Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile
SARKOZY SI ALLEA CON MONTI: NON BASTA IL RIGORE, OCCORRE DIFENDERE LA MONETA, RAFFORZARE IL FONDO E STIMOLARE LA CRESCITA
Mario Monti si presenta all’incasso. 
È cominciata ieri a Parigi la tournèe europea del capo del governo italiano il cui obiettivo è quello di trasformare in aiuto e solidarietà il credito politico che ha accumulato con la manovra di risanamento dei conti pubblici italiani: uno sforzo «che non ha eguali nel resto dell’Unione europea».
Monti ha due valide ragioni a sostegno delle sue richieste.
La prima è che effettivamente lo sforzo compiuto dal Paese è di gran lunga superiore a quello degli altri partner europei e che i conti pubblici italiani risanati non giustificano in termini razionali una così pesante penalizzazione del nostro debito pubblico.
La seconda è che, proprio per questi motivi, l’Italia oggi sta pagando il prezzo di una sfiducia dei mercati che non riguarda tanto le nostre capacità intrinseche di risanare il bilancio, quanto la tenuta complessiva dell’euro e la disponibilità della Germania a difendere la moneta unica.
È chiaro che chi scommette contro la valuta europea lo fa prendendo di mira gli anelli più deboli dell’Unione monetaria.
Ma, se fino a ottobre gli alti tassi italiani riflettevano l’inazione e la scarsa credibilità del governo Berlusconi, dopo il varo della manovra di dicembre essi rispecchiano soprattutto le esitazioni e le ambiguità della Germania.
Quello che Monti sta andando a spiegare in Europa è che i contribuenti italiani non possono pagare, oltre che per i propri errori passati, anche per i dubbi della cancelliera Merkel e per le sue preoccupazioni elettorali.
Ma in politica, e soprattutto nella politica europea, avere ragione non basta. Occorre anche saperla imporre ai partner.
E l’unico vero interlocutore di Monti, oggi, è la cancelliera tedesca.
Proprio per questo la strada che da Roma porterà il presidente del Consiglio mercoledì a Berlino passa per Bruxelles e per Parigi.
Se vuole riuscire a strappare la Merkel dalle sue amletiche esitazioni, il Professore ha bisogno che le istituzioni comunitarie e soprattutto Sarkozy cambino il tono e il volume del loro discorso europeo.
Due anni di timide resistenze alle pressioni tedesche e di ancor più timidi messaggi lanciati alla Germania ci hanno condotti sull’orlo dell’abisso.
Ora è tempo di mettere le timidezze da parte e di esigere con fermezza che i tedeschi riempiano la loro parte del “patto di Bruxelles”: quando, all’ultimo vertice, la Merkel ottenne di iscrivere in un nuovo trattato le regole del rigore di bilancio in cambio di una promessa ad accettare meccanismi di solidarietà che mettano il debito europeo al riparo dagli attacchi speculativi.
È ancora presto per dire se Monti sia riuscito nel suo proposito.
La «totale identità di vedute» tra Italia e Francia, di cui ha parlato ieri Sarkozy proprio nel momento in cui l’Italia reclama pubblicamente a gran voce misure di consolidamento della moneta unica, lasciano sperare che il presidente francese, avendo finalmente trovato nell’italiano un alleato di peso e prestigio, metterà da parte le cautele degli ultimi due anni.
Il vertice tripartito di Roma, il 20 gennaio, potrebbe dunque diventare il punto di svolta che consenta all’Europa di accoppiare al rigore di bilancio anche quegli strumenti di difesa della moneta, dagli eurobond al rafforzamento del Fondo ad un diverso ruolo della Bce, che finora la Germania ha ostinatamente negato.
Ma il compito di Monti, già di per sè non facile, è reso ancora più arduo da un secondo obiettivo europeo che il presidente del Consiglio non può certo trascurare.
Nel negoziato che è ripreso ieri a Bruxelles sul testo definitivo del nuovo Trattato sull’unione di bilancio, l’Italia è infatti impegnata a cercare di ammorbidire le condizioni sul ritmo di riduzione del debito e a ritagliare uno spazio di manovra che permetta ai governi misure per stimolare la crescita.
Su entrambi questi fronti, le richieste italiane si scontrano con l’indisponibilità della Germania.
Berlino, proprio grazie ai bassissimi tassi di interesse che la crisi dell’euro le garantisce sia sul debito pubblico sia sul finanziamento delle imprese, non ha troppa difficoltà nè a ridurre il debito nè a stimolare la crescita economica. L’Italia ha invece un bisogno vitale di evitare condizioni capestro sul risanamento e di trovare in Europa quel sostegno alla crescita che i conti nazionali non permettono.
Il governo Berlusconi aveva risolto il problema da par suo, ottenendo una ambigua formula sulla considerazione di «fattori rilevanti» nella riduzione del debito che aveva venduto in patria come la garanzia che non saremmo stati costretti a manovre troppo drastiche.
Una ennesima operazione di immagine che si è rivelata priva di sostanza: il nuovo Trattato, infatti, per ora non prevede gli sconti che erano stati promessi dal precedente governo.
Monti quindi si trova nella difficile condizione di dover convincere la Merkel a fare concessioni sui termini del Trattato, e allo stesso tempo di esigere dalla Germania che dia il via libera ad un sistema di garanzie congiunte sul debito europeo.
In termini negoziali, non è certo una posizione di forza.
Ma il presidente del Consiglio sa che l’Italia non è in grado di sopravvivere nè ad un Trattato capestro, nè ad un prolungarsi dell’instabilità dell’euro.
Nella partita che si giocherà da qui a marzo deve vincere su entrambi i fronti, pena il tracollo del Paese.
Una ipotesi, quella del collasso italiano, che, fortunatamente, fa paura ai nostri partner almeno quanto fa paura al Professore.
E questa, in fondo, è forse l’unica vera arma che ha a disposizione per cambiare il corso della storia.
Andrea Bonanni
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile
STORIE DI AZIENDE NEI TEMPI DIFFICILI DELLA CRISI: “IN 5 ANNI DI CRESCITA DA 5 A 35 DIPENDENTI, LE BANCHE MI FACEVANO LA CORTE, ORA CHIEDONO DI RIENTRARE DAI PRESTITI”
«Non resisto più». Si firma Matteo ed è un piccolo imprenditore.
Spiega come si senta assalito da tutto e da tutti: «Non so ancora quante umiliazioni dovrò subire. Quante telefonate, raccomandate, ufficiali giudiziari, responsabili vendite degli istituti giudiziari, notai, tutto per levare il protesto». Matteo si sente abbandonato a se stesso e racconta la storia amara «di quel direttore di banca che ogni anno mi faceva gli auguri dal compleanno a Natale».
Ceste di regali, vino, agende, calendari, «mi chiedeva se volevo soldi per ampliare, per costruire un nuovo capannone».
Oggi quando Matteo chiama in banca risponde la segretaria, «mi dice che il dottore è impegnato o malato e mi ricorda subito dello sconfino e del mutuo non ancora pagato, mi rammenta che è partita la raccomandata per il rientro immediato del castelletto, del fido, delle carte di credito. Lei sì che ha memoria».
Matteo è solo uno dell’incredibile numero di imprenditori e artigiani che hanno scritto al forum aperto da Corriere.it sulla crisi delle piccole aziende.
Uomini e donne che si sentono dimenticati, lasciati soli con i loro debiti e le loro angosce, con i dipendenti da licenziare e le speranze tradite.
«Tutti ti girano le spalle – scrive Alberto 46 – io e il mio socio avevamo un’azienda nel meccano-tessile, dinamica, innovativa, esportatrice».
In 5 anni sono passati da 300 mila a 5 milioni di fatturato, da 5 a 35 dipendenti poi «il tessile è stato il primo ad essere travolto, i pagamenti internazionali sono sempre più difficili, le banche aspettano solo i rientri». Provano a resistere, convocano i sindacati, i dipendenti, cercano nuovi azionisti, presentano un concordato.
«Io e il mio socio abbiamo perso tutto anche le nostre abitazioni che avevamo messo in garanzia. E ci domandiamo perchè all’imprenditore che fallisce onestamente non viene riconosciuta la stessa dignità e lo stesso rispetto del lavoratore che perde il lavoro?».
Dimenticato si sente anche Miccad che aveva creato 7 posti di lavoro e a causa dei mancati pagamenti delle aziende municipalizzate si è vista la casa pignorata, la macchina venduta e il telefono staccato.
«È vero che ho 50 anni però conosco bene due lingue e appena finisco di pagare faccio i bagagli e vado all’estero. Vi vedrò dal satellite».
La tentazione di trasferirsi è contagiosa e anche un altro imprenditore che si firma provocatoriamente «Il fesso» scrive: «Mi trasferirò in Svizzera a fare le cose altamente tecnologiche, qui nessuna banca ti dà retta e ti apre un conto».
Uomini e donne che non trovano più la solidarietà delle comunità e si trovano a dover fare scelte difficili.
Manuela racconta: «Insieme al mio compagno ho una piccola attività in Sardegna ma il lavoro è praticamente fermo. Non riusciamo più nemmeno a pagare il telefono e lui ha deciso di lasciare qui me e i figli per cercare lavoro a Milano. Ma almeno una volta al mese dovrà tornare a vedere i ragazzi? Ma sommando costo della vita e trasporti ce la farà ?».
Alzi la mano chi non ha mai sognato di aprire un agriturismo, business e benessere in un colpo solo.
Luka lo ha fatto nel 2003, ha comprato un podere in Toscana e l’ha ristrutturato.
La banca prima lo ha incoraggiato ad aprire, a comprare nuovi terreni e poi, con la crisi, lo ha lasciato in braghe di tela.
Commenta Graziano: «La verità oggi è che l’andamento delle nostra attività non dipende più dal nostro entusiasmo, dalle idee originali, dal nostro carattere o dalla capacità di affrontare i problemi. Lo Stato impone e pretende, le banche ostacolano il credito. Mi sono reso conto di tutto ciò e ho chiuso l’azienda».
Prima di mollare la presa un artigiano che ama il suo mestiere fa di tutto per evitare il peggio come un lettore che si firma «Un fu imprenditore»: «Ho ridotto i costi all’osso tagliando ovunque, ora non so più dove tagliare e dovrò iniziare a non pagare i fornitori, come già hanno cominciato a fare alcuni miei clienti. Dopo le utenze toccherà ai dipendenti. La chiamano discesa controllata».
Nel settore calzaturiero i “piccoli” si sentono martellati dalla concorrenza sleale dell’estero e da chi produce fuori e poi scrivere sulle scarpe made in Italy.
Come Rudizzo «dopo 40 anni che la nostra azienda è sul mercato non ce la facciamo più, in più i signori delle banche ci stanno scavando la fossa e siamo costretti a chiedere aiuto ai fornitori».
La globalizzazione «è stata una mazzata sui piedi» aggiunge Lettore 333. «L’Unione europea si deve dare una regolata e mettere paletti alla delocalizzazione e ai rapporti con la Cina. E meno male che i cinesi cominciano giustamente a chiedere salari più alti!».
Qualcuno pur in questa condizioni di mercato sfavorevole ce la fa e se capita è grazie alla capacità di esportare.
Come Ilaria Mugnaini che ha una piccola azienda di abbigliamento per bambini: «Ho diversificato il mio prodotto cercando di posizionarmi nella fascia alta e ritagliandomi una nicchia. La differenza l’ha fatta l’estero che assorbe il 70% del mio fatturato, il restante 30% di fatturato Italia è un disastro in quanto produci, fatturi ma non sai mai quando riscuoterai e questo non è giusto. Non possiamo noi imprenditori fare da banca per gli altri».
Sono un figlio di imprenditore scrive il giovane Amartya che si dice fortunato perchè è stato mandato a studiare fuori. «La società di mio padre da 10 anni paga solo tasse senza vedere utili e come sia possibile ciò rimane un mistero italiano».
La parola Stato molti piccoli imprenditori la scrivono tutta in maiuscolo.
Uno psicologo potrebbe spiegarci che è una forma di soggezione, di paura. Lo chiamano «muro insuperabile», lo accusano di trattarli «da nemici», di tenere in piedi l’anacronistico articolo 18 ma soprattutto si lamentano perchè non paga.
Un imprenditore napoletano che si firma «Avvilito» sostiene che lo Stato è il suo debitore primario, rimborsa con 24 mesi di ritardo e non garantisce nemmeno i pagamenti tra privati.
«È l’unico Stato europeo con una polizia fiscale – rincara R.S. – ma abbiamo uno dei tassi di evasione fiscale più alti e quindi la Guardi di Finanza serve a poco».
Nella 1968 se la prende anche lei con uno Stato che «ci chiede di pagare le tasse su cifre mai incassate».
Ed è quasi un coro. «Ci sono alcuni mesi come maggio, agosto e novembre che il 16 del mese si spendono cifre mostruose tra tasse e Iva, quasi la metà dell’utile di un anno, uno sproposito» denuncia Marco.
È assurdo anche il sistema che «ti fa pagare le tasse sulle rimanenze di magazzino perchè ci si paga pure l’Inps, pago l’Inps su del materiale che non ho venduto. E poi quando non si riesce a pagar tutto arriva Equitalia che nel pieno rispetto della legalità si prende tutto quello che trova».
Il nome di Equitalia, l’agenzia pubblica di riscossione oggetto in queste settimane di attacchi dinamitardi, ricorre tante volte nei messaggi degli «imprenditori dimenticati» di Corriere.it .
I giudizi sono forti e gli epiteti ancora peggio.
L’accusa è di non comprendere le dinamiche della crisi e di essere la spada di Damocle che si abbatte impietosa su chi è stato ridotto al lastrico dai mancati pagamenti della pubblica amministrazione.
Uno Stato che non dà ma mena.
«Sono un 35enne di Milano – scrive Fax76 – sono un lavoratore autonomo da sempre, mai fatto il dipendente, ho debiti per 350 mila euro dovuti a incassi non pervenuti e lo Stato non ti aiuta a riprenderli. Così sono entrato mio malgrado nel mondo dei decreti ingiuntivi».
Persino quando finanzia le imprese per la ricerca e l’innovazione lo Stato si mostra patrigno e profondamente ingiusto.
Spiega Paolo Sensini: «Chi prende i finanziamenti? Guardate i titoli delle ricerche proposte, dei progetti. È fuffa, fuffa allo stato puro nell’80% dei casi. E sono sempre i grandi a trarne beneficio. Quei grandi che scrivono bilanci di 200 pagine in cui tutto è possibile. Prendono i soldi, ci fanno cassa e nessuna ricerca».
Dario Di Vico
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Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile
DAI 54 MILIARDI DELL’81 AI 275 DI OGGI….E IN MEZZO TRE CONDONI E TRE SCUDI
“Non ho mai pagato le tasse e me ne vanto. Le tasse sono come la droga, le paghi una volta e
poi entri nel tunnel». Cetto La Qualunque può stare sereno: l’Italia è da almeno tre decenni sulla strada della disintossicazione.
Se nell’agosto 1981 l’ex ministro delle Finanze Franco Reviglio, che in quell’incarico aveva al proprio fianco il giovane Giulio Tremonti, rivelò in una intervista al Mondo che l’evasione fiscale si poteva valutare «in circa 28 mila miliardi, pari a sette-otto punti del reddito nazionale», oggi il presidente dell’Istat Enrico Giovannini ci solleva: trent’anni dopo siamo fra il 16,3% e il 17,5% del Prodotto interno lordo.
Ossia fra 255 e 275 miliardi di euro. Più del doppio in rapporto al reddito del Paese.
E siccome i 28 mila miliardi di lire del 1981 equivalgono a 54 miliardi di euro attuali, significa che trent’anni dopo la denuncia di Reviglio l’infedeltà fiscale si è in valore assoluto moltiplicata per cinque.
Un risultato che farebbe esultare lo straordinario personaggio creato dal comico Antonio Albanese per mettere il dito nell’occhio a una certa politica ingorda e affaristica.
Conseguito, peraltro, in seguito a ben tre condoni tombali che hanno coperto con la loro efficacia ben 25 di quei trent’anni.
Senza parlare dei tre diversi scudi fiscali che hanno consentito di regolarizzare con un pezzo di pane miliardi di euro esportati illegalmente.
Redditometro e cavalli
Non servì la legge sulle «manette agli evasori», arrivata nel 1982, che fece una sola vittima illustre: Sofia Loren.
Non servì l’invenzione del redditometro, una specie di questionario spedito dal fisco ai presunti contribuenti facoltosi autori però di dichiarazioni modeste, che in Parlamento subì per anni un bombardamento a tappeto.
I diportisti ricorsero al Tar costringendo il governo a fare una parziale marcia indietro, la Lega pretese centri di assistenza comunale per aiutare i cittadini a compilarlo.
Poi un bel giorno del 1998 si scoprì che non si trattava, come speravano i suoi ideatori, di uno strumento perfetto.
Su 76.025 cartelle spedite ad altrettanti contribuenti sulla base delle incongruenze rilevate con il redditometro, in ben 32.081 casi i destinatari erano riusciti a dare spiegazioni plausibili mentre gli evasori conclamati erano «soltanto» 12.247.
Quasi tutti (10.271) salvi grazie al meccanismo dell’«accertamento con adesione», una specie di accordo con il Fisco grazie al quale si paga quel che si può.
E il redditometro subì un colpo, se non mortale, comunque letale.
Si passò allora al «riccometro», che venne bersagliato ancor più pesantemente. Il presidente della Confcommercio Sergio Billè lo qualificò come uno «strumento da epoca staliniana».
Al cattolico Pier Ferdinando Casini faceva invece venire in mente «l’Inquisizione». Mentre per l’aennino Adolfo Urso si trattava semplicemente di una cosa «barbara». Aggettivo che fu riservato anche a un’altra iniziativa: la «delazione» alla Guardia di finanza.
Bastava telefonare al 117, il numero del centralino delle Fiamme Gialle. Autore: l’ex ministro Vincenzo Visco, che per questo si attirò critiche di ogni genere.
Perfino dalla Chiesa. Il teologo dell’ Osservatore Romano Gino Concetti tuonò: «Nessuno Stato democratico può autorizzare i propri cittadini allo spionaggio fiscale». Ma all’inizio fu un successone. Nei primi dieci giorni arrivarono 12 mila telefonate. Poi, lentamente, la «delazione» scemò.
Nel 2007 la Cgia di Mestre calcolò che non arrivavano più di 25 chiamate al giorno.
Quell’anno fu la volta dell’Isee, ovvero «Indicatore di situazione economica equivalente»: serviva a verificare se chi accedeva per ragioni di basso reddito ai servizi sociali gratuiti e magari girava con una Mercedes da 100 mila euro ne avesse effettivamente diritto. Risultati, pochini.
Tanto che, scoppiata la crisi, non si è deciso di ridare vita a una nuova versione del redditometro.
Ovviamente fra i mugugni dei politici. «Non credo che sia opportuno inserire tra le voci per accertare il reddito le spese per le scuole private, anche se costose», ha eccepito il senatore del Pdl Stefano de Lillo.
Mentre il suo collega di partito Antonio Tomassini, presidente della commissione Sanità , ha chiesto di escludere anche gli equini: «Il cavallo dev’essere riconosciuto come animale d’affezione e non come bene di lusso».
Già , e chi non è affezionato alla sua Ferrari?
Ha raccontato Nunzia Penelope nel suo libro «Soldi rubati», recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie: «Nel 2010 la Guardia di finanza ha scoperto un evasore ogni ora, mentre nel 2009 erano solo uno ogni 71 minuti. In cifre, stiamo parlando di 8.850 imprenditori che hanno operato esclusivamente nel sommerso, responsabili di oltre 20 miliardi di ricavi non dichiarati, di 19 mila lavoratori in nero e di un’evasione contributiva per 600 milioni».
Yacht per nullatenenti
Ma se nello sport dell’evasione fiscale l’Italia è seconda soltanto alla Grecia e se da trent’anni a questa parte il fenomeno non ha fatto che crescere, nonostante ogni governo, di destra e di sinistra, si sia impegnato a combatterla, ci devono essere ragioni profonde.
Forse le stesse che hanno spinto l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a diramare, un giorno di febbraio del 2005 a Radio Anch’Io, questa specie di tanaliberatutti: «L’evasione di chi paga il 50% dei tributi non l’ho inventata io. È una verità che esiste. Un diritto naturale che è nel cuore degli uomini».
E che si traduce, purtroppo per i nostri conti pubblici, in cifre raccapriccianti.
I contribuenti italiani che dichiarano al Fisco oltre 200 mila euro sono 77.273, pari allo 0,18%.
Come questo dato si possa conciliare con quello delle 206 mila auto di lusso (costo medio, 103 mila euro) vendute ogni anno nel nostro Paese, è francamente incredibile. Il bello è che il Fisco lo sa da decenni.
Come sa, ha scritto nell’agosto del 2010 l’ Ansa , che «il 64% degli yacht che circolano in Italia sono intestati a nullatenenti o ad arzilli prestanomi ultraottantenni o a società di comodo italiane o estere per evadere le tasse».
Oppure che lungo gli 8 mila chilometri delle nostre coste sono disseminate 42 mila imbarcazioni di un certo valore i cui proprietari dichiarano, se va bene, 20 mila euro l’anno.
Ecco perchè i risultati ottenuti recentemente dall’Agenzia delle entrate di Attilio Befera, con un recupero di 10 miliardi di imposte evase nel 2010, per quanto importanti, non sono che una goccia nel mare.
Tanto più perchè è il sistema a essere profondamente marcio. Esclusivamente, va detto, per tornaconti elettorali e responsabilità di una classe politica miope e incapace.
Ispezioni (e scorte)
Prendete gli studi di settore. Sono un’invenzione di metà anni Novanta per evitare la minimum tax che voleva Giuliano Amato.
Di fatto, è un patto scellerato fra l’amministrazione fiscale e i lavoratori autonomi, elettori considerati evidentemente molto preziosi. Ai quali il Fisco dice: puoi evadere fino a quel punto.
Se lo superi, ti veniamo a controllare.
Una scelta in qualche modo obbligata, visto anche la scarsità di mezzi per eseguire i controlli. Basta dire che la Guardia di finanza, forte di 65 mila effettivi, deve assicurare anche una quota dell’ordine pubblico (avete visto i finanzieri con i blindati alle manifestazioni) e delle scorte ai politici e agli alti burocrati statali.
Carabinieri e poliziotti da soli non ce la fanno: nella sola città di Roma, ha raccontato il Messaggero , ci sono 2 mila persone sotto tutela.
E per ognuna delle cinquanta volanti addette alla sicurezza dei cittadini, circolano nella capitale 400 (quattrocento) auto blu di scorta.
Va da sè che in un sistema del genere si annidano anche illegalità di ogni genere. Come quelle dei 100 mila lavoratori autonomi, ha rivelato Roberto Ippolito nel suo libro «Evasori» pubblicato tre anni fa da Bompiani, che scontano l’acquisto di beni strumentali senza però averli fisicamente.
Si parla di 3.329 ristoranti senza cucina o tavoli, 480 farmacie senza scaffali, 555 lavanderie senza lavatrici e perfino 137 tassisti senza il taxi.
Insomma, in un mondo perfetto gli studi di settore non dovrebbero esistere. Anche perchè in qualche caso riescono a essere perfino vessatori.
Il fatto è che il nostro è un mondo altamente imperfetto: diversamente non ci troveremmo in questa situazione.
Nel regno dell’ingiustizia fiscale ha poi un posto di rilievo una burocrazia assurda, che alimenta anche la corruzione.
Basta pensare ai 68 adempimenti e 19 uffici in media da contattare per aprire un’attività in Italia: dove, dice la Confartigianato, sono appena 112 su 8.101 i Comuni in grado di consentire a un imprenditore lo svolgimento di tutte le pratiche online, senza doversi fisicamente recare allo sportello.
Per non dire dell’impunità .
Nel Paese europeo a più elevato tasso di evasione non c’è neanche un detenuto in carcere con quell’accusa. Invece negli Stati Uniti, dove non pagare le tasse è considerato un reato molto serio, fra il 2000 e il 2007 hanno varcato la soglia di una galera federale 11.691 persone. Detenzione media: 30 mesi.
L’oro del Canton Ticino
Come stupirsi allora che oltre al record dell’evasione l’Italia detenga pure quello, altrettanto poco invidiabile, dell’esportazione illecita dei capitali?
Ma se è vero, come sempre ripete la Corte dei conti, che i condoni sono il più grande incentivo per l’evasione, gli scudi fiscali non sono forse il miglior viatico per la fuga dei capitali?
Dopo il primo «scudo» del 2001-2003 l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti annunciò su questo giornale tolleranza zero verso gli spalloni. Prefigurando perfino l’installazione di telecamere alla frontiera con la Svizzera.
Sei anni dopo, ecco invece un nuovo scudo fiscale, che ha consentito di regolarizzare una somma addirittura superiore a quella del 2001-2003, cioè 104 miliardi di euro contro una settantina.
Denari di proprietà per il 66% di cittadini residenti in Lombardia e per il 58% depositati nei caveau delle banche svizzere.
Delle due l’una: o quei soldi non erano rientrati con il primo «scudo», oppure le minacce non hanno affatto dissuaso gli esportatori.
Nè tanti quattrini, ripuliti quasi gratis, hanno alleviato le difficoltà dell’Italia.
A dispetto di quello che aveva dichiarato Tremonti il 16 dicembre 2009: «È una colossale manovra di potenziamento della nostra economia, mai verificatosi per un Paese, dato dal fatto che capitali che erano fuori tornano in Italia e servono per tenere aperte le imprese, non licenziare, gestire i rapporti fra creditori e debitori».
Per giunta, con la crisi la fuga dei capitali è ripresa alla grande.
Se è vero, come dicono voci attendibili, che le cassette di sicurezza delle banche elvetiche hanno fatto il pieno di beni e valori provenienti dal Bel Paese.
Nel solo mese di settembre hanno preso la strada del Ticino 13 tonnellate d’oro provenienti dall’Italia. Paolo Stefanato ha scritto sul Fatto Quotidiano che l’Associazione banche ticinesi «stima in 130 miliardi di euro i fondi neri depositati da soggetti italiani in Svizzera».
Ma c’è pure chi parla di somme molto superiori: 300 miliardi, forse più.
Che sono fuori dalle nostre frontiere e lì resteranno, a meno di qualche miracolo. Per esempio, un nuovo elenco di depositi made in Italy sul modello di quei 5.439 contenuti nella lista sottratta alla filiale ginevrina della Hsbc dall’ex dipendente Hervè Falciani.
La Guardia di finanza ha accertato un’evasione di 180 milioni soltanto per 774 di quei patriottici correntisti: oltre metà lombardi. E poi dicono che gli italiani sono sempre più poveri…
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 7th, 2012 Riccardo Fucile
CALDEROLI SU MONTI HA PROPRIO SBAGLIATO STRATEGIA, ACCUSANDOLO DI AVER MANGIATO IL COTECHINO A FINE ANNO…PER FAR DIMENTICARE ALLA BASE LEGHISTA IL NULLA COMBINATO A ROMA DAI DEPUTATI DEL CARROCCIO, E’ INUTILE TIRARE PETARDI CHE POI TI ESPLODONO IN MANO
Non conosco personalmente Calderoli e non avete idea di quanto ne soffra: quell’uomo è a conoscenza di segreti, riguardo alla scelta degli abiti e degli aggettivi, che temo mi resteranno preclusi per sempre.
Se però avessi confidenza con lui, gli direi che su Monti sta sbagliando strategia.
Accusare il premier di aver mangiato il cotechino di san Silvestro a Palazzo Chigi con la sua famiglia di noti trasgressivi è stato un errore.
E non solo perchè ha offerto il destro al perseguitato di prendere elegantemente per i fondelli il persecutore, fornendo la lista dei negozi in cui la moglie aveva fatto la spesa.
Molto più grave, dal punto di vista di Calderoli, è che la rivelazione sulle gozzoviglie montiane non avrà indotto i patrioti padani a scandalizzarsi, ma a riflettere sulla circostanza che, da buon lumbard, Monti aveva lavorato anche l’ultimo dell’anno.
Capisco che per scaldare la base leghista e farle dimenticare il nulla combinato a Roma dai suoi rappresentanti sia necessario tirare petardi contro il nuovo governo.
E’ la mira che mi sembra scentrata.
Di questo presidente del Consiglio si potrà dire che è un tecnocrate, che è il genero preferito dai tedeschi, persino che appartiene a una setta di banchieri o di vampiri, ammesso sia ancora possibile cogliere la differenza.
Ma fare le pulci alla sobrietà di Monti è come esplorare il cotè razzista di Obama: vano esercizio retorico.
Specie se a farle, le pulci, è uno che ha condiviso l’avventura politica e stilistica di Berlusconi, accettando senza fare una piega che le auto di Stato venissero usate per scarrozzare le escort del sultano.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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