Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile
ANCHE IERI ALLONTANATI DI PESO DUE CONTESTATORI FUORI DAL TRIBUNALE DI MILANO, MENTRE LA SANTANCHE’ PUO’ INSULTARE I MAGISTRATI, BERLUSCONI DEFINIRLI CANCRO E I SUOI FANS OCCUPARE DA SETTIMANE IL PIAZZALE DEL TRIBUNALE
Giorgio Ambrosoli, Emilio Alessandrini, Guido Galli: le tre gigantografie campeggiano sopra l’ingresso principale del palazzo di giustizia di Milano. L’avvocato “eroe borghese” ucciso da un killer mafioso mandato da Sindona e i due magistrati milanesi ammazzati dai terroristi.
Nel giorno della memoria, così il presidente del tribunale, Livia Pomodoro, ha voluto ricordare tutti i caduti per la legalità .
Una risposta ai manifesti che dicevano “Via le Br dalle procure” e alle dichiarazioni di Silvio Berlusconi sui giudici “cancro della democrazia”.
Mentre all’interno del palazzo il presidente del Consiglio ripeteva i suoi attacchi, fuori la scena è occupata da una trentina di fan di Berlusconi e una dozzina di oppositori.
Una signora pittoresca inalbera su un manico di scopa un collage autoprodotto contro i “magistrati politicizzati” e scritta a pennarello: “Silvio è uomo dell’amore, non dell’odio”, con tanto di ragazza bunga-bunga ritagliata da un giornale.
Quando da un’uscita laterale del tribunale esce Daniela Santanchè, i contestatori l’accolgono con grida ironiche: “Daniela, ti vogliamo bene. Daniela passa di qua. Daniela ti vogliamo anche sul calendario”.
Non avevano ancora sentito le sue dichiarazioni alle telecamere: “Oggi è la giornata della memoria, bisogna ricordare tanti magistrati caduti per difendere lo Stato dal terrorismo, ma qualche pm non serve lo Stato. Ha ragione Berlusconi, certi magistrati sono un cancro della democrazia. Io aggiungerei: una metastasi”.
E ai cronisti che la incalzano: “Volete un nome? La Boccassini è un cancro della democrazia”.
Poco prima delle 14, l’auto di Berlusconi esce dal tribunale.
Nessun discorso, questa volta, solo un saluto con la mano dal finestrino.
Un cinquantenne s’infila tra i sostenitori di Silvio.
Ha un cartello che dice: “Un’Italia senza Berlusconi è un’Italia migliore, un’Italia senza berlusconiani è un’Italia perfetta”.
Si chiama Adriano Montanarelli, viene subito circondato dai poliziotti in borghese e portato via di peso.
Ai cronisti che gli chiedono la sua appartenenza, spiega di non aver mai fatto politica, ma di essersi iscritto un anno fa al Pd.
A metà mattinata era stato il presidente di un autoproclamato “Movimento per la giustizia”, Pietro Palau Giovannetti, a essere sollevato di peso dai poliziotti e allontanato.
“Vergogna , vergogna”, urlano i contestatori del presidente del Consiglio.
E poi: “Democrazia, democrazia”. E “Siamo tutti Scilipoti”.
Ma l’auto blu del presidente è già lontana.
Ma che strana democrazia: da settimane la claque del premier occupa il marciapiede davanti a Palazzo di Giustizia e nessuno li ha mai identificato o allontanati.
Se però un cittadino con uguali diritti si permette di esprimere dissenso, viene trascinato via di peso, identificato e spintonato lontano.
A quando una disposizione per restituire al Palazzo di Giustizia milanese la sua dignità ?
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Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile
I SOCCORSI IN MARE AL BARCONE DI IMMIGRATI PROVENIENTE DAL NORDAFRICA CON 500 PERSONE A BORDO…”NON PENSI AL PERICOLO, MA SOLO A TIRARLI FUORI”…E’ QUESTA LA NOSTRA ITALIA, QUELLA DEI VALORI E DELLA SOLIDARIETA’, NON QUELLA DEI RAZZISTI E DEI PUTTANIERI
“Davanti a te ci sono donne con gli occhi sbarrati su quel mare nero che si agita sotto di
loro e sbatte violento contro rocce appuntite come lame. Non ti chiedono di essere salvate, ma allungano le braccia per mostrarti il loro bambino. È lui che devi strappare dalle onde, è lui che devi portare a riva. Questo implorano in una lingua che non conosci. E allora che fai, pensi ai tuoi di figli, alla tua di famiglia, alla tua di casa?”.
C’è un’Italia che l’altra notte a Lampedusa ha stracciato il motto nazionale del “tengo famiglia” e ha gettato cuore, corpo e anima sulla scogliera di quel lembo d’Europa vicinissima ai dolori dell’Africa.
Sono uomini che indossano una divisa (finanzieri, poliziotti, carabinieri), volontari e persone comuni che le divise le vedono nelle serie tv, nessuno di loro ha avuto bisogno di ordini.
Tutti hanno capito subito quello che bisognava fare: lanciarsi nelle acque fredde sotto la scogliera del Cavallo bianco e salvare quell’umanità naufraga. L’appuntato scelto della Guardia di finanza Cristian Scuderi ai suoi di figli non ha pensato neppure per un attimo.
“Diciamo che ci ho pensato dopo e il freddo che avevo addosso per gli abiti bagnati da ore è diventato insopportabile”.
Come gli altri suoi colleghi era lì, nella notte tra sabato e domenica.
A un passo dalla tragedia. “Non avrei mai immaginato che nella mia vita avrei contribuito a salvare 500 vite. Ero sul peschereccio assieme a un mio collega, lui tentava di governare un timone sfasciato, quando c’è stato l’impatto con le rocce è stato terribile. La barca si è incrinata tutta su un lato, la gente si muoveva disordinatamente, vedevo donne che stringevano bambini piccolissimi tra le braccia. Il terrore aveva preso tutti. Alcuni si erano nascosti sotto coperta, il posto più insicuro in caso di naufragio, e non volevano muoversi. Sono caduto in una botola, mi sono rotto il mento, ed è proprio vero che quando l’adrenalina è a mille non senti neppure più il dolore. Ai miei figli ho pensato dopo, quando ho visto quei bambini terrorizzati dal mare. Li abbiamo salvati ma per ore non hanno sorriso, avevano lo sguardo fisso nel vuoto”.
Quando sul radar si avvista un “obiettivo” (così vengono chiamate le barche dei boat-people), una motovedetta della Guardia di finanza lo avvicina, se ci sono le condizioni di vento e di mare si cerca di trainare l’imbarcazione in porto, ma quella notte il mare era forza 4 e il vento di scirocco soffiava forte. È in momenti come questi che entrano in azione i “saltatori”, li chiamano così i finanzieri addetti a saltare sulla barca e a pilotarla in acque sicure.
Il nocchiere Giuseppe Cappuccio è uno di loro. “Quando ti avvicini alla barca non devi avere esitazioni. Sei sulla motovedetta, le onde puntano a sbatterti contro la fiancata dell’imbarcazione che devi abbordare. Ci vuole massima sincronia fra te e il comandante della motovedetta, ti devi concentrare e scegliere il momento giusto per saltare. Se sbagli finisci in acqua e rischi di essere schiacciato tra le due fiancate o di annegare e risucchiato dalle eliche”.
Così è morto uno dei tre profughi della scogliera del Cavallo bianco. Schiacciato.
“Quando sono salito sul peschereccio mi sono messo subito al timone. Sembrava l’inferno, la gente urlava impaurita. Li tranquillizzavo dicendogli ship, ship, sta arrivando la nave, siete salvi. Quando ho capito che i comandi non rispondevano più e il peschereccio era fuori controllo e stavamo andando a sbattere sulle rocce ho urlato a tutti di abbracciarsi. Ho usato i gesti e quel poco di inglese che so. Si stringevano tutti. L’impatto è stato tremendo. Un tonfo che non dimenticherò mai”.
Divise e taccuini. Elvira Terranova è una cronista dell’agenzia AdnKronos, da mesi fa la spola tra Palermo e Lampedusa, la notte del naufragio era anche lei sugli scogli.
“Quando ho visto quella scena il cuore mi è arrivato in gola: 500 persone rischiavano di annegare a pochi metri dalla salvezza. Ho chiuso il taccuino e l’ho messo in tasca, ho appoggiato a terra la digitale e d’istinto mi sono gettata in acqua per diventare un anello di quella grande catena umana. Mi passavano i bambini fradici d’acqua, infreddoliti, impauriti. Un piccolo l’ho preso in braccio, era nudo, solo una croce al collo, un pezzo di ghiaccio. Ricordo un ragazzo che è uscito dall’acqua salvato dai sub, mi ha vista e mi ha abbracciata. Che Dio ti benedica, mi ripeteva in continuazione”.
Corrado Empoli è un Commissario di polizia, dirige gli uffici di Canicattì, ma è da mesi a Lampedusa.
Per la sua umanità lo chiamano il “Montalbano dei migranti”.
“Avevamo appena concluso uno sbarco con 800 persone, tutto era andato bene, quando intorno alle 4 abbiamo sentito le sirene di una motovedetta, alle nostre spalle, verso la collina, sentivamo delle urla. Ci siamo andati e abbiamo visto l’inferno. È stata durissima, ho visto uomini delle forze di polizia, civili e volontari, dare il massimo, senza risparmio”.
Accanto al commissario il giovanissimo tenente della Finanza Miserendino, 28 anni appena.
Si è buttato in acqua vestito, ha allungato le braccia con le mani aperte senza sosta per prendere bambini da passare ai volontari sugli scogli.
Sempre così per ore.
Quando tutto è finito, tutta la gente era in salvo, i suoi uomini tornati sulla terraferma ad asciugarsi, è sparito.
Lo hanno visto su uno scoglio, la testa fra le mani.
Libero di piangere, finalmente.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile
SUL TAVOLO DI TREMONTI IL PROGETTO PER TAGLIARE GLI SPRECHI: BOCCIATO IL METODO DEI TAGLI LINEARI E A PIOGGIA… ATTESI TRE ANNI PER AVERE IL QUADRO TEORICO, QUANTI NE TRASCORRERANNO ORA PER L’INTERVENTO REALE?
Tra una decina di giorni il ministro dell’Economia si ritroverà sulla scrivania il primo rapporto analitico su come tagliare la spesa pubblica.
Lo studio suggerirà come snellire il bilancio dello Stato mettendo al bando le inefficienze: dagli sprechi delle auto blu, ai farmaci che in alcune regioni raggiungono costi esorbitanti; dalle tecnologie a volte obsolete a volte troppo sofisticate, comunque poco adatte alle capacità dei dipendenti; fino agli enti inutili e mai estinti.
Ci sono voluti tre anni per avere un quadro della situazione?
Non erano già stati garantiti da Calderoli interventi in tal senso?
Nulla, siamo sempre alla fase teorica: se per quella ci sono voluti tre anni, per quella pratica chissà quante altre chiacchiere dovremo ascoltare.
Giulio Tremonti aveva affidato questa gravosa analisi ad un tecnico bipartisan tra i più accreditati in via Venti Settembre: Piero Giarda, dal 1996 sottosegretario alle Finanze nel primo governo Prodi, è oggi coordinatore del “Gruppo di studio sulle voci di spesa nel bilancio pubblico”.
Il lavoro in verità mette in discussione il metodo Tremonti, quello dei “tagli lineari” e indiscriminati ai bilanci ministeriali che tante polemiche sta suscitando.
Suggerisce, semmai, la strada inglese della selezione delle spese (“spending review”).
Soluzione – spiega il rapporto – che porterebbe a “cancellare interi pezzi dell’intervento pubblico perchè non più rilevanti”.
All’interno dello studio di 40 pagine sono elencati orrori burocratici degni suddivisi in tre grandi categorie: inefficienze produttive, gestionali ed economiche.
Ecco alcuni esempi: due o più impiegati per svolgere mansioni che talvolta nemmeno necessitano di intervento umano; l’uso spregiudicato di costose auto blu, oppure di risorse e mezzi pagati profumatamente dallo Stato. L’analisi promette di indicare opere pubbliche vitali con cantieri semideserti, e opere inutili ben sovvenzionate, portate a temine con incredibile (e sospetta) celerità .
La Relazione della Corte dei Conti del 2009 segnala già casi clamorosi di spreco.
Uno dei temi centrali è quello delle auto blu, un disastro tutto italiano nel quale il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, promette da tempo di mettere le mani.
In questo ambito, l’obiettivo resta quello di tagliare la spesa annua di almeno la metà entro il prossimo anno.
Perchè le uscite, in questo specifico settore, raggiungono la ragguardevole cifra di 4 miliardi l’anno.
Sono soldi spesi per mantenere in vita il sistema dei “taxi” di Stato, 10 mila dei quali sono a completa disposizione del mondo politico.
Secondo lo studio messo a punto dalla Pubblica amministrazione, in Italia le auto blu da tagliare sono 90 mila.
Meglio puntare – si suggerisce – sulle più convenienti formule “tutto compreso” offerte dai noleggiatori di flotte auto.
Altra battaglia che si annuncia durissima per i tecnici di Tremonti è quella dei farmaci.
Un recente studio del Codacons punta l’indice proprio sui costi esorbitanti in alcune regioni: in Sicilia, ad esempio, i medicinali costerebbero più che nel resto d’Italia, con scarti che vanno dai 20 euro ai 250 euro.
Sullo sfondo l’analisi lascia intendere che solo il taglio degli sprechi di Stato potrebbe portare ad un alleggerimento delle tasse.
Tasse che sono una delle maggiori zavorre per l’economia italiana.
Da un lato, scoraggiano gli imprenditori dal rischiare denaro in nuove attività . Dall’altro, lo Stato spende tanti soldi riscuotere i tributi: e gli oneri – a volte – sono superiori ai benefici incassati.
Lucio Cillis
(da “La Repubblica“)
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Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile
COSA DICE LA NORMATIVA VIGENTE, QUANTI MIGRANTI SONO GIA’ ARRIVATI IN ITALIA, COSA PREVEDE L’ACCORDO CON LA TUNISIA, DOVE VERRANNO SISTEMATI I LIBICI, COME STA FUNZIONANDO L’ORGANIZZAZIONE….LE TANTE RISPOSTE ALLE DOMANDE CHE SI PONE IL CITTADINO ITALIANO
Chi ha lo status di profugo?
Negli ultimi giorni sono sbarcati 1500 migranti: il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha dichiarato che sono profughi e non migranti. Perchè?
Quando si parla di profughi si intende chi si è allontanato dal Paese di origine per le persecuzioni o per una guerra, ma è un’indicazione generica.
Dal punto di vista giuridico si usa più propriamente la parola rifugiati: sono coloro che hanno ricevuto dalla legge dello Stato che lo ospita o dalle convenzioni internazionali lo status di rifugiato e la relativa protezione, ovvero l’asilo politico.
Come si fa ad essere sicuri che tra i profughi non si mescolino dei clandestini?
E’ impossibile esserne sicuri. «Save the Children» ricorda che molti profughi provenienti dalla Libia, originari dei Paesi del Corno d’Africa, sono ai confini della Tunisia, nei campi di accoglienza.
Ma è altrettanto vero che molti tunisini possono mescolarsi ai profughi, arrivare sulle stesse imbarcazioni e sfuggire ai controlli per l’identificazione, una volta in Italia.
Da qualche giorno, infatti, sembra essersi rotta definitivamente la tregua degli sbarchi di immigrati a Lampedusa.
Proseguono gli arrivi di tunisini che, invece, vengono considerati migranti economici e, dunque, non rientrano fra coloro che hanno diritto alla protezione prevista dall’Italia e comunque dallo status di rifugiato.
Che cosa prevede l’accordo sottoscritto con la Tunisia il 5 aprile?
Il rimpatrio per i migranti arrivati dopo quella data, ma anche per altri 800, giunti prima che fosse siglata l’intesa, numero raggiunto nei giorni scorsi. Prevede, poi, un’azione preventiva di cui Maroni non ha precisato i dettagli, se non promettendo che si sarebbero «chiusi i rubinetti» degli arrivi e che si sarebbe realizzato un rafforzamento della collaborazione tra forze di polizia.
Qual è il bilancio degli arrivi finora?
I migranti giunti in Italia sono 33 mila dall’inizio dell’anno, secondo i dati forniti dall’agenzia europea Frontex.
Una trentina ha pensato a una soluzione diversa dalle previsioni: il ritorno volontario in patria. L’Oim, l’organizzazione Internazionale per le migrazioni, ha annunciato, che sta sostenendo i primi casi di ritorno volontario di nordafricani già in possesso di permesso di soggiorno temporaneo.
La procedura, finanziata con fondi europei, è gestita dal ministero dell’Interno e si avvale del programma «Partir» messo a punto dall’Oim, che in due anni ha permesso il ritorno volontario di oltre 400 migranti, che hanno ottenuto un biglietto aereo e 200 euro.
L’Italia chiede da mesi maggiore solidarietà e aiuto da parte dell’Ue. Che cosa farà l’Unione?
Al Consiglio d’Europa di giovedì si parlerà del rafforzamento dei controlli sui confini del Frontex. Sono le richieste italiane, e il governo spera adesso alcune aperture dopo l’irrigidimento iniziale.
Nel frattempo è in corso l’accoglienza dei profughi nelle strutture italiane. Come procede?
Con molte difficoltà . Le regioni dovranno trovare 10mila posti per accogliere gli immigrati e, per questo motivo, verrà ripartito dal commissario straordinario per l’emergenza, nonchè capo della Protezione civile umanitaria, Franco Gabrielli, un primo stanziamento di 5 milioni di euro.
Nonostante ciò, molte Regioni protestano.
In Lombardia, per esempio, dove il sindaco di Lodi ha denunciato confusione nell’assegnazione dei profughi del Nord Africa ai singoli Comuni. E ha chiesto di attenersi agli accordi Stato-Enti Locali di inizio aprile.
Che cosa prevedono questi accordi?
Piccoli insediamenti di immigrati distribuiti in tutta Italia, no alle tendopoli, coinvolgimento in prima battuta della Protezione Civile, insieme con le Regioni e gli enti locali, concessione dell’articolo 20, ovvero del permesso temporaneo di soggiorno.
E soprattutto si sottolineava che vi sarebbe stata una divisione equa dei profughi sul territorio e un’organizzazione delle risorse.
Ed invece?
C’è stata molta disorganizzazione.
Il sindaco di Lodi racconta di come si pensi di risolvere il problema pagando l’albergo ai profughi per 10 giorni, lasciandoli poi in carico ai Comuni, senza che si assegnino loro risorse adeguate.
A Gallarate 48 rifugiati hanno trascorso la notte sui furgoni della Protezione civile. Sono originari della Libia, tutti richiedenti asilo, ma Gallarate li ha mandati via, sostenendo di non aver ricevuto alcuna comunicazione ufficiale del loro arrivo.
Flavia Amabile
(da “La Stampa“)
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Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile
ANNA LAZZARIN, PRIMO CITTADINO DI VEGGIANO, IN VENETO: “SIAMO IN TANTI A DOVER GESTIRE L’EMERGENZA DA SOLI”… E ZAIA NON SA NEANCHE DI COSA SI PARLA
“Davanti alle scelte difficili siamo stati lasciati soli dai partiti, dobbiamo studiarci le ordinanze e applicarle seguendo l’istinto e le necessità del territorio, nessuno ci dice come”.
È la solitudine dei primi cittadini, dei tanti sindaci di piccoli paesi che si sentono lontani dal partito e abbandonati dai politici regionali e nazionali del loro stesso schieramento.
Accade per esempio ad Anna Lazzarin, sindaco di Veggiano, un concentrato di campi arati e villette lungo la statale che collega Padova a Vicenza , e di asili nido ricavati in austere ville venete in mezzo a parchi potati di fresco.
A Veggiano abitano molti agricoltori, ma anche famiglie giovani con bambini. Persone piene di progetti rimasti impigliati sotto la piena che i primi di novembre ha danneggiato case, campi, ristoranti e negozi, in un filotto di paesi rovesciati dal fango e dall’acqua.
“Prima ero un sindaco come tanti, avevo la mia privacy, poi la mia alluvione ha cambiato tutto”.
Lazzarin la chiama “la mia alluvione”, che le fa suonare il cellulare ogni momento, per cui riceve cittadini ogni minuto della giornata.
“Vengono a suonare a casa mia, mi chiedono aiuto; io capisco, ma non ho più pace”.
Dopo l’alluvione uno staff di psicologi dell’Ulss ha preso postazione in municipio per fronteggiare le ansie di cittadini (e anche del sindaco ).
“Io ho una farmacia: le persone vengono a chiedere tranquillanti per calmare l’ansia, qualcuno cova un esaurimento nervoso”.
Sì perchè Anna Lazzarin, 46 anni e tre figlie da crescere (l’ultima ha 7 anni) è anche la farmacista del paese, un’attività che gestisce in società col fratello. Una signora laureata e benestante, con un impegno nella vecchia Dc confluita poi nel Pdl: “Non mi sono mai tesserata, oggi non mi riconosco più in questo partito e in un governo che non mi rappresenta, nè come piccola imprenditrice nè come amministratrice pubblica”.
La sindachessa è stata eletta nel 2007 grazie a una strana alleanza Pdl-Pd contro la Lega, un sodalizio che tuttora dura.
“I leghisti in consiglio comunale mi votano sempre contro, anche se sono direttive dalla Regione e quindi provenienti dai vertici della Lega”.
Dopo l’alluvione la sindachessa manda a memoria le ordinanze del governo sugli aiuti. “Zaia mi prende in giro, dice: allora sindaco so che è un’esperta di ordinanze di Berlusconi è vero?”.
Una dedizione da cui invece Zaia è lontano, almeno secondo Lazzarin, che ha messo in piedi una squadra di sindaci arrabbiati e agguerriti quanto lei, uniti dallo stesso sentimento di abbandono e solitudine.
Sono i primi cittadini dei luoghi più colpiti dall’alluvione, i sindaci di Bovolenta, Casalserugo, Ponte San Nicolò e Saletto.
Il primo aprile dopo molte insistenze sono stati ricevuti da Zaia. “Si è presentato con il super dirigente incaricato dell’alluvione Mariano Carraro, l’assessore alla protezione civile, quello all’ambiente e 12 tecnici. Quando li abbiamo visti ci siamo detti: allora gli abbiamo davvero fatto paura”.
E quindi? “Mi sono chiesta: c’è qualcosa di peggio dell’alluvione? Si, è trovarsi davanti a un presidente di Regione impreparato e confuso, che non sa nulla e non si è informato per niente di quello che noi e tutti gli altri paesi colpiti abbiamo dovuto sopportare”.
La sindachessa ha chiesto 13 milioni di danni, ne sono già arrivati 3,9.
“Non voglio gli altri soldi subito, vorrei sapere quanti me ne daranno e soprattutto quando”.
Invece dalla riunione non è uscita nessuna certezza, anzi: “Io esponevo i fatti e Zaia continuava a chiedere ai suoi se era vero quello che dicevo perchè non ne sapeva nulla”.
Alla fine Zaia ha pregato i sindaci di non informare dell’incontro la stampa e Carraro di andare a Roma a chiedere altri soldi.
Ha assicurato che sui tempi dei lavori pubblici e sulle erogazioni per quelli privati avrebbe informato i sindaci entro Pasqua.
“Siamo a maggio e ancora non sappiamo nulla”.
Erminia della Frattin
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 9th, 2011 Riccardo Fucile
“IL PATTO TRA ME E I PM? UNA PANZANA”….”SILVIO VORREBBE ESERCITARE IL POTERE SENZA CONTRAPPESI, MA NON LO SI PARAGONI A MUSSOLINI”…”NON SOPPORTO LE SUE COLOSSALI BUGIE”
«Io Berlusconi lo conosco bene, per questo ritengo sia doveroso contrastarne alcune sue
pulsioni».
Non fa sconto alcuno all’ex alleato il presidente della Camera Gianfranco Fini, nel corso della registrazione dell’ultima puntata del programma di Lucia Annunziata Potere, che andrà in onda stasera su Raitre.
Per il leader Fli, il presidente del Consiglio «non diventerà mai presidente della Repubblica perchè nel prossimo Parlamento, nonostante responsabili e disponibili di varia natura e nonostante qualsiasi legge elettorale vorrà inventarsi, non avrà la maggioranza».
Fini ritiene inoltre che il berlusconismo sia «in fase di superamento» anche se il premier, è l’attacco del presidente della Camera, «non vuole rassegnarsi». Nessun pentimento dunque per la rottura di un anno fa con il leader del Pdl: Fini è convinto che Berlusconi sia un politico «allergico» alle regole e ai contrappesi della democrazia ma che non possa comunque essere paragonato a Benito Mussolini.
Ospite della Annunziata, infatti, il leader Fli rifiuta il paragone proposto dalla giornalista: « Mussolini appartiene a un’altra epoca, instaurò una dittatura. Berlusconi non c’entra nulla: è un uomo politico che accetta le regole della democrazia, magari le vuole piegare un po’ troppo al proprio tornaconto ma ha un consenso popolare. Non è un antidemocratico, nè tantomeno un aspirante dittatore».
Tuttavia, ha sottolineato Fini, «Berlusconi vorrebbe esercitare il suo potere senza alcun tipo di contrappeso» e questa è «una visione poco rispettosa della Costituzione. È allergico a ogni contrappeso, non conosce il dibattito in un partito, il contrasto, il voto in un partito. Ha uno spasmodico bisogno di sentirsi amato e quando non riesce a riempire di fatti le tante promesse finisce per avere bisogno di un nemico. Una volta il comunismo, una volta l’alleato infedele, il complotto internazionale, la magistratura politicizzata».
Per il presidente della Camera, inoltre, il premier oggi «non è giustizialista perchè è plurimputato» anche se «nel ’94», anno della discesa in campo del Cavaliere, «gli accenti giustizialisti» nella campagna del futuro capo del governo «c’erano e come».
Quanto alle accuse di Berlusconi di un patto tra Fini e i pm, il presidente della Camera torna a smentirle, apostrofandole come una «colossale panzana». «Non c’è astio tra me e Berlusconi – ribadisce il leader dei futuristi -. Io non sopporto le colossali bugie come quando lui dice “Fini se ne è andato”.
E l’altra colossale panzana di un patto tra me e i magistrati».
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Maggio 9th, 2011 Riccardo Fucile
GENOVA: IN OCCASIONE DELLA GIORNATA DELLA MEMORIA CONTRO LE VITTIME DEL TERRORISMO, PRESIDIO DI FLI STAMANE DAVANTI A PALAZZO DI GIUSTIZIA…RACCOLTE OLTRE 350 FIRME DI SOLIDARIETA’ ALLA MAGISTRATURA, PRESENTI TV E STAMPA
“Gli italiani devono continuare a essere uguali davanti alla legge e i giudici devono continuare a esercitare il loro ruolo in nome del popolo e nel pieno della loro indipendenza”.
E’ uno dei passaggi della petizione che, in occasione della Giornata della Memoria per i magistrati vittime del terrorismo, Futuro e Libertà ha raccogliendo questa mattina davanti al tribunale del capoluogo ligure.
Il documento, «per il rispetto della legalità e della costituzione», è stato redatto perchè «il governo Berlusconi – si legge in un volantino distribuito da una ventina di attivisti che indossano magliette con su scritto “Se Ruby non puoi governare” – sta cercando di ledere, in maniera pesante e palese, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura».
Al termine del presidio una delegazione di Fli Genova ha partecipato alla cerimonia ufficiale in ricordo delle vittime nell’aula Coco di Palazzo di Giustizia, unico partito presente con una propria rappresentanza.
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Maggio 9th, 2011 Riccardo Fucile
IL POSTO ERA STATO LASCIATO LIBERO DA RONCHI E FINORA ERA STATO USATO DA “RICHIAMO” PER ALTRI POSSIBILI TRANSFUGHI… ENTRO GIUGNO NOMINATO SCAJOLA CHE COSI’ RINUNCIA A FARE LA FRONDA NEL PARTITO…PREVISTA UN’OFFENSIVA MEDIATICA PER PRESENTARE SCAJOLA COME UN MARTIRE DELLA GIUSTIZIA
Si direbbe: rieccolo. 
E infatti, dopo tanti si dice , qualche rivendicazione interna al partito sostenuta con la voce un po’ forte e, infine, anche piccole minacce di consumare strappi lasciate cadere nell’emiciclo di Montecitorio per fare pressione sul Capo, ecco che finalmente Claudio Scajola è stato ufficialmente sdoganato da Berlusconi in persona.
Sarà di nuovo ministro, quello delle Politiche Comunitarie, lasciato libero da Andrea Ronchi e non riassegnato fino ad oggi perchè tenuto dal Caimano come “richiamo” per i possibili transfughi dagli altri gruppi verso il Pdl.
Poi la crisi con la Lega ha fatto chiaramente capire al Cavaliere che Bossi non avrebbe accettato nessun “nuovo arrivato” su una poltrona di prima fila di governo e dunque tanto valeva riassegnarla a “sciaboletta” che, in fondo, secondo Berlusconi mai si sarebbe dovuto dimettere da ministro dello Sviluppo Economico.
Rieccolo, dunque. Per davvero.
Via del Fagutale, quell’appartamento con vista Colosseo comprato da chissachì a sua insaputa è ancora sfitto, non si riesce proprio a trovare qualche estimatore di questo ventennio che ci voglia andare a vivere.
E chissà che Scajola, presto di ritorno a Roma dopo lunghi mesi di esilio ligure nella natia Imperia, non ci ributti un occhio sopra.
Ma si vedrà .
Intanto il suo ritorno è ormai stato pianificato.
L’altra sera, parlando con alcuni fedelissimi ad Arcore, il Cavaliere ha svelato di aver chiamato Scajola subito dopo la notizia, arrivata da Perugia, che il suo coinvolgimento nell’inchiesta G8 era stato definitivamente messo nel cassetto.
Poi, parlando con un fedele di Scajola, Roberto Cassinelli, si è lasciato sfuggire che “subito dopo le elezioni, metteremo su un’offensiva mediatica affinchè l’opinione pubblica si convinca che lui con l’inchiesta non c’entra veramente nulla; poi lo ripescheremo subito”.
Succederà , più o meno, così. Che dopo le elezioni il Cavaliere comincerà a tenere sempre più vicino a se Scajola e probabilmente utilizzerà la figura del proconsole ligure per attaccare ancora la magistratura, rea di aver “sottratto per lungo tempo alla politica una persona per bene infangandola con accuse che poi si sono dimostrate destituite da ogni fondamento”.
Insomma, Scajola simbolo in carne ed ossa della mala giustizia che “ha pagato fino troppo per non aver commesso nulla”; per farla breve, un “martire”.
L’opinione pubblica, che ancora oggi, secondo i sondaggi di Berlusconi, non vede di buon occhio Scajola, non potrà che cambiare idea.
A qual punto basterà attendere il momento giusto — che sarà prima dei referendum perchè il colpo mediatico contro la magistratura servirà in quel momento — e Scajola sarà di nuovo ministro.
Per scaramanzia i suoi fedelissimi l’altro giorno non hanno voluto svelare la data che avrebbe in testa il Cavaliere, “perchè Claudio ha già sofferto troppo”, ma si parla di chiudere la questione entro giugno.
Ignazio La Russa, non certo amico di Scajola, messo davanti all’eventualità di ritrovarselo accanto nel governo, avrebbe dato il suo placet; meglio lì che al suo posto come coordinatore unico del partito.
E, in fondo, Scajola di nuovo ministro piace anche a Tremonti.
I due l’altro giorno sono stati visti parlare a lungo insieme in aula, la mano di Scajola su quella del titolare dell’Economia in un atteggiamento che tradiva una complicità affettiva ben superiore alla semplice colleganza.
Dal canto suo “Sciaboletta”, fiutata l’aria e ricevute le assicurazioni infomali del caso direttamente dal Capo nella telefonata di “congratulazioni” per l’avvenuto proscioglimento definitivo dalla vicenda G8, ha immediatamente rimesso nel cassetto tutte le sue bellicose idee di dar vita ad un gruppo parlamentare autonomo con un numero di parlamentari al seguito che, secondo stime interne al Pdl, potevano aggirarsi intorno a 25.
Con la riesumazione di Scajola, Berlusconi poi si è messo al riparo da una possibile scissione interna che poteva essere molto più dolorosa di quella operata da Fini e fa contento pure Bossi evitando di vendere una nomina di primo piano come pagamento di una cambiale ad uno dei Responsabili rimasti a bocca asciutta nel rimpasto dell’altro giorno (casomai proprio Pionati).
Insomma, un piano studiato nei dettagli; e Scajola è di nuovo tra noi.
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Maggio 9th, 2011 Riccardo Fucile
DA NOI NON SE NE VANNO NEANCHE DOPO DUE CONDANNE PER MAFIA… UNA SERIE DI CASI PER CUI I POLITICI STRANIERI SI SONO DIMESSI….LA FORMAZIONE PROTESTANTE INCIDE, MA SOPRATTUTTO IL FATTO CHE ALTROVE ESISTONO REGOLE, DA NOI NO
Cadono per lussuria, gola, superbia, ma anche per molto meno.
Raffiche di sms dal telefono di servizio a una spogliarellista (Ilkka Kanerva,
ministro degli esteri finlandese).
Una partita pantagruelica di sigari rimborsati a pie’ di lista (Christian Blanc, ministro per lo sviluppo francese).
Spiritosaggini con i giornalisti (Minoru Yamagida, ministro della giustizia giapponese).
Se sei un politico, altrove, basta e avanza per dimetterti.
Nell’ultimo mese hanno abbandonato almeno in due.
Il senatore repubblicano del Nevada John Ensign per una tresca con una sua dipendente sulla quale il comitato etico indaga da quasi due anni.
E il deputato indonesiano Arifinto, il cui Partito della prosperosa giustizia islamica aveva ispirato una draconiana legge anti-pornografia, beccato in aula a guardare un film a luci rosse.
A marzo ha lasciato Seiji Maehara, ministro degli esteri giapponese, reo di aver accettato 500 euro da una vecchietta che si è scoperto poi essere cittadina sudcoreana (la legge lo vieta per evitare interferenze straniere nella politica nazionale).
E Karl-Theodor zu Guttenberg, la cause celèbre.
Nobile, bello, ministro delle difesa tra i preferiti del governo Merkel. Sino a quando la Sà¼ddeutsche Zeitung rivela che ha copiato parte della tesi di dottorato. Lui prima rinuncia al titolo di studio. Poi presenta le dimissioni. Con la faccia del samurai che si avvia al seppuku politico.
A scartabellare gli archivi dei giornali non passa mese senza che casi analoghi si verifichino.
Ingigantendo, per contrasto, l’allegra anomalia italiana di un premier ancora impassibilmente sulla poltrona dopo essere scampato alla giustizia per amnistie, prescrizioni e cambiamenti di legge in extremis.
Esagerano loro o sottovalutiamo noi?
E, soprattutto, a cosa si deve questa differenza culturale?
Intanto c’è un elemento religioso. «Per il cattolicesimo, filtrato dal senso comune, mai nulla è così grave da determinare una seria crisi di coscienza» spiega Sergio Fabbrini, direttore della School of government della Luiss, «basta una confessione per poter ricominciare da capo. Nei paesi protestanti questo azzeramento è molto più difficile. Il rapporto con dio è individuale, ogni persona — politici inclusi — risponde per se stessa. Perciò quelle opinioni pubbliche sono molto meno accomodanti della nostra».
Così, quando al presidente tedesco Horst Koehler in visita a Kabul nel maggio scorso scappa detto che «un Paese concentrato sull’export deve rendersi conto che sviluppi militari sono necessari per proteggere i nostri interessi» i tedeschi, contrari alla guerra in Afghanistan, lo crocifiggono .
Per arrivare all’estremo di Rhodri Glyn Thomas, ministro della cultura gallese, che ha gettato la spugna per essere entrato fumando un sigaro acceso in un pub dov’era vietato, a poche settimane dalla gaffe di aver svelato il vincitore di un importante premio letterario.
«La grande differenza» dice ancora Fabbrini, autore del recente “Addomesticare il principe”, «sta nell’idea di leader. L’Italia, da sempre allergica alle èlite, ne vuole uno “come noi”, non c’è discontinuità tra chi comanda e chi è comandato. All’estero no: lo vogliono “diverso da noi”. Obama, Clinton, Kennedy vengono dal circuito Harvard-Yale.
Abituati a parcheggiare in terza fila, passare col giallo e così via, preferiamo qualcuno che replichi i nostri difetti civici. Ma a quel punto chiederne la testa diventa impensabile».
Differenze confessionali, avversione per la classe dirigente: tutto necessario ma ancora non sufficiente a spiegare l’italica «sindrome SuperAttack» al potere.
Perchè nella pur pia Spagna il ministro della giustizia Mariano Fernandez si dimette nel febbraio 2009 sul semplice sospetto che possa aver cercato di interferire nelle indagini del giudice Baltasar Garzà³n sui membri dell’opposizione.
O quello dell’economia portoghese Manuel Pinho fa le valige nel luglio 2009 dopo aver dato ostentatamente del cornuto al capo del partito comunista per una divergenza di opinioni.
«Il dato cultural-antropologico esiste ma per spiegare il nostro eccezionalismo va ricordato» sostiene Alessandro Campi, direttore della Fondazione FareFuturo, «che mentre gli altri sistemi politici hanno regole, scritte e non, oltre le quali è impensabile andare, il nostro è da questo punto di vista un Paese totalmente destrutturato, con i meccanismi di sanzione saltati negli ultimi anni. La dialettica democratica richiede un’opinione pubblica vigorosa che si alimenti di una libera informazione. Ma se questa, e quasi tutto il resto, appartiene o è controllata da una sola persona, come nella deriva berlusconiana, chi dovrebbe innescare la reazione?».
Dai protestanti mutiamo giusto la natura diretta della relazione con la divinità , dirottandola però sul leader.
Il politologo Gianfranco Pasquino data lo spostamento nel 1994.
«Quando il candidato democratico Gary Hart si dimette sulla notizia che ha un’amante lo fa per non danneggiare il suo partito. Idem nei tanti esempi di cui lei parla. La discesa in campo di Berlusconi però cambia il rapporto degli elettori con la politica: non passa più attraverso il partito ma si salda direttamente al capo carismatico. Aggiungete poi il sistema uninominale che li blinda e vi accorgerete che da noi chiedere conto a un politico è impossibile».
La vice-premier svedese Mona Sahlin nel ’95 si fece da parte per aver pagato coi soldi pubblici una barra di Toblerone.
Le sembrava un peccato capitale.
Il senatore Marcello dell’Utri reputa evidentemente veniale una doppia condanna per associazione mafiosa.
Per non parlare delle pinzillacchere di 16 dibattimenti penali da cui è rocambolescamente passato il suo amico di sempre.
Nell’annunciare il suo passo indietro per difendersi in tribunale da varie accuse di corruzione l’allora premier israeliano Ehud Holmert dirà «Sono orgoglioso di essere cittadino di un Paese in cui il primo ministro può essere inquisito come tutti».
Chissà che emozione essere cittadini di un Paese con un presidente del consiglio così.
Inimmaginabile.
(da “PNE Presi dalla rete”)
Riccardo Stagliano
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