Novembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
DETENZIONE A CASA PER CHI DEVE SCONTARE CONDANNE INFERIORI A UN ANNO…SONO ESCLUSI I DELINQUENTI ABITUALI, PROFESSIONALI O PER TENDENZA… DECIDE IL PM, CONTROLLA IL GIUDICE DI SORVEGLIANZA… ENTRO IL 2013 USCIRANNO CIRCA 7.000 DETENUTI: UN PALLIATIVO PER RIDURRE IL SOVRAFFOLLAMENTO DELLE CARCERI
Per tamponare la situazione esplosiva del superaffollamento nelle carceri italiane, sempre in
attesa di un piano straordinario penitenziario, il Senato ha approvato in via definitiva un provvedimento che consente la detenzione domiciliare per chi deve scontare condanne inferiori a un anno.
Ne beneficeranno, entro il 31 dicembre 2013, oltre a chi ha condanne molti lievi anche quei detenuti che stanno per completare il periodo di detenzione e vedono avvicinarsi il sospirato momento della fine pena.
Si calcola che il ddl dovrebbe interessare almeno 7 mila detenuti e consente (in teoria) l’ assunzione di circa 2000 agenti penitenziari per sopperire alle carenze di organico.
Abitazione dove scontare la pena: la pena detentiva è eseguita presso l’abitazione del condannato o altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza che può definirsi un domicilio.
A chi non è applicabile: ai detenuti considerati «delinquenti abituali, professionali o per tendenza»; ai detenuti che sono sottoposti al regime di sorveglianza particolare; quando vi è la concreta possibilità che il condannato possa darsi alla fuga o quando sussistono specifiche e motivate ragioni per ritenere che il condannato possa commettere altri delitti oppure quando non sussiste «l’idoneità e l’effettività del domicilio anche in funzione delle esigenze di tutela delle persone offese dal reato».
Decide il pm, controlla il gudice di sorveglianza: spetta al pubblico ministero la trasmissione al giudice di sorveglianza della richiesta di sospensione della reclusione corredata da un verbale di accertamento della idoneità del domicilio.
Il magistrato di sorveglianza dispone l’esecuzione domiciliare degli ultimi 12 mesi di pena o di assegnazione a centri di recupero, presso una struttura pubblica o privata accreditata, in caso di condannati tossicodipendenti.
Inasprimento pene se si evade da casa: in caso di evasione dai domiciliari la pena che era prevista dal codice penale da 6 mesi fino a tre anni passa da uno fino a cinque anni.
Si prevede un adeguamento dell’ organico del Corpo di polizia penitenziaria di circa 2000 unità per fronteggiare la situazione emergenziale in atto.
Ammesso che si trovino i soldi per pagarli.
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Novembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
FABIO SPIEGA I “SISTEMI” IN VOGA IN PARLAMENTO PER “COMPRARE” I DEPUTATI, IN VISTA DEL VOTO SULLA FIDUCIA… L’INTERVISTA DI GRANATA AL “FATTO QUOTIDIANO”
Onorevole Granata, è vero che Fini ha adombrato una pacificazione con Berlusconi perchè vi stavano spolpando il gruppo?
Nemmeno per sogno. Primo: Fini non ha adombrato niente. Secondo: il nostro gruppo, malgrado tutte le invettive che ci inseguono, resta compatto.
Che aria c’è a Montecitorio?
Un clima cupo, atteggiamenti da basso impero e tentazione dicupio dissolvi, da parte dei pretoriani berlusconiani.
L’onorevole Santanchè dice che molti di voi le chiedono di passare dall’altra parte.
Guerra psicologica.
Intanto hanno già festeggiato un figliol prodigo.
Se posso parafrasare Leo Longanesi, devo dire che sono molto interessato a un aspetto dei discorsi della Santanchè…
Quale?
Le pause tra il nulla e il nulla,quando parla.
Battuta perfida.
Ci siamo scocciati di sentirci fare la predica sul tradimento degli elettori da parte di una che ha preso un milione di voti contro Berlusconi e adesso si è ritagliata questo curioso ruolo di cane da guardia del padrone.
Però alcuni tentennano…
Non tentenna nessuno.
Metterebbe la mano sul fuoco per Menia?
Lo conosco da una vita, è un soldato politico, un uomo cresciuto nell’idea della lealtà e dell’onore. Uno che dice onestamente le sue riserve, ma non tradirebbe mai la sua squadra e Fini.
È pronto a giurare anche su Moffa?
Io so che Silvano non vorrebbe votare la fiducia. Ma viene da troppo lontano e ha uno spessore culturale troppo alto per mandare all’aria un progetto politico in cui crede per un voto.
È vero che c’è un suq, il calciomercato?
Oh sì! Io ho una singolare fortuna: visto che mi considerano irrecuperabile non mi fanno profferte. Gli altri son bombardati.
È vero che si offrono anche soldi?
Vuole che le spieghi come si fa ad offrire soldi senza lasciare le impronte digitali?
Me lo dica.
Vanno da uno dei nostri, Di Biagio e gli propongono la direzione di una prestigiosa fondazione al’estero. Non c’è corruzione. Ma dolo sì.
E Di Biagio?
Rifiuta. Altrimenti non lo direi.
Mi spieghi un altro sistema.
Vanno da qualcuna delle nostre colombe e gli dicono: fra 3 mesi, quando tutto è finito, ti prendi il posto lasciato da Urso.
Bella tentazione, il governo…
Di nuovo: se glielo sto raccontando è perchè non ha funzionato.
Le offerte più truci e materiali si fanno ai peones del gruppo misto. Noi veniamo da una storia politica antica, non ci hanno raccattato all’ufficio personale di Mediaset o Publitalia.
E la Polidori? Dicono che la stiano bombardando.
La conosco poco. Ma abbastanza per dire che non si mette all’asta.
Dicono anche che Fini fa qualche terzo grado ai deputati, nel suo ufficio.
Mi fa ridere. Se non parla è algido. Se parla lo dipingono come un kapò torturatore. Non riescono ad accettare che siamo uomini liberi.
Quando deciderà cosa votare?
Forse il giorno prima. E se dice di non dare la fiducia, lo faranno tutti.
Cosa dovrebbe decidere?
Votare la sfiducia, ovvio.
È diventato antiberlusconiano?
Il racconto solipsistico e crepuscolare del premier e dei suoi fedelissimi, tipo la Santanchè non corrisponde alla realtà del paese. È il paese dei balocchi e ha l’unico difetto di non esistere.
Mi faccia degli esempi.
Ancora ci raccontano il governo del fare: e intanto un pezzo di paese è sotto l’acqua dell’alluvione in Veneto, un altro pezzo, è sotto le macerie simboliche di Pompei, l’ultimo frammento, il sud, è sotto i rifiuti.
Siete divisi, però.
A Perugia non ricordo un solo intervento contrario a Fini.
Magari dissentono in silenzio
Ah sì? Tutti a parlare di noi, e intanto il Pdl perde una di prestigio come la Carfagna.
Lo avrebbe detto anche se restava ?
Ma certo. Se ne va perchè è una persona perbene, che non poteva convivere con l’oscurità del sistema Cosentino. Per loro è un colpo micidiale.
Dice?
Certo. Mara non poteva accettare ordini da una persona destinataria di una richiesta di arresto.
Dica la verità , un po’ di paura ce l’ha.
Guardi, purtroppo i più inquieti, la figura del disperato, sono i deputati pidiellini del Nord. È dura combattere sapendo che, anche se vinci, darai il tuo posto a uno della Lega.
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Novembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
MINACCIATO DALLA CRICCA DI COSENTINO DI FARGLI MANCARE I VOTI SULLA FIDUCIA SE NON AVESSE ANNULLATO IL DECRETO CHE SOTTRAEVA LA GESTIONE RIFIUTI DI NAPOLI AI SUOI UOMINI…. LA CARFAGNA SI BATTEVA PER LA LEGALITA’ ED E’ STATA ATTACCATA PER QUELLO… E DELL’UTRI VIENE DEFINITO DAI GIUDICI “MEDIATORE E CANALE DI COLLEGAMENTO” TRA COSA NOSTRA E L’IMPRENDITORE BERLUSCONI
Inaspettatamente in un solo giorno, anzi in poche ore, emergono dal passato e dal
presente le relazioni pericolose di Silvio Berlusconi con le mafie.
La liaison allontana da lui anche la fedele e fidata Mara Carfagna.
Annuncia altri sismi per il suo governo. Apre nuove crepe nella già compromessa affidabilità del capo del governo.
Le cose, a quanto pare, vanno così.
Infuriati per la nomina a commissario per i rifiuti di Stefano Caldoro, governatore della Campania, decisa dal Consiglio dei ministri, due politici indagati per mafia Nicola Cosentino e Mario Landolfi si presentano a Palazzo Grazioli.
Affrontano Silvio Berlusconi a brutto muso minacciandolo di non votare la fiducia se non avesse annullato il decreto legge che, assegnando alla Campania 150 milioni di euro, consente al governatore anche l’adozione di “misure che prevedono poteri sostitutivi” nei confronti degli enti inadempienti. Il capo di governo che, entro il 14 dicembre, ha bisogno di voti in Parlamento come dell’aria che respira li rassicura.
Promette una rapida retromarcia.
La notizia si diffonde e il ministro Mara Carfagna – molto si è data da fare per quel decreto legge che sottrae l’emergenza all’opacità dei potentati locali – annuncia che, dopo la fiducia, lascerà il governo e il partito del presidente.
Così dunque stanno le cose.
La ricattabilità del premier è di assoluta evidenza.
La sua debolezza politica – e ormai di leadership – lo espone a ogni pressione, alle più imbarazzanti coercizioni, a umilianti inchini dinanzi a personaggi non solo discussi, ma decisamente pericolosi.
È imbarazzante l’imposizione che il capo del governo subisce da Nicola Cosentino, 51 anni, da Casal di Principe, salvato dall’arresto per mafia solo dal voto della maggioranza.
L’uomo ha il controllo pieno di quattro delle cinque Province campane (Napoli, Caserta, Salerno, Avellino).
Sono queste istituzioni che amministrano i flussi della spazzatura e governano le società di gestione che hanno sostituito i consorzi infiltrati da ogni genere di illegalità , malaffare, prepotenza criminale (il consorzio di Caserta è costato fino all’aprile scorso, 6,5 milioni di euro al mese).
Tutta la parabola politica di Cosentino si può spiegare e raccontare dentro l’emergenza rifiuti.
Quelle crisi – indotte e cicliche – hanno convogliato in quella disgraziata regione un fiume di denaro (dal 2001 al 2009 tre miliardi e 546 milioni di euro) e proprio nei consorzi – e oggi nelle società di gestione – la politica ha incontrato il potere mafioso e ha messo a punto la distribuzione di benefici, rendite, utili, organizzando un “sistema della catastrofe” che, da quella rovina, ha spremuto influenza, consenso e ricchezza.
A farla da padrone la camorra, a cominciare dalla camorra dei Casalesi. Hanno guadagnato e guadagnano sull’affitto delle aree destinate a discarica e dei terreni dove vengono stoccate le ecoballe.
Lucrano sul noleggio dei mezzi e soprattutto nei trasporti.
Nicola Cosentino rappresenta il punto di equilibrio – oscuro e ambiguissimo – di questo “sistema” che oggi appare sfidato, dentro il Popolo della Libertà , dall’asse Caldoro-Carfagna e, dentro la maggioranza, da Futuro e Libertà , in Campania diretto da Italo Bocchino.
Il decreto legge che assegna al governatore poteri commissariali può essere considerato il successo di questo schieramento.
Il passo indietro di Berlusconi ripristina ora le gerarchie di un “sistema” che ha in Cosentino il leader e nel potere intimidatorio della camorra la sua forza.
Si sapeva che l’uomo di Casale di Principe ha sempre avuto un’arma da puntare alla tempia del governo.
In qualsiasi momento poteva far saltare gli equilibri che hanno permesso a Berlusconi di rivendicare le capacità tecnocratiche di eliminare i rifiuti dalla Campania con un miracolo che ha liquidato quella disgrazia con una magia. L’illusionismo manipolatorio aveva in Cosentino il suo garante.
Un garante di cui oggi Berlusconi non può liberarsi.
Per due motivi: Cosentino gli farebbe mancare i suoi voti il 14 dicembre e, peggio, nella prossima e vicina campagna elettorale seppellirebbe l’immagine del Cavaliere sotto l’immondizia e i miasmi.
Come non può fare oggi a meno di Cosentino, il Cavaliere non ha potuto liberarsi in passato di quel Marcello Dell’Utri che, si legge nelle motivazioni della Corte d’Appello che lo ha condannato a sette anni di reclusione, fu “mediatore” e “specifico canale di collegamento” tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi.
Dell’Utri, scrivono i giudici, è l’uomo che ha consentito ai mafiosi delle “famiglie” di Palermo di “agganciare” “una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico”.
È questa allora la scena che abbiamo sotto gli occhi.
Un capo del governo che, nella sua avventura imprenditoriale, è stato accompagnato – per lo meno fino al 1992 – dalla presenza degli uomini di Cosa Nostra e, oggi, per proteggere la maggioranza che sostiene il governo deve chinare il capo dinanzi alle pretese del politico considerato dalla magistratura il più compromesso con gli interessi dei Casalesi.
È uno stato di dipendenza, di oscurità , di minorità politica che nessun arresto di latitante, confisca di bene miliardario, statistica e classifica di successi dello Stato potrà ribaltare.
Le vittorie dello Stato contro le mafie non riescono a diventare il riscatto personale di Berlusconi – e della sua storia – da quei poteri criminali con cui egli si è intrattenuto negli anni della sua impresa economica e ancora oggi si deve tener vicino per sopravvivere nel suo crepuscolo politico.
Giuseppe D’Avanzo
(da “la Repubblica“)
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Novembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
MARA TRADITA: BERLUSCONI HA CEDUTO ALL’INQUISITO PER MAFIA COSENTINO CHE VOLEVA FAR GESTIRE DAI SUOI UOMINI IL BUSINESS RIFIUTI IN CAMPANIA DA 150 MILIONI DI EURO… IL PARTITO DELL’AMORE ALLONTANA GLI ONESTI E CACCIA I DISSIDENTI
La gestione di un affare da oltre 150 milioni di euro che rischia di passare di mano.
I ras berlusconiani in Campania, Nicola Cosentino e Mario Landolfi (entrambi sotto inchiesta), che si precipitano a Palazzo Grazioli.
Il presidente del Consiglio che cede al pressing, promette di rivedere, correggere, smussare il decreto legge varato solo poche ore prima dal governo.
È a quel punto, solo allora, che il ministro Mara Carfagna – sponsor del commissariamento che sanciva l’affidamento alla Regione della realizzazione dei tre termovalorizzatori di Napoli e Salerno – decide di gettare la spugna.
Si sente tradita, raggirata, abbandonata in questa che è una storia di appalti pubblici e di cordate politiche in guerra.
Di impegni siglati e del rischio di infiltrazioni camorristiche nella terra in cui la monnezza, prima ancora che un’emergenza, è un business.
Berlusconi la chiama appena atterrato a Lisbona.
Sono lontani i buoni rapporti di un tempo: “Devi spiegarmi cosa è successo – lei lo incalza – Sono mesi che quella banda mi attacca, non puoi lasciare l’intera gestione dell’emergenza nelle mani di Cosentino e dei suoi uomini”. Lui si impegna a trovare una soluzione.
Ma stavolta sembra che non basti.
Resta la delusione di fondo che il ministro confiderà poco dopo ai collaboratori: “Non voglio più stare vicino a certi affaristi. Starò col presidente in questo momento di bisogno. Ma dopo il 14 mi sentirò libera. Nel Pdl ormai comandano i Cosentino, i Verdini, i La Russa, dimenticano che ho avuto 58 mila voti sei mesi fa”.
Parla fitto col finiano Bocchino, alla Camera, nelle ore in cui si consuma lo strappo.
Gli avversari interni l’accusano di intelligence col nemico.
Un transito a Fli e magari una candidatura shock a sindaco di Napoli in rotta col coordinatore pdl Cosentino, sono per ora solo ipotesi vaghe che la Carfagna smentisce.
Il fatto è che ancora una volta il gruppo di potere che nella sua regione fa capo all’ex sottosegretario, dimessosi dopo la richiesta di arresto per concorso in associazione camorristica, riesce a convincere, persuadere, condizionare il premier.
Eppure, il decreto per lo smaltimento rifiuti approvato in Consiglio dei ministri stabiliva che il pallino nella costruzione dei costosissimi termovalorizzatori passasse dai due presidenti di Provincia Edmondo Cirielli e Luigi Cesaro (uomini di Cosentino) al governatore Stefano Caldoro (pdl ma suo avversario).
Già in Consiglio dei ministri La Russa aveva invitato la Carfagna a non incaponirsi “per ragioni personali”, a non insistere “per beghe locali” sul commissariamento.
E invece la ministra ha insistito e l’ha spuntata.
Poi la retromarcia del premier. “Avevo proposto questa soluzione per mettere a riparo l’operazione da affari sporchi – si sfogava lei ieri con alcuni deputati in Transatlantico – Ma questo è ormai il partito dei Verdini, dei Cosentino e dei La Russa”.
Il clima ostile maturava da giorni. Gli attacchi personali si moltiplicavano.
Le interviste di Sallusti e di Stracquadanio, la allusioni sui rapporti con Bocchino, le foto, gli insulti e i “vergogna” alla Camera.
Il sospetto latente che una “macchina del fango” si stesse muovendo anche contro di lei.
Sta di fatto che subito dopo il Consiglio dei ministri, giovedì, i deputati che fanno capo a Cosentino, gli stessi presidenti delle Province di Salerno, Cirielli, e di Napoli, Cesaro (sotto inchiesta a Napoli), e poi Landolfi e Laboccetta e Castiello danno tutti segni di nervosismo.
Disertano alcune votazioni in aula.
Fanno sapere a Berlusconi di essere pronti a passare al gruppo misto se quel decreto non verrà modificato: facendo così saltare la Finanziaria e mettendo ulteriormente a rischio la fiducia del 14 dicembre.
Cosentino piomba a Palazzo Grazioli, accompagnato da Landolfi.
C’è anche Gianni Letta in stanza col premier. Subito dopo l’incontro, il coordinatore Pdl in Campania va a Montecitorio e dà notizia del “successo” ai suoi, riportata dalle agenzie di stampa: “Sono molto soddisfatto, Berlusconi mi ha dato garanzie sulle competenze e sulla corresponsabilità degli impianti tra Province e Regione. La quadra trovata permetterà di accelerare la costruzione degli impianti”.
L’affare può partire, insomma, e sarà soggetto alla sovrintendenza anche delle Province, dunque della potente corrente Cosentino.
Ad oggi, in Campania c’è un solo termovalorizzatore, quello di Acerra, che funziona solo in parte, e che è già costato 25 milioni.
Altri 75 milioni di euro sono stati investiti per la realizzazione di quello di Salerno.
Altrettanti se ne prevedono per Napoli.
Il terzo impianto non si sa ancora dove realizzarlo.
Ancora una volta il Pdl ha cacciato gli onesti e appoggiato i collusi.
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Novembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
DAL SISMA E’ TRASCORSO UN ANNO E MEZZO E LA CITTA’ E’ ANCORA UN FANTASMA…ORA I TERREMOTATI DOVRANNO PAGARE PURE LE TASSE ARRETRATE, MENTRE RIMANGONO LE MACERIE E LA RICOSTRUZIONE E’ FERMA
La gestione di un’emergenza che sembra non finire mai e il sentimento, che diventerà certezza il
primo gennaio del 2011, quando gli abitanti del “cratere” cominceranno a pagare le tasse arretrate, di essere dei terremotati di serie B.
“Sos, L’Aquila chiama Italia” sarà lo slogan della manifestazione di oggi nel capoluogo abruzzese, un caschetto giallo, “per proteggersi dalle macerie della democrazia”, il simbolo.
E l’Italia, quella delle associazioni no profit, dell’arte e della cultura, ma anche delle realtà imprenditoriali sta rispondendo alla richiesta di attivismo, allungando ogni giorno la lista di adesioni.
Già 30 i pulmann prenotati da tutta la penisola, 15-20 mila persone attese a piazza d’Armi, da dove prenderà il via il corteo.
Corteo che poi salirà verso il centro storico, attraverso via XX settembre, passando davanti alla voragine che ricorda il disastro della Casa dello studente per finire in piazza Duomo, dove sui due palchi allestiti si avvicenderanno Ottavia Piccolo, Fiorella Mannoia e Andrea Rivera, per citarne alcuni.
Alle loro si aggiungeranno le voci delle associazioni nazionali e locali, degli amministratori e i sindaci del territorio.
Poi prenderà la parola la gente comune, cassintegrati, residenti in case distrutte, pensionati e studenti: le voci de L’Aquila che vogliono farsi ascoltare.
È la rabbia che esplode, di nuovo.
A febbraio e marzo il “popolo delle carriole” aveva varcato per la prima volta gli sbarramenti del centro storico della città per protestare contro lo stallo nelle operazioni di rimozione delle macerie.
Poi a giugno il corteo pacifico degli aquilani, in testa i sindaci di destra e sinistra delle zone terremotate, aveva bloccato la A24, l’autostrada che porta a Roma.
E a luglio ancora gli aquilani erano scesi in piazza nella capitale, accolti dai cordoni e dalle manganellate della polizia in piazza Venezia e via del Corso.
Questa volta però L’Aquila chiama tutta l’Italia e, come nelle altre occasioni, nessuno metterà il cappello sulla mobilitazione.
“Niente bandiere o simboli di partito”, spiega Ettore di Cesare, del presidio di piazza Duomo – “nessun politico, tranne i sindaci dei comuni colpiti dal terremoto, salirà sul palco e le uniche bandiere saranno quelle verde-nero, i colori simbolo de L’Aquila”.
I motivi della manifestazione stanno tutti in un documento, una legge di iniziativa popolare per la quale, proprio il 20 novembre, comincerà la raccolta delle 50 mila firme necessarie per essere portata all’esame del Parlamento.
Una legge scritta dagli aquilani stessi, attraverso un percorso partito da i numerosi gruppi nati su Facebook, su spinta dei comitati e del Presidio, poi confluita su una piattaforma wiki e assemblata attraverso proposte, suggerimenti e consulenze da ogni parte d’Italia.
In primo luogo le tasse: “Chiediamo un trattamento uguale a quello utilizzato per gli altri terremoti”, spiega ancora Di Cesare, “cioè la sospensione delle tasse per due anni e la restituzione di quelle non pagate dal 2020 in misura del 40 per cento”.
Lo stesso modello era stato usato per il sisma del Molise del 2002 e dell’Umbria del 1997.
Gli abruzzesi invece, che già hanno ricominciato a pagare Irpef, contributi e i mutui sulle case, da gennaio 2011 dovranno corrispondere anche le rate dei tributi sospesi dal 6 aprile 2009.
Poi c’è la gestione di un territorio che è ancora formalmente in stato di emergenza, il cui timone è ancora nelle mani di un commissario, Gianni Chiodi, e una “struttura di missione”, senza una partecipazione popolare.
È di qualche giorno fa il primo piano per la ricostruzione del centro storico de L’Aquila, presentato da Chiodi e dalla struttura di missione in concerto con la Curia aquilana.
Un piano redatto senza consultare Comune e cittadini.
La legge scritta dagli aquilani prevede che siano invece delegazioni delle amministrazioni locali e dei cittadini a gestire la prossima fase di ricostruzione, con fondi certi, delle abitazioni e del tessuto economico.
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Novembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
SONDAGGIO DEMOS SULLA COMPOSIZIONE DELL’ELETTORATO DI FUTURO E LIBERTA’… SOLO IL 60% PROVIENE DAL PDL, IL 25% DAL CENTROSINISTRA, L’11% DALL’ASTENSIONISMO…
Il giorno successivo al discorso di Gianfranco Fini per il lancio del Manifesto per l’Italia, Paolo Pagliaro ne “Il punto”, rubrica della trasmissione “Otto e mezzo”, presentava un sondaggio Demos dai risultati particolarmente significativi.
Le domande sono relative sia alla fiducia accordata dagli italiani a Gianfranco Fini, sia alle intenzioni di voto rispetto a Fli.
Oltre all’espressione di una fiducia personale concordata dal 55% degli elettori di sinistra e dal 23% di quelli di destra, e al di là delle oscillazioni di Fli, comunque in crescita e fluttuanti intorno ad un buon 8%, il dato più interessante del sondaggio riguarda la composizione dell’elettorato che si dichiara vicino a Futuro e Libertà .
Se il 60% delle persone che compongono il bacino elettorale di Fli proviene, come è ovvio pensare, dal Pdl e il 12% pesca dai delusi del Pd, l’11% viene dall’astensionismo.
Si tratta di cittadini italiani che alle scorse politiche hanno scelto, per ragioni diverse, per disaffezione diffusa, di non andare a votare.
Sono persone che fanno parte del movimento che ha vinto alle scorse regionali e che, agli occhi di ogni analista, pareva in inesorabile crescita.
Il fatto che l’11% dell’elettorato Fli provenga da qui è una dato particolarmente significativo, in grado di qualificare l’offerta politica di Futuro e Libertà in modo inequivocabile.
Insomma, emerge un elemento fondamentale per capire il Paese di oggi: il mal di pancia degli italiani non è solo antipolitica o banale stanchezza.
Se, infatti, una nuova formazione riesce ad intercettare pezzi dell’astensione, significa che gli italiani desiderano non certo meno politica, ma di più.
Magari più qualificata a rispondere alle sfide attuali.
Ci sono, insomma, elettori che non si riconoscono nell’offerta di contenuti, idee e proposte e nella cultura dell’antagonismo bipolare che hanno caratterizzato gli anni di governo trascorsi dalle ultime elezioni.
Ci sono elettori che si aspettano altro dalla politica, che hanno maturato posizioni finora non rappresentate da nessuno, hanno formulato domande alle quali nessuno ha saputo dare una risposta.
E allora, è il caso di sottolinearlo, il vituperato e banalizzato superamento degli steccati ideologici, l’innovazione culturale verso un modo di essere europeo, la critica alle posizioni rigide e difensive espresse dalla Lega, l’evoluzione verso posizioni finora irrituali nel panorama politico del centro destra, sono tutti tasselli di un puzzle politico complesso, solo strumentalmente classificato come conseguenza di tattiche miopi e personalistiche.
Da sottolineare infine che il 90% dell’elettorato di Futuro e Libertà è favorevole a una crisi di governo o almeno ad un appoggio esterno: non ne possono più di confondersi con la politica di Pdl e Lega.
Non a caso, da quando Fini ha assunto una posizione più decisamente critica verso la mancanza di politica da parte del governo, c’è stato un balzo dei consensi nei sondaggi fino oltre il 9%.
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Novembre 19th, 2010 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLE PARI OPPORTUNITA’ E’ PROSSIMA A LASCIARE IL GOVERNO E IL PARTITO, SUBITO DOPO LA VOTAZIONE DELLA FIDUCIA…BOSSI VUOLE LE ELEZIONI PER PERDERLE…. FINI LO SFIDA: “NON HO PAURA DEL VOTO”
Mara Carfagna è sul punto di lasciare Pdl e governo. 
Quella che al momento è solo una indiscrezione dell’Ansa (la diretta interessata non conferma e non smentisce) rappresenta, comunque, l’ultimo colpo di scena del terremoto che da settimane scuote il Pdl, culminato nell’uscita dal partito e dall’esecutivo dei parlamentari finiani.
L’intenzione del ministro per le Pari Opportunità sarebbe quella di aspettare le verifiche parlamentari del 14 dicembre prima di dare le dimissioni.
Alla base della sua scelta ci sarebbero gli insanabili contrasti con i vertici campani del partito e «l’incapacità » dei coordinatori nazionali di affrontare i problemi interni al Pdl campano.
A chi ha avuto modo di sentirla, inoltre, il ministro ha spiegato di sentirsi «amareggiata» per «gli attacchi volgari e maligni» di esponenti del partito come Giancarlo Lehner, Alessandra Mussolini e Mario Pepe.
Negli ultimi giorni, diversi esponenti del Pdl hanno accusato più o meno velatamente la Carfagna di guardare con interesse a Fli anche in vista delle elezioni del sindaco di Napoli.
Le notizie che riguardano la Carfagna arrivano all’indomani del videomessaggio di Gianfranco Fini.
L’appello alla responsabilità del presidente della Camera hanno sollevato numerose polemiche e hanno spinto il leader della Lega Umberto Bossi a d accusare il leader di Fli «di aver paura del voto».
A stretto giro, da Torino, è arrivata la risposta di Fini:”non temo le elezioni, ma non servono al Paese».
ll leader leghista è del parere che il presidente del Consiglio avrà la fiducia di entrambe le Camere ma, se così non fosse, «bisogna andare alle elezioni. Se è saggio va al voto e ritorna con un sacco di voti in più».
Per Bossi, però, Berlusconi potrebbe fare come Fanfani: «Ottenne la fiducia ma si dimise comunque».
Secondo Bossi, infine, non ci sono possibilità di un governo tecnico: «Napolitano è saggio e non lo permetterà . E comunque ci sarebbe una reazione troppo forte del Paese».
In realtà Bossi si rende conto che la Lega sta perdendo consensi (-2% a Milano in pochi mesi) e, se la crisi politica si protrae, confermare un 11-12% diventerò un sogno.
Meglio realizzare ora, anche se poi il centrodestra dal voto ne uscirà con le ossa rotta perchè al Senato la maggioranza se la scorda.
E a quel punto salterà sulla zattera Tremonti, abbandonando il Cavaliere al suo destino.
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Novembre 19th, 2010 Riccardo Fucile
SUL WEB ERA MONTATA LA PROTESTA DELLA BASE PER QUELLO CHE E’ STATO INTERPRETATO COME UN COLPO DI FRENO…GRANATA PRECISA: “ABBIAMO RITIRATO LA NOSTRA DELEGAZIONE AL GOVERNO, CI COMPORTEREMO DI CONSEGUENZA SULLA SFIDUCIA”… CONSOLO E MENIA: “NOI RESTIAMO CON FINI, FUTURO E LIBERTA’ RESTA UNITO”
All’indomani del videomessaggio di Gianfranco Fini e delle voci che danno una pattuglia di finiani poco sicuri di votare la sfiducia al governo, Fabio Granata, uno dei “falchi” vicino al presidente della Camera, fuga i dubbi.
Scacciando l’interpretazione delle prime pagine dei giornali che parlano di un secco colpo di freno da parte del presidente della Camera.
“Nessuna retromarcia. Se il percorso sarà quello di arrivare in Aula a maggioranza invariata e se, peggio ancora, continua questo tentativo di garantirsi una striminzita maggioranza numerica, senza tenere conto della grande questione politica posta da Fini, non potremmo che votare la sfiducia. Abbiamo ritirato la delegazione dal governo e ci comporteremo di conseguenza con la sfiducia”.
Smentiscono tentazioni di retromarcia sia il deputato di Fli Giuseppe Consolo (“seguo le indicazioni di Fini per convinzione, non per dovere. Il resto sono giornalate”), sia l’ex sottosegretario all’ambiente Roberto Menia: “Fli non si spacca, mi pare una favola. Non ho nessuna voglia di votare la sfiducia, ma se mi costringono a farlo lo faccio”.
Menia ipotizza così il futuro del governo: “La proposta è questa: fase due di questa legislatura, un aggiornamento del programma, se possibile un centrodestra allargato. Io l’ho sempre letta così: dopo di che si può rispondere o con la sfida muscolare, ma fa parte della tattica per ognuna delle parti e poi c’è invece il momento della ragionevolezza. Manca meno di un mese alla verifica mi auguro che prevalga, per il bene del paese, la ragionevolezza”.
Se il videomessaggio di Fini non era una marcia indietro, che cosa era?
“Un grande richiamo al senso di responsabilità a Berlusconi, perchè l’Italia attraversa una fase molto difficile e da qui al 14 dicembre bisogna governare i processi sociali e dell’economia” spiega Granata.
“Il governo, così com’è, non può andare avanti, serve un passo indietro e l’apertura di una crisi per realizzare poi una nuova agenda di governo e con ampia base parlamentare”.
Nel pomeriggio il presidente della Camera sarà a Torino per la sua prima uscita pubblica come leader di Fli.
Dall’altra parte, il videomessaggio con cui ieri Gianfranco Fini ha chiesto “una maggiore responsabilità ” da parte della maggioranza di governo, viene discusso e criticato nelle piazze digitali che ruotano intorno a Futuro e Libertà per L’Italia: c’è chi riconosce a Fini “senso dello Stato e delle Istituzioni”.
Ma c’è anche chi scrive: “Non capisco e non mi adeguo”.
In molti esprimono interrogativi: “Non ho capito il senso. E voi?”.
Per altri, la situazione è più chiara: “Nell’ultimo messaggio Fini è ambiguo. Se la chiude con Berlusconi alla ‘volemose bene’ tutti gli italiani scoppieranno a ridere”.
E ancora: “Sarà una tattica politica, ma ho l’impressione che il video di Fini sia stato controproducente. Stiamo dando l’aria di gridare la ritirata”.
E c’è chi valuta le conseguenze politiche e soprattutto i rapporti di forza nel centrodestra. “Berlusconi ha colto subito l’opportunità dicendo Fini si è arreso”.
Per molti pesa anche la non sfiducia al ministro Bondi.
Da parte nostra, avendo già trattato in un precedente articolo la questione, vorremmo solo aggiungere qualche punto.
1) A parte che vi sono ministri molto più colpevoli e nullafacenti di Bondi che andrebbero sfiduciati, nel momento in cui Napolitano ha chiesto che la legge di stabilità passasse senza momenti critici e, su richiesta del Pd, la sfiducia a Bondi è stata calendarizzata per fine novembre, Fini ha giustamente fatto prevalare l’impegno assunto con il Presidente della Repubblica.
Qualcuno riesce a capire che questa intesa sarò importante dopo?
2) Semmai andava votata a tempo debito la sfiducia a Calderoli che ha commesso un atto gravissmo, ma pare che anche tra la base finiana c’è chi non se lo ricorda o dorma.
Pensate che strumento elettorale “forte” avrebbe avuto Fli : aver dimissionato un ministro leghista che fa sparire una norma per favorire l’assoluzione di 30 leghisti accusati di associazione sovversiva.
Con La Russa che l’ha coperto.
Quando a destra si capirà che la Lega è il peggior nemico dell’Italia sarà sempre troppo tardi.
3) Comprendiamo i sentimenti della base (noi siamo ancora più radicali) ma occorre anche capire i tatticismi.
Vi siete tenuti per anni un partito dove non si discuteva mai, vi siete accontentati dei caporali di giornata come capicorrente, imparate a riflettere ogni tanto prima di partire lancia in resta.
A sconfiggere il berlusconismo non c’è riuscita la sinistra in 18 anni, volete che Fini ci riesca in tre mesi?
4) Dall’altro lato è necessario che vi sia chiarezza nella gestione di Futuro e Libertà .
Nessuno è stato obbligato a fare una scelta scomoda, ma se ci sta deve farlo convinto: il 95% dei militanti ne ha i coglioni pieni della cricca berlusconiana. Pertanto se qualcuno ne sente ancora il richiamo, è opportuno che si accomodi alla porta, onde evitare che Fini sia spesso costretto a mediare ed a perdere forza propulsiva.
5) La classe dirigente si deve rendere conto che il 50% dei voti potenziali di Fli non è di area di destra, ma di astensionisti o delusi dalla sinistra.
Si deve avere il coraggio di confrontarsi con questa nuova base.
C’è chi si scandalizza per una possibile intesa con la sinistra per cambiare la legge elettorale?
A noi fa molto più schifo essere alleati a dei razzisti o a dei camorristi. Vogliamo essere un po’ più aggressivi in tal senso?
E spiegare che se la “presunta destra” è quella aziendalista e affaristica del premier o quella xenofoba della Lega sarebbe meglio spararsi un colpo in testa?
Vogliamo spiegare agli italiani che la destra nazionale, sociale, legalitaria è un’altra cosa?
«Non faccio il Gran premio, siamo al pit stop» ha chiarito poco fa lo stesso Gianfranco Fini rispondendo a una domanda su una sua condotta nei confronti del governo, contrassegnata da «stop and go», cioè fermate e fughe in avanti.
E’ ora di ripartire a tutto gas.
Lasciando le polemiche da parte.
argomento: Berlusconi, Bossi, elezioni, Fini, Futuro e Libertà, governo, LegaNord, Parlamento, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Novembre 19th, 2010 Riccardo Fucile
PENOSA ESIBIZIONE DEL “PARTITO DELL’AMORE”: LA MUSSOLINI SCATTA FOTO COL CELLULARE A MARA, MENTRE QUESTA PARLA CON BOCCHINO E LE URLA “VERGOGNA”…. LA CARFAGNA LA APPLAUDE IRONICAMENTE: “POVERETTA, E’ IN EVIDENTE CRISI DI VISIBILITA”
Mara Carfagna sorpresa a parlare col Grande Nemico del Pdl, il braccio armato di Fini, Italo
Bocchino.
Peccato imperdonabile secondo Alessandra Mussolini, collega della ministra salernitana nel Popolo della libertà .
C’è tensione palpabile tra le primedonne del centrodestra: le due esponenti campane del Pdl sono state protagoniste di un diverbio ieri pomeriggio in Aula alla Camera.
Un botta e risposta nato proprio da una foto scattata col cellulare dalla deputata napoletana, ma alla cui origine sembrano esserci le forti divergenze emerse negli ultimi giorni nel partito in Campania.
Mussolini ha visto il ministro delle Pari opportunità e il capogruppo di Fli alla Camera, Bocchino, parlare tra i banchi del governo e scatta loro un’istantanea col cellulare.
La Carfagna se ne accorge e si gira verso la collega, batte le mani e dice «brava, brava!». A quel punto Mussolini le risponde: «Vergogna».
Le ragioni di quel «Vergogna» («pronunciato in maniera pacata» dirà la nipote del duce) sono spiegate così: «Carfagna si deve vergognare per la liaison con Bocchino che sta mettendo a rischio il partito».
Le colpe che la Mussolini attribuisce al ministro sono due: «Lo spostamento di competenze sul termovalorizzatore che questa mattina il Consiglio dei ministri ha sottratto alle Province» (e quindi al presidente della Provincia di Salerno Edmondo Cirielli, cosentiniano, i cui rapporti con il ministro delle Pari opportunità ultimamente sono tesi) e «il fatto che Bocchino nella finanziaria ha chiesto di spostare 20 milioni di euro al ministero della Carfagna».
Insomma, Mussolini accusa la collega di «fare accordi» col capogruppo di Futuro e libertà anche in vista delle elezioni per il sindaco di Napoli: «Non può tenere una gamba di qua e una di là – avverte – Perciò quando li ho visti parlare in atteggiamento amorevole ho scattato la foto».
Mara commenta piccata: “Alessandra è in evidente crisi d’astinenza da visibilità . E, come le capita spesso, urla al fine di attirare l’attenzione, senza badare troppo a quello che dice».
«Sul termovalorizzatore di Salerno – spiega la Carfagna- ho tentato di evitare che un’importante e strategica opera pubblica rimanesse paralizzata dallo scontro istituzionale in atto tra Comune e Provincia e, di conseguenza, ho proposto che si elevasse il livello delle responsabilità con un commissariamento affidato al presidente Stefano Caldoro, che è la più alta carica istituzionale della regione, e appartiene allo stesso partito per cui dovrebbe lavorare Alessandra Mussolini». «Quanto ai venti milioni che la legge di stabilità ha destinato al ministero per le Pari Opportunità , Mussolini dovrebbe esserne contenta – aggiunge Carfagna – perchè sono stati inseriti dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel maxiemendamento che il governo, lo stesso che la Mussolini sostiene, ha presentato in Commissione. Queste risorse saranno destinate alle Regioni per finanziare progetti di contrasto alla violenza sulle donne e centri di accoglienza per le vittime in difficoltà . Spero che la collega Alessandra Mussolini non ce l’abbia anche con le donne in difficoltà ».
Ma i fuochi polemici sono tutt’altro che estinti.
Si attende il prossimo round sul ring del partito dell’amore.
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