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COME DISTINGUERE I VERI RICCHI

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

ANCHE CHI GUADAGNA 4.000 EURO AL MESE DICHIARANDO IL GIUSTO NON POTREBBE PERMETTERSI CERTI LUSSI…IN GRAN BRETAGNA PER SENTIRSI RICCHI OCCORRE UN REDDITO DI   ALMENO 230.000 DOLLARI

Le brutte parole cambiano: fino a ieri inseguivano facce nere, gialle, marron per non parlare dei rom che “sporcano” le periferie.
Ma la crisi sbriciola gli isterismi inventati da chi considera pericolose le nuove presenze innocenti.
Con l’acqua alla gola cerchiamo bersagli concreti: ecco che “ricchi” e “banchieri “ diventano nemici dei popoli dalla cinghia stretta.
Per non parlare di manager il cui stipendio moltiplica per 500 la paga degli operai. Inevitabile la coda dei protettori politici.
Giorno dopo giorno la rabbia accompagna chi va al lavoro con l’ansia di trovare uffici e fabbriche ancora in piedi.
Sconsolazione che avvilisce chi bussa alle casse di risparmio matrigne: nessuna comprensione per i piccoli senza fiato.
I giornali diffidano; le televisioni insinuano.
Spiano i privilegi di manager nascosti nei paradisi della vergogna. Pettegolezzi che affogano nel rancore.
E Cortina, Capri, Porto Rotondo, le Maldive, i 4 mila euro a notte nel Mamoulia di Marrakech, insomma, quei posti lì, gonfiano solo un dubbio: quante tasse sopportano per godersela così?
Spunta nei giornali della provincia la lettera di un ingegnere di Verona, quadro aziendale di rispetto, figlie all’università , Bologna e Milano: spiega come non sia semplice capire chi è ricco e chi non lo è.
A volte i numeri fanno confusione.
L’ingegnere informa del suo stipendio: 4.130 euro, tredici mensilità . Sogno irraggiungibile per il 99,23 per cento dei contribuenti.
Proprio così: l’ingegnere appartiene alla fascia dorata degli italiani che raggiungono i centomila lordi l’anno. Pochissimi: appena lo 0,77 di chi paga le tasse.
Per le statistiche ufficiali il resto d’Italia è quasi all’elemosina.
Invece l’ingegner 0,77 ha una vita senza problemi: Lancia di 4 anni fa, vacanze nella Puglia dai prezzi contadini.
Pesano le figlie fuori casa e infastidiscono insidie poco considerate.
Esempio, nessun ticket per visite e medicinali: fascia di stipendio superiore, pagano tutto. “Vorrei sapere come fanno gli altri ricchi a vivere come noi non riusciremo mai. Non parlo di autolusso, anche le borse griffate restano l’illusione delle mie tre donne incollate alle vetrine. Come comprarle se valgono un mese di stipendio di un professore di liceo”. Eppure se le vetrine si accendono vuol dire che le borse si vendono.
A chi?
Il problema dell’Italia Duemila è ormai l’assenza di una classe da considerarsi media per la capacità  economica che la tradizione un tempo monetizzava nella cultura immaginata come assicurazione per il futuro.
Gli anni sono cambiati, l’ex borghesia precipita nelle classi grigie: impoverisce sull’orlo dello svanimento.
Poveri e semi poveri, da una parte; ricchi e nababbi in maschera dall’altra.
Si discute (con ipocrisia) se il blitz di Cortina sia il colpo di testa di chissà  quale populista o l’abitudine civile dei paesi civili.
Ma è certo che il termometro fiscale comincia a prendere in considerazione le disuguaglianze dei furbetti ai quali si restituiscono i nomi dimenticati: fuorilegge è la parola giusta.
Nelle società  ordinate i parametri sono precisi anche se Robert Frank, Wall Street Journal, conclude che la decisione del ritenere una persona ricca resta soggettiva: ricco è chi accumula più denaro di quanto gli serva per vivere senza problemi.
D’accordo, ma cosa gli serve?
Risposte inglesi: 145 mila dollari in tasca sembrano insufficienti ai fortunati di Londra; per sentirsi realizzati non vogliono andar sotto ai 230 mila.
Nel nostro paese nessun parametro serio e le polemiche diventano stravaganti: con l’Europa che trema sono impegnate a stabilire quanti euro è necessario ufficialmente “non” guadagnare per cavalcare auto di lusso senza polizie ficcanaso che rompano le scatole durante le vacanze.

Maurizio Chierici
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ROMA PIU’ VIOLENTA DI NAPOLI: ALLA CAPITALE LA MAGLIA NERA PER L’USURA

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

DAL RAPPORTO “LE MANI DELLA CRIMINALITA’ SULLE IMPRESE” EMERGE UNA CITTA’ MENO SICURA… NEL 2011 RAPINE AUMENTATE DELL’11%… OGNI GIORNO IN ITALIA 50 AZIENDE CHIUDONO A CAUSA DELLO STROZZINAGGIO

Roma è sempre più violenta. Tra omicidi, estorsioni, regolamenti di conti, usure e rapine, la Capitale è diventata una città  sempre meno sicura, più violenta di Catania, Palermo, Napoli o Reggio Calabria, capoluoghi a forte radicamento mafioso.
Va a Roma, inoltre, il triste primato di capitale dell’usura.
A lanciare l’allarme è Sos Impresa e Confesercenti nel XIII rapporto ‘Le mani della criminalità  sulle imprese’.
La rapina del 4 gennaio nel quartiere di Tor Pignattara ha inaugurato il 2012 “confermando lo stato di emergenza sicurezza in cui versa Roma, da almeno cinque anni. La lunga scia di sangue dell’anno appena conclusosi ha contato 20 sparatorie e 30 omicidi. Più di quanti se ne siano verificati a Catania, Palermo, Napoli o Reggio Calabria”, denuncia il rapporto.
E a questi gesti eclatanti bisogna aggiungere il numero di altri reati, dall’omicidio alle lesioni, aumentati nel 2010 e nel 2011.
In particolare l’anno scorso le rapine a Roma sono aumentate dell’11% e “i principali obiettivi dei rapinatori sono diventati quegli esercizi commerciali che non possono contare su forme di controllo quali vigilanti o casseforti, o che non pagano il pizzo”. Dal rapporto, poi, emerge che “la violenza investe le periferie e le borgate, ma anche il centro storico e quartieri più ricchi come Prati, l’Eur e i Parioli.
“Sicuramente la lunga scia di sangue – rileva Sos Impresa – non può essere imputabile ad un’unica regia criminale. Probabilmente ci troviamo di fronte ad organizzazioni diverse che si contendono il ricco territorio della Capitale”.
A Roma, poi, “malgrado le rassicurazioni e le firme di patti di vario genere, l’ondata di conflitti a fuoco non accenna a smorzarsi e la paura cresce tra tutti gli strati sociali. A questo bisogna aggiungere la scarsità  di uomini e mezzi in dotazione delle forze dell’ordine”.
Infine, sul fronte dell’usura, il Lazio e la Capitale sono tra i più colpiti dal fenomeno. Secondo Sos Impresa sono circa 28mila (pari al 32%) il numero di commercianti del Lazio coinvolti in fatti usurai. Roma, in particolare, “è da decenni il luogo per eccellenza dell’usura”.
L’usura costringe alla chiusura 50 aziende al giorno e ha bruciato in un anno circa 130mila posti di lavoro, denuncia il rapporto che sottolinea come il fenomeno, ”alimentato dalla crisi economica”, assuma dimensioni sempre più preoccupanti: i commercianti vittime sono 200mila, ma le posizioni debitorie sono almeno il triplo, e il numero degli strozzini è lievitato da 25mila a oltre 40mila.
Sono 190mila le imprese che negli ultimi tre anni hanno chiuso i battenti per debiti o usura: l’indebitamento medio delle imprese ha raggiunto i 180mila euro, quasi raddoppiato nell’ultimo decennio, e continuano a crescere anche i fallimenti, che dopo il +26,6% del 2009 hanno raggiunto il +46% nel primo trimestre del 2010, con un trend che farà  superare largamente le 12mila chiusure.
In soffitta o quasi la figura del vecchio ‘cravattaro’ crescono gli usurai dalla faccia pulita, ”dalle società  di servizi e mediazione finanziaria a reti strutturate e professionalizzate, fino a soggetti legati a organizzazioni mafiose”.
Ed è proprio questo, denuncia il rapporto, il cambio di mentalità  più allarmante: ”Molti boss non considerano più spregevole tale attività , anzi il titolo di usuraio mafioso si inserisce compiutamente in quell’economia corsara, immensamente ricca e altrettanto spregiudicata, priva di regole e remore”.
La ‘Mafia spa’ muove un fatturato che si aggira intorno ai 140 miliardi di euro, con un utile che supera i 100 miliardi, al netto degli investimenti.
Una sorta di grande ‘holding economica’, insomma, sottolinea Confesercenti.
“Si parla di ‘Mafia spa’, come l’abbiamo ribattezzata nel 2006, per fare riferimento alla grandezza e alla potenza economica delle organizzazioni criminali – spiega Lino Busà , presidente di Sos Impresa – e quest’anno diamo un dato in più: 65 miliardi di liquidità  in possesso di questi clan. In un momento in cui non c’è liquidità  per nessuno, le mafie hanno grandi disponibilità . Risorse che vengono investite in continuazione, con una crescita enorme del patrimonio mafioso”.
Il solo ramo commerciale della criminalità  mafiosa sfiora i cento miliardi di euro, pari a circa il 7% del pil nazionale.
Una massa enorme di risorse che, ogni giorno, vengono trasferiti dai commercianti ai malavitosi. In Italia le imprese subiscono quasi un reato a minuto, per un totale di 1.300 reati al giorno.
“Il fenomeno è molto ampio, va al di là  del commercio. Abbraccia il mercato di produzione, a volte in modo quasi completo, come in alcune regioni del sud, ma anche in molti territori del settentrione. Solamente l’usura, che spesso viene considerata un ‘reato minore’, ha il controllo di duecentomila imprenditori italiani, osserva Marco Venturi, presidente di Confesercenti. La mafia oggi si fa impresa, agisce su più livelli e in modo trasversale rispetto alle componenti della società “.

(da “La Repubblica”)

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MILLE GIORNI PER UNA LITE CON IL FISCO

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

IN QUATTRO CASI SU DIECI VINCE IL CONTRIBUENTE… IN UN ANNO I NUOVI CONTENZIOSI SONO PARI A UNA MANOVRA: 34 MILIARDI DI EURO

Ogni volta che un contribuente ritiene illegittimo o infondato un atto emesso dal Fisco nei suoi confronti, ad esempio un avviso di accertamento o un una cartella di pagamento, può opporsi e fare ricorso.
Inizia così un contenzioso con l’Agenzia delle Entrate, un processo che in media dura 987 giorni. Ma l’odissea contro il Fisco può superare i 4 anni quando la controversia arriva in Cassazione, cioè fino all’ultimo grado di giudizio.
Forse è per questo motivo che, nel corso degli anni, le liti si sono accumulate davanti alle Commissioni tributarie e oggi i ricorsi pendenti ammontano a 743.876.
Un numero enorme, che non tiene però conto della definizione delle controversie minori, quelle fino a 20 mila euro, che l’Agenzia delle Entrate stima in circa 120 mila.
Soltanto nel 2010 sono stati presentati ricorsi per 34,3 miliardi di euro: quanto una manovra fiscale.
Dentro c’è un po’ di tutto: persone fisiche e società .
Il grosso delle liti (430.928) è fermo presso le Commissioni tributarie provinciali (Ctp), gli organi di primo grado, contro cui si può fare appello davanti alle Commissioni tributarie regionali (Ctr), che devono smaltire 104.282 casi.
A questi si aggiungono 176.432 ricorsi presso le Commissione tributarie centrali (Ctc), che fino a vent’anni fa rappresentava il terzo grado di giudizio per il contenzioso fiscale, poi soppresso nel ’92.
Oggi alle 21 Ctc regionali sono state riassegnati i procedimenti pendenti, per accelerare lo smaltimento del pesante arretrato.
L’arretrato si accumula perchè i tempi per dirimere le controversie sono lunghi: una Commissione tributaria provinciale impiega 823 giorni in media per arrivare a sentenza, mentre l’appello richiede in media 617 giorni.
In alcuni casi specifici, le sentenze di 2° grado possono essere impugnate davanti alla Cassazione (32.225 le liti tuttora pendenti) e qui i tempi si dilatano fino a 1.521 giorni.
«I tempi davanti alle Commissioni tributarie sono lunghi perchè il numero delle controversie è molto alto. Ma stiamo lavorando per ridurle. È l’obiettivo primario dell’Agenzia. Se diminuisce il contenzioso, aumenta la qualità  del risultato», spiega Vincenzo Busa, direttore centrale Affari legali e contenzioso dell’Agenzia delle Entrate.
E cita con soddisfazione un indice di vittoria nel 60% dei casi da parte del Fisco nel 2011. Come dire: ogni volta che un ricorso è arrivato a sentenza, l’anno scorso lo Stato ha avuto ragione 6 volte su 10. In miglioramento rispetto al passato. E la percentuale di vittoria aumenta al 71% se si considerano gli importi contestati. «Significa che la nostra attività  non è temeraria, pretestuosa e vessatoria, come qualcuno sostiene, ma legittima e qualitativamente corretta», aggiunge il manager.
I numeri dicono che qualcosa si muove anche sul fronte dell’arretrato. «Stiamo facendo passi avanti. Quest’anno il numero dei ricorsi è diminuito del 17% rispetto alla fine del 2010 e per la fine del 2012 ci auguriamo che si arrivi a una flessione almeno doppia, diciamo almeno a un 30% di liti in meno».
Una delle chiavi per tagliare i tempi della giustizia tributaria è la drastica riduzione del micro contenzioso, molto diffuso.
La definizione agevolata della manovra correttiva dello scorso luglio ha permesso di chiudere 120 mila liti pendenti con il Fisco.
La scommessa è sulla mediazione, il nuovo istituto obbligatorio per le liti fino a 20 mila euro, che entrerà  in vigore dal 1 aprile. Rappresenta «un’opportunità  molto importante sia per i contribuenti che per le Entrate», valuta Busa, sapendo bene che «la partita ora si gioca sulle nuove controversie».
L’Agenzia delle Entrate avrà  90 giorni di tempo per risolvere una controversia che accede alla mediazione. Se non lo farà , il contribuente avrà  diritto di rivolgersi alla Commissione tributaria provinciale. «E noi faremo di tutto per evitare un rinvio alla Ctp».
Ma Claudio Siciliotti, presidente del consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, dubita che la mediazione risolverà  i problemi del contenzioso fiscale italiano. «Riguarda solo cause di una certa entità  e inoltre si fa davanti all’Agenzie delle Entrate, che è una delle parti in causa. Sarebbe stato meglio un organismo terzo, indipendente», afferma.
E indica la sua soluzione: «La materia richiede un ripensamento. Per far funzionare la giustizia tributaria in modo efficiente, abbiamo bisogno di personale specializzato, con formazione continua, visto che le norme sono in continua evoluzione. Oggi invece abbiamo soltanto giudici distaccati alle funzioni tributarie. Il vincolo delle incompatibilità , comprensibile sulla carta, finisce inoltre per escludere molti professionisti esperti dalla possibilità  di collaborare con le Commissioni».
Finchè non ci sarà  una magistratura specializzata sarebbe «improponibile» ipotizzare di velocizzare il contenzioso tagliando i gradi di giudizio. Si taglierebbero i tempi, ma si correrebbe il pericolo di giudizi inappellabili non sempre accurati. E a pagare sarebbe sempre il contribuente, argomenta Siciliotti, che legge l’indice di vittoria dei ricorsi pro domo sua. Davanti alle Commissioni provinciali i contribuenti hanno ragione 4 volte su 10. Un margine di errore troppo alto per rischiare.

Giuliana Ferraino
(da “Il Corriere della Sera“)

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COME MONTI A FEBBRAIO VUOLE CAMBIARE LA RAI

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

NEL PROGETTO UN DIRETTORE GENERALE CON PIENI POTERI E UN CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE RIDOTTO… MONTI AGIRA’ IN TEMPI BREVI MA EVITERA’ IL COMMISSARIAMENTO

“A gennaio la testa sarà  da un’altra parte. Il 20 c’è il Trilaterale, alla fine del mese il vertice europeo. Ma dopo il 30 ogni giorno è buono per una riforma della Rai”.
Al presidente Paolo Garimberti, che lo ha salutato nello studio di “Che tempo che fa” domenica pomeriggio, Mario Monti ha fornito qualche precisazione sui tempi dell’intervento del governo sulla tv pubblica.
Ma “a giorni”, dicono a Palazzo Chigi, il dossier “Viale Mazzini” sarà  sulla scrivania del premier e del ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera per la scrittura di nuove regole di nomina del consiglio di amministrazione e soprattutto del direttore generale per il quale cambieranno radicalmente i poteri.
Diventeranno pienamente operativi sul modello dell’amministratore delegato.
I tempi insomma potrebbero anche essere più brevi. Il governo lavora sulla Rai ormai da settimane.
Ha già  tolto dal tavolo l’idea del commissariamento dell’azienda. Può restare come spauracchio se i partiti rinunceranno a collaborare.
Ma non ci sono gli elementi per un’iniziativa amministrativa nel caso della Rai. E Monti non vuole mettere le dita negli occhi alla politica che vede l’amministrazione straordinaria come una tragedia.
Ciò non significa che la presa dei partiti sull’azienda non sia destinata a un ridimensionamento.
“Anzi. Più della governance il nostro obiettivo – spiegano a Palazzo Chigi – è separare la politica dall’azienda”.
Si lavora perciò a una decisa sforbiciata del numero dei consiglieri di amministrazione sul modello di quello che è stato fatto con il decreto salva-Italia per l’Authority. All’Agcom, per esempio, i membri passeranno da 8 a 4: una riduzione drastica.
Per la Rai si pensa a un taglio altrettanto netto, approfittando della scadenza imminente dell’attuale Cda (28 marzo).
Oggi i consiglieri sono 9, potrebbero diventare 3-4.
Visto che al Tesoro, azionista quasi al 100 per cento, ne tocca uno, è una pesante cura dimagrante per la politica.
“In un’epoca di tagli e di crisi economica, la riduzione del cda è un passo necessario anche sulla strada del risparmio”, dicono negli ambienti vicini al premier.
Ma l’intervento determinante sarà  sulla figura-chiave dell’amministratore delegato chiamato a sostituire la figura del direttore generale.
Dev’essere un supermanager, un vero capo azienda con margini operativi assoluti, che non prevedano un passaggio settimanale dal vaglio del cda.
E i partiti difficilmente potranno tirarsi indietro.
Sia nella proposta di riforma del Pd che nel progetto di legge firmato da Alessio Butti (Pdl) si istituisce la figura dell’amministratore unico.
Su questo punto i poli potranno fare le barricate per difendere la legge Gasparri?
Il passaggio con i leader di partito sarà  fondamentale per portare all’approdo la riforma della governance annunciata ieri ufficialmente dal sottosegretario alla presidenza Antonio Catricalà .
Prudentemente, è stata esclusa l’ipotesi privatizzazione, la strada maestra secondo il premier.
Ma diventerebbe terreno di scontro.
E avrebbe un cammino complicatissimo, molto più lungo di poche settimane.
Per modificare i criteri di nomina e i poteri del Ceo è invece sufficiente un disegno di legge di pochi articoli.
“In tutti i paesi europei esiste una televisione pubblica – sottolinea Claudio Cappon, ex direttore generale della Rai e oggi vicepresidente dell’Uer, l’unione dei broadcasting continentali – Anche in Portogallo il progetto di privatizzazione, varato in seguito alla crisi economica, è stato ritirato”.
La vendita di una o più reti Rai è dunque un problema che verrà  affrontato in seguito, semmai potrà  essere gestito dall’amministratore unico. “Ma il servizio pubblico è come il soldato Ryan – dice Cappon – : per salvarsi deve meritarselo”.
La reazione del centrodestra è poco incoraggiante.
Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto invitano l’esecutivo a lasciar perdere: “Non è materia di sua competenza”. Tutte le riforme del passato però sono stato promosse dai governi. Legge Gasparri compresa.
Sulla carta il governo conta sul sostegno pieno di Pd e Udc.
Va verificato anche il contraccolpo che le voci avranno sull’azienda e sui suoi vertici. Il direttore generale Lorenza Lei lavora a un nuovo piano industriale e vorrebbe presentarlo all’inizio di marzo.
Per allora dovrebbero esserci già  le nuove regole e forse l’identikit del nuovo supermanager chiamato a guidare Viale Mazzini.
A gennaio un banco di prova per l’attuale struttura è la decisione sul nuovo direttore del Tg1.
Ma il premier Monti ha deciso: alla Rai si cambia.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)

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COSENTINO: IL CENTRO COMMERCIALE CHE INCHIODA NICK ‘O MERICANO

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

NEGLI ATTI DEL RIESAME LA RICOSTRUZIONE DEI RAPPORTI CON GLI IMPRENDITORI DEL CLAN DEI CASALESI

È il 2006 quando Giovanni Lubello viene intercettato mentre parla della nascita del futuro centro commerciale di Casal di Principe. Dice che è già  tutto previsto e organizzato, dai bar ai parcheggi e scorrendo le 181 pagine del Tribunale del Riesame di Napoli, si scopre che persino sul calcestruzzo, la camorra, s’era già  mossa da tempo.
Giovanni Lubello è considerato un “referente” del clan dei casalesi e in quell’intercettazione già  adombra l’intreccio tra camorra e politica.
E la politica, a Casal di Principe, porta soprattutto il nome di Nicola Cosentino. Da quest’intercettazione nasce l’inchiesta condotta dai pm napoletani Antonello Ardituro, Francesco Curcio ed Henry John Woodcock, che hanno chiesto l’arresto di Cosentino per corruzione aggravata dal metodo mafioso.
Richiesta convalidata dal gip e anche dal Tribunale del Riesame.
Il centro commerciale non vedrà  mai la luce, ma una miriade di atti pubblici confermano l’attività  degli imprenditori e un pubblico ufficiale che, secondo l’accusa, bluffando sin dall’inizio, riescono a incassare autorizzazioni e finanziamenti. L’imprenditore Nicola Di Caterino, con i cognati Cristiano Cipriano e Luigi Corvino, secondo l’accusa, erano però “formalmente estranei all’operazione”: “Ad avere diretti interessi nella realizzazione dell’opera era il clan dei casalesi”.
L’avallo di Cosentino si manifesta nella parte finale — il finanziamento di Unicredit – di un progetto che, però, si rivela criminale sin dall’inizio.
A partire dal terreno sul quale sarebbe nato il centro: “è stato possibile appurare — si legge negli atti — che Di Caterino ha indebitamente minacciato di utilizzare l’arma dell’esproprio per convincere i proprietari alla vendita o assicurarsi condizioni più favorevoli”.
Dopo le minacce d’esproprio arriva un atto illegittimo del Comune: il permesso di costruire rilasciato dal Comune di Casal di Principe, a firma di Mario Cacciapuoti, nonostante “buona parte dei terreni non erano ancora nella proprietà  della società  Vian srl”.
La Vian srl è la società  interessata al progetto. Cacciapuoti è un dipendente comunale che deve dare il via libera ma, proprio in quel periodo, teme di essere trasferito.
Scrive il Riesame: “Galeotto fu il suo desiderio di essere riconfermato nell’incarico. Attraverso Lubello entrò in contatto con Cristiano, Di Caterino e il resto della banda”. Cacciapuoti dice: “Mi dovevo incontrare con Cosentino, alla fine non mi sono incontrato (…) mi hanno detto solamente che ci hanno parlato loro ed era tutto a posto. Qualche giorno dopo mi riconfermano nell’incarico”.
E nello stesso periodo dà  il via libera all’operazione.
Il Riesame precisa: “Gli atti contrari ai doveri d’ufficio posti in essere da Mario Cacciapuoti sono concreti e individuati . Non è necessario che Cosentino ne abbia conosciuto nei dettagli il contenuto, è sufficiente la consapevolezza che la riconferma di Cacciapuoti era collegata al suo ‘asservimento’ nella vicenda del centro commerciale”.
Negli atti si leggono molte deposizioni di “pentiti” del clan: “So bene cosa sia il centro commerciale — dice Raffaele Piccolo ai pm —(…) gli esponenti del clan mi dicevano che a livello più alto per far arrivare i finanziamenti e i soldi, se ne occupava l’onorevole Nicola Cosentino”.
E Cosentino, con gli imprenditori che hanno bisogno del finanziamento, nel 2007 si presenta nella sede romana delll’Unicredit.
“Di Caterino — si legge negli atti — (…) è stato lungamente impegnato in una difficile ricerca di credito, indispensabile per dare parvenza di legalità  a un’operazione che doveva consentire l’impiego di patrimoni mafiosi”.
Presenta persino una falsa fideiussione bancaria del Monte dei Paschi di Siena, ma il finanziamento si sblocca soltanto dopo il suo arrivo in banca con Cosentino. Sulla base di quella falsa fideiussione, l’imprenditore ottiene 8 milioni per acquistare i terreni del centro commerciale, quelli ottenuti minacciando espropri e che, nell’intercettazione che ha dato il via all’inchiesta, erano già  spartiti per bar e parcheggi. Il funzionario Cristofaro Zara concede il finanziamento a “una società  priva di qualsivoglia sostanza patrimoniale e reddituale”.
E il finanziamento, cronologicamente, si sblocca soltanto dopo l’incontro dei funzionari bancari con Cosentino.
Le intercettazioni dimostrano l’interessamento degli imprenditori a portarlo in banca come il vero titolo di garanzia. Il parlamentare nega ogni addebito.
Non gli ha creduto il gip, nè il Riesame.

Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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COSENTINO, PRIMO VIA LIBERA ALL’ARRESTO: IN GIUNTA ALLA CAMERA 11 SI’ E 10 NO

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

FALLITI I TENTATIVI DEL PDL DI RINVIARE LA DECISIONE… IL PARLAMENTARE E’ ACCUSATO DI ESSERE IL REFERENTE DEL CLAN DEI CASALESI

La Giunta per le Autorizzazioni della Camera ha approvato la richiesta di arresto avanzata dalla Procura di Napoli nei confronti di Nicola Cosentino. I sì sono stati 11, i no 10.
Il voto, inizialmente previsto per le 14, era poi stato rinviato alle 16.
Il deputato campano del Pdl è accusato dai magistrati di essere il referente politico del clan dei casalesi.
Il Pdl aveva a lungo cercato di rinviare la conta, sperando in un ripensamento della Lega, che ieri aveva annunciato di voler votare a favore dell’arresto, ma il tentativo è fallito. Conseguentemente è cambiato anche il relatore di maggioranza, compito che passa dal pidiellino Maurizio Paniz a Marilena Samperi, capogruppo del Pd in Giunta.
Relatore di minoranza è stata nominata invece Jole Santelli. Il radicale Maurizio Turco ha votato insieme al Pdl contro l’arresto di Cosentino.
Decisivo quindi come detto il sì dei due deputati leghisti Luca Paolini e Livio Follegot.
“Ho perplessità  sull’impianto accusatorio, che giudico claudicante, ma ho votato a favore dell’arresto perchè qui in Commissione io rappresento la Lega e ieri alla riunione della segreteria politica federale è stato deciso per il sì all’arresto”, ha chiarito Paolini.
Parole che non sono piaciute a Paniz. “Quando si tratta di decidere della libertà  individuale un parlamentare dovrebbe rispondere alla propria coscienza e non al partito”, ha replicato.
A fronte dei tentativi dilatori del Pdl Pierluigi Castagnetti, presidente della Giunta, è stato inamovibile nella scelta di chiudere oggi la pratica.
“Alle 16 si voterà  senz’altro – aveva messo in chiaro il parlamentare del Pd – e ho già  chiarito che saranno inammissibili altre richieste di rinvio sine die”.
“Perchè non ci siano equivoci nè strumentalizzazioni della decisione di rinviare alle 16 – ha rincarato – ho ritenuto di accogliere la richiesta di un collega, per ragioni assolutamente oggettive, che non aveva preso ancora visioni della documentazione arrivata ieri, anche se è ultronea alla nostra decisione”.
“Se qualcuno chiederà  un rinvio – era arrivato a dire Federico Palomba (Idv) – sono anche pronto a incatenarmi in giunta. Oggi si vota e basta. La giunta va presidiata perchè è suo dovere prendere una decisione, lo dobbiamo ai cittadini”.

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“I FONDI OFF-SHORE NON SONO DA PADANI”: LA BASE DELLA LEGA SCONVOLTA SUL WEB GRIDA “VERGOGNA”

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

SECOLO XIX: “PER ALCUNI SI TRATTEREBBE DI OPERAZIONI FUNZIONALI A INTERESSI CHE NULLA HANNO A CHE FARE CON LA PADANIA”… MARONI CHIEDE SPIEGAZIONI, MA NON LE OTTIENE… BELSITO NON RIESCE A MOTIVARE LA SCELTA, BOSSI LO DIFENDE

Divampa nella Lega il caso dei fondi elettorali investiti all’estero, ovvero del fiume di denaro che dai conti genovesi del Banco Popolare e della Banca Aletti sono finiti in Tanzania (4,5 milioni di euro), Norvegia ( 1 milione di euro), e a Cipro (1,2 milioni di euro), tradotti in titoli, valuta straniera e fondi di investimento.
La questione è finita al centro della riunione settimanale della segreteria politica in via Bellerio, presenti Bossi e Belsito.
Maroni ha sollevato la questione, battendo i pugni sul tavolo: praticamente lui ed altri non ne sapevano nulla e hanno chiesto conto di quelle operazioni finanziarie realizzate con soldi pubblici.
Per alcuni,   tali operazioni sarebbero funzionali a interessi che nulla hanno a che fare con la padania, bensì risponderebero a progetti i cui fili   sarebbero stati imbastiti dall’ex alleato Berlusconi.
In verità  Maroni di risposte non ne ha avute, Bossi ha cercato di liquidare il tutto come normali operazioni, mentre Belsito non sarebbe riuscito a fornire argomenti convincenti sulla ratio delle scelte finanziarie compiute.
Alla fine è stato tutto rinviato al Consiglio federale di fine mese, ma la rabbia padana è ormai esplosa sul web e Salvini se ne è fatto interprete già  ieri.
C’è chi chiede la testa del tesoriere Belsito, chi pretende spiegazioni, chi non ammette che “un partito diverso dagli altri possa essere uguale o peggiore”.
Insomma si è toccato un nervo scoperto di una Lega spaccata dove questa operazione sembra evidente che sia stata gestita in esclusiva dal “cerchio magico”, lasciando all’oscuro gli altri dirigenti maroniani.
E la scelta di Stati a rischio, con la presenza di promotori chiacchierati e relative provvigioni volanti non aiuta certo alla chiarezza dell’operazione, visto i precedenti poco fortunati del Carroccio.

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NAPOLI ESULTA, RIFIUTI VERSO L’OLANDA: COSTERA’ LA META CHE TRASFERIRLI IN PUGLIA

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

DAL CAPOLUOGO PARTENOPEO SALPERANNO 250.000 TONN. DI MONNEZZA DESTINAZIONE OLANDA DOVE SARANNO SMALTITI PER UN COSTO MEDIO DI 100 EURO RISPETTO AI 173 SPESI IN PASSATO

Operazione rifiuti al via.
La giunta guidata da Luigi De Magistris mette a segno un punto a favore con il carico della prima nave.
Dopo mesi di annunci, oggi al Porto di Napoli i camion hanno iniziato le operazioni per l’invio dei rifiuti in Olanda.
C’è di più: il risparmio di circa la metà  rispetto all’invio in Puglia.
Saranno 3.000 le tonnellate che salperanno dal capoluogo partenopeo, direzione nord Europa, in questo primo invio di prova.
Alle 16 arriva il primo carico, i giornalisti dietro le transenne, le autorità  assistono alla scena. Sono presenti il sindaco di Napoli, il vicesindaco Tommaso Sodano, Luigi Cesaro, presidente della provincia e i vertici dell’Asia.
Una giornata che segna anche la differenza con il passato quando la Sapna, la società  controllata dalla Provincia, firmava accordi con ditte che garantivano il trasporto e il conferimento in discariche in Sicilia, Emilia, Toscana e Puglia (ancora in corso i trasporti) a prezzi altissimi intorno ai 173 euro a tonnellata.
Un fiume di soldi che la società  della Provincia, l’ente guidato dall’indagato Luigi Cesaro, aveva speso per mantenere vivo il miracolo annunciato da Silvio Berlusconi.
Dal mese di gennaio a quello di maggio 2011 per il trasferimento di 69 mila tonnellate di rifiuti, la Sapna aveva speso 12 milioni di euro.
E non erano mancate le polemiche sui siti di smaltimento, le aziende di trasporto utilizzate.
Resta da comprendere, per l’italiano medio, come sia possibile che inviare i rifiuti in Olanda possa costare quasi la metà  che spedirli in Puglia. Ovvero quanto si è pagato fino a ieri:
Ma questo rientra nei misteri della gestione rifiuti della nostra classe politica.

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LA SECESSIONE DELLA LEGA COMINCIA DALLA TANZANIA

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

INVESTITI 7 MILIONI DEL CARROCCIO ALL’ESTERO, DALLA NORVEGIA ALL’AFRICA….MA I GIOVANI PADANI INSORGONO…I SEGRETI DI BELSITO

Gli immigrati? Devono restare in Africa.
Intanto i rimborsi elettorali incassati dalla Lega vanno in Tanzania.
Tra il 23 e il 30 dicembre scorsi — come ha scoperto il Secolo XIX — da un conto corrente riferibile al Carroccio sono partiti 7 milioni verso l’estero.
Tre le destinazioni: 4,5 milioni per un fondo in Tanzania, 1,2 milioni per un altro fondo a Cipro. I due Paesi non rientrano più tra i paradisi fiscali (Cipro era nella lista fino a pochi anni fa), ma qualcuno storce il naso vedendo i soldi dei finanziamenti pubblici espatriare mentre si chiede ai cittadini di investire in Italia.
Niente di illegale, però, fino a prova contraria.
Una terza fetta di un milione è salpata per la Norvegia: interessi del 3,5%, meno dei titoli pubblici italiani.
La vicenda ha creato un terremoto sui siti web dei giovani Lumbard dove i commenti furiosi non si contano.
Tipo: “Calderoli dove sei? Ti interessa soltanto il cotechino di Monti?”.
Lo scontro tra Umberto Bossi e Roberto Maroni rischia di deflagrare, perchè l’uomo che gestisce i conti della Lega e ne conosce i segreti è il genovese Francesco Belsito, fedele di Bossi: “La Lega ha molti conti, ma la firma è sempre la mia”, ha spiegato al Secolo XIX. Ma da dove arrivano i soldi? “Sono i rimborsi elettorali”.
La storia di Belsito dice molto della Lega di oggi.
Per questo quarantenne dal volto rotondo il “cerchio magico” ha fatto un miracolo: in poco più di cinque anni dalle piste da ballo delle discoteche genovesi è stato catapultato nel governo Berlusconi (sottosegretario alle Semplificazione).
Una parabola straordinaria per un giovanotto che nel 2006 accompagnava Alfredo Biondi in campagna elettorale: un po’ autista, un po’ segretario.
Qual’è il segreto di Belsito?
L’uomo dei conti della Lega ha ricoperto ruoli in società  e cooperative, diverse poi approdate alla liquidazione o al fallimento.
E il curriculum degli studi? Sul sito del governo c’era scritto: “Laureato in Scienze politiche”.
Nei documenti depositati alla Filse (finanziaria della Regione Liguria, un’altra poltrona del cassiere della Lega) risultava Scienze della Comunicazione.
Abbastanza per far dubitare gli avversari sulla laurea. Il neo-Sottosegretario rispose: “Le ho prese tutte e due, a Malta e a Londra”.
Alla segreteria dell’ateneo di Genova, competente per il riconoscimento delle lauree all’estero, la carriera universitaria di Belsito risultò “annullata”.
Di sicuro Belsito era il braccio destro di Maurizio Balocchi, a sua volta uomo dei conti della Lega.
Alla sua morte, Belsito ne diventò l’erede politico.
Con il sostegno del Senatùr, la marcia di Belsito procede tra poltrone e polemiche. Prima c’è la Filse. Poi Fincantieri che fa acqua da tutte le parti, ma per Belsito crea la poltrona di vice-presidente. Infine l’approdo al governo.
E comincia la lotta per la successione per Fincantieri: la Lega indica Alessandro Agostino, figlio del sindaco di Chiavari, leghista doc, delfino di Belsito, nel febbraio scorso condannato in appello a 4 anni per tentata concussione.
Le polemiche fermano la nomina. Il cassiere di Bossi non si scompone. Per lui non sono le prime rogne.
Un anno fa era finito nel mirino del sindacato di polizia Silp Cgil: la Porsche Cayenne in uso a Belsito veniva posteggiata al posto delle volanti della questura. Spiegò: “Sono stato minacciato”. Poi ecco il suo biglietto da visita emergere tra le carte di Ruby: “Non l’ho mai conosciuta”, rispose imperturbabile.
Chissà  se l’investimento africano porterà  fortuna alla Lega.
Nell’ultimo decennio le avventure finanziarie del Carroccio non sono andate a lieto fine, dall’operazione Bingo e a Credieuronord, la banca della Lega rilevata in extremis dall’amico Gianpiero Fiorani, il furbetto del quartierino.
Belsito non c’era, ma il filo rosso sembra ancora teso: i movimenti di denaro di Natale e Capodanno sono stati coordinati da Banca Aletti che fa capo al Banco Popolare (in cui è confluito anche l’istituto lodigiano).

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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