Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
UN CONSIGLIERE REGIONALE DEL MOLISE INVIA LA DOCUMENTAZIONE ALLA PROCURA ALLEGANDO LE FOTO: “USATO UN ELICOTTERO DELLA FORESTALE PER ANDARE A UN APPUNTAMENTO ELETTORALE DEL CENTRODESTRA”
Siamo al 12 maggio scorso, appena un mese e mezzo dopo la contestata nomina a ministro. 
Romano vola in Molise.
Ci sono anche impegni istituzionali, ma siamo a tre giorni dalle elezioni provinciali di Campobasso.
“Certo, qualcuno potrebbe storcere comunque il naso se un ministro partecipa alla campagna elettorale, ma in fondo Romano era il terzo membro del Governo venuto a Campobasso”, chiosa il consigliere regionale Massimo Romano.
Il punto è che le cronache locali ricordano la fitta agenda del ministro a sostegno del candidato alla provincia del Pdl, Rosario de Matteis (eletto con il 54,2% dei voti).
Alle 16,30, incontro all’Hotel San Giorgio di Campobasso. Poi di corsa a Termoli all’Hotel Martur Resort.
Romano ha poco tempo, deve spostarsi velocemente.
Ecco che cosa racconta un testimone dell’arrivo del ministro: “Lo abbiamo aspettato nel piazzale davanti allo stadio di Termoli. È arrivato con un elicottero della Forestale. Siamo rimasti stupiti perchè era diretto a un appuntamento elettorale”.
Un “dettaglio” che non sfugge a Stefano Di Leonardo, cronista del quotidiano online “Primonumero.it  ”: “Romano ha trovato ad attenderlo gli uomini della Forestale, i Vigili del Fuoco e i Vigili Urbani”.
Ma quali appuntamenti attendevano Romano?
L’ufficio del ministro comunica: “Il ministro ha avuto tre incontri istituzionali presso l’Hotel Martour di Termoli. Alle 17 ha incontrato le associazioni agricole sul territorio. Sempre all’Hotel Martour alle 17.20 ha incontrato le associazioni di pescatori e alle 17.40 i responsabili dello Zuccherificio del Molise”.
Ma all’Hotel Martour quel giorno (per il convegno “Una politica per l’agricoltura e la pesca nella regione Molise”) era presente tutto lo stato maggiore del Pdl locale: c’era il presidente della Regione, Michele Iorio (Pdl).
Quindi Sabrina De Camillis (deputato Pdl), Pierluigi Lepore (coordinatore Pdl di Campobasso). Moderatore del dibattito Ulisse Di Giacomo, coordinatore regionale Pdl. Ma soprattutto c’era il candidato del centro-destra, Rosario De Matteis, sostenuto anche dalla lista Popolari di Italia Domani, cui fa riferimento il ministro.
Insomma, un’iniziativa anche elettorale a tre giorni dal voto.
Alla fine della giornata i cronisti di “Nuovo Molise” annotano: “Il ministro è ripartito per Roma a bordo di un velivolo della Forestale”.
Adesso di quel volo potrebbero occuparsi i magistrati cui è stato presentato l’esposto.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
IN 5 ANNI ASL E OSPEDALI SONO RIUSCITI A SPENDERE 24.000 MILIONI DI EURO IN PIU’…BALDASSARRI (FLI): “E’ IN QUESTA ZONA GRIGIA DOVE SI ANNIDANO I VERI COSTI DELLA POLITICA”
II senatore Mario Baldassarri fa un esempio un po’ cruento da fazendero brasiliano: “I mandriani in Brasile – afferma – se devono guadare un fiume infestato dai piranha, squartano prima un vitello e lo gettano nell’acqua. Poi, quando i pesci si avventano sulla preda, fanno passare indenne tutta la mandria”.
La metafora serve a chiarire un concetto: “Quando tutti si fanno paladini dei tagli ai costi della politica indicano noi, il vitello, invece di vedere la mandria che sta passando”.
E precisa: “Se noi dimezzassimo, di netto, lo stipendio dei parlamentari, risparmieremmo ogni anno una cifra di 120 milioni di euro, ma sapete quanto costa la mandria ogni anno? Tra i quaranta e i cinquanta miliardi di euro: miliardi, non milioni”.
Poi, certo, ammette “non è che dico che non si debba toccare niente, certo le auto blu, o alcuni benefit, ma non è questo il vero costo della politica”.
Quale è allora? Cosa è questa “mandria” che nessuno riesce a vedere?
Sono gli “acquisti di beni e servizi” della pubblica amministrazione di cui nemmeno il Parlamento conosce il rendiconto preciso.
Nel senso, si sa quanto costa l’acquisto, ma non si sa a chi vadano i soldi, ne perchè.
Per capire meglio quello di cui parliamo buttiamo giù un po’ di cifre.
Ogni anno dalle casse pubbliche escono circa 137 miliardi di euro per l’acquisto di beni e servizi: 107 di questi vengono spesi dalle amministrazioni locali, e, all’interno di questa spesa, circa 77 miliardi vengono adoperati per l’acquisto di beni e servizi nel settore della Sanità . Fermiamoci un attimo.
Questi sono i dati ufficiali relativi all’anno 2009, certificati dal ministero delle Finanze e dalla Ragioneria dello Stato.
Solo cinque anni prima, nel 2004, la fotografia era alquanto diversa.
La torta complessiva era di 113 miliardi, le amministrazioni locali ne spendevano 88, 53 dei quali per gli acquisti nel settore sanitario.
Tradotto: in soli cinque anni, la spesa delle regioni è aumentata di 11 miliardi di euro, quella sanitaria, addirittura di 24.
Quei ventiquattro miliardi di euro “in più”, sono circa la metà della manovra economica approvata da Camera e Senato mentre imperversava la tempesta dei mercati.
Un primo dato di cronaca: se sono stati spesi 24 miliardi di euro “in più” nell’acquisto di beni e servizi nel settore sanitario fino a raggiungere, in cinque anni, la cifra di 77 miliardi, gli ospedali del Paese dovrebbero essere assai più ricchi e funzionali di quello che erano nel 2004.
È così? No.
Allora perchè la spesa è lievitata – senza controllo – a quel modo?
Perchè, argomenta il senatore di Fli, membro della Commissione Bilancio di Palazzo Madama dopo essere stato vice ministro dell’Economia nel passato governo Berlusconi (2001-2006), quegli “sprechi” possono nascondere “malversazioni e possibili intrecci grigi tra politica ed affari”.
Ma questo gigantesco flusso di denaro dove finisce?
Nessuno, nemmeno in Parlamento, ne ha cognizione.
Ma la frase del senatore non può che far venire alla mente le tante inchieste che negli ultimi anni hanno coinvolto la sanità ad ogni latitudine: dall’inchiesta laziale su Lady Asl o sulle cliniche degli Angelucci, a quella che in Puglia punta alle protesi di Gianpi Tarantini o al senatore appena salvato da Palazzo Madama Alberto Tedesco, fino all’Abruzzo, al Piemonte, alla Lombardia e alla Ligura.
“Voi giornalisti vi accorgete di queste cose solo quando ci sono le inchieste della magistratura, ma quelle rappresentano solo la punta di un iceberg gigantesco”, spiega Baldassarri prima di rappresentare un secondo paragone cruento: “Per ogni posto letto negli ospedali italiani si utilizzano ogni giorno nove siringhe. La media di degenza negli ospedali è di nove giorni. Dopo nove giorni uno dovrebbe avere 81 buchi di puntura. Le sembra realistico?”.
Questi miliardi di euro sono però sono una parte della “mandria” che continua a passare mentre si bacchettano i costumi (comunque non eccellenti) della politica.
L’altra voce di spesa “invisibile” è costituita “dai trasferimenti in Conto Corrente ed in Conto Capitale” che lo Stato stanzia a pioggia e “a fondo perduto”.
La torta, questa volta, ammonta per il 2010, (la fonte è il governo, attraverso la Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza Pubblica) a 44 miliardi.
Di questi 15 vengono trasferiti a Ferrovie, Anas e Trasporti pubblici locali.
E gli altri 29? Mistero.
Argomenta Baldassarri: assieme sono 53 miliardi di euro, più della manovra appena approvata.
Di Blasi Eduardo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
UN PARLAMENTARE ACCOMPAGNA UN GIORNALISTA NEI PRIVILEGI DI MONTECITORIO…SI LAVORA POCO, SI COMPRANO AUTO SCONTATE E SI ACCUMULANO PUNTI PER PORTARE LA FAMIGLIA IN VACANZA
Carlo Monai è l’unico, dopo sette tentativi andati a vuoto, che ha accettato di raccontare a
“l’Espresso” com’è cambiata la sua vita da quando è entrato nella casta.
E’ un avvocato di Cividale del Friuli, ex consigliere regionale e oggi deputato dell’Idv al primo mandato parlamentare.
Uno dei peones, a tutti gli effetti.
Uno coraggioso, direbbe qualcuno, visto che ha deciso di metterci la faccia e guidarci come novello Virgilio nella bolgia di indennità , vitalizi, doppi incarichi, regali, sconti e privilegi in cui sguazzano politici di ogni risma.
Un paradiso per pochi, un inferno per le tasche dei contribuenti italiani, stressati da quattro anni di crisi economica e da una Finanziaria lacrime e sangue che chiederà ulteriori sacrifici.
«Per tutti, ma non per noi», chiarisce Monai. «I costi della politica sono stati ridotti di pochissimo, e alcuni sprechi sono immorali. Non possiamo chiedere rinunce agli elettori se per primi non tagliamo franchigie e sperperi».
L’incontro è al bar La Caffettiera, martedì mattina, davanti a Montecitorio.
Difficile ottenere un appuntamento di lunedì. «Noi siamo a Roma da martedì al giovedì sera», spiega. «Ma in questa legislatura pare che stiamo facendo peggio che mai: spesso lavoriamo due giorni a settimana, e il mercoledì già torniamo a casa. Nel 2010 e nel 2011 l’aula non è mai stata convocata di venerdì. Le sembra possibile?».
Anche in commissione l’assenteismo è da record. «Su una quarantina di membri, se ce ne sono una decina presenti è grasso che cola. Io credo che lo stipendio che prendiamo sia giusto, ma a condizione che l’impegno sia reale. Se il mio studio fosse aperto quanto la Camera, avrei davvero pochi clienti».
La busta paga di Monai è identica a quella dei suoi colleghi: l’indennità netta è di 5.486,58 euro, a cui bisogna aggiungere una diaria di 3.503,11 euro.
Per ogni giorno di assenza la voce viene decurtata di 206 euro, ma solo per le sedute in cui si svolgono le votazioni.
E se quel giorno hai proprio altro da fare, poco male: basta essere presenti anche a una votazione su tre, e il gettone di presenza è assicurato ugualmente.
Lo stipendio è arricchito con il rimborso spese forfettario per garantire il rapporto tra l’eletto e il suo collegio (3.690 euro al mese), e gli emolumenti che coprono le uscite per trasporti, spese di viaggio e telefoni (altri 1.500 all’incirca).
In tutto, oltre 14 mila euro al mese netti. Ai quali molti suoi colleghi con galloni possono aggiungere altre indennità di carica.
Monai inizia il suo viaggio.
«Non bisogna essere demagogici. Parliamo solo di fatti. Partiamo dagli assistenti parlamentari: molti non li hanno. Visto che le spese non vanno documentate, preferiscono intascarsi altri 3.690 euro destinati ai portaborse e fare tutto da soli. Altri colleghi per risparmiare si mettono insieme e ne pagano uno che fa il triplo lavoro».
Ecco così svelata la sproporzione tra il numero dei deputati (630) e i contratti in corso per i segretari (230).
«Non c’è più tanto nero come qualche anno fa. Anche un altro mito va sfatato: la Camera non ci regala cellulari, come molti credono, ma ogni deputato può avere altri 3.098 euro l’anno per pagare le telefonate. La Telecom ci offre poi dei contratti, chiamati “Tim Top Business Class”, destinati a deputati e senatori. Per i computer? Abbiamo un plafond di altri 1.500 euro».
Anche quand’era in consiglio regionale del Friuli le telefonate non erano un problema: «La Regione copriva tutto. Se non ti fai scrupoli puoi spendere quanto vuoi. Lo sa che lì c’è pure un indennizzo forfettario per l’utilizzo della propria macchina? Per chi vive fuori Trieste, 1.800 euro in più al mese. Tutti prendevano il treno regionale, e si intascavano la differenza».
Portandosi a casa solo grazie a questa voce lo stipendio di un operaio specializzato.
Già . I trasporti gratis sono un must dei politici.
Monai elenca i vantaggi di cui può usufruire. «Il precario che su Internet ha svelato gli sconti che ci fa la Peugeot s’è dimenticato che anche altre case offrono benefit simili: ho ricevuto offerte dalla Fiat, dalla Mercedes, dalla Renault. Dal 10 al 25 per cento in meno. Credo che lo facciano per una questione di marketing».
Ogni parlamentare ha una tessera che gli consente di non pagare l’autostrada, i treni e gli aerei (sempre prima classe) e le navi, in modo da potersi spostare liberamente sul territorio nazionale. «Tutto gratis, anche se devo andare al compleanno della nonna», chiosa l’onorevole. «Dovrebbero essere pagati solo i viaggi legati al nostro incarico pubblico».
Oltre a questi soldi è previsto un ulteriore rimborso mensile per taxi e varie che va, a secondo della distanza tra l’abitazione e l’aeroporto, da 1.007 a 1.331 euro al mese.
Questa è una cosa nota.
Pochi sanno però che quasi tutti i deputati, per comprare i biglietti aerei, fanno riferimento esclusivamente all’agenzia americana (con sede in Minnesota) Carlson Wagonlit.
«A loro noi chiediamo sempre di volare con Alitalia, che è la più cara di tutte. Nessuno ci vieterebbe, però, di scegliere compagnie low cost».
I politici se ne guardano bene: da un lato il prezzo di un biglietto low cost lo devi anticipare tu (mentre con Alitalia anticipa il Parlamento), dall’altro perderesti i punti per la carta fedeltà “Millemiglia”.
«I punti li giriamo a mogli e figli, ma in genere i deputati li usano per andare gratis all’estero: perchè tranne qualche missione coordinata con il presidente della commissione», ragiona Monai, «i viaggi all’estero dobbiamo pagarceli di tasca nostra».
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso“)
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Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
LA FURIA DEL CAPOGRUPPO PDL: “MA SE HAI IL RECORD DI ASSENTEISMO”.. CICCHITTO SBOTTA: “SE LA BUTTAVO GIU’ DALLE SCALE, CON QUEI TACCHI SAREBBE STATO UN DISASTRO”
Risse, insulti, crisi di nervi, lacrime e scenate.
In quella specie di Titanic che è diventato il Pdl si litiga ferocemente per le scialuppe di salvataggio.
E qualche rospo inghiottito per troppo tempo può essere estratto.
L’altra mattina mattina, nelle pieghe della tragicommedia politica, è andata in scena nell’aula di Montecitorio la resa dei conti tra il vecchio notabile e il nuovo che avanza.
Alle undici del mattino una furia rossa sale gli scalini del gruppo Pdl alla Camera. E’ MVB, il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla.
I tacchi picchiettano fino allo scranno del capogruppo Fabrizio Cicchitto. «Mi sono rotta le palle», la sentono sbraitare.
«Mi hanno mandato un sms ieri per dirmi di stare presente alla votazione! Un altro sms mi è arrivato ora, mentre ero qui, in aula. E’ una vergogna, io non mi faccio trattare così dai tuoi funzionari!».
Fabrizio Cicchitto, una vita nella politica da quando era giovane capo dei socialisti nella corrente lombardiana, prova a pazientare: «Guarda, l’sms arriva a tutti i deputati…».
Ma quella, il ministro, niente: «Io non mi faccio trattare come una scolaretta!».
Allora Cicchitto decide che la pazienza è finita: «E invece proprio a te è necessario mandarli. Hai il record dell’astensionismo qua dentro!».
La ministra furiosa se ne va.
E Cicchitto sibila: «Ho dovuto contare fino a dieci per non buttarla giù dalle scale. Con quei tacchi sarebbe stato un disastro».
In effetti, lo ‘score’ parlamentare di Maria Vittoria Brambilla così come emerge dalla sua scheda su Openpolis non è molto lusinghiera: risulta essere stata presente solo al 5,32 per cento delle votazioni elettroniche dall’inizio della legislatura a oggi, con una grande passione per le ‘missioni’.
Era altrove anche nel giorno del voto chiave sulle quota rosa nei consigli di amministrazione, in quello sul bilancio, al Milleproroghe, alla legge di stabilità , alla decisione sulle missioni militari all’estero, alla legge sull’omofobia e in altri casi ancora.
Inoltre, non risulta alcun suo intervento alla Camera nè alcun emendamento proposto, e in tutta la legislatura è stata ‘primo firmatario’ di un solo disegno di legge, «per la promozione del turismo sportivo e per la realizzazione di impianti da golf» .
Insomma, non sarà giusto trattarla come una scolaretta, ma certo è che si dimentica spesso di portare la giustificazione.
Adriano Botta
(da “L’Espresso“)
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Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
DIETRO IL SUICIDIO DEL BRACCIO DESTRO DI DON VERZE’ UNA SITUAZIONE FINANZIARIA FALLIMENTARE E UN CONCORDATO IN VISTA…LA FRETTA DELLA SANTA SEDE E LA MISTERIOSA FONDAZIONE MONTE TABOR… INVESTIMENTI ESTERI CHE NULLA AVEVANO A CHE FARE CON LA SANITA’
«Su invito del presidente relaziona sull’argomento il vicepresidente dott. Mario Cal…». 
Si alza l’uomo dei conti.
È il manager del San Raffaele che ha le chiavi della cassaforte. Dentro ci sono più debiti che soldi. Ma anche molti segreti.
Quel giorno e quel consiglio di amministrazione hanno cambiato la vita dell’ex ciclista che è stato braccio destro, amico e «voce» di don Luigi Verzè. Forse è lì che la luce ha cominciato a spegnersi. Il colpo di pistola è l’ultima scintilla prima del buio.
Alle 10 di mattina del 23 marzo 2011, nell’Aula consiliare dell’Istituto scientifico San Raffaele al settimo piano di via Olgettina 60 a Milano, Mario Cal doveva relazionare il consiglio di amministrazione della Fondazione Monte Tabor sul piano di ristrutturazione dei debiti.
La Fondazione governa il gruppo.
È il momento in cui la crisi dell’ospedale diventa pubblica.
È il giorno in cui Mario Cal, 72 anni, esce dall’ombra di don Verzè, 91 anni, amico da 35 anni. Cal è vicepresidente con ampi poteri, il bilancio è in rosso profondo. All’inizio i messaggi sono rassicuranti: «Mancanza di liquidità passeggera».
La realtà è ben più drammatica. Non è ristrutturazione ma salvataggio.
Quasi un miliardo di debiti su 660 milioni di ricavi. I fornitori premono, i decreti ingiuntivi si susseguono.
Cal è l’interfaccia con banche e fornitori.
Aveva elaborato un piano di rientro a inizio 2011: bocciato dalle banche.
Gli argini erano già rotti. Di colpo il San Raffaele si trova nella tempesta.
Sembra che i debiti siano emersi improvvisamente. Ma non è così.
Don Verzè con le sue relazioni ad altissimo livello (Silvio Berlusconi su tutti) e con quella grande abilità nel mescolare scienza e sanità , no profit e business, biotecnologie e jet personali, ha tenuto a distanza banche creditrici e fornitori.
Cal intanto dava una veste contabile minimamente dignitosa agli slanci spesso visionari dell’onnipotente prete-manager.
Come la cupola di 60 metri d’altezza sovrastata da una statua di 8 metri dell’angelo San Raffaele.
Megalomania allo stato puro che però richiede liquidità . Ed evidentemente c’era. O si trovava.
Curare le persone che cos’ha da spartire con gli hotel in Sardegna?
O le piantagioni di manghi e meloni in Brasile?
E quanti milioni sono stati buttati nella società neozelandese proprietaria del jet su cui viaggiava don Verzè?
Era Cal a gestire i «capricci».
Quando il coperchio è stato appena un po’ sollevato, la «spazzatura» estera è piovuta sui bilanci.
Adesso ci sono gli uomini della Santa Sede.
Strana operazione: si sono insediati prima ancora di aver tirato fuori un euro, senza aver fatto una valutazione accurata del gruppo e per questo assumendosi rischi elevati. Perchè? Per convenienza dell’affare?
Per bloccare il concorrente Giuseppe Rotelli? Per salvare l’Opera? Per evitare lo scandalo di un fallimento e l’irruzione dei pm?
Entro fine mese, secondo alcune valutazioni, finiranno i soldi.
Il concordato preventivo sembra l’unica strada.
Ma che fine farà la «consorteria» dei Sigilli?
Sono i fedelissimi di don Verzè riuniti nell’Associazione Monte Tabor, la super holding semisegreta dove si contano i «soci dedicati» (quelli con più poteri) e i «soci ordinari».
Qui, nell’ombra, per anni hanno governato uno dei più grandi e protetti imperi della sanità .
La cassaforte adesso ha perso il suo custode.
E forse non è un caso che ieri mattina, subito dopo il suicidio, nell’ufficio di Cal si siano presentati, a caccia di carte contabili, Luigi Orsi e Laura Pedio, i due pm che si occupano dell’inchiesta conoscitiva sulla situazione debitoria del gruppo.
Tra quelle carte dovrebbe esserci un documento datato 29 giugno 2011: c’è scritto che don Verzè e Mario Cal avranno per tre anni tutti i poteri sulle attività estere e su altre società .
Un colpo di coda.
Poi il colpo di pistola.
Mario Gerevini
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
ALLA CONVENTION DEL TERZO POLO IL PRESIDENTE DELLA CAMERA CRITICO ANCHE SULLA MANOVRA: “RINVIA I NODI STRUTTURALI”
«Dobbiamo dare atto a Casini di averlo capito qualche tempo prima: dar vita ad alleanze coatte rischiava di imprigionare le energie più sane della società e di cancellare una vera democrazia dell’alternanza di cui il Paese ha bisogno».
Lo ha detto il leader di Fli Gianfranco Fini nel suo intervento all’auditorium della Conciliazione per la convention del Terzo polo, di fronte a 1.300 persone, con in prima fila Pier Ferdinando Casini, Francesco Rutelli e Raffaele Lombardo.
Fini ha sottolineato che ciò che unisce Udc, Fli, Api e Mpa «è la volontà di archiviare un bipolarismo primitivo, unico in Occidente che non sa individuare valori comuni anche se riguardano l’interesse nazionale. Un interesse – ha aggiunto – che invece non è la bandiera del centro, della destra o della sinistra ma degli italiani orgogliosi della propria storia, una bandiera che deve essere la stella polare di una politica consapevole che archiviare il bipolarismo non significa cancellare una democrazia dell’alternanza basata su valori condivisi».
Su un nuovo assetto della politica italiana che immagini il dopo-Berlusconi, Fini ha poi detto che «la maggioranza debba indicare un nuovo premier e il Terzo polo, in questo caso, non si tirerà indietro».
E ha proseguito: «La maggioranza ha il diritto-dovere di indicare un nuovo premier, sulla base di un’agenda di 2 o 3 cose da fare al più presto. Serve un uomo che archivi il libro dei sogni e serve un governo serio che si presenti in parlamento e si rivolga alle opposizioni le quali, credo, si assumeranno le loro responsabilità . Il Terzo polo – ha concluso Fini – non si tirerebbe indietro, non guarderebbe dall’altra parte».
Nel corso del suo intervento alla convention del Terzo Polo il leader di Futuro e Libertà ha criticato anche la manovra economica che «rinvia alla prossima legislatura la definizione dei nodi strutturali, mentre fa pagare oggi ai cittadini costi che rischiano di non poter pagare alla luce del drammatico impoverimento delle famiglie denunciato dall’Istat».
Fini ha sottolineato però che «se la casa brucia le opposizioni non fanno un ostruzionismo che non verrebbe capito dalla gente» ma ha anche aggiunto che «se dovranno esserci in futuro altri momento di coesione questa prova non dovrà essere chiesta soltanto alle opposizioni. Noi in questa circostanza – ha concluso Fini – abbiamo dimostrato di amare l’Italia più di quanto contrastiamo l’attuale governo».
Tranchant anche sul disegno di legge Calderoli: «L’Italia non ha bisogno del ddl Calderoli che assomiglia più a un volantino per le feste padane che non al testo del governo per ridisegnare l’architettura costituzionale», ha detto Fini.
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Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
PER PRESENZIARE ALLA KERMESSE ORGANIZZATA DA ROSITANI (PDL) “RIETI CUORE PICCANTE”, LA PRESIDENTE DELLA REGIONE LAZIO OPTA PER UN ELICOTTERO DELLA PROTEZIONE CIVILE…LE STRADE ERANO TRAFFICATE MA, A QUEL PUNTO, NON POTEVA STARSENE A CASA?
Il peperoncino ha buoni effetti terapeutici: anestetico, afrodisiaco, antibatterico. 
Ma provoca irritazione ai politici, un terribile vuoto di memoria e una profonda crisi d’identità .
Con la solennità del luogo e la tenacia di una ex sindacalista, ieri mattina nel palazzo regionale, Renata Polverini ha invocato le forbici di casta: tagli ai privilegi spropositati, ai soldi spesi male, ai trattamenti speciali.
Un urlo: “Basta”. E che cavolo!
Con lo stesso completo verde oliva pugliese, il presidente del Lazio ha chiesto un passaggio a un elicottero noleggiato dalla Protezione civile per spegnere gli incendi durante l’estate.
La giornata era ancora lunga: la Polverini doveva tagliare — e stavolta l’ha fatto davvero — il nastro per la prima fiera campionaria di “Rieti cuore piccante”, una passione di Guglielmo Rositani, ex senatore di Alleanza nazionale e ora consigliere Rai devoto al Cavaliere, fondatore e presidente dell’Accademia reatina del peperoncino.
Alle ore 18, la Polverini atterra con un po’ di ritardo all’aeroporto Ciaffulli, un’auto con il sindaco Giuseppe Emili aspetta a motori spenti.
Ma i più nervosi sono i camerieri che osservano il rinfresco in Prefettura, un omaggio per le autorità in trasferta con le fuoriserie di Stato: il ministro Paolo Romani, i sottosegretari Roberto Rosso (Agricoltura) e Alfredo Mantica (Esteri), i consiglieri Rai, Antonio Verro e Alessio Gorla.
Nessuno ha il coraggio di afferrare le bruschette con la ‘nduja prima che le mani di Romani e Polverini possano graffiare la tavolata, mentre la gente guarda spaesata il palazzo Papale vuoto, dove — dicono i manifesti — Rositani e istituzioni apriranno le danze.
La Polverini e Rositani lasciano senza esitazioni la Prefettura e quei prodotti tipici, quelle 400 specialità di peperoncino, che soltanto a Rieti puoi trovare.
à‰ impossibile capire se la Polverini che annuncia i risparmi di casta sia la stessa Polverini che ordina un elicottero per la festa del piccante.
Non risponde: “Non ho nulla da spiegare. Pago tutte le spese che faccio, non scoprirai nemmeno una cena a mio carico. L’importante è che non vado con i soldi pubblici, vai tranquillo caro”.
L’affettuoso “caro” del presidente regionale è accompagnato da spintoni e insulti di Rositani: “Vada via, cretino, altrimenti la prendo a schiaffi. Non ha capito? Le do uno schiaffo”.
Non è facile condannare il volo del presidente Polverini, più di 15 mila euro per un viaggio di 60 chilometri, la strada statale Roma-Rieti è un girone dantesco con curve bastarde, code irritanti, fameliche prostitute e simpatici autostoppisti.
E non provate a suggerire il treno diretto.
Arriverà , abbiate fede: a Rieti l’aspettano dai tempi di Giovanni Giolitti.
Una speranza rinvigorita negli ultimi vent’anni con le promesse proprio di Rositani che, calabrese di Varapodio (ora è sindaco), sul miraggio ferroviario ci ha costruito una carriera politica.
Tra enormi peperoni rossi e verdi di polistirolo, piantine messicane che decorano la piazzetta, ieri era il giorno di Rositani.
Una gloria cercata con passione, e forza: la Rai ha annullato il Consiglio di amministrazione per l’invito a casa Rositani, qualcuno ha colto al volo (la Polverini in senso letterale), qualcuno ha declinato (il direttore generale Lei).
In piedi sul palchetto davanti ai porticati, come se fosse un comizio di Totò, Rositani raduna e mostra a una folla (modesta, in verità ) i grandi di Roma che visitano la città di Rieti.
Paolo Romani ha una faccia stanca e dubbiosa.
Del tipo: io che ci faccio qui?
L’agenda del ministro era strana: una cerimonia ad Herat in Afghanistan e un intervento per “Rieti cuore piccante”.
Non è preparatissimo: “Dobbiamo fare ricerca sul peperoncino per le nostre industrie”. Il sindaco Emili è onesto: “Non mi piace il peperoncino, però possiamo investire”.
La Polverini scalda il pubblico come fosse in concerto: “Rieti è il centro agricolo più grande d’Europa. Questo fine settimana entrerà nella vostra storia”.
Ma è ancora il sindaco Emili a stupire: “Ringraziamo i rappresentanti esteri. E in particolare l’ambasciatore dello Zimbabwe. Applausi”.
Come, come? Il Paese che ispirò una battuta telefonica di Mauro Masi: “Le pressioni per bloccare Annozero… nemmeno nello Zimbabwe”.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
A PALAZZO DEI NORMANNI UNO SU TRE HA PROBLEMI CON LA GIUSTIZIA…L’ULTIMO DELLA LISTA E’ CATENO DE LUCA, ARRESTATO PER TENTATA CONCUSSIONE…E NON MANCANO I CONDANNATI IN VIA DEFINITIVA
Uno su tre è indagato, sotto processo oppure è già stato condannato per reati che vanno dal peculato alla truffa, passando per associazione mafiosa e abusi d’ufficio vari.
Un record, quello dell’Assemblea regionale siciliana, che vede 28 deputati su 90 nella poco onorevole lista di persone che hanno avuto o hanno ancora a che fare con la giustizia.
L’ultimo in ordine di tempo a essere finito agli arresti domiciliari è stato il deputato autonomista di Sicilia Vera, Cateno De Luca: i pm lo hanno arrestato per “tentata concussione” nella compravendita di un terreno nel suo Comune, Fiumedinisi, del quale è anche sindaco.
A precedere De Luca, il Pid Fausto Fagone, finito in carcere per concorso in associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta Iblis: la stessa inchiesta che vede indagato il presidente della Regione Raffaele Lombardo e il deputato Giovanni Cristaudo.
Ma le cronache siciliane ormai settimanalmente raccontano di politici regionali coinvolti in inchieste giudiziarie: agli arresti domiciliari è finito pure Riccardo Minardo, esponente dell’Mpa accusato di truffa ai danni dello Stato e dell’Unione europea.
In manette anche Gaspare Vitrano, parlamentare del Partito democratico arrestato mentre intascava una presunta tangente per il fotovoltaico.
Tra gli scranni dell’Assemblea regionale non mancano poi i condannati con sentenza definitiva e quelli che per evitare lunghi processi hanno patteggiato la pena.
In questo secondo elenco c’è a esempio il deputato e sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, che nel suo palmares vanta una non onorevole condanna definitiva per peculato: utilizzò l’autoblu fino in Puglia per partire in crociera con la moglie.
Mentre Salvino Caputo, collega del Pdl che presiede la commissione Attività produttive, è stato condannato a due anni (pena sospesa) per abuso d’ufficio e falso ideologico in atto pubblico: secondo il Tribunale di Palermo, l’ex sindaco di Monreale nel 2004 avrebbe dispensato dal pagamento di multe automobilistiche un assessore e l’autista del vescovo.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile
TRA CONDANNE, PRESCRIZIONI E PROCESSI SUGLI SCRANNI C’E’ LA BANDA DEI DISONESTI…DALLA CORRUZIONE ALLA MAFIA UNA SERIE DI REATI INFAMANTI: DA GENNAIO SONO STATE BEN NOVE LE RICHIESTE DI ARRESTO
Se non sono i numeri del parlamento di tangentopoli, poco ci manca. 
Quella che ha spedito in carcere il deputato del Pdl Alfonso Papa è stata la nona richiesta di arresto sul tavolo della giunta per le autorizzazioni a procedere dall’inizio della legislatura.
Tra il 1992 e il 1994, gli anni in cui le inchieste dei pm terremotarono la Prima Repubblica, furono 28.
Se però si scorre l’elenco di deputati e senatori attualmente in carica che hanno pendenze con la giustizia, allora si scopre che i numeri di oggi non sono poi così lontani da quelli della stagione di Mani Pulite.
Tra Montecitorio e Palazzo Madama siedono, in questo momento, 84 parlamentari sotto inchiesta, già con sentenze di condanna sulle spalle, in attesa di processo oppure rinviati a giudizio.
E tra questi, ben 34 risultano condannati per reati che vanno dalla diffamazione fino all’associazione mafiosa o per una cattiva gestione di fondi pubblici di cui ora devono rispondere di tasca propria.
Altri nove legislatori sono stati beneficiati dalla prescrizione dei reati.
La lista.
E’ una lunga teoria che racconta un pezzetto di storia d’Italia.
Un elenco nel quale si può trovare la radicale eletta nelle liste del Pd, Rita Bernardini, condannata per aver distribuito marijuana durante una manifestazione per la liberalizzazione delle droghe leggere (pena estinta con l’indulto), ma soprattutto un nutrito drappello di rappresentanti del popolo con ben più gravi condanne di primo e secondo grado sul groppone: c’è, per esempio, il ministro delle Riforme e leader della Lega Umberto Bossi (condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per finanziamento illecito nell’ambito dell’inchiesta sulla maxi-tangente Enimont) e c’è il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri che i giudici di Palermo hanno condannato in primo grado a nove anni, e in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
Del resto, è proprio il Pdl – quello che il neo segretario Angelino Alfano ha dichiarato di voler trasformare nel “partito degli onesti” – il gruppo parlamentare con il maggior numero di eletti alle prese con vicende giudiziarie.
E poi? Da chi è composta la poco lusinghiera classifica delle fedine penali sporche?
Il partito degli onesti.
Un anno fa chi aveva provato a mettere in colonna i numeri degli inquisiti non era riuscito a contarne più di 24: oggi i parlamentari del Pdl nei guai con la giustizia sono 49.
Più che raddoppiati.
Ventinove alla Camera e 20 al Senato.
Il drappello lo guida ovviamente Silvio Berlusconi, con sei processi in corso.
Ma oltre al leader, a ministri in carica e non, a ex presidenti di Regione e coordinatori regionali, ci sono anche i peones dell’avviso di garanzia o del rinvio a giudizio.
Giulio Camber è un senatore che nel 1994 ottenne 100 milioni di lire dalla banca Kreditna dicendo che poteva comprare i favori di pubblici ufficiali e evitare il commissariamento dell’istituto: condannato a otto mesi per millantato credito. Fabrizio Di Stefano, invece, è stato eletto in Abruzzo e proprio ad aprile scorso i magistrati hanno chiesto il suo rinvio a giudizio per corruzione nel processo che riguarda la realizzazione di un impianto di bioessicazione di rifiuti a Teramo.
Claudio Fazzone, che siede anche lui a Palazzo Madama, ex presidente del consiglio regionale del Lazio è stato rinviato a giudizio per abuso d’ufficio: gli contestano di aver raccomandato, via lettera, alcuni suoi amici a un manager della Asl.
A Montecitorio, invece, tra i banchi Pdl c’è Giorgio Simeoni rinviato a giudizio per truffa all’Ue nell’inchiesta sui corsi di formazione fantasma nella Regione Lazio.
Per tacere, infine, del deputato Giancarlo Pittelli che, oltre a essere coinvolto nell’inchiesta sugli ostacoli posti alle indagini dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, deve rispondere in tribunale di lesioni e minacce dopo avere aggredito un suo collega avvocato.
Spiccano, poi, l’ex comandante della Guardia di Finanza Roberto Speciale condannato in appello a 18 mesi per peculato (è accusato di essersi fatto arrivare un carico di spigole nel paesino trentino in cui era in vacanza) e Luigi Grillo condannato a un anno e 8 mesi per reati bancari.
E gli altri.
Dal gruppo del Pd è appena uscito Alberto Tedesco, il senatore pugliese indagato per corruzione e salvato dagli arresti domiciliari grazie al voto di Palazzo Madama, ma l’elenco dei democratici sotto inchiesta o con condanne comprende comunque quattro senatori e sette deputati.
Numeri che però raccontano di reati più lievi: l’accusa di diffamazione che pende sul capo del senatore Giuseppe Lumia, querelato dal suo ex addetto stampa, per esempio. Però fra i democratici c’è anche chi deve fare i conti con contestazioni più gravi: Antonio Luongo è stato rinviato a giudizio per corruzione nell’inchiesta su affari e politica a Potenza, mentre Maria Grazia Laganà – la vedova di Fortugno – è a processo per falso e abuso d’ufficio ai danni della Asl di Locri.
Nino Papania, senatore siciliano, patteggiò nel 2002 una condanna a due mesi per aver scambiato regali con assunzioni.
Ma anche la Lega che in questi giorni si lacera sulla questione morale annovera quattro deputati e due senatori inquisiti.
L’Udc ne ha cinque.
Per carità : il calcolo delle probabilità penalizza i gruppi parlamentari più numerosi. Sorprende invece l’alta incidenza di deputati e senatori con problemi giudiziari in formazioni più piccole: i “responsabili”, per esempio, su 29 esponenti alla Camera contano un condannato (Lehner, diffamazione nei confronti del pool di Mani Pulite), un rinviato a giudizio per truffa (il piemontese Maurizio Grassano che venne arrestato nel 2009 per una truffa al comune di Alessandria e che oggi è sotto processo) e due sui quali pende una richiesta di processo per mafia e camorra (il ministro Romano e il deputato campano Porfidia).
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