Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA È IL COSTO: ALMENO MEZZO MILIONE DI EURO ALL’ANNO IN CASO DI VERSIONE SETTIMANALE… FAZZOLARI VORREBBE PUNTARE SULL’ATTUALE DIRETTORE DEL QUOTIDIANO ONLINE, ANTONIO RAPISARDA, A CUI È STATA AFFIANCATA GIOVANNA IANNIELLO, EX PORTAVOCE DI GIORGIA MELONI
Giovanbattista Fazzolari vuole un giornale di carta per Giorgia Meloni. Il consigliere della premier sta già lavorando per mettere a punto la macchina elettorale in vista del voto per le Politiche.
Il primo passo sarebbe l’allargamento all’edizione cartacea del Secolo d’Italia, giornale di partito. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, secondo quanto risulta a Domani, avrebbe avanzato la richiesta alla Fondazione Alleanza nazionale, che edita la testata: pensare a giornale cartaceo.
La richiesta di Fazzolari si scontra tuttavia con la fattibilità dell’idea: Antonio Giordano, deputato Fdi e vicepresidente della fondazione, intravede un forte rischio economico per l’operazione.
Il costo sarebbe almeno di mezzo milione all’anno in caso di una versione cartacea, anche solo settimanale. Il confronto tra Palazzo Chigi e via della Scrofa è in corso. Fazzolari mette sul tavolo l’intuizione di puntare su un direttore giovane come Antonio Rapisarda, giornalista di area ma molto strutturato, volto mediatico rampante della destra. Nei suoi due anni di direzione, Rapisarda ha rilanciato la versione online.
Una squadra che si è rafforzata con l’arrivo di Giovanna Ianniello, storica portavoce di Meloni. Ora Fazzolari preme per il salto al cartaceo. Non gli bastano (o non si fida) gli editori amici…
(da “Domani”)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
UN SECONDO AFFIDAMENTO ALLA SOCIETÀ DI PISCOPO È ARRIVATO DALLA REGIONE A GUIDATA DAL CENTRODESTRA, CON RENATO SCHIFANI, PER UN IMPORTO DI 24.900 EURO
Il nuovo sottosegretario alla Cultura del governo Meloni si chiama Pietro Cannella,
detto Giampiero. Arriva da Palermo dove è stato numero due del sindaco, Roberto Lagalla. E in Sicilia aveva la delega proprio alle politiche culturali.
Giornalista, meloniano da sempre, candidato nel 2013 e nel 2018 senza fortuna alla Camera dei deputati nelle liste di Fratelli d’Italia. In passato aveva già ricoperto lo stesso incarico nella giunta Cammarata. Dopo anni di esperienza nell’isola, è arrivato il grande salto nella politica che conta e la telefonata che lo ha portato a Roma.
Ma c’è una storia che ci riporta sull’isola. Con appalti affidati dal “suo” comune a un socio in affari. Il neo-sottosegretario è infatti rappresentante legale della Samir media, una srl che si occupa di editoria, di cui è proprietario al 30 per cento.
Il dieci per cento è invece nelle mani di Salvatore Piscopo, detto Toti, che possiede anche un’altra società, in cui è socio di maggioranza e amministratore: la Logos comunicazione e immagine, editore di Travelnostop.com. Ebbene questa srl ha incassato, lo scorso anno, 16mila euro proprio dal comune di Palermo quando a ricoprire l’incarico di vicesindaco c’era proprio l’attuale sottosegretario.
Il tutto per «la realizzazione del progetto di iniziativa turistica Travelexpo per la quinta giornata mondiale del Turismo». Si erano ritrovati, i due soci, uno
vicesindaco e l’altro amministratore, al tavolo di un’iniziativa nel 2024 per parlare di Sicilia e di turismo.
Un secondo affidamento alla società è arrivato dalla regione a guidata dal centrodestra, con Renato Schifani, per un importo di 24.900 euro. Soldi che Logos ha incassato «per servizi connessi alla giornata mondiale del turismo» che si è svolta il 27 settembre dello scorso anno proprio nella Palermo del vicesindaco Cannella.
Non è finita. Spunta, tra gli altri, un affidamento da 10mila euro, da parte della Gesap, la spa che gestisce l’aeroporto di Palermo. E tra i soci c’è anche il comune palermitano dove Canella era sempre vice di Lagalla. In questo caso «per l’affitto di uno spazio espositivo Travelexpo 2026». Insomma, appalti diretti che arrivano dagli enti locali, che pianificano e realizzano iniziative con un editore attivo nel settore.
Ma che è anche socio nella srl del (ormai ex) vicesindaco. «Devo ancora comprendere», ha risposto a Domani Cannella dopo che gli avevamo mandato un messaggio con i contenuti dell’articolo chiedendo un commento. Nell’attesa è diventato sottosegretario.
(da “Domani”)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
NON SONO SOLO GLI ELETTORI DI SINISTRA A CREDERLO, MA ANCHE IL 43.2% DI CHI VOTA FORZA ITALIA E IL 35% DI CHI VOTA FDI E LEGA BOCCIA IL PROVVEDIMENTO
Per un italiano su due (52,5%) l’ultimo decreto sicurezza approvato alla Camera dimostra che i precedenti interventi varati da questo governo non hanno prodotto i risultati attesi. Il dato fotografa una frattura prevedibile sul piano politico con gli elettori di centrosinistra in larga parte critici (69,7%), tuttavia rivela anche una crepa meno scontata nel campo opposto, con quel 24,1% di elettori di centrodestra che condivide questa valutazione. Scendendo nel dettaglio, emerge un elemento politicamente rilevante.
Sono soprattutto gli elettori di Forza Italia (43,2%) a esprimere dubbi sull’efficacia delle misure adottate finora, mentre l’elettorato della Lega (63,2%) e di Fratelli d’Italia (67,4%) resta convinto che i decreti precedenti abbiano funzionato, pur necessitando oggi di un rafforzamento per rispondere a un contesto in continua mutazione.
Tuttavia, il nodo della questione resta il rapporto tra queste misure e il fenomeno degli sbarchi.
Nel 2024 ci aono stati 66.617 sbarchi e 5.704 rimpatri.
Nel 2025, con un numero di entrate pressoché analogo ci sono stati 6.772 rimpatri complessivi.
In pratica ogni 100 migranti che arrivano solo 10 vengono rimpatrati.
(da La Stampa)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
FEDELISSIMA DELL’EURODEPUTATO MELONIANO NICOLA PROCACCINI, ZAPPONE È STATA CONDANNATA DALLA CORTE DEI CONTI PER DANNO ERARIALE
Nel gioco degli incastri, le poltrone non restano mai vuote nel Lazio. E alcune
raddoppiano. Come nel caso di Emanuela Zappone (FdI), che eredita da Enrico Tiero (ai box dopo l’inchiesta per corruzione) lo scranno del consiglio regionale. E nel frattempo guida il parco del Circeo con nomina governativa. Facendo su e giù dal comune natìo.
Fedelissima dell’eurodeputato meloniano, Nicola Procaccini, Zappone approda alla Pisana dopo l’esperienza a Terracina nella giunta Tintari poi travolta dall’inchiesta “Free Beach”.
Al periodo terracinese risale la sentenza della Corte dei Conti che ha confermato la condanna di Zappone per danno erariale sulla gestione dell’azienda speciale.
Il verdetto individua come responsabile principale la direttrice Amici e, in via
sussidiaria, l’attuale consigliera di FdI come ex membro del cda. Nel frattempo, ecco il ruolo di presidente del Parco del Circeo.
E sono emerse segnalazioni su rimborsi per il carburante che hanno sfiorato in alcuni casi i mille euro mensili. «Cattiverie stupide, è tutto pubblico e previsto nello statuto», dice Zappone a Domani. Sulla condanna contabile: «Responsabilità sussidiaria per un danno minimo riferito alla dottoressa Amici, che sta già pagando. Ho sempre vissuto del mio stipendio da umile dipendente provinciale».
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
IL ROMANZIERE SHALOM AUSLANDER: “NEL FRATTEMPO I SOCIOPATICI TECH-BRO CHE HANNO RESO POSSIBILE AI FOLLI DI CONTROLLARE IL MONDO SE LA RIDONO”
«Un pazzo ha cercato di uccidere un folle. Immagino che scopriranno che il pazzo leggeva, ascoltava e guardava altri pazzi – nei podcast, su Twitter, su TikTok, ecc… – il che, data l’insondabile stronzaggine del folle, ha reso le azioni del pazzo perfettamente logiche ai suoi occhi». Usa il sarcasmo il romanziere e scrittore Shalom Auslander per parlare dell’attentato a Donald Trump durante il gala dei corrispondenti a Washington con La Stampa.
Il pazzo, il folle, i sociopatici tech-bro
Secondo lo scrittore il destino è già scritto: «Quindi parleremo per un po’ di quello che è successo, finché il folle non farà la prossima cosa da folle e il prossimo pazzo non farà la prossima cosa da pazzo, mentre nel frattempo i sociopatici tech-bro che hanno reso possibile ai folli e ai pazzi di controllare il nostro mondo se la ridono. Ma è solo una mia supposizione». E poi: «Alla gente piace dire che la satira è morta, ma lo dicono da secoli. Quello che è morto sono il giudizio e la prospettiva; quindi, la satira ultimamente tende a colpire i bersagli sbagliati. Non mi interessa che Donald Trump sia arancione, mi interessa che l’America sia governata da oligarchi sociopatici che distruggerebbero chiunque per un dollaro in più. La satira non è morta, è solo pigra»
Deliziosa escalation di violenza
E intanto «stiamo assistendo a una deliziosa escalation di violenza», aggiunge. «Non in Italia, ma qui negli Stati Uniti lo è sempre stata. Siamo l’unico Paese che ha più armi da fuoco che abitanti. Ehi, ma almeno siamo i Numeri Uno in qualcosa. Forza America! Se volete batterci nelle sparatorie di massa, dovete darvi una mossa. Siamo molto avanti: immersi ne sangue fino alle ginocchia e stufi fino alla morte di pensieri e preghiere». Su Trump, spiega, «nella comunità dei folli,
l’obiettivo è essere il più grande folle possibile. Lui è molto in vista in quella comunità, ma io sono stanco». E sui sondaggi: «Ho 56 anni e non sono mai stato chiamato, non ho mai ricevuto messaggi o sono mai stato contattato via e-mail per rispondere a un sondaggio su un presidente. Mai. Nessuno che conosco ha mai ricevuto una chiamata del genere. Chi stanno chiamando i sondaggisti che producono questi dati? I folli, i pazzi o i sociopatici? Va dichiarato da qualche parte nel modulo a quale di queste categorie si appartiene?».
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO LA SCONFITTA AL REFERENDUM CAMBIATA LA LINEA: “NON METTO PIU’ LA MIA FACCIA PER GLI ERRORI DEGI ALTRI” (MA GLI ALTRI LI HA SCELTI E PROTETTI LEI)
«Ormai è indifendibile». È stata Giorgia Meloni in persona a dare il via libera
definitivo alla cacciata di Beatrice Venezi dal teatro La Fenice. La premier l’ha sempre difesa anche nell’imbarazzo crescente, scrive oggi il Corriere della Sera. Ma dopo la sconfitta nel referendum ha cambiato linea: «Non difendo più nessuno, non metto più la mia faccia come scudo degli errori degli altri». Il riferimento, chiaro, è a Daniela Santanchè, Andrea Delmastro e Giusi Bortolozzi. E ha deciso che il governo si muove «a tutela dell’istituzione» e a scapito di «continue rivendicazioni eccessive e inutili».
E così l’addio di Venezi al teatro arriva alla fine di una serie di messaggi e telefonate. Protagonisti: Alessandro Giuli, Raffaele Speranzon (coordinatore di FdI in Veneto, nella città lagunare, tra l’altro, fra poco si vota), il capo dell’organizzazione di Via della Scrofa Giovanni Donzelli e il sovrintendente della Fenice Nicola Colabianchi. Poi la nota delle 16.49 seguita da quella di Giuli. Una scelta «autonoma e indipendente» del sovrintendente ha una copertura che più politica non si può: «Completa fiducia». E così anche se Venezi ha diretto concerti persino durante le conferenze di FdI oltre che ad Atreju viene salutata. L’intervista a La Naciòn è stata la classica goccia che fa traboccare il vaso.
E persino Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura della Camera che premiò Venezi ad Atreju, si dice «dispiaciuto» per l’epilogo e continua a sostenere che «il direttore ha un ottimo curriculum ma comprendo la scelta dolorosa del sovrintendente che deve garantire un clima sereno alla Fenice ormai compromesso, come ha sottolineato giustamente il ministro Giuli».
Anche se rimane aperto il problema Biennale. Dove Pietrangelo Buttafuoco ha invitato i russi e ha fatto arrabbiare l’esecutivo.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
“E’ UNA MESSA IN SCENA AL 100%”
Ora ci si mette anche lui. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ironizzato sulla velocità con cui l’attentatore Cole Tomas Allen che ha aperto il fuoco alla cena dei corrispondenti a Washington è sfrecciato davanti agli agenti del Secret Service. «È stato velocissimo, la Nfl dovrebbe assumerlo», ha detto in un’intervista a Cbs riferendosi alla lega di football.
E intanto dalla base Maga arrivano le accuse: l’attentato è #staged, ovvero «una messa in scena al 100%». Gli elementi per la tesi complottista arrivano dalle parole di Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, prima del gala, dal sorriso “sospetto” di Pete Hegseth e dal volto impassibile degli uomini dell’Fbi durante l’emergenza.
«L’attentato a Trump è un falso»
La funzionaria prima del pranzo ha infatti detto a Fox News che ci sarebbero stati «fuochi d’artificio. Saranno sparati dei colpi stasera». Intendeva presentare il discorso che Trump avrebbe fatto ai media. Ma a quanto pare le sue frasi sono state equivocate. Tra le “prove” del complotto ci sono poi le foto che ritraggono Hegseth e Kash Patel: entrambi sono immobili e tranquilli mentre i giornalisti si buttano sotto i tavoli o dietro le colonne. Mentre il pianto di Erika Kirk viene giudicato troppo teatrale.
Repubblica racconta che è diventata virale anche l’immagine di un uomo che si avvicina a The Donald e Melania, sussurra qualcosa e mostra un biglietto pochi attimi prima che si senta l’esplosione dei colpi. Mentre dall’Iran è arrivato un video in stile Lego in cui si lancia il sospetto che l’attentato sia stato creato ad arte, con Trump che balla sul podio con il cappellino Maga e i pannoloni.
L’uomo armato
Al di là delle tesi complottiste in molti si chiedono come sia stato possibile che un uomo armato fino ai denti potesse passare in mezzo agli agenti del Secret Service. Mentre si cercano possibili collegamenti con Butler, altro attentato ora considerato staged dalla base elettorale di Trump. Che ieri in un’intervista a Cnn ha definito il suo attentatore «un tipo piuttosto malato». Ricordando che era stato segnalato alle forze dell’ordine dai suoi familiari. «Era un cristiano, un credente, e poi è diventato un anticristiano, e ha subito molti cambiamenti”», ha detto Trump al programma “60 Minutes” della CBS. Nel manifesto, Allen si autodefinisce «l’amichevole assassino federale» e afferma di aver pianificato di attaccare funzionari dell’amministrazione Trump. Elencandoli dal più alto al più basso in ordine di importanza. Ed escludendo il direttore dell’FBI Kash Patel, secondo quanto riferito a Reuters da un funzionario delle forze dell’ordine.
La teologia cristiana
Allen ha citato la teologia cristiana affermando di aver agito per proteggere coloro che erano stati danneggiati dalle politiche dell’amministrazione. «Porgere l’altra guancia quando *qualcun altro* viene oppresso non è un comportamento cristiano. È complicità con l’oppressore», si legge nel manifesto, secondo quanto riferito dal funzionario. Il manifesto, inviato ai familiari di Allen poco prima dell’attacco, derideva la «folle» mancanza di sicurezza al Washington Hilton, dove si teneva la cena dell’Associazione dei corrispondenti della Casa Bianca, ha aggiunto il funzionario. Allen è stato arrestato sul posto.
Il manifesto
«La prima cosa che ho notato entrando in hotel è stata l’arroganza», avrebbe scritto l’autore del manifesto. «Entro con diverse armi e nessuno lì prende in considerazione la possibilità che io possa rappresentare una minaccia». Il sospettato ha viaggiato in treno Amtrak da Los Angeles a Chicago e poi a Washington, alloggiando all’Hilton venerdì, ha dichiarato il procuratore generale ad interim degli Stati Uniti, Todd Blanche, in diversi talk show domenicali. Aggiungendo che Trump e i membri di alto livello della sua amministrazione erano i probabili obiettivi. Negli Stati Uniti, i passeggeri dei treni non sono tenuti a passare attraverso i metal detector come negli aeroporti.
Dichiarazioni radicali
Secondo quanto riferito da un funzionario, gli agenti delle forze dell’ordine che hanno interrogato la sorella di Allen hanno appreso che quest’ultimo aveva la tendenza a rilasciare dichiarazioni radicali, aveva partecipato a una protesta anti-Trump del movimento “No Kings” e aveva accennato a un piano per fare «qualcosa» per risolvere i problemi del mondo di oggi. Trump ha suggerito che la protesta potrebbe aver spinto il sospettato all’azione. «Parte del motivo per cui ci sono persone come lui è che ci sono persone che protestano contro i re», ha detto alla CBS. «Io non sono un re».
(da Open)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
WSJ: “C’ERANO MENO PRECAUZIONI CHE ALLO STADIO O A UNA FESTA”
I blocchi superabili solo con un invito mostrato, senza una verifica dell’identità, il
metal detector piazzato solo all’ingresso della sala da ballo e quella stanza prenotata il giorno prima: come Cole Thomas Allen ha aggirato la security
Al Washington Hilton, l’hotel dove l’altra notte è stato fermato un attentatore durante la cena dei corrispondenti con Donald Trump, c’era un perimetro di sicurezza. Eppure Cole Thomas Allen è riuscito a sfuggire, correndo oltre i metal detector. Come ci è sarebbe riuscito lo spiega oggi il Wall Street Journal, riportando tutte le falle dell’eventi. Come quella sugli ospiti: hanno affermato di essere riusciti ad accedere all’hotel attraverso i posti di blocco nelle strade circostanti
semplicemente mostrando un biglietto per la cena o una copia di un invito a uno dei ricevimenti pre-cena. Solo un check, nessuna scansione, senza tra l’altro controllo di identità.
L’attentatore aveva prenotato una camera nell’hotel il giorno prima
Tutte le persone invitate, stando sempre a quanto riporta il Wsj, hanno potuto accedere alla hall e ai piani inferiori dell’Hilton senza passare attraverso i controlli di sicurezza, e hanno attraversato solo i metal detector prima di entrare nella sala da ballo dove si teneva la cena. «È stato più facile entrare alla cena che in molti grandi eventi sportivi e concerti», chiosa la testata americana. Il 31enne Allen aveva effettuato il check-in il giorno prima della sparatoria nella struttura. «Non ha eluso il piano di sicurezza la sera della cena. Lo ha eluso il giorno in cui ha effettuato la prenotazione», ha dichiarato Jason Pack, ex funzionario dell’FBI. «Quel perimetro è stato costruito per fermare un esercito. A quanto pare, tutto ciò di cui aveva bisogno era una chiave della stanza».
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
QUALI SONO LE COLPE DI AZIENDE, GOVERNO E SINDACATI
Perché lo stipendio che i lavoratori dipendenti mettono in tasca non regge il passo dell’aumento dei prezzi e nel carrello della spesa non riescono più a mettere le stesse cose di sei anni fa?
Per capire dove si è aperta davvero la distanza tra salari e costo della vita bisogna seguire la catena: l’inflazione che ha accelerato all’improvviso; i rinnovi contrattuali che dovrebbero aggiornare ogni tre anni i salari all’aumento dei prezzi, ma arrivano tardi; la misura in cui gli aumenti non recuperano la perdita del potere d’acquisto; e infine il ruolo del fisco, intervenuto a compensare solo in parte quello che i contratti non hanno recuperato. Vediamo che cosa è successo.
I ritardi nei contratti
Finché l’inflazione rimane bassa, i rinnovi, pur non tempestivi, riescono comunque a mantenere la tenuta delle retribuzioni contrattuali. Fra il 2015 e il 2021 sono cresciute in linea con i prezzi (in alcuni casi anche poco sopra). Il quadro cambia con l’inflazione alta. Nel 2022 i prezzi aumentano dell’8,5%, nel 2023 del 6,4%. Quando il carovita accelera, il fattore tempo diventa decisivo e, se i rinnovi
arrivano tardi, nella vita reale la perdita si è già prodotta riducendo la capacità di spesa dei lavoratori.
Nel settore pubblico prendiamo come riferimento due categorie tipo che, complessivamente, rappresentano quasi 2 milioni di lavoratori.
Nel comparto Istruzione e Ricerca il contratto 2022-2024 è stato firmato il 23 dicembre 2025, circa 12 mesi dopo la scadenza. Nel comparto Sanità la firma è arrivata il 27 ottobre 2025, 10 mesi dopo.
Questo significa che, per lunghi periodi, i dipendenti hanno continuato a lavorare con trattamenti economici definiti prima della fiammata inflazionistica. Ed è quello che si sta verificando ora: tutti i contratti in essere nel settore pubblico a febbraio 2026 risultano scaduti.
Nel settore privato a febbraio i contratti scaduti riguardano il 12,7% dei dipendenti, ma solo il mese prima la quota era del 35,3%. Anche qui vale la pena guardare ad alcuni comparti che, in totale, rappresentano 4,5 milioni di lavoratori.
Nel Terziario il contratto scaduto nel 2019 è stato rinnovato soltanto nel 2024, con un ritardo di 5 anni! Per i Metalmeccanici il rinnovo del contratto scaduto nel 2024 è arrivato nel 2025, dopo 17 mesi di trattativa e 40 ore di sciopero.
Nel complesso oggi tra scadenza e firma passano in media 14 mesi nel pubblico e 13,7 mesi nel privato. Il problema è talmente grave che il Governo Meloni sta pensando di introdurre per legge, con il decreto Primo maggio, piccoli aumenti automatici per i contratti scaduti: il 30% dell’inflazione programmata dopo sei mesi e il 60% dopo dodici.
L’erosione del potere di acquisto
Se guardiamo al rapporto tra salari e prezzi, vediamo che rispetto al 2019 le retribuzioni lorde sono aumentate del 12,2%, mentre i prezzi sono saliti del 19,7%. Quindi è vero che entra più denaro in busta paga rispetto a qualche anno fa, ma quel denaro compra meno cose di prima.
Questo scarto di 7,5 punti è quantificabile in una perdita annua di potere d’acquisto di oltre 3.000 euro per un insegnante, di circa 3.200 per un infermiere, arriva quasi a 3.400 per un commesso ed è pari a 1.755 per un metalmeccanico. I conti riportati sono elaborati per Dataroom dagli economisti Simone Pellegrino (Università di
Torino), Marco Leonardi (Università di Milano) e Leonzio Rizzo (Università di Ferrara). Leonardi e Rizzo, autori del saggio Il prezzo nascosto (Egea), collocano questo fenomeno dentro una tendenza che parte da lontano: nel periodo 1991-2024 i salari lordi reali, cioè al netto dell’inflazione, sono aumentati del 32% in Francia, del 33% in Germania e del 48% nel Regno Unito. L’Italia, sola tra i grandi Paesi Ocse, registra invece un meno 2,4%. Quindi non solo non c’è stata una crescita lenta, ma addirittura un arretramento.
A parità di reddito il prelievo dovrebbe essere uguale. Ma quando l’imposta viene riempita di bonus, detrazioni e correttivi pensati per sostenere il reddito da lavoro, si producono discriminazioni.
Il fisco-tampone
Per consentire di recuperare una parte della perdita del potere d’acquisto sul lavoro dipendente, il governo Meloni è intervenuto attraverso il sistema fiscale. Per ridurre l’Irpef, oltre al taglio delle aliquote al 23 e al 33%, viene introdotto un bonus monetario (fino a 20 mila euro di reddito) e una nuova detrazione da lavoro dipendente (1.000 euro tra i 20 e i 32 mila euro, poi a scalare fino a 40 mila). Ma ridurre il danno non significa annullarlo. Infatti nei profili considerati restano in tasca 1.468 euro in meno per un insegnante, 1.688 in meno per un infermiere e 1.187 in meno per un commesso. Solo il metalmeccanico chiude con un minimo scarto: 37 euro in più l’anno. Questi interventi però stanno creando la distorsione del sistema fiscale.
L’Irpef, sulla carta, si fonda su un principio semplice: a parità di reddito il prelievo dovrebbe essere uguale. Ma quando l’imposta viene riempita di bonus, detrazioni e correttivi pensati per sostenere il reddito da lavoro, si producono discriminazioni. Infatti categorie diverse di lavoratori, a seconda del beneficio fiscale a cui hanno accesso, pur avendo lo stesso reddito finiscono con il pagare imposte differenti. Come pure i pensionati.
C’è poi un secondo effetto, più tecnico ma molto concreto, che riguarda gli aumenti di stipendio. Quando un lavoratore riceve un aumento, su quest’aumento si applica l’aliquota di legge e contestualmente le detrazioni e agevolazioni da lavoro
dipendente si riducono. Alla fine l’aumento lordo in busta paga si traduce in un aumento netto poco significativo.
Ed è proprio per evitare che i già esigui aumenti concessi dai contratti vengano poi erosi dal sistema fiscale che il governo, con la legge di Bilancio 2026, introduce una misura temporanea sugli aumenti legati ai rinnovi contrattuali: si applica un prelievo del 5%. Nella pratica un metalmeccanico C3 con una retribuzione annua lorda di 30 mila euro nel 2024 riceve 638 euro lordi in più. Con il prelievo agevolato del 5% paga 32 euro di imposte. Con il sistema ordinario ne pagherebbe 227. Una differenza non da poco, ma questa misura è temporanea: dal 2027, salvo proroghe, si tornerà al regime ordinario.
Anche questo intervento, però, non risolve il problema strutturale. Lo attenua per un periodo limitato e, nello stesso tempo, introduce nuove differenze. La prima è tra categorie di lavoratori: la misura si applica ai dipendenti del settore privato e non a quelli del pubblico. La seconda è tra chi rinnova il contratto entro il 2026 e chi lo rinnova dopo: i primi possono usufruire del prelievo ridotto, i secondi no. Per questa ragione, sostiene il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, i redditi da lavoro dovrebbero crescere prima di tutto attraverso la contrattazione e non per via fiscale.
Il sindacato e le soluzioni
La partita dei salari la devono giocare i sindacati, che dovrebbero ritrovare forza e ruolo. Oggi sono tanti, disuniti e deboli. Spesso arrivano ai tavoli in posizione difensiva, dopo quasi 40 anni passati a trattare più per salvare posti di lavoro che per migliorare i salari, perché le regole della contrattazione sono ancora quelle fissate a luglio del 1993.
Nel frattempo però l’economia è cambiata e le imprese competono solo sul costo del lavoro: o tengono i salari bassi o minacciano di chiudere. È il caso delle tante aziende di subfornitura che lavorano per i grandi gruppi stranieri. Tutto questo finisce sui tavoli contrattuali e chi non ha la forza di tenere il punto cede. Infatti è ormai diventata una regola quella di arrivare a firmare i rinnovi contrattuali quando il triennio è già scaduto da tempo, con la busta paga ferma. Nel settore pubblico funziona lo stesso schema con l’aggravante che l’azienda è lo Stato, dove i partiti che governano ministeri e funzionari considerano i dipendenti pubblici marginali nella ricerca del consenso.
Paradossalmente la politica presta più attenzione ai balneari che agli insegnanti o agli infermieri. Dunque se alla fine i sindacati sono sempre più fragili (e accade in tutto il mondo) dipende sia dai cambiamenti strutturali dell’economia, sia dal loro asservimento alla politica e dalla loro incapacità di trovare nuove forme di contrattazione. In questo contesto anche la politica fiscale deve cambiare direzione. A insistere su questo punto è l’Ufficio parlamentare di Bilancio nell’audizione sulla Finanziaria 2026: per non alimentare distorsioni l’Irpef deve essere uguale per tutti in base alle fasce di reddito, e va separata da bonus e detrazioni che invece dovrebbero diventare strumenti di sostegno al reddito mirati alle famiglie che ne hanno più bisogno.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da il corriere.it)
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