Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile
I CIE SONO AL LIVELLO PIU’ BASSO DA QUANDO SONO STATI ISTITUITI… SOLO IL 28% DEI RINTRACCIATI VIENE RIMPATRIATO, CONTRO IL 49% del 2003, SOLO 1 DENUNCIATO SU 5 VIENE ESPULSO DALL’ITALIA
È una macchina che non cammina.
Il complesso meccanismo di contrasto all’immigrazione irregolare, fatto di espulsioni, Cie e reato di clandestinità , non gira più a pieni regimi.
I numeri sono lì a dimostrarlo.
Flop delle espulsioni: oggi solo il 28% dei rintracciati viene rimpatriato, contro il 49% del 2003.
Bluff del reato di clandestinità : solo un denunciato su cinque viene espulso dal Paese.
Cie colabrodo: col 38% dei trattenuti effettivamente allontanati dall’Italia, si è raggiunto il livello più basso degli ultimi sei anni.
E così, salvo periodiche sanatorie, l’esercito degli irregolari ingrossa ogni anno le sue fila.
Stando agli ultimi dati Ismu, oggi in Italia vivono e lavorano 443mila immigrati senza permesso di soggiorno.
Il loro allontanamento dovrebbe avvenire o direttamente alle frontiere o dopo l’ingresso sul territorio italiano.
Che le armi contro di loro fossero spuntate già si sapeva, ma ora una ricerca del sociologo Asher Colombo, pubblicata dal Mulino, scatta una fotografia più completa e aggiornata della situazione.
Lo studio “Fuori controllo? Miti e realtà dell’immigrazione in Italia” sfata innanzitutto alcuni luoghi comuni sia sul fronte dell’accoglienza, che su quello della linea dura.
Si viene così a sapere che il nostro Paese ha collezionato dalla fine degli anni Settanta a oggi ben 12 sanatorie, regolarizzando 1 milione e 800mila immigrati.
Un record? No, rapportate alla popolazione italiana, le nostre sanatorie hanno avuto proporzioni inferiori a quelle della Spagna, Portogallo e Grecia e paragonabili a quelle realizzate in Francia e Austria negli anni in cui questi Paesi erano le destinazioni principali delle emigrazioni di massa.
Sul fronte opposto, si scopre come l’aver prolungato (nel luglio 2011) la durata massima di permanenza nei Cie a 18 mesi non rappresenta un’anomalia in Europa, visto che in molti Stati (in testa Gran Bretagna e Svezia) la durata prevista è illimitata. Insomma in materia d’immigrazione, pare che nessun Paese possa dare lezione agli altri.
Ma quello che più emerge dalla ricerca del Mulino è l’inefficacia della macchina italiana dei controlli. Frenano le espulsioni: il loro numero cresce infatti ininterrottamente fino al 2002 (superando quota 44mila), per poi calare e raggiungere poco più di 10 mila casi all’anno.
Oggi in Italia solo il 28% dei rintracciati in posizione irregolare viene espulso, contro il 49% del 2003.
Un calo dovuto in parte alla sentenza del 2004 della Corte costituzionale, che ha sbarrato la strada ai rimpatri senza un preventivo controllo da parte di un magistrato.
A inceppare la macchina repressiva è anche il nuovo reato di clandestinità .
All’elevato numero di denunce (quasi 20mila da agosto 2009 ad aprile 2010), non corrisponde infatti un numero altrettanto elevato di espulsioni.
Finora solo un denunciato su cinque ha ricevuto la sanzione dell’espulsione, ma per alcune nazionalità la quota scende ulteriormente.
È il caso dei cinesi, ucraini, egiziani, pakistani, ghanesi, ivoriani, per i quali al massimo il 15% dei denunciati ha ricevuto l’ordine di espulsione.
“L’introduzione di questo reato – scrive Asher Colombo – rischia di ingolfare le procure e non ha raggiunto uno degli obiettivi principali che si prefiggeva, quello di accrescere l’efficacia delle espulsioni”.
Infine i Cie: chi viene rinchiuso raramente torna in patria.
Nel 2009, quando le espulsioni effettive sono state pari al 38% dei trattenuti, si è raggiunto il livello più basso degli ultimi sei anni. Non solo.
I Centri fanno selezione: entrano con più probabilità gli immigrati irregolari facilmente espellibili perchè provenienti da Paesi con i quali esistono accordi di rimpatrio di buona qualità . Non solo.
C’è anche una lunga lista d’attesa: il numero di domande di trattenimento di irregolari presentate dalle questure che non hanno Cie sul proprio territorio è di gran lunga superiore ai posti disponibili.
Dal 2003 a oggi la quota di richieste non evase è stata non solo superiore alla metà , ma pari a tre quarti.
Si capisce allora perchè l’espulsione in Italia è diventata una sorta di roulette.
(da “la Repubblica“)
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Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile
LA PASSIONE DEL PRESIDENTE PER LE VACANZE A SPESE ALTRUI…SI E’ APERTO UN CONFLITTO AI VERTICI DI CL: DON CARRON E MONSIGNOR SCOLA CONTRO I FORMIGONIANI… GLI ARRESTATI PONZONI E DACCO’ NELL’ELENCO DEI BENEFATTORI
Chissà che cosa pensa don Julià¡n delle vacanze di Roberto Formigoni. 
Don Julià¡n Carrà³n è l’erede di don Luigi Giussani che da sette anni guida Comunione e liberazione.
I “ciellologi” sostengono stia ora tentando, assieme al cardinale di Milano Angelo Scola, di raddrizzare la rotta al movimento, dopo l’ubriacatura berlusconiana e gli scandali all’ombra del Pirellone.
L’ultimo colpo è stato l’arresto di Massimo Ponzoni, ex assessore del presidentissimo della Regione Lombardia.
Il ragioniere che curava i conti (piuttosto disastrati) delle società di Ponzoni, Massimo Pennisi, in una sua lettera-testamento scrive: “La stessa Immobiliare Mais ha pagato varie volte noleggi di barche e vacanze esotiche allo stesso Ponzoni e al suo capo Formigoni”.
Una società di Ponzoni dunque, la Immobiliare Mais, secondo il ragioniere avrebbe saldato il conto di barche e vacanze al “Celeste”.
Più che imbarazzante, se si dimostrasse vero: ma Formigoni ha smentito subito con decisione e ieri ha cinguettato su Twitter: Whoever wishes to delegitimize the political system of the Lombardy Region is deluding himself (Chiunque speri di delegittimare il sistema politico della Regione Lombardia sta deludendo se stesso).
Non può negare di essere salito sullo yacht di un altro arrestato, il faccendiere Piero Daccò: lo incastrano le foto.
Pantaloni bianchi, torso nudo o canottiera fucsia, il “Formiga” se la gode in buona compagnia, nel mare cristallino della Costa Smeralda.
E Daccò è il mediatore targato Cl accusato dalla Procura di Milano di aver fatto sparire nei suoi conti all’estero i soldi sottratti al San Raffaele di don Luigi Verzè.
E non c’è solo la barca del faccendiere che sussurrava a Formigoni.
C’è anche l’aereo di don Verzè.
Su quel velivolo il Celeste è volato a Saint Marteen, Caraibi.
Parola di Stefania Galli, fedele segretaria di Mario Cal, sventurato braccio destro di don Verzè: “Ricordo che una volta”, detta a verbale, “mi fu chiesto dal dottor Cal di prenotare un volo per Saint Marteen a bordo del quale ci sarebbero stato Daccò e Formigoni”.
Ci aveva provato, a non avere la tentazione di andare sulle barche degli altri. Nei primi anni del Duemila aveva la sua, 15 metri e due motori da 400 cavalli: Obelix, ormeggiata nel porto di Lavagna, in Liguria.
Oddio, non era proprio sua: in quanto membro dei Memores Domini, nucleo d’acciaio di Cl, ha fatto il voto di povertà , oltre che di obbedienza e di castità .
Era una barca comunitaria, Obelix, proprietà collettiva dei Memores.
Il vecchio proprietario, Adelio Garavaglia, l’aveva venduta nel 2002 a persone tutte del “Gruppo Adulto” di Cl: Fabrizio Rota, Alberto Perego, Alfredo Perico e Formigoni.
In più, c’era anche Oriana Ruozi, unica non appartenente ai Memores e moglie di Mazarino De Petro, braccio destro del presidentissimo (condannato e poi prescritto per le tangenti degli affari petroliferi Oil for food con Saddam).
Garavaglia aveva incassato 670 milioni di lire, 470 dichiarati e 200 in nero.
Il pagamento di Obelix è un’avventura.
Formigoni versa a Garavaglia 111 mila euro dai suoi conti: 10 mila nel gennaio 2002 con un assegno della Banca Popolare di Sondrio; 51 mila euro nel febbraio 2002 con un bonifico che parte dalla Banque Populaire d’Alsace; e 50 mila euro nel luglio 2002 con un altro assegno della Popolare di Sondrio.
Il resto lo paga De Petro un po’ alla volta, per lo più in contanti.
Racconta Garavaglia: “Ci incontravamo nei fine settimana a Lavagna, nei pressi della mia ex imbarcazione; io chiedevo a De Petro se avesse portato qualcosa per me, e lui tirava fuori dal suo borsello a tracolla mazzette di banconote tenute insieme da un elastico, sempre tra i 10 e i 15 mila euro per volta”.
In altre occasioni, Garavaglia incassava assegni, a volte intestati a nomi falsi (gli inesistenti Carlo Rossi e Giancarlo Rossi).
I Memores si affollano a portar soldi per pagare Obelix.
Alberto Villa, per esempio, versa 10 mila euro presi da una cassetta di legno che tiene sotto il letto. È “la mia esigua quota di partecipazione”, spiega al pm Alfredo Robledo.
Quando questi gli dice che dagli atti non risulta tra i proprietari, Villa cade dalle nuvole: “Apprendo solo in questa sede di non avere alcuna partecipazione nella proprietà dell’imbarcazione, ero convinto di esserne proprietario anch’io”.
Chissà se don Julià¡n Carrà³n sa queste cose.
Dicono che il suo programma sia ora quello di mettere al riparo Cl-movimento ecclesiale da Cl-Compagnia delle Opere-movimento economico e politico.
Ha addirittura minacciato di dimettersi e di tornarsene in Spagna: vedremo chi vincerà , tra l’erede spirituale di don Giussani e il presidentissimo dalle vacanze pericolose.
Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile
SONO LASCIATI MARCIRE O CON PROGETTI DI RICONVERSIONE: DIVENTATI RIFIUGI PER SBANDATI, DEPOSITO PER RIFIUTI, PALESTRE, PASTIFICI…MA LA PAROLA D’ORDINE E’ COSTRUIRE E FAR GIRARE SOLDI
Per la maggior parte si tratta di case mandamentali.
Istituti, che, secondo il Dap, “non rispondono alle reali esigenze del sistema penitenziario”.
Eppure due anni fa la Corte dei Conti si è espressa contro la decisione di chiuderle.
“Un’anomalia tutta italiana”, l’ha definita il ministro della Giustizia Paola Severino parlando dei 28mila detenuti in attesa di giudizio rinchiusi nelle patrie galere.
Durante la presentazione del suo decreto legge, che fra le altre cose prevede la custodia nelle camere di sicurezza delle persone in attesa di processo per direttissima, il Guardasigilli ha ribadito la necessità di agire “tempestivamente” e “senza tentennamenti”.
Eppure c’è un altra anomalia ancora più assurda che andrebbe presa di petto: in Italia ci sono almeno cento penitenziari, inutilizzati, che marciscono abbandonati a se stessi. Oppure, quando va bene, vengono riconvertiti e riutilizzati nei modi più disparati e fantasiosi.
Come ad Accadia, un piccolo paesino di montagna in provincia di Foggia, dove hanno in progetto di trasformare il vecchio carcere nel primo centro italiano di produzione di idrogeno da energia rinnovabile.
Un caso isolato? No.
A Monopoli per esempio l’ex prigione è stata per anni dimora abusiva degli sfrattati, a Cropani, in provincia di Catanzaro, la casa mandamentale è stata trasformata dal sindaco in deposito per la raccolta differenziata e archivio del Comune.
Ad Arena, a due passi da Vibo Valentia, la struttura ospita una onlus, mentre a Petilia, vicino a Crotone, l’edificio diventerà la nuova caserma dei Vigili del fuoco.
A Frigento, in Irpinia, i muri delle celle sono stati abbattuti per farne una palestra e una piccola fabbrica.
Pochi chilometri più a sud, a Gragnano, la vecchia casa circondariale diventerà un pastificio.
Nessuno sa, invece, che fine farà l’istituto di Villalba, in provincia di Caltanissetta, abbandonato dal 1990 e scelto lo scorso anno come set per il film “Pregate, fratelli”.
Si tratta per la maggior parte di case mandamentali, i vecchi istituti di custodia degli imputati a disposizione del Pretore o condannati all’arresto per non oltre un anno. In tutto novanta strutture, che oggi potrebbero rivelarsi utilissime alla luce delle nuove disposizioni del Guardasigilli e, soprattutto, del sovraffollamento cronico dei penitenziari italiani.
Eppure per Franco Ionta, capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, “le case mandamentali costruite nei decenni scorsi non rispondono alle reali esigenze del sistema penitenziario.
Quando se ne parla si ignora che sono state cedute al demanio già all’inizio del 2000, spesso senza essere mai utilizzate perchè antieconomiche”.
Insomma, quegli istituti sarebbero inutili. Ma non tutti sono d’accordo.
Non lo è l’Associazione Antigone, che nel report 2011 sul sistema carcerario italiano include molte case mandamentali nell’elenco delle carceri ‘fantasma’ segnalate in Italia. E non lo è neppure la Corte dei Conti, che già due anni fa bocciava la decisione di chiuderle, specificando che la valutazione costi-benefici del ministero avrebbe dovuto comprendere anche “la comparazione tra gli aspetti negativi connessi alla conservazione della funzione penitenziaria degli istituti in questione e le conseguenze, altrettanto e forse ancor di più, negative scaturenti dal sovraffollamento delle carceri”.
In altre parole: viste le condizioni dei penitenziari italiani, forse era il caso di tenere ancora in piedi quelle strutture o, quanto meno, di recuperarle.
Anche perchè, quando è successo, i risultati sono stati evidenti.
Come a Spinazzola, in Puglia, dove la riconversione della casa mandamentale a centro di custodia per sex offenders ha avuto talmente tanto successo da scatenare le ire di detenuti, poliziotti, associazioni, e anche deputati alla notizia della decisione del Ministero di sopprimerla.
Ma nella politica carceraria italiana non c’è spazio per il recupero.
La parola d’ordine è solo una: costruire. E far girare soldi. Una montagna di soldi.
Oltre tremila miliardi di euro negli ultimi trent’anni, buona parte dei quali appaltati con gare segretate.
È il caso, ad esempio, dei nuovi penitenziari sardi, la cui costruzione fu assegnata con gara informale direttamente dal Siit (Servizi integrati infrastrutture e trasporti) di Lazio, Abruzzo e Sardegna.
Era il dicembre 2005 e fino a quattro mesi prima a capo della struttura c’era Angelo Balducci, poi nominato presidente del Consiglio Superiore dei lavori pubblici. Eppure, tre dei quattro nuovi istituti furono affidati comunque a imprenditori finiti con lui nell’inchiesta sulla cricca dei lavori del G8 della Maddalena: la Anemone Costruzioni srl per il carcere di Sassari, la Opere Pubbliche spa per quello di Cagliari, e la Gia. Fi. per Tempio Pausania.
Tre appalti da duecento milioni di euro, che avrebbero dovuto portare sull’isola carceri nuovissime e ultramoderne già un anno fa.
E invece se tutto va bene i cantieri si chiuderanno per la fine del 2012.
Quando, cioè, dovrebbe essere finalmente raggiungibile anche il penitenziario di Reggio Calabria: una struttura all’avanguardia, se non fosse che dopo anni di lavori ci si è accorti che manca la strada d’accesso e i detenuti in carcere non possono neppure arrivarci.
Una storia grottesca almeno quanto quella di Gela e Rieti.
Qui le strade ci sono e le carceri hanno aperto, ma interi padiglioni nuovissimi costati milioni di euro sono ancora sigillati, e i detenuti ammassati in spazi ristrettissimi.
Il motivo? Mancano agenti di polizia.
Nessuno ci aveva pensato.
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Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile
SMENTITA LA TESI DEI MERIDIONALI “FURBETTI” CHE VANNO AL NORD E POI SI FANNO RIMANDARE NELLE REGIONI DI ORIGINE…LOMBARDIA E VENETO SONO AL DI SOTTO DELLA MEDIA NAZIONALE
Insegnanti più stabili al Nord e “ballerini” al Sud. 
I dati messi a disposizione dal sito del ministero “Scuola in chiaro”- il link lanciato dal ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, per consentire alle famiglie di scegliere con maggiore consapevolezza la scuola dove iscrivere i propri figli – smontano un luogo comune sui docenti meridionali in “missione” al Nord e consegnano agli italiani un’altra verità : della più volte lamentata “toccata e fuga” dei “terroni” nelle scuole del settentrionali non c’è traccia.
Eppure, la presunta “furberia” di questi ultimi, che si sposterebbero nelle regioni del Nord per “rubare” i posti ai colleghi del luogo e dopo pochi anni rifarebbero le valigie in direzione opposta, lasciando le cattedre vacanti, è stata uno dei leit motiv della politica leghista degli ultimi anni.
E se questa migrazione si è in qualche caso verificata, in base ai numeri pubblicati qualche giorno fa da viale Trastevere, è stata del tutto marginale.
I dati lo confermano.
Scorrendo la tabella con il tasso di mobilità regionale di maestri e professori, si scopre che il corpo docente più stabile è proprio al Nord: meno trasferimenti e, di conseguenza, più continuità didattica.
Vale la pena citare qualche dato.
In Lombardia e Veneto, roccaforti leghiste, i trasferimenti degli insegnanti di scuola elementare ammontano rispettivamente al 4,2 e 3,1 per cento: sotto la media nazionale che si attesta al 4,3 per cento.
I dati in questione si riferiscono a “tutti” i trasferimenti: quelli all’interno del comune e della provincia e la piccola percentuale di trasferimenti interprovinciali, che scattano solo all’ultimo nel complesso sistema della mobilità dei docenti.
Una “percentuale della percentuale” che riduce ancora il fenomeno dei docenti che ottengono il via libera per tornare al Sud.
Ma, allora, forse il fenomeno esplode nelle medie? Niente affatto.
Anche qui nelle due regioni simbolo dell’impegno leghista contro “l’invasione” dello “straniero” meridionale i conti non tornano: 7,2 per cento di trasferimenti in Lombardia e 8,5 in Veneto.
Contro una media nazionale che tocca quota 9,0 per cento. In tutte le regioni settentrionali il tasso di mobilità dei docenti per “trasferimento a domanda” è del 5,5 per cento, contro una media nazionale del 6,2 per cento.
E’, paradossalmente, al Sud che la classe docente è più dinamica: 6,8 per cento.
E la presunta fuga degli insegnanti meridionali verso le regioni d’origine?
I dati ministeriali sono confermati da uno studio della Fondazione Agnelli, che nell’ottobre 2009 censì il numero dei docenti che ottennero il lasciapassare dal Nord verso una scuola meridionale: 691 in tutto su oltre 69 mila richieste soddisfatte.
E per dare l’idea dell’impatto che questo fenomeno può avere sulle scuole settentrionali basta fare due conti.
Nelle sei regioni del Nord – escluse Valle d’Aosta e Trentino Alto-Adige – sono presenti 3 mila e 500 istituzioni scolastiche e quasi 16 mila plessi.
Le 691 fughe verso le scuole del Mezzogiorno toccherebbero quindi un plesso ogni 23.
Salvo Intravaia
(da “la Repubblica“)
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Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile
“TROPPI PROCESSI DA SMALTIRE, BEN 9 MILIONI DI PRATICHE: TEMPI DI OLTRE 7 ANNI NEL CIVILE E 5 NEL PENALE”…LO STATO PAGA 46 MILIONI DI EURO PER INGIUSTA DETENZIONE ED ERRORI GIUDIZIARI
Secondo la Banca d’Italia “l’inefficienza della giustizia civile italiana può essere misurata in termini economici come pari all’1% del Pil” e questo dato “non deve meravigliare.
E’ chiaro che l’andamento dell’economia è influenzato anche dall’inefficienza della giustizia civile”.
E non solo: troppi processi da smaltire, con tempi per arrivare a conclusione che vanno dagli oltre sette anni nel civile ai quasi cinque nel penale.
Il ministro della Giustizia, Paola Severino, ha iniziato così la relazione alla Camera sullo stato della Giustizia.
Con una premessa: “Per quanto possa apparire paradossale, proprio oggi, in presenza di una drammatica congiuntura economica internazionale, si presenta l’occasione, forse irripetibile, di riformare davvero il sistema giudiziario italiano”.
E un segnale di speranza: “Gli interventi messi a punto dal governo Monti per migliorare la situazione del sistema giustizia non sono ancora riusciti a determinare una svolta positiva e strutturale nel sistema giudiziario italiano” ma “non mancano nè i segnali positivi, nè le potenzialità che consentono di prevedere un miglioramento concreto”. Neanche un accenno a quello che era un cavallo di battaglia di Berlusconi: lo scontro tra toghe e politica.
Giustizia lenta.
Troppi processi da smaltire, con tempi per arrivare a conclusione che vanno dagli oltre sette anni nel civile ai quasi cinque nel penale.
Un quadro generale che “desta forti preoccupazioni sia in ordine all’enorme mole dell’arretrato da smaltire che, al 30 giugno del 2011, è pari a quasi 9 milioni di processi (5,5 milioni per il civile e 3,4 milioni per il penale), sia con riferimento ai tempi medi di definizione che nel civile sono pari a sette anni e tre mesi (2.645 giorni) e nel penale a quattro anni e nove mesi (1.753 giorni)”.
Severino sottolinea che con oltre 2,8 milioni di nuove cause in ingresso in primo grado l’Italia è seconda soltanto alla Russia nella speciale classifica stilata nel rapporto internazionale Cepej.
“Ebbene proprio questo fenomeno determina un ulteriore intasamento del sistema conseguente al numero progressivamente crescente di cause intraprese dai cittadini per ottenere un indennizzo conseguente alla ritardata giustizia” sintetizza il ministro.
Ingiusta detenzione.
Per ingiusta detenzione ed errore giudiziario nel solo 2011 lo Stato “ha subito un esborso pari ad oltre 46 milioni di euro”.
In media ogni anno, continua il ministro, si celebrano 2.369 procedimenti per ingiusta detenzione o errore giudiziario.
Non meno rilevanti sono le conseguenze dell’eccessiva durata del processo penale: “I detenuti in attesa di giudizio rappresentano il 42% dell’intera popolazione carceraria”. “E se è vero che la libertà personale può e deve essere limitata per tutelare la collettività – aggiunge la Severino – è incontestabile che una dilatazione eccessiva della durata del processo pregiudica questo delicato equilibrio tra valori di rango costituzionale ed aumenta la sofferenza di chi è costretto ad attendere, da recluso, una sentenza che ne accerti le responsabilità . Con la possibilità , non del tutto remota, che alla carcerazione preventiva segua una sentenza assolutoria”.
Emergenza carceri.
“Sento fortissima, insieme a tutto il governo, la necessità di agire in via prioritaria e senza tentennamenti per garantire un concreto miglioramento delle condizioni dei detenuti, ma anche degli agenti della polizia penitenziaria, che negli stessi luoghi ne condividono la realtà e, spesso, le sofferenze”, scandisce il Guardasigilli.
Spiegando che, al di là dei dati numerici, (sono “66.897 i detenuti che, salvo poche virtuose eccezioni, soffrono modalità di custodia francamente inaccettabili per un Paese come l’Italia”), “siamo di fronte a un’emergenza che rischia di travolgere il senso stesso della nostra civiltà giuridica, poichè il detenuto è privato delle libertà soltanto per scontare la sua pena e non può essergli negata la sua dignità di persona umana”.
Ciò premesso, il ministro non fa riferimento alcuno a provvedimenti di clemenza, tipo l’amnistia, chiesta dai radicali.
Se non per ribadire quanto già affermato in più occasioni: “L’amnistia richiede maggioranze qualificate e richiede l’attivazione del Parlamento. E ho già detto che se il Parlamento dovesse raggiungere delle intese su questo il governo, e io stessa come ministro, non avrebbe nulla da obiettare in ossequio alla volonta parlamentare”.
Spese burocrazia.
L’Italia “non può più permettersi oltre 2.000 uffici giudiziari allocati in 3.000 edifici”. Troppe spese e troppa burocrazia.
Secondo il ministro occorre quindi “ridurre le spese di gestione” e “razionalizzare l’utilizzo delle risorse umane esistenti, in progressivo decremento a causa del blocco delle assunzioni e del numero medio dei pensionamenti annuali, pari a circa 1.200 unità .
Il decreto che taglia il numero dei tribunali e prevede l’accorpamento di 674 uffici, consentendo di recuperare 2.104 unità di personale amministrativo e di risparmiare, a regime, 28 milioni di euro l’anno”.
Domiciliari.
L’innalzamento da 12 a 18 mesi della soglia della pena detentiva residua per l’accesso alla detenzione domiciliare porterà quasi a raddoppiare il numero dei detenuti che potranno essere ammessi alla detenzione domiciliare.
Severino si sofferma sulle misure previste dal decreto legge per contrastare il sovraffollamento delle carceri e spiega che la norma sulla detenzione domiciliare consentirà di aggiungere “agli oltre 3.800 detenuti sino ad oggi effettivamente scarcerati, altri 3.327, con un risparmio di spesa pari a 375.318 euro ogni giorno”.
Carenza toghe.
“Al momento risultano presenti in organico 8.834 magistrati togati, con una scopertura di 1.317 posti” dice il Guardasigilli.
Per rimediare alla situazione “risultano completate le procedure per la nomina di 325 magistrati ordinari” vincitori del concorso bandito nel 2009.
Per altri 360 posti, sono in corso le correzioni delle prove scritte del concorso bandito nel 2010 e altri 370 posti sono stati banditi nello scorso settembre e le prove scritte sono previste per il prossimo maggio.
Giustizia civile.
Per il secondo anno consecutivo va registrato “un decremento delle pendenze nel settore civile con un calo, al 30 giugno 2011, di oltre 170.000 processi rispetto” alla stessa data dell’anno precedente, “mentre non si è ancora riusciti ad intaccare in modo significativo la durata media dei processi”. aggiunge Severino.
Certo, ammette il ministro, “è una goccia nel mare degli oltre 5,5 milioni di processi civili pendenti ma è la conferma di una inversione nel trend in costante ascesa degli ultimi anni”.
Ispezioni.
L’Ispettorato generale del ministero della Giustizia, nel 2011, “ha eseguito 42 ispezioni ordinarie e 14 inchieste”.
L’azione disciplinare, prosegue il ministro, è stata esercitata nei confronti di 46 magistrati per violazioni di vario tipo compreso il ritardo nel deposito delle motivazioni delle sentenze che “talvolta, hanno determinato inaccettabili scarcerazioni di pericolosi criminali per decorrenza dei termini massimi di custodia cautelare”.
Sono state inoltre, 234, le “ispezioni ordinarie” disposte dall’Ispettorato generale presso gli uffici giudiziari di ogni ordine e grado.
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Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile
DA CATRICALA’ A MARASCHINI, RETRIBUITI ANCHE SE FUORI RUOLO…. IL CAPO DI GABINETTO LUCREZIO MONTICELLI GUADAGNA 148.000 EURO L’ANNO CON INCARICHI EXTRA
E’ questo il vero cerchio magico del potere. 
Il luogo esatto in cui la scienza si mescola con l’amicizia.
Una famiglia poco numerosa che si ritrova sempre unita a santificare le feste. Capi e vice capi di gabinetto, capi degli uffici legislativi. E vice.
Che sia D’Alema al governo o Di Pietro o Berlusconi loro stanno lì, riveriti e memori che solo la politica passa.
La legge resta.
Il grand commis di Stato più che una figura è una poltrona.
Da un decennio su di essa è seduto Antonio Catricalà .
Forte perchè amico di Gianni Letta, stimato dal Pd, ossequiato da Casini. Ora è con il professor Mario Monti, al quale rende i suoi servigi.
E’ un alto magistrato, presidente di sezione del Consiglio di Stato ma fuori ruolo, per via dei suoi incarichi esterni.
Il giudice fuori ruolo è un dipendente dello Stato due volte fortunato. Sta fuori all’ufficio ma gode dell’alto stipendio che l’ufficio riserva a chi lavora.
E’ un giudice che non giudica, ma fa finta che sì.
E la straordinarietà della posizione, l’originalità della veste fa sì che gli incarichi extra a cui sono chiamati siano retribuiti un po’ troppo intuitu personae.
Catricalà , sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dichiara di percepire per l’extra 25 mila euro netti all’anno. Non uno in più.
Il suo collega Caro Lucrezio Monticelli, capo di gabinetto al ministero dell’Ambiente, giunge invece a 148 mila annui (di extra).
Altri si fermano a 70 mila, altri ancora si attestano agli 80 mila euro annui.
Cifre che aggravano la condizione di assoluta autoreferenzialità anche economica e producono una domanda banale forse opportuna: chi compila la busta paga?
E secondo quali criteri?
Ora, è vero, l’ultima manovra finanziaria riduce al 25 per cento del totale di quanto l’extra prevede la somma che si può aggiungere all’emolumento principale.
Però (comma 3, art. 23 ter): “Possono essere previste deroghe motivate per le posizioni apicali delle rispettive amministrazioni…”).
Fatta la legge ecco la deroga!
Sono giudici eccellenti, tutti. Ed è bene dirlo subito.
Ma forse le eccellenze sono troppo stipate su un unico barcone e si traghettano, assai amorevolmente, da un luogo all’altro del potere. Claudio Zucchelli era il capo del Dipartimento degli affari legali della presidenza berlusconiana, lo è ancora. Il suo vice Alfredo Storto gli è restato accanto.
Colpisce l’autorevolezza del professor Vincenzo Fortunato capo di gabinetto del ministro dell’Economia attuale e passato. Prima ancora convocato da Antonio Di Pietro al ministero per le Infrastrutture.
Il consigliere di Stato per legge è obbligato a fare da alto consulente al governo.
E’ un magistrato e consiglia.
In questa tornata governativa il magistrato è stato chiamato anche a trasformarsi in politico. Filippo Patroni Griffi, ministro della pubblica amministrazione, già consigliere, adesso è consigliato.
Roberto Garofoli è il suo capo di gabinetto, esperto e bravissimo.
Stava con D’Alema agli Esteri.
Germana Panzironi, Tar del Lazio, è capo dell’ufficio legislativo. E’ anch’ella bravissima, naturalmente. E’ transitata dalla Gelmini.
Sulla condizione della signora bisogna aprire una parentesi.
Essendo i consiglieri di Stato in numero limitato, si è deciso che solo un piccolo numero di essi potessero godere della condizione di “fuori ruolo”, altrimenti le aule di giustizia sarebbero rimaste vuote.
Gli altri, che si arrangiassero.
La Panzironi è una che arranca e suda. Impegnata al mattino a giudicare da magistrato del Tar e al pomeriggio a redigere le leggi al ministero.
In questo caso il cerchio magico proietta su di sè il dubbio che con una mano scriva i commi e con l’altra si possa trovare persino a giudicarli.
Se così fosse questa cosa si chiamerebbe conflitto d’interessi. Grave conflitto.
I giudici che si giudicano intrometterebbero nel diritto una propria lucente via autarchica. A riguardare il campo degli incarichi apicali deliberati dai ministri del professor Monti sembra anche di essere un po’ nelle ore successive ai momenti compulsivi di una campagna acquisti calcistica.
Lucrezio Monticelli passa dal Welfare di Sacconi al rinnovato ministero dell’Ambiente. E, come detto, prende (non sappiamo fino a quando) 148 mila euro per l’ingaggio extra. Salvatore Mezzacapo è invece confermato all’Agricoltura. Mario Torsello passa dal ministero dei Beni culturali (dov’era capo del legislativo) allo Sviluppo economico.
Lui è fuori ruolo, la vice Giulia Ferrari ha invece da fare la spola: prima il Tar e poi lo sviluppo dell’Italia.
La magistratura amministrativa, da cui normalmente proviene il grosso degli alti funzionari, è il giudice della legittimità degli atti della Pubblica amministrazione.
E gli atti, che a volte assumono forza di legge, sono i decreti che gli uffici compongono, certo nella cornice impressa dall’autorità politica.
Per sfuggire a questo guaio e garantire il prestigio e la trasparenza dell’operato della magistratura un decreto presidenziale del 1993 stabilisce il criterio della rotazione nei ruoli apicali di governo. Norma piuttosto trascurata.
Se il cerchio è magico una ragione c’è.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile
ANZIANI PICCHIATI, INSULTATI, ABBANDONATI IN CONDIZIONI IGIENICHE INDECENTI: NELLA CASI DI RIPOSO BOREA ERA LA PRASSI… I FILMATI INCHIODANO I RESPONSABILI
Maltrattamenti e gravi e reiterati abusi ai danni degli anziani pazienti.
E’ questa l’accusa con cui sette persone sono state arrestate a Sanremo dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri del Nas di Genova mercoledì.
Anziani picchiati e insultati, legati ai letti, presi per i capelli, abbandonati in condizioni igieniche indecenti: alla casa di riposo Borea della Città dei fiori era la prassi.
Così è scattata l’operazione, chiamata «Acheronte», che ha portato quatto operatori socio sanitari e due infermiere dipendenti della cooperativa «Airone» in carcere e la presidente della Fondazione agli arresti domiciliari.
Quest’ultima, Rosalba Nasi, 58 anni, originaria di Mondovì ma abitante a Sanremo, è la moglie del senatore Gabriele Boscetto del Pdl: è accusata di non aver denunciato la grave situazione pur essendo a conoscenza dei fatti.
A incastrare gli operatori della clinica i filmati girati in tre mesi dalle Fiamme gialle, immagini che hanno sconcertato anche gli stessi militari.
Le indagini erano scattate già la scorsa estate, ora sono scattati i provvedimenti.
Oltre ai sette arrestati, ci sono anche otto indagati.
Contemporaneamente all’operazione, sono intervenuti anche quattro medici della Asl, chiamati a verificare le condizioni di salute e di vita dei 42 anziani ospiti.
Ci sarebbero anche due morti sospette, risalenti periodo 2005-2006: si tratta di due donne. Una morì in seguito a un ictus dopo un ricovero in ospedale dovuto a gravi ferite alla testa. L’altra è deceduta dopo aver ingerito una massiccia dose di farmaci.
«Oggi non è facile stabilire se le vittime fossero già in condizioni fisiche pregiudicate, o se invece vi possa essere qualche nesso di causalità », ha spiegato il sostituto procuratore Maria Paola Marrali, titolare delle indagini.
Il sindacato generale dei pensionati (Spi) ha subito reagito: «Nessuna pietà verso chi muove violenza nei confronti degli anziani che vivono nelle case di riposo», ha commentato il segretario generale Carla Cantone, che ha chiesto una pena esemplare «perchè gli anziani, specialmente quelli non autosufficienti, non possono continuare ad essere vittime di ogni tipo di violenza sia essa fisica, psicologica o morale».
Dalla Spi parte, quindi, una proposta: «che le strutture residenziali siano aperte 24 ore su 24 a continui controlli, ai visitatori esterni e ai familiari degli ospiti perchè solo attraverso un’opera costante e accurata di vigilanza sarà possibile prevenire episodi tristi e aberranti come quello avvenuto a Sanremo».
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Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile
LE TRUPPE LEGHISTE ORA LITIGANO SUL NOLEGGIO DEI BUS: PER ANDARE A SENTIRE BOSSI A MILANO BISOGNA PAGARE, PER RECARSI AD ASCOLTARE MARONI A VARESE INVECE SI VIAGGIA A SCROCCO.. IL CERCHIO MAGICO DISSEMINERA’ L’AUTOSTRADA DI CHIODI?
Maroni si può vedere gratis e Bossi no? 
Secondo indiscrezioni che infiltrano in ambiente leghista, le segreterie provinciali del Carroccio più vicine all’ex ministro dell’Interno, Roberto Maroni, starebbero organizzando pullman gratuiti per andare al comizio dell’ex ministro domani a Varese.
Gli stessi pullman, invece, secondo voci interne al partito, sarebbero a pagamento nel caso della manifestazione indetta da Umberto Bossi – domenica 22 a Milano – contro le liberalizzazioni del governo Monti.
“Se la notizia venisse confermata, e spero di no – commenta un bossiano di ferro – il partito degli onesti che i maroniani pretenderebbero di incarnare partirebbe con il piede sbagliato”.
Insomma il problema è sempre chi paga.
Chi gestisce i conti all’estero fa pagare il viaggio ai militanti che vogliono assistere al comizio di Bossi a Milano, chi invece critica questa prassi finanziaria non spiega come si possa offrire il passaggio gratuitamente agli iscritti per andare a sentire Bobo a Varese.
La domanda che si pone il militante alle prese con le spese di di affitto della sezione e quelle di affissione è come mai in Lega girino tanti eurini senza mai vederne uno per le spese locali.
“Tanzania libera” è il grido di battaglia.
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Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile
CONTRATTI A TEMPO, NESSUN RISPETTO DELLE REGOLE E MAESTRANZE STRANIERE PER I POSTI UMILI… MA CI SONO ANCHE ITALIANI A 900 EURO AL MESE
I dipendenti a bordo delle 25 navi della Costa Crociere sono in totale 18 mila.
“L’80% di loro ha meno di 40 anni e proviene da 70 paesi diversi”, dice l’azienda. Fatta eccezione per gli ufficiali, quasi tutti italiani e ben pagati, i membri dello staff sono per lo più giovani provenienti da Asia e da America Latina. I più numerosi sono i filippini, seguiti da indiani e indonesiani.
A loro vengono affidati i compiti più umili, come la pulizia delle camere o il lavaggio delle stoviglie.
Gli europei lavorano invece a contatto con il pubblico, dall’animazione all’accompagnamento turistico.
Funzionava così anche per i 1.026 membri dell’equipaggio della Concordia, tra cui c’erano 296 filippini, 202 indiani, 170 indonesiani e 144 italiani.
Le condizioni di lavoro?
Herbert Rodelas è un filippino di 28 anni sbarcato a novembre dalla Costa Magica. Lavora per la compagnia dal 2005 come uomo delle pulizie: “Il mio ultimo stipendio è stato di 547 dollari al mese. Lavoro in media 12 ore al giorno, sette giorni su sette”. Va un po’ meglio ai camerieri. Brijesh Patel, indiano, ha lavorato per Costa Crociere dal 2000 al 2007: “Lo stipendio iniziale era di 550 euro, ma con le mance capitava di raggiungere anche 1.500 euro”.
I ritmi di lavoro? “Dalle 12 alle 14 ore al giorno, sette su sette”.
Brijesh Patel è stato fortunato: il suo stipendio gli è sempre stato versato in euro.
“A febbraio del 2010”, racconta Herbert Rodelas, “la compagnia ha iniziato a pagare noi extracomunitari in dollari. Con un cambio uno a uno: quindi i miei 547 euro si sono trasformati in 547 dollari”.
Una perdita secca, a valori attuali, di circa 150 dollari al mese.
Proteste? “Nessuna, temevamo di perdere il posto”.
Già , perchè i contratti di lavoro sulle navi sono a tempo determinato, vanno dai quattro agli otto mesi.
E non esistono garanzie di rinnovo.
Anche gli europei non se la passano bene. Monica Lommi, 35 anni, è stata a bordo delle navi Costa come accompagnatrice turistica, posto per cui è richiesta la conoscenza di almeno tre lingue: “Lavoravo dalle 10 alle 15 ore al giorno, sette giorni su sette. Così per tutti i sei mesi di contratto. Lo stipendio? 900 euro al mese”.
La legge italiana prevede che sulle navi da crociera non si possa lavorare in media più di 11 ore al giorno.
Leo Gaggiano, referente unitario della Cgil per il gruppo Costa Crociere, assicura che “i dipendenti della compagnia lavorano al massimo 10 ore, ogni settimana beneficiano di una giornata di pausa e le loro paghe sono superiori a quanto stabiliscono le organizzazioni internazionali”.
Tutti i lavoratori del gruppo contattati sostengono però un’altra versione.
Come Melissa Virdi, 30 anni, operatrice al front desk, compito per cui è richiesta la conoscenza scritta e orale di almeno quattro lingue: “Ero occupata sette giorni su sette, per almeno 12 ore al giorno, turni notturni compresi, e lo stipendio era di 700 euro al mese”.
Come è possibile? Il trucco lo spiega una manager che per Costa Crociere continua a lavorare e perciò preferisce l’anonimato: “Ogni 15 giorni dobbiamo inserire in un modulo elettronico le ore lavorate dai dipendenti del nostro ufficio. Il programma non permette però di riportare una media superiore alle 11 ore al giorno, quindi i dati ufficiali non sono reali”.
Ecco spiegata la bella vita di chi lavora sulle navi da crociera.
Gente che dorme in cabine da 6 metri quadri, da dividere in due, senza un oblò perchè quelli sono riservati ai clienti.
Gente che ci ha rimesso la vita davanti all’isola del Giglio.
È così, grazie all’abbattimento dei costi della manodopera, che i clienti possono permettersi crociere a prezzi abbordabili.
Anche in virtù di quei filippini bistrattati perchè incapaci di parlare italiano. D’altronde sarebbe difficile trovare migliaia di connazionali disposti a ricevere uno stipendio di 500 dollari al mese per una media di 84 ore lavorative a settimana.
E infatti, nonostante la maggioranza dei clienti sia italiana, parlare la nostra lingua non è indispensabile per lavorare sulle navi della Costa.
Il requisito fondamentale è la conoscenza basilare dell’inglese.
Su una cosa i dipendenti tengono però a fare chiarezza: la preparazione alle emergenze.
Tutti i lavoratori prima di imbarcarsi devono sostenere a spese proprie (500 euro) il Basic Safety Training, un corso di tre giorni in cui vengono addestrati alle tecniche antincendio, al salvataggio in mare e alle operazioni di primo soccorso.
A ciò si aggiungono le simulazioni di abbandono nave: procedure che ogni lavoratore deve svolgere una volta iniziato l’imbarco.
Sono le stesse esercitazioni che i passeggeri saliti a Civitavecchia avrebbero svolto sabato, a 24 ore dall’inizio della crociera, proprio come prevede la legge.
Stefano Vergine
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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