Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
TASSO DEMOGRAFICO PER LE ITALIANE DI 1,29% CONTRO IL 2,13% DELLA MEDIA EUROPEA…LA META’ DELLE PRECARIE NON HA DIRITTO ALL’ASSEGNO DI MATERNITA’…OCCORRE IMPEDIRE LA PRASSI DELLE DIMISSIONI IN BIANCO
A Bologna nella notte del 31 dicembre, da genitori ambedue italiani del piccolo paese di
Monterenzio, è nata Linda, la prima cittadina dell’anno che viene.
Poco dopo a Roma si è affacciata al mondo Sofia, di mamma vietnamita e di papà italiano.
E ancora, a Torino, Takwa, di genitori tunisini, che sarebbe assurdo che restasse straniera nella nostra terra, come ci ha ricordato ancora una volta Napolitano nel discorso di fine d’anno.
Sono 78.000 ogni anno i bambini nati in Italia da genitori stranieri.
Uno su cinque, sul totale di 561.900 neonati stimabile anche per l’anno prossimo, avrà almeno un genitore straniero.
Una benedizione del cielo, anche per chi il cielo lo vede poco stellato e vuoto di dei.
Le mamme italiane, infatti, sono stanche.
Se dipendesse solo da loro il tasso di fecondità sarebbe dell’1,29%, uno dei più bassi del mondo.
Le straniere non sono delle fattrici senza posa. Semplicemente si adeguano ai tassi degli altri Paesi sviluppati.
Arrivano al 2,13, come in Francia e negli Stati Uniti, e ci permettono per ora di tenere il nostro ricambio demografico un po’ più vicino al pelo dell’acqua.
Eppure le donne italiane non sono particolarmente stravaganti.
Quando l’Istat le interroga sui loro desideri di maternità rispondono in grande maggioranza di desiderare almeno due bambini.
Insomma vorrebbero che l’Italia, anche da questo punto di vista, fosse un Paese normale. Perchè lo sia – dicono i demografi – occorrono politiche non estemporanee, di lungo periodo, che permettano alle giovani donne di cogliere una tendenza che cambia e di fidarsene.
Il nuovo governo parla spesso di patto intergenerazionale per rendere il mercato del lavoro meno ingiusto verso i giovani.
Non sarebbe male che il patto non riguardasse un sesso soltanto.
Le donne attempate si preparano ad andare in pensione più tardi e ad accettare, anche loro malgrado, i vincoli dei tempi più grigi.
Ma le giovani madri possibili, tanto coccolate dalla retorica e tanto dimenticate dalla politica? Quasi la metà , per via dei contratti atipici, non ha diritto all’assegno di maternità .
Un quinto esce dal mercato del lavoro dopo la nascita del primo figlio, talvolta perchè costrette a dimissioni preventive per aggirare il divieto di licenziamento.
Pressochè nessuna può contare su un compagno che si prenda cura di un nuovo essere che è caro anche a lui, perchè in Italia non esistono congedi di paternità obbligatori per un tempo significativo.
La ministra del Lavoro e del Welfare Elsa Fornero ha rifiutato di ricevere una delegazione di giovani composta solo di maschi: pensava che testimoniassero di una pessima visione del futuro. Speriamo che rifiuti anche di firmare misure «Cresci Italia» in cui gli unici a non nascere e a non crescere continuino ad essere i nostri bambini.
Per cominciare a cambiare rotta non ci vuole molto: l’assegno di maternità per tutte le madri, indipendentemente dal loro contratto di lavoro (ma rispettando i diritti acquisiti dei contratti di lavoro stabili), il ripristino di una legge del 2007 che impediva le dimissioni in bianco attraverso soluzioni tecniche efficaci, l’estensione fino a dodici settimane, anche in momenti diversi della vita del figlio, del congedo di paternità obbligatorio.
Costa? Sì, costa.
Ma costa di più essere un Paese di vecchi.
Mariella Gramaglia
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Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
DEI 1300 “FUGGITI” IL 41,2% RISIEDEVA NEL NORD ITALIA, il 23,3% AL CENTRO E IL 24,2% AL SUD….MA LA MIGRAZIONE E’ ANCHE INTERNA AL PAESE E SEGUE LA DIRETTRICE SUD-NORD
Originario del Centro-Nord Italia, con una famiglia dall’elevato livello di istruzione e con il dottorato conseguito entro i 32 anni: è questo l’identikit del dottore di ricerca “mobile”, cioè quello che si sposta all’estero dopo il conseguimento del prestigioso titolo di studio. Su 18mila dottori di ricerca, quasi 1.300 (il 7%) si sono infatti spostati all’estero.
Questo, il risultato dell’analisi condotta dall’Istat tra dicembre 2009 e febbraio 2010: di questo 7% lo 0,6% risiedeva già all’estero.
E all’interno della percentuale rimanente, sono di più i maschi delle femmine (7,6% contro 5,1%).
A spostarsi di più sono soprattutto gli studenti che hanno conseguito il dottorato in giovane età (meno di 32 anni) e chi proviene da famiglie con un elevato livello d’istruzione.
Dei 1.300 ricercatori ‘fuggiti’, il 41,2% risiedeva nel nord Italia, il 23,3% al Centro e il 24,2% al Sud.
Le regioni settentrionali presentano le quote più elevate di spostamenti verso l’estero: si va dal minimo dell’Emilia-Romagna, pari al 6,9% (dei dottori di ricerca residenti prima dell’iscrizione all’universita’) al massimo del 10,5% della Liguria.
Inoltre, i dottori di ricerca che hanno trascorso dei periodi in un altro Paese, durante e grazie al corso di dottorato, risultano vivere all’estero al momento dell’intervista in una quota doppia rispetto alla media generale (12,9% contro 6,4%); un risultato, almeno in parte, attribuibile al sostegno della cultura della mobilità da parte delle istituzioni nazionali ed europee.
L’incidenza della mobilità verso altri Paesi cresce all’aumentare del livello d’istruzione dei genitori. In particolare, il 10% dei dottori di ricerca settentrionali con almeno uno dei due genitori laureati vive all’estero al momento dell’intervista.
Gli originari del Centro e del Mezzogiorno provenienti da famiglie con un elevato livello d’istruzione hanno scelto di vivere in un altro Paese nel 7,8% e nel 5% dei casi.
Ma la fuga di cervelli non riguarda solo i paesi esteri: frequente è anche lo spostamento dalle regioni meridionali a quelle del nord Italia.
“Le emigrazioni dei dottori di ricerca dalla ripartizione geografica di origine seguono la direttrice Sud-Nord, riflettendo, a volte, scelte di trasferimento assunte già prima del dottorato. Più dell’80% dei dottori originari di Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Sardegna continua a vivere nella stessa regione. Una minore capacità di trattenimento (inferiore al 70%) è esercitata dalla maggior parte delle regioni meridionali”, sottolinea l’Istat.
“La capacità attrattiva maggiore si riscontra per Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, Toscana, Lazio e Piemonte: oltre il 24% dei dottori di ricerca che vivono in queste regioni al momento dell’intervista risulta provenire da altri contesti regionali. Guardando al Centro e al Mezzogiorno, il saldo (rispetto alla residenza prima dell’iscrizione all’Università ) risulta decisamente negativo per le regioni dell’Adriatico centro-meridionale, per la Basilicata, la Calabria e la Sicilia (bilancio negativo di oltre il 20%).
L’attitudine alla mobilità è più frequente per i dottori di ricerca dell’area delle Scienze fisiche, matematiche e informatiche e dell’Ingegneria industriale e dell’informazione”. Oltre il 56% del collettivo presente nel Centro-Nord proveniente dal Meridione ha fatto scelte di mobilità precedentemente al dottorato (trasferendo la residenza nel Centro-Nord e/o conseguendo la laurea in una sede universitaria ubicata nell’area centro-settentrionale del Paese)”, aggiunge l’Istat.
“In definitiva, la mobilità interna rimanda spesso alle dinamiche proprie del primo periodo universitario (iscrizione al corso di laurea), caratterizzato da consistenti spostamenti dal Meridione verso il Centro-Nord non necessariamente formalizzati con cambi di residenza”.
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Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
“LA LEGA? PER CARITA’, A QUELLI INTERESSA SOLO LA POLTRONA”
Mi metto in marcia alle dieci del mattino verso Tomasoniland, come dieci anni fa. 
Stesso sole bergamasco, stesso freddo azzurro e ottimista, stesse montagne in rosa e in posa per le cartoline che nessu- no spedisce più.
Stessa aria sospesa di Capodanno: anche quest’anno succederà di tutto, ma non sappiamo cosa. Stesse monete in tasca. Il 1°gennaio 2002 festeggiavamo, apprensivi, il primo giorno di vita dell’euro. Il 1°gennaio 2012 dobbiamo ammettere che, finita l’infanzia, il giovanotto ci dà problemi.
Cambia la compagnia. Il figliolo – allora aveva nove anni – è in pianura, in altre faccende affaccendato; Luna la dalmata ha deciso che la temperatura non è adatta a una cagnolina di una certa età .
Cos’è rimasto uguale? La moglie, che ne approfitta per far spese; e la grinta orobica dei Tomasoni di Bratto e Dorga (comune di Castione della Presolana), che non si fanno certo spaventare da una moneta.
Seguo lo stesso itinerario, cerco le stesse persone – anzi, gli stessi Tomasoni.
Nel minimarket di Tomasoni Ines ora c’è il nipote Tomasoni Stefano, che si porta in spalla la figlia Tomasoni Rebecca, tre anni.
Dieci anni fa ero rimasto stupito dall’organizzazione: cassetto pieno di monete da 2 euro, 1 euro, 50, 20, 10, 5, 2, 1 cent. «E avevo allenato i clienti con le banconote fac-simile ritagliate dal bollettino dell’Associazione Commercianti», ricorda Stefano.
E oggi? «Il lavoro è calato, ma la colpa è della crisi, non dell’euro».
Tornare alla lira? «Scherziamo? Un disastro».
Alla Casa del Vino di Tomasoni Fabrizio regna la calma post-alcolica del primo dell’anno: c’è un tempo per brindare e un tempo per meditare, lo sanno bene i bergamaschi.
Con la moglie Dominique al fianco, ricorda: «Solo qualche anziano continua a tradurre in lire.
Tornare indietro? No.
Stanno arrivando i polacchi, sulle nostre montagne, ci sono già gli ungheresi, i francesi e i tedeschi: se vogliamo essere europei, teniamoci una moneta europea».
Avete aumentato i prezzi? Il giusto, dice il mio sguardo mentre carezza i rossi di Valcalepio.
Più sopra, al Thomas Market di Tomasoni Alberto ora c’è il figlio Tomasoni Beppe con la moglie Mea. «C’è allarmismo, sono tutti spaventati».
Danno la colpa all’euro, i suoi clienti? «No, direi di no. Certo qualcuno, ogni tanto, dice Quan gh’era la lira..! ».
Dieci anni fa, a fine mattinata, erano entrati 162 clienti; oggi sembra più tranquillo.
Al Thomas Market sono convinti di svolgere un servizio sociale: «Come può una località turistica vivere senza mini-market? Me lo dica lei».
All’uscita incontro i genitori di Federica, che nel 2002 era stata la prima cliente di Thomas Market a pagare in euro. Ora ha vent’anni, è a Bruxelles con amici: paga in euro anche lì.
omasoni Alberto ha ragione. A Tomasoniland – da Clusone al Passo della Presolana – hanno chiuso una dozzina di mini-market; e diversi negozi di elettrodomestici.
Tra questi quello di Tomasoni Franco, che ha 60 anni ed è in pensione con 45 anni di contributi.
Il 1°gennaio 2002 ero stato il suo primo cliente a pagare in euro: due lampadine € 1,08. «Com’è andata? Perdita di potere d’acquisto. E poi c’è la crisi. Dalle nostre parti è pieno di bravi operai, ma non trovano lavoro. Difficile riscuotere: la gente non ti paga». La Lega Nord qui va forte: sfrutterà il malcontento, convincerà la gente a tornare alla lira?
«La Lega? Ma per carità . Qui non siamo mica stupidi. Abbiamo capito: anche a loro interessa una cosa sola. La scragna, la seggiola».
Salutiamo la moglie del signor Tomasoni Francesco al balcone della Pizzeria Edera (chiusa da anni), e scendiamo verso la parte meridionale di Tomasoniland. Chiusi, per il Capodanno, gli Arredamenti Tomasoni di Danilo Tomasoni e F.lli; chiuso il distributore di Antonella e Claudio Tomasoni, dove l’euro festeggia il decennale a modo suo, girando vorticosamente sui contatori delle pompe self-service, tra gli improperi soffocati degli automobilisti.
Davanti al gommista Tomasoni Simone si ferma una Panda nera, e scende un ragazzo in tuta con un berretto Ski Club Presolana (probabilmente un Tomasoni): «Euro? Dieci anni? Non so niente: deve parlare con mia mamma per queste cose».
Non potendo aspettare la signora Tomasoni, torno verso casa e chiamo Tomasoni Clemente, fratello di Tomasoni Valentino.
Il 1°gennaio 2002, battesimo della nuova moneta, per tre tagli d’erba fatti in estate, chiese 7.550 (settemila cinquecento cinquanta) euro: colpa di un convertitore giapponese tarato su una misteriosa valuta orientale, scoprimmo poi. «Tranquillo eh! – mi dice -. Ho imparato».
Hanno imparato tutti, devo dire, i Tomasoni di Bratto e Dorga.
Non uno che neghi la crisi; ma nessuno che dia la colpa all’euro, nel giorno del suo decimo compleanno.
Alle messa delle 18, il barbuto Don Paolo (assai eloquente, molto atalantino), sotto gli evangelisti bonari che un po’ gli somigliano, dice: «I tempi per alcuni sono grami, per altri non così disastrosi. Chissà che non troviamo, tutti, modi nuovi e migliori di vivere. Di vivere oggi. Con le nostalgie del passato e le ansie per il futuro non si va da nessuna parte».
I Tomasoni presenti (e tutti gli altri) assentono: in montagna sono saggi, e sanno come festeggiare gli anniversari.
Beppe Severgnini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
RITOCCHI A TUTTI I LISTINI DEI PANINI…IN CITTA’ L’ESPRESSO COSTA 1 EURO
I deputati per ora non se ne sono accorti: sono ancora in vacanza e il caffè lo prendono nelle rispettive località di villeggiatura.
Ma dal 10 gennaio anche loro, come tutti i dipendenti della Camera che hanno accesso alla buvette, dovranno fare i conti con il nuovo listino.
«Sacrifici» anche per gli onorevoli, dunque: al bancone del bar ristoro di Montecitorio scatta il caro tazzina.
Come era già avvenuto al bar del Senato, a Palazzo Madama, anche la Camera ha predisposto gli aumenti che colpiranno, alla riapertura della buvette, consumazioni e pasti dei deputati.
Gli onorevoli pagheranno 20 centesimi in più per la classica accoppiata della prima colazione, cappuccino e cornetto, che passano rispettivamente da 1 euro ad 1 euro e 10 centesimi e da 80 a 90 centesimi.
Costerà di più anche il caffè, da oggi a 80 centesimi anzichè 70.
Ma va detto che nella Capitale – fuori dai bar riservati agli onorevoli – la tazzina di espresso si trova raramente a 80 centesimi: in molti esercizi ha raggiunto e talvolta superato il costo di un euro.
Più sostanzioso per i deputati l’aumento (20 centesimi) per l’orzo, per il decaffeinato (da 1 euro a 1,20) e per il cappuccino decaffeinato (da 1 euro ad 1,30).
Anche il panino consumato al volo tra una votazione e l’altra costerà di più alla buvette: quello con prosciutto e mozzarella sarà in listino a 3 euro anzichè 2,50; il tramezzino «semplice» 2,50 anzichè 2 euro e quello «special» 2,80 anzichè 2,50.
Prezzi più alti, poi, al bancone dei fritti: supplì, arancini e crocchette passeranno da 1 euro a 1,30.
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Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
UNA RICERCA SVIZZERA TRACCIA IL QUADRO DELLE RELAZIONI TRA GRANDI GRUPPI: 150 MULTINAZIONALI DETTANO LE REGOLE DEL MERCATO E STROZZANO LA CONCORRENZA…. UNICREDIT NELLA TOP 50
Una cravatta il cui nodo è costituito da un nucleo piccolo ma solido di aziende che, dettando
le regole, strozzano la concorrenza e gli Stati.
Una rete di controllo di banche e multinazionali che tiene sotto scacco i mercati influenzandone la stabilità .
E’ l’immagine, colorita ma efficace, che emerge da una ricerca dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo dal titolo “La rete globale del controllo societario” secondo cui 147 imprese nel mondo sono in grado di controllare il 40% di tutto il potere finanziario.
Lo studio, pubblicato da New Scientist, prende in esame le connessioni fra 43.060 multinazionali evidenziando un piccolo gruppo di 1.318 società transnazionali (la cui punta di diamante sono proprio le 147) che esercita un potere enorme, “sproporzionato” lo definiscono i relatori, sull’economia globale. Goldman Sachs, Barclays Bank e JPMorgan sono solo alcuni dei nomi delle corporation, quasi tutte finanziarie, che figurano ai primi 20 posti della “mappa del tesoro”.
Ma non si tratta della solita tesi complottistica utilizzata dagli analisti per spiegare il saliscendi di titoli che, più che seguire una logica, sembrano obbedire ai comandi della mano di un burattinaio.
In questo caso ci troviamo di fronte ad un’analisi che non concede nulla alla speculazione e agli schemi ideologici, ma si basa esclusivamente su dati statistici.
Lo studio, infatti, intreccia modelli matematici con un database delle aziende mondiali (Orbis 2007) ricostruendo reti di relazioni e partecipazione che costituiscono nodi di potere sui mercati globali, senza essere frutto di accordi sottobanco.
I tre autori (Stefania Vitali, James B. Glattfelder e Stefano Battiston) infatti hanno precisato che tali collegamenti tra compagnie, in una prima fase di crescita economica, possono risultare vantaggiosi per la stabilità dell’intero sistema.
In tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, però, queste correlazioni potrebbero risultare molto pericolose perchè, come in tutte le concentrazioni di potere, il collasso di una compagnia può avere ripercussioni disastrose sul resto dell’economia del pianeta.
“Quali sono le implicazioni per la stabilità mondiale?”, si chiedono gli autori. “Si sa che le istituzioni costituiscono contratti finanziari, con diverse altre istituzioni. Questo permette loro di diversificare il rischio, ma, allo stesso tempo, li espone al contagio. In una situazione così interrelata, connotata da forti rapporti di proprietà , perciò il rischio di una contaminazione a catena è dietro l’angolo”.
Per quanto riguarda l’Italia, oltre a Unicredito Italiano Spa tra i primi 50 gruppi di controllo, lo studio effettua uno screening della struttura del gruppo Benetton che mostra le diramazioni del controllo della capogruppo alle subsidiaries, alle consociate a livello internazionale.
Livia Ermini
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Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
NEL MIRINO OLTRE 25.000 VOCI E 11 TIPOLOGIE DIFFERENTI… LA CORTE DEI CONTI VIGILA SULLA SPESA PUBBLICA
E’ caccia aperta a 5 miliardi di nuovi tagli alla spesa pubblica.
Nulla, se paragonato al totale delle uscite che viaggiano verso quota 800 miliardi, tanto se si considera che negli ultimi tre-quattro anni la scure su ministeri, enti locali e trasferimenti è calata più volte.
Lo stesso governo Monti, col decreto Salva-Italia, ha introdotto numerose misure di risparmio (pensioni e stipendi pubblici in primis). Ma non basta.
Perchè, per effetto della manovra della scorsa estate firmata Berlusconi-Tremonti, per quest’anno bisogna raccattare altri 5 miliardi.
Poi ci sarà da far marciare le misure del decreto Salva-Italia, alcune già scattate come le nuove norme sulle pensioni.
Si tratta di una manovra tutta in crescendo: 10 miliardi tagliati quest’anno, 25 sul 2013 e 29 quello ancora dopo.
Il grosso dei risparmi arriva da 4 voci: patto di stabilità interno ed enti locali, ovvero minori risorse trasferite a comuni e regioni (6,9 miliardi nel 2012, che salgono a 9,2 in ognuno dei due anni seguenti), previdenza (3,5 miliardi di risparmi quest’anno, che salgono a 7,1 nel 2013 e a 10 nel 2014) e spesa sanitaria (-2,5 miliardi nel 2013 e -5 nel 2014).
Ultimo capitolo, tutto da affrontare, la razionalizzazione degli acquisti e la riduzione della spesa dei ministeri.
Che nei programmi di Monti dovrebbe portare a 8,1 di risparmi quest’anno, 7,1 nel 2013 ed altri 5,9 nel 2014.
Detto questo, complice il cattivo andamento della ricchezza nazionale, l’incidenza della nostra spesa pubblica rispetto al Pil cala a fatica: dal 51% del 2010, l’anno passato si è scesi al 50,5%.
Quest’anno risalirà al 50,7 per tornare sotto quota 50 (49,6%) nel 2013.
A forza di manovre la spesa primaria è sotto controllo, a crescere e a preoccupare è invece la spesa per interessi, che continuerà a salire, sia per l’aumento dello stock del debito e sia per l’aumento degli interessi il cui peso passerà dai 77 miliardi del 2012, ai 94 di quest’anno per superare poi quota 100 l’anno successivo.
Dove trovare i 5 miliardi che servono subito?
La parola magica è «spending review». Una procedura introdotta in via sperimentale nel 2007 che sta piano piano prendendo piede.
In pratica, si tratta di effettuare una analisi approfondita, voce per voce, di tutte le uscite, andando ad identificare quelle non necessarie o che si possono ridurre, e cercando allo stesso tempo di riqualificare la spesa per renderla sempre più efficiente.
Questo è uno dei compiti che è stato affidato in tandem al viceministro dell’Economia Vittorio Grilli e al ministro per i rapporti col Parlamento Piero Giarda, che in qualità di esperto fino a pochi mesi fa aveva guidato la commissione sulla spesa pubblica. «Spending review» sul bilancio di Palazzo Chigi, innanzitutto, come ha annunciato nel suo discorso di insediamento Mario Monti.
Posto che col governo precedente le spese della presidenza del Consiglio, gravata di un’infinità di compiti, una ciurma di sottosegretari e ministri senza portafoglio (a cominciare da Bossi e Calderoli) era lievitata sino a quota 4,7 miliardi di euro con un aumento del 46% rispetto al 2006, come denunciava nelle settimane passate un’inchiesta de «L’Espresso».
Ci sarà una ricognizione a tutto campo delle oltre 25 mila voci di spesa che compongono il bilancio pubblico partendo dall’indagine conclusa Giarda la scorsa estate («Dinamica, struttura e governo della spesa pubblica», si intitola il rapporto finale) frutto di uno dei quattro tavoli istituiti da Tremonti in vista della riforma fiscale.
Nel mare magnun della spesa pubblica si nascondono tuttora «sprechi ed inefficienze, scriveva Giarda nella sua relazione finale, che si possono classificare in tre grandi comparti: inefficienze produttive, inefficienze gestionali ed inefficienze economiche. In tutto venivano catalogate una decina di differenti tipologie di spreco (vedere schede sotto).
Il governo punta a concludere il lavoro entro la fine di aprile quando dovrà presentare a Bruxelles l’annuale Piano Nazionale di riforma, ma una prima griglia di interventi dovrebbe essere pronta ben prima.
Paolo Baroni
(da “La Stampa”)
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Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA, SENATORE DI FLI: “FORNITURE, APPALTI, ACQUISTI ALL’ESTERNO: ALTRO CHE INDENNITA’, SONO QUESTI I VERI COSTI DELLA POLITICA”… COME SI POSSONO RISPARMIARE 50 MILIARDI
A prescindere della spending review sulla spesa pubblica che il governo Monti ha già
intrapreso, secondo Mario Baldassarri si può incidere in maniera significativa sugli sprechi stabilendo alcune regole semplici che possono garantire da sole risparmi per 40-50 miliardi di euro all’anno.
Perchè non è al numero di parlamentari o al loro stipendio che bisogna fare la guerra, secondo il senatore… ma alle «ruberie mostruose» che si annidano nella amministrazione pubblica.
Monti ha confermato che sta facendo la spending review che dovrebbe aiutare a impostare una politica seria di tagli alle spese
«Se spending review vuol dire fare l’inventario di tutte le spese delle amministrazioni pubbliche non ne usciremo mai, altro che governo tecnico: ci diamo appuntamento tra 30 anni».
In un recente rapporto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Giarda sottolinea che «in tutti i decenni passati la velocità di crescita della spesa pubblica è stata quasi sempre superiore alla crescita del Pil».
«Con Piero Giarda eravamo nella commissione tecnica della spesa pubblica 25 anni fa e già allora scoprimmo che una penna Bic poteva costare da 300 a 3000 lire. I veri costi della politica non sono negli stipendi o nel numero dei Parlamentari. Se impostassimo un taglio di metà dei loro stipendi e del numero di deputati e senatori risparmieremmo 450 milioni di euro all’anno. Invece ne buttiamo altrove 45 miliardi. Sono questi i costi della politica veri».
E dove si può incidere?
«Partiamo dal totale della spesa pubblica. Sul 2011 la spesa pubblica ammonta a 820 miliardi di euro, più o meno il 52 per cento del Pil.
Le voci più importanti sono anzitutto gli stipendi della pubblica amministrazione (181 miliardi), le pensioni (250 miliardi) e gli interessi sul debito (87 miliardi).
Le prime due sono bloccate, sulla terza, ahimè non si può intervenire. Una quarta voce riguarda gli investimenti ma è una voce che abbiamo costantemente tagliato, che non si può sacrificare ulteriormente e che vale 36 miliardi. Quindi bisogna incidere sulle voci che mancano».
Quali?
«È su queste ultime, che riguardano gli acquisti dei beni e servizi della pubblica amministrazione, che si annida un 30 per cento di ruberie mostruose. Questa voce comprende forniture, appalti, global service, insomma le lenzuola, le medicine o le siringhe dell’ospedale. Sono 137 miliardi di euro. Infine, una voce molto nascosta negli ultimi anni, è quella dei contributi alla produzione, 42 miliardi che nel 2011 scendono a 39. Il totale è un patrimonio da 180 miliardi che si può aggredire con enormi risultati».
E perchè non si è mai fatto sinora?
«Perchè il nodo è politico: significa tagliare il brodo di coltura di 300 mila persone che si nasconde e prospera nella zona grigia che sta tra politica, economia e affari. Faccio un esempio. Ogni posto letto italiano consuma ogni giorno nove siringhe. La degenza media è di nove giorni. Mediamente ogni paziente che esce da un ospedale dopo nove giorni dovrebbe avere 81 buchi…
Un altro elemento di riflessione: mentre i fondi perduti sono stabili, nel 1990 gli acquisti per beni e servizi erano 52 miliardi; nel 2000 erano lievitati a 86 miliardi; ma nel 2011 sono letteralmente esplosi a 137 miliardi. Solo nella sanità abbiamo registrato un aumento di queste voci del 50 per cento in ultimi cinque anni — neanche ci fosse stata un’epidemia di colera!».
Cosa si può fare?
«Tutti i sussidi vanno trasformati in credito d’imposta. Io ti do il sussidio, ma tu stai sul mercato, mandi avanti l’azienda e riscuoti quando paghi le tasse. Mentre sugli acquisti bisogna dare un budget.
E dire: tutte le p.a. possono spendere sulle voci di spesa quello che hanno speso nel 2009, più l’inflazione. I risparmi così ammonterebbero secondo me a 40-50 miliardi all’anno.
Occorrono tagli verticali sulle voci sospette, non orizzontali. E i tagli di Tremonti sono stati un errore non solo perchè erano orizzontali ma perchè calcolati sull’andamento tendenziale. Il trucco era: ti taglio il 10 per cento su quello che spenderai l’anno prossimo. Ma magari tu prevedevi di spendere il 20 per cento in più. Ecco perchè la spesa pubblica continuava a salire nonostante Tremonti desse l’impressione di tagliare sempre».
Tonia Mastrobuoni
(da “La Stampa”)
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