI HA LE TESSERE”
I segnali di rinnovamento che Marina Berlusconi ha chiesto più volte ad Antonio Tajani, l’ultima dopo la pesante sconfitta al referendum, iniziano a prendere forma
in Parlamento. Nel mirino ci sono, innanzitutto, i due capigruppo di Forza Italia, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri, entrambi vicini al ministro degli Esteri (Barelli è il cognato), ma ritenuti impresentabili da Marina e Pier Silvio, anche dal punto di vista mediatico e televisivo. Lo schema è quello già visto quando a essere cacciati furono Licia Ronzulli e Alessandro Cattaneo. Prima la conta, per chiamare tutti alle proprie responsabilità, poi l’azione.
Alla famiglia Berlusconi, del resto, non è piaciuto l’immobilismo di Tajani dopo una sconfitta così dolorosa per Forza Italia, specie se rapportato al repulisti messo in atto da Giorgia Meloni lato Fratelli d’Italia. Tenendo ben presente l’analisi del voto per il referendum: secondo i sondaggisti, infatti, quasi un elettore su cinque del partito dell’ex Cavaliere ha votato no alla riforma bandiera.
Non si può far finta di niente, qualcuno lo dice anche durante la riunione di ieri pomeriggio, convocata da Tajani con i vertici del partito per lanciare i congressi regionali, da tenersi tra aprile e maggio. «Voi da davvero pensate di rilanciare Fi con i Congressi? – ha domandato polemicamente Licia Ronzulli – per strada la gente ci chiede quando abbassiamo le tasse, non quando facciamo i congressi». La stessa ministra Casellati ha chiesto di posticipare l’appuntamento: meglio rinviare i congressi di un mese per fare subito una riflessione sulle ragioni della vittoria del No.
Ma Tajani insiste, ricorda di aver promesso i congressi agli iscritti e richiama tutti all’unità in un momento così difficile. Tra i parlamentari c’è chi legge l’impegno sui congressi regionali come una sfida diretta a Marina Berlusconi: «Se lei ha i soldi – argomenta un azzurro di lunga data – Tajani ha le tessere». Da vedere, però, cosa peserà di più.
(da La Stampa)
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Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
“È CHIARO CHE SE AL REFERENDUM AVESSE VINTO IL SÌ, SAREBBERO ANCORA LÌ. SOLO DOPO È SCATTATO, NON IL RISVEGLIO DELL’ETICA, MA IL RANCOROSO MECCANISMO DELL’EPURAZIONE POLITICA. SI LICENZIA IL MINISTRO DEL TURISMO, MA NON SI MANDA IN VACANZA CARLO NORDIO, CHE NON SI CAPISCE COME POSSA RICOSTRUIRE UN RAPPORTO DI FIDUCIA CON LA MAGISTRATURA”
Sono il più grande spettacolo dopo il big bang referendario queste dimissioni di Daniela
Santanchè, dopo ventiquattr’ore di passione, in cui il governo è rimasto appeso alle sue tribolazioni. L’abito nuovo di zecca, indossato per l’uscita di scena, è quello dell’innocente che, a schiena dritta, paga per tutti, obbedisce ma non condivide, e polemicamente rivendica, ad oggi, una fedina penale incensurata e una diversità rispetto a Andrea Delmastro, suo compagno di partito. Insomma, da Pitonessa, scenografica, “fedele alla causa”, ma a modo suo, perché il come è stata trattata l’offende e, pur non ricambiando esplicitamente con una contro-offesa, punta l’indice, di fatto, sulla logica del capro espiatorio. E dunque sull’incoerenza, concetto che per Giorgia Meloni è, come noto, assai fastidioso.
In fondo, Daniela Santanchè non ha nemmeno tutti i torti, dal suo punto di vista, perché tutto questo repulisti post voto disvela solo la logica tribale del comando. Non c’è, nel suo caso, un fatto nuovo giudiziario e non, rispetto a un mese o una settimana fa, a giustificare questa drammatizzazione. Chiariamo le cose. Se il principio ispiratore fosse stato la tutela della dignità delle istituzioni, tutti coloro che in questi giorni sono stati costretti al passo indietro avrebbero dovuto mollare la cadrega assai prima.
E forse non vi si sarebbero mai dovuti accomodare, privilegio ottenuto invece per
meriti di fedeltà più che per competenza. È chiaro anche a un bambino: se avesse vinto il sì, probabilmente, sarebbero ancora lì. Solo dopo è scattato, implacabile, non il risveglio dell’etica, ma il rancoroso meccanismo dell’epurazione politica.
Di fatto Giorgia Meloni così dà, a posteriori, ragione al no. Finché andava tutto bene, vigeva l’impunità. Con la sconfitta, non arriva né un’analisi né una sua assunzione di responsabilità davanti al Parlamento o al Paese, ma la punizione interna: la colpa non è più del leader, ma deve pagare qualcun altro al suo posto.
In tal senso Santanchè è la libbra di carne data in pasto al mondo di Fratelli d’Italia per giustificare il rito sacrificale dei pezzi pregiati della casa come Andrea Delmastro e non esporsi all’obiezione del «perché io sì e lei no».
Operazione che getta anche un’ombra sinistra sulle relazioni interne a quel mondo inquieto. Ma, ecco, al di là degli atti tanto dovuti quanto tardivi, manca totalmente un disegno politico. Dopo la debacle sulla Giustizia, si licenzia il ministro del Turismo, ma non si manda in vacanza il ministro competente, Carlo Nordio, che non si capisce come possa ricostruire un rapporto di fiducia con la magistratura.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”
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Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
“È UNA PROPOSTA INACCETTABILE, CONTRARIA AGLI INTERESSI DI TUTTI I TERRITORI EUROPEI. SI SCATENERÀ UNA GUERRA PER LE RISORSE, CON LE SCELTE LASCIATE AL CENTRO, A ROMA E AI GOVERNI NAZIONALI”
È come se nel centrodestra fossero caduti gli argini e allora, ad aggiungere benzina nel fuoco, si aprono squarci anche a Bruxelles. Leghisti contro Raffaele Fitto, forzisti contro esponenti di FdI e viceversa.
Ieri il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, era in visita al Parlamento europeo. Dove in queste settimane si è chiamati a definire una posizione nelle Commissioni e in plenaria sulla proposta della Commissione europea per il “Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034” e sulle modifiche introdotte nella governance dei fondi europei.
Fontana era lì per sensibilizzare gli eurodeputati italiani rispetto alle sue ragioni e della Lega: no alla centralizzazione della gestione dei soldi, il succo.
Nel suo intervento Fontana è stato durissimo, definendo la proposta della Commissione europea “inaccettabile, contraria agli interessi e allo sviluppo di tutti i territori europei e delle politiche territoriali”. La parola “inaccettabile” è risuonata più volte. “Si scatenerà una guerra per le risorse – ha detto – con le scelte lasciate al centro, a Roma e ai governi nazionali.
Anche politicamente scelta difficile da comprendere: voler rafforzare il concetto di stato nazionale non è in linea con le linee dell’attuale maggioranza europea. Sarebbe un tornare indietro, ovviamente uno schiaffo ai territori”.
Insomma, una bocciatura senza appello. Il piccolo problema è che la riforma ha un autore preciso: Raffaele Fitto di FdI, ex ministro agli Affari europei poi diventato vicepresidente della Commissione europea. Bordate tra alleati, per ora relegate sulla scena europea, meno visibile mediaticamente, ma concretissime.
Nel pomeriggio, altra spaccatura in plenaria. Il forzista Massimiliano Salini interviene per primo come Ppe e chiede di non togliere gli Ets: Giorgia Meloni voleva lo stop temporaneo del sistema Ue di scambio delle quote di emissione Ets (Emissions trading system), considerato un fattore che incide in modo significativo sui costi a carico delle imprese; e infatti subito dopo Salini prende la parola Elena Donazzan (FdI), come prima del gruppo Ecr, dice di non essere d’accordo e chiede di cancellare gli ETS. Qual è la posizione quindi del centrodestra? Mistero.
(da Repubblica)
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Marzo 26th, 2026 Riccardo Fucile
LA PRIMA INDAGINE SU SANTANCHÉ RISALE AL 2022 E ALLORA LA DUCETTA ERA STATA NETTA: “UN RINVIO A GIUDIZIO NON È UN MOTIVO DI DIMISSIONE”… LA PREMIER AVEVA LIQUIDATO IL CASO DEL “BISTECCHIERE” DELMASTRO, IN AFFARI CON LA FIGLIA DEL PRESTANOME DEL CLAN SENESE: “È STATO LEGGERO, MA DA QUI A DIRE CHE È CONNIVENTE”. DOPO LA SCONFITTA DEL 23 MARZO, HA PRETESO LA SUA TESTA
Delle vicende giudiziarie di Daniela Santanchè si parla dal 2022. Per tre anni e mezzo, la
premier Giorgia Meloni non ha chiesto un passo indietro alla ministra del Turismo. E con lei tutte le prime file di Fratelli d’Italia.
È successo anche con Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro. Solo dopo il referendum, con un governo nei fatti indebolito dalla stravittoria del No alla separazione delle carriere, arrivano le dimissioni. Probabilmente se ciò non fosse avvenuto, oggi non staremmo a parlare di scossone nel governo.
Andrea Delmastro si è dimesso martedì, dopo una settimana dallo scoop del Fatto (18 marzo) sulla sua partecipazioni in una società in cui deteneva quote anche la figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva a 4 anni per intestazione fittizia con l’aggravante di aver agevolato un’associazione mafiosa.
Delmastro ha ceduto la sua quota a gennaio del 2026. Meloni nei giorni scorsi ha avuto verso di lui un atteggiamento diverso: il 20 marzo ha addirittura evocato la solita “manina”. “Delmastro è stato leggero, ma da qui a dire che è connivente…”, diceva la premier.
Martedì sono arrivate anche le dimissioni della ormai ex capa di gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi. Che pure qualche grana giudiziaria l’ha avuta. È di settembre 2025 la notizia dell’iscrizione a suo carico per false dichiarazioni ai pm per il caso Almasri.
Oltre al ministro Nordio che l’ha sempre difesa (“Tutte le sue azioni sono state esecutive dei miei ordini”), nessuno nella maggioranza ha mai chiesto le dimissioni. Anzi. Finora la volontà era quella di “scudare” la sua posizione tanto che l’ufficio di presidenza della Camera dovrà votare per ricorrere alla Consulta.
Per quel che riguarda Daniela Santanchè invece si è oltre. Era il 5 novembre 2022 quando Il Fatto svelava la vicenda dell’uso della cassa integrazione Covid in Visibilia. Il 2 novembre 2022, poi, viene pubblicata la notizia di un’indagine della Procura di Milano. Nel 2025 arriva il rinvio a giudizio per false comunicazioni sociali nella vicenda di Visibilia.
Meloni in quei giorni diceva: “Non credo che un rinvio a giudizio sia per esso stesso motivo di dimissione. La valutazione è quanto questo possa impattare sul suo lavoro di ministro. Questo è quello su cui in questo momento non ho le idee chiare”. Il 10 febbraio 2025 Donzelli al Foglio dichiarava: “Santanchè sta lavorando benissimo”. Era solo pochi anni fa. Sembra un’altra maggioranza. Ma non avevano ancora perso il referendum.
(da Il Fatto Quotidiano)
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