Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
IL CODICE DI AUTOREGOLAMENTAZIONE IMPEGNA I PARTITI A NON CANDIDARE ALLE AMMINISTRATIVE INQUISITI O CONDANNATI PER DETERMINATI REATI, MA LA LISTA DEGLI INDEGNI ( CIRCA 50) E’ TUTTORA SEGRETATA… LA FINIANA ANGELA NAPOLI: “IN COMMISSIONE ANTIMAFIA IL PDL SI STA OPPONENDO CON TUTTE LE SUE FORZE ALLA PUBBLICAZIONE DEI NOMI”
“Santi Zappalà è in buona compagnia. Il consigliere regionale della Calabria, arrestato ieri perchè accusato di rapporti con la ‘ndrangheta, è stato candidato (ed eletto) nelle liste del Pdl in violazione del Codice di autoregolamentazione della Commissione Antimafia.
La lista degli “indegni”, come li chiamò lo scorso 12 ottobre lo stesso presidente dell’Antimafia, è pronta (le Prefetture inadempienti, circa 30 due mesi fa, hanno risposto all’appello di Pisanu consegnando i dati di loro competenza) ma non è detto che sia resa pubblica.
Il codice di autoregolamentazione, approvato nel 2007, impegna le forze politiche a non candidare alle elezioni amministrative (per le politiche vale tutto o quasi) “coloro nei cui confronti sia stato emesso decreto che dispone il giudizio o misura cautelare non annullata (…) o che si trovino in stato di latitanza o di esecuzione di pene detentive o condannati con sentenza anche non definitiva” e vale per i delitti di associazione e concorso in associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, e traffico illecito di rifiuti.
In compagnia di Zappalà ci dovrebbero essere almeno quaranta candidati (non tutti eletti), equamente distribuiti lungo lo Stivale e politicamente trasversali, con una percettibile preferenza per il centro-destra, anche se molti dei candidati si sono presentati con liste civiche o liste civetta la cui collocazione è talvolta di difficile collocazione.
Secondo Walter Veltroni, membro dell’Antimafia, “alla ripresa dei lavori della
Commissione la lista sarà consegnata ai presidenti di Camera e Senato e varrà resa pubblica. C’è già un accordo con il presidente Beppe Pisanu”. Meno ottimista Fabio Granata (Fli), che della Commissione è vicepresidente: “È una decisione che spetta all’Ufficio di Presidenza che in genere delibera all’unanimità . Noi e la sinistra abbiamo chiesto che la lista sia resa pubblica al più presto, ma il Pdl crediamo che si opporrà . Quello che emerge dalle ultime inchieste della magistratura è un quadro gravissimo e allarmante di soggetti indegni che il Parlamento e l’opinione pubblica devono conoscere, e della cui candidatura i partiti devono assumersi la grave responsabilità ”.
La sua collega di partito Angela Napoli conferma: “In Ufficio di Presidenza il Pdl si sta opponendo con tutte le sue forze alla pubblicazione della lista”. Dello stesso parere Laura Garavini del Pd: “Contiamo che a gennaio i nomi vengano resi noti, ma dubito che ci sarà l’unanimità ”.
Beppe Pisanu, per il momento, non si pronuncia.
Secondo Fabio Granata sarebbe sua ferma intenzione dare corso alla pubblicazione dei nomi, ma le delibere dell’Ufficio di Presidenza della Commissione Antimafia sono tradizionalmente adottate all’unanimità e il muro opposto dal Pdl rischia di tenere nascosto il tutto.
Come detto, nella black list ci sarebbero una quarantina di persone, ma c’è chi parla di centinaia: “Ci sono state fughe di notizie – dichiara Garavini – che parlano di centinaia di nomi, ma questo è dovuto al fatto che molte prefetture hanno segnalato anche fattispecie di reato non previste nel Codice dell’Antimafia”.
Insomma un esercito nemmeno troppo piccolo; e se pure qualche prefettura è stata troppo zelante, sempre di reati si tratta.
Le “fughe di notizie”, che poi fughe non sono, perchè a livello locale le liste degli “impresentabili” sono spesso ben note, annoverano esponenti di spicco di molte amministrazioni regionali un po’ in tutta Italia.
In Campania, per esempio – come ha ricordato Sergio Rizzo sul Corriere della Sera – c’è il consigliere regionale Pietro Diodato del Pdl, presidente di Commissione nonostante un’interdizione dai pubblici uffici di cinque anni a causa di una condanna definitiva a un anno e mezzo rimediata per i disordini nei seggi elettorali nel 2001.
O l’ex Margherita Roberto Conte, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione camorristica ugualmente candidato nonostante l’opposizione dell’attuale presidente Caldoro.
La Calabria, all’onore delle cronache, annovera tra i candidati alle regionali del marzo 2010 Tommaso Signorelli, ex Pd messo in lista dalla lista di centrodestra Socialisti Uniti, arrestato nel 2008 in quanto assessore del comune di Amantea, sciolto per infiltrazioni mafiose.
Tuttavia l’elenco degli “indegni” non è certo questione circoscritta alle regioni del Sud.
Una cosa è certa: per candidarsi alle elezioni comunali, regionali e circoscrizionali è necessario – almeno formalmente – aderire al Codice di autoregolamentazione dell’Antimafia.
Per ambire a un seggio in Parlamento (con buone probabilità di essere eletti) la fedina penale pulita è una questione al massimo di bon-ton.
Un analogo codice per le politiche, infatti, non esiste.
La proposta di legge per il “Parlamento pulito”, promossa da Beppe Grillo che ha raccolto 350 firme, giace in un cassetto del Senato.
Stefano Caselli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
LO SHOW AL SENATO DELLA BADANTE DI BOSSI PER CONTO MANUELA…PIU’ MASSAIA RURALE ADATTA A GOVERNARE I CONIGLI CHE IL SENATO, PIU’ FURIA CHE SAGGEZZA, IERI HA RISCHIATO DI FAR SALTARE LA RIFORMA DELL’UNIVERSITA’
Il Senato affidato alla matriarca leghista Rosi Mauro “è la pucchiacchia in mano a
creatura”.
E’ la sceneggiata, in mezza giornata già un cult di youtube, sul contrasto tra la più sofisticata macchina procedurale e le maniere sbrigative di una volitiva massaia rurale che ha cercato di governare il Senato con la stessa sapienza con cui si governano e si cucinano i conigli.
Ma è anche uno dei momenti probabilmente più maschilisti del nostro Parlamento.
Un maschilismo innocuo ma inesorabile, da cinepanettone, dove gli amici di partito ridacchiano e la sfottono, mentre gli avversari le fanno “buu” come fosse Balotelli.
E intanto la leghista colpisce l’aria con una penna che sembra un matterello, “eh no, colleghi” ripete, poi grida “vergogna”, e sempre agita le braccia e si capisce che vorrebbe far partire tanti sganassoni con le sue grandi mani, mani di fatica, rosse e nodose, con il cerchio all’anulare.
Ma non può farlo e dunque accelera, è presa dalle vampe, mette ai voti un emendamento prima ancora che il precedente sia stato votato, approva e respinge senza guardare e senza capire e finisce per dichiarare approvato anche un emendamento bocciato: era dell’opposizione, di Vincenzo Vita, l’esperto di editoria del Pd, il quale comunque festeggia perchè raramente gli è capitato di essere approvato.
E sempre la presidente ignora il funzionario che elegante e discreto le sta accanto e prova a fermarla o magari solo a calmarla protendendo, per una trentina di volte, una mano inutilmente soccorrevole, “piano, si freni, non corra così”.
Ma Rosi non lo guarda neppure, solo per un momento gli lancia una di quelle occhiatacce che solitamente riserva alle donne che si avvicinano troppo a Bossi, perchè è questo, raccontano i leghisti, l’incarico che ha ricevuto dalla signora Manuela, proteggere non l’esuberanza ma la salute dell’Umberto, e dunque Rosi lo governa, presiede gli incontri come ieri presiedeva il Senato, lo maneggia, lo trasloca, lo guida, lo comanda e mette pure a posto il colletto del “trota”.
E sono tempi, questi, in cui gli occhi di Bossi diventano facilmente lucidi e perciò ci vuole subito la ruvidezza di Rosi e allora Bossi cammina verso di lei come verso un rifugio.
Ma in Senato no, ci vogliono competenze, si fanno mille alambicchi, e ci sono i vecchi e i costituzionalisti, e anche i cronisti sono più sapienti che altrove: è il tempio dell’alchimia…
Attenzione però: non perchè è leghista, Rosi non è all’altezza.
Quel mattacchione di Calderoli, per dire, presiedette con efficace sobrietà , inaspettata in un’estremista spudorato e, per molti di noi, anche razzista.
Il punto è che quel mondo, dove puoi anche arrivare con moltissimi voti, pretende una crescita, richiede una gavetta, e poi continenza e soprattutto studio delle procedure, non si possono assegnare soltanto con il “cencelli” funzioni così speciali come la vicepresidenza del Senato.
E le competenze si possono acquisire, come Rosi tutela il corpo di Bossi i funzionari tutelano la testa dei presidenti, e dunque bisogna attrezzarsi, imparare sul campo perchè, dice il proverbio, è lo stesso morto che insegna a piangere.
La morale, se davvero ce n’è una, è tutta nel contrasto tra il donnone bruno con sul petto il fiore verde da matrimonio paesano e quel funzionario aguzzo e sull’attenti, lei è quadrata e nocchiuta e lui è lieve e sicuro, stanno vicini ma sono lontanissimi, persino fisicamente sono l’uno l’opposto dell’altra, lei con quella chioma folta che si perde in svolazzi e lui con la stempiatura che mette in rilievo le forme distese e i lineamenti di un moderato.
E non c’è rapporto possibile tra loro, ed è persino ovvio che lui non riesca neppure a farsi notare perchè la signora crede solo nell’energia naturale, è la furia che non vede la saggezza, lei è in preda alle smanie e lui rimane pacato, come tutti i funzionari parlamentari ha vinto un concorso difficile, è uno degli uomini di grande dottrina e di infinita pazienza che hanno visto e sperimentato di tutto, e da bravo marinaio si è accorto subito che questa capitana non distingue la rada e il mare aperto.
È così che una della più spiritose parlamentari italiane è diventata su youtube la donna al volante delle barzellette, l’imbranata che imbottigliata nel traffico perde la testa e… via con l’acceleratore, poi il freno e poi di nuovo l’acceleratore, ma non riesce più a ingranare la marcia e qualsiasi cosa fa peggiora la sua situazione, finchè la frizione si brucia e la macchina si ferma, mentre tutti suonano, e qualcuno grida e inveisce e i guidatori maschi e gradassi si accaniscono sul genere femminile…: “Buu”.
Un giorno su questa politica che sempre più finisce su youtube, da Scilipoti alla signora Mauro al povero Bondi che è riuscito anche a votare per il collega assente (un altro “caso umano”?) si scriveranno saggi, sicuramente diventeranno documenti d’epoca.
In passato queste immagini sarebbero finite a Striscia la notizia, oggi c’è youtube che è la curva sud di Internet così come la politica è il nuovo stadio d’Italia.
Francesco Merlo
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DI FABRIZIO GATTI SULL’ESPRESSO: SFRUTTATI, PICCHIATI, ABBANDONATI QUANDO SI FERISCONO SUL LAVORO… ADESSO IL REATO DI CLANDESTINITA’ IMPEDISCE LORO ANCHE DI DENUNCIARE GLI AGUZZINI…E IL GOVERNO IMBELLE FA FINTA DI NULLA: CHE DESTRA E’ MAI QUESTA?
Quello che il 17 settembre 2010 Kofi ha imparato sulla sua carne è che se fosse un cane, in Italia vivrebbe meglio.
La legge, infatti, punisce severamente il maltrattamento e l’abbandono di animali: fino a un anno di reclusione e 15 mila euro di multa. Una legge fatta aggiornare nel 2004 da Alleanza nazionale.
Ma Kofi, 24 anni, è un ragazzo nato in Ghana e un’altra legge, votata nel 2009 dalla stessa maggioranza al governo, gli impedisce di portare davanti a un giudice le ferite che ha subito.
Perchè, prima di tutto, verrebbe condannato lui.
Fino a quattro anni di carcere, come immigrato irregolare.
Alla faccia della legalità .
Dodici mesi dopo la rivolta di Rosarno, il favore del governo all’economia sommersa è totale.
Il reato di clandestinità votato l’anno scorso con il Pacchetto sicurezza impedisce di denunciare e perseguire perfino gli incidenti sul lavoro.
Soprattutto dove è massiccio lo sfruttamento di immigrati diventati irregolari per non avere ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato o per avere perso il contratto regolare come effetto della crisi.
Di fronte alla prospettiva del carcere, obbligatoria per legge, i feriti tengono per sè il dolore, le minacce, le botte.
Eppure, secondo il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, del Lavoro, Maurizio Sacconi, e della Difesa, Ignazio La Russa, le nuove misure contro gli stranieri restano efficaci.
Bisogna addentrarsi nell’inferno di campi e industrie tra le province di Napoli e Caserta per capire: Aversa, Giugliano, Castel Volturno, Casal di Principe, Mondragone.
Da queste parti poche settimane fa un ragazzo che chiedeva gli stipendi arretrati è stato immobilizzato e sodomizzato con un bastone dai suoi datori di lavoro: “Noi l’abbiamo saputo dai suoi amici. Ha troppa paura, non farà nessuna denuncia”, dice padre Antonio Bonato, responsabile della missione dei comboniani a Castel Volturno.
Da qui vengono le braccia invisibili che riempiono di frutta e verdura, anche d’inverno, gli scaffali di gran parte dei supermercati italiani.
Da qui erano partiti i braccianti che un anno fa si sono ribellati in Calabria dopo che alcuni di loro erano stati presi a fucilate per gioco.
E qui sono ritornati, ammassati a migliaia nei ghetti di Pascopagano e Destra Volturno, sconfitti dall’indifferenza e da una politica nazionale che sta premiando i metodi camorristi.
Tanto che dall’agricoltura, lo sfruttamento in condizioni di schiavitù si sta trasferendo all’industria e al commercio.
Preclusa dalla legge la via giudiziaria alla difesa dei propri diritti di uomini, non resta che attendere la prossima scintilla, la prossima rabbia.
Il 17 settembre 2010 Kofi è al lavoro in una falegnameria a Caivano. Il suo è tra le centinaia di casi raccolti dallo sportello immigrazione dell’associazione Ex Canapificio di Caserta.
Storie quotidiane di violenza e razzismo che, da quando è entrato in vigore il reato di clandestinità , non hanno più sbocco nelle aule di giustizia.
“Sono così abituati a essere maltrattati”, racconta Mimma D’Amico, tra le responsabili del progetto, “che nemmeno riconoscono i confini dei loro diritti. E non è vero che queste persone possono chiedere il permesso come vittime di reati: l’articolo 18 della legge sull’immigrazione, per loro, non è mai stato riconosciuto”.
Kofi si fa male al suo secondo giorno di lavoro.
Il suo braccio finisce sulla lama di una sega circolare: “Perdevo molto sangue”, ricorda, “un altro operaio mi ha accompagnato in bagno, mi ha disinfettato la ferita e mi ha mandato a casa dicendomi di ritornare non appena fossi guarito. Sono andato da solo al pronto soccorso di Afragola. L’infermiere, vedendo che il braccio era già fasciato, mi ha rimandato alla Asl e lì mi hanno dato dei medicinali senza nemmeno visitarmi”.
Sul referto di Kofi, spiega Mimma D’Amico, hanno scritto “incidente domestico”. Il ragazzo è rimasto invalido, ha forti dolori.
Ma non ha ottenuto lo status di rifugiato e non potrà mai chiedere giustizia.
Saib, 22 anni, anche lui arrivato dal Ghana, aveva trovato un posto in nero in una famosa panetteria della provincia di Napoli.
Nove ore e mezzo ogni notte, senza pausa, 600 euro al mese.
“L’incidente è avvenuto in marzo”, dice Saib, “alla macchina impastatrice. In passato ero stato rimproverato perchè spegnevo la macchina. Io all’inizio la spegnevo quando andava troppo veloce e non riuscivo a reggere il ritmo. Il giorno dell’incidente l’impasto era quasi finito e io ho cominciato a far scendere nel buco dell’impastatrice la farina. Non l’ho spenta, come mi è stato sempre detto di fare”.
Sono le cinque e un quarto del mattino quando la macchina strappa due dita a Saib.
Il proprietario della panetteria lo porta in ospedale a Napoli. Continua »
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Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile
SONO 1.300 COLORO CHE HANNO CHIESTO IL CAMBIO DI RESIDENZA, LE ISCRIZIONI ALLE SCUOLE SONO SCESE DI 800 UNITA’….DAL PRIMO GENNAIO INCUBO RESTITUZIONE DELLE TASSE ARRETRATE… I LAVORI SU 12.000 EDIFICI NON SONO MAI INIZIATI, I 14.205 OSPITI DELLE CA.S.E. DA GENNAIO DOVRANNO PAGARE UN AFFITTO…CIRCA 9.000 VIVONO NELLE CASETTE DI LEGNO, 2.246 ANCORA IN ALBERGO, 436 IN CASERMA, 26.000 IN SISTEMAZIONI PROPRIE CON UN CONTRIBUTO AFFITTO (IN RITARDO DI 8 MESI)
L’Aquila, 20 mesi dopo il terremoto, è una città che rischia uno spopolamento
inesorabile: oltre 1.300 persone hanno chiesto il cambio di residenza, le iscrizioni alle scuole sono scese di quasi 800 unità e non ci sono dati certi su chi se n’è andato senza ufficializzarlo.
Fare scelte di vita diverse sta diventando una scelta forzata: non c’è un progetto organico per la città , mancano certezze su tempi, modalità e risorse per la ricostruzione; sul futuro delle attività produttive, economiche e commerciali, sulle tasse
I lavori sulle case gravemente danneggiate non sono mai iniziati.
E parliamo di 10, forse 12mila edifici, molti dei quali nei centri storici.
Non c’è nemmeno la normativa per fare i progetti perchè manca il prezzario cui attenersi per presentarli.
La Regione ne aveva stilato uno a settembre, per ottemperare a un’ordinanza di luglio. Ma è risultato da rivedere perchè aveva portato a progetti di lavorazione con un costo eccessivo, fra i 600 e i 900 euro a metro quadro.
Per quanto riguarda la ricostruzione leggera, sono stati erogati in via definitiva 9.023 contributi per le case classificate A, B e C, quelle con danni minori. Devono ancora essere erogati circa 1.400 contributi, rispetto alle domande che sono state presentate dai proprietari.
Ma per quante abitazioni, i lavori si possono definire conclusi?
La stima è fra il 50% e il 60%”.
Insomma, la ricostruzione, quella vera, è ancora in alto mare.
Allora dove vivono gli aquilani?
Secondo l’ultimo report del Commissario per la Ricostruzione, il progetto C.A.S.E. accoglie 14.205 persone (non sono mai state 30mila, come aveva dichiarato ad agosto del 2009 il premier Silvio Berlusconi) che, probabilmente, da gennaio dovranno contribuire all’ospitalità pagando un affitto.
In che termini e con quali modalità , lo si scoprirà entro il 31 dicembre.
Poi ci sono i Moduli Abitativi Provvisori (M.A.P.) che ospitano 6.945 persone.
A questi si sommano 804 sfollati nel “fondo immobiliare” e 1.410 che alloggiano in appartamenti in affitto concordato con la Protezione civile.
Quindi c’è il nodo non risolto che riguarda i nuclei monofamiliari o alcune coppie: 2.246 persone vivono ancora in albergo, 436 in caserma.
Sono per lo più anziani.
Per loro non si intravedono soluzioni a breve termine.
Infine, ci sono i terremotati che hanno trovato soluzioni abitative a proprio carico e che ricevono il contributo di autonoma sistemazione.
Molti di loro hanno lasciato la città , ma non esiste un dato ufficiale in merito.
I pagamenti del contributo sono in ritardo di cinque mesi, e lo sarebbero di otto, se il Comune dell’Aquila non avesse anticipato 25 milioni di euro.
Un mese fa erano oltre 26.000.
Circa le iscrizioni all’anno scolastico, diminuiscono in tutti gli ordini e gradi.
Per la precisione, 203 iscritti in meno alle scuole per l’infanzia, 267 alle elementari, 161 alle medie, 165 alle superiori.
Parliamo dunque di almeno 2.400 persone, se consideriamo una media di 3 persone per famiglia.
Per la terza volta gli aquilani hanno ottenuto un rinvio del pagamento delle tasse. Altri 6 mesi appena, ossigeno con il contagocce concesso in extremis, quando già sembrava certa la restituzione al 100%.
Ma cosa succederà allo scadere dell’ennesima, temporanea, proroga? “All’Aquila vogliamo un trattamento analogo a quello degli altri territori che hanno subito terremoti o calamità ”, dice Luigi Fabiani, tributarista.
Per esempio?
“In Marche e Umbria hanno avuto riduzioni degli arretrati delle tasse al 40%, ad Alessandria al 10%, in Molise la sospensione durò cinque anni e per analogia non pagarono le tasse nemmeno nella provincia di Foggia, che non era stata colpita dal terremoto”.
Quanto al lavoro, oltre all’aumento dell’800% dei cassaintegrati, il 40% delle attività produttive è fermo.
Le altre hanno riaperto, spesso con un nuovo indebitamento, trovando a proprie spese nuove sedi, e delocalizzando, con forti punti interrogativi sulle future rendite.
Per ovviare al salto nel buio, ci vorrebbe un progetto d’insieme a lungo termine, che ai vertici non è stato ancora pensato dopo quasi venti mesi dal terremoto.
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Dicembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
SUL WEB LA PERFORMANCE DEL CHIACCHIERATO MINISTRO ALLA CULTURA… DOPO IL RICCO CONTRIBUTO ASSEGNATO AL TEATRO DI NOVI LIGURE, HA PENSATO FORSE DI ESIBIRSI COME PIANISTA IN QUALCHE ORCHESTRA?… CERTO CHE IL GOVERNO SEMBRA DAVVERO UNA CORTE DI MIRACOLATI
Chi urla, chi vorrebbe il coprifuoco, chi minaccia dimissioni, chi non vorrebbe darle e poi è costretto a rassegnarle, chi litiga con altri ministri, chi è indagato, chi in delirio di onnipotenza, chi compra e chi acquista.
Un quadro teatrale o il governo del fare?
L’ultima scena, in ordine di tempo, della piece teatrale di “berluscolandia” è andata in scena poche ore fa al Senato, durante la discussione sulla riforma universitaria.
Protagonista il ministro della cultura (si fa per dire) Sandro Bondi.
È il capogruppo dell’Italia dei Valori, Felice Belisario, a denunciare il ruolo di ‘pianista’ del ministro, colpevole di aver votato per conto del ministro Sacconi, durante le votazioni del ddl Gelmini.
Belisario ha chiesto l’annullamento delle votazioni della mattinata e le dimissioni del ministro o, in alternativa, la convocazione della Giunta del Regolamento per affrontare la questione.
”Quando ci sono delle irregolarità nell’esercizio del voto, le votazioni – ha osservato Belisario – vanno annullate ai sensi dell’art. 118, primo comma, del Regolamento. Il ministro Bondi ci ha dimostrato di essere un bravo pianista. Oggi, si deve vergognare. Un ministro sotto sfiducia ritiene di far cadere il decoro del Parlamento. Sapevamo che era un poeta ma che fosse anche un pianista ci risulta nuova. Chiedo alla presidenza l’annullamento delle votazioni di questa mattina, come risulta dal web, di un ministro della Repubblica che bara al momento del voto. La seconda richiesta in via subordinata è che venga convocata con urgenza la Giunta del Regolamento”.
Bondi si è fatto beccare in pratica mentre vota con la scheda anche per conto del ministro Sacconi, in quel momento assente.
Una leggerezza che un ministro non dovrebbe mai compiere, pure a favore di telecamere, tra l’altro.
Esiste un regolamento che lo vieta ormai in modo ferreo, voluto da Fini tra l’altro, per porre un limite a quella indecente prassi che ormai ci aveva sputtanato in tutto il mondo, ovvero di decine di parlamentari che votavano per il vicino di banco assente.
Ma che un ministro sotto richiesta di sfiducia per fatti gravi si faccia anche beccare in questa prassi induce davvero a interrogarsi sulla superficialità della nostra classe politica.
Se poi Bondi preferisse darsi al piano, abbandonando la politica, non potremmo che accogliere come una liberazione questa sua scelta.
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Dicembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
LA FIGLIA DEL PREMIER DICHIARA A “VANITY FAIR”: “DAI TELEGATTI A MINISTRO, DI COSA SI LAMENTA?”… “SE MIO PADRE HA PORTATO LE SHOWGIRL IN PARLAMENTO, GLI ITALIANI PERO’ LE HANNO VOTATE”… POI AMMETTE: “QUELLE CHE MIO PADRE CHIAMA DEBOLEZZE HANNO INCISO SULLA SUA VITA E SULLA SUA POLITICA”
Riuscirà Mara Carfagna a farsi scivolare addosso anche l’attacco frontale di Barbara
Berlusconi, così come è accaduto con le provocazioni di Alessandra Mussolini?
In un’intervista a Vanity Fair, che le dedica la copertina, la figlia del premier definisce “grave” che il ministro per le Pari Opportunità “trovi il coraggio di lagnarsi. A volte bisogna avere il pudore di tacere. Se si sente discriminata lei, che dai Telegatti è diventata ministro, la cosa assume dimensioni ancora più grottesche”.
“Vedere certe signorine girare in auto blu – rincara la figlia del premier – non fa bene all’immagine del Paese, perchè davvero si fatica a coglierne i meriti”.
Oddio anche vedere certi signorini cortigiani non concilia l’umore dell’elettore per quello.
La Carfagna insomma che denuncia il maschilismo politico nei suoi confronti altri non sarebbe se non una miracolata, agli occhi di Barbara Berlusconi.
Ma per giustificare parole tanto dure al riguardo del ministro sarà il caso di ricordare che Barbara è nata dal matrimonio tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario , la donna che si sentì così offesa dai complimenti rivolti pubblicamente dal premier alla Carfagna (“se non lo fossi già ti sposerei”) da scrivere un’indignata lettera aperta pubblicata da Repubblica.
Nell’intervista si fa notare a Barbara che, in fondo, a portare le showgirl in Parlamento è stato proprio suo padre.
Lei ribatte: “Non dimentichiamoci che sono gli italiani che le hanno votate. La democrazia propone delle scelte, poi si chiede il consenso. E non mi pare che Berlusconi abbia un problema di consenso. Certo, non voglio eludere così il problema, credo che siano state fatte valutazioni superficiali, e che queste abbiano sminuito la classe politica nel suo complesso”.
Parole pesanti come macigni, anche se Barbara dimentica che agli italiani certe signorine sono state “imposte” in liste bloccate, non certo scelte dall’elettore.
Obbligata, a questo punto, la domanda sul caso Ruby 4. “Sono vicende che mi hanno amareggiato. E faccio fatica a rispondere serenamente – risponde Barbara Berlusconi -. Vorrei che una lettrice provasse a mettersi nei miei panni. E’ ovvio che non sono d’accordo con un certo tipo di condotta, ma devo anche credere alle verità di mio padre”.
Dopo averlo difeso, nell’intervista Barbara ammette che “quelle che mio padre chiama pubblicamente ‘debolezze ‘ abbiano inciso sulla sua vita privata, ma anche sulla vita politica”.
A dimostrazione che uno stile è necessario, come andiamo sostenendo da tempo.
“Molto si sarebbe potuto evitare – spiega Barbara – se non avesse trascurato l’idea che tutti siamo vulnerabili e che certi comportamenti possono rendere le cose inutilmente più fragili. Sarebbe ingiusto se della sua straordinaria vita politica si ricordasse solo questa stagione”
Quanto ai presunti contrasti legali tra i genitori, incentrati sull’assicurare un futuro a lei e ai fratelli Eleonora e Luigi, Barbara nega tutto. “Non siamo mai stati oggetto di discussioni legate al patrimonio o a ruoli in azienda. Non abbiamo mai preso parte alle vicende personali dei miei, che rimangono un loro fatto privato”.
Un’ultima battuta sul recente, e discusso, pranzo ad Arcore fra suo padre e il sindaco di Firenze Matteo Renzi, al quale lei era presente. “Renzi mi è sembrata una persona che vuole davvero cambiare le cose. Da lui mi sentirei rappresentata. Credo che ad avvicinarci non siano le idee politiche ma la stessa cultura generazionale”.
Bastasse quella per dare credibilità a un rottamatore presenzialista, ambizioso e con contenuti scarsi…
Comunque la saga familiare continua, dopo Marina è toccato a Barbara scendere nella polemica politica.
Avanti il prossimo.
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Dicembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
MAI UNO SCONTRO, SEMPRE “QUATTO QUATTO” IN SECONDA FILA…. LA CARRIERA NELL’OMBRA DEL CAPOGRUPPO DEL PDL AL SENATO FINO ALLA LEGGE TV, IL TRADIMENTO DI FINI E L’APPRODO ALLA CORTE DEL SULTANO
L’allievo di Julius Evola, l’onorevole Giulio Maceratini, quel giorno di aprile (’93) blindava con il corpo l’ingresso di palazzo Montecitorio.
Una fila più indietro, ben visibile ma non troppo, c’era un giovane deputato del Movimento sociale italiano, il romano Maurizio Gasparri.
I missini urlavano contro i maneggioni barricati all’interno: “Ladri, ladri, ladri. Arrendetevi, siete circondati”.
E una coreografia di biglie e monetine sui vetri rendeva il messaggio più chiaro.
Reato senza condanna: interruzione attività parlamentare.
Il “carrierino” (nomignolo adolescenziale) Gasparri, ai tempi di cortei e lotte, batteva le piazze con tattica raffinata: mai uno scontro. Sempre in regia. Fedele a se stesso: “La mia era una famiglia moderata che votava Msi. Mio padre era ufficiale dei carabinieri. Io sono nato e cresciuto in caserma, sono andato fin da bambino alle parate militari. Mi piacevano De Gaulle, Salazar, i colonnelli greci. Fidanzate solo di destra”.
Non c’era mai nella Roma di piombo con spedizioni punitive e cazzotti in faccia: “O se c’era — maligna un vecchio camerata — stava quatto quatto”.
Ha studiato tra i rossi del liceo “Tasso”, scalato gerarchie politiche, Fronte della Gioventù, poi i movimenti universitari.
Nell’83 Gasparri manifestava – dall’altra parte – per chiedere l’autonomia di chi studia dal giogo dei partiti.
Gasparri col fascismo aveva un rapporto protetto. Mai aderente col rischio di farsi male. Pochi saluti romani, poche canticchiate di Faccetta nera: “Una volta – ricorda – al cimitero Verano per la commemorazione dei morti della Marcia su Roma”.
Più che sufficiente insomma.
Disse a Sabelli Fioretti: “Dal punto di vista igienico è meglio della stretta di mano. Mi tocca stringere centinaia di mani, sudate, calde, sporche. E al Sud, addirittura il bacio. Il saluto romano è più pulito. Dovrebbero imporlo le Asl, per evitare contagi”.
Era il 2002, governo Berlusconi, ministro per le Comunicazioni.
La destra finalmente al potere, emancipata, rinnovata, a tratti berlusconiana nel midollo.
A Gasparri fu affidata la missione di riformare il sistema televisivo a favore di Mediaset: la legge che porta il suo nome fu approvata con un rinvio di Carlo Azeglio Ciampi, 130 sedute e 14 mila emendamenti.
Gasparri correva più veloce del suo passato fascista.
A volte, però, tornava missino. Quei missini di Giulio Caradonna, che nel ’68 liberò a bastonate la Sapienza dai comunisti: “Se non ci conoscete, pregate la madonna, noi siamo gli arditi di Caradonna”.
Gasparri nel ’68 aveva 12 anni, ma rese omaggio a Caradonna con Ignazio La Russa ai nostalgici funerali: la bara ricoperta con la bandiera della Repubblica sociale e centinaia di saluti romani.
Non un secolo fa, ma nel novembre 2009.
Gli ex parlamentari di Alleanza nazionale faticano a riconoscere il militante Maurizio, che inneggiava ai colonnelli greci e più avanti persino al pm Antonio Di Pietro: “Meglio di Benito Mussolini”.
Per cambiare ancora, dimenticare il duce: “Mi hanno regalato un suo ritratto, che me ne faccio?”.
Fra le tante amnesie storiche c’è un insulto duro e puro ai leghisti: “Le elezioni padane sono garantite da una legge: la 180, detta Basaglia, sulla chiusura dei manicomi”.
Scaricati gli ultimi residui missini, il busto e la faccia di Gasparri, s’adattano al ruolo di paroliere berlusconiano, instancabile collezionista di gaffe.
Con quel cipiglio che rimanda a Igor (Martin Feldman) di “Frankenstein junior”.
Profilo nazionale: “Don Sciortino di ‘Famiglia Cristiana’ non è un sacerdote, fa bisboccia e non usa la tonaca”.
Profilo internazionale: “Con Obama Al Qaeda forse è più contenta”.
Soffre l’astinenza da interviste deliranti.
Durante i giorni del caso di Piero Marrazzo, dei ricatti e dei transessuali, il senatore fu costretto all’ennesima autopsia storica. Zona Acqua Acetosa, periferia romana che pullula di prostitute e travestiti, qui nel ’96 la Punto bianca di Cretino Gasparri frenò: “Stavo andando a cena in un circolo che si trova nei paraggi”.
Un equivoco disse ai commensali: “M’hanno fermato i Carabinieri qua vicino. Pensa se passava qualcuno e me vedeva, poteva pensà¡ che annavo coi trans!”.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
I TAGLI SULLA PELLE DI UNA GENERAZIONE… “GLI ASSALTI AL BANCOMAT? MOLTI DI LORO NON LO AVRANNO MAI”… LE FAMIGLIE E I LORO FIGLI: SU DI LORO IL CONTO DI CHI SI E’ “MANGIATO TUTTO”
Faccio il regista, ma sono anche docente alla Sapienza e ho insegnato vari anni in
un’università americana.
È la prima volta che mi trovo davanti a una lotta studentesca che non ha somiglianza alcuna con quelle del passato.
Per capirla, il modo migliore è lasciar parlare loro.
Sono scesi in piazza non soltanto gli studenti universitari, ma tantissimi adolescenti delle scuole medie e superiori.
Di nuovo nelle prossime ore, assieme a loro, scenderanno per le strade di tutta Italia disoccupati, terremotati, cassintegrati.
Non so se ce rendiamo conto. Qui il problema non è più e non solo il decreto Gelmini. La posta in gioco è molto più alta.
È il governo, sono i politici tutti, chiamati a pagare un conto da troppo tempo rimasto in sospeso.
Non sono gli studenti soltanto a scendere in piazza ma l’intero popolo dei precari. “Vi siete pappati tutto, siete peggio delle cavallette”, dice rivolto al mondo degli adulti Alberto, 17 anni, ultimo anno di liceo.
Stiamo parlando di un blocco sociale che oggi rappresenta un vero soggetto politico, il solo che vive sulla propria pelle l’impoverimento crescente del paese.
I politici, quelli dei piani alti, non sono neppure capaci di dare un segnale. Tacciono quando gli chiedono di rinunciare a poche migliaia di euro, a fronte delle decine che percepiscono, al fine di colmare le casse del diritto allo studio, svuotate con tagli mostruosi da Tremonti.
Il linguaggio delle interviste che raccolgo non è forbito. “Mi hanno rotto il cazzo”, dice Giorgia, 15 anni, liceo romano.
Chi? Risponde Luca, suo compagno di scuola: “C’hanno rotto tutti: Berlusconi e il suo gregge di maiali. Ma anche Fini, che fa tanto il democratico ma al Senato vota contro di noi per i suoi giochini di Palazzo”. Chiedo: Vendola almeno ti piace? “È un politico pure lui! Ma almeno è gay”.
Due ragazze di Scienze politiche, entrambe vent’anni ce l’hanno con i giornalisti. Scrivono sui disordini del 14 dicembre, ma “cagano stronzate, black-bloc qua, infiltrati là , ma non spendono una parola sulle ragioni della protesta”.
Se la prendono anche con Roberto Saviano, per il suo articolo sulla violenza. La prima dice: “Sta a fare le prediche come i chierichetti. Cazzo ne sa lui di cosa significa vivere con 1.000 euro al mese, doversi trovare un letto a 500 euro, pagarsi da mangiare e se ci riesci andare una volta al mese in birreria?”.
Prende la parola la sua compagna: “Sai cosa ti dico, che hanno fatto bene a dare fuoco ai bancomat. Io il bancomat non l’avrò mai. Il bancomat non ce l’ha neppure mio padre, che guadagna 1.600 euro al mese. Mia madre non ha lavoro e a noi il bancomat la banca non lo dà ”.
Chiedo come fa a mantenersi gli studi con un reddito familiare così basso.
Di giorno studia, la sera fa la cameriera in una pizzeria sulla Tiburtina.
Quanto ti pagano? Mi guarda fisso: “Aho, ci fai o ci sei?”.
Non capisco. Allora precisa: “Mica lavoro a stipendio”.
Anche pizzerie e trattorie per campare trattano in nero.
Lei guadagna solo con le mance. “Se mi va bene, prendo 30-40 euro a sera, lavoro sino alle due del mattino, prima di andare via devo pure pulire i cessi, ma almeno con questi soldi non peso su mio padre”.
Sarebbero questi i figli della borghesia di cui ha parlato la tv in questi giorni? In mezzo agli studenti ci saranno pure i figli di papà , ma sarà un caso che ne incontro pochissimi.
La maggioranza che protesta è messa veramente male.
Rispetto al ’68 c’è un mare di differenze. Là i figli della borghesia se la prendevano con i poliziotti, che venivano difesi da Pasolini.
Qui in mezzo alla protesta ci sono i figli di falegnami, pompieri, impiegati, militari. Quelli che La Russa ha difeso con tanta passione.
“Quel cazzone di La Russa”, dice Michele 19 anni, primo anno di Matematica. E aggiunge: “Se c’ero io da Santoro sapevo come fargli un culo così!”. Come? “Chiedendogli quanto guadagna lui e quanto guadagna un militare per andare a farsi ammazzare in Afghanistan”.
Luigi, secondo anno di Fisica, aggiunge: “Mio padre è carabiniere, rischia la pelle per 1.300 euro al mese. Fa la scorta ai politici che ne prendono ventimila”.
Dei politici, La Russa, dopo l’exploit da Santoro, è il più gettonato.
Uno studente del terzo anno di Fisica mi dice: “Quel taroccato di La Russa Ignazio Benito s’è messo d’accordo con la Gelmini per insegnare a scuola a sparare, tirare con l’arco e compiere esercizi ginnico-militari. Siamo tornati allo studio e moschetto, fascista perfetto”.
Devo ammettere che non sapevo nè che il secondo nome di La Russa fosse quello del Duce, nè dell’accordo bombardiere con la Gelmini.
A dimostrare per le strade ci saranno anche tanti figli di papà , ma il fatto è che la grande maggioranza dei loro genitori non è più appartenente alla borghesia benestante come nel ’68.
Sono madri e padri che a migliaia, quando va bene se lavorano entrambi, portano a casa in due 4.000 euro al mese.
Con un figlio a carico non ci campano, anche se i sociologi continuano a iscriverli tra le classi borghesi.
Nel ’68 gli slogan erano infarciti di idealismo: la fantasia al potere, viva Marx, viva Engels, viva Mao Tse Tung… Qui si parla poco di ideali, ma molto di soldi che mancano, di salari, di stipendi, di borse di studio.
Nel ’68 la rivolta era contro i baroni e contro i genitori. Qui la media dei docenti, la maggior parte dei quali non sono baroni, non arriva a guadagnare 3.000 euro al mese, partecipa alle veglie degli studenti, sale sui tetti assieme a loro.
E per la prima volta salgono sui tetti anche molti genitori, che si sentono in colpa perchè vedono per i loro figli un futuro nero.
A un’assemblea della Sapienza all’indomani degli scontri di Roma partecipano tutti insieme studenti, docenti, precari e sub precari.
I baroni, quelli veri, che sfruttano un esercito di sub precari hanno coniato un termine da vernissage. Li chiamano “collaboratori didattici”. Sono quei trentenni che lavorano gratis all’università , sperando un giorno di ricevere una qualche forma di remunerazione. Affiancano i docenti nelle tesi di laurea, dialogano con gli studenti, compiono ricerche che poi vengono firmate da baroni e baroncini.
Anche loro a formare una massa sempre più impoverita di giovani e meno giovani da sotto-pagare, da sfruttare, da mantenere ai livelli minimi di sussistenza, in perenne attesa di un posto di lavoro lontano come un’araba fenice.
Federica, 20 anni, fa il secondo anno a Ingegneria. Suo padre, dice, “viaggia sui 10.000 euro”. È il suo stipendio mensile.
“Lo invidio”, aggiunge. Le ha raccontato che trent’anni fa, ingegnere pure lui, dopo cinque anni dalla laurea già poteva permettersi di metter su famiglia e comprar casa.
Federica invece sa che una volta laureata, se trova lavoro, potrà contare al massimo su 1.300-1.400 euro al mese. Con i quali non potrà permettersi di uscire di casa.
Mi impressiona il percorso di Mario, laureato in Fisica a pieni voti. Ha già 37 anni e non ha smesso di sperare in un posto da ricercatore. Intanto può solo contare su assegni sporadici e dare ripetizioni di matematica.
Quei pochi soldi non bastano.
Per sopravvivere, fa il potatore nei pressi di Roma. Sale sugli alberi, taglia rami e continua a sognare.
Giovanni, 21 anni, laureando a Tor Vergata, se la prende con i parlamentari: “Vorrei vedere loro scendere in strada perchè gli tolgono l’86% dello stipendio, vorrei vederli caricati dalla polizia, schiacciati nell’imbuto di Piazza del Popolo. Cosa farebbero?”.
Cita l’86%, che è quanto la Finanziaria di Tremonti toglierà al fondo per il diritto allo studio nei prossimi anni.
Giovanni prosegue: “Sì, vorrei vedere La Russa, magari con in mano il manganello di quando manifestava coi fascisti contro la polizia. Lo vorrei proprio vedere. Altro che camionette incendiate. Quel rotto in culo si mette a sparare se gli toccano lo stipendio da parlamentare!”.
Gentile signor Prefetto e caro signor Questore, ho letto che per le prossime manifestazioni studentesche è prevista la mano dura.
Mi permetto di darvi un consiglio. Lasciate perdere le zone rosse.
È la città blindata che scatena la rabbia di chi si sente impedito a manifestare e protestare. Non ripetete l’errore del 2001 a Genova e della caserma Bolzaneto.
La massa degli studenti e dei precari è profondamente pacifica.
Lo ha dimostrato in tutti questi mesi.
Lasciateli arrivare davanti al Parlamento. Non lanceranno un sasso.
Lasciateli arrivare di fronte al Senato.
Ricordatevi da dove nasce quel termine. Senatus Populusque Romanus. Senza la presenza del popolo non sarebbe mai nato.
Quelli che oggi scendono in piazza sono la parte più sana del popolo.
Non sono nemici cui sbarrare la strada e tantomeno da manganellare.
Roberto Faenza
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
MICROSPIE NELLA CASA DEL BOSS “GAMBAZZA” RIVELANO UNA PROCESSIONE DI POLITICI PER AVERE SOSTEGNO ELETTORALE ALLE REGIONALI… TRA QUESTI ANCHE ZAPPALA’ (PDL), IL PIU’ VOTATO NEL REGGINO… PREFERENZE IN CAMBIO DI APPALTI, TRASFERIMENTI DI DETENUTI E VISITE MEDICHE AI LATITANTI
Si rivolgevano ai clan per avere sostegno elettorale in vista delle regionali. Andavano a casa di Peppe Pelle (detto “gambazza”), capo della più potente famiglia di San Luca, e chiedevano i voti.
In cambio erano pronti a “mettersi a disposizione degli amici”.
Preferenze in cambio di appalti, del trasferimento dei detenuti, di visite mediche “quando qualcuno non può muoversi”, come ad esempio i latitanti.
I politici una volta eletti avrebbero lavorato per la ‘ndrangheta con favori d’ogni genere.
Non sapevano però che nella casa del boss c’era una cimice del Ros che registrava tutto. E che tutti gli incontri, i summit, le riunioni nell’appartamento dei Pelle erano ascoltato dai Carabinieri.
Stamattina sono finiti in carcere in 12, ed almeno altrettanti sono gli indagati. Sono mafiosi, intermediari, capi elettori, imprenditori e, soprattutto politici.
In manette con l’accusa, a vario titolo, di voto di scambio, mafia e concorso esterno in associazione mafiosa, sono finite 5 persone che il 29 e 30 marzo scorso portarono una marea di voti, quasi tutti al centrodestra calabrese che sostenne il governatore Giuseppe Scopelliti.
Il Ros ha notificato gli ordini di custodia cautelare a Santi Zappalà del Pdl (l’unico che poi è stato eletto), a Francesco Iaria dell’Udc, a Pietro Nucera e Liliana Aiello (entrambi in corsa nella lista “Insieme per la Calabria – Scopelliti Presidente) e Antonio Manti (candidato con Alleanza per la Calabria).
Il più noto è certamente Santi Zappala ed a lui la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria contesta l’accusa di avere stipulato con Peppe Pelle, il più solido degli accordi: “preferenze in cambio di appalti”. L’esponente del Pdl, alle scorse regionali fu il più votato dell’intera provincia di Reggio, il terzo in assoluto nell’intera Regione Calabria.
Una macchina elettorale potentissima quasi 12 mila voti, che in riva allo Stretto sono tantissimi.
Uno schiacciasassi, capace di mietere consenso in ogni angolo della provincia.
Sindaco di Bagnara Calabra e ex consigliere provinciale, per i magistrati era uno “capace di andare a casa di Pelle a parlare con lui alla pari”.
E secondo quanto emerge dall’inchiesta non si rivolse solo alla famiglia di San Luca.
Zappalà incontrò altri capi mafia, tra cui i vertici del potente clan dei Commisso di Siderno “che si erano impegnati con un altro candidato, ma che comunque promisero un pacchetto di voti anche a lui”.
Il quadro che emerge dalle carte dell’inchiesta – che porta la firma del Procuratore Giuseppe Pignatone, degli Aggiunti Michele Prestipino e Nicola Gratteri, e dei Pm Maria Luisa Miranda e Giovanni Musarò – è impressionante.
I clan, di fatto si muovevano all’unisono.
Come un vero e proprio cartello elettorale.
Sostenevano i propri candidati in maniera compatta, puntando di volta in volta su quattro o cinque di essi in maniera da essere certi di farne eleggere certamente qualcuno.
Lo stratega era proprio Pelle, che diceva ai suoi, “se noi siamo uniti, se tutte le famiglie sono compatte ne possiamo fare salire tre o quattro”.
Tra l’altro, con le regionali alle porte già pensavano alle provinciali che a Reggio si svolgeranno tra qualche mese: “Anche lì ne possiamo prendere tanti”.
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