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LETIZIA MORATTI: “PDL SENZA SENSO ETICO”

Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile

L’EX SINDACO DI MILANO ROMPE IL SILENZIO DOPO 50 GIORNI DALLE ELEZIONI MILANESI: “AVVERTO UN DISAGIO PROFONDO”…”SI E’ SMARRITO IL SIGNIFICATO VERO DI POLITICA AL SERVIZIO DEL CITTADINO”…”LA MANOVRA ECONOMICA NON RISPONDE ALLA DOMANDA CHE SALE DAL PAESE”

Un mese e mezzo dopo aver lasciato Palazzo Marino, Letizia Moratti rompe il silenzio.
«La manovra del governo è rigorosa. È stata approvata da Bruxelles. Ma non risponde alla domanda, che sale dal Paese, di una nuova etica politica. Non si possono chiedere ai cittadini sacrifici durissimi, senza fare sacrifici a propria volta. Non si possono tassare i pensionati, senza tagliare i costi della politica: gli emolumenti dei parlamentari, ma soprattutto le inefficienze della macchina amministrativa dello Stato, che costituiscono il maggior impedimento allo sviluppo del Paese. Questo mi induce oggi a riflettere sulla scelta che ho fatto due anni fa di entrare nel Pdl. Avverto un disagio profondo: non so più se la mia idea di politica, di una politica eticamente fondata, corrisponda ancora alla politica che pare aver smarrito il significato vero di servizio ai cittadini».
Letizia Moratti, sta pensando di lasciare la politica, o il suo partito?
Di certo non lascio la politica. Non voglio comunque fare passi affrettati in un momento in cui verrebbero strumentalizzati per alimentare una polemica tra schieramenti che non produce riflessioni e chiarimenti profondi. È una scelta difficile perchè mi sento stretta nella tenaglia tra una politica egoista, che difende privilegi e poteri, e una politica demagogica che cavalca il vento dell’opinione pubblica ma non affronta i nodi del sistema. Il mio impegno continua, nel solco del riformismo liberale e della solidarietà  espressa nella dottrina sociale della Chiesa. Trovo però sempre più difficile riconoscermi in un partito che non ha saputo fare le scelte di libertà  e di equità  che il Paese chiedeva.
Quali colpe imputa al Pdl?
La questione non riguarda solo il Pdl. Anche l’opposizione ha le sue colpe: nei momenti cruciali si è limitata ad astenersi e non ha mai fatto proposte concrete per il rinnovamento e la crescita del Paese. Ma la responsabilità  della manovra è del partito di maggioranza. Il vero ostacolo alla crescita è questa resistenza al cambiamento. Purtroppo, l’impulso al cambiamento che era venuto dal governo Berlusconi del 2001, e prima ancora dai governi di centrosinistra, oggi sembra perduto».
Il Pdl si è appena dato un nuovo segretario, Alfano.
Sarebbe ingiusto, prematuro, non corretto dare giudizi su chi si accinge a operare in un ruolo delicato. Massima apertura e rispetto. Ma il Pdl deve tornare alle radici. Alle forze del Partito popolare europeo. All’idea di libertà , di responsabilità  individuale. Io seguirò con attenzione il nuovo cammino del partito. E ne trarrò le conseguenze.
Lei ha parlato di questo con Berlusconi?
Sì. Ne ho parlato in passato, con Berlusconi e con Tremonti, e anche negli ultimi giorni. Ho espresso la mia convinzione che si debba andare oltre la politica dei tagli lineari, verso la spending review , un’autentica riforma della spesa pubblica. Invece si va nella direzione opposta. Si è ridotto al minimo lo scarto tra Comuni virtuosi e Comuni non virtuosi, riducendo sia la premialità  per chi ha i bilanci in ordine sia le penalizzazioni per chi non li ha. La revisione e ristrutturazione della spesa pubblica erano state avviate dal governo Berlusconi nel 2001, ma sono state interrotte. Anche il cammino del federalismo fiscale è rimasto incompiuto. Manca la cultura dell’efficienza e del merito. Manca una forte motivazione etica.
Non crede che anche il tono della campagna elettorale e il clima da scontro finale con la magistratura spieghino il calo del Pdl, in particolare a Milano?
A Milano, caso unico in Italia, il Pdl non è calato. Sommando i voti del partito a quelli della lista civica a me vicina, si arriva a quota 186 mila. Più che alle Regionali 2010, sui livelli delle Provinciali 2009».
Ma per la prima volta il centrodestra ha perso il Comune.
E anche da questo si devono trarre riflessioni. È sempre doveroso riflettere sulle sconfitte.
Non crede che la strategia di Berlusconi abbia disorientato molti moderati?
Il momento imporrebbe di operare per una maggiore coesione nel Paese, come ha più volte chiesto il presidente Napolitano. Non voglio fare polemiche sul passato. Metto in guardia su un pericolo: per chiedere i sacrifici ai cittadini occorrono consenso e credibilità . Rinviando i tagli della politica, non si hanno nè l’uno, nè l’altra.
Quali tagli propone?
Se anche tutti i parlamentari si riducessero lo stipendio del 10 per cento, avvicinandosi alle medie europee, sarebbe un fatto poco più che simbolico. Bisogna agire su proposte di riforma molto più forti, che devono essere realizzate subito. Per esempio, la riduzione del numero dei parlamentari. La drastica riduzione, se non abolizione, delle Province; difese anche dal Pd, affezionato a privilegi e clientele. Il rilancio del progetto delle città  metropolitane, cui all’Anci avevamo lavorato con il ministro Maroni. Il federalismo fiscale, con il meccanismo del fabbisogno standard, che introdurrebbe principi di maggiore qualità  e minori costi nei servizi ai cittadini. Sulla sussidiarietà , sul trasferimento di funzioni ai privati, lavorano il governo britannico, quello tedesco, persino Obama. E il nostro? Tra il ’92 e il 2000, con i governi Amato, Ciampi, Prodi, D’Alema, i costi della macchina amministrativa erano scesi di due punti di Pil. Segno che riformare è possibile.
Che effetto le ha fatto il caso Penati?
I giudizi si danno alla fine. Mi sembra però la conseguenza di un allontanamento dallo spirito di servizio che dovrebbe sempre animare la politica. È quello che bisogna ritrovare.
E il caso Milanese?
Idem. Dobbiamo essere più rigorosi possibile, quando è in gioco l’etica politica.
L’etica è un problema anche per il Pdl?
Certo. L’ultima manovra è il risultato di una politica che ha perso il senso etico. Da qui il mio disagio. Ma in gioco c’è molto di più. In tutto l’Occidente si avverte la necessità  di ritrovare una cultura del limite e il compito spetta prima di tutto alle classi dirigente.
Pensa che la leadership di Berlusconi possa avere un futuro? O è finita?
È finito il tempo di questa politica. Una politica che non è capace di coniugare rigore e crescita, che chiede sacrifici ai cittadini ma non li sa imporre a se stessa.
Il Pdl paga anche il fatto di aver lasciato troppo spazio alla Lega?
Il Pdl deve recuperare la cultura dei popolari e dei liberali europei, che tutela i più deboli e non le rendite di posizione, che propugna una big society , come quella di Cameron.
Il Pdl ha abbandonato questa via perchè troppo forte è stato il condizionamento della Lega?
Può darsi.
Il Pdl deve tenere un dialogo più stretto con mondi attorno a cui potrebbe ritrovarsi, i moderati, i cattolici?
Personalmente, ne sono convinta.
Ma dove immagina il suo futuro? Dopo Berlusconi, saranno altri leader e altri partiti a rappresentare i ceti moderati?
Il mio impegno politico sarà  indirizzato al dialogo con tutte le forze che intendono lavorare su una piattaforma programmatica davvero riformista, liberale e solidale. Le mie critiche vogliono ancora essere un contributo costruttivo al rinnovamento del Pdl. Mi auguro sinceramente che il Pdl possa mettersi alla guida di questo necessario cambiamento.
Se non lo fa?
Se non lo fa il Pdl, lo faranno altre forze. I vuoti politici vengono sempre colmati.

Aldo Cazzullo
(da “Il Corriere della Sera”)

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NONOSTANTE UN PROVVEDIMENTO ANTIMAFIA, ENERAMBIENTE SMALTIRA’ I RIFIUTI DI NAPOLI

Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile

LO STRANO CASO DI UNA SOCIETA’ ESTROMESSA DALLA RACCOLTA DEI RIFIUTI IN CAMPANIA CHE ORA GESTIRA’   LA MONNEZZA SPEDITA IN TOSCANA… UN’INFORMATIVA DELLA PREFETTURA DI VENEZIA PARLA DI CONTIGUITA’ CON I FRATELLI GRAVIANO, L’EX AMMINISTRATORE E’ FINITO IN CARCERE E IL PATRON GAVIOLI E’ INDAGATO

La saga dei rifiuti non ha fine e nella galassia di inchieste, soldi sprecati e arresti c’è anche la vicenda di una società  estromessa dalla raccolta dei rifiuti a Napoli, ma che ritorna protagonista come socio privato di un’azienda mista che si occupa di smaltire, in Toscana, il pattume campano.
Enerambiente, società  veneziana del patron Stefano Gavioli, ha lavorato per l’Asia, la società  del comune di Napoli, fino al novembre 2010, quando ha ricevuto un’informativa atipica, una misura di prevenzione antimafia, dalla prefettura di Venezia nella quale si manifestavano vicinanze sospette dell’ex amministratore delegato Giovanni Faggiano e dello stesso Gavioli. La presenza a Napoli di Enerambiente,oggi in liquidazione, e i suoi rapporti con Asia, sono al centro di diverse inchieste della procura partenopea e del pool di magistrati, coordinati dall’aggiunto Giovanni Melillo.
Pochi giorni fa sono scattati altri due arresti.
In manette, per corruzione ed estorsione, sono finiti Faggiano e Corrado Cigliano, il primo ex ad di Enerambiente, il secondo ex capocantiere a Napoli della società  veneziana e fratello di Dario, ex consigliere provinciale Pdl, anche lui coinvolto a diverso titolo in una precedente operazione.
L’accusa è quella di aver preteso soldi non dovuti e posti di lavoro dai responsabili delle ditte (Davideco e Cooperativa San Marco) a cui affidavano il subappalto.
Tra gli indagati in un altro filone dell’indagine c’è anche Stefano Gavioli.
Proprio Gavioli con la sua Enerambiente è consigliere nel cda di Rea, Rosignano energia ambiente.
Una società  con sede a Rosignano, in provincia di Livorno, che si occupa di rifiuti e che sta smaltendo quelli provenienti da Napoli.
Fino ad oggi sono circa 9 mila le tonnellate raccolte dalla ditta livornese con un costo per la Sapna, la società  provinciale di Napoli, di oltre un milione di euro.
Ora sono in arrivo altre 5 mila tonnellate dopo l’accordo tra le regioni siglato nei giorni scorsi. Insomma la Enerambiente uscita dalla porta nella raccolta del pattume partenopeo si trova ad essere socio privato dell’azienda mista che cura lo smaltimento dei rifiuti campani nella discarica livornese di Scapigliato.
La Rea è una società  mista pubblico-privata con il comune di Rosignano capofila con una quota del 45% e due soci privati, tra cui Enerambiente (nata dalle ceneri di Slia di Manlio Cerroni) è al 24%.
Oltre a Stefano Gavioli, nel consiglio di amministrazione siede anche la sorella Maria Chiara. “ Enerambiente è un socio finanziatore, ma non operativo — precisa Massimiliano Monti, direttore generale della Rea — i rifiuti provenienti da Napoli vengono controllati e usiamo tutto personale in capo alla nostra azienda e non dei privati”.
Ma in caso di utili il patron Gavioli parteciperebbe alla spartizione.
Di certo risulta ingombrante la presenza della società  veneziana. Un anno fa fu bocciata l’idea di acquisirne la quota perchè Enerambiente chiese una cifra intorno agli 8 milioni di euro.
Nel luglio 2010 Giovanni Faggiano si dimise da consigliere di Rea dopo ripetute richieste a seguito della condanna per corruzione aggravata in primo grado subita.
Nonostante l’assoluzione in secondo grado, restano i pesanti rapporti con uomini vicini al crimine organizzato, evidenziati nell’informativa atipica spiccata dalla prefettura di Venezia, lo scorso ottobre.
Nell’informativa della prefettura di Venezia, si parlava anche di Gavioli, il patron di Enerambiente, che resta consigliere di Rea: “ Sono stati accertati rapporti — si legge — di dubbia natura tra Gavioli Stefano, attuale amministratore unico e precedentemente presidente del Cda di Enerambiente Spa, e Zito Angelo, soggetto legato al crimine organizzato, condannato per il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso e arrestato nell’ambito di una operazione della Dia di Palermo con l’accusa di riciclaggio del denaro di pertinenza del clan mafioso riconducibile ai fratelli Graviano”.
Un’informativa atipica, quella della prefettura di Venezia, a carico di Enerambiente che condusse il comune di Napoli a revocare l’appalto nel novembre scorso, stesso dicasi per alcuni comuni foggiani (come Sannicandro Garganico) dove Enerambiente aveva vinto l’appalto per la gestione dei rifiuti.
Nel caso Rea, Enerambiente è socio privato di una spa. Il sindaco di Rosignano Alessandro Franchi, però, promette: “Chiederemo nella prossima assemblea dei soci che nel futuro cda, vicino al rinnovo, siano presenti solo persone che abbiano un profilo specchiato senza problemi con la magistratura”.
Sulla vicenda Rea-Enerambiente si è prodotta anche una spaccatura nel Pd che guida la giunta, con l’uscita del gruppo consiliare Rosignano democratica che chiede chiarezza e l’estromissione della società  veneziana.
Nell’ordinanza che ha portato in carcere Faggiano, il gip Isabella Iaselli parla anche di Gavioli: “ Sono da accertare i rapporti con il Gavioli che per ben cinque anni non ha mai avuto nulla da ridire sulla condotta del suo più fidato collaboratore che tuttavia aveva già  negli anni 2008 e 2009 emesso fatture per importi rilevanti per prestazioni mai eseguite, oltre ad aumentare in maniera irragionevole lo stipendio per sè e per la sua collaboratrice”.
Sia Faggiano che Gavioli respingono ogni addebito.
Sui rifiuti di Napoli c’è un altro caso che fa discutere quello della società  Adiletta logistica Scarl di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, che cura il trasporto del pattume campano verso la Sicilia.
I proprietari sono vicini al gruppo del Pdl locale, proprio nel piazzale dell’azienda si tenne l’incontro elettorale con Adriano Bellocosa, candidato a sindaco dei berlusconiani a Nocera Inferiore.
Uno dei proprietari della ditta, Mario Adiletta, già  protagonista di altre vicende giudiziarie in passato, è coinvolto in una inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Firenze.
Per lui il Gip dispose i domiciliari, nel novembre scorso, in un’operazione contro una presunta associazione a delinquere dedita al traffico internazionale di macchinari rubati, con l’aggravante di aver favorito un clan di camorra.
Adiletta viene ritenuto contiguo alla criminalità  organizzata campana secondo il racconto di due pentiti e i riscontri emersi dalle indagini dei carabinieri.
Accuse che i suoi legali respingono, pronti a dimostrare l’estraneità  dell’assistito a ogni accusa.
Al momento, nonostante il coinvolgimento nell’inchiesta fiorentina e i presunti rapporti con i clan, non ci sono stop prefettizi per la Adiletta e per la San Marino, azienda collegata al gruppo.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PENATI: SONO GUAI SERI E BERSANI SCARICA IL SUO UOMO FORTE

Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile

IMPRENDITORI IN FILA PER ACCUSARE IL DIRIGENTE PD… A META’ NOVEMBRE PENATI   SI ERA DIMESSO   DA INCARICHI NAZIONALI, FORSE AVENDO SENTORE DELLE INDAGINI IN CORSO…IL GIRO DI MAZZETTE CON POCHI TESTIMONI

Per capire dove sta portando l’inchiesta sulle presunte tangenti rosse di Filippo Penati a Sesto San Giovanni conviene partire da un dato.
Un imprenditore si è preso la briga di fare una stima, e basandosi sulla sua esperienza diretta e indiretta ha calcolato che negli ultimi dieci anni il sistema delle imprese della ex Stalingrado d’Italia potrebbe aver prodotto un flusso di finanziamento parallelo per i partiti di 80 milioni di euro.
I costi della politica sono quelli che sono.
E adesso qualcuno comincia a chiedersi quali siano state le vere ragioni delle dimissioni di Filippo Penati da capo della segreteria politica del Pd, cioè braccio destro di Pierluigi Bersani, lo scorso mese di novembre.
Una vicenda singolare, a riguardarla bene.
A metà  novembre, quando Giuliano Pisapia vince le primarie per la candidatura a sindaco di Milano sconfiggendo clamorosamente il candidato del Pd Stefano Boeri, Penati, uomo forte del Pd lombardo, prima fa finta di nulla, mentre i vertici regionali del partito si dimettono (sia pure per poche ore).
Poi, dopo un paio di giorni e un perentorio invito della dalemiana Velina Rossa, dà  l’annuncio: “Credo che sia necessaria una mia assunzione di responsabilità ”.
C’è un’apparente stranezza: per aver toppato le primarie di Milano Penati si punisce, come Muzio Scevola, rinunciando all’incarico nazionale e annunciando che concentrerà  tutti i suoi sforzi su Milano.
Avrebbe avuto più logica promettere di occuparsi, da quel giorno, solo di politica estera.
Per questa incongruenza oggi non pochi esponenti del Pd lombardo e nazionale cominciano a sospettare che già  a novembre Penati avesse sentore della valanga giudiziaria in arrivo, e per questo potrebbe aver deciso di togliere d’imbarazzo il suo amico ed estimatore Pierluigi Bersani.
Il quale adesso sta silenziosamente approvando il trattamento “mela marcia” per l’ex sindaco di Sesto San Giovanni: “Il Pd non ha mai preso finanziamenti illeciti”, ha assicurato ieri in una nota Antonio Misiani, tesoriere del partito.
Va notato il virtuosismo dialettico.
Il Pd dichiara con nettezza di non aver mai preso mazzette, e addirittura fa sapere di aver scatenato i suoi legali contro “informazioni di stampa ambigue e fuorvianti”, a difesa del “buon nome” (testuale) del partito.
Ma quando si parla di Penati anzichè escludere che abbia preso tangenti, ci si augura che l’interessato chiarisca e riesca a dimostrarsi innocente.
I casi sono due: o il Pd può garantire l’onestà  del partito in generale ma non dei suoi singoli esponenti anche di primo piano, oppure Penati è già  considerato fuori dal Pd, di cui tornerà  a far parte solo dimostrando di essere pulito.
Se invece si scoprisse che ha rubato davvero, è ovvio che lo avrebbe fatto per sè e non per il partito.
L’imbarazzo del Partito democratico è dovuto al fatto che il caso di Sesto San Giovanni è molto più grosso di quanto non si creda.
Davanti al pm di Monza Walter Mapelli prende forma l’immagine di una riedizione di Tangentopoli vent’anni dopo.
Non tanto per le dimensioni e la gravità  dei fatti, ancora tenute gelosamente segrete dai magistrati, quanto per il “modello di funzionamento” che decine di testimoni hanno ricostruito davanti a Mapelli.
Il primo accusatore di Penati, l’imprenditore sestese Piero Di Caterina, amico d’infanzia dell’ex sindaco, quando è stato chiamato a dare spiegazioni su alcune fatture sospette (che l’interessato rivendica come perfettamente regolari) ha assunto una posizione pasoliniana: “So, ma non ho le prove”.
Però ha parlato a lungo, ha spiegato perchè è difficile trovare le prove della nuova versione da Terzo millennio della “dazione ambientale”, e poi ha dato ai magistrati la chiave di lettura più preziosa: “Non ne possiamo più di pagare”.
Come vent’anni fa: richieste crescenti, un ceto politico che da una parte mette in ginocchio le imprese con la sua incapacità  di decidere e mantenere gli impegni, dall’altra le vessa con pretese sempre più arroganti.
Ha parlato al plurale, Di Caterina, e ha fatto seguire la lista, preziosissima per i pm, di tutti gli imprenditori che come lui ne avevano le tasche piene.
Mapelli li ha chiamati tutti, e li ha trovati divisi in due partiti: quelli che hanno ancora paura, o posizioni da difendere, e hanno finto di cadere dalle nuvole.
E quelli che hanno confermato le accuse di Di Caterina, in certi casi rincarando la dose. Come nel caso dell’ottantenne Giuseppe Pasini, che ha descritto minuziosamente le dazioni di denaro che sembrano, per ora, incastrare Penati.
A parte Pasini, pochi dispongono di prove.
La nuova Tangentopoli è fatta così: scompaiono le buste piene di banconote, compaiono le consulenze all’architetto amico, le fatture incassate dall’impresa di area, il prestito chiesto all’imprenditore amico che se lo fa restituire dal collega concusso.
Un fenomeno pervasivo e nello stesso tempo “soffice”, dicono gli imprenditori ai magistrati. Un sistema in cui bisogna essere amici dei politici, che non praticano l’estorsione, ma chiedono il favore (la sponsorizzazione al convegno, un po’ di pubblicità  al giornale locale del partito, l’assunzione di una figlia, il pagamento di una fattura a qualche misteriosa società  straniera).
Una mano lava l’altra, tra amici.
E chi decide di dire basta va incontro a guai seri.
Una pratica edilizia da un mese può arrivare a sette-otto mesi, e tu magari perdi l’affare, come è accaduto a Pasini, che doveva costruire la nuova sede di Intesa Sanpaolo e il nuovo centro di produzione di Sky, e sta accusando la giunta comunale di avergli fatto perdere i due affari (e posti di lavoro a Sesto) con lungaggini burocratiche non casuali.
Adesso l’inchiesta si allarga, e punta sui collegamenti nazionali : il volume degli affari di Sesto può produrre finanziamenti superiori alle esigenze della politica locale.
Ma punta anche sui fatti più recenti, che riguardano l’attuale sindaco Giorgio Oldrini. Il quale ha dichiarato ieri di non sapere se è indagato o no, ma di essere certo di non aver commesso niente di penalmente rilevante.

Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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FINI: “UN NUOVO GOVERNO TECNICO ANCHE COL PD”

Luglio 24th, 2011 Riccardo Fucile

“BERLUSCONI   CI PORTA NEL BARATRO, IL PDL ROMPA CON LA CAPPA CHE BLOCCA TUTTI”…”SERVE UN NUOVO ESECUTIVO A TEMPO CHE ABBIA COME PROGRAMMA LA RIPRESA ECONOMICA E LA RIFORMA ELETTORALE, POI ELEZIONI”

Il governo passeggia sull’orlo del “baratro”, ha perso credibilità  in Europa ed è incapace di affrontare le emergenze del Paese.
Serve un nuovo esecutivo con un programma di soli due punti: ripresa economica e riforma elettorale. Il presidente della Camera Fini non ha dubbi.
Spera nella collaborazione del Pd ed è pronto ad accettare un premier dell’attuale maggioranza. “Anche” un leghista come Maroni.
Fini considera vitale una svolta in tempi brevi e in questa ottica lancia un appello in primo luogo al Pdl: “Gli uomini di buona volontà  non abbiano paura e rompano la cappa imposta da Berlusconi. Gli impongano il passo indietro. A quel punto il centrodestra rinascerà  e si riorganizzerà “.
Presidente, non si tratta di un disegno complicato?
Questo governo è confuso e paralizzato. L’unico che non se ne accorge è Berlusconi. Lui continua a fotografare una realtà  virtuale. Quando arriva a dire che è stato bravo il governo a far approvare la manovra in soli tre giorni significa che vive sulla luna. Come se nessuno sapesse che il merito è stato del monito del presidente della Repubblica e del senso di responsabilità  delle opposizioni.
E c’è un’alternativa?
Galleggiare equivale ad allungare l’agonia a spese dell’Italia. Per gli italiani il conto sarà  salatissimo. Siamo di fronte al baratro. Gli uomini più avveduti della maggioranza abbiano un sussulto.
In che senso?
In tanti nel Pdl vengono da me e si lamentano della situazione. In privato sono disperati, sanno che si vive una condizione drammatica. Sono coscienti del fatto che se continua così sono finiti e che il presidente del consiglio non è più in grado di governare. Poi in pubblico hanno paura, dicono che è saldo in sella. Abbiano il coraggio di spiegare a Berlusconi che deve fare un passo indietro.
In quel caso cosa accadrebbe?
La maggioranza che è uscita dalle elezioni ha il diritto di esprimere il presidente del consiglio. Facciano un nome e noi faremo la nostra parte.
Voi Terzo Polo o le opposizioni?
Parlo a nome del Terzo polo e spero che anche il Pd non si sottragga alle responsabilità . Ma a condizione che si abbandoni il libro dei sogni.
Cioè?
Serve un governo con un programma definito. Il rilancio dell’economia e una riforma elettorale che riconsegni agli elettori, prima di tornare alle urne, il diritto di scegliere da chi essere rappresentati”.
Ma chi può guidare questo esecutivo? Nel Pdl si fanno i nomi di Alfano, Gianni Letta e Tremonti.
Non sta a me indicare delle personalità . Ma il Paese non può più aspettare.
Dopo lo “strappo” della Lega sul caso Papa, molti indicano Roberto Maroni come possibile candidato. Il ministro dell’Interno che per competenza si occupa delle legge elettorale.
So bene che molti lo immaginano. È auspicabile che accada. Serve che qualcuno prenda l’iniziativa. È necessario un atto d’amore nei confronti dell’Italia.
Lei accetterebbe anche un leghista a Palazzo Chigi?
Maroni ha dimostrato di essere più consapevole di quel che sta accadendo. La Lega ha perso alle amministrative in misura maggiore rispetto al Pdl. Molti leghisti sanno che con questa situazione economica il federalismo si allontana, significa più tasse e si chiedono se il gioco valga ancora la candela.
Una scelta del genere passerebbe per un scontro interno al Carroccio.
Non credo a uno show down nella Lega. Nemmeno Maroni lo vuole. Bossi è la Lega. Ma Umberto sa che certe cose non può dirle, le fa dire al suo ministro. Allora il ministro sta diventando il punto di riferimento di un certo malcontento lumbard. Ma il segretario leghista sa anche che lui e il premier sono legati, simul stabunt simul cadent”.
E Alfano è in grado di affrontare una sfida del genere?
Dipende da lui. Tra il dire e il fare… sarebbe ingenuo pensare a un suo strappo, anche semplicemente per una questione di lealtà . Nella Dc i segretari erano uno stimolo per il governo, ma era un’altra epoca. Temo che Berlusconi resti il “dominus” del Pdl.
Il premier però ha annunciato di non volersi ricandidare nel 2013.
Purtroppo temo che nessuno lo sappia con certezza.
Insomma lei non è ancora convinto del passo indietro del Cavaliere?
Non credo a un mossa compiuta per sua spontanea volontà . E il punto è proprio questo. Nel Pdl c’è una cappa che blocca tutti. Nessuno vuole dispiacere il capo. Devono avere il coraggio di rompere questa cappa. Chi ha senso di responsabilità  assuma un’iniziativa.
E se accadesse lei tornerebbe nel Popolo delle libertà ?
Il perimetro di Futuro e libertà  è quello del centrodestra. Solo qualche maniaco può accusarci di comunismo. Io voglio una destra repubblicana, vorrei un modello europeo per il centrodestra italiano. Ma dopo che la Lega si è astenuta in consiglio dei ministri sulle celebrazioni del 150. mo, dopo le polemiche sui rifiuti al nord, sugli insegnanti meridionali, su un certo odio etnico, io dico che questa non è la mia idea di destra.
Non è la mia idea di destra pensare che gli unici lavoratori rispettabili siano i commercianti. E gli impiegati? Gli operai? Molti nel Pdl la pensano come me. Molti – non solo gli ex di An – mi dicono che il problema è Berlusconi e che questo governo non può governare. Allora rompano questa cappa e il centrodestra si riorganizzerà  completamente.
In caso contrario il Terzo Polo con chi si presenterà  alle prossime elezioni?
Da solo. Il Pd coltiva ancora la tentazione di mettere tutti insieme a sinistra. Come ieri, quando si illudeva di tenere insieme Dini e Bertinotti. E se il Pdl continua a credere alla infallibilità  di Berlusconi….
Anche per questo pensa ad un nuovo sistema elettorale?
Basta con questo bipolarismo muscolare per cui è importante mettere tutti insieme per vincere e a governare ci si pensa dopo. Si deve ricostruire un legame tra eletti e elettori. Per me meglio i collegi delle preferenze, ma sono pronto a discuterne. Gli eletti ora pensano solo a rimanere nelle grazie di chi lo mette in lista. Per questo nel Pdl tutti hanno paura di Berlusconi”.
Per ricostruire un legame con i cittadini, forse, la politica dovrebbe fare fronte anche ai suoi eccessivi costi.
Certo, ma senza mettere in discussione i costi della democrazia. Il vero costo è il proliferare di apparati, dei consigli di amministrazione, dei consorzi di bonifica. Non basta tagliare un po’ qua e un po’ la”.
Lei non si sente in colpa?
Da due anni la Camera ha bloccato l’adeguamento delle indennità , il bilancio dei Montecitorio prevede tagli consistenti. Ma questo è uno dei problemi. Il resto è fare le riforme.
Il punto però è che i cittadini sono scossi dai costi della politica soprattutto se messi in connessione con la questione morale emersa in Parlamento, con i tanti inquisiti.
Non mi convincono i paragoni con Tangentopoli e Mani pulite. È vero però che nel Paese c’è una corruzione diffusa, c’è un indebolimento della cultura della legalità . A una società  parcellizzata ed egoista corrisponde un ceto politico espressione degli elementi più deteriori della società . E in questo Berlusconi non ha aiutato”.
È responsabile anche di questo?
Se si da l’idea che la legge non è uguale per tutti, se si attacca la magistratura, si apre una deriva pericolosissima. Il metro del successo è solo il denaro e non è un caso che l’Italia sia il Paese con la più alta percentuale di evasione fiscale. Anche il buon esempio viene ignorato.
Proprio un anno fa venne espulso dal Pdl. È pentito di qualcosa?
No, perchè tutto quello che avevo denunciato si è poi realizzato. Avevo chiesto gli Stati generali dell’economia e mi avevano detto che “tutto va bene madama la marchesa”. Avevo detto che la Lega aveva la golden share del governo e così è stato. Altri, e non certo io, si devono pentire.

Claudio Tito
(da “La Repubblica”)

Un nostro commento

Pur condividendo una buona parte dell’analisi del presidente Fini sulla crisi del centrodestra, l’intervista del leader di Fli denota, a nostro parere, alcune contraddizioni che il Terzo Polo continua a trascinarsi dietro:
1) Fini si muove vivendo di tattica e ci sta, ma senza una strategia di fondo e con tattiche che mancassero di coerenza ideale alla lunga non si va lontano. E’ la differenza che passa dal tappullo alla barca che prende acqua al veleggiare in mare aperto.
O si disegna un proprio modello di sviluppo, si chiarisce che tipo di società  futura si vuole erigere, si mettono paletti irrinunciabili a valori tipo legalità , unità  nazionale, solidarietà  verso gli immigrati nel rispetto delle regole, socialità  che riduca il gap tra i troppo ricchi e i troppo poveri, tra chi paga le tasse e chi no, tra chi corrompe e chi no, o si navigherà  sempre con troppa prudenza sottocosta, col risultato di arenarsi in qualche secca.
2) Non è possibile, come fa Fini,   rammentare nella stessa intervista quanto Fli sia lontana dalla becero destra leghista e poi ipotizzare un appoggio a un suo rappresentante per motivi tattici.
Non si possono rivendicare i legittimi diritti degli immigrati e poi appoggiare chi ha sulla coscienza i respingimenti e i relativi affogamenti in mare operati da Gheddafi per conto terzi.
Un uomo di destra non potrà  mai votare per chi è razzista, per chi sputa sul tricolore, per chi discrimina tra italiani anche sul posto di lavoro.
Per noi   questa è solo feccia, altro che votare l’avvocato del recupero crediti della Avon e il condannato per resistenza pubblico ufficiale che ora, solo per ambizione, cerca di smarcarsi da Bossi.
3) Il Terzo Polo deve prima fare una attenta pulizia al proprio interno (compreso il personale politico di Udc e Mpa), poi presentarsi alle elezioni da solo, con uomini puliti e un programma serio, coniugando legalità  e socialità , aiuti alle imprese e ai lavoratori, incentivi per l’occupazione giovanile, la famiglia, la scuola e l’edilizia pubbliche, rispetto delle minoranze e tagli radicali ai costi della Casta, umiltà  e capacità  di ascolto del popolo italiano.
Con una sola nuova norma giudiziaria da approvare entro una settimana: un amministratore pubblico che ruba deve prendersi 30 anni di galera e starci fino all’ultimo giorno.
La politica   deve tornare ad essere “al servizio della polis”: o si fa per passione o fuori dai coglioni.

Questo il popolo di destra si aspetta da Fini.

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LA LEGA INAUGURA L’USCIO DEI MINISTERI PATACCA AL NORD: ORA I MONZESI SANNO DOVE PORTARE IL CANE A PISCIARE

Luglio 24th, 2011 Riccardo Fucile

A VILLA REALE VA IN ONDA LA “SCEMEGGIATA” DELL’APERTURA DELLE SEDI DISTACCATE DI ALCUNI MINISTERI, FUORI ESPLODE LA CONTESTAZIONE AL GRIDO DI “BUFFONI”…L’EX SOCIALE ALEMANNO ORA SI INDIGNA, QUELLI DI “NOI SUD” PRETENDONO MINISTERI ANCHE IN MERIDIONE, MARONI DISERTA… APPESE ALLE PARETI LE FOTO DI NAPOLITANO E DEL SENATUR DI 20 ANNI FA

Eccoli qui i ministeri spostati al nord, dopo i tanti proclami e le mille polemiche .
Piccole sedi distaccate, intendiamoci, dei dicasteri dell’Economia, della Semplificazione Normativa e delle Riforme.
Gli uffici, con tanto di targhe, li hanno inaugurati stamani all’interno di un’ala della Villa Reale di Monza.
Mentre il ministro Michela Vittoria Brambilla ha annunciato, presto, anche una sede distaccata del Turismo.
Bandiera dell’Unione Europea, tricolore e crocifisso e, appese alle pareti, la foto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, quella di Umberto Bossi anni ’80 pre-corna e la statua di Alberto da Giussano.
Centocinquanta metri quadrati, quattro uffici, destinazione “pensatoio” per rilanciare l’economia.
Ecco il tanto atteso decentramento ministeriale, fiore all’occhiello della Lega di fronte alla base.
Niente computer nè telefono per il momento.
Si tratta di spazi adibiti ad uffici a cui i cittadini si potranno rivolgere per comunicare con i governo “senza fare chilometri per niente”, come ha precisato il sindaco di Monza Marco Mariani.
Prima di varcare la porta delle sedi, il ministro delle Riforme Umberto Bossi, ha parlato ai giornalisti e ai presenti, stretto attorno ai colleghi Roberto Calderoli, Michela Brambilla e Giulio Tremonti.
Presenti alla cerimonia anche alcuni rappresentanti delle istituzioni tra cui Roberto Cota, presidente della Regione Piemonte, Davide Boni e Andrea Gibelli, in rappresentanza della Regione Lombardia.
“Le scrivanie le abbiamo pagate di tasca nostra”, ha sottolineato Calderoli. “Sono costate circa 340 euro l’una” (da una ditta di Catania…n.d.r.).
In entrambe le stanze destinate a Bossi e allo stesso Claderoli, sono stati attaccati alcuni arazzi e quadri che raffigurano il giuramento di Pontida e la battaglia di Legnano, momenti-icona del movimento oltre al Tricolore, alla bandiera dell’Unione Europea e alle foto del leader del Carroccio.
Gli uffici saranno operativi a partire dal mese di settembre, ma i cittadini, uniti al Pd e all’Udc lombardo, non hanno atteso quella data per protestare con manifesti, fischi e cori: “No ai ministeri, è una buffonata”.
Anche il sindaco Alemanno è furibondo, ma non è certo il solo.
Arturo Iannaccone, leader di Noi Sud e deputato di Popolo e Territorio, va giù pesante.
“Dopo l’apertura a Monza degli uffici distaccati dei ministeri, abbiamo avuto la conferma di un esecutivo succube della Lega. Nei prossimi giorni ci aspettiamo un segnale chiaro dal Governo con l’individuazione al sud di quattro sedi distaccate dei ministeri dello Sviluppo economico, dell’Ambiente, del Turismo e delle Politiche Agricole”.
Commenta il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa: “Gli italiani sono costretti ad assistere all’intollerabile inconcludenza di questo Governo, impegnato solo a litigare al suo interno e a produrre pagliacciate questa”.
I più contenti saranno i monzesi che ora sanno dover poter portare a pisciare il cane.

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VOLO CON L’ ELICOTTERO DELLA PROTEZIONE CIVILE: PER LA POLVERINI “NON C’E’ NULLA DA SPIEGARE, SE SERVE LO USO ANCORA”

Luglio 24th, 2011 Riccardo Fucile

L’ARROGANZA DELLA CASTA: PER PRESENZIARE ALLA MARKETTA DELLA SAGRA DEL PEPERONCINO A RIETI, A DIFFERENZA DI ALTRE AUTORITA’, LEI HA CHIESTO L’USO DEL VELIVOLO DESTINATO A SPEGNERE GLI INCENDI BOSCHIVI COME DA CONTRATTO… INVECE CHE CHIEDERE SCUSA PRETENDE PURE DI AVERE RAGIONE: POVERA RENATA, IL POTERE TI HA DATO ALLA TESTA

“Io sono io, e voi…”. Lei è Renata Polverini. Lei è il governatore del Lazio.
Lei può: prendere un elicottero della Protezione civile per un comizio e un rinfresco per la Festa del peperoncino di Rieti e rifiutarsi per due volte di spiegare. Anzi, rivendica: “Non c’è stato un uso improprio. Lo userò ancora se avrò bisogno di conciliare, da presidente, la mia presenza in più contesti”. I
niziate a far girare le eliche, la Polverini è pronta per l’imbarco.
E per chi insiste, la risposta è perentoria: “Non c’è nulla da chiarire e mi meraviglia la vostra enfasi. Io sono il presidente regionale, se ritengo di utilizzare un mezzo veloce, per due situazioni diverse, posso farlo. Non gravo sul denaro pubblico”.
In coda a un ragionamento tortuoso, ecco che la Polverini, a sua insaputa, svela il segreto del suo viaggio nella città  di Guglielmo Rositani, consigliere di amministrazione Rai e presidente dell’Accademia reatina del peperoncino.
Il governatore ha raggiunto Rieti da Castel Fusano a bordo di un velivolo AS 350 B3 di Heliwest, assieme a quattro persone, due assistenti e due piloti.
Ai 70 chilometri che separano la sede regionale di Roma e il palazzo Papale di Rieti, la Polverini ha aggiunto i 27 per Castel Fusano.
Da cinque anni, ai tempi di Piero Marrazzo, la Heliwest di Asti rafforza la flotta dei mezzi antincendio a disposizione della Protezione civile laziale.
Il primo appalto è del 2006, rinnovato per 3 milioni di euro quasi in automatico nel 2009 e in scadenza l’anno prossimo.
La Heliwest dirotta 6 elicotteri nel Lazio durante l’estate, la convenzione è dal 15 giugno al 31 agosto.
Il bando di gara definisce con precisione l’accordo con l’azienda piemontese: “Consiste nel servizio aereo di spegnimento incendi boschivi sull’intero territorio laziale”.
Non c’è scritto che uno o più elicotteri siano riservati al governatore.
La società  di Asti, però, aveva offerto a Marrazzo dei trasporti di cortesia.
L’ex governatore ha sempre declinato per opportunità : può l’autore di una gara d’appalto ricevere un favore da chi partecipa e poi vince correttamente la commessa milionaria?
La Polverini può.
Rileggiamo: “Non gravo sul denaro pubblico”.
Sarà  perchè l’elicottero è noleggiato con milioni di euro per spegnere incendi, non per sedare la sete di chi s’ingozza di ‘nduja a Rieti.
E un attimo fa, per contrastare la casta, ieri rifletteva: “Sì ai tagli per le commissioni: sono troppe”.
Mentre l’AS 350 B3 volava su Roma con il governatore che doveva rientrare per una cena con la Coldiretti, ironia di una terribile ironia, due velivoli più piccini combattevano le fiamme sull’autostrada per Rieti.
Tra roghi veri e roghi culinari, la Heliwest pensava che la Polverini avesse ordinato il mezzo, il più potente, per visionaria l’area. Semplicemente: voleva evitare il traffico creato dai volontari della Protezione civile oppure arrivare puntale all’aperitivo di casta con l’amico Rositani, il ministro Paolo Romani (Sviluppo economico), i sottosegretari Roberto Rosso (Agricoltura) e Alfredo Mantica (Esteri).
La casta non resiste: dai voli di Clemente Mastella per un Gran premio a Ignazio La Russa per un partita dell’Inter.
Atterrata all’aeroporto Ciuffelli di Rieti con il picchetto d’onore del sindaco Giuseppe Emili, l’ex sindacalista è corsa in centro per un paio di tarallini e un vinello leggero in Prefettura.
Un po’ di energia per scandire parole solenni: “Rieti è il centro agricolo più grande d’Europa. Vi abbraccio”.
E via con le pale che girano.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ALFANO-MARONI IL TANDEM FINISCE SUBITO IN SURPLACE

Luglio 24th, 2011 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO PDL NON PERDONA AL LEGHISTA IL VOTO SU PAPA…IL POSSIBILE TICKET DI UN FUTURO GOVERNO NON DECOLLA E MARONI SI RITROVA COL CERINO ACCESO IN MANO: IL PARRICIDIO E’ RINVIATO A GIORNI MIGLIORI… MAURIZIO LUPI ALLA GIUSTIZIA?

La coppia non decolla e Berlusconi tira un sospiro di sollievo.
Alfano rimane fedele al premier e Maroni rimane senza quella sponda sulla quale pensava di costruire «l’evoluzione generazionale» del centrodestra.
Non un altro governo fuori dai confini politici presieduti da Pdl e Lega.
E nemmeno un governo istituzionale o di larghe intese.
Con il voto che ha portato in carcere Alfonso Papa, il ministro dell’Interno ha battuto un colpo di leadership dentro il Carroccio e ha chiesto al nuovo segretario del Pdl un atto di coraggio: è il momento di muoversi, in fretta, di accelerare verso un nuovo assetto, anche di governo se necessario, per uscire dalle secche in cui si trova la maggioranza.
E soprattutto per prepararsi alle elezioni politiche del 2013.
Ma il caso su cui Maroni ha battuto il colpo è stato il peggiore, il più deleterio nella visione garantista di Alfano e di tutto il Pdl.
E’ proprio il terreno sul quale il ministro della Giustizia (forse ancora per pochi giorni) non può sgarrare e non vuole sgarrare rispetto a Berlusconi.
«Angelino – spiega un amico che lo conosce come le sue tasche – è una persona che non tradisce, un siciliano serio, tutto d’un pezzo. Non fa colpi di testa: i cambiamenti li persegue con gradualità  e moderazione, ma soprattutto non è disposto a fare il parricidio».
Berlusconi quindi per il momento è blindato e potrà  sopravvivere superando indenne l’estate. Lascia che la Lega si intesti la riforma costituzionale.
Una riforma da far sventolare ai leghisti come una nuova bandiera nelle feste padane.
E pazienza se non c’è l’accordo tra Lega e Pdl.
Tanto tutti sanno che questa riforma non si farà .
Intanto Bossi sta cercando di far sentire il suo pugno dentro il Carroccio, riassorbire lo strappo di Maroni. «Finchè sono vivo comando io nella Lega», ha detto Bossi al premier in una telefonata in serata.
C’è stata la zampata di Bossi.
Anzi, la «zampatella» come l’ha definita un ministro che ha osservato l’atmosfera rilassata che si respirava ieri mattina al Consiglio dei ministri. «E’ chiaro che il vecchio leone si è mosso, ha tirato le orecchie sia a Maroni sia a Calderoli, i quali non stanno facendo una partita comune. Dentro la Lega continua il ministro – le partite in corso sono tante e non è finita».
Bossi avrebbe avuto un sussulto di leadership e Maroni, in un incontro prima della riunione di governo, avrebbe confermato a Berlusconi che quello sul caso Papa non era un voto contro di lui o il governo.
Ma quel voto ha creato un vulnus tra Alfano e Maroni.
Per il segretario del Pdl un’alleanza che si rinnova, anche con un cambio generazionale, deve avvenire con il consenso dei «padri». Innanzitutto non può poggiare su un presupposto «manettaro», giustizialista.
Il terreno del garantismo non è un optional, una variabile indipendente: e dovrà  essere uno dei tratti costituenti del centrodestra.
La coppia non decolla.
A tarparle le ali sarebbe stato un retroscena che viene raccontano a Palazzo Grazioli.
Il giorno prima del voto, Maroni avrebbe assicurato ad Alfano che Papa si sarebbe salvato nello scrutinio segreto.
Esattamente come garantivano Bossi e Reguzzoni.
Le cose sono andate diversamente. Sarà  vero?
I maroniani negano categoricamente e contrattaccano dicendo che chi mette in giro questi veleni sono coloro che nel Pdl e nella Lega vogliono salvaguardare la loro rendita di posizione e impedire il cambiamento.
Rimane il fatto che Berlusconi può dire di parlare con Bossi in maniera prioritaria: Maroni fa prove di successione ma non trova la sponda di Alfano.
Il quale forse la prossima settimana verrà  «liberato» dalla carica di Guardasigilli per dedicarsi anima e corpo al partito.
Il capo dello Stato ha detto che il nuovo ministro della Giustizia dovrà  essere un parlamentare per evitare che un ministro vada al posto di un altro, innescando un effetto domino. Berlusconi considera le parole di Napolitano «un’ingerenza presidenzialista» finalizzata a stoppare Brunetta.
Cresce di molto il nome di Maurizio Lupi per via Arenula.

Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)

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ANCHE LA MAFIA SORRIDE: IN SENATO LA LEGGE “ALLUNGA PROCESSI”

Luglio 24th, 2011 Riccardo Fucile

GLI AVVOCATI POTRANNO CONVOCARE MIGLIAIA DI TESTIMONI E BLOCCARE DI FATTO I PROCESSI FINO ALLA PRESCRIZIONE

Una legge devastante per la giustizia sta per essere approvata in Senato la settimana prossima.
Con un colpo di mano la maggioranza è riuscita a far mettere in calendario per martedì la votazione in aula del cosiddetto “processo lungo”.
Una normativa che salva mafiosi, delinquenti abituali e non, colletti bianchi corrotti.
Per le vittime, invece, sarà  azzerato di fatto il diritto alla verità .
L’emendamento “allunga processi”, a firma di Franco Mugnai del Pdl (approvato in commissione giustizia del Senato ai primi di aprile), prevede, infatti, che la difesa possa presentare sterminate liste di testimoni. Di più.
Fa carta straccia della “norma Falcone” (articolo 238 bis del codice di procedura penale) perchè vieta in un dibattimento l’utilizzo come prova delle testimonianze già  acquisite in altri processi con sentenza passata in giudicato.
Ogni volta, dunque, si può ripartire da zero e la prescrizione diventerà  inevitabile per decine di migliaia di processi.
Le nuove regole rappresentano un mix fortunatissimo per il processo milanese a carico di Silvio Berlusconi per la corruzione in atti giudiziari dell’avvocato David Mills.
Al momento, la sentenza della Cassazione per il testimone corrotto (e prescritto) è stata acquisita in dibattimento e rappresenta una spada di Damocle per il presidente del Consiglio. Anche se, rispetto a quando l’emendamento è stato architettato, per scelte anche del collegio, la prescrizione scatterà  comunque, quasi sicuramente, prima della sentenza di primo grado. Ma Berlusconi deve ipotecare gli altri procedimenti: quello per il caso Ruby, e quelli per presunti reati fiscali: Mediaset e Mediatrade.
E, come accade per tutte le leggi ad personam, al netto dei “lodi” Schifani e Alfano, l’effetto su tutti gli altri processi è catastrofico.
Un esempio: se allo stadio, durante una partita di calcio con 30 mila spettatori, è stato commesso un omicidio, l’accusa chiamerà  in dibattimento, verosimilmente, solo pochi testimoni.
Quelli in grado di riferire elementi certi su quanto avvenuto.
Ma con la nuova legge, la difesa di chi è imputato può chiedere che vengano a testimoniare, in astratto, tutti e 30 mila gli spettatori.
Basta che sappia dare una buona motivazione e il giudice è obbligato ad accogliere la richiesta.
Gli viene quindi tolto il potere di determinare la lista testi in base all’attuale concetto di “superfluità ”. E se non accoglie le richieste il processo può essere annullato.
L’emendamento Mugnai prevede, infatti , che “Il giudice… a pena di nullità  ammette le prove ad eccezione di quelle vietate dalla legge e di quelle manifestamente non pertinenti”.
Il trucco per obbligare il giudice all’ammissione dei testimoni è proprio in quella frase: “Non manifestamente pertinenti”, significa che se gli avvocati hanno una mezza giustificazione per la loro richiesta, sia pure abnorme, la spuntano.
Anche se l’intento è chiaramente dilatare il processo e arrivare così alla prescrizione.
Questa legge (che dovrà  tornare alla Camera) vale non solo per i processi di primo grado in corso (altrimenti non servirebbe a Berlusconi) ma persino per i processi di mafia e per quelli con rito abbreviato, concepito, appunto, per durare poco grazie alla concessione dello sconto di un terzo della pena.
Pensare che il disegno di legge originario aveva tutt’altro scopo: “Inapplicabilità  del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo”, prima firmataria la deputata della Lega, Carolina Lussana.
Dunque una legge scritta per impedire benefici a chi è accusato di reati gravissimi.
Nella versione originale è stato approvato alla Camera a febbraio.
Poi il blitz in Senato del Pdl, in aprile: l’approvazione in commissione giustizia dell’emendamento “allunga processi”.
Tra tra martedì e mercoledì il voto dell’aula. La Lega pare proprio che la legge, ormai stravolta, la voterà  perchè non vuole rompere con Berlusconi.
Avrà , però, un problema in più con i suoi elettori, già  in crisi con i vertici del Carroccio.
Dovrà  spiegare loro com’è possibile che inneggia alle manette e poi dice sì a una norma che garantisce impunità .

Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“MARTEDI’ LA NORMA SALVA RUBY”: IL CAVALIERE SFIDA IL QUIRINALE

Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

SI RITORNA AL “PROCESSO LUNGO” PER SALVARE BERLUSCONI… NEI SONDAGGI CROLLA AL 25% LA FIDUCIA NEL PREMIER E AL 26% QUELLA DEL GOVERNO…NAPOLITANO SALE AL 90%

Approvare la norma blocca-Ruby subito, prima della chiusura estiva delle Camere.
Per lanciare un segnale preciso sulla giustizia, in controtendenza rispetto alla sconfitta su Alfonso Papa e alle voci insistenti di procure in movimento all’assalto del palazzo.
Questo pretende Berlusconi prima delle vacanze.
Questo sta chiedendo ai suoi ormai da giorni. “Dobbiamo opporre resistenza e far capire con nettezza che non piegheremo la testa di fronte a questa nuova ondata di giustizialismo dilagante”.
Niente di meglio, per riuscirci, che un’altra delle sue leggi ad personam. Quella ribattezzata “processo lungo”, che contiene già  due zeppe per rallentare i dibattimenti, in particolare i suoi a Milano, Ruby, Mills, Mediaset, Mediatrade.
Più poteri alle difese nell’imporre ai giudici la lista dei testi, divieto di usare le sentenze definitive già  nei processi in corso.
Ma soprattutto l’assist, quella piccola regola che impone, sempre ai giudici, di fermare le udienze in presenza di un conflitto di attribuzione.
Giusto il caso di Ruby e di Mediaset.
La Lega già  rumoreggia perchè l’originario disegno di legge Lussana sul divieto di ottenere il rito abbreviato per i reati da ergastolo è stato stravolto. Ma anche a costo di andare, come per certo si andrà , a un nuovo scontro con il Quirinale, il Cavaliere ha imposto al gruppo del Pdl di piazzare il “processo lungo” nel calendario d’aula la prossima settimana, da martedì, sfidando il centrosinistra e giusto in tempo per essere approvato prima delle ferie.
Il premier non è riuscito, come avrebbe voluto, nell’originaria pretesa di chiudere la partita addirittura anche alla Camera.
Gli hanno spiegato che avrebbero dovuto tenere i deputati incollati alla sedia fino a Ferragosto e questo avrebbe prodotto un altro risultato negativo: far chiudere subito anche la partita sull’arresto di Marco Milanese.
Berlusconi conta ora sul fatto che l’approvazione del ddl in un solo ramo del Parlamento – palazzo Madama – possa consentire ai suoi avvocati di premere in Tribunale per fermare i processi.
Il braccio di ferro con il Quirinale e con l’opposizione è comunque assicurato, in questo scorcio di luglio caldo.
Potrebbe coincidere anche con l’ultima settimana da Guardasigilli di Angelino Alfano.
Lui vuole andare via a tutti i costi dal governo.
Vuole mani totalmente libere sul Pdl.
A Napolitano ha detto “sto per lasciare”. Ma la transizione è difficile. La carta giusta ancora non c’è.
E ai vertici del Pdl c’è chi assicura che il cambio di guardia si farà  all’inizio della prossima settimana (anche perchè Napolitano a metà  settimana andrà  in vacanza) e chi invece è certo di un rinvio a settembre.
Potrebbe anche diventare necessario imporre la candidatura a chi, per esempio il vice presidente della Camera Maurizio Lupi, preferisce fare quello che sta facendo e occuparsi del partito.
Finisce nel grottesco questa sostituzione. Tutti smaniano solitamente per fare il ministro, ma adesso nel Pdl nessuno vuole diventare un “Guardasigilli breve”, di breve durata se ad ottobre matura la crisi, con più oneri che onori, soprattutto nel pieno di una nuova Mani pulite.
E con un governo che, come rivelano gli stessi sondaggi di palazzo Chigi, non ha mai toccato punte così basse di gradimento.
L’ultima rilevazione, planata sulla scrivania del Cavaliere tre giorni fa, dà  la sua fiducia al minimo storico con il 25 per cento, mentre quella del governo nel suo complesso è scesa al 26%.
Numeri da brivido, a cui fa invece da contraltare la popolarità  al 90% del capo dello Stato.
In questa situazione il premier non è riuscito, come invece avrebbe voluto, a ottenere da Umberto Bossi alcuna assicurazione circa le intenzioni del Carroccio.
Ieri la prevista telefonata tra i due leader non c’è stata e con la Lega resta il gelo.
Lo dimostra, da ultimo, la contrapposizione sul disegno di legge Calderoli di riforma della Costituzione.
Nel Pdl infatti non ne vogliono sapere, lo ritengono pieno zeppo di errori.
I senatori di Berlusconi non hanno alcuna intenzione di dare il via libera a un testo che lascia ai soli deputati il privilegio di votare la fiducia al governo.
Con palazzo Madama che, di fatto, sarebbe ridotto a una sorta di Conferenza Stato-Regioni più larga.
Per questo ieri in Consiglio dei ministri il ddl è stato approvato “salvo intese”, ovvero resta sospeso in un limbo finchè non sarà  trovato un accordo dentro la maggioranza.
Calderoli non l’ha presa bene e si è rifiutato di scendere in conferenza stampa insieme a Berlusconi.

Francesco Bei e Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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