Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
IL CONTO SVIZZERO DELL’IMMOBILIARISTA ZUNINO E IL FILONE TRASPORTI… SEI MESI FA LE CARTE DA MILANO A MONZA…IL METODO SESTO
Alcune aziende-cartiera. 
Ma soprattutto un giro di società off shore sparse per i paradisi fiscali di mezzo mondo su cui far transitare fior di quattrini.
Ma c’è anche la voglia di alcuni imprenditori di non sottostare più a un «sistema», indicare nomi, cifre e responsabilità precise.
Ecco spiegato come la magistratura si è convinta di aver scoperchiato il presunto «metodo Sesto».
La procura di Milano lo lambisce quasi un anno fa, indagando sulle società dell’immobiliarista Luigi Zunino e sulla gestione della società Santa Giulia.
Un’imponente area nella zona sud-est di Milano, una volta sede della Montedison, con le ambizioni di trasformarsi in un appetibile quartiere residenziale.
Un progetto firmato dall’archistar Norman Foster, rimasto incompiuto, la cui vecchia gestione è stata travolta dagli scandali (prima di essere rilevata da una nuova cordata).
Prima per la mancata bonifica da parte dell’imprenditore Giuseppe Grossi.
Fiumi di denaro, anche di finanziamenti pubblici, la cui destinazione non è ad oggi ancora del tutto chiara. I pm Laura Pedio e Gaetano Ruta, alla fine del 2009, mettono le mani su una serie di società che emettono fatture proprio a una controllata di Zunino.
Spulciando nei bilanci della «Immobiliare Cascina Rubina srl» si accorgono che i conti non tornano.
Zunino viene indagato per appropriazione indebita.
Attraverso operazioni inesistenti, sostiene la procura, avrebbe stornato dai bilanci «due milioni e mezzo di euro», depositandoli «sul conto svizzero Lugton del quale è beneficiario lo stesso Zunino».
Sottotraccia, da allora, nelle mani della procura sono finite altre società -cartiera.
Capaci, cioè, di fare risultare operazioni in realtà inesistenti attraverso triangolazioni con l’estero, sottrarre denaro al fisco, fare sparire molto denaro.
E proprio in questo spaccato che Pedio e Ruta si sono imbattuti, alla fine del 2010, nei conti della Caronte srl (ieri perquisita), nella gestione del suo direttore generale, Piero Di Caterina. Sarebbero state anche le sue parole, rese a verbale fino a pochi mesi fa, a svelare il «sistema Sesto» nei trasporti.
Parole, si dice oggi, che avrebbero ricevuto altri impulsi e conferme anche dal primo proprietario dell’ex area Falck di Sesto, l’imprenditore Giuseppe Pasini (ex candidato sindaco di Forza Italia sconfitto dal candidato Pd Giorgio Oldrini, nel 2007).
È lui che avrebbe raccontato delle pesanti pressioni ricevute dagli esponenti del Pd lombardo per ottenere le varianti al Piano regolatore necessarie alla lottizzazione dell’area.
Fiumi di inchiostro che hanno riempito verbali.
Proprio sei mesi fa, i pm milanesi hanno passato tutte le carte ai colleghi monzesi. I presunti reati sono stati commessi fuori dalla loro giurisdizione.
E in questo ristretto lasso di tempo, il procuratore Corrado Carnevale e il suo sostituto, Walter Mapelli, hanno cercato verifiche e riscontri.
Avviato rogatorie all’estero, convocato testimoni che, dopo il verbale, si sono trasformati in indagati.
Due giorni fa il blitz.
Con un decreto di perquisizione stringato, di sole due pagine, l’accusa non intende ancora scoprire le carte. Al massimo le fa timidamente intuire.
Una mossa legata all’imminente scadenza delle indagini (sei mesi), che solo in parte – è la precisa sensazione – danno lo spaccato di quanto è convinta di aver provato la procura di Monza.
Emilio Randacio
(da “La Repubblica“)
argomento: Costume, denuncia, Giustizia, PD, Politica | Commenta »
Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
L’ACCUSA E’ CORRUZIONE, CONCUSSIONE E FINANZIAMENTO ILLECITO AI PARTITI…ALL’ORIGINE DELL’INCHIESTA LA DENUNCIA DI UN IMPORTANTE COSTRUTTORE DI SESTO SAN GIOVANNI…VERSAMENTI ESTERO SU ESTERO
Corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti.
Tre reati e una tangente da 4 miliardi di lire spalmata nell’anno dal 2001-2002.
Sul registro degli indagati (in totale sono 15) un nome su tutti: quello del vice presidente del Consiglio regionale lombardo Filippo Penati.
L’indagine, coordinata dal procuratore di Monza, Walter Mapelli. Nel mirino dei magistrati ci sono eventuali illeciti commessi nella gestione dell’area Falck di Sesto San Giovanni, comune alle porte di Milano.
All’origine dell’inchiesta ci sono le dichiarazioni di Giuseppe Pasini, importante costruttore sestese, proprietario delle aree Falck dal 2000 al 2005.
Circa un anno fa, Pasini si è presentato spontaneamente alla Procura di Milano, denunciando di essere “vittima di soprusi da parte di alcune amministrazioni locali”.
Il costruttore si è dichiarato concusso e ha fatto il nome di Penati, quindi gli atti sono stati trasmessi alla Procura di Monza, competente su Sesto.
Pasini ha raccontato altri fatti di presunta concussione subiti durante l’amministrazione successiva a quella di Penati, guidata da Giorgio Oldrini.
Tra gli altri indagati ci sarebbero infatti l’attuale assessore all’Edilizia privata, Pasqualino Di Leva, per vicende legate a concessioni edilizie nel periodo 2004-2008, e Giordano Vimercati, già capo di gabinetto di Penati quando presiedeva la Provincia di Milano.
Tutto ruota intorno alla storica area industriale Falck, dove agli inizi del secolo scorso iniziò lo sviluppo dell’industria siderurgica e che oggi è oggetto di un’importante operazione di riconversione.
Per il pm Walter Mapelli sussistono «gravi indizi di colpevolezza» a carico di Penati e di Vimercati.
Indizi che provengono dalle dichiarazioni dei coindagati, da testimoni e da parti offese, nonchè dalle rogatorie eseguite all’estero e da documenti acquisiti durante precedenti perquisizioni, anche alla sede della Caronte srl. Secondo gli investigatori, gli indagati non si sarebbero mai fatti pagare in contanti, ma estero su estero, attraverso la costituzione di società intestate a prestanome a cui sarebbero stati versati nel tempo i pagamenti.
In 9 anni, Filippo Penati avrebbe ricevuto tangenti per 4 miliardi di lire, pari a 2 milioni di euro.
Oltre alle presunte tangenti sull’area Falck, altre ne sarebbero emerse nell’intervento edilizio sulla Ercole Marelli e sulla gestione del Servizio integrato trasporti Alto Milanese. Emergerebbero inoltre collegamenti con la vicenda del quartiere Santa Giulia a Milano, un’altra area industriale riqualificata a edilizia residenziale.
Va detto che Pasini è stato il candidato sindaco del Pdl contro Oldrini.
Il quadro, riassunto nel decreto di perquisizione, racconta di mazzette (solo promesse o addirittura pagate) circolate tra il 2001 e il 2010 per oliare il rilascio di concessioni o per riscrivere secondo criteri decisi a tavolino il documento che regola l’urbanistica del comune di Sesto. Comune di cui Penati è stato sindaco dal 1994 al 2001.
Mentre fino al 2004 è stato segretario della fedeazione provinciale milanese dei Democratici. Quindi è stato eletto presidente della Provincia dal 2004 al 2009.
L’area finita sotto la lente degli investigatori riguarda buona parte delle zone ancora occupata dai padiglioni industriali.
L’area in questione ha una lunga storia di compravendite.
I lotti di proprietà della Falck a fine anni Novanta vengono, infatti, acquistati da Giuseppe Pasini, il cui gruppo però fallisce.
Nel marzo 2005 La Risanamento, società del gruppo Zunino, si impegna ad acquisire, per 88 milioni di euro, il 100% di Immobiliare Cascina Rubina, azienda del Gruppo Pasini e proprietaria dell’area ex Falck.
L’operazione, secondo la società (poi coinvolta nell’inchiesta sulla bonifica di Santa Giulia) dovrebbe permette alla società immobiliare di inserire nel proprio portafoglio un’area industriale dismessa dall’estensione di 1.300.000 metri quadrati sita nel comune di Sesto San Giovanni dove sorgevano, un tempo, le Acciaierie Falck.
Nel 2010 l’area passa ufficialmente di mano.
Dopo un mese di rinvii tecnici, Risanamento chiude l’operazione, vendendo l’asset di Sesto San Giovanni (Milano) alla cordata Sesto Immobiliare, capitanata dal costruttore Davide Bizzi.
E all’orizzonte si intravede l’apertura, entro il 2013, del più grande cantiere d’Europa.
A sbloccare la vendita da 405 milioni di euro.
In quell’anno la cordata di Bizzi versa l’85% del prezzo complessivo, vale a dire 345 milioni: di cui circa 274 milioni attraverso l’accollo del debito di Cascina Rubina nei confronti di Intesa Sanpaolo (circa 274 mln) e la restante parte in ‘cash’ (71 milioni).
Gli altri 60 milioni verrano pagati dopo aver ottenuto le approvazioni, rispettivamente, al programma di intervento da parte del Comune di Sesto San Giovanni e al progetto definitivo di bonifica dal Ministero dell’Ambiente.
Seguendo, però, la linea tracciata dagli investigatori il nodo dell’inchiesta si gioca tutto a cavallo del 2000, quando lo stesso Penati è ancora sindaco e nel momento in cui, acquistate le aree, il gruppo Pasini progetto la riqualificazione poi abortita a causa del fallimento della società . Attualmente Giuseppe Pasini è consigliere comunale.
Nel 2007 ha corso per la poltrona di sindaco.
Tutto ruota intorno alla storica area industriale Falck, dove agli inizi del secolo scorso iniziò lo sviluppo dell’industria siderurgica e che oggi è oggetto di un’importante operazione di riconversione.
Per il pm Walter Mapelli sussistono «gravi indizi di colpevolezza» a carico di Penati e di Vimercati.
Indizi che provengono dalle dichiarazioni dei coindagati, da testimoni e da parti offese, nonchè dalle rogatorie eseguite all’estero e da documenti acquisiti durante precedenti perquisizioni, anche alla sede della Caronte srl. Secondo gli investigatori, gli indagati non si sarebbero mai fatti pagare in contanti, ma estero su estero, attraverso la costituzione di società intestate a prestanome a cui sarebbero stati versati nel tempo i pagamenti.
In 9 anni, Filippo Penati avrebbe ricevuto tangenti per 4 miliardi di lire, pari a 2 milioni di euro.
argomento: Costume, denuncia, Giustizia, PD, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
L’EX ASSESSORE REGIONALE AL TURISMO AVEVA PATTEGGIATO UNA CONDANNA A TRE ANNI E CINQUE MESI PER UNA VICENDA DI TANGENTI…ORA E’ ACCUSATO DI AVER INCASSATO MAZZETTE PER L’ALLLESTIMENTO DI STAND TURISTICI DELLA VALTELLINA NELL’AMBITO DELLA BIT
L’ex assessore regionale al Turismo e allo Sport Piergianni Prosperini è finito agli arresti
domiciliari con le accuse di corruzione e false fatturazioni in relazione a tangenti ricevute per favorire un imprenditore in una gara d’appalto per la costruzione di stand fieristici in occasione della Bit, Borsa Internazionale del Turismo.
Insieme a Prosperini è finito in manette anche un imprenditore della Valtellina. Anche lui è ai domiciliari.
Le ordinanze di custodia cautelare sono state eseguite dal nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Milano su decisione del gip di Milano Andrea Ghinetti. Prosperini, in passato militante della Lega Nord e poi passato ad An e al Pdl, era finito in carcere nel 2009 (celebre la telefonata in diretta su Antenna 3, in cui negava di avere problemi proprio mentre veniva arrestato) e aveva patteggiato una condanna a 3 anni e 5 mesi per altre vicende di tangenti.
Agli arresti domiciliari, a marzo 2010, aveva compiuto un tentativo di suicidio.
Stando alla ricostruzione dell’accusa rappresentata dai pm Alfredo Robledo e Paolo Storari, Prosperini, quando era assessore al Turismo, avrebbe incassato tangenti sugli appalti per gli stand della Bit.
Sono indagati anche due collaboratori del politico.
Il primo, attualmente impiegato alla Regione Lombardia con l’incarico di dirigente, è accusato di truffa aggravata ai danni della Regione; il secondo, funzionario del Consiglio Regionale, è stato denunciato per ipotesi di corruzione.
Sono in corso anche sequestri di disponibilità finanziarie per 250 mila euro nei confronti di due emittenti televisive locali, TeleLombardia e Telecity, per aver ricevuto commesse regionali dal politico, a seguito di appalti manipolati.
Il gip ha invece respinto la richiesta di arresto per Prosperini avanzata dalla Procura nella parte che riguarda presunto traffico di armi in Eritrea, sostenendo che per questo filone di indagine non sussistono le esigenze cautelari.
argomento: Costume, denuncia, Giustizia, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 21st, 2011 Riccardo Fucile
ADDIO ALLA NO TAX AREA SUGLI IMMOBILI …PER 80 MQ PAGHEREMO TRA 50 E 90 EURO: E’ L’EFFETTO DEI TAGLI PREVISTI AGLI SGRAVI FISCALI
Forse è la delusione più cocente per i contribuenti: tornerà l’Irpef sulla prima casa.
L’illusione di una no tax area sulla casa è finita.
Dobbiamo prepararci all’impatto e dovrà prepararsi anche il governo in carica negli anni 2013-2014 a pagare un prezzo in termini di impopolarità .
Le tasse sulla casa, invece di scendere, come recita il mantra berlusconiano, sono destinate a salire.
Nonostante la discussa eliminazione totale dell’Ici sulla prima casa, avvenuta nel 2008 e costata ben due miliardi, le tasse sugli immobili cresceranno.
A partire dall’Irpef che tornerà a mordere l’abitazione principale come annuncia una dettagliata e tempestiva analisi del Lef, l’associazione per la legalità e l’equità fiscale.
La “clausola di salvaguardia” contenuta nella manovra da 48 miliardi varata nei giorni scorsi prevede infatti un taglio delle agevolazioni fiscali, detrazioni e deduzioni, del 5 per cento nel 2013 e fino al 20 per cento nel 2014.
Un meccanismo che è già legge dello Stato e che entrerà in vigore se non sarà varata la riforma del Welfare.
E tra le agevolazioni, una delle più in vista è proprio la deduzione integrale della rendita catastale dell'”unità immobiliare adibita ad abitazione principale”, ovvero della prima casa, e delle relative pertinenze.
Di conseguenza la rendita catastale (tariffa d’estimo della zona relativa per numero dei vani rivalutata del 5 per cento) attualmente non concorre a formare l’imponibile Irpef.
Tutto ciò grazie ad una norma introdotta dal centrosinistra nel 2001.
Ora le cose cambiano.
Con il taglio previsto per il biennio 2013-2014, un orizzonte non troppo lontano, al momento della compilazione della denuncia dei redditi i proprietari della casa di abitazione dovranno sommare al proprio imponibile Irpef anche il 20 per cento del valore della propria casa, ovvero della rendita catastale.
Una stangata che colpirà 24 milioni e 200 mila italiani, possessori di prima casa e che assottiglierà lo sconto medio che oggi ammonta a 126,8 euro e che costa allo Stato circa 3 miliardi.
Le simulazioni parlano chiaro.
Un proprietario medio, con una casa di 80 metri quadrati, situata in una zona semicentrale di una grande città , dovrà mettere sull’imponibile Irpef il 20 per cento dei 1.000 euro della sua rendita catastale.
Ebbene se questo contribuente-tipo ha un reddito annuo di 15 mila euro e una aliquota del 23 per cento dovrà rassegnarsi a pagare 46 euro in più.
Non molto, ma se sommato agli altri aumenti in arrivo, dalle addizionali comunali e regionali Irpef del federalismo allora a regime, e agli altri tagli su detrazioni e deduzioni, non ci sarà da stare allegri.
Il contribuente più agiato che guadagna 70 mila euro dovrà sborsare 82 euro e quello con 100 mila pagherà 86 euro.
Mentre la pressione fiscale continuerà a salire: secondo la Cgia di Mestre, rischia di raggiungere nel 2014 il 44,1 per cento.
argomento: Berlusconi, Bossi, denuncia, economia, finanziaria, governo, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 21st, 2011 Riccardo Fucile
L’ANATEMA DI PANIZ: “CHI OGGI SI RALLEGRA, PRESTO SE NE PENTIRA'”… I LEGHISTI MARONITI SI TRAVESTONO DA ANTICASTA… STRACQUADANIO SE LA PRENDE CON FELTRI E BELPIETRO…MARONI DAL RECUPERO CREDITI ALLA AVON A FINGERE L’INTERESSATO RECUPERO DELLA BASE LEGHISTA
Arriva il sì all’arresto, Berlusconi, che ha ascoltato con le mani sugli occhi tutto l’intervento di
Alfonso Papa – «l’altra notte ho dovuto dire ai miei due bambini, dieci e dodici anni, che questo week end forse il papà non tornerà a casa» -, schizza via e si chiude nella stanza riservata al premier,
Papa si aggrappa a Renatone Farina – «portami lontano di qui» -, e le deputate del Pdl sono percorse da un’onda di panico.
Come ai funerali in cui ognuno piange la propria morte, anche qui si presagisce una fine.
«È finita!» dice infatti Viviana Beccalossi.
Mai vista la Santanchè così scossa.
Maria Rosaria Rossi, l’organizzatrice delle feste romane dell’estate scorsa, piange con le lacrime, le mettono occhiali scuri.
Anna La Rosa, che è qui come giornalista: «Sono terrorizzata, mi sento come nel ’93, stanno rifacendo quello che hanno fatto a Bettino!».
Anna Maria Bernini barcolla: «È andata male, molto male».
Quando poi Gabriella Carlucci annuncia la notizia del Senato – «Tedesco del Pd è stato salvato dall’arresto con i nostri voti!» -, la paura si muta in rabbia.
«Adesso finiranno in galera tutti!» dice Osvaldo Napoli, vicinissimo al premier.
Tutti, anche Milanese? «Anche Milanese!».
E Stracquadanio: «Berlusconi ringrazi Feltri e Belpietro. Sono loro che hanno agitato la polemica sulla casta, hanno spaventato i leghisti, hanno messo i nostri elettori contro di noi».
A quel punto tutti si ricordano della Lega. «Sono stati i leghisti!». «No, sono stati i maroniani!». «Maroni ha già l’accordo con D’Alema per il governo tecnico».
«È la fine anche per Bossi, i suoi hanno votato in difesa di Papa, avete visto invece Maroni?».
Il ministro dell’Interno in effetti ha votato platealmente con il solo dito indice della mano sinistra, come tutto il Pd, per mostrare a fotografi e telecamere che lui poteva pigiare solo il tasto del sì all’arresto.
Dice un altro berlusconiano di aver visto leghisti fotografarsi con il telefonino mentre votavano contro Papa, e poi mandare l’immagine ai sostenitori, come a dire: «Io con la casta non c’entro nulla».
L’immagine della casta ha aleggiato su Montecitorio per tutta la giornata.
Paniz, dopo aver sostenuto che Berlusconi poteva davvero pensare che Ruby fosse la nipote di Mubarak, ieri ha superato se stesso.
«Chi vuole Papa in carcere non vuole che la legge sia uguale per tutti; vuole che i parlamentari siano meno uguali degli altri».
Paniz rivendica di aver letto tutte le 14.932 pagine mandate alla Camera dall’odiato Woodcock e invoca «il rispetto delle regole, anche quelle sgradite alla piazza. Non è forse lo stesso Woodcock che voleva in galera Salvatore Margiotta del Pd, poi assolto, e arrestò il principe Vittorio Emanuele, felicemente prosciolto?».
Buu e fischi dai banchi dei democratici, che al Senato annunciano di voler votare per l’arresto del loro collega Tedesco.
Riparte Paniz: «Rimanere indifferenti di fronte agli indici di un evidente fumus persecutionis è impossibile».
Poi parla Mannino, racconta la sua sofferenza personale, condanna l’abuso del carcere preventivo, «secondo solo alla tortura».
A Palazzo Madama, Tedesco chiede di essere arrestato; sa però che la maggioranza compatta voterà per lasciarlo libero.
A Montecitorio ora interviene Papa, annunciato da un grido in romanesco: «Daje, a Pa’!».
«Io sono innocente davanti alla mia coscienza, a Dio, agli uomini. La verità non ha bisogno di difensori; la verità si manifesta per il suo stesso essere».
Poi il passaggio sui figli e sulla moglie, «unico mio bene da quando ventiquattro anni fa l’ho conosciuta».
Altro grido, stavolta in napoletano, un omaggio a Merola: «Je songo carcerato, e mamma muore!».
Ancora Papa, biblico: «La pianta della verità cresce nel campo della vita come la zizzania della menzogna».
Berlusconi ascolta sinceramente angosciato, alla fine applaude, Cicchitto furibondo fa una tirata contro il giacobinismo «che tante vittime ha mietuto nel secolo scorso», con il Pdl in piedi che lo acclama freneticamente.
Tutto quel che riesce a dire Di Pietro è che Papa non dovrebbe votare su se stesso.
Nessuno, a destra come a sinistra, ha il coraggio di riflettere in pubblico su un fatto: se un magistrato, magari a torto, decide di arrestare un piccolo imprenditore che lascia a casa decine di operai, una madre con i figli piccoli, un marito con la moglie malata, nessuno potrà impedirglielo; i parlamentari invece sono protetti da un filtro di solito efficacissimo, oggi spezzato dallo scontro interno alla Lega che vede prevalere Maroni su Bossi, i critici di Berlusconi sui suoi sostenitori.
D’Anna del Pdl viene quasi alle mani in Transatlantico con Cera dell’Udc, i commessi incerti non sanno se intervenire, ci pensa Casini che placca il suo deputato con inaspettata mossa da rugbista e lo trascina via.
D’Alema fa notare che nessuno a sinistra ha applaudito: «Non ci si rallegra per un arresto. Comunque, è ufficiale: la maggioranza non esiste più, e non da oggi».
Paniz lancia una maledizione tipo fra’ Cristoforo: «Verrà un giorno in cui tanti di coloro che stasera si rallegrano proveranno l’amaro sapore del rimorso».
Aldo Cazzullo
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: Berlusconi, Costume, criminalità, Giustizia, governo, LegaNord, PdL, Politica | Commenta »
Luglio 21st, 2011 Riccardo Fucile
SARA’ MARIA ELENA VALANZANO A PRENDERE IL POSTO DI ALFONSO PAPA, IN CASO DI SUE DIMISSIONI A MONTECITORIO
A volte il caso.
Sta di fatto che al posto di Alfonso Papa, a Montecitorio arriverà il primo non eletto alle Politiche del 2008 nel collegio Campania e coincidenza vuole che si tratti proprio della sua assistente, Maria Elena Valanzano.
E si tratta — altra coincidenza — di un’altra persona coinvolta nell’inchiesta napoletana, diretta dai pm Francesco Curcio e John Woodcock.
E di lei, tre giorni f,a ha parlato l’avvocato civilista Santo Emanuele Mungari, ascoltato come persona informata sui fatti dai pm.
Mungari ha raccontato di aver conosciuto Papa tramite la Valanzano.
“Lei — ha detto il legale nell’interrogatorio — mi ha sempre detto di avere un rapporto diretto con Berlusconi e che anzi, in più di un’occasione, era stata lei stessa a far ottenere all’onorevole Papa un appuntamento con Berlusconi. La Valenzano mi ha detto diverse volte che lei stessa aveva cercato di accreditare l’onorevole Papa con il presidente, il quale, invece, non sembrava tenere Papa in grande considerazione. Dunque sempre per quanto rappresentatomi dalla Valenzano, lei stessa si era spesa con Berlusconi per la nomina di sottosegretario alla Giustizia”.
Pare insomma il caso di dire che “morto un Papa, se ne fa un altro”.
Se Papessa, ancora meglio.
argomento: Costume, denuncia, elezioni, Giustizia, PdL, Politica, radici e valori | 2 commenti presenti »
Luglio 21st, 2011 Riccardo Fucile
ERA PRONTA LA SCENEGGIATA PADANA: ASPETTARE IL RISULTATO DELLA CAMERA, DICHIARARE IL SI’ ALL’ARRESTO ANCHE DI TEDESCO E POI VOTARE IN MODO OPPOSTO PER SCARICARE LA COLPA SU SETTORI DEL PD… LA “COERENZA” LEGHISTA SVELATA ANCHE DA UOMINI DEL PDL
La Lega bifronte di Umberto Bossi salva il senatore Alberto Tedesco, già Pd oggi nel gruppo
misto, dagli arresti domiciliari.
La sceneggiata padana è stata preparata in modo accurato. Al punto che dai vertici del Pd ammettono amaramente: “Sono stati davvero bravi”.
A Palazzo Madama, alle quattro e mezzo del pomeriggio non c’è la tensione che si palpa a Montecitorio, dove si vota per le manette ad Alfonso Papa, piquattrista del Pdl.
Si comincia mezz’ora più tardi, rispetto alla Camera: un dettaglio fondamentale per attendere l’esito su Papa e poi esprimersi su Tedesco.
Questo il timing: alle 18.43 i deputati dicono sì all’arresto del loro collega berlusconiano, alle 18.50 i senatori bocciano l’autorizzazione per l’ex assessore alla Sanità della Puglia, accusato di concussione.
Risultato: 157 no ai domiciliari (pulsante rosso), 127 sì (verde), 11 astenuti (bianco). Venticinque gli assenti.
In base alle dichiarazioni di voto, il sì poteva contare sui gruppi di Pd, Italia dei Valori, centristi e Lega. Una maggioranza netta a favore dell’arresto.
Invece il no ha vinto con 24 voti di scarto, tenendo presente che nel Pdl i presenti sono stati 118 su 131.
Che cosa è successo? Semplice.
La Lega, dopo aver incassato l’arresto di Papa, ha messo in pratica il piano già pronto da martedì sera: votare nel segreto dell’urna contro i domiciliari di Tedesco per poi incolpare il Pd di averlo salvato.
Vari gli indizi. Il primo arriva a caldo.
L’aula ha appena votato e dai banchi del Carroccio si tenta di far partire un coro contro i colleghi di sinistra.
È Rosi Mauro, una delle zarine del cerchio magico del Senatùr, a intonarlo. Grida un paio di volte: “Vergogna”. Ma non ha fortuna. Poca convinzione.
Altra scena, qualche minuto più tardi, che tradisce il nervosismo dei leghisti. Alberto Tedesco è in Transatlantico, circondato dai giornalisti.
Ripete che non si dimetterà . Il senatore Cesarino Monti buca il muro dei cronisti e sbatte spalle al muro il senatore Salvato: “Tu sei un reo confesso, se sei un uomo dimettiti”.
È l’ultimo atto della sceneggiata, iniziata più di tre ore prima.
Ad aprire la seduta pomeridiana non è il presidente Renato Schifani, ma uno dei vice: Vannino Chiti del Pd.
Il primo a parlare è Luigi Li Gotti dell’Idv, relatore della Giunta per le autorizzazioni. Tedesco è seduto nella penultima fila in alto all’estrema sinistra. Tesissimo.
Dondola gambe e mani. Inforca gli occhiali, poi li toglie, infine li mette di nuovo per rileggere un testo scritto a mano.
Li Gotti non è un relatore vero e proprio. In realtà la giunta, dopo aver respinto il no all’arresto proposto dal Pdl, ha scelto di non decidere rimettendo tutto all’aula.
Il governo è rappresentato da Calderoli, Giovanardi, Nitto Palma e altri sottosegretari . Li Gotti parla, nel frattempo arriva Schifani.
I senatori sono distratti, il brusìo è fortissimo.
Il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri è in piedi quando gli si avvicina il suo omologo della Lega, Federico Bricolo, altro pilastro del cerchio magico anti-maronita. I due escono e si appartano per venti minuti circa.
Gasparri assicura Bricolo che il Pdl chiederà il voto segreto. Il gioco delle parti può andare avanti.
Dopo Li Gotti, tocca a Marcello Pera che attacca la Giunta per non aver deciso.
Alle 17.13 il rumore di fondo sparisce.
Si alza in piedi Tedesco per il suo intervento annunciato: chiederà all’aula di votare a favore del suo arresto. Chiede scusa per aver costretto il Senato a occuparsi di lui “in coda ai lavori prima delle ferie estive”.
Respinge il sospetto su uno “scambio” di favori con Papa, si dice innocente, rinuncia al fumus persecutionis e dopo dieci minuti di discorso chiede all’aula, “sommessamente ma fermamente”, di “votare affermativamente e all’unanimità alla domanda dei giudici di Bari”.
Di fronte a lui, nei banchi del Pdl, c’è chi si copre il viso con le mani, chi grida: “Dimissioni”.
Lui va avanti e conclude con la voce incrinata dall’emozione, citando, da ex socialista, Pietro Nenni: “Si faccia quel che si deve, accada quel che può”.
A questo punto, toccherebbe alle dichiarazioni di voto.
Ma il Pdl fa melina e manda avanti un po’ di senatori con questioni procedurali o di merito sulle accuse a Tedesco.
Tutto tempo guadagnato, aspettando Papa alla Camera.
Alle 17.46, Schifani dichiara chiusa la discussione generale.
Parte Cardiello della Coesione nazionale (l’equivalente dei “Responsabili” a Montecitorio), poi Li Gotti dell’Idv e Serra per l’Udc. Alle sei di pomeriggio è il turno di Sandro Mazzatorta della Lega.
Durissimo con il centrosinistra pugliese: “I furbetti del quartierino della Puglia hanno deciso però di salvare Vendola”.
Tira in ballo anche la Finocchiaro, che reagisce chiedendo il giurì d’onore. Conclusione: “Votiamo sì all’arresto”. Si alza la Finocchiaro per il sì del Pd.
Difende la “dignità ” di Tedesco che il Pdl non può comprendere perchè non riesce ad andare “più oltre”, come direbbe Totò.
La frase chiave è questa: “Dietro il vento dell’antipolitica c’è una richiesta vera. Noi non abbiamo paura, nè di rinchiuderci, nè di assecondare il vento”.
Il giro viene concluso da Gaetano Quagliariello del Pdl, che chiede il voto segreto per “difendere le istituzioni” dall’antipolitica.
Poi di nuovo Pera che accusa la Finocchiaro di essere “la Vishinsky in gonnella che ha convinto Tedesco a farsi arrestare”.
Si vota, finalmente. Alle sette di sera è tutto finito.
Gramazio, postfascista del Pdl, tenta la rissa.
Tedesco dice che il “voto fa male al Senato e al Paese”. Ma non si dimette, come chiedono numerosi gruppi sul web.
E Gasparri confessa: “Sì la Lega ha votato contro l’arresto”.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Costume, denuncia, Giustizia, governo, la casta, LegaNord, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 21st, 2011 Riccardo Fucile
IL PUGNO SUL TAVOLO E L’IRA DI BOSSI: COSI’ FINISCE UN’EPOCA
“Sono impazziti, è una vergogna!”, grida Silvio Berlusconi, e batte il pugno sul banco e si incazza, e corre inseguito da due ali di ministri nei meandri di Montecitorio, verso la stanzetta del presidente del Consiglio, sguardi attoniti passi di minuetto, la faccia stupefatta di Michela Brambilla e quella costernata di Andrea Ronchi dietro di lui, e rumori di tacchi, forse anche così finisce un’era.
Questi sono impazziti: il paese che si congeda dal ventennio di consenso al Cavaliere, i parlamentari che sfuggono al controllo dei capibastone, un blocco di ghiaccio che si scioglie per colpa di un dito.
Già , il dito. Il dito indice della Creazione, ma anche quello del voto elettronico.
Nel primo pomeriggio questo dito lo roteava Tonino Di Pietro, in pieno Transatlantico, come se fosse un’arma. “Vedi? Se voti con l’indice attaccato alla buca dei tasti di voto, si vede solo quello. E se hai dentro la buca un solo dito, non puoi andare sul tasto del no!”.
Intorno deputati, giornalisti, le portavoci del gruppo dell’Italia dei Valori. Di Pietro sorride alla sua capoufficio stampa, Fabiola Paterniti. “Sai che faccio io? Mentre voto mi scatto una foto con il telefonino e poi lo mettiamo sul blog!”.
Esce dall’aula elettrizzato dal dito anche Dario Franceschini, capogruppo del Pd.
Per un giorno intero tutti dicevano che il suo gruppo sarebbe crollato, sotto il peso dei franchi tiratori, protetti dallo scudo del voto segreto.
È accaduto esattamente il contrario. E adesso Franceschini, mentre corre verso la sala stampa con passo garibaldino sorride: “Se non ci fosse stato il dito la Lega non sarebbe crollata”.
Cioè? “Ha avuto un peso di deterrenza, no? Mi pare chiaro. L’idea che il nostro voto fosse trasparente, ha impedito la sommersione di chi voleva votare a favore. Ed è questo che ha spaccato la Lega. Se Papa si salvava, era chiaro che si trattava di loro”. Già , la Lega.
Quanto conta quel colpo d’occhio dall’alto della tribuna, la feroce sintesi dei simboli. Umberto Bossi non c’era.
E tra i banchi svettava Bobo Maroni, questa volta più vicino ai suoi che al governo.
I “Maroniti”, ormai tutti li chiamano così, sono stati quelli che seguendo il grande ventre della base popolare del Carroccio hanno spinto in ogni modo sul sì. Prima in commissione, poi in aula.
Più di tutti vale il racconto di Anna Rossomanno, deputata piemontese del Pd, che ha seguito il caso Papa nel dettaglio. “Vedi, già in quei giorni del voto c’erano segnali importanti e stupefacenti, su come stava montando la marea nella Lega”.
Ovvero? “Due colleghi del partito di Bossi mi hanno fatto vedere i loro telefonini: mentre noi discutevamo di Papa, erano tempestati di messaggini di militanti che li azzannavano. ‘Mica manderete libero quello lì”.
Quello lì. Papa, “il terrone”.
Pier Luigi Bersani rilascia interviste sulla rampa del giardino: “È finito il vincolo di maggioranza”.
Ci deve essere un mondo che scompare e il sipario di un’epoca che si avvicina all’ultimo atto, anche nella reazione a catena che si potrebbe innescare.
Sì a Papa e Sì anche a Milanese, ma poi perchè dire No, allora, per i reati del Ministro Saverio Romano?
La grande montagna dell’emiciclo pidiellino rumoreggiava cori e insulti “Vergogna!” — contro quelli che chiedevano l’arresto, e sommergevano letteralmente di improperi Rita Bernardini che diceva: “Il 40 per cento degli italiani sono in carcere per la custodia cautelare. Ma non abbiamo fatto nulla per loro. Quindi, noi Radicali, riteniamo di dover votare…”.
E parte il grido: “Buffona!”. La Bernardini non si scompone: “Votare sì”.
Torna a battere sullo stesso tasto, Benedetto Della Vedova di Futuro e libertà : “Il vostro rigore garantista , onorevole Paniz, non l’ho ascoltato quando in gioco c’era la libertà dei poveracci”.
Ci deve essere un mondo che finisce nell’ira con cui Silvio Berlusconi in serata, dopo il voto insegue Bossi, con il sospetto del tradimento che gli scava dentro.
“Chiarirò con lui. Questo è un gioco allo sfascio, così finisce anche la Lega”.
In fondo anche il Senatùr è chiuso dentro un paradosso feroce: o è sospettato di aver fatto un gioco delle parti con Maroni.
Oppure è sospettato di non controllare più lui il gruppo parlamentare del partito (e forse nemmeno più il partito).
Forse c’è un’epoca che finisce nella regolare sfida a duello che si inscena in Transatlantico fra il casiniano Angelo Cera e il pidiellino Vincenzo D’Anna: “Se vuoi usciamo di fuori e la regoliamo come dico io”, grida il deputato dell’Udc.
E D’Anna, sarcastico: “Allora facciamo così. Quando arriva l’autorizzazione su Cesa ci divertiamo!!”.
Forse il mondo che finisce lo puoi leggere anche nelle parole di Roberto Castelli, uomo forte del Carroccio che dice: “Berlusconi è arrabbiato? Mi dispiace perchè domani io gli darò un altro dispiacere votando contro la missione”.
E come mai l’arringa di Maurizio Paniz questa volta non fa presa? Come mai tutti dicono che l’Udc potrebbe smarcarsi invece non accade nulla?
Quando il voto si celebra Rosy Bindi corre via dall’aula, con le lacrime agli occhi: “Piange per Papa?”.
E lei: “No. Per quel poveraccio mi dispiace. Ma sto piangendo di gioia perchè il voto di oggi è una grande prova per questo paese, un segnale che la politica può cambiare”. Le lacrime della Bindi, e l’ira di Berlusconi.
Forse anche così passa un’epoca. Berlusconi ha perso molte battaglie, in questi mesi. Ma è la prima volta che vediamo la sua rabbia in diretta, la sua impotenza, il suo pugno che batte sul tavolo. Forse è la prima volta che vediamo il Cavaliere rappresentare la sua debolezza in diretta televisiva, sotto l’occhio delle telecamere. Una debolezza che potrebbe costargli cara.
Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, Bossi, Giustizia, governo, la casta | Commenta »
Luglio 21st, 2011 Riccardo Fucile
OGNI DEPUTATO PRENDE 3.600 EURO PER ASSUMERE UN COLLABORATORE, MA SOLO UN TERZO FA UN CONTRATTO REGOLARE… SOLITAMENTE PAGANO IN NERO 1.000 EURO E SI TENGONO IL RESTO DELLA SOMMA
Ce n’è uno che ha dovuto scrivere le partecipazioni di nozze per conto del suo onorevole,
prossimo al matrimonio.
Ce n’è un altro che ha supervisionato l’allaccio delle utenze nella casa romana del parlamentare, prima che fosse inaugurata.
E ce n’è un terzo che viene spedito ogni giorno a fare la spesa, con la lista delle vivande da acquistare scritta dalla moglie del senatore.
E poi c’è chi si ribella.
Come il misterioso “SpiderTruman” – pseudonimo di un sedicente ex portaborse che ha raccolto centinaia di migliaia di seguaci raccontando su Facebook piccoli e grandi privilegi dei parlamentari.
Tecnicamente i portaborse si chiamano “collaboratori parlamentari”, da non confondersi con gli “assistenti parlamentari” che sono dipendenti della Camera e del Senato, insomma i “commessi” con la coccarda tricolore al braccio.
I “collaboratori” invece sono figure indefinite, prive di un vero riconoscimento e inesistenti dal punto di vista dell’inquadramento professionale.
E pertanto soggetti spesso ad abusi ed angherie.
Come quelli denunciati nel 2009 da Celestina, già portaborse della parlamentare del Popolo delle Libertà , Gabriella Carlucci, che dopo anni di sfruttamento si è rivolta alla magistratura e ha vinto: la Carlucci è stata condannata a risarcire la ex collaboratrice che – pur svolgendo di fatto mansioni da dipendente — riceveva un rimborso di soli 500 euro mensili, rigorosamente in nero.
E così adesso un altro portaborse ha deciso di seguire le tracce di Angelina: è uno dei collaboratori di Domenico Scilipoti, che si è appena rivolto all’Ispettorato del Lavoro, per denunciare – presentando una cospicua mole di documenti – le pessime condizioni di lavoro e il misero trattamento economico ricevuto dal suo ex capo.
Ma per un paio di portaborse che si rivolgono alla magistratura, tutti gli altri tacciono. O parlano in modo riservato con Emiliano Boschetto, che si è assunto la briga di provare a risolvere i problemi quotidiani dei suoi colleghi ed è ora portavoce del Co.Co.Parl., il coordinamento dei collaboratori parlamentari.
Spiega Boschetto: «Ogni deputato prende, in busta paga, 3.690 euro sotto la voce “fondo spese rapporto eletto-elettore”.
Questa cifra viene erogata dalla Camera indipendentemente dalla rendicontazione della spesa che il parlamentare ne fa.
E’ questa la voce cui teoricamente attingono i parlamentari per coprire le spese dello staff.
Ma la media dei compensi dei collaboratori parlamentari è di circa mille euro mensili lordi, quindi esiste di fatto un gap fra quanto intascato dai parlamentari e la cifra realmente destinata al collaboratore.
Molti onorevoli dicono di utilizzare gli altri 2.600 euro per tenere in attività le loro segreterie sul territorio, ma quasi sempre è una balla, anche perchè con l’attuale legge elettorale il rapporto locale fra l’eletto e gli elettori è molto blando».
Ma i problemi non sono finiti: «L’altro punto da sottolineare», dice Boschetto, «è che quella voce in busta paga viene erogata indipendentemente dall’intercorrere o meno di regolari contratti di lavoro tra il collaboratore ed il parlamentare».
In altre parole, il deputato si prende tutti i 3.600 euro, poi però non è tenuto a fare un contratto a nessuno, se non vuole.
Infatti alla Camera dei Deputati – i dati del Senato non sono noti – solo un terzo dei collaboratori parlamentari ha un regolare contratto.
Gli altri, tutti pagati in nero.
In pratica, due terzi dei parlamentari violano le leggi sul lavoro e sono correi di evasione fiscale.
Per i portaborse non avere un contratto regolare non è solo un problema economico.
E’ anche un ostacolo pratico, perchè senza contratto non viene loro dato alcun badge di ingresso alla Camera, quindi tutte le mattine sono fatti entrare come “ospiti”.
Senza dire che non tutti i badge sono uguali: «C’è quello bianco, ambitissimo, che consente di entrare ovunque, anche in Transatlantico, tranne che in aula. Quello verde invece non consente l’accesso al Transatlantico e quello marrone vale solo per la sede dei gruppi parlamentari», spiega Gianmario Mariniello, collaboratore di Italo Bocchino.
Cristina Cucciniello
(da “L’Espresso“)
argomento: Costume, denuncia, governo, la casta, Parlamento, Politica, radici e valori | Commenta »