Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
UNA TASSA SULLE RIMESSE IN PATRIA DEGLI IMMIGRATI PROPOSTA DAI RAZZISTI DELLA LEGA… CHI PENSA ANCHE AL RECUPERO COATTIVO DEL CONDONO 2002…IL GOVERNO ESCLUDE DI RICORRERE ALLA FIDUCIA E AUTORIZZA NUOVE TASSE COMUNALI
Un colpo di mano della Lega impone una nuova tassa sui trasferimenti di denaro all’estero da parte di cittadini stranieri che non hanno matricola Inps e codice fiscale.
Questo emendamento alla manovra, approvato in commissione Bilancio al Senato, interessa varie centinaia di migliaia di stranieri sconosciuti ai database della previdenza e del Fisco.
In pratica, clandestini o immigrati sfruttati (i lavoratori “regolari” non saranno toccati), in assenza dei due requisiti, pagheranno a caro prezzo l’invio di soldi al di fuori dei nostri confini: la tassa (ufficialmente è un’imposta di bollo) è parametrata sul 2% di ogni transazione, con una soglia minima di 3 euro.
Ad esempio, per un bonifico di 300 euro effettuato in uno dei tantissimi money transfer sparsi in Italia, gli stranieri sborseranno 6 euro mentre la soglia minima al di sotto della quale sarà meno conveniente inviare denaro, è teoricamente fissata a 150 euro (costo 3 euro).
Le rimesse all’estero degli stranieri ammontano a 6,7 miliardi di euro mentre la nuova “imposta di bollo” potrebbe portare in cassa circa 100 milioni.
Praticamente il nulla, ma tutto fa propaganda ormai.
Anche perchè chi potrà fare il trasferimento di denaro a un amico con codice fiscale, lo Stato non incasserà un euro e Calderoli lo prenderà nel naso come sempre.
Ma dal Senato arrivano anche cattive notizie per gli italiani che hanno dichiarato e “dimenticato” di pagare il condono tombale del 2002.
Agenzia delle Entrate ed Equitalia, potranno imporre il pagamento delle somme non versate “anche dopo l’iscrizione a ruolo e la notifica delle relative cartelle di pagamento”.
Entro 30 giorni dall’entrata in vigore partirà una ricognizione e il mese successivo Equitalia potrà avviare azioni “coattive” volte al recupero delle somme entro il 31 dicembre prossimo.
In caso di mancato pagamento le sanzioni salgono al 50% di quanto dovuto.
Non solo: in questo caso Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, entro il 31 dicembre 2012, potranno passare al setaccio le posizioni dei contribuenti a partire dal 2002.
Inoltre, dal 2015 le maggiori entrate dalla lotta all’evasione andranno a ridurre la pressione fiscale.
Tra le principali correzioni approvate in commissione vanno poi ricordati il salvataggio delle feste laiche, che non saranno più differite alla domenica più vicina (quelle patronali spariranno dal calendario), il paracadute offerto ai piccoli istituti di ricerca e enti culturali, l’addio al blocco delle tredicesime per gli statali.
Aumenteranno, invece, le imposte comunali.
È stato infatti approvato un emendamento del Pdl in base al quale “per assicurare la razionalità del sistema tributario e la salvaguardia dei criteri di progressività , i Comuni possono stabilire aliquote dell’addizionale comunale all’imposta sul reddito, differenziate in relazione agli scaglioni di reddito corrispondenti a quelli stabiliti dalla legge”.
Bocciato, invece, l’emendamento delle opposizioni che prevedeva l’asta competitiva per le frequenze televisive nel passaggio al digitale.
I lavori proseguiranno per chiudere e dare l’ok alla manovra mentre il voto, come conferma il presidente del Senato Renato Schifani, resta fissato in settimana: “Non vi è alcun rallentamento nei tempi. Il dibattito parlamentare non sarà strozzato in Aula dalla fiducia che impedirebbe ai parlamentari di confrontarsi con correttezza e senso di responsabilità come stanno facendo”.
Anche il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ribadisce il “no” della maggioranza e del governo alla fiducia e annuncia “una convergenza sia con il Pd che con l’Api: noi diremo sì ad un tema caro al Terzo Polo sulla riforma della giustizia e a un emendamento importante del Pd sulla spending review” in base al quale il ministero dell’Economia avvierà una ridefinizione dei fabbisogni standard di spesa delle amministrazioni dello Stato.
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Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNO VUOLE LA GALERA PER I MAXI-EVASORI, BERLUSCONI E’ D’ACCORDO…. ANCHE PERCHE’ I SUOI GUAI GIUDIZIARI SONO BEN PROTETTI DALLE LEGGI AD PERSONAM
L’ultima trovata del governo Berlusconi sul carcere (presunto) per evasori da 3 milioni in su è
surreale: arriva dal premier imputato a Milano per diverse frodi fiscali.
Si è salvato dalla condanna per falso in bilancio solo grazie a una delle leggi ad personam. Ma consapevole che, per quanto lo riguarda, la prescrizione è dietro l’angolo, si trasforma nel presidente manettaro.
Il 26 settembre riprende il processo “Mediaset-diritti tv”, Silvio Berlusconi è imputato di frode fiscale.
La procura ipotizza costi gonfiati per l’acquisto di film e accantonamento di fondi neri all’estero.
Grazie a una legge ad hoc sulla riduzione dei tempi di prescrizione (ex-Cirielli), però, sono state azzerate la frode fiscale per 120 miliardi di lire e l’appropriazione indebita per 276 milioni di dollari, fino al 1999.
Restano le contestazioni fino al 2003. Il processo non arriverà a sentenza definitiva: la prescrizione è prevista ad aprile 2013.
Senza ex-Cirielli sarebbe scattata nel 2020. Secondo i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro l’attività illecita sarebbe proseguita almeno fino al 2009.
Tant’è che si trova in fase di udienza preliminare un’altra indagine fotocopia, “Mediatrade-Rti”, che ipotizza, a partire dal 2002 (solo per problemi di prescrizione) una compravendita gonfiata di diritti tv (45% di “cresta”).
Imputati Silvio Berlusconi, il figlio Pier Silvio, il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, manager della società e Farouk Agrama, produttore cinematografico.
A lui nell’ottobre 2005 la Procura di Milano ha sequestrato in Svizzera 100 milioni di euro sui conti della “Wiltshire Trading” di Hong Kong.
Soldi che, secondo l’accusa, sarebbero anche di Berlusconi perchè ritengono Agrama un socio occulto.
Al premier i magistrati contestano un’appropriazione indebita da 34 milioni di dollari, fino al 2006 e un’evasione fiscale da 8 milioni di euro per fatti fino al 30 settembre 2009.
Dunque nel pieno delle sue funzioni di premier. Il 4 aprile, De Pasquale davanti al giudice Maria Vicidomini ha chiesto il rinvio a giudizio per gli 11 imputati.
Riferendosi alla frode fiscale, ha detto: “Per quanto ne so, potrebbe essere ancora in corso”. E ancora: “Berlusconi agì da socio occulto di Frank Agrama, intermediario dei diritti tv con le major, anche quando era presidente del Consiglio”.
La decisione del gip è attesa per il 18 ottobre.
Uno stralcio dell’inchiesta Mediatrade è finito a Roma.
Il premier è accusato di frode fiscale: avrebbe concorso a un’evasione fiscale da 16 milioni di euro con false fatturazioni per 200 milioni.
Il giochino è lo stesso preso di mira dai pm di Milano: la triangolazione su società estere per acquistare i diritti dei film, gonfiando i costi.
I fatti, in questo caso, sia per Silvio Berlusconi che per gli altri imputati, si riferiscono esclusivamente al 2003-2004, periodo in cui la controllata di Fininvest, Rti, aveva sede legale nella capitale. Il Cavaliere e gli altri 9 indagati , tra i quali il figlio Pier Silvio, avevano ricevuto l’invito a comparire per il 26 ottobre scorso, ma non si sono presentati.
Secondo i pm romani Pierfilippo Laviani e Barbara Sargenti, Silvio Berlusconi sarebbe stato il regista delle triangolazioni con il produttore Agrama. Si legge nel disatteso invito a comparire che Berlusconi avrebbe concorso nella frode fiscale “in qualità di azionista di riferimento — per il tramite di Fininvest Spa — di Mediaset Spa (di cui Fininvest possedeva oltre il 50% del capitale sociale nel periodo 2003 e 2004), a sua volta società controllante al 100% di RTI Spa, facendo giungere alle società controllate direttive che confermassero il mantenimento delle relazioni d’affari preesistenti con Frank Agrama nella fittizia intermediazione per l’acquisto dei diritti di sfruttamento di prodotti cinematografici e televisivi”.
Berlusconi e i co-indagati, però, possono stare tranquilli, la prescrizione del filone romano è prevista per una parte nell’aprile 2012 e per un’altra nell’aprile 2013.
Berlusconi è abituato a farla franca.
Con la sua legge che ha depenalizzato il falso in bilancio, per esempio, è stato assolto al processo milanese All Iberian 2 perchè “il fatto non costituisce più reato”, ma i conti erano truccati per 1.500 miliardi di lire.
E per non far correre alla Mondadori alcun rischio di perdere in Cassazione un vecchio contenzioso fiscale da 400 miliardi di lire con l’Agenzia delle Entrate, il premier l’anno scorso ha fatto approvare una norma ad hoc per sanare la posizione pagando il 5%.
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Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
AL LIDO IL RAZZISTA VENETO DI ABATANTUONO… NEL FILM DI PATIERNO, DIEGO E’ UN IMPRENDITORE CHE SFRUTTA GLI IMMIGRATI NELLA SUA FABBRICA E POI LI INSULTA DALLA SUA TV
Il suggerimento giusto l’ha dato Diego Abatantuono: «Teniamolo presente per il futuro: si esce con un trailer, nasce la polemica e il lancio del film è bello che fatto”.
Scherza ma non troppo il protagonista di “Cose dell’altro mondo” di Francesco Patierno, in concorso nella sezione Controcampo italiano, presentato al Lido in contemporanea con l’uscita nelle sale e anticipato da una polemica (scatenata appunto dalla visione sul web del trailer) culminata con un’interrogazione parlamentare presentata da Massimo Bitonci della Lega Nord.
Lo stesso che come sindaco di Citadella firmò un’ordinanza contro il kebab. Ordinanza che ottenne il plauso del governatore Zaia: «Bitonci ha fatto bene a presentarla perchè solleva un problema del fatto che comunque bisogna finire di inondare i veneti e la gente del Nord di infamia. Vogliono dipingerci come zulù, con tutto il rispetto per gli zulu, ma è ora di finirla».
«Una polemica nata sulla fiducia, senza aver visto il film», commenta Abatantuono che nel film è Golfetto, un’imprenditore veneto con fabbrichetta piena di lavoratori immigrati e rete tv in cui si lancia in monologhi contro gli stranieri a base di slogan tipo: «Conviviamo con i fondamentalisti islamici, gli zingari, i fancazzisti albanesi: prendete il cammello e andate a casa».
Cose di questo mondo, dunque, direttamente ispirate a personaggi realmente esistenti.
La questione, spiega il regista del film, il napoletano Francesco Patierno, è «che il film non è ideologico. E gli applausi con cui è stato accolto in sala qui a Venezia, lo dimostrano. Il tema è il nostro rapporto con chi è diverso da noi. E parla di sentimenti, non ideologia: segue le vicende di tre persone che hanno relazioni dirette con alcuni stranieri e delle loro reazioni emotive nel momento in cui non ci sono più».
E, comunque, sottolinea Patierno: «I leghisti non rappresentano tutto il Veneto».
Concorda Abatantuono, che ricorda che il film è una favola. «Il mio personaggio è ispirato alla realtà , può succedere davvero che uno dica cose simili, e questo lo rende inquietante. Quello che non può succedere è l’epilogo del film, la scomparsa degli extracomunitari».
Non ideologico, ma molto simbolico, sostiene Valerio Mastandrea, uno degli interpreti. «Io non credo che non sia ideologico. Non parlo di appartenenza politica, ma credo con l’attenzione che dimostra ai risvolti emotivi della nostra relazione con gli stranieri ha un punto di vista. Quando si ipotizza un mondo senza immigrati, si pensa solo alle conseguenze produttive. Il film aiuta a pensare a quelle sentimentali».
Il film arriva oggi nelle sale: già da lunedì, analizzando i dati del box office si potrà notare se gli abitanti del Veneto avranno seguito il consiglio lanciato via web da alcuni concittadini: boicottare il film.
Qualche difficoltà nel girarlo c’è stata: il sindaco di Treviso Gobbo negò il permesso di girare in città , permesso invece accordato dal primo cittadino di Bassano del Grappa.
La pellicola, vale la pena ricordarlo, ha ottenuto il riconoscimento di film di interesse culturale nazionale da parte del Ministero per i Beni culturali, oggi diretto dal Veneto Galan. Ed è distribuita Medusa, che ha anche appoggiato la Rodeo Drive nella produzione.
Stefania Ulivi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
UN NUOVO FILE DI WIKILEAKS RIVELA CHE NEL 2008 IL GOVERNO USA CERCO’ DI CAPIRE COSA STESSE FACENDO IL PREMIER ITALIANO PER COMBATTERE LE TANGENTI…LA RISPOSTA FU: “NIENTE, ANZI HA SMANTELLATO L’UNICO ORGANISMO CHE C’ERA”
La lotta alla corruzione? 
Silvio Berlusconi non ha deluso soltanto gli italiani, ma anche il suo migliore alleato: l’America di George W. Bush.
Che esamina con sgomento come sia stato smantellato persino il timido tentativo di un organismo anti-mazzette.
Al posto dell’Alto Commissario il Cavaliere ha improvvisato un ufficio senza arte ne parte: meno efficace della struttura già debole che ha rimpiazzato.
Dipendente da un ministro dello stesso governo su cui deve sorvegliare.
Con un mandato così ristretto da non potersi occupare nemmeno delle corruttele dei membri del parlamento italiano.
Una bocciatura netta, senza appello, che porta la firma di Ronald Spogli, l’ambasciatore romano di Bush.
Il file segreto ottenuto da WikiLeaks, che “l’Espresso” pubblica in esclusiva, mostra quanto sia bassa la credibilità dell’esecutivo sulle questioni morali.
L’argomento del rapporto mandato a Washington è il SaeT, acronimo che sta per “Servizio anticorruzione e Trasparenza”.
E’ stato creato nel 2008 dal governo Berlusconi che, appena tornato al potere, aveva abolito l’Alto Commissariato anticorruzione, sostituendolo con il SaeT.
L’eliminazione del Commissariato era stata criticata da più parti in Italia e nel mondo.
L’Ocse, che subito aveva chiesto chiarimenti a Roma. Ma gli americani non si fidano delle parole e per abitudine vanno a controllare di persona.
Così nel novembre 2008, l’ambasciatore Ronald Spogli visita gli uffici del nuovo ente e trasmette le sue conclusioni al Dipartimento di Stato: «Ci ha deluso. Crediamo probabile che il SaeT giocherà un ruolo meno efficace dell’organizzazione che ha rimpiazzato».
La critica si basa su un lungo elenco di dati.
«Le attività del SaeT arrivano solo fino al governo», un mandato che quindi non gli consente di occuparsi della corruzione nelle aziende private, ma addirittura neppure di quella dei membri del parlamento, «a meno che questi ultimi sono svolgano un ruolo pubblico in istituzioni governative».
La nuova struttura anti-mazzette ha un staff «di appena 15 esperti e due direttori» mentre «l’Alto Commissariato aveva 60 persone».
Inoltre il Saet non ha «alcun potere di supervisione: opererà come “hub di coordinamento” che spera di “delegare” molto del suo lavoro ad altre istituzioni (carabinieri, dogane, Banca d’Italia e altri)».
E anche se l’Alto Commissariato «non è mai stato veramente efficace, perlomeno sembrava avere un minimo di indipendenza», perchè finanziato e dipendente dal Parlamento, «il SaeT, al contrario, è stato messo sotto un ministro del governo» e «non ha fondi indipendenti». Dipende, infatti, dal ministero della Pubblica amministrazione di Renato Brunetta.
Spogli chiude con un commento negativo.
«Nel nostro lavoro con l’Alto Commissariato avevamo capito che si trattava era un’organizzazione piena di buone intenzioni, ma largamente inefficace. Siamo andati a visitare il SaeT sperando di vedere il debutto di un ente capace di affrontare seriamente il problema della corruzione dilagante in Italia».
E il diplomatico spiega che ad alimentare la speranza era anche la stima per Brunetta, ritenuto nel 2008 «il più energico dei riformatori del governo italiano».
E invece no, il Saet si rivela un bluff: «La nostra visita ci ha deluso».
E in Italia ne è stata dimenticata persino l’esistenza.
Stefania Maurizi
(da “L’Espresso”)
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Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
ZERO GLI SGRAVI FISCALI, 3,4 MILIARDI DI EURO LE SPESE SOSTENUTE, 4 MILIONI LE TONNELLATE DI MACERIE DA RIMUOVERE, 1,2 MILIARDI DI TASSE ARRETRATE DA PAGARE, 13.000 I CANTIERI PER LE CASE ANCORA FERMI
Tornerete presto nelle vostre case. Non pagherete tasse. La ricostruzione sarà veloce. Trasparenza assoluta nella gestione. Vareremo incentivi ed esenzioni fiscali per attirare investimenti delle imprese.
Tra impegni solenni e chiacchiere a vuoto, per due anni il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sul terremoto de L’Aquila del 6 aprile 2009 ha spesso straparlato, dando quasi i numeri.
E, numeri per numeri, ecco quelli che più degli altri documentano le sue false promesse, gli impegni assunti con gli aquilani e non mantenuti, il fallimento del modello di ricostruzione imposto alla città .
37.731 sono gli sfollati che ancora attendono di rientrare nella propria casa. Troppi, dopo due anni.
Di essi, 13.856 sono alloggiati nei 185 edifici del Progetto Case, i Complessi asismici ed ecocompatibili, dislocati in 19 aree intorno alla città ; 7.099 sono sistemati nei Map, Moduli abitativi provvisori, sparsi nelle 21 frazioni dell’Aquila e degli altri Comuni del cratere; 844 utilizzano abitazioni acquistate dal Fondo immobiliare Aquila e concesse in affitto; 1.126 godono degli affitti concordati con la Protezione civile in tutte le località danneggiate dal sisma; 62 si trovano in altre strutture comunali.
Ci sono poi 13.416 persone che beneficiano del contributo di autonoma sistemazione (600 euro mensili per ogni nucleo familiare), 1.077 sfollati ospitati in diverse strutture ricettive in Abruzzo e fuori e 251 persone alloggiate in caserme.
3.401.000.000 di euro è quanto è stato speso sinora per il terremoto, tra emergenza, assistenza alla popolazione e primi lavori di ricostruzione.
Una cifra colossale, anche se il ritorno alla normalità appare lontanissimo. Con un’ombra pesante sulla trasparenza dell’operazione.
4.000.000 sono le tonnellate di macerie prodotte dai crolli.
Il problema è che vengono smaltite al ritmo di 300 tonnellate al giorno.
Si continuasse così ci vorranno 444 mesi, oltre 36 anni per liberarsene.
Un disastro, lasciato in eredità dalla Protezione civile di Bertolaso che ha lasciato la città un anno fa senza mettere mano al problema.
90.000.000: si tratta dello stanziamento per l’istituzione di una zona franca per l’Aquila che attraverso facilitazioni fiscali e altri incentivi avrebbe dovuto invogliare imprenditori italiani e stranieri ad investire nel territorio devastato dal sisma.
L’allora presidente della provincia Stefania Pezzopane e il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente la proposero a Berlusconi e Gianni Letta l’8 aprile 2009, due giorni dopo il terremoto.
Il Cavaliere si impegnò solennemente, ma due anni sono passati e la zona franca nessuna l’ha vista, mentre il tasso di disoccupazione a l’Aquila e dintorni continua a salire secondo alcune rilevazione oltre l’11 per cento.
1.200.000.000 di euro sono le tasse arretrate che gli aquilani devono al fisco. Berlusconi aveva lasciato sperare in una totale esenzione.
Poi si è capito che era una semplice sospensione.
Solo che è durata fino a giugno 2010, tre mesi in meno del periodo concesso ai terremotati dell’Umbria.
E non basta: dopo avere ripreso a pagare dal luglio scorso le tasse correnti, gli aquilani hanno appurato che la restituzione degli arretrati dovrà avvenire in 5 anni e per il 100 per cento degli importi, mentre Umbria e Marche hanno cominciato a saldare le imposte sospese dopo 12 anni e solo per il 40 per cento del dovuto.
13.000 sono i cantieri per le case E, le più danneggiate, che devono ancora partire sia nel centro storico che nel resto della città .
Il ritardo è dovuto alla mancanza del prezzario delle opere e delle procedure per il finanziamento delle stesse, strumenti indispensabili che il commissario straordinario, il presidente della Regione Gianni Chiodi, è riuscito a varare solo alla fine di marzo.
Un intoppo che sta rimandando alle calende greche il ritorno alla normalità .
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Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
IL DECRETO DI LUGLIO TAGLIAVA LA CILINDRATA DELLE AUTO BLU… PERO’ ADESSO ARRIVANO ALTRE 60 BERLINE SUPERLUSSO
“Abbiamo ridotto gli stipendi dei parlamentari, abbiamo ridotto il numero delle auto blu e
anche la loro cilindrata. Se uno vuole andare forte si compri la Ferrari, ma con i suoi soldi. Io ho l’Audi, ma l’ho comprata con i miei soldi e non mi hanno fatto lo sconto anche se mio figlio è un pilota ufficiale dell’Audi”.
Questa serie di dichiarazioni risalgono a dieci giorni fa e sono di Umberto Bossi.
Il ministro forse non sa che, mentre annuncia il raggiungimento di questi obiettivi, è ancora in corso la gara bandita dalla Consip il 22 febbraio 2010 per cui la pubblica amministrazione acquisterà nel biennio a venire sessanta “berline grandi” di cilindrata compresa tra 2200 e 3000.
Sessanta, un numero forse eccessivo se si pensa che la manovra finanziaria di luglio aveva ristretto l’uso di auto (nuove) di cilindrata superiore ai 1600 cc “al Capo dello Stato, ai Presidenti del Senato e della Camera, del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Presidente della Corte costituzionale”.
Insomma, si dovesse dar retta al decreto di luglio, sarebbero bastate una decina di vetture.
Invece compriamo 60 “ultimi modelli” (nel bando di gara è chiarito che se escono dei nuovi modelli della vettura che si era deciso di fornire, va sostituita).
Saranno in uso “fino alla loro dismissione o rottamazione” per poi – nelle intenzioni – “non essere” sostituite.
È l’ultimo paradosso di una vicenda fatta di molti annunci e pochi numeri.
Il 3 agosto, ad esempio, lo stesso presidente del Consiglio Silvio Berlusconi parlò alla Camera di “una forte riduzione delle auto blu”.
Quello stesso giorno, l’anfiere dei tagli annunciati dal governo, il ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, tuonò: “È pronto il Decreto del presidente del Consiglio che dimezzerà le auto blu”.
Sarà anche pronto ma nessuno l’ha presentato, nemmeno nella manovra correttiva di agosto.
Così, per adesso, le auto restano quelle che lo stesso Brunetta ha conteggiato: 86.000, di cui 5.000circa di “rappresentanza” e con autista dedicato (lui le chiama “blu-blu”), 10 mila sempre con autista (almeno due per vettura), destinate ai più alti dirigenti dell’amministrazione pubblica (lui le definisce solo “blu”).
Le altre 71mila, senza autista dedicato, secondo questo calcolo, sarebbero a disposizione degli uffici.
Quali siano quelle da tagliare ancora non si sa.
Citiamo un dato ufficiale: nel maggio 2010, delle 33.388 autovetture registrate successivamente al 2001 al Pra dalle pubbliche amministrazioni, il 22% (circa 7300) era di cilindrata superiore a 1600.
Può essere un dato utile per vedere se almeno in futuro qualcuno terrà conto del decreto di luglio.
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
UNA RICERCA DELLE ACLI METTE IN LUCE LE FORTI DISEGUAGLIANZE RETRIBUTIVE TRA I DIPENDENTI DEL SETTORE PRIVATO…LAVORO NERO E OSTACOLI PER CHI LAVORA RAPPRESENTANO ALTRI PUNTI CRITICI PER LO SVILUPPO DEL PAESE
Quanto passa tra lo stipendio medio di un dirigente e la paga di un operaio?
Tanto, 356 euro al giorno per la precisione.
E ancora: rispetto alla retribuzione di un “quadro”, un operaio prende ogni giorno 127 euro in meno.
Con un impiegato, la differenza è invece di 22 euro.
A fotografare le diseguaglianze retributive sono le Acli all’apertura del 44° Incontro nazionale di studi, dedicato al tema del “Lavoro scomposto”.
Il rapporto dell’Iref – l’istituto di ricerca delle Associazioni cristiane dei lavorati italiani – mette a confronto le retribuzioni medie giornaliere dei lavoratori dipendenti nelle diverse professioni del settore privato.
Rispetto alla retribuzione media giornaliera (82 euro), un dirigente guadagna 340 euro in più al giorno, un quadro 111 euro, un impiegato 6 euro in più.
Ma la differenza si amplifica nei confronti di un operaio, la cui retribuzione è di 16 euro inferiore alla media.
Peggio di lui solo il lavoratore apprendista, che guadagna in meno 31 euro al giorno.
Le donne, rispetto agli uomini, ricevono in media al giorno 27 euro in meno.
“I dati mettono in evidenza una divaricazione eccessiva delle retribuzioni – sostiene il presidente delle Acli, Andrea Olivero – che non può non essere presa in considerazione in queste ore in cui si discute di sacrifici per il Paese. Occorre assolutamente ripristinare nella manovra economica il contributo di solidarietà e la misura patrimoniale”.
Quello sui salari è solo uno dei dati presi in considerazione dalle Acli per mostrare le contraddizioni di un mondo del lavoro “scomposto”.
Altro punto critico è il lavoro sommerso (12 posti di lavoro su 100 sono oggi irregolari, 18% al Sud e il 27% il Calabria) e i settori della ricerca e sviluppo.
I lavoratori della conoscenza nel settore privato in Italia sono poco più di centomila, di cui 35mila ricercatori, 41mila tecnici e 24mila altri addetti alla ricerca.
Nel confronto con altri Paesi a sviluppo avanzato, si nota che in Giappone il totale degli addetti è quasi sei volte superiore (683mila), tre volte in Germania (341mila).
In Italia, quasi un lavoratore su quattro (23%) ha un’occupazione “non standard”, ovvero non a orario pieno e non a tempo indeterminato: il 12%, pari a 2milioni e 700mila individui, è un lavoratore a tempo parziale, mentre l’11% è un atipico (tempi determinati e collaboratori).
Il lavoro a tempo parziale interessa maggiormente le donne: le lavoratici part-timer sono un 1milione e 800mila.
Per gli atipici il rapporto di genere è pressochè pari, mentre l’età evidenzia una buona quota di giovani (39%), ma soprattutto un’elevata percentuale di adulti (il 48% degli atipici ha tra i 30 e i 49 anni).
A livello europeo l’Italia fa parte del gruppo di Paesi nei quali i disoccupati di lunga durata (almeno 24 mesi) superano il 45% del totale dei disoccupati.
Parenti stretti dei disoccupati di lungo corso sono quella quota di inattivi che si è soliti definire “scoraggiati”, ovvero individui disponibili a lavorare ma che dichiarano di non cercare lavoro perchè sfiduciati rispetto alla possibilità di ottenere un impiego.
In Europa questo dato continua a oscillare attorno al 4% (sul totale degli inattivi) e sembra essere in moderata crescita per l’anno 2010 (4,6%).
In Italia invece il dato è più del doppio e tra il 2009 e i 2010 è cresciuto di quasi un punto percentuale, arrivando al 10%.
Nel complesso gli scoraggiati rappresentano 1 milione e mezzo di persone, in gran parte concentrate nelle regioni meridionali.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
LE ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI PROTESTANO: “C’E’ UNO STRAPOTERE DELLE CASE EDITRICI”… IL MINISTERO CERCA DI MINIMIZZARE
Buona parte delle scuole italiane sfora ampiamente i tetti ministeriali delle spese dei libri di
testo.
Le famiglie sono costrette a pagare più di quanto previsto per legge e, a settembre, si ritrovano una mini-stangata anche per l’inizio dell’anno scolastico.
Un’indagine Adiconsum rivela come il fenomeno sia diffuso soprattutto al Nord, dove sfora il 62% delle classi, contro il 47,5% al Centro e il 52,5% al Sud.
Secondo l’associazione si tratta di spese maggiori che vanno ben al di sopra del 10% tollerato dalla legge.
Ad esempio per un quinto anno di istituto magistrale del Nord si spendono circa 400 euro invece che i previsti 264, e per un secondo anno di un liceo scientifico nel Sud si spende circa 374 euro invece dei permessi 200.
Insomma, stando ai dati dell’associazione e facendo un rapido calcolo, la spesa va dal 30 al 45% in più di quanto permesso.
E dire che i tetti, introdotti con decreto ministeriale n. 43 del 2008, dovevano servire proprio ad evitare il solito salasso che aspetta le famiglie italiane al rientro dalle vacanze e all’inizio della scuola.
L’indagine Adiconsum ha preso in considerazione un campione di 10 classi (dal I al V anno) di 48 istituti equamente distribuiti sul territorio nazionale, per un totale di 480 classi.
Il risultato è che al nord 100 classi su 160 non rispettano i limiti di spesa, al centro 82 su 160 e al sud 84 su 160.
Questi dati smentiscono sia quanto affermato dal Ministero dell’Istruzione (Miur) sul rispetto dei tetti di spesa da parte delle scuole, sia le parole dello stesso ministro Gelmini, che il 26 agosto ha dichiarato che le scuole che hanno sforato il tetto di spesa “non sono certo la maggioranza. Per ora siamo al 5% e, generalmente, lo sforamento non supera il 10% del tetto di spesa”.
Sempre l’indagine Adiconsum svela inoltre i poco corretti “escamotage” messi in atto da qualche istituto scolastico che per aggirare i famigerati tetti di spesa, come ad esempio inserire tra i libri “consigliati” testi invece fondamentali che gli studenti sono costretti ad acquistare.
“Chiediamo al Miur di aprire al più presto un tavolo per la verifica dello sforamento dei tetti spesa”, chiede Pietro Giordano, Segretario generale Adiconsum.
Puntuali le assicurazioni da parte del Ministero che promette provvedimenti contro chi continuasse a trasgredire la legge.
La Gelmini in persona ha tuonato che è pronta ad inviare “gli ispettori nelle scuole che sforano pesantemente i tetti di spesa”.
Si potrebbe prenderla sul serio, se questo copione non fosse ripetuto ogni anno.
Ogni settembre, infatti quando inizia la scuola, le famiglie italiane si trovano a dover sborsare sempre di più, nonostante leggi e decreti i libri non bastano mai e chi di dovere, immancabile, promette che “dall’anno prossimo si cambia musica”.
Tant’è che l’unica vera novità di quest’anno è il flop proprio dei tetti ministeriali di spesa introdotti in pompa magna nel 2008.
Questi tetti prevedono spese massime per i libri di testo delle scuole secondarie di I grado (290 euro per il 1° anno, 115 per il 2° e 130 per il 3°), per le scuole secondarie di II grado (ad esempio 330 e 190 euro per i primi due anni di liceo classico, 315 e 220 per gli istituti tecnici ad indirizzo tecnologico e 250 e 160 per gli istituti professionali ad indirizzo commerciale) e per le scuole secondarie di II grado a vecchio ordinamento (ad esempio 305 euro per l’ultimo anno di un liceo scientifico, 157 per un istituto d’arte e 223 per un istituto tecnico commerciale).
Ma il problema, uno dei tanti a dire il vero, è che “non ci sono controlli sulle dichiarazioni delle scuole al ministero, nemmeno a campione”, attacca Pietro Giordano.
Il risultato è che i tetti vengono ignorati, la spesa dei libri continua ad aumentare di anno in anno, e le famiglie non possono fare a meno che aprire il portafogli.
“Case editrici, ministero, consumatori, è un rimpallo di responsabilità che alla fine non comporta nessun beneficio pratico a chi si accinge a sborsare anche 600 euro per poter comperare i libri”, attacca Lorenzo Miozzi, presidente del Movimento Consumatori.
“C’è bisogno di stabilire regole che non possano essere aggirate nè dagli insegnanti nè dalle case editrici, solo così sarà possibile agire concretamente per risolvere la questione”.
La grande soluzione doveva essere, nel 2009 come oggi, l’introduzione dei libri elettronici, i cosiddetti “ebooks”.
La circolare del Ministero dell’Istruzione del 10 febbraio 2009 puntava proprio sulle nuove tecnologie per evitare il consueto salasso settembrino alle famiglie italiane, aprire un nuovo mercato, risparmiare carta e diminuire anche il peso degli zaini dei ragazzini. Ma dopo più di due anni sono solo una ventina in tutta Italia le scuole che ne fanno uso, come l’istituto Majorana di Brindisi, l’istituto professionale Scarambone di Lecce e il Fermi di Francavilla Fontana sempre in Salento.
“La verità è che gli ebooks non convengono a nessuno, nè alle case editrici nè a tanti professori, appartenenti ad una generazione che di informatico ha davvero poco”, sostiene Giordano.
Gli ebooks, secondo stime ministeriali, farebbero risparmiare alle famiglie minimo il 30% della spesa annuale per i libri, ma questo si ripercuoterebbe giocoforza sugli incassi delle case editrici, molto restie a mollare un mercato sicuro in un Paese come l’Italia dove i libri si vendono davvero poco.
“È importante ridare alla cultura il suo peso e pensare che i testi di scuola sono un investimento, uno strumento culturale e non solo una spesa”, ha recentemente dichiarato il Ministro Gelmini.
Ma a pagare restano le famiglie italiane.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
CRESCE IL TIMORE CHE LA BCE NON INTERVENGA PIU’ NELL’ACQUISTO DEI TITOLI DI STATO ITALIANI… E PALAZZO CHIGI TORNA A STUDIARE L’IPOTESI DI ALZARE L’IVA PER COPRIRE TUTTI I SALDI
“La verità è che Giulio ormai non è più una garanzia in Europa, non possiamo contare su di lui come lasciapassare per i palazzi di Bruxelles”.
Un Silvio Berlusconi sempre più assediato nel fortino di Arcore non nasconde, a chi gli ha parlato, tutta la sua preoccupazione.
Preoccupazione per i dubbi piovuti dalle autorità Ue sulla manovra salvaconti che il governo italiano sta faticosamente, confusamente portando avanti.
Sorpreso, raccontano, ancor prima che irritato, il Cavaliere lo è soprattutto perchè meno di 24 ore prima aveva tentato di rassicurare di persona i leader europei.
A margine del conferenza di Parigi sulla Libia.
“Io su questa manovra ci ho messo la faccia, ne ho parlato ancora con la Merkel, con Herman Van Rompuy, con Barroso, loro si fidano di me e ho promesso che faremo bene e in fretta” ripete il presidente del Consiglio.
A Palazzo Chigi, da un lato, sono portati a minimizzare l’uscita del portavoce del commissario Ue agli Affari economici e monetari Olli Rehn.
Ma quell’allarme sull’eccessivo ricorso alle misure antievasione per recuperare risorse è ponderato, nasce da consultazioni e briefing informali tra le autorità a Bruxelles.
D’altronde, andava in quella direzione anche l’avvertimento a “non annacquare le misure adottate ad agosto”, lanciato dal presidente uscente della Bce Jean-Claude Trichet nell’intervista di ieri al Sole24ore in cui si legge una chiara minaccia sulla possibilità che Francoforti non compri più i nostri bot.
In ogni caso, Berlusconi si ritiene responsabile fino a un certo punto della situazione di incertezza generata anche oltre confine.
Se c’è un “artefice” dei tentennamenti che hanno generato confusione, quello è il suo ministro dell’Economia.
È stato l’inquilino di via XX Settembre a fare della sterzata sulla lotta all’evasione il marchio di questa manovra.
Tanto più dopo le correzioni apportate proprio da Tremonti due giorni fa con i “suoi” emendamenti depositati in commissione al Senato.
“Non ha la bacchetta magica e lo hanno capito anche in Europa” è una delle considerazioni più amare che alti dirigenti Pdl hanno sentito pronunciare dal premier in queste ore.
E tanto basta a questo punto per convincere ancor più il presidente del Consiglio del fatto che non sia rinviabile oltre un intervento sull’Iva.
Aumentare di uno-due punti l’imposta con un blitz della presidenza del Consiglio, come lo stesso Berlusconi ha ipotizzato da Parigi.
Ma non nei prossimi mesi, come preferirebbe il responsabile dell’Economia. “Non c’è altra strada per recuperare risorse certe e in tempi rapidi per rassicurare l’Europa e i mercati”, va ripetendo il capo del governo ai ministri più fidati.
Tutto questo mentre non solo a Bruxelles maturano i primi dubbi sulle misure antievasione che pure – assicurano dal Tesoro – garantirebbero un gettito quantificato dalla Ragioneria.
Ma già il vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello invita per esempio a riflettere meglio sulla pubblicazione dei redditi dei contribuenti on line. Misura che sembra non abbia fatto esultare di gioia lo stesso Berlusconi.
Ma queste sono davvero ore di grande concitazione.
Lo scontro che poi in serata si fa frontale tra Roma e Bruxelles chiude un venerdì già di suo abbastanza nero.
Segnato dal nuovo tonfo di Piazza Affari, che perde quasi il 4 per cento, e dal differenziale tra i buoni del Tesoro i Bund tedeschi che torna a superare quota 330 punti, come nelle giornate d’agosto più infauste per la borsa italiana.
Mentre la maggioranza è già andata sotto in un’occasione sull’esame della manovra in commissione Bilancio.
Una situazione complessiva che il Quirinale tiene sotto controllo ora dopo ora, con una buona dose di preoccupazione.
I moniti lanciati dalle autorità comunitarie non sono stati presi affatto sotto gamba al Colle. Non fosse altro perchè il rigoroso rispetto dei saldi della manovra, l’obiettivo dell’azzeramento del deficit, le riforme per favorire la crescita sono i paletti che già il presidente Napolitano ha richiamato a più riprese nelle scorse settimane.
Invitando le forze politiche a un dialogo e a un confronto sui conti da risanare che invece non è mai decollato.
E rischia di non decollare mai, se è vero – come ipotizzavano ieri sera a Palazzo Madama – che un governo che vuol fare quanto più in fretta possibile si prepara a porre la fiducia al decreto non solo alla Camera, ma anche la settimana prossima in aula al Senato.
Fare in fretta d’altronde è il diktat imposto da Arcore da un presidente del Consiglio che ha già sulle spine per le sue faccende private.
Turbato e innervosito dall’inchiesta napoletana che ha portato in carcere Tarantini e schiaffato sui giornali le imbarazzanti intercettazioni sul caso escort.
Un motivo in più per premere sull’acceleratore del giro di vite, già previsto dal ddl approvato in Senato e in procinto di essere discusso alla Camera.
Non a caso berlusconiani di stretta osservanza come Cicchitto e Osvaldo Napoli preannunciano fin d’ora che il testo andrà “anticipato e messo in calendario subito dopo l’approvazione della manovra”.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
argomento: Berlusconi, Bossi, Costume, denuncia, don Gallo, emergenza, governo, Lavoro, PdL, Politica | Commenta »