Maggio 11th, 2011 Riccardo Fucile
GUASTE ANCHE TRE MOTO SU QUATTRO IN USO AI “FALCHI”…IL MINISTRO DELLE CHIACCHIERE CONTESTATO DAI SINDACATI DI POLIZIA: SU 39 PONTI RADIO NE RESTANO IN FUNZIONE SOLO 10, NON CI SONO SOLDI PER RIPARARLI….I FONDI PER LE MANUTENZIONI SONO STATI RIDOTTI A UN OTTAVO
Una vecchietta è stata ferita durante uno scippo e deve essere trasferita in ospedale. 
Un poliziotto ha acciuffato un rapinatore e deve portarlo in caserma.
Il capopattuglia di una volante ha bisogno di essere affiancato da un’altra auto per un intervento delicato.
Sono alcune tra le emergenze di ogni giorno che si verificano durante i turni delle forze dell’ordine.
Ma per la polizia, alle difficoltà quotidiane adesso si aggiunge anche il disagio di non riuscire a comunicare con la centrale.
Il motivo?
Dei 39 ponti radio installati tra Palermo e la provincia solo dieci sono in funzione.
Due quelli che reggono tutte le comunicazioni in città .
Ventinove rimangono fuori uso ma nessuno li ripara.
Mancano i fondi.
Risultato: il traffico sulle frequenze è congestionato e i poliziotti non riescono a comunicare con la centrale.
E così, da alcuni mesi, gli agenti per ovviare alle emergenze sono costretti a contattare la centrale del 113 con i cellulari privati.
Alcuni esempi.
Difficoltà di comunicazione si registrano ogni giorno nella zona dello Stadio.
Il ponte radio non funziona da anni. Stessa storia per la stazione radio installata vicino al ponte Corleone e a Punta Raisi.
Anche il ponte radio Gradara, che copre la zona di Partinico, uno dei territori a più alta densità mafiosa, è fuori uso.
I ponti radio guasti e mai riparati sono una delle conseguenze dei tagli alla sicurezza imposti dal governo e contro i quali si battono i sindacati delle forze dell’ordine.
“È l’ennesima conferma che il governo nazionale sta disattendendo tutti gli impegni assunti sul fronte della sicurezza – dice Vittorio Costantini, segretario generale provinciale Siulp Palermo – Ciò che è più grave è che si riesce a raggiungere determinati risultati solo grazie ai sacrifici degli operatori di polizia, che in alcuni casi mettono a rischio la loro stessa sicurezza”.
La ditta che ha l’appalto per la manutenzione dei ponti radio, la “Marconi impianti”, attende dal ministero dell’Interno il pagamento di commesse per 50.000 euro solo per l’anno 2010.
Ma i tagli al comparto sicurezza hanno messo in ginocchio anche il parco auto e moto della polizia.
Dagli 800.000 euro di qualche anno fa stanziati per la manutenzione dei mezzi si è passati a 116.000 euro.
Delle 550 tra volanti e auto di servizio, 190 sono in attesa di riparazione e 40 devono essere rottamate.
Ma accade anche che delle 40 moto della sezione Falchi, in città se ne vedono girare solo 10.
Tutte le altre si trovano nell’officina della caserma Lungaro, in quello che si sta trasformando ogni giorno di più nel cimitero dei mezzi della polizia.
Romina Marceca
(da “La Repubblica“)
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Maggio 11th, 2011 Riccardo Fucile
SI PENSA A REDAZIONI E PROGRAMMI, TRATTATIVE IN CORSO CON LA RAI…MA IL NOSTRO PARLAMENTO NON HA NIENTE DI PIU’ UTILE DA FARE CHE PENSARE A UNA RETE TELEVISIVA?…GIA OGGI SI SPENDE QUASI 1 MILIONE DI EURO PER TRASMETTERE LE SEDUTE
Che di questi tempi l’immagine del Parlamento italiano sia un poco appannata non è una novità .
Del resto lo fanno capire senza reticenze i suoi stessi inquilini.
Qualche mese fa il presidente della Camera Gianfranco Fini si è lamentato che ormai l’attività è ridotta all’osso con i deputati che arrivano a Roma il martedì e ripartono il giovedì, mentre il premier Silvio Berlusconi è arrivato a proporre per evitare sterili lungaggini di far votare i soli capogruppo.
«Le assemblee pletoriche – ha chiosato – sono assolutamente inutili e addirittura controproducenti. Pensate che ci sono 630 parlamentari quando ne basterebbero 100».
Cosa c’è allora di meglio, per risollevare la reputazione della nostra politica nella quale apparire è quasi tutto, di un bel canale televisivo?
Anzi, due canali. Uno per la Camera e uno per il Senato.
Direte: è uno scherzo. Niente affatto.
Quel progetto esiste da tempo e ora, grazie al digitale terrestre, sta entrando nella fase concreta.
Da qualche giorno a Montecitorio, dove gli esperti di comunicazione non mancano davvero, si è sentito il bisogno di ingaggiare per la bisogna anche un consulente esterno.
Si chiama Pino Caiola: in passato ha lavorato a Telepiù, è stato il responsabile della comunicazione del gruppo parlamentare di Forza Italia e più recentemente portavoce del ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito.
Collaborerà con la commissione interna incaricata di seguire le questioni della comunicazione, affidata al vicepresidente Maurizio Lupi, che si occupa anche delle faccende relative all’etere.
Palazzo Madama ha invece una struttura dedicata specificamente all’argomento.
È il «Comitato per lo sviluppo della comunicazione radiotelevisiva del Senato» costituito già nel luglio del 2009 dal consiglio di presidenza, del quale fanno parte il questore Benedetto Adragna, la vicepresidente Emma Bonino, e poi i senatori Alessio Butti, Silvana Amati, Paolo Franco e Lucio Malan.
Le trattative con la Rai, che dovrebbe fornire la piattaforma tecnologica, procedono sulla base di varie opzioni, non esclusa quella di un canale comune per le due Camere.
Forse la meno insensata (pure ammettendo che tutto ciò possa avere un senso) ma certo la meno praticabile.
Il capo ufficio stampa della Camera Giuseppe Leone si dice sicuro che il tema sarà oggetto di consultazioni fra Montecitorio e Palazzo Madama.
Resta il fatto che l’ipotesi di un unico «Parlamento channel», con Camera e Senato gelosissimi delle rispettive prerogative, che hanno impiegato anni soltanto per aprire una porta fra le loro due biblioteche, sembra piuttosto remota.
A chi toccherebbe il direttore?
E i dirigenti, in che modo verrebbero scelti?
Senza entrare nel merito del palinsesto: chi ne avrebbe la responsabilità , e come potrebbe conciliare le rispettive esigenze?
Domande certamente cruciali.
Anche se ancora prima di queste ce ne sarebbe una fondamentale: il nostro Parlamento non ha niente di più utile da fare che pensare a una rete televisiva?
A che cosa servirebbe, o meglio «servirebbero», visto che potrebbero essere addirittura due?
E poi, a parte le ovvie considerazioni sull’audience, la Camera e il Senato forse non hanno già le proprie tivù?
Da anni trasmettono su Internet e sul satellite la diretta delle sedute, con una spesa non proprio trascurabile.
L’affitto dalla Rai della sola frequenza satellitare costa 395 mila euro l’anno alla Camera e 384.000 al Senato.
Poi ci sono 30 mila euro circa per la web tivù, le spese per i dipendenti, l’elettricità , le attrezzature.
Somme destinate a moltiplicarsi per svariate volte nel caso in cui andassero in porto i progetti dei nuovi canali digitali terrestri.
Stime non ne esistono ancora. Ma che non si sborserebbero bruscolini è intuibile.
Si tratterebbe di due reti tv in piena regola, con strutture organizzative, redazioni, programmi… E i costi non sarebbero che uno dei problemi.
Si possono solo immaginare le difficoltà di realizzazione nel Paese del manuale Cencelli.
Per non parlare del personale necessario.
C’è da dire che già adesso gli apparati di comunicazione non sono propriamente esili.
Gli uffici stampa di Camera e Senato hanno strutture imponenti.
A Montecitorio ci sono un direttore e cinque capiredattori: e poi documentaristi, segretarie e commessi. Per un totale di 35 persone.
A Palazzo Madama lo staff della comunicazione, che comprende un capo ufficio e tre vicedirettori, arriva invece a una trentina di unità .
Due piccoli eserciti.
Numeri che oggi si giustificherebbero, questa è almeno la vulgata, con la singolare situazione della rassegna stampa.
Appaltata all’esterno ma di fatto confezionata all’interno.
Camera e Senato hanno in essere uno storico contratto «necessitato» (così si definiscono quelli che hanno un fornitore obbligato) con una società specializzata, l’Eco della Stampa, che fornisce ogni giorno per via telematica centinaia di articoli.
Un semilavorato poi scremato dagli uffici che provvedono ad assemblare la rassegna vera e propria.
Tutto questo con un costo pari a 204 mila euro l’anno per il Senato e 427.000 per la Camera.
Per un totale di oltre 630 mila euro.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL MINISTRO TEDESCO IN UNA INTERVISTA AL “FIGARO” DENUNCIA IL GOVERNO ITALIANO PIAGNONE: “UN PAESE GRANDE COME L’ITALIA E’ PERFETTAMENTE IN GRADO DI ACCOGLIERE 12.000 RIFUGIATI”…LO SCORSO ANNO LA GERMANIA DA SOLA HA ACCOLTO 40.000 PROFUGHI SENZA LAMENTARSI OGNI GIORNO
Troppe lamentele di fronte a un problema non così grave: arriva dalla Germania,
attraverso il giornale francese Le Figaro, il rimprovero del ministro dell’interno tedesco, Hans-Peter Friedrich: “L’Italia non ha alcun motivo di lamentarsi per la mancanza di solidarietà ” da parte dell’Europa sulla vicenda degli immigrati arrivati sulle coste meridionali.
”Il principio della libertà di circolazione all’interno dell’Ue non può essere in nessun caso rimesso in questione, ma è altrettanto importante che il sistema Schengen venga rafforzato per far fronte a situazioni eccezionali” ha detto Friedrich.
”Dall’inizio del sollevamento democratico (in Nordafrica) sono stati appena 25mila gli immigrati arrivati in Italia e la maggior parte di essi hanno immediatamente proseguito il viaggio verso il nord, in particolare verso Francia e Belgio”, ha sottolineato il ministro.
”Un grande Paese come l’Italia”, ha proseguito Friedrich, ”può accogliere senza grandi difficoltà i 10mila-12mila rifugiati che hanno deciso di rimanere sul suo territorio. La solidarietà implica anche che si rispettino i propri obblighi. Lo scorso anno la Germania da sola ha accolto oltre 40mila richieste d’asilo”.
Invece non passa giorno che Maroni si pianga addosso e si lamenti per il mancato aiuto europeo, come se un grande Paese come il nostro non potesse far fronte a questi modesti arrivi in modo autonomo.
Se altri Paesi europei avessero avanzato le stesse richieste, quando è toccato a loro far fronte alle emergenze profughi, ci avrebbero dovuto inviare decine di migliaia di rifiugiati.
Ma non ci risulti che allora l’Italia si sia dichiarata disponibile ad accoglierli, in base a quegli stessi principi che ora pretenderebbe di imporre agli altri Stati.
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Maggio 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DI CHI SOPRAVVIVE AL CENTRO DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE TRA VIOLENZE, REGOLE RIGIDISSIME, DOCUMENTI INCOMPRENSIBILI E IL TERRORE DEL RIMPATRIO
Chiuso in un campetto circondato da una rete. Osservato giorno e notte dagli agenti.
Costretto in una tenda con dieci persone.
E alla fine, magari, rispedito in Tunisia.
Per finire nella “piccola Guantanamo”, come viene chiamata dai migranti, Samir ha dato tutti i risparmi agli scafisti e ha rischiato di morire su un relitto fino a Lampedusa.
“Sarai ospitato in un centro di accoglienza”, gli hanno detto portandolo a Santa Maria Capua Vetere.
E invece lo hanno rinchiuso in questo campo di calcio che con un decreto è stato trasformato in Cie (Centro di identificazione ed espulsione).
Una specie di prigione.
Difficile accertare come siano trattati gli “ospiti” del Cie di Santa Maria Capua Vetere. Entrare è impossibile.
Devi salire all’ultimo piano di uno dei condomini che si affacciano sulla vecchia caserma che ospita il campo.
Da lassù capisci: da una parte il carcere militare, dall’altra la caserma.
Nel campo ecco una quarantina di tende blu.
Intorno decine di poliziotti e carabinieri con le camionette. Gli immigrati sono costretti a passare le giornate dentro le tende.
Lo chiamano Cie, ma ricorda un po’ le immagini del Sudamerica negli anni Settanta: “Il 26 aprile quei disperati si sono ribellati: hanno cercato di scavalcare il muro di cinta alto sei metri. C’erano ragazzi che cadevano, che si ferivano con i cocci di bottiglia in cima al muro. Urla, sangue. Decine sono scappati, gli altri sono rimasti al campo”, racconta Luisa, una donna che dal suo appartamento si vede davanti la scena.
Ma che cosa è successo davvero a Santa Maria Capua Vetere?
Gli avvocati Cristian Valle e Antonio Coppola hanno raccolto i racconti di Samir e dei suoi compagni nei verbali della polizia: “Ci hanno portato qui il 18 aprile. Nonostante ci dicessero che avremmo avuto un permesso di soggiorno temporaneo, da quel giorno è come se fossimo in prigione. Addirittura il 21 aprile il governo ha trasformato il campo in un Cie, senza nemmeno che fossimo avvertiti”.
Quando i tunisini apprendono che la struttura che doveva accoglierli, curarli e restituirli alla libertà , si è trasformata in una prigione, scoppia la ribellione che il 26 aprile porta alla maxi-evasione.
Da quel momento le condizioni di detenzione per chi non è riuscito a fuggire diventano durissime. “Dicono che abbiamo firmato un foglio che li autorizzava a trattenerci, ma non è vero”, raccontano gli immigrati nei verbali.
Già , il primo punto è questo: “Le autorità dicono che i tunisini avrebbero autorizzato la polizia a trattenerli. Ma gli immigrati a noi raccontano di aver firmato per ottenere i vestiti. Alcuni giurano che le firme non sono le loro”, sostiene Mimma D’Amico del centro sociale Ex Canapificio di Caserta.
Mimma è una ragazza con gli occhi azzurri che contrastano con questo ambiente duro.
Con i suoi amici da anni segue gli immigrati, a cominciare dagli africani che a due passi da qui, a Casal di Principe, vivono — e vengono uccisi — come bestie.
I ragazzi dell’Ex Canapificio, insieme con la Caritas, seguono i tunisini del campo: “Abbiamo presentato un esposto. Non si può trasformare l’assistenza in detenzione”.
Ma in mezzo all’ondata di decine di migliaia di immigrati, i 102 ospiti di Santa Maria Capua Vetere sono stati dimenticati.
È Abdul, il nome è di fantasia, a raccontare la loro storia: “Siamo 11 per ogni tenda, senza vestiti. Ci lasciano andare in bagno una volta al giorno… dobbiamo fare i nostri bisogni nelle bottiglie. E non possiamo nemmeno andare in infermeria… siamo trattati come animali. Di notte c’è freddo, ci hanno dato solo una coperta. Siamo costretti a dormire sempre perchè non c’è la luce”.
Abdul adesso potrebbe essere rispedito in Tunisia: “Sarebbe una tragedia. Ben Alì se n’è andato, ma ci sono i suoi amici. La gente come noi che ha partecipato alle manifestazioni rischia grosso”.
Tutto vero? Questo raccontano Abdul e i suoi amici.
Di sicuro i tunisini secondo la legge avrebbero il diritto di essere ascoltati uno per uno.
Dovrebbero essere ospitati in condizioni dignitose, anche se negli ultimi giorni (da quando la Croce Rossa gestisce il campo) le tende sono meno affollate e i controlli più elastici.
Il racconto di Abdul trova comunque conferme nelle parole di Marco Perduca, senatore radicale che ha visitato il campo: “Questo centro è fuori della legge. Non può ospitare persone addirittura per sei mesi. Non si può stare così… nei giorni scorsi ha piovuto, ci sono materassi bagnati, gente che dorme praticamente per terra. E poi mancano controlli sanitari: se ci fossero persone con malattie infettive qui non si saprebbe. Per non dire dei feriti… ho visto persone ingessate, altre con tumefazioni che potrebbero essere provocate da scontri fisici”.
Non basta: “Le persone che richiedono assistenza non dovrebbero stare nel Cie, invece noi abbiamo visto anche famiglie, perfino un minore… gente che vive ignorando che cosa li aspetta”.
Dalla Prefettura di Caserta la raccontano diversamente: “Gli immigrati vivono in condizioni dignitose. Emergenze? C’è stata una fuga di massa. Qualcuno si è ferito scavalcando il muro”. Gli immigrati dicono che non vi hanno mai autorizzato a trattenerli… “Hanno firmato di loro spontanea volontà ”.
Gli agenti del campo, però, sussurrano: “Qui è un casino: da una parte ci sono questi poveracci, dall’altra ci arrivano ordini da Roma. E noi siamo in mezzo”.
La signora Luisa dalla finestra della sua casa sorride amara: “Mi sembra impossibile che quei ragazzi abbiano firmato per essere trattati così. Chissà … parlano arabo, non capiscono una parola di italiano, se un carabiniere gli dice di firmare un foglio che cosa volete che facciano?”.
Poi Luisa guarda lontano, verso la campagna di Casal di Principe, verso l’orizzonte, dove si vede il bagliore del mare, Napoli: “Questa è una terra difficile. Abbiamo un sacco di guai per conto nostro, ma quei ragazzi fanno pena. Chissà cosa direbbero le loro madri se li vedessero ridotti così”.
Ferruccio Sansa
(fa “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 11th, 2011 Riccardo Fucile
A ROMA I PM STUDIANO I FINANZIAMENTI ALLA FONDAZIONE ITALIANI-EUROPEI…A MILANO INVECE SI INDAGA SULLA SANITA’… TROVATI RISCONTRI: NON DICEVA BUGIE L’IMPRENDITORE PIO PICCINI QUANDO RACCONTAVA DI AVER PAGATO IL COMPAGNO DI REGATE DI D’ALEMA, VINCENZO MORICHINI, PER LA SUA ATTIVITA’ DI PRESSIONE SU ENTI PUBBLICI
Non mentiva quando raccontava ai pm di avere stipulato un contratto di lobbying (Piccini
lo definisce anche “faccendiere”) per vincere l’appalto delle intercettazioni di Finmeccanica e non sbagliava quando rispondeva positivamente alla domanda del pm Paolo Ielo, “Questa attività con il mondo delle istituzioni, Morichini la faceva anche per altri?”.
Grazie alle verifiche bancarie sulla SDB Srl di Morichini e soci, effettuate dal nucleo valutario della Guardia di Finanza, si è scoperto che la Soluzioni di Business Srl (ma forse sarebbe stato meglio chiamarla Soluzioni di Politica) ha incassato dal luglio 2009 al febbraio del 2011 ben 275 mila euro.
I soldi provenivano in gran parte da soggetti che operavano con la pubblica amministrazione: imprese informatiche come la Themis di Piccini (18 mila euro), grossisti di articoli medicinali come il gruppo Foretec di Viscardo Paganelli, (90 mila euro a SDB) e poi ancora la Cler, Cooperativa Lavoratori Elettricisti Romani (20 mila euro) e poi costruttori e operatori della sorveglianza.
Dopo aver ricostruito le entrate (non trascendentali a dire il vero) della società degli amici di D’Alema l’informativa della Guardia di Finanza depositata il 22 marzo del 2011 ricostruisce gli appalti erogati da enti o società pubbliche alle imprese che pagavano la SDB degli amici di D’Alema: nell’azionariato oltre a Morichini con il 20 per cento, c’è anche Adolfo Orsini, dirigente dell’Arsial Umbria con il 10 per cento mentre l’amministratore in carica fino al giugno 2009 era Massimo Bologna, cugino di D’Alema per parte di mamma.
Si scopre così che, per esempio, la CLER, Cooperativa Lavoratori Elettricisti Romani, dal 2008 al 2010, ha ottenuto appalti dalla Provincia di Roma guidata dal Pd Nicola Zingaretti per poco meno di 4 milioni di euro ma anche appalti per valori simili dal Comune di Roma e dall’Acea, nell’era Alemanno.
Mentre l’appalto più grande della Foretec, per 14 milioni di euro, è arrivato dall’ospedale Sant’Antonio Abate di Gallarate.
Sembra difficile mettere in relazione l’affidamento degli appalti pubblici con l’attività di lobbying e con i pagamenti effettuati alla società degli amici di D’Alema.
Mentre è più interessante la copia del contratto di consulenza stipulato in data 13 ottobre del 2009 tra OMEGA.IT e la SDB che è stato trovato durante le perquisizioni.
Questo contratto firmato da Piccini e Morichini, prevede che “Omega svolge la propria attività principalmente nel settore della progettazione ed erogazione di servizi connessi al campo informatico, telematico e di sistemi di comunicazione…OMEGA.lT ha deciso di avvalersi dell’attività di Sdb Srl “per attività di assistenza, consulenza e di lobbying nell’ambito delle finalità di sviluppo e di crescita ….. al fine di sviluppare positive relazioni con le Istituzioni centrali e periferiche” .
Quel contratto prevede solo il pagamento di un “compenso annuo di € 30.000,00 più IVA non suscettibile di revisione, salvo spese straordinarie”.
Mentre non c’è la percentuale del 5,5 per cento che, secondo quanto dichiarato da Pio Piccini ai pm, l’imprenditore avrebbe dovuto pagare in caso di affidamento dell’appalto da parte di Finmeccanica, grazie all’aiuto di Morichini. Nè ovviamente c’è traccia della spartizione di quella percentuale (pari a mezzo milione di euro circa) tra la Morichini, la Fondazione Italianieuropei e il Partito Democratico.
Mentre la Procura di Roma indaga sulle false fatture delle imprese che finanziavano la Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema, c’è una seconda indagine milanese del Procuratore aggiunto Francesco Greco che punta sugli appalti all’informatizzazione nella sanità lombarda.
Il verbale di Piccini pubblicato ieri è frutto di un interrogatorio reso il 15 settembre del 2009 dall’imprenditore arrestato per il crack delle società telefoniche Agile e Omega, davanti ai pm romani Paolo Ielo e Giuseppe Cascini ma anche dinanzi al coordinatore del pool reati finanziari di Milano.
Solo le pagine relative agli affari tentati con le regioni rosse, come Umbria e Marche, e con Finmeccanica, e propiziati dagli amici di Massimo D’Alema, sono state depositate.
Mentre le pagine del verbale omissate riguardano il fascicolo numero 52429 del 2009 che è segreto e che preoccupa non poco gli imprenditori che operano con le pubbliche amministrazioni in Lombardia, stavolta con l’aiuto di faccendieri vicini al centrodestra.
“A Morichini parlo di sanità e la parte interessante era l’Umbria” dice Piccini a Greco e Ielo “perchè lì potevamo clonare le stesse attività che erano state già fatte con la Regione Lombardia”.
La società Themis di Piccini ha effettivamente portato avanti un progetto pilota per archiviare in via informatica le cartelle cliniche delle Asl in Lombardia.
E sono probabilmente i lobbysti lombardi, che Piccini ha citato nei suoi interrogatori, a interessare il pm Greco.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile
IERI SERA IL PRESIDENTE DELLA CAMERA HA PRESENTATO A MILANO IL LIBRO “L’ITALIA CHE VORREI” CON MASSIMO CACCIARI….E PARLANDO OGGI A MOLA, IN PUGLIA, RISPONDENDO AGLI STUDENTI, HA STIGMATIZZATO: “BERLUSCONI RISPETTI LA LEGGE”
L’incipit è di Gianfranco Fini: «Le prossime elezioni amministrative a Milano saranno decisive per definire il futuro rapporto Pdl-Lega».
La conclusione implicita del discorso del presidente della Camera è di Massimo Cacciari: «Se il centrodestra perde a Milano entra in una spirale di crisi tutto il sistema di alleanze di Pdl e Lega».
Elezioni ad alta tensione.
Con il leader di Fli che tira la volata al candidato del Nuovo Polo, Manfredi Palmeri: «Non è un candidato di parte, è il vero candidato della città ».
Prima la presentazione del libro «L’Italia che vorrei» con Cacciari all’Umanitaria (organizzata da una vecchia conoscenza della politica milanese, Fausto Montrone), poi la cena con i sostenitori di Palmeri all’Hotel Melià .
«Il risultato delle prossime amministrative – dice Fini – va ben al di là della decisione di chi potrà essere il futuro inquilino di Palazzo Marino».
Soprattutto per capire il futuro del centrodestra.
Il risultato del Nuovo Polo sarà essenziale per determinare il possibile nuovo corso: «Non sono un megalomane. Futuro e Libertà – continua Fini – forse sarà anche allo 0,1%, ma il semplice fatto che non perda occasione per attaccarci a testa bassa, dimostra che Berlusconi sa bene che il Terzo polo otterrà un consenso molto maggiore di ciò che lui va dicendo. Il Terzo polo raccoglie un sentimento presente nella pubblica opinione, che si è stancata del teatrino della politica».
Palmeri continua la sua campagna.
Portandosi sempre dietro la sedia vuota a simboleggiare il mancato confronto con Letizia Moratti: «Hanno ragione sia la Moratti sia Pisapia quando si accusano reciprocamente di non essere alla guida di coalizioni non adeguate alla città . Sono tutti e due al traino dei partiti più estremi nelle rispettive aree e schiacciati dalle e sulle posizioni più radicali. Milano, soprattutto in questa fase critica, non può essere governata dividendo ma unendo le migliori forze della città ».
Gianfranco Fini, incontrando gli studenti nella chiesa del Sacro Cuore a Mola di Bari, ha lanciato un nuovo messaggio all’ex alleato Berlusconi: “Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è un cittadino come tutti quanti gli altri: è tenuto quindi anche lui a rispettare le regole e le leggi della Repubblica italiana”.
Parlando di giustizia, Fini ha precisato quelli che secondo lui sono i ruoli dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario nei confronti della Costituzione: “Non esiste nemmeno da parte del Parlamento la possibilità di agire senza rispettare la Costituzione. Questo vale per il Parlamento, per il Governo, per la Magistratura e per il presidente della Repubblica”.
Rispondendo a una domanda degli studenti, il presidente della Camera ha ribadito: “In Italia nessuna carica può fare tutto senza rispondere del proprio operato ad altri. Sono i ‘pesi e i contrappesi’ previsti dalla Costituzione. Se così non fosse – ha continuato il leader di Futuro e libertà – ci sarebbe una situazione di squilibrio e mancherebbe una separazione rigida dei poteri”.
In riferimento al ruolo del Parlamento Fini ha sottolineato che le leggi non possono essere fatte solo in ragione della maggioranza che c’è in quel momento: “La legge deve rispettare la Costituzione, per questo c’è nell’ordinamento un organo supremo che valuta la conformità delle leggi ossia la Corte Costituzionale”.
Quanto alla proposta, rilanciata ieri da Berlusconi, di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sull’operato dei pubblici ministeri, secondo Fini si tratta di una cosa mai vista.
“Chiedere alla maggioranza che sostiene il governo di approvare una proposta di legge per una commissione parlamentare che debba indagare sui pm che stanno processando il presidente del Consiglio – ha sostenuto il presidente della Camera – mi sembra che non accada in nessuna democrazia del mondo”.
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Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile
PREPARA LA CORSA A SINDACO DI GENOVA NELLA CORNICE ESCLUSIVA DI VILLA ROSETTA A MULINETTI… OLTRE 250 INVITATI PER QUELLO CHE LA STAMPA DEFINISCE UN “GRANDE EVENTO MONDANO E POLITICO”… LA DITTA DI CATERING CHE GESTISCE LA VILLA E I COSTI DELLA CENA…E’ QUESTA LA SINISTRA DEI LAVORATORI, DEI PRECARI E DEGLI INDIGENTI?
Non sarà propriamente una cena per pochi intimi e neanche una festa tra cassa integrati. 
Non sarà rivolta ai giovani precari e alle donne disoccupate che spesso cita nei suoi interventi politici.
Non avrà come location la Sala Chiamata del porto o le aziende in crisi del ponente genovese.
Il prossimo compleanno della senatrice genovese del Pd Roberta Pinotti che festeggerà i suoi “primi 50 anni” sta assumendo la dimensione di un grande evento mondano e politico.
Una lunga lista di invitati eccellenti del mondo politico e imprenditoriale renderanno omaggio il 20 maggio alla senatrice che potrebbe lanciare così la sua candidatura a sindaco di Genova.
Non a caso tra i 250-300 invitati non figura l’attuale sindaco della città , Marta Vincenzi, stesso partito, ma in rotta di collisione con la Roberta e una buona parte della nomenklatura piddina genovese.
E’ indicativo il luogo prescelto per la festa di compleanno: la splendida Villa Rosetta a Mulinetti, a pochi chilometri da Recco, con vista mozzafiato sul mare.
Un luogo da Vip, un ambiente ricercato ed esclusivo, prescelto per matrimoni e cerimonie dall’alta borghesia genovese.
Leggendo il quotidiano locale, il Secolo XIX, viene evidenziato che la villa è un lascito della famiglia Queirolo Caffarena all’opera Don Orione e che in passato è stata pure sede distaccata del Centro di Solidarietà .
Probabilmente al Secolo XIX è stata passata la notizia per dare una immagine in fondo edulcorata, quasi che si fare una festa in quel luogo corrisponda a una opera pia.
In realtà la completa gestione della villa è stata da tempo affidata a una ditta specializzata di catering che stabilisce i relativi prezzi, certamente adeguati alla cornice e al servizio, ma non proprio proletari.
A parte l’affitto della location esiste poi un tariffario per la cena, con relativi orari di impegno del personale.
Il compleanno della Pinotti dovrebbe alla fine costare intorno ai 30.000 euro alla luce dei 250-300 invitati, forse anche qualcosa di più, dato che si parla di 100 euro a persona, esclusi gli extra servizi.
Fermo restando che ognuno è libero di impegnare le cifre che vuole e può, sarebbe interessante conoscere il parere della base elettorale del Pd che rincorre il voto dei ceti popolari e di tante famiglie genovesi che non riescono ad arrivare alla fine del mese.
E’ questa la sinistra dei precari, dei lavoratori, di chi spera nel cambiamento?
Sono questi i vezzi e le abitudini della casta politica di riferimento?
In momenti difficili come questi, è opportuno far veicolare un messaggio di opulenza e sprechi che rappresentano uno schiaffo per tanti genovesi indigenti?
Che città vuole rappresentare la Pinotti e il Pd?
Quella dei salotti buoni o quella del popolo?
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Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile
HANNO SBORSATO SOLO 22.000 EURO PER IL 20% DI UN GIORNALE CON UN GIRO D’AFFARI DI 40 MILIONI DI EURO, MA CHE RISCHIA IL CRAC SENZA CONTRIBUTI PUBBLICI… L’80% RESTA DELLA FONDAZIONE SAN RAFFAELE
Il primo annuncio risale al dicembre scorso, giusto pochi giorni prima di Natale.
Maurizio Belpietro e Vittorio Feltri diventano editori, annunciarono i diretti interessati con tanto di conferenza stampa.
I gemelli del gol del giornalismo di destra tornano a lavorare insieme e si comprano il 20 per cento dell’Editoriale Libero, che pubblica l’omonimo quotidiano.
I dettagli dell’operazione rimasero però nel vago, a cominciare dal prezzo d’acquisto delle quote, il 10 per cento ciascuno, rilevate dai due giornalisti.
C’è voluto qualche mese, ma alla fine il contratto è stato depositato.
E così si scopre che Belpietro e Feltri se la sono cavata davvero con poco. Per diventare azionisti di Libero hanno sborsato ciascuno 11 mila euro.
Poca cosa davvero, almeno a prima vista.
Solo 22 mila euro in tutto per assicurarsi il 20 per cento di un giornale che dichiara una diffusione di oltre 100 mila copie e vanta un giro d’affari superiore a 40 milioni di euro.
Possibile?
Nel contratto siglato il 28 febbraio scorso e da pochi giorni disponibile nelle banche dati della Camera di commercio compare nel ruolo di venditore la Fondazione San Raffaele, che resta proprietaria dell’80 per cento.
A conti fatti, quindi, l’intera società editoriale dovrebbe valere non più di 220 mila euro e le azioni sono passate di mano al valore nominale.
Nessuna transazione milionaria, quindi.
Libero vale quanto un bilocale nel centro di una grande città e i due direttori-editori si sono ricavati giusto un paio di stanzette gentilmente messe a disposizione dal padrone di casa.
Già , ma chi è il proprietario di Libero?
A libro soci, come detto, compare come azionista di controllo la Fondazione San Raffaele.
Quest’ultima sarebbe un ente senza scopo di lucro “impegnata — si legge nei documenti ufficiali — nella ricerca e gestione sanitaria nonchè nella diffusione della cultura e dell’informazione”.
L’Editoriale Libero, controllata dalla Fondazione San Raffaele, si limita a pubblicare il giornale.
La testata, cioè in sostanza il marchio del gruppo, è invece di proprietà della Finanziaria Tosinvest, di proprietà della famiglia Angelucci, che lo cede in affitto all’editore.
Questo schema complicato non nasce per caso.
Secondo l’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) la complessa struttura proprietaria è stata ideata apposta per consentire agli Angelucci di incassare, senza averne diritto, milioni di contributi pubblici per i loro giornali. Una lunga indagine dell’Agcom, conclusa a febbraio, è arrivata alla conclusione che il giornale diretto da Belpietro con Feltri direttore editoriale è controllato in realtà da Antonio Angelucci, l’imprenditore della sanità laziale, nonchè deputato del Pdl, a cui fa riferimento anche il Riformista.
L’Autorità di controllo ha quindi condannato Angelucci a pagare una sanzione di 103 mila euro perchè servendosi di vari schermi societari ha cercato di nascondere il suo ruolo di editore di entrambi i giornali.
In questo modo sia Libero sia il Riformista negli anni scorsi hanno potuto accedere ai finanziamenti pubblici per l’editoria, che invece, in base alla legge, non possono andare a due testate collegate tra loro.
Risultato: quei soldi incassati senza averne diritto dovranno essere restituiti. In particolare, Libero dovrà rinunciare a 12 milioni di contributi messi bilancio nel 2009 come crediti per contributi e ad almeno altri 6 milioni per il 2010.
Particolare importante: senza quei contributi i conti di Libero sono destinati a sprofondare travolti dalle perdite.
Nonostante i generosi aiuti di Stato, nel 2008 così come nel 2009 il bilancio si è chiuso praticamente in pareggio, con profitti di poche migliaia di euro.
Non si conoscono ancora i dati del 2010, ma è difficile che la situazione sia cambiata di molto.
Il ritorno di Feltri, fondatore e a lungo direttore di Libero prima di andarsene al Giornale, è stato interpretato come una sorta di ultima spiaggia per salvare una testata in declino.
Adesso però, se davvero si chiude il paracadute dei soldi pubblici, il quotidiano berlusconiano rischia davvero il crac.
A meno che gli Angelucci non si decidano a mettere mano al portafoglio per chiudere le falle del conto economico.
A questo punto, bilanci alla mano, forse è più facile spiegare il modico prezzo pagato dalla nuova coppia di vertice per comprarsi una fetta della società editrice.
L’Editoriale Libero è una fabbrica di perdite, coperte fin qui solo grazie ai contributi pubblici.
E allora quei 22 mila euro versati dalla coppia Belpietro-Feltri sono una sorta di scommessa sul futuro del giornale.
Se il verdetto dell’Agcom fosse in qualche modo riformato allora nessun problema.
Se invece la sentenza dovesse diventare esecutiva, la società sarà costretta a batter cassa per molti milioni di euro.
A quel punto i due giornalisti editori dovranno decidere se fare la loro parte sborsando, questa volta, qualche milione, oppure sfilarsi dall’impresa.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile
PREMIER E PARTITO HANNO INTERESSI DIVERSI: NELLE COMUNALI DI DOMENICA L’IMPERATIVO CATEGORICO PER BERLUSCONI E’ CONQUISTARE IL SINDACO A MILANO E NAPOLI…. SE ALTROVE IL PDL CROLLERA’ LO ADDEBITERA’ AI DIRIGENTI DEL PARTITO
Per la prima volta gli interessi del Pdl coincidono solo in parte con le fortune elettorali del
Fondatore (una volta erano in due, ma l’altro ha fatto la fine di Remo).
Mai come ora Berlusconi è parso pronto a sacrificare il partito pur di salvare se stesso.
Nelle Comunali di domenica l’imperativo categorico del premier è: conquistare il sindaco nelle due metropoli in bilico, Milano e Napoli. Espugnare entrambe al primo turno sarebbe una prova di salute politica inaspettata; ma pure vincere i ballottaggi all’ombra tanto del Vesuvio che della Madunina gli andrebbe di lusso.
E in fondo in fondo perfino un pareggio, che equivarrebbe a riprendersi solo Milano lasciando Napoli alla sinistra, darebbe al Cavaliere la chance di tirare avanti con il governo, ammaccato ma ancora vivo, fino al capolinea della legislatura (primavera 2013).
Se tra sette giorni Berlusconi avrà centrato almeno uno di questi obiettivi, potrà dire: «Io cado sempre in piedi».
Per il Pdl è diverso. Quasi l’opposto.
Nell’ansia di sfangarla, Silvio mette in secondo piano la sorte della sua creatura politica.
Anzichè aiutarla a crescere, a piantare radici sul territorio, a tirar su una nuova classe dirigente, in qualche caso Berlusconi la trascura; in altri la sacrifica senza pietà .
Col risultato che il Pdl affronta il voto con la gioia del cappone sotto Natale, quasi vittima designata dal padre padrone.
E’ possibile, per fare un piccolo esempio, che la decisione berlusconiana di correre capolista a Milano possa rappresentare una spinta alla candidata Moratti.
C’è chi ne dubita e anzi teme l’effetto-boomerang della campagna ossessiva contro i magistrati, questo eccesso di personalizzazione sul premier tirata al punto che gli spot radiofonici pro Cavaliere implorano: «Se mi vuoi bene, votami».
Berlusconi teme la scarsa affluenza, l’astensionismo.
Il suo nome si perde in fondo alla scheda, bisogna cercarlo con cura…
Sta di fatto che Silvio si comporta come un’idrovora, asciuga lo stagno delle preferenze (se ne può esprimere al massimo una), i candidati Pdl boccheggiano tutti tranne l’unico che non dovrebbe nemmeno figurare in lista, quel Lassini venuto alla ribalta coi manifesti anti-pm.
Ma il vero conflitto d’interessi tra il premier e il suo partito riguarda essenzialmente Bossi.
Per quieto vivere, il Cavaliere consentì mesi fa alla Lega di presentarsi con candidati propri, contrapposti a quelli del Pdl, dove meglio credeva.
In pratica, Berlusconi diede il via a una sfida dove i suoi campioni sono destinati al massacro.
Per il semplice motivo, dicono in via dell’Umiltà , «che noi combattiamo con le mani legate».
Bossi fa una campagna spregiudicata, ormai si distingue su tutto, specie sulle decisioni impopolari, da Parmalat al nucleare.
Il caso più eclatante? La Libia, che provoca al premier vistosi cali di immagine.
Il Carroccio non si fa scrupoli di condannare la guerra. Il Pdl invece non ha scampo, può solo trangugiare le scelte governative, subendone gli alti (pochini) e i bassi (parecchi).
Ricapitolando con le parole di Osvaldo Napoli il quale, tra l’altro, da domenica sarà vicepresidente vicario Anci e di contese locali ne capisce: «Tolte Milano e Napoli, che sono affare di Berlusconi, tutto il resto andrà in carico al partito. Ed è lì che il Pdl dimostrerà di esserci o no».
Specie nel confronto diretto con la Lega. A Bologna. A Trieste. In quello che sta diventando il simbolo della disfida, con Bossi che vi comizia un giorno sì e l’altro pure, cioè Gallarate.
Guerra crudele perchè, se al primo turno la spunta il candidato sindaco del Pdl, poi non è detto che la Lega dia un sostegno compatto nel ballottaggio, specie a Trieste.
E comunque lo scontro fratricida è destinato a spingere in alto i padani nel voto di lista, a detrimento di chi si capisce.
In generale la prospettiva del Pdl è grama.
Ben che vada al partito del Cavaliere, può liberare Rimini dai «comunisti», e allora giù il cappello.
Tuttavia rischia di perdere Latina, mai a sinistra negli ultimi 90 anni, comprendendo l’era del Fascio.
Ai vertici Pdl si spera in un colpo di reni a Catanzaro e a Cosenza, si teme invece per Reggio Calabria…
I triumviri Pdl (Verdini, Bondi, La Russa) incrociano le dita ma sanno già come va a finire: salvo miracoli, Berlusconi darà la colpa a loro.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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