Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
LA FURIA DEL CAPOGRUPPO PDL: “MA SE HAI IL RECORD DI ASSENTEISMO”.. CICCHITTO SBOTTA: “SE LA BUTTAVO GIU’ DALLE SCALE, CON QUEI TACCHI SAREBBE STATO UN DISASTRO”
Risse, insulti, crisi di nervi, lacrime e scenate.
In quella specie di Titanic che è diventato il Pdl si litiga ferocemente per le scialuppe di salvataggio.
E qualche rospo inghiottito per troppo tempo può essere estratto.
L’altra mattina mattina, nelle pieghe della tragicommedia politica, è andata in scena nell’aula di Montecitorio la resa dei conti tra il vecchio notabile e il nuovo che avanza.
Alle undici del mattino una furia rossa sale gli scalini del gruppo Pdl alla Camera. E’ MVB, il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla.
I tacchi picchiettano fino allo scranno del capogruppo Fabrizio Cicchitto. «Mi sono rotta le palle», la sentono sbraitare.
«Mi hanno mandato un sms ieri per dirmi di stare presente alla votazione! Un altro sms mi è arrivato ora, mentre ero qui, in aula. E’ una vergogna, io non mi faccio trattare così dai tuoi funzionari!».
Fabrizio Cicchitto, una vita nella politica da quando era giovane capo dei socialisti nella corrente lombardiana, prova a pazientare: «Guarda, l’sms arriva a tutti i deputati…».
Ma quella, il ministro, niente: «Io non mi faccio trattare come una scolaretta!».
Allora Cicchitto decide che la pazienza è finita: «E invece proprio a te è necessario mandarli. Hai il record dell’astensionismo qua dentro!».
La ministra furiosa se ne va.
E Cicchitto sibila: «Ho dovuto contare fino a dieci per non buttarla giù dalle scale. Con quei tacchi sarebbe stato un disastro».
In effetti, lo ‘score’ parlamentare di Maria Vittoria Brambilla così come emerge dalla sua scheda su Openpolis non è molto lusinghiera: risulta essere stata presente solo al 5,32 per cento delle votazioni elettroniche dall’inizio della legislatura a oggi, con una grande passione per le ‘missioni’.
Era altrove anche nel giorno del voto chiave sulle quota rosa nei consigli di amministrazione, in quello sul bilancio, al Milleproroghe, alla legge di stabilità , alla decisione sulle missioni militari all’estero, alla legge sull’omofobia e in altri casi ancora.
Inoltre, non risulta alcun suo intervento alla Camera nè alcun emendamento proposto, e in tutta la legislatura è stata ‘primo firmatario’ di un solo disegno di legge, «per la promozione del turismo sportivo e per la realizzazione di impianti da golf» .
Insomma, non sarà giusto trattarla come una scolaretta, ma certo è che si dimentica spesso di portare la giustificazione.
Adriano Botta
(da “L’Espresso“)
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Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
DIETRO IL SUICIDIO DEL BRACCIO DESTRO DI DON VERZE’ UNA SITUAZIONE FINANZIARIA FALLIMENTARE E UN CONCORDATO IN VISTA…LA FRETTA DELLA SANTA SEDE E LA MISTERIOSA FONDAZIONE MONTE TABOR… INVESTIMENTI ESTERI CHE NULLA AVEVANO A CHE FARE CON LA SANITA’
«Su invito del presidente relaziona sull’argomento il vicepresidente dott. Mario Cal…». 
Si alza l’uomo dei conti.
È il manager del San Raffaele che ha le chiavi della cassaforte. Dentro ci sono più debiti che soldi. Ma anche molti segreti.
Quel giorno e quel consiglio di amministrazione hanno cambiato la vita dell’ex ciclista che è stato braccio destro, amico e «voce» di don Luigi Verzè. Forse è lì che la luce ha cominciato a spegnersi. Il colpo di pistola è l’ultima scintilla prima del buio.
Alle 10 di mattina del 23 marzo 2011, nell’Aula consiliare dell’Istituto scientifico San Raffaele al settimo piano di via Olgettina 60 a Milano, Mario Cal doveva relazionare il consiglio di amministrazione della Fondazione Monte Tabor sul piano di ristrutturazione dei debiti.
La Fondazione governa il gruppo.
È il momento in cui la crisi dell’ospedale diventa pubblica.
È il giorno in cui Mario Cal, 72 anni, esce dall’ombra di don Verzè, 91 anni, amico da 35 anni. Cal è vicepresidente con ampi poteri, il bilancio è in rosso profondo. All’inizio i messaggi sono rassicuranti: «Mancanza di liquidità passeggera».
La realtà è ben più drammatica. Non è ristrutturazione ma salvataggio.
Quasi un miliardo di debiti su 660 milioni di ricavi. I fornitori premono, i decreti ingiuntivi si susseguono.
Cal è l’interfaccia con banche e fornitori.
Aveva elaborato un piano di rientro a inizio 2011: bocciato dalle banche.
Gli argini erano già rotti. Di colpo il San Raffaele si trova nella tempesta.
Sembra che i debiti siano emersi improvvisamente. Ma non è così.
Don Verzè con le sue relazioni ad altissimo livello (Silvio Berlusconi su tutti) e con quella grande abilità nel mescolare scienza e sanità , no profit e business, biotecnologie e jet personali, ha tenuto a distanza banche creditrici e fornitori.
Cal intanto dava una veste contabile minimamente dignitosa agli slanci spesso visionari dell’onnipotente prete-manager.
Come la cupola di 60 metri d’altezza sovrastata da una statua di 8 metri dell’angelo San Raffaele.
Megalomania allo stato puro che però richiede liquidità . Ed evidentemente c’era. O si trovava.
Curare le persone che cos’ha da spartire con gli hotel in Sardegna?
O le piantagioni di manghi e meloni in Brasile?
E quanti milioni sono stati buttati nella società neozelandese proprietaria del jet su cui viaggiava don Verzè?
Era Cal a gestire i «capricci».
Quando il coperchio è stato appena un po’ sollevato, la «spazzatura» estera è piovuta sui bilanci.
Adesso ci sono gli uomini della Santa Sede.
Strana operazione: si sono insediati prima ancora di aver tirato fuori un euro, senza aver fatto una valutazione accurata del gruppo e per questo assumendosi rischi elevati. Perchè? Per convenienza dell’affare?
Per bloccare il concorrente Giuseppe Rotelli? Per salvare l’Opera? Per evitare lo scandalo di un fallimento e l’irruzione dei pm?
Entro fine mese, secondo alcune valutazioni, finiranno i soldi.
Il concordato preventivo sembra l’unica strada.
Ma che fine farà la «consorteria» dei Sigilli?
Sono i fedelissimi di don Verzè riuniti nell’Associazione Monte Tabor, la super holding semisegreta dove si contano i «soci dedicati» (quelli con più poteri) e i «soci ordinari».
Qui, nell’ombra, per anni hanno governato uno dei più grandi e protetti imperi della sanità .
La cassaforte adesso ha perso il suo custode.
E forse non è un caso che ieri mattina, subito dopo il suicidio, nell’ufficio di Cal si siano presentati, a caccia di carte contabili, Luigi Orsi e Laura Pedio, i due pm che si occupano dell’inchiesta conoscitiva sulla situazione debitoria del gruppo.
Tra quelle carte dovrebbe esserci un documento datato 29 giugno 2011: c’è scritto che don Verzè e Mario Cal avranno per tre anni tutti i poteri sulle attività estere e su altre società .
Un colpo di coda.
Poi il colpo di pistola.
Mario Gerevini
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
ALLA CONVENTION DEL TERZO POLO IL PRESIDENTE DELLA CAMERA CRITICO ANCHE SULLA MANOVRA: “RINVIA I NODI STRUTTURALI”
«Dobbiamo dare atto a Casini di averlo capito qualche tempo prima: dar vita ad alleanze coatte rischiava di imprigionare le energie più sane della società e di cancellare una vera democrazia dell’alternanza di cui il Paese ha bisogno».
Lo ha detto il leader di Fli Gianfranco Fini nel suo intervento all’auditorium della Conciliazione per la convention del Terzo polo, di fronte a 1.300 persone, con in prima fila Pier Ferdinando Casini, Francesco Rutelli e Raffaele Lombardo.
Fini ha sottolineato che ciò che unisce Udc, Fli, Api e Mpa «è la volontà di archiviare un bipolarismo primitivo, unico in Occidente che non sa individuare valori comuni anche se riguardano l’interesse nazionale. Un interesse – ha aggiunto – che invece non è la bandiera del centro, della destra o della sinistra ma degli italiani orgogliosi della propria storia, una bandiera che deve essere la stella polare di una politica consapevole che archiviare il bipolarismo non significa cancellare una democrazia dell’alternanza basata su valori condivisi».
Su un nuovo assetto della politica italiana che immagini il dopo-Berlusconi, Fini ha poi detto che «la maggioranza debba indicare un nuovo premier e il Terzo polo, in questo caso, non si tirerà indietro».
E ha proseguito: «La maggioranza ha il diritto-dovere di indicare un nuovo premier, sulla base di un’agenda di 2 o 3 cose da fare al più presto. Serve un uomo che archivi il libro dei sogni e serve un governo serio che si presenti in parlamento e si rivolga alle opposizioni le quali, credo, si assumeranno le loro responsabilità . Il Terzo polo – ha concluso Fini – non si tirerebbe indietro, non guarderebbe dall’altra parte».
Nel corso del suo intervento alla convention del Terzo Polo il leader di Futuro e Libertà ha criticato anche la manovra economica che «rinvia alla prossima legislatura la definizione dei nodi strutturali, mentre fa pagare oggi ai cittadini costi che rischiano di non poter pagare alla luce del drammatico impoverimento delle famiglie denunciato dall’Istat».
Fini ha sottolineato però che «se la casa brucia le opposizioni non fanno un ostruzionismo che non verrebbe capito dalla gente» ma ha anche aggiunto che «se dovranno esserci in futuro altri momento di coesione questa prova non dovrà essere chiesta soltanto alle opposizioni. Noi in questa circostanza – ha concluso Fini – abbiamo dimostrato di amare l’Italia più di quanto contrastiamo l’attuale governo».
Tranchant anche sul disegno di legge Calderoli: «L’Italia non ha bisogno del ddl Calderoli che assomiglia più a un volantino per le feste padane che non al testo del governo per ridisegnare l’architettura costituzionale», ha detto Fini.
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Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
PER PRESENZIARE ALLA KERMESSE ORGANIZZATA DA ROSITANI (PDL) “RIETI CUORE PICCANTE”, LA PRESIDENTE DELLA REGIONE LAZIO OPTA PER UN ELICOTTERO DELLA PROTEZIONE CIVILE…LE STRADE ERANO TRAFFICATE MA, A QUEL PUNTO, NON POTEVA STARSENE A CASA?
Il peperoncino ha buoni effetti terapeutici: anestetico, afrodisiaco, antibatterico. 
Ma provoca irritazione ai politici, un terribile vuoto di memoria e una profonda crisi d’identità .
Con la solennità del luogo e la tenacia di una ex sindacalista, ieri mattina nel palazzo regionale, Renata Polverini ha invocato le forbici di casta: tagli ai privilegi spropositati, ai soldi spesi male, ai trattamenti speciali.
Un urlo: “Basta”. E che cavolo!
Con lo stesso completo verde oliva pugliese, il presidente del Lazio ha chiesto un passaggio a un elicottero noleggiato dalla Protezione civile per spegnere gli incendi durante l’estate.
La giornata era ancora lunga: la Polverini doveva tagliare — e stavolta l’ha fatto davvero — il nastro per la prima fiera campionaria di “Rieti cuore piccante”, una passione di Guglielmo Rositani, ex senatore di Alleanza nazionale e ora consigliere Rai devoto al Cavaliere, fondatore e presidente dell’Accademia reatina del peperoncino.
Alle ore 18, la Polverini atterra con un po’ di ritardo all’aeroporto Ciaffulli, un’auto con il sindaco Giuseppe Emili aspetta a motori spenti.
Ma i più nervosi sono i camerieri che osservano il rinfresco in Prefettura, un omaggio per le autorità in trasferta con le fuoriserie di Stato: il ministro Paolo Romani, i sottosegretari Roberto Rosso (Agricoltura) e Alfredo Mantica (Esteri), i consiglieri Rai, Antonio Verro e Alessio Gorla.
Nessuno ha il coraggio di afferrare le bruschette con la ‘nduja prima che le mani di Romani e Polverini possano graffiare la tavolata, mentre la gente guarda spaesata il palazzo Papale vuoto, dove — dicono i manifesti — Rositani e istituzioni apriranno le danze.
La Polverini e Rositani lasciano senza esitazioni la Prefettura e quei prodotti tipici, quelle 400 specialità di peperoncino, che soltanto a Rieti puoi trovare.
à‰ impossibile capire se la Polverini che annuncia i risparmi di casta sia la stessa Polverini che ordina un elicottero per la festa del piccante.
Non risponde: “Non ho nulla da spiegare. Pago tutte le spese che faccio, non scoprirai nemmeno una cena a mio carico. L’importante è che non vado con i soldi pubblici, vai tranquillo caro”.
L’affettuoso “caro” del presidente regionale è accompagnato da spintoni e insulti di Rositani: “Vada via, cretino, altrimenti la prendo a schiaffi. Non ha capito? Le do uno schiaffo”.
Non è facile condannare il volo del presidente Polverini, più di 15 mila euro per un viaggio di 60 chilometri, la strada statale Roma-Rieti è un girone dantesco con curve bastarde, code irritanti, fameliche prostitute e simpatici autostoppisti.
E non provate a suggerire il treno diretto.
Arriverà , abbiate fede: a Rieti l’aspettano dai tempi di Giovanni Giolitti.
Una speranza rinvigorita negli ultimi vent’anni con le promesse proprio di Rositani che, calabrese di Varapodio (ora è sindaco), sul miraggio ferroviario ci ha costruito una carriera politica.
Tra enormi peperoni rossi e verdi di polistirolo, piantine messicane che decorano la piazzetta, ieri era il giorno di Rositani.
Una gloria cercata con passione, e forza: la Rai ha annullato il Consiglio di amministrazione per l’invito a casa Rositani, qualcuno ha colto al volo (la Polverini in senso letterale), qualcuno ha declinato (il direttore generale Lei).
In piedi sul palchetto davanti ai porticati, come se fosse un comizio di Totò, Rositani raduna e mostra a una folla (modesta, in verità ) i grandi di Roma che visitano la città di Rieti.
Paolo Romani ha una faccia stanca e dubbiosa.
Del tipo: io che ci faccio qui?
L’agenda del ministro era strana: una cerimonia ad Herat in Afghanistan e un intervento per “Rieti cuore piccante”.
Non è preparatissimo: “Dobbiamo fare ricerca sul peperoncino per le nostre industrie”. Il sindaco Emili è onesto: “Non mi piace il peperoncino, però possiamo investire”.
La Polverini scalda il pubblico come fosse in concerto: “Rieti è il centro agricolo più grande d’Europa. Questo fine settimana entrerà nella vostra storia”.
Ma è ancora il sindaco Emili a stupire: “Ringraziamo i rappresentanti esteri. E in particolare l’ambasciatore dello Zimbabwe. Applausi”.
Come, come? Il Paese che ispirò una battuta telefonica di Mauro Masi: “Le pressioni per bloccare Annozero… nemmeno nello Zimbabwe”.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
A PALAZZO DEI NORMANNI UNO SU TRE HA PROBLEMI CON LA GIUSTIZIA…L’ULTIMO DELLA LISTA E’ CATENO DE LUCA, ARRESTATO PER TENTATA CONCUSSIONE…E NON MANCANO I CONDANNATI IN VIA DEFINITIVA
Uno su tre è indagato, sotto processo oppure è già stato condannato per reati che vanno dal peculato alla truffa, passando per associazione mafiosa e abusi d’ufficio vari.
Un record, quello dell’Assemblea regionale siciliana, che vede 28 deputati su 90 nella poco onorevole lista di persone che hanno avuto o hanno ancora a che fare con la giustizia.
L’ultimo in ordine di tempo a essere finito agli arresti domiciliari è stato il deputato autonomista di Sicilia Vera, Cateno De Luca: i pm lo hanno arrestato per “tentata concussione” nella compravendita di un terreno nel suo Comune, Fiumedinisi, del quale è anche sindaco.
A precedere De Luca, il Pid Fausto Fagone, finito in carcere per concorso in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta Iblis: la stessa inchiesta che vede indagato il presidente della Regione Raffaele Lombardo e il deputato Giovanni Cristaudo.
Ma le cronache siciliane ormai settimanalmente raccontano di politici regionali coinvolti in inchieste giudiziarie: agli arresti domiciliari è finito pure Riccardo Minardo, esponente dell’Mpa accusato di truffa ai danni dello Stato e dell’Unione europea.
In manette anche Gaspare Vitrano, parlamentare del Partito democratico arrestato mentre intascava una presunta tangente per il fotovoltaico.
Tra gli scranni dell’Assemblea regionale non mancano poi i condannati con sentenza definitiva e quelli che per evitare lunghi processi hanno patteggiato la pena.
In questo secondo elenco c’è a esempio il deputato e sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, che nel suo palmares vanta una non onorevole condanna definitiva per peculato: utilizzò l’autoblu fino in Puglia per partire in crociera con la moglie.
Mentre Salvino Caputo, collega del Pdl che presiede la commissione Attività produttive, è stato condannato a due anni (pena sospesa) per abuso d’ufficio e falso ideologico in atto pubblico: secondo il Tribunale di Palermo, l’ex sindaco di Monreale nel 2004 avrebbe dispensato dal pagamento di multe automobilistiche un assessore e l’autista del vescovo.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
TRA CONDANNE, PRESCRIZIONI E PROCESSI SUGLI SCRANNI C’E’ LA BANDA DEI DISONESTI…DALLA CORRUZIONE ALLA MAFIA UNA SERIE DI REATI INFAMANTI: DA GENNAIO SONO STATE BEN NOVE LE RICHIESTE DI ARRESTO
Se non sono i numeri del parlamento di tangentopoli, poco ci manca. 
Quella che ha spedito in carcere il deputato del Pdl Alfonso Papa è stata la nona richiesta di arresto sul tavolo della giunta per le autorizzazioni a procedere dall’inizio della legislatura.
Tra il 1992 e il 1994, gli anni in cui le inchieste dei pm terremotarono la Prima Repubblica, furono 28.
Se però si scorre l’elenco di deputati e senatori attualmente in carica che hanno pendenze con la giustizia, allora si scopre che i numeri di oggi non sono poi così lontani da quelli della stagione di Mani Pulite.
Tra Montecitorio e Palazzo Madama siedono, in questo momento, 84 parlamentari sotto inchiesta, già con sentenze di condanna sulle spalle, in attesa di processo oppure rinviati a giudizio.
E tra questi, ben 34 risultano condannati per reati che vanno dalla diffamazione fino all’associazione mafiosa o per una cattiva gestione di fondi pubblici di cui ora devono rispondere di tasca propria.
Altri nove legislatori sono stati beneficiati dalla prescrizione dei reati.
La lista.
E’ una lunga teoria che racconta un pezzetto di storia d’Italia.
Un elenco nel quale si può trovare la radicale eletta nelle liste del Pd, Rita Bernardini, condannata per aver distribuito marijuana durante una manifestazione per la liberalizzazione delle droghe leggere (pena estinta con l’indulto), ma soprattutto un nutrito drappello di rappresentanti del popolo con ben più gravi condanne di primo e secondo grado sul groppone: c’è, per esempio, il ministro delle Riforme e leader della Lega Umberto Bossi (condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per finanziamento illecito nell’ambito dell’inchiesta sulla maxi-tangente Enimont) e c’è il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri che i giudici di Palermo hanno condannato in primo grado a nove anni, e in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Del resto, è proprio il Pdl – quello che il neo segretario Angelino Alfano ha dichiarato di voler trasformare nel “partito degli onesti” – il gruppo parlamentare con il maggior numero di eletti alle prese con vicende giudiziarie.
E poi? Da chi è composta la poco lusinghiera classifica delle fedine penali sporche?
Il partito degli onesti.
Un anno fa chi aveva provato a mettere in colonna i numeri degli inquisiti non era riuscito a contarne più di 24: oggi i parlamentari del Pdl nei guai con la giustizia sono 49.
Più che raddoppiati.
Ventinove alla Camera e 20 al Senato.
Il drappello lo guida ovviamente Silvio Berlusconi, con sei processi in corso.
Ma oltre al leader, a ministri in carica e non, a ex presidenti di Regione e coordinatori regionali, ci sono anche i peones dell’avviso di garanzia o del rinvio a giudizio.
Giulio Camber è un senatore che nel 1994 ottenne 100 milioni di lire dalla banca Kreditna dicendo che poteva comprare i favori di pubblici ufficiali e evitare il commissariamento dell’istituto: condannato a otto mesi per millantato credito. Fabrizio Di Stefano, invece, è stato eletto in Abruzzo e proprio ad aprile scorso i magistrati hanno chiesto il suo rinvio a giudizio per corruzione nel processo che riguarda la realizzazione di un impianto di bioessicazione di rifiuti a Teramo.
Claudio Fazzone, che siede anche lui a Palazzo Madama, ex presidente del consiglio regionale del Lazio è stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio: gli contestano di aver raccomandato, via lettera, alcuni suoi amici a un manager della Asl.
A Montecitorio, invece, tra i banchi Pdl c’è Giorgio Simeoni rinviato a giudizio per truffa all’Ue nell’inchiesta sui corsi di formazione fantasma nella Regione Lazio.
Per tacere, infine, del deputato Giancarlo Pittelli che, oltre a essere coinvolto nell’inchiesta sugli ostacoli posti alle indagini dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, deve rispondere in tribunale di lesioni e minacce dopo avere aggredito un suo collega avvocato.
Spiccano, poi, l’ex comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale condannato in appello a 18 mesi per peculato (è accusato di essersi fatto arrivare un carico di spigole nel paesino trentino in cui era in vacanza) e Luigi Grillo condannato a un anno e 8 mesi per reati bancari.
E gli altri.
Dal gruppo del Pd è appena uscito Alberto Tedesco, il senatore pugliese indagato per corruzione e salvato dagli arresti domiciliari grazie al voto di Palazzo Madama, ma l’elenco dei democratici sotto inchiesta o con condanne comprende comunque quattro senatori e sette deputati.
Numeri che però raccontano di reati più lievi: l’accusa di diffamazione che pende sul capo del senatore Giuseppe Lumia, querelato dal suo ex addetto stampa, per esempio. Però fra i democratici c’è anche chi deve fare i conti con contestazioni più gravi: Antonio Luongo è stato rinviato a giudizio per corruzione nell’inchiesta su affari e politica a Potenza, mentre Maria Grazia Laganà – la vedova di Fortugno – è a processo per falso e abuso d’ufficio ai danni della Asl di Locri.
Nino Papania, senatore siciliano, patteggiò nel 2002 una condanna a due mesi per aver scambiato regali con assunzioni.
Ma anche la Lega che in questi giorni si lacera sulla questione morale annovera quattro deputati e due senatori inquisiti.
L’Udc ne ha cinque.
Per carità : il calcolo delle probabilità penalizza i gruppi parlamentari più numerosi. Sorprende invece l’alta incidenza di deputati e senatori con problemi giudiziari in formazioni più piccole: i “responsabili”, per esempio, su 29 esponenti alla Camera contano un condannato (Lehner, diffamazione nei confronti del pool di Mani Pulite), un rinviato a giudizio per truffa (il piemontese Maurizio Grassano che venne arrestato nel 2009 per una truffa al comune di Alessandria e che oggi è sotto processo) e due sui quali pende una richiesta di processo per mafia e camorra (il ministro Romano e il deputato campano Porfidia).
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Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
BERLUSCONI TEME UN’ONDATA DI ARRESTI, IL QUIRINALE SPINGE PER UN CAMBIO AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA…E C’E’ CHI PENSA CHE MARONI POSSA GUIDARE UN ESECUTIVO PER LA RIFORMA ELETTORALE
Il Cavaliere è nell’angolo.
Dopo il trauma dell’arresto di Alfonso Papa, il cerchio sembra stringersi attorno al capo del governo e nello stesso Pdl ormai si ragiona apertamente, per salvare il salvabile, su come convincere Berlusconi a farsi da parte.
Così, in una giornata passata a Bruxelles per il vertice europeo, ma con l’orecchio a terra per captare i segnali in arrivo da Roma, il premier ha potuto tirare il fiato leggendo il monito del capo dello Stato ai magistrati e quella critica all’abuso delle intercettazioni.
“Anche Napolitano – ha commentato – è preoccupato per la situazione, teme che gli possa sfuggire di mano. Non vuole avventure in un momento così difficile di crisi di mercati e per questo ha mandato un segnale preciso alle procure”
Berlusconi si fa portavoce di quella che nel Pdl è diventata quasi una certezza: l’imminente arrivo di un’ondata di richieste di arresto, una Tangentopoli che farà rotolare ogni settimana una nuova testa.
In questo clima da fine Impero si fanno più insistenti le manovre per arrivare a un diverso quadro politico.
Sono di queste ore i contatti dei leader del Terzo polo con Roberto Maroni, individuato come il protagonista della nuova fase che si sta per aprire.
Dopo l’estate, raccontano, matureranno le condizioni per l’apertura di una crisi di governo e sarà proprio il Carroccio a far saltare il tappo.
Anche se Maroni, al momento, sembra deciso a non uscire dal perimetro del centrodestra, nè a farsi tentare da ipotesi di governi tecnici.
La discussione dunque è su cosa fare “dopo”.
Fini, Casini e Rutelli vorrebbero che Maroni si mettesse alla guida dell’operazione, dando vita a un “gabinetto”, retto appunto dal ministro dell’Interno, per rifare la legge elettorale.
L’idea sarebbe quella di tornare al voto nella primavera del 2012, ma l’appetito vien mangiando e nessuno esclude che un governo del genere possa proiettarsi anche oltre, fino al termine della legislatura, nel caso rimpolpando il programma con una robusta dose di privatizzazioni, liberalizzazioni e taglio dei parlamentari.
Uno scenario tutt’altro che campato per aria, che infatti mette in massimo allarme il Pdl.
“Le toghe stanno favorendo questo progetto”, si sfoga con i suoi il Cavaliere.
E un ministro, al termine di una riunione a via dell’Umiltà , confida che a Berlusconi a questo punto restano soltanto due opzioni sul tavolo: “Può anticipare tutti, replicando sul governo l’operazione che ha portato Alfano alla guida del partito. Oppure può restare fermo e subire il ribaltone, che ci sarà comunque. Solo che, a quel punto, gli leveranno anche la pelle”.
La preoccupazione del ministro berlusconiano è condivisa da molti nella cerchia stretta del premier.
Persino Fedele Confalonieri, che ieri è andato a parlare a Montecitorio con Pier Ferdinando Casini, sembra consapevole che ormai tocchi al Cavaliere prendere atto della situazione e giocare d’anticipo
Intanto l’immobilismo del premier sta mettendo la sabbia nel motore di Angelino Alfano, che vorrebbe essere sostituito al più presto al ministero di Grazia e Giustizia per dedicarsi a tempo pieno al partito.
Oltretutto la richiesta arriva anche dal Colle in modo pressante.
Si è parlato proprio di questo ieri a margine della cerimonia con i giovani magistrati al Quirinale.
In un angolo del salone, per una decina di minuti, Napolitano, Alfano e Vietti, il vicepresidente del Csm, ne hanno discusso in maniera preoccupata.
Il Guardasigilli ha rotto il ghiaccio con una battuta: “Questa, spero, potrebbe essere l’ultima volta che vengo qui in questa veste”.
Poi, ancora scherzando, rivolto a Vietti: “Ho visto che gli avvocati ti propongono come ministro… sappi che da noi c’è sempre posto per te”.
Ma la successione a via Arenula è ancora in alto mare, nonostante l’auspicio di Alfano.
Napolitano vorrebbe vedere la partita chiusa prima delle vacanze, possibilmente già la prossima settimana, tuttavia il nome giusto non è ancora stato trovato.
La rosa dei candidati non risponde ancora al profilo disegnato dal capo dello Stato: un Guardasigilli autorevole, che riesca a fare una riforma bipartisan della giustizia.
Liana Milella e Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
Commento
Forse qualcuno nel Terzo Polo non ha ancora compreso che esso deve porsi come alternativo a Pdl e Lega e che deve puntare alle elezioni anticipate.
Dal punto di vista etico e programmatico, oltre che ideale, l’unica pregiudiziale che Fli dovrebbe avere è “mai con la Lega”, essendo Fli una forza politica che sul tema della coesione nazionale e della immigrazione ha una visione in completa antitesi con il Carroccio.
Come si possa appoggiare un potenziale governo con presidente un condannato per resistenza a pubblico ufficiale, nonchè fautore dell’affogamento dei profughi ad opera del criminale Gheddafi non è chiaro.
Se governo tecnico deve essere, si scelga un politico di alto profilo istituzionale, non un avvocato del recupero crediti della Avon specializzato in consulenze orali (vedi inchiesta su di lui della procura di Bologna per parcelle da 60.000 euro).
Se Fli sapesse porsi realisticamente e coerentemente come un argine alla Lega navigherebbe su ben altre percentuali di consensi.
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Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
PARLAMENTARI, SINDACI E SEGRETARI: IL MINISTRO PUO’ CONTARE SU 49 DEPUTATI E HA LA MAGGIORANZA ANCHE AL SENATO…FLAVIO TOSI GONGOLA: “SI TORNI ALLE ORIGINI: ORA BOSSI E ALFANO INDICHINO UN NUOVO PREMIER”
Ritorno alle origini”, gongola il maroniano di ferro Flavio Tosi, sindaco di Verona. 
È un modo per dire che all’indomani del voto su Papa, l’ala della Lega raccolta attorno al ministro dell’Interno si sta prendendo il partito.
Richiamandosi direttamente agli umori di una base sfiancata dalla convivenza forzata con Berlusconi: “Ha commesso troppi errori – insiste Tosi – e noi siamo stati costretti a pagare dazio; adesso dovrebbe farsi da parte e a indicare il nuovo premier saranno Bossi e Alfano”.
Insomma, nulla contro il Grande Capo (“grande gioco delle parti tra lui e Maroni”, ancora Tosi), ma è difficile non pensare che l’iniziativa di “Bobo” nel caso Papa serva non solo a definire una strategia per l’immediato futuro, ma soprattutto a ridisegnare i rapporti di forza dentro al movimento.
Con le truppe maroniane sempre più forti.
L’uomo del Viminale gode di un consenso fortissimo nel gruppo parlamentare della Camera. Su 59 deputati, 49 avevano firmato per sostituire il presidente Marco Reguzzoni (esponente di spicco degli iperbossiani del cerchio magico) con il bergamasco Giacomo Stucchi, molto vicino a Maroni.
È andata male solo perchè all’ultimo Bossi si è impuntato: salvo poi annunciare, qualche giorno che Stucchi a fine luglio sarà capogruppo.
L’elenco dei deputati di osservanza maroniana comprende, tra gli altri, il bresciano Davide Caparini, componente della Vigilanza Rai, il sindaco-deputato di Cittadella Massimo Bitonci, il mantovano Gianni Fava, il segretario dei Giovani padani Paolo Grimoldi.
Tra i maroniani più spinti, spicca l’europarlamentare milanese Matteo Salvini.
Maroni ha la maggioranza, sebbene non così schiacciante, anche tra i 26 senatori, ora guidati da un altro “cerchista”, Federico Bricolo, che al recente congresso provinciale nella sua Verona non è riuscito a imporre il proprio candidato alla segreteria: l’ha spuntata un leghista molto vicino a Tosi, che – insieme al varesino Attilio Fontana – guida la nutrita pattuglia di sindaci di fede maroniana.
Solo in provincia di Bergamo sono 54 su 56, ma in generale in tutta la Lombardia il punto di riferimento dei primi cittadini in camicia verde è proprio Fontana, distintosi più volte nel criticare gli effetti delle finanziarie targate Tremonti fino a organizzare manifestazioni insieme ai colleghi del centrosinistra.
Schierata con l’astro nascente del Carroccio pure una folta rappresentanza di sottosegretari, a cominciare da Sonia Viale e Michelino Davico, di stanza proprio agli Interni.
Senza contare che il terzo ministro, Roberto Calderoli, con “Bobo” ha da tempo stretto un patto di ferro che accantona vecchie ruggini.
Un ruolo a sè se lo è ritagliato un altro big come il viceministro Roberto Castelli, che tuttavia nella scelta tra cerchisti e i maroniani non sembra avere dubbi, intrattenendo rapporti non certo idilliaci con i primi.
Poi ci sono i segretari regionali. Stanno tutti o quasi col ministro dell’Interno: dal lombardo Giancarlo Giorgetti, al piemontese Roberto Cota, dal romagnolo Gianluca Pini al friulano Pietro Fontanini.
Mancano all’appello l’Emilia e la Liguria, perchè rette da un commissario che si chiama Rosy Mauro, vicepresidente del Senato e signora del Cerchio magico.
Il veneto Gian Paolo Gobbo (è anche sindaco di Treviso), che maroniano non è, di recente ha accentuato le critiche nei confronti del premier: “Il patto con il Pdl va ridiscusso – ha detto ieri – noi non abbiamo sposato nè Berlusconi nè il Pdl”.
E si spinge oltre il suo vice Giancarlo Gentilini: “Bossi, come Berlusconi, deve avere il coraggio di delegare certi poteri”.
Capitolo governatori: Cota con Maroni, come pure il vice leghista di Formigoni, Andrea Gibelli; più ecumenico il veneto Luca Zaia, che tuttavia con l’inquilino del Viminale intrattiene rapporti più che buoni.
Insomma, la consistenza delle truppe maroniane è tale da prefigurare l’esito di quella tornata congressuale che adesso viene richiesta con ancora più forza dagli amici di “Bobo”.
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)
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Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
NON AVREBBE RISPETTATO I CRITERI DI ANZIANITA’ DI MILITANZA PREVISTI DAL REGOLAMENTO: SOLO DA POCO HA CHIESTO LA TESSERA DI SOCIO MILITANTE…A TERMINI DI STATUTO GLI MANCANO QUATTRO ANNI DI VITA POLITICA
Le regole valgono per tutti tranne che per il figlio del Capo.
In queste ore all’interno della Lega serpeggia una voce insistente, figlia della chiara frattura che si è aperta tra due modi di intendere il partito: quello fedele alla linea e quello fedele al Capo.
Il protagonista è Renzo Bossi, la cui unica colpa probabilmente è quella di essere una semplice e costosissima Trota in una vasca di squali.
Renzo questa volta è finito nel mirino dei franchi tiratori per aver presentato solo ora (dopo oltre un anno dalla sua elezione in consiglio regionale) la domanda per ottenere la tessera di militante della Lega Nord.
Lo ha fatto in questi giorni nella sezione di Gemonio (Varese), a confermarlo sono gli stessi responsabili locali del partito.
“Si, è vero, si è appena iscritto come militante — ha confermato Andrea Tessarolo, responsabile della sezione di Gemonio — ma ha sempre partecipato. Che poi sia socio sostenitore o militante poco importa, probabilmente si è sempre dimenticato”.
Un fatto forse politicamente poco rilevante, ma che non ha mancato di suscitare l’indignazione dei militanti di lunga data.
Quelli che nonostante diversi anni di impegno e dedizione alla causa sono riusciti appena a conquistarsi un posto in consiglio comunale o nella giunta di un paesino sperduto.
Sono proprio loro a faticare nel tenere a freno la lingua: commentano e si arrabbiano. A questo proposito si mormora che alla porta di una sezione qualcuno abbia addirittura appeso un cartello con la scritta: “Si raccolgono le uova scadute”, firmato “il militante ignoto”.
Del resto il livello di frustrazione deve essere salito alle stelle nello scoprire che anche nella Lega le regole che valgono per le persone ordinarie non valgono per la casta.
Già la candidatura e l’elezione del giovane Bossi (che ha negato la poltrona a tanti pretendenti) erano state mal digerite da una parte consistente dei leghisti, che vedevano in questo fatto l’appiattimento della Lega ai modi e ai costumi degli altri. Ora una nuova verità su Renzo: non solo non ha fatto la gavetta, ma per lui si è chiuso un occhio anche sulle regole interne.
Per diventare socio militante della Lega occorre infatti aver maturato almeno un anno da sostenitore.
Dopo si inoltra la domanda alla sezione, che la discute e la approva con il via libera dei livelli superiori.
Non una banalità .
Probabilmente nel caso di Renzo Bossi l’idoneità è stata data per acquisita con diritto di sangue.
Per capire meglio è opportuno leggere l’articolo 13 del regolamento della Lega Nord, quello che fissa i criteri di anzianità di militanza dei candidati a cariche amministrative e politiche.
Secondo la norma interna al partito le candidature possono essere accettate “solo se alla data del deposito delle relative liste elettorali gli interessati saranno in possesso di un’anzianità di militanza di 1 anno per i comuni con meno di 15 mila abitanti, 2 anni per i comuni con più di 15 mila abitanti e le province, 3 anni per le regioni e le elezioni politiche”.
Le tempistiche vengono raddoppiate per tutti quelli che in occasione di precedenti elezioni erano schierati contro la Lega.
La stessa norma dice anche che: “Resta inteso che gli elenchi dei candidati o degli aspiranti assessori dovranno essere inviati alla segreteria organizzativa federale che verificherà le anzianità e rilascerà il successivo ed indispensabile nulla osta”. Insomma secondo questa regola Renzo Bossi è in debito di almeno quattro anni di militanza.
Sulla faccenda è impossibile far parlare qualcuno, tantomeno i vertici locali del partito.
Il segretario provinciale Stefano Candiani si limita a dire: “Francamente non ne ho notizia diretta, ma non vedo cosa possa esserci di interessante. Anche se fosse non sono valutazioni che mi competono”.
Altri, con la garanzia dell’anonimato confermano la circostanza, ma poi aggiungono: “Non mi stupisce più di tanto, ci sono stati altri casi di parlamentari eletti senza tessera in tasca”.
Sarà , ma la sensazione rimane quella di una forte divaricazione tra le aspettative della base e dei militanti rispetto alle risposte che il partito di Bossi è in grado di fornire in questo momento.
Lo si capisce dalla frequenza con cui i mal di pancia vengono portati allo scoperto.
Un altro termometro dello scontento sono le feste della Lega: non più affollate come un tempo, talvolta riservano anche qualche brutta sorpresa, come quella di domenica 19 luglio a Caronno Varesino, quando il senatore Massimo Garavaglia è stato accolto a muso duro da una leghista.
Qualche parola di troppo e il senatore si è risentito.
La verità fa male, ma quando a colpire al cuore sono i tuoi stessi sostenitori le parole diventano fendenti mortali.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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