Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO DEI PIRATI INFORMATICI, CHE HANNO VIOLATO IL SITO DEL MINISTERO DELL’INTERNO, NON ERA SABOTARE, MA CONOSCERE I PROFILI DEGLI INVESTIGATORI IMPEGNATI NELLE INDAGINI PIÙ SENSIBILI, SOPRATTUTTO NEL TRACCIAMENTO DEI DISSIDENTI DI PECHINO RIFUGIATI IN ITALIA – L’INTRUSIONE INFORMATICA È AVVENUTA TRA IL 2024 E IL 2025
Grosso guaio al Viminale. Una lista di cinquemila agenti delle Digos è finita nelle mani di hacker cinesi. Nomi, incarichi, sedi operative. I profili degli investigatori impegnati nelle indagini più sensibili, dall’antiterrorismo al monitoraggio delle comunità straniere, fino al tracciamento dei dissidenti di Pechino rifugiati nel nostro Paese.È questo il cuore di un dossier gestito segretamente dal Viminale e che, secondo fonti, nasce da una intrusione informatica avvenuta tra il 2024 e il 2025. Un attacco chirurgico che avrebbe consentito di penetrare la rete del ministero dell’Interno e scaricare dati riservati sul personale in servizio nelle varie questure italiane. Operazioni che vengono condotte da pirati informatici spesso legati alla galassia dell’intelligence della Repubblica Popolare.
L’obiettivo non era sabotare, ma conoscere. Capire chi indaga, dove, con quali priorità. E soprattutto chi si occupa di monitorare la diaspora cinese, le reti criminali e i dissidenti politici che in Italia cercano protezione.
La scoperta arriva in un momento delicatissimo. Perché negli stessi mesi Pechino ha avviato un’azione diplomatica senza precedenti sul terreno della cooperazione giudiziaria con l’Italia.
Nel 2024 il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi incontra a Pechino il suo omologo Wang Xiaohong. Si lavora a un piano triennale di collaborazione su droga, cybercrime, tratta di esseri umani e criminalità organizzata.
La Cina risponde, per la prima volta, a una rogatoria dei magistrati italiani. È la Procura di Prato, guidata da Luca Tescaroli, a ottenere quel risultato. Un cambio di passo dopo anni di silenzi. Dopo aver ricevuto l’autorizzazione dal ministero della Giustizia, il 25 novembre 2025 una delegazione guidata dall’assistente del ministro della Pubblica sicurezza Zhongyi Liu si presenta negli uffici della procura toscana che ha avviato decine di inchieste su omicidi, traffici illegali e riciclaggio.
L’obiettivo è dichiarato: colpire la criminalità organizzata di matrice cinese. In Toscana è in corso una guerra per il controllo dei settori più redditizi del distretto parallelo: produzione di grucce, imballaggi, logistica, trasporti. Una escalation iniziata nell’estate del 2024 e segnata da tentati omicidi, incendi dolosi, estorsioni. Secondo la procura, un conflitto con proiezioni europee, con episodi registrati anche in Francia e Spagna.
All’incontro, che fino adesso non è mai stato reso noto, partecipano oltre al procuratore Tescaroli, gli investigatori della polizia di Stato, e poi l’assistente del ministro della pubblica sicurezza cinese Zhongyi Liu, il console generale Qi Yin, l’ufficiale di collegamento della polizia cinese a Milano, Jie Liao, il vice direttore della polizia criminale del ministero di Pubblica Sicurezza Xiang Zheng, il vice direttore centrale dell’ufficio affari internazionali del ministero di Pubblica
sicurezza, Zhaohui Zhou e il capo divisione della direzione centrale polizia criminale Xingjun Mio.
I cinesi promettono aiuto. Offrono intelligence, specialisti, interpreti. Chiedono accesso ai fascicoli. Propongono squadre comuni di detective. La procura accoglie con prudenza. Ogni attività, ribadisce Tescaroli, deve rispettare i canali formali: rogatorie, procedure Interpol e accordi definiti dai trattati bilaterali. Ma la prospettiva appare nuova. Poi, a Roma, il quadro cambia.
Mentre a Prato si discute di indagini e scambio di prove, nella capitale emerge il sospetto che la controparte conosca già troppo. I cinesi hanno chiesto per le vie diplomatiche di parlare anche con il capo della polizia Vittorio Pisani. Ma a sorpresa durante questo incontro al massimo livello la tensione diventa evidente.
Il dialogo si interrompe. Il vertice del Dipartimento della pubblica sicurezza chiede spiegazioni sull’intrusione informatica. Sui sistemi violati. Sui dati sottratti. Su come sia stato possibile penetrare la rete del Viminale e acquisire informazioni sensibili. La risposta non arriva. Diplomatici e funzionari cinesi non chiariscono.
La conseguenza è immediata. L’Italia congela la cooperazione operativa. Si fermano i pattugliamenti congiunti nelle città con forte presenza cinese. Viene sospesa la formazione di agenti cinesi in Italia. Si interrompono canali costruiti negli anni. La fiducia si incrina.
Il paradosso resta sul tavolo. Da una parte, la Repubblica Popolare offre aiuto per contrastare i clan. Dall’altra, soggetti riconducibili alla sua sfera tentano di conoscere in anticipo uomini e strutture impegnati in quella stessa lotta. È una dinamica che gli analisti leggono come parte di una strategia multilivello: cooperazione e raccolta informativa.
Nel frattempo, le indagini a Prato proseguono. Il tentato omicidio del luglio 2024 segna una svolta. L’imprenditore Changmeng Zhang sopravvive e decide di collaborare. Le sue dichiarazioni permettono di ricostruire il commando di killer arrivato dalla Cina. Arresti, condanne, nuovi filoni. Un precedente che rompe l’omertà.
Dopo l’appello pubblico della Procura, centinaia di lavoratori sfruttati trovano il coraggio di denunciare. Anche imprenditori cinesi vittime di violenze scelgono di rivolgersi allo Stato. Un segnale che la pressione criminale è reale e che la fiducia può crescere.
Ma la questione non riguarda più solo una città. Il dossier è diventato nazionale. Coinvolge sicurezza, relazioni diplomatiche, intelligence. Il nodo è politico: fino a che punto la cooperazione può convivere con la competizione strategica?
(da Repubblica)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
E’ L’ULTIMO GESTO DI UNA BIOGRAFIA FANTASMAGORICA CHE ANNOVERA UN’AQUILA TATUATA SUL PETTO, RITI CELTICI E UN DEBOLE PER I SERPENTI
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli possiede una forza prodigiosa che gli consente di
finire sui giornali con titoli fantasmagorici. Intendiamoci: per noi che ci lavoriamo nei giornali, è una benedizione. Bisogna riconoscere che tra lui e Genny Sangiuliano, la premier Giorgia Meloni non ne ha sbagliato uno. Poi ricorderemo anche di quella volta che Giuli dava bacini a un serpente. Intanto direi però di soffermarci sulla notizia dell’altro giorno: con lui, il ministro, che è andato in missione dai templari. Esatto: dai templari.
Ci sono le foto, c’è un video. Si vede Giuli — sempre molto dandy, doppiopetto e magnifico papillon — che posa accanto a certi tipi vestiti come se stessero partendo per una crociata. In realtà, per adesso, si limitano a presidiare il santuario della Madonna dei Colli nell’ex convento di Soliera: siamo in Lunigiana, tra boschi di struggente bellezza, crocefissi e spade (più una bella brace allestita in cortile, perché è sacro anche il culto della bruschetta).
Se ne è accorto Il Fatto . Che però ha pubblicato la notizia a pagina 13 — hanno preferito giocarsi meglio un’intervista ad Alfonso Bonafede, critico sulla riforma della Giustizia ed ex leggendario dj alla discoteca Extasy di Mazara del Vallo, poi due volte Guardasigilli, nel Conte I e nel Conte II, noto soprattutto per aver confuso il 41-bis (carcere duro) con il 416-bis (associazione a delinquere di stampo mafioso), e la «colpa» con il «dolo». Errori che Giuli non avrebbe mai commesso. È colto. Elitario. È stato condirettore del Foglio (coccolato a lungo — raccontano — da un fuoriclasse assoluto come Giuliano Ferrara). Però anche ex ultrà della Roma, tra gente che menava. Ed ex camerata di Meridiano zero, sempre tra gentiluomini che menavano.
Sicuri, insinuano, non sia ancora fascista? Ha un’aquila, a dimensione naturale, tatuata sul petto (lui, buono, sorride: «Smettetela: è solo la riproduzione di un’insegna del primo secolo dopo Cristo»). E, comunque, ha pure scritto un libro per spiegare che “Gramsci è ancora vivo”. Un irregolare. Inaugurando la Buchmesse di Francoforte, disse: «Spazio alla libertà del dissenso, anche contro il governo» (quel giorno, il potente sottosegretario Giovanbattista Fazzolari vuotò un bottiglione di Maalox).
Così, forse, si spiega anche l’incontro con l’Associazione Templari Oggi. Un gruppo assai controverso. Si definiscono «laici» e giurano di non essere massoni. Però vanno in giro per chiese, camminano nella penombra di una religiosità cupa e sospetta, in maschera, seducente.
Nella scorsa primavera, con una lettera riservata inviata a tutti vescovi italiani, monsignor Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei, fu costretto a mettere in guardia sull’attività «della realtà nota come “Templari Oggi”», precedentemente denominata “Templari Cattolici d’Italia”, soppressa ufficialmente nel 2022.
La loro militanza genera — avvertì monsignor Baturi — «confusione e scandalo tra i fedeli», inducendoli erroneamente a pensare che il presunto lavoro pastorale sia in qualche modo autorizzato dalla Chiesa. Monsignor Baturi invitò perciò i vescovi a esercitare la massima vigilanza e l’opportuna prudenza. Nei fatti, una scomunica.
Giuli, ovvio, se ne frega ( cit ). Del resto, le sue passioni culturali sono un cubo magico. È cresciuto tra l’osservanza del magistero di Julius Evola e i giorni in cui, a destra, si celebravano i solstizi. La religione e l’antropologia dei popoli antichi trattate come una verità atemporale e immutabile. Un debole per i riti celtici. «Il processo di mostrificazione nei miei confronti è stato facile, perché ti antipatizza in un attimo — ha spiegato, più volte, Giuli — Una volta mi è stato addirittura chiesto: “È vero che mangi fegato crudo?”. Ma Santo Cielo… è una cosa che fanno i salafiti dopo avere squartato gli infedeli. Io sono solo uno studioso, un appassionato di riti religiosi».
Infatti: per Rai2, con Vitalia-Alle origini della festa , Giuli si mise — a spese nostre, di noi che paghiamo il canone — sulle tracce degli Etruschi, dei Sanniti e, appunto, dei Celti. Nella prima puntata del programma (abbastanza dimenticabile) seguì il viaggio di un serpente giunto a Roma sull’isola Tiberina nel III sec. a.C. per salvare i Romani da una terribile pestilenza: il serpente di Asclepio, dio greco della medicina, che si stabilì sull’isola, tutt’oggi luogo di cura.
Da lì, Giuli arrivò poi fino a Cocullo, in provincia dell’Aquila, dove ogni anno, il primo di maggio, si festeggia San Domenico Abate: il santo portato in processione per le vie della città e ricoperto da serpenti. Giuli non resistette. E un piccolo esemplare se lo fece scivolare sul braccio mettendosi, addirittura, muso a muso (allora però quasi meglio Genny che almeno scapocciava per certe pericolose bionde di Pompei).
Comunque: all’incontro con i discendenti dei cavalieri di Terrasanta era presente anche il deputato di Fratelli d’Italia Alessandro Amorese, che è della zona, e che — in lampi da campagna elettorale — ha promesso restauri vari, rilancio economico, più soldi e benessere per tutti.
(da “Corriere della Sera”)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
PER CONTO DELL’ATENEO, BANDECCHI HA ACQUISTATO UNA FERRARI, UNA ROLLS ROYCE E IL LEASING DI UN ELICOTTERO. INOLTRE, HA USATO L’UNIVERSITA’ PER COMPRARE BIGLIETTI AEREI, SOGGIORNI IN HOTEL E VIAGGI (SPESE CHE, SECONDO I PM, CON LA DIDATTICA AVEVANO POCO A CHE FARE) … IL SINDACO DI TERNI È GIA’ A PROCESSO PER MINACCE E RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE
Venti milioni di euro. È la cifra che torna negli atti, nei sequestri, nelle contestazioni. Ed è la cifra che porta il sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, davanti a un giudice. Ieri il vulcanico coordinatore di Alternativa Popolare è stato rinviato a giudizio, a Roma. L’accusa è di evasione fiscale.
Secondo la procura, tra il 2018 e il 2022 sarebbe stato amministratore di fatto della Università Niccolò Cusano. E in quel periodo non sarebbero state versate allo Stato imposte per circa 20 milioni di euro. Con lui andranno a processo altre tre persone che avevano ruoli di responsabilità nella gestione della società. All’uscita del tribunale, una tranquillità ostentata: «Nessuna sorpresa, me lo aspettavo, tutto come previsto», il commento di Bandecchi.
L’imprenditore prestato alla politica ha infatti sempre respinto le accuse. Ma l’indagine della Guardia di finanza racconta un’altra storia: quella di un sistema che avrebbe utilizzato agevolazioni fiscali previste per gli enti didattici per coprire spese che, secondo gli investigatori, con la didattica avevano poco a che fare.
È da lì che partono i sospetti. Dalle spese. Dai conti. Dagli acquisti che non sembrano compatibili con un campus universitario: una Ferrari, una Rolls-Royce Phantom, il leasing di un elicottero. E poi i costi legati alla Ternana Calcio, biglietti aerei, hotel, viaggi. Un flusso di denaro che — per l’accusa — avrebbe beneficiato di un regime fiscale agevolato non dovuto.
I finanzieri avevano già sequestrato 20 milioni di euro, ritenuti profitto dell’evasione. Nel fascicolo compaiono anche le dichiarazioni fiscali. La formula è la stessa per ogni anno: «Al fine di evadere l’imposta sul reddito delle società, omettevano di indicare nella dichiarazione Ires…elementi imponibili…di fatto evadendo» il pagamento. Contestazioni che si ripetono, secondo la procura, per diverse annualità.
La parola passa al processo. Dove si dovrà stabilire se dietro quei conti, quelle auto di lusso, quei voli e quei leasing sia stato commesso un reato. Solo l’ultimo contestato, in ordine di tempo, al pirotecnico primo cittadino.
A dicembre Bandecchi è stato rinviato a giudizio per minacce, resistenza a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio per i fatti del 2023. Il primo assaggio della sua sindacatura turbolenta a Terni: nel corso di una seduta surriscaldata a Palazzo Bezzani si avvicinò a un consigliere di FdI con passo di carica e l’intenzione di aggredirlo
L’antipasto dei colpi di teatro che sarebbero seguiti. Carrellata: nel 2024 ha annunciato e poi ritirato le proprie dimissioni in sette giorni; a gennaio 2025 ha rotto con il centrodestra: «Sono dei traditori e degli idioti».
Poi l’ultima trovata, freschissima: il 12 febbraio ha azzerato la giunta ternana, via tutte le deleghe agli assessori, licenziati. La ragione? «Servono nuove energie», avanti il prossimo. Bandecchi contro tutti. Ci ha provato con scarso successo alle
regionali campane, dove correva da solo. Risultato: un timido 0,49% e 160 voti per la candidata di punta, Maria Rosaria Boccia.
(da La Repubblica)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
QUELLA DELLA “DUCETTA” È UNA MOSSA PER MASCHERARE L’ISOLAMENTO RISPETTO A BERLINO E PARIGI, CHE DISERTANO IL BOARD
«Mandare un ambasciatore a Washington per il Board of peace? Ne stiamo ancora discutendo».
Alle cinque meno venti, imboccando l’uscita centrale di Montecitorio, direzione Senato, Antonio Tajani ammetteva, a domanda di Repubblica, un’ipotesi rimasta allo studio del governo fino a sera.
L’idea era di procedere con un ulteriore downgrade della delegazione italiana incaricata di partecipare domani alla prima riunione del controverso panel composto da Donald Trump: non la premier Giorgia Meloni e nemmeno il ministro degli Esteri. Un semplice diplomatico, probabilmente l’ambasciatore negli Stati Uniti, Marco Peronaci. All’ora di cena, però, arriva il contrordine.
A sciogliere il nodo è una telefonata tra il vicepremier e la stessa Meloni, di ritorno dalla cerimonia dell’anniversario dei patti lateranensi. «Antonio, vai tu», l’input della presidente del consiglio. Al varo di questa para-Onu privata, alle dirette dipendenze di The Donald, l’Italia dunque ci sarà con il numero due dell’esecutivo. Scelta politica. Non condivisa dal grosso delle cancellerie europee, da Parigi a Berlino. Con il rango di ministri degli Esteri, ad ora, hanno confermato la presenza solo Cipro, Slovacchia e Repubblica Ceca. Roma si accomoderà comunque al tavolo del tycoon con un ruolo minore, «Paese osservatore».
Meloni fino all’ultimo non ha voluto strappare con l’amministrazione Maga. Sarebbe volata in prima persona a Washington, se l’avesse seguita almeno uno dei big europei. Ma da Emmanuel Macron a Friedrich Merz, il grosso degli inviti dagli Usa non è stato accettato. A quel punto il governo, come detto, ha valutato persino l’opzione minima: mandare un ambasciatore. Fino alla retromarcia serale. Obiettivo: rammendare i rapporti con gli Usa, sfilacciati dopo le tensioni sulla Groenlandia e i soldati italiani in Afghanistan, insultati da Trump, che con il nostro Paese non si è mai scusato, al contrario di quanto fatto con i britannici.
Il cruccio del Board innervosisce anche i rapporti tra il governo e il Vaticano. Ai piani alti dell’esecutivo non sono passate inosservate le parole di Pietro Parolin sulle «perplessità» legate all’ingresso nel panel. Il tema, secondo fonti informate, è stato affrontato nel chiuso di Palazzo Borromeo, durante l’anniversario dei patti lateranensi, nella seconda parte del bilaterale, quella dedicata agli esteri, con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Mentre nella prima riunione, estesa solo all’esecutivo, si è parlato di politica interna. Anche di referendum, dopo le sortite di diversi vescovi che hanno irritato il governo. «Ma la Santa Sede non fa campagna elettorale», la rassicurazione a porte chiuse.
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA E’ INTERVENUTO A SORPRESA AL PLENUM DEL CSM
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella è intervenuto a sorpresa al plenum del Consiglio superiore della magistratura. Un segnale forte che arriva a pochi giorni di distanza dalle parole del ministro Carlo Nordio, il quale aveva definito “paramafioso” il sistema di nomine del Csm. Parlando alle toghe, il capo dello Stato ha invitato tutte le “altre istituzioni” a rispettare l’organo di autogoverno dei magistrati.
La presenza di Mattarella a presiedere la seduta di Palazzo Bachelet è indubbiamente straordinaria. “Sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in undici anni”, ha ricordato.
Il capo dello Stato ha spiegato le ragioni che lo hanno spinto a intervenire: “Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare – particolarmente da parte delle altre istituzioni – nei confronti di questa istituzione”.
Un riferimento ai forti attacchi arrivati in questi giorni dall’esecutivo (in ultimo la richiesta dell’elenco dei donatori del comitato per il No), che hanno contribuito ad innalzare il livello dello scontro con la magistratura. Ma anche, probabilmente, un tentativo di stemperare i toni, che con l’avvicinarsi del referendum si sono fatti particolarmente accesi. “Come presidente della repubblica avverto la necessità di
rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell’interesse della Repubblica”, ha detto.
Il Csm “non è esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario”, ha precisato.
In un passaggio del suo intervento, Mattarella ha voluto richiamare sia governo che magistratura al rispetto reciproco, esortando il Csm a lasciare fuori le questioni poltiche. “In questa sede, che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale, ed estranea a temi o controversie di natura politica, più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio, come Presidente della Repubblica, avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole, in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza, nell’interesse della Repubblica”, ha sottolineato poco prima di sospendere il plenum e lasciare la sede del Csm.
(da Fanpage)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO L’ACCUSA AVREBBE RICEVUTO UNA TANGENTE DI 12.000 EURO
Arresti domiciliari per il deputato regionale di Forza Italia in Sicilia, Michele Mancuso,
indagato per corruzione «per un atto contrario ai doveri d’ufficio dalla Procura di Caltanissetta».
I magistrati guidati da Salvatore De Luca ne hanno chiesto e ottenuto oggi l’arresto ai domiciliari nell’ambito dell’indagine che coinvolge altre cinque persone sulla gestione di fondi regionali.
Secondo l’accusa infatti, il deputato forzista avrebbe ricevuto 12 mila euro, suddivisi in tre diverse tranche, per favorire l’associazione Gentemergente destinataria di 98 mila euro di fondi regionali per la realizzazione di spettacoli nella provincia di Caltanissetta.
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL COSTO COMPLESSIVO POCO SOTTO I SEI MILIONI DI EURO
Un’edizione superlativa! Alle Olimpiadi di Milano Cortina gli atleti azzurri stanno regalando emozioni bellissime con il pieno delle medaglie. Più controverso il bilancio dell’organizzazione: i costi complessivi si attesteranno tra 5,7 e 5,9 miliardi di euro. Meno di un terzo è servito per le competizioni sportive, il resto se n’è andato in infrastrutture: dalle strade, alle piste, ai villaggi per gli atleti. L’impatto ambientale complessivo, inclusi gli spostamenti degli spettatori, è calcolato in 2,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, che causeranno la perdita di 5,5 km quadrati di manto nevoso. A eccezione dei miglioramenti effettuati sulla viabilità, secondo gli analisti di S&P Global i Giochi «non lasceranno un’eredità economica significativa a lungo termine». E il lungo termine lascia spesso strutture abbandonate. Ricordiamo tutti i resti di «Torino 2006», con impianti come la pista da bob di Cesana Torinese costata 110 milioni di euro e che ora ne costerà altri 9 per essere demolita. Ma non è sempre stato così. Quella delle Olimpiadi è la storia di una metamorfosi che vale la pena riassumere.
Dalle Olimpiadi antiche a quelle moderne
I giochi Olimpici nascono nell’antica Grecia nel 776 a.C.: lo scopo è quello di onorare il dio Zeus con una grande festa durante la quale ogni guerra viene interrotta per permettere a tutti di partecipare alle gare. Sospesi in epoca romana, rinascono ad Atene nel 1896 per volere del barone francese Pierre de Coubertin, storico presidente del Comitato Olimpico Internazionale.
I princìpi fondanti restano immutati: 1)promuovere la pace tra i popoli; 2) puntare sullo sport amatoriale.
Valori che però non hanno retto alla prova del tempo. Vediamo perché.
Pacifismo o propaganda
Il pacifismo è inciso nel simbolo stesso delle Olimpiadi: i cinque cerchi rappresentano i 5 continenti uniti dallo sport. La politica è dunque esclusa dai giochi che però diventano presto il palcoscenico ideale per conflitti e sabotaggi. Già ad Anversa 1920 il Cio esclude le nazioni sconfitte nella Prima guerra mondiale per evitare la presenza tedesca. Nel 1936 Hitler sfrutta i Giochi di Garmisch e Berlino per propagandare l’ideologia nazista, anche se il presidente del Cio Henri de Baillet-Latour riesce a far rimuovere i cartelli «Vietato l’ingresso a cani e ad ebrei».
A Melbourne 1956 triplo boicottaggio: da parte della Cina per la presenza di Taiwan; Egitto, Libano e Iraq contro la crisi di Suez; Olanda, Spagna e Svizzera per l’invasione sovietica dell’Ungheria. Nel 1972 a Monaco irrompe il gruppo terroristico palestinese Settembre nero con il massacro di 11 atleti israeliani. Il Sudafrica dell’apartheid resta il Paese più a lungo escluso: da Tokyo 1964 fino al ritorno ai Giochi Olimpici di Barcellona 1992. Tra i boicottaggi più celebri, quello degli Stati Uniti e degli alleati contro Mosca 1980 per l’invasione sovietica dell’Afghanistan, a cui l’Urss risponde nel 1984 disertando le Olimpiadi di Los Angeles. Più recenti e blandi i boicottaggi di Sochi 2014: Obama, Cameron e Merkel evitano la cerimonia di apertura per le leggi omofobe russe. Pechino 2022: assente la diplomazia americana per le violazioni dei diritti degli uiguri. Xi Jinping non si scompone e ottiene da Putin il rinvio dell’invasione dell’Ucraina per garantire lo svolgimento dei Giochi. Milano Cortina: atleti russi e bielorussi partecipano senza bandiera, ma nessuna tregua olimpica: la Russia continua a bombardare l’Ucraina e leforze israeliane a sparare su Gaza. Ma il culmine dell’ipocrisia il Cio lo scatena sul campione ucraino di slittino Vladyslav Heraskevyč: voleva gareggiare con i volti dei compagni uccisi sul casco. È stato squalificato.
60 anni di sola gloria
Lo sport amatoriale, praticato per passione e non per guadagno, è l’unica attività sportiva ammessa alle Olimpiadi moderne. Da qui il celebre motto: «L’importante non è vincere, ma partecipare». E chi si mantiene con lo sport è escluso. Il caso più noto è quello di Carlo Airoldi, ex operaio di una fabbrica di cioccolato, specializzato nelle gare di lunghe distanze. Nel 1896 parte a piedi da Saronno per disputare la prima maratona della storia. Alla domanda se abbia mai vinto premi in denaro, Airoldi rivendica i successi ottenuti, tra cui una Milano-Marsiglia-Barcellona di 1.050 chilometri valsa 2.000 pesetas. L’esclusione è immediata. Anche dopo i successi olimpici, i campioni tornano a fare i loro mestieri. Jesse Owens, quattro ori a Berlino 1936, rientrato negli Stati Uniti deve accettare lavori modesti, da istruttore di giochi all’aperto a esibizioni in cui gareggia contro cavalli, cani o motociclette. Dagli anni ’60 il Cio allenta i confini e proliferano gli escamotage per aggirare le regole. L’Urss inquadra gli atleti come militari o
funzionari, gli Usa li reclutano nelle università con borse di studio, in Italia entrano nei corpi militari come i Carabinieri. Il campione austriaco di sci Karl Schranz si spinge troppo in là accettando contratti con i produttori di sci: squalificato dalle Olimpiadi di Sapporo 1972. La svolta arriva a Seul nel 1988: i professionisti vengono ammessi apertamente e da allora gli atleti amatoriali sono quasi spariti. E si comincia a incassare.
Il «prezzo» delle medaglie
Il Cio continua a distribuire le medaglie agli atleti, mentre ogni Paese è libero di assegnare un premio economico. Per Milano Cortina il Coni ha previsto 180 mila euro per chi vince l’oro, 90 mila per l’argento, 60 mila per il bronzo. Negli Usa 32 mila euro per l’oro, a Singapore 665 mila, in Nuova Zelanda 2.500, nella Corea del Sud 175 mila euro più esenzione militare. In Polonia, l’oro vale 240 mila euro, ma lo Stato offre anche un’automobile e un appartamento, la Macedonia del Nord dà un vitalizio mensile di 1.100 euro. Gli atleti che vincono le medaglie poi fanno il pieno con gli sponsor.
L’arrivo dei diritti tv
Per i primi 50 anni le Olimpiadi si finanziano con sussidi pubblici, risorse dei comitati locali e contributi del Cio, ottenuti tramite vendita dei biglietti, lotterie e monete commemorative. Nel 1932, per finanziare il viaggio via mare e raggiungere le Olimpiadi di Los Angeles, il comitato del Brasile imbarca anche 50 mila sacchi di caffè da vendere durante il tragitto. Gli sponsor restano sullo sfondo. Coca-Cola, legata alle Olimpiadi fin dagli anni ’20, fornisce bevande a spettatori e atleti, ma non finanzia l’organizzazione né offre compensi agli sportivi. I diritti tv sbarcano per la prima volta ai Giochi di Londra del 1948: la Bbc paga 1.000 ghinee (circa 70 mila dollari di oggi) per trasmettere le gare nelle case di 80 mila possessori di televisore. Da allora il mercato tv è via via esploso: nel 1964 la Nbc paga 1,5 milioni per i Giochi di Tokyo, nel ’68 la Abc ne sborsa 4,5 per Città del Messico ’68, 25 per Montréal ’76, arriva a 225 milioni per Los Angeles nell’84.
Il business si ingrossa
Con l’esplosione dei Giochi nelle tv di tutto il mondo crescono anche i costi. A Città del Messico le proteste di migliaia di cittadini contro la repressione del governo e le spese olimpiche eccessive culminano nel massacro di 300 manifestanti; Montréal ci ha messo 30 anni per estinguere un debito di 1,6 miliardi
di dollari. La sterzata arriva nel 1984 con il presidente del Cio Juan Antonio Samaranch: i Giochi di Los Angeles sono finanziati da fondi privati, sponsorizzazioni, e la vendita dei diritti tv raggiunge una cifra record. Il ruolo degli sponsor diventa sempre più centrale: dal 1994, per garantire ritorni economici più elevati, i Giochi invernali ed estivi si fanno in anni diversi, in modo da avere un grande evento ogni due anni. Nel 1996 le corporation riescono addirittura ad imporre l’assegnazione dell’Olimpiade estiva ad Atlanta, sede della Coca-Cola, battendo Atene che avrebbe dovuto ospitare il centenario dei Giochi. Le entrate del Comitato Olimpico Internazionale derivate da diritti tv e grandi sponsor sono passate dagli 1,5 miliardi del ciclo 1993-96, ai 7,7 miliardi di dollari del quadriennio 2021-2024.
Parallelamente crescono anche gli incassi dei campioni, grazie a sponsorizzazioni e accordi milionari con grandi marchi. Al momento la più gettonata dagli sponsor è la stella dello sci acrobatico Eileen Gu con 23 milioni di dollari all’anno. Degli antichi principi olimpici ne è rimasto vivo solo uno: la promozione dello sport come strumento di unione dei popoli. E speriamo che almeno questo resti immutato nei secoli.
Milena Gabanelli, Andrea Priante e Francesco Tortora
(da corriere.it)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
SPESI 670 MILIONI MA LA STRUTTURA E’ SEMIVUOTA… IL CONTO: 250 MILIONI PER I VIAGGI, 133 PER CIBO E PULIZIA… CON LA STESSA CIFRA AVREMMO POTUTO COMPRARE 620 TAC OGNI ANNO, 29 PER REGIONE
Mentre il governo è impegnato nella campagna per il Sì al referendum sulla separazione delle
carriere, giocata con colpi bassi e mistificazioni di cui nemmeno uno come Nordio si riteneva capace, ci è preso l’uzzolo di verificare se i centri in Albania stanno fun-zio-nan-do, come assicurato dalla Meloni al momento della firma del protocollo d’intesa con l’Albania nell’ottobre 2024, quando la propaganda batteva sull’immigrazione.
Allora il governo ha indicato l’obiettivo di circa 3 mila trasferimenti al mese, 39 mila all’anno. Attualmente, secondo nostre fonti sul posto, nel centro di Gjadër sono presenti 25 “ospiti” di nazionalità diverse, soprattutto Egitto e Nord-Africa.
Il costo dell’operazione è di circa 670 milioni in 5 anni (2024-2028), 134 milioni l’anno. Oltre 250 milioni sono per i soli costi di viaggio, per portare i migranti in Albania e rimpatriarli nei loro Paesi, oppure per riportarli indietro. Già: la quasi totalità dei trasportati delle prime tornate (66 persone in tutto) è stata ricondotta in Italia.
A ottobre 2024, di 16 persone trasferite 4 sono state riportate subito in Italia perché vulnerabili o minorenni. Gli altri 12 sono tornati dopo pochi giorni a causa della mancata convalida del trattenimento da parte del Tribunale di Roma
A febbraio ’25, 43 migranti sono stati riportati a Bari perché i giudici hanno dichiarato illegittimi i trattenimenti. Ad aprile ’25, 7 persone sono state fatte
rientrare per ordine dei tribunali o per “inidoneità sanitarie”. Questo avanti e indrè a spese nostre (ogni rientro costa 80mila euro) è stato fatto passare dal governo come un sabotaggio delle “toghe rosse” (“Assurdo! In aiuto della sinistra parlamentare arriva quella giudiziaria”, dai social di FdI). In caso di migranti da Paesi con cui l’Italia non ha stipulato accordi per i rimpatri (come Africa Subsahariana, alcuni Paesi dell’Asia, Siria), questi vengono fatti sostare nel limbo di Gjadër per un mesetto, poi riportati in Italia, dove verranno rilasciati con l’intimazione di lasciare il Paese entro 30 giorni.
Il centro di Gjadër è un trittico di fortini circondati da un recinto di cemento armato e metallo. Dentro, c’è un padiglione in cui gli ospiti dormono in moduli provvisori; sono liberi di muoversi entro un recinto, ma non di uscire dalla struttura (nei dintorni della quale, comunque, ci sono solo montagne e sterpaglie).
C’è anche un carcere, vuoto; finora vi ha soggiornato un solo detenuto, che poi è stato riportato in Italia. La cooperativa che si occupa dei pasti e della pulizia è l’italiana Medihospes, che si è aggiudicata il bando da 133 milioni per la gestione di Gjadër e Shengjin, che è l’hotspot di arrivo e identificazione.
A Gjadër ci sono medici e infermieri (uno a turno) e, se occorre, psicologi. I migranti non hanno particolari esigenze, solo qualche mal di denti; al momento non ci sono epidemie. Come detto, i fragili o malati sono stati riportati ex lege in Italia.
Le forze di sicurezza sono composte da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza italiani per un totale di 183 persone, più 20 agenti della Polizia penitenziaria. Per oggi o domani è previsto l’arrivo di 35 nuovi ospiti e di un’altra trentina per il fine settimana. Da giugno, entrando nella campagna elettorale, si prevede l’arrivo di un centinaio di persone a settimana; di conseguenza raddoppierà il personale di polizia. Lo stipendio medio di un agente è di 2 mila euro al mese più una diaria di 100 euro al giorno (a cui si sommano 80 euro al giorno per albergo e pasti).
Il lavoro consiste nella vigilanza per i fermati e nella logistica: rifornimenti di carburante, riparazione dei mezzi, etc., per turni di 6 ore al giorno. È vero che ci sono cani randagi dentro alla struttura: sono 4, di piccola taglia, “adottati” dagli agenti.
Non risultano rivolte né risse, a parte quando un ospite staccò un pezzo di ferro dalla struttura dei moduli per usarlo come pugnale.
Ogni tanto si affaccia qualcuno del governo, con fotografi al seguito: viene intrattenuto nella “sala benessere” in attesa che un dirigente lo raggiunga e lo porti in visita al centro; più spesso si vedono europarlamentari di sinistra. Una macchina per la Tac modello base costa 200 mila euro: al costo dell’Operazione Albania lo Stato italiano avrebbe potuto comprare 620 Tac ogni anno, 29 per regione, diminuendo sensibilmente i tempi d’attesa per esami salvavita nella Sanità pubblica.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile
NEGLI USA PARLARE DI SCHIAVISMO OFFENDE LE ORECCHIE DEI SUPREMATISTI BIANCHI
La goffa cancel culture coltivata, con scellerata ottusità, negli ambienti della sinistra radicale americana, è stata una prova di puro dilettantismo rispetto alla sontuosa capacità censoria dei Maga. Ora la volontà di cancellare tutto ciò che disturba è tornata a scorrere, trionfalmente, nel suo alveo naturale, che è la destra reazionaria.
Le liste di proscrizione di libri “negativi”, l’ostilità all’insegnamento di Darwin, il fastidio per la voce delle minoranze, il pregiudizio antiscientifico che ha radici nel fondamentalismo religioso, prosperano nella base trumpista tanto quanto ai vertici (ecco un caso in cui la politica può vantare una forte capacità di rappresentanza: il popolino scomposto che diede l’assalto al Congresso può ben riconoscersi nello spregio dell’amministrazione Trump per la cultura, le regole democratiche e il rispetto degli altri. Trump non è più colto e nemmeno più gentile dell’ultimo dei suoi supporter, è solo centomila volte più ricco).
È di ieri la notizia (bella) che una giudice federale ha ordinato il ripristino dei pannelli sullo schiavismo nel piccolo museo di Philadelphia dedicato a George Washington. Quei pannelli raccontano dei nove schiavi neri al seguito di Washington: né poteva essere altrimenti, essendo lo schiavismo un connotato fondativo della nascita di quella Nazione.
L’amministrazione Trump, poche settimane fa, aveva mandato il National Park Service a rimuoverli, adoperando un’agenzia pubblica come una specie di polizia culturale. Parlare di schiavismo offende le orecchie dei suprematisti bianchi. Salvo che poi ci sono ancora dei giudici, in America.
(da Repubblica)
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