Gennaio 29th, 2012 Riccardo Fucile
I PADAGNI HANNO TOCCATO IL FONDO (DELLA BOTTIGLIA): L’IDEA E’ DEL SINDACO MARONIANO DI SESTO CALENDE… FA PRENDERE IN PRESTITO IL LIBRO A TURNO DAI MILITANTI PER TOGLIERLO DALLA CIRCOLAZIONE
Il rogo dei libri non si può fare.
Ma il sindaco leghista di Sesto Calende, paesino del Varesotto, ha comunque fatto ritirare dagli scaffali comunali un volume scomodo.
La bibliotecaria aveva acquistato «L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord», saggio scritto da una studiosa, Lynda Dematteo, che traccia un profilo critico del Carroccio. Banalizzando un po’, il libro descrive il partito di Umberto Bossi come un movimento che ha avuto successo nella politica italiana sparandole sempre più grosse, a partire dagli anni Ottanta.
Il borgomastro Marco Colombo, 37 anni, quando ha saputo che la biblioteca lo aveva acquistato si è arrabbiato, e ha sgridato la funzionaria: «È vero, le ho urlato dietro – conferma il primo cittadino – esiste una commissione che sceglie i libri e non mi risulta che la scelta sia stata condivisa. E poi, diciamolo, la bibliotecaria è di sinistra».
Insomma, la sua sarebbe stata una scelta politica.
Il sindaco è scatenato: «I soldi dei cittadini del mio Comune si devono spendere meglio — sentenzia. E se qualcuno proprio vuole leggere quel libro, lo può cercare nel sistema interbibliotecario provinciale, dove ce ne sono già due copie».
Inizialmente il borgomastro lumbard ha cercato un modo «alternativo» per farlo sparire dalla circolazione. Legalmente.
Si è inventato una sorta di ritiro permanente. Che ora rivendica.
Dice che funzionava così: ha ordinato all’assessore alla Cultura di prendere in prestito il volume.
Detto fatto, la signora Silvia Fantino, leghista moderata, lo detiene a casa propria da tre mesi. E l’ha persino letto: «Io non avevo tempo ma lei è una professoressa e l’ha analizzato per bene – osserva il primo cittadino – mi ha detto che però non l’ha molto apprezzato, innanzitutto perchè l’ha trovato fazioso».
Ma non finisce qua: Colombo ha dato sfogo alla fantasia, e già immagina una sorta di «passalibro» di protesta: «L’assessore lo dovrà restituire, ma io non mi arrendo – continua – lo faremo prendere in prestito da un militante leghista ogni mese, a turno, così manifesteremo il nostro dissenso verso quell’acquisto».
Più ne parla, Colombo, e più si vede che ha voglia di spararla grossa: «Alla fine lo farò ritirare – sbotta -.
Naturalmente mi rendo conto che non posso vietare un libro, però posso chiedere alla biblioteca di prestare il consenso alla vendita definitiva, per toglierlo dagli scaffali».
E chi lo acquisterà ? S
emplice: «La sezione della Lega di Sesto Calende».
Insomma, il sindaco sembra pronto a tutto.
Anche se in fondo, lui e il suo assessore sono contenti che questa storia venga divulgata.
E il motivo è presto detto. Colombo si aspetta di diventare un eroe per la truppa leghista, in questi giorni un po’ ammaccata per le guerre interne tra maroniani e cerchio magico, che in provincia di Varese sono state particolarmente accese.
Anche Roberto Maroni qualche giorno fa aveva criticato il libro in questione.
Dalla sua pagina di Facebook aveva definito Lynda Dematteo una sconosciuta che vuole solo attaccare la Lega.
E Colombo è un maroniano di ferro, uno di quelli che dirigeva i cori contro il cerchio magico durante il «Maroni Day» della settimana scorsa al teatro di Varese.
Curiosamente, la Dematteo è stata invitata a Varese, a un convegno sul Nord e la Lega organizzato dal Pd locale, dove parlerà proprio delle sue teorie sul ruolo da Gianburrasca che Bossi si è autoattribuito da un ventennio a questa parte.
Giusto in tempo per commentare la singolare fatwa lanciata dai leghisti contro il suo libro.
Roberto Rotondo
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Gennaio 29th, 2012 Riccardo Fucile
“ORMAI PUO’ ACCADERE DI TUTTO, ANCHE UNA SCISSIONE: LA DIVISIONE TRA CHI SOSTIENE MONTI E CHI LO VORREBBE FAR CADERE E’ VERTICALE”: PARLA UN EX MINISTRO DI BERLUSCONI
C’e chi sta lavorando in questi giorni al reclutamento. 
Avvicinando uno a uno i deputati per chiedergli «tu che farai se bisognerà staccare la spina al governo? Sarai dei nostri?».
Ecco, al di là della retorica, l`impressione è che l`onda alta provocata dall`arrivo dei tecnici abbia investito prima e con più forza il Pdl.
Sottoposto a una fortissima pressione centrifuga a causa del sostegno a Monti.
Incalzato dalle lobby, che reclamano modifiche al decreto liberalizzazioni.
Schiacciato dal ricatto di Bossi sulla giunta della Lombardia, allettato da Casini al Sud.
Con la matematica certezza, come si legge nel report riservato che Denis Verdini ha sottoposto giorni fa al «capo», di un clamoroso cappotto alle amministrative, con la «perdita secca» in tutti e 28 i comuni capoluogo e le 7 province che vanno al voto.
Quella davvero sarebbe la fine.
Sono pessimista – ha confessato l`ex premier ancora ieri a un`amica – e questa rottura con Bossi non so dove ci porterà ».
Altro dunque che “il Caimano”.
La scena che si sono trovati di fronte gli uomini e le donne del Pdl, chiamati giovedì sera a raccolta a palazzo Grazioli, «sembrava confessa uno dei presenti – piuttosto quella di un funerale».
l Cavaliere, depresso oltretutto per la condanna che ritiene ormai «certa» al processo Mills, li aspettava con un montaggio dei suoi 18 anni di impegno politico: dalle strette di mano con Clinton al G8 dell`Aquila.
Una Spoon River per immagini, che alla fine lo ha anche commosso, con tutti che gli dicevano «caro Silvio, i prossimi 18 anni saranno anche migliori, vedrai, torneremo al governo».
Ecco, per comprendere il «male oscuro» che ha preso il Pdl bisogna partire da qui, dall`eclissi del leader che finora ha tenuto insieme le tre grandi anime del partito: gli ex missini, gli ex socialisti e gli ex democristiani.
Fuori lui da palazzo Chigi, senza voglia e possibilità di rientrarci, sta saltando tutto.
Tanto che ormai si parla apertamente di scissione, di federazioni di partiti, di Pdl del Nord e del Sud.
Il tutto in un vortice di libanizzazione tra clan, correnti, potentati in lotta fra loro.
E, a proposito di Libano, giusto ieri Franco Frattini e Claudio Scajola erano proprio a Beirut, ospiti del falangista Gemayel, per l`internazionale democristiana.
Insieme a Pier Ferdinando Casini.
Un caso? Scajola è il più avanti nell`elaborazione di una strategia che porta il Pdl a sciogliersi nella futura casa dei moderati.
«Siamo arrivati un bivio – spiega dalla sua stanza a Beirut-, si tratta di darci finalmente un`identità : decidere chi siamo, dove dobbiamo andare e con chi».
Scajola, e con lui Frattini e la gran parte degli ex Dc, sono per sostenere Monti senza se e senza ma.
«Dobbiamo approfittare del fatto che non governiamo – dice l`ex ministro dello Sviluppo- per preparare la strada del domani. Altrimenti saranno altri a occupare lo spazio dei moderati».
Sono considerazioni che Frattini ripete spesso ad Angelino Alfano.
E proprio il segretario del partito, in gran segreto, sta pianificando un tour di accreditamento personale presso le cancellerie europee che lo porterà presto a Londra, Parigi e Madrid. Presentandosi come il leader italiano del Ppe.
Alfano deve crescere in fretta.
Muoversi in anticipo prima che il partito gli si sciolga sotto al naso.
Per non farsi trovare impreparato, in vista della candidatura del 2013, ha persino promesso all`amico Frattini di imparare l`inglese entro la prossima estate con un corso accelerato.
Ma il tempo corre troppo veloce anche per i piani di Angelino, l`eterno delfino.
Gli ex An infatti scalpitano, guidati da Ignazio La Russa.
Che intravede il crollo del sistema di potere messo in piedi in Lombardia in quindici anni. Esagerazioni?
Ieri “Libero” apriva la prima pagina con un irriverente «Addio Pdl».
Con Daniela Santanchè che è arrivata a paragonare il Cavaliere al comandante della Costa, ingiungendogli un «Sali sulla nave, Berlusconi, cazzo!».
L`eclissi del leader, fermo sullo scoglio mentre la nave affonda.
In questa Babele di lingue, di tattiche contrapposte che è diventato il Pdl, chi cerca di tenere la baracca in piedi sono i capigruppo.
Diventati, forse anche loro malgrado, le uniche bitte a cui ancorare il vascello alla deriva.
È stato Maurizio Gasparri a fare la spola con palazzo Chigi per limare il decreto sulle liberalizzazioni la notte prima dell`approvazione.
Ed è stato Fabrizio Cicchitto a gestire la partita della mozione comune sull`Europa.
E proprio Cicchitto ha instaurato la consuetudine di una consultazione presso chè quotidiana e riservata con il dirimpettaio Dario Franceschini, capogruppo del Pd.
È la nascita, di fatto, di quella cabina di regia parlamentare che Casini reclamava in aula un paio di settimane fa.
E che La Russa vede come fumo negli occhi.
Del gruppo fa parte anche Gaetano Quagliariello, che lavora insieme agli sherpa del Pd per una nuova legge elettorale.
La scommessa è un triplo salto mortale: sostenere Monti, salvare il Pdl e il bipolarismo.
«C`è un interesse convergente – osserva Sandro Bondi – tra noi e il Pd per fare le riforme.
La rotta è quella e alla fine gli elettori, anche quelli della Lega, sapranno giudicare chi ha messo al centro gli interessi del paese».
Ma il problema, a questo punto, è se ci sarà ancora un Pdl sulla prossima scheda elettorale.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 29th, 2012 Riccardo Fucile
IN UNA LETTERA INVIATA AL PRESIDENTE RIZZO, LA MORATTI SI DIMETTE PER DEDICARSI AI PROGETTI DI SAN PATRIGNANO, MA IL PASSAGGIO A FLI PARE IMMINENTE
“Egregio signor presidente, è per il rispetto che nutro per Milano e nei riguardi dell’importante lavoro che il consiglio comunale svolge nella quotidianità , che oggi mi trovo a comunicare una decisione sofferta ma lungamente ponderata”.
Letizia Moratti formalizza così, in una lettera al presidente dell’aula, Basilio Rizzo, le dimissioni da consigliere comunale.
E in ambienti vicini al leader di Fli, Gianfranco Fini, si legge la notizia delle dimissioni come propedeutica al passaggio verso Futuro e libertà .
Prima di Natale l’esponente del Pdl era stata vista a Montecitorio, dove aveva incontrato tutto lo stato maggiore del partito.
I contatti, a quanto risulta, sarebbero continuati anche a gennaio.
“Nelle prossime settimane vedremo se, come mi auguro, Letizia Moratti, vottà continuare il suo impegno politico con modalità diverse rispetto a quelle che ha avuto fin qui”, è stato il primo commento di Fini.
“Ho parlato con lei qualche tempo fa – ha aggiunto – Non è un mistero che da qualche tempo aveva espresso perplessità sulla conduzione del Pdl in Lombardia”.
“In questi mesi ho intrapreso un’intensa attività nel sociale in una realtà che la mia famiglia segue ininterrottamente da oltre trent’anni – scrive l’ex sindaco del Pdl facendo riferimento al suo impegno per la comunità di San Patrignano – Un impegno che si è progressivamente accentuato e che giorno dopo giorno ha assorbito le mie energie e il mio tempo, tenendomi sempre più spesso lontana dal lavoro del consiglio comunale.
Ritengo pertanto opportuno rinunciare al mio incarico. Tornare a essere per Milano un privato cittadino non significa però rompere il patto con le migliaia di cittadini che mi hanno eletta in questo consesso.
Anche se in modo diverso e indiretto, continuerò a partecipare alla vita civile e politica della mia città , approfondendo i temi e le questioni importanti per essa e per il mio Paese”.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 29th, 2012 Riccardo Fucile
LA CITTADINANZA AI BAMBINI CHE SONO NATI IN ITALIA DA GENITORI STRANIERI: PER LORO RAPPRESENTIAMO UNA SPONDA DI SICUREZZA E DI CIVILTA’ DOVE APPOGGIARE UN FUTURO DI SPERANZA… DIMOSTRIAMO DI ESSERE LA PATRIA DELLA LIBERTA’, DELLO SVILUPPO, DELLE PARI OPPORTUNITA’ E DELLA SOLIDARIETA’
Gli opposti populismi, che sempre più parlano la stessa lingua in questa Italia in cui la politica si
rattrappisce, hanno finalmente trovato un bersaglio comune, di alto rango: è la proposta di introdurre anche nel Paese dello “ius sanguinis” il principio dello “ius soli”, concedendo la cittadinanza ai bambini che sono nati in Italia da genitori stranieri.
L’idea era stata sollevata dal segretario del Pd Bersani alle Camere, al momento della fiducia per il governo Monti; poi, rilanciata con forza dal presidente della Repubblica Napolitano, secondo il quale “negare la cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati sarebbe una vera assurdità “.
Oggi anche il presidente della Camera Fini e il ministro della Cooperazione Riccardi riprendono il tema, come il presidente della Cei Bagnasco, e lo ripropongono all’attenzione delle forze politiche e del Parlamento: dove sono state presentate proposte di legge in questo senso, mentre nel Paese diverse organizzazioni stanno raccogliendo le firme per abolire la normativa del 1991.
Stiamo parlando di un milione di bambini, i figli degli stranieri residenti in Italia.
Poco più della metà , 650 mila, sono nati nelle strutture del servizio sanitario nazionale.
Venuti al mondo, dunque, nel nostro Paese, in ospedali italiani, figli di immigrati che hanno scelto di vivere e lavorare qui e che iscriveranno questi bambini agli asili comunali e alle scuole italiane, perchè crescano con la lingua, l’istruzione e la cultura del Paese che li ospita.
Ora, come vogliamo pensare al rapporto tra il nostro Stato e quei ragazzi che sono nati nel suo territorio, spesso dopo una fuga dei genitori dalla fame, dalla miseria e dalla dittatura? Nella storia delle loro famiglie questo Paese rappresenta una sponda di civiltà e di sicurezza, dove appoggiare un futuro di libertà e di speranza: e dove – proprio per queste ragioni – poter investire per la crescita dei proprio figli, la prima generazione che nasce e vive nell’Europa dei diritti e della democrazia, l’Europa dei cittadini e delle istituzioni, in quell’Occidente che racconta se stesso – e noi vogliamo crederci – come la patria delle libertà , dello sviluppo, dell’uguaglianza delle opportunità , addirittura della fraternità .
Quei bambini venuti a nascere in Italia, sanno di essere nati in un Paese libero, come uomini finalmente liberi.
Ma sanno che non saranno cittadini, non diventeranno italiani.
Studieranno la nostra storia, l’epopea del Risorgimento, le radici di Roma e dei Cesari, la Costituzione repubblicana, parleranno la nostra lingua con gli accenti dei nostri dialetti, lavoreranno nelle fabbriche e negli uffici, sposeranno magari italiani e italiane.
Ma resteranno stranieri, qualunque cosa facciano anno dopo anno, comunque la facciano, soltanto perchè sono figli di stranieri.
È l’ultima, nuovissima forma del peccato originale: una sorta di “peccato d’origine”, incancellabile, in un Paese che ha paura della diversità perchè ha incertezza d’identità (tanto che persino il dato storico del centocinquantenario dell’unità viene ridotto a polemica politica contingente), e teme la perdita della vecchia uniformità vissuta più come un mito della tradizione che come una realtà .
Come può spaventare la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia?
Come non capire che la stessa identità nazionale, oggi, è in movimento continuo esposta com’è al contagio di culture diverse, alla complessità del sociale, alla pluralità dei soggetti con cui dobbiamo non solo convivere, ma scambiare e interagire?
La paura della cittadinanza separa queste identità ed esalta le differenze, riduce gli individui ai gruppi di origine, ripropone di fatto il modello distintivo delle tribù dentro il contesto dilatato e avvolgente della globalizzazione.
Col peccato d’origine, gli steccati sono per sempre e le culture vengono concepite come strutture statiche, che non possono evolvere o mettersi in movimento, ma devono rimanere immobili e soprattutto chiuse.
È il disegno di una società spaventata in un Paese che vede l’immigrazione altrui solo come un problema, mentre esalta le proprie radici magari mentre nega la sua storia.
È evidente che l’immigrazione comporta anche un problema di sicurezza, di spaesamento, a cui bisogna rispondere.
Ma proprio per questo, come si può pensare che la risposta sia un modello sociale per cui si vive sullo stesso suolo, sottoposti alla medesima sovranità , formati dalle stesse scuole ma con due livelli diversi di cittadinanza?
Tutto ciò comporta differenze non soltanto sociali, ma nei diritti, cioè nella sostanza democratica che è a fondamento del nostro discorso pubblico.
Col risultato – pericoloso – che la democrazia rischia di non avere sostanza concreta per una categoria di persone che vive in mezzo a noi, noi per i quali soltanto vale il concetto pieno e realizzato di società democratica.
Ma dal punto di vista delle generazioni future, persino dal punto di vista della sicurezza, domandiamoci che Paese prepariamo se c’è tra noi chi considera la democrazia come un concetto non assoluto ma relativo, addirittura un privilegio di alcuni, che contempla gradi minori e persino esclusioni.
Dunque un concetto per nulla universale e nemmeno neutrale, ma strumentale, perchè avvantaggia alcuni a danno di altri.
E infatti, per gli altri non usiamo ormai nemmeno più il termine “straniero”, che presuppone una dimensione culturale, una scoperta, un viaggio o un percorso, ma li riduciamo alla categoria geometrica, spaziale e binaria di “extra”, dove conta solo l’esito finale: dentro o fuori.
Se guardiamo avanti, ai prossimi anni, l’idea di Paese che il rifiuto della cittadinanza propone è quella di uno Stato-armadio, dove è previsto che le diverse culture si vivano semplicemente accanto, separate ed appese ognuna alla sua presunta radice: culture condannate a riprodursi nella separazione, magari ostili, certamente diffidenti, per definizione impermeabili. Come se la libertà e la democrazia non avessero fiducia in sè e nella loro capacità di far crescere, di contagiare, di seminare valori in chi le frequenta, le pratica e ne beneficia.
Dicendo questo non penso alla cittadinanza come strumento di assimilazione e riduzione delle diversità .
Penso che l’Italia può offrire a chi sceglie di vivere e lavorare qui dei valori come la democrazia e l’uguaglianza e un metodo per valorizzarli nella vita sociale, che è proprio la cittadinanza. Il nostro modo di vivere è una cultura, e come tale sarà per forza di cose influenzato dalla convivenza e dal confronto con gli altri, non è un modello, come ogni cultura è mobile e negoziabile, un sistema in movimento insieme con gli altri, nel gioco del dialogo, dello scambio, del confronto.
Ma la democrazia non è una cultura, è un valore di fondamento, su cui si regge lo Stato e la sua convivenza.
Uno Stato neutro rispetto alle culture diverse, non rispetto ai principi democratici.
Questo Stato non può dunque non preoccuparsi del rischio che livelli diversi di democrazia e di partecipazione ai diritti facciano crescere fenomeni pericolosi di marginalità , di alterità , di ghettizzazione (e autoghettizzazione).
Solo l’emancipazione attraverso il lavoro e la cittadinanza è la possibile salvaguardia, è la vera inclusione.
Solo così, può valere fino in fondo il richiamo alle nostre leggi, alla regola democratica in cui crediamo.
Leggi che devono essere pienamente rispettate da uomini pienamente liberi, perchè diventati finalmente – grazie al nostro Paese – compiutamente cittadini.
Ezio Mauro
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 28th, 2012 Riccardo Fucile
LA STAMPA BRITANNICA LODA LA CAPACITA’ DEL PRIMO MINISTRO ITALIANO, ANCHE L’ECONOMIST PARLA DI “THE IRON MONTI”… PER IL MINISTRO TEDESCO SCHAEUBLE “STA TORNANDO LA FIDUCIA DEI MERCATI PER L’ITALIA”, QUELLO USA GEITHNER LODA LA CAPACITA’ DI MONTI DI ANDARE AVANTI SENZA FARSI CONDIZIONARE
Tra i grandi dell`economia e della finanza riuniti a Davos è arrivato un corale incoraggiamento al governo Monti.
Piace il «cambio di passo», come lo chiama il finanziere George Soros.
Colpiscono «le cose impegnative che sono state fatte», secondo il ministro Usa, Tim Geithner.
La diversa percezione del Paese, ancorchè nuovamente declassato da Fitch, si riverbera anche sulla grande stampa internazionale.
«L`Italia è tornata sulla scena», scrive il Financial Times in un articolo così titolato: «L`Europa si I l`i appoggia sulle spalle di Monti».
Subito il professore minimizza: «Ft qualche volta esagera nel male, qualche altra essendo un giornale rosa è troppo roseo, ma meglio questi secondi momenti che i primi».
Per la cronaca: il premier incontrerà il presidente Usa a Washington, il 9 febbraio.
Anche l`Economist plaude al nuovo governo e chiama il presidente del Consiglio “The Iron Monti”, paragonandolo alla Thatcher. Si chiede: «Ma chi saranno i minatori, il cui sciopero pose la sfida più seria alle riforme di mercato della lady di ferro?».
Sarà un caso, però per la prima volta i top manager che partecipano al World economic forum sanno tutto dell`Italia, delle riforme, delle liberalizzazioni e pure delle proteste.
Perfino il rigorosissimo ministro tedesco Wolfgang Schaeuble riconosce dai microfoni della Congress Hall, la sala più seguita, che sull`Italia, come sulla Spagna, «sta tornando la fiducia dei mercati». Nonostante Fitch.
E lo stesso fa il Commissario Ue, Rehn: il governo di Roma, come quello di Madrid, «accelera il risanamento».
Per il Financial Times, il destino dell`Ue è sulle spalle di Monti che dice: esagerato
Di fronte alle proteste dei Tir scrive il settimanale- Monti inflessibile come Margareth .
Gurria, numero uno dell` Ocse, intravede dal suo osservatorio che «in Italia ci sono meno rischi sistemici».
Dietro le quinte, curano l`immagine del Paese anche gli altri italiani presenti in Svizzera, dal ministro Passera, al governatore Visco, dal presidente della Bce Draghi al leader di Confindustria Marcegaglia.
All`Italia è stata dedicata una “session” dal titolo significativo: The future of Italy.
Non sono emerse critiche, ma piuttosto l`invito a procedere nelle riforme.
Abituati fino a qualche mese fa ad essere citati dalla stampa internazionale solo per i ricevimenti di puttane nei palazzi del potere e per una economia allo sfascio, è già un grosso passo avanti in termini di credibilità .
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Gennaio 28th, 2012 Riccardo Fucile
“MONTI PUO’ DIRE LA VERITA AL POTERE TEDESCO: LA SUA STORIA DI RIFORMISTA LIBERALE E LA SUA IMMAGINE RISPETTATA GLIELO PERMETTONO”…. “DOPO UN’ASSENZA DI VENTI ANNI, L’ITALIA TORNA PROTAGONISTA SULLO SCENARIO EUROPEO”
Angela Merkel siede in cima alla lista di potere d’Europa. 
Sarkozy può rivendicare di essere il più energico fra i leader del continente.
Mario Monti ne è il più interessante. Dopo un’assenza durata circa un ventennio, l’Italia torna in scena.
Il destino di Monti potrebbe diventare il destino d’Europa.
L’altro giorno la casa bianca ha detto che detto che Monti incontrerà presto Barack Obama.
Descrivere questo annuncio come esuberante sarebbe riduttivo.
Monti e Obama dovrebbero discutere delle misure onnicomprensive che il governo italiano sta prendendo per ricostruire la fiducia dei mercati, e per rinvigorire la crescita attraverso riforme strutturali, così come di un allargamento delle difese finanziarie.
Traduciamo: Obama segue Monti su tutto, inclusa la pressione che Monti sta esercitando sulla Merkel.
C’è stato un tempo in cui l’Italia contava qualcosa, in Europa.
L’Italia ha guidato il grande balzo verso l’integrazione europea negli anni ’80. Il summit di Milano del 1985 ha dato la spinta per la costruzione del mercato unico.
Cinque anni dopo, a Roma, veniva fissata la timetable per l’introduzione dell’euro.
Ciò aveva causato il famoso “No, No, No” di Margaret Thatcher alla moneta unica, che aveva trascinato la ribellione dei tories.
Per quanto possa sembrare strano, i conservatori inglesi erano, una volta, in maggioranza pro unione europea.
L’era di Silvio Berlusconi mise fine alla influenza italiana.
Sebbene fosse accolto sempre calorosamente da Vladimir Putin, Berlusconi veniva schivato dai suoi pari in Europa, visto come causa di imbarazzo ed irritazione.
Mario Monti, un serio accademico con un piano serio, è diverso in ogni senso. Berlusconi faceva battute orrende circa l’aspetto fisico della Merkel.
Monti parla con lei di economia.
C’è un altro italiano ai vertici. Mario Draghi — l’altro Mario — ha già scritto i titoli della sua azione, durante la ancor breve presidenza della BCE.
In termini di rispetto dell’ortodossia economica, Draghi si posiziona come un “tedesco onorario”.
E tuttavia una grossa operazione di rifinanziamento lanciata sotto la sua direzione ha sostenuto il sistema bancario, e calmato i mercati finanziari.
Lo schema della BCE non vuol’essere una regola permanente, ma ha dato lo spazio politico alla Merkel per negoziare sul “Fiscal Compact”.
Circa le sempre presenti ombre sulla Grecia, ci sono segnali che la crisi dell’euro stia passando dalla fase acuta ad una fase cronica.
La posizione di Monti è cruciale perchè sarà in Italia che si deciderà il destino a lungo termine dell’euro.
Se la Grecia dovesse cadere, Irlanda, Portogallo e Spagna si troverebbero sulla linea del fuoco, anche se sarà l’Italia a giocare nel ruolo da pivot.
Se la terza economia europea non dovesse essere capace di mettersi su una credibile rotta economica, l’euro, come progetto pan-europeo, non avrebbe futuro.
Monti ha un paio di buone carte da giocare.
Le sue misure di austerità di sono già dimostrate impopolari, ma i politici italiani eletti non sono in splendida forma. Berlusconi fa il cecchino da bordo campo, ma la sua coalizione di centro-destra uscirebbe massacrata da una eventuale votazione anticipata.
Sicchè Monti è convinto di avere un altro anno, fino alla scadenza elettorale del 2013, per avviare e rendere operativa la sua strategia.
La seconda carta è che Monti può dire la verità al potere tedesco.
La sua storia come riformista liberale nella Commissione Europea è fuori discussione.
La sua condotta sfida ogni stereotipo circa la inettitudine del Sud-Europeo.
E Obama lo segue da vicino quando dice alla Merkel che un regime indefinito di austerità trasformerebbe il patto fiscale in un patto suicida.
C’è il sospetto che Sarkozy risenta negativamente della “intrusione” di Monti. Il presidente francese non ha la vocazione a dividere con altri le luci della ribalta.
Finora ha preteso che la leadership europea fosse un affare a due fra Francia e Germania. In verità , la “chimica” fra il Presidente e il Cancelliere è tutto tranne che buona.
Accade che Sarkozy abbia più interesse di molti altri nel successo di Monti. Dovunque io incontri le èlites francesi (come nell’ultimo bilaterale franco-inglese) sono colpito dalla loro insistenza sulla vitale necessità che l’euro sopravviva.
Cosa vogliano dire, credo, è che il crash della moneta unica vedrebbe la Francia spinta al secondo livello in Europa, privata di qualsiasi residuale pretesa ad avere una influenza globale.
Non ci sono garanzie che Monti ce la faccia.
Grandi tagli di spesa e aumento delle tassazioni sono una cosa.
Il vero test ci sarà con la liberalizzazione dell’economia.
Qui si confronterà con pratiche restrittive e cartelli in cerca di rendite di posizione.
Questa settimana le città italiane sono state paralizzate da tassiti e camionisti.
Farmacisti, avvocati, benzinai sono sul piede di guerra, in difesa dei propri privilegi.
Non sarà facile.
Le scelte sono inevitabili. Il dibattito sul futuro dell’eurozona è polarizzato.
Da una parte coloro che sostengono che ci si può salvare solo se l’Europa meridionale, cattolica, assorbirà la cultura protestante, nordica, della frugalità e del duro lavoro.
Sull’altra sponda ci sono coloro che pensano che tutto finirebbe bene se la Germania fosse pronta a spendere di più e a sottoscrivere i titoli di stato dei vicini di casa meridionali.
Entrambi i gruppi di ipotesi sono inguaribilmente naives.
La sfida che deve fronteggiare l’Europa — quella cristallizzata dalla crisi dell’euro — è di adattarsi ad un mondo in cui l’Europa non può più determinare i rapporti di cambio.
I padroni della politica e dell’economia possono polemizzare quanto vogliono sui meriti o i demeriti della svalutazione, o dei giochi d’equilibrio fra rettitudine fiscale e politiche espansive della domanda.
La domanda chiave è se l’europa può ancora competere in un mondo nel quale non è più in grado di controllare le oscillazioni.
Ecco perchè ciò che Monti sta facendo in Italia è di importanza vitale.
Philip Stephens
(da “Financial Times”)
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Gennaio 28th, 2012 Riccardo Fucile
ESAMI E ISCRIZIONE SUL WEB, CANCELLATE 333 LEGGI, FINANZIATA LA SOCIAL CARD CON 50 MILIONI… ECCO TUTTI I DETTAGLI
Una spallata alla burocrazia per rendere più facile la vita a cittadini e imprese.
E risparmiare circa 1,3 miliardi di extra-costi che appesantiscono Stato e aziende.
Per trasformare la pubblica amministrazione e modernizzare il Paese.
E’ questo l’obiettivo del decreto sulle liberalizzazioni con il quale il governo ha anche cancellato 333 vecchie leggi ormai inutilizzate, prorogato di un anno i bonus per le assunzioni al Sud e dato il via alla sperimentazione della social card per i più bisognosi, con un primo finanziamento di 50 milioni.
Nei 68 articoli c’è un po’ di tutto: dal pane ai Tir, dalla banca dati unica per gli appalti, ai pagamenti elettronici per l’Inps alle nuove regole per uniformare la ricerca e l’università ai migliori livelli europei, alle comunicazioni telematiche nella pubblica amministrazione.
La cifra che tiene unito tutto è che la semplificazione si tradurrà in una ancora maggiore liberalizzazione in alcuni settori e in controlli più mirati: meno burocrazia ma anche meno furbi.
Come in altre occasioni, il decreto poggia sulle norme, ma anche sull’attuazione che riceveranno. Il «commissario» che diventerà garante per le pratiche (e le risposte) veloci nei confronti delle aziende, la sperimentazione sulle aree a burocrazia-zero e la competizione tra le regioni sburocratizzate: l’importante sarà crederci davvero.
Pagamenti elettronici a partire da maggio
L’Inps si conferma un punto di riferimento fondamentale per la semplificazione.
Dal 1° maggio tutti i pagamenti dovuti all’Istituto, per esempio i contributi, dovranno essere fatti con strumenti di pagamento elettronici bancari o postali (carte di credito, bancomat, bonifici online).
L’Inps diventa inoltre il cane da guardia delle prestazioni socio-sanitarie.
Si trasforma, cioè, nella banca-dati cui affluiranno le comunicazioni dalle varie amministrazioni che erogano le prestazioni sociali e socio-sanitarie.
Lo scambio di dati sarà telematico e i controlli incrociati consentiranno di verificare la rispondenza tra le prestazioni e l’indice Isee, con interventi più rapidi sugli abusi.
Un solo documento per la certificazione
Verranno eliminate inutili duplicazioni di documenti e di adempimenti nelle certificazioni sanitarie a favore delle persone con disabilità .
Il verbale di accertamento dell’invalidità potrà sostituire le attestazioni medico legali richieste.
Meno burocrazia quindi e inutili file.
In particolare il decreto semplificazioni elimina le duplicazioni di documenti e di adempimenti nelle certificazioni sanitarie; il verbale di accertamento dell’invalidità potrà sostituire le attestazioni medico legali richieste, ad esempio, per il rilascio del contrassegno per parcheggio e accesso al centro storico, l’Iva agevolata per l’acquisto dell’auto, l’esenzione dal bollo auto e dall’imposta di trascrizione al Pra.
Bollino blu biennale insieme alla revisione
Il «bollino blu» per le autovetture e i motorini, che oggi deve essere rinnovato annualmente, sarà contestuale alla revisione dell’auto che avviene la prima volta dopo quattro anni e poi con cadenza biennale, con evidenti risparmi di tempo e denaro per i cittadini.
Sarà anche più semplice e veloce, per i guidatori ultraottantenni, rinnovare la patente. Il rinnovo, di durata biennale, potrà essere effettuato direttamente presso un medico monocratico e non più presso una commissione medica locale.
Attualmente la patente andava rinnovata annualmente.
Per chi ha compiuto 50 anni il rinnovo della patente varrà per soli 5 anni rispetto agli attuali 10.
Viaggi agevolati per giovani, anziani e disabili
Le norme varate prevedono la promozione «di forme di turismo accessibile, mediante accordi con i principali operatori nei territori interessati, attraverso ala creazione di pacchetti agevolati».
Si tratta, in sostanza, di viaggi che potranno avare forti sconti e agevolazioni.
Nel decreto semplificazioni anche misure per dare in concessione i beni confiscati alla mafia. «I beni immobili che hanno la caratteristica di un possibile uso per scopi turistici , beni sequestrati o confiscati alla criminalità organizzata, possono essere dati in concessione a cooperative di giovani di età non superiore a 35 anni».
Esami e iscrizione tutto sul web
Le procedure di iscrizione alle Università saranno effettuate esclusivamente per via telematica. Così anche per i concorsi.
E sarà il ministero dell’Istruzione a curare la costituzione e l’aggiornamento di un portale unico, almeno in italiano e in inglese, per consentire l’iscrizione a tutte le università e il reperimento di ogni dato utile per l’effettuazione della scelta da parte degli studenti.
A decorrere dall’anno accademico 2012-2013, «la verbalizzazione, la registrazione degli esiti degli esami, di profitto e di laurea, sostenuti dagli studenti universitari avviene esclusivamente con modalità informatiche.
Le università adeguano – si legge nel documento – conseguentemente i propri regolamenti».
Arriva il dirigente garante dei tempi
In ogni amministrazione pubblica un dirigente diventerà il garante della rapidità delle risposte ai cittadini e alle imprese.
Sarà lui (o lei) a fare da commissario nel caso in cui la richiesta per un’autorizzazione rimanesse senza risposta.
E chi risulta inadempiente rischia sanzioni disciplinari.
Ogni anno, entro il 31 gennaio, Palazzo Chigi valuterà l’impatto degli oneri amministrativi: quanti sono stati introdotti e quanti eliminati: il conto dovrà chiudersi in pareggio (meccanismo one in, one out).
Parte anche la sperimentazione con le Regioni per l’avvio di aree a burocrazia-zero. S
catterà così una concorrenza tra Regioni che dovranno pubblicare i controlli richiesti alle imprese sul sito www.impresainungiorno.gov.it. Infine: via libera alla cabina di regia per l’agenda digitale.
Procedure veloci con la banca dati
Le norme di semplificazione sul fronte degli appalti consentiranno un risparmio di 1,3 miliardi per la Pubblica amministrazione. In media la stessa impresa è tenuta a presentare 27 volte la stessa documentazione.
Con la riforma avviata tutti i documenti contenenti i requisiti di carattere generale, tecnico-organizzativi ed economico-finanziario delle aziende vengono acquisiti e gestiti dalla Banca Dati nazionale dei contratti pubblici, presso l’Authority.
Le amministrazioni avranno la possibilità di consultare il fascicolo elettronico di ciascuna impresa ed effettuare tutti i controlli, mentre le piccole e medie imprese risparmieranno sui costi della gestione amministrativa circa 140 milioni l’anno.
Più facile vendere i prodotti del campo
Il produttore agricolo potrà vendere i suoi prodotti, in forma ambuilante, con una semplice comunicazione al Comune. E dal giorno stesso in cui la presenta.
E’ una delle novità per gli imprenditori agricoli .
L’Agea, nell’erogare i fondi Ue per l’agricoltura, potrà utilizzare le banche dati dell’Agenzia delle Entrate, dell’Inps e delle Camere di commercio. Saranno così più rapide le procedure e più efficaci i controlli.
Procedura più semplice per l’omologazione delle macchine agricole.
E’ inoltre ammesso che l’agricoltore possa spostare i rifiuti da un campo all’altro della stessa azienda se ciò è finalizzato unicamente al raggiungimento del deposito temporaneo o a quello della cooperativa di cui è socio.
On line e in tempo reale residenza e nascita
Rivoluzione on line per i certificati. Sarà possibile ottenere attraverso il web con pochi e semplici passaggi il cambio di residenza; l’iscrizione nelle liste elettorali; i certificati anagrafici (residenza, nascita, morte, ecc.) o il rinnovo dei documenti di identità . Insomma, cambia tutto per evitare lungaggini.
La carta d’identità scadrà il giorno del compleanno, immediatamente successivo alla scadenza che era originariamente prevista sul documento.
Nella norma è inoltre precisato che la novità riguarda i documenti rilasciati o rinnovati dopo l’entrata in vigore del provvedimento.
I cambi di residenza saranno validi dopo due giorni dalla richiesta, ma «l’iscrizione per trasferimento della residenza con provenienza da altro comune italiano produce immediatamente gli effetti giuridici dell’iscrizione anagrafica».
Attualmente, i cambi di residenza tra Comuni diversi sono circa 1.400.000 all’anno. Rimangono ovviamente fermi i controlli previsti e le sanzioni in caso di dichiarazioni false.
Pane fresco tutti i giorni e posta certificata per le Spa
Per la loro attività le imprese potranno contare su minori adempimenti e procedure più snelle. L’articolo 14 punta molto sulla semplificazione in linea con la disciplina comunitaria e in base al principio della proporzionalità dei controlli e degli adempimenti.
Per le Pmi arriva l’autorizzazione ambientale unica, già prevista per le grandi aziende.
Inoltre, sarà più agevole per le lavoratrici con gravidanze a rischio chiedere la messa a riposo (alle Asl e non più al ministero).
Sempre in materia di lavoro, più semplice l’assunzione dei lavoratori stagionali extra-Ue e il ricorso al collocamento.
Rafforzati i poteri in mano alla Commissione di garanzia sul diritto di sciopero.
Le imprese costituite sotto forma di società (Spa, Srl, etc.) dopo il 30 giugno dovranno comunicare con la PA tramite posta certificata.
Il decreto legge ha inoltre eliminato l’obbligo del riposo domenicale per i panificatori.
Per i Tir cancellato l’obbligo di fermo nei giorni precedenti domeniche e festivi.
Per feste e circoli privati eliminata l’autorizzazione della Polizia.
Babara Corrao e Umberto Mancini
(da “Il Messaggero”)
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Gennaio 28th, 2012 Riccardo Fucile
IL PIANO DI MONTI PREVEDE DI INSERIRE NELLA LEGGE DELEGA L’OBBLIGO DI DESTINARE I PROVENTI DEL RECUPERO DELL’EVASIONE FISCALE A MISURE DI DETASSAZIONE… L’OPERAZIONE POTREBBE SCATTARE A FINE ANNO: SE ARRIVANO 15 MILIARDI, ALIQUOTA DAL 23 AL 20%
Obbligo di destinare ogni anno quanto recuperato dal contrasto all’evasione fiscale per
la riduzione delle tasse.
Una norma di principio, nuova e rivoluzionaria, potrebbe spuntare nella delega fiscale che il governo Monti si appresta a presentare.
E aprire così, dopo rigore e crescita, puntualmente tradotte nei decreti Salva-Italia e Cresci-Italia, la “fase tre”, tutta dedicata all’equità .
Una sorpresa gradita ai contribuenti onesti che pagano le tasse.
I frutti potrebbero essere visibili presto, già entro l’anno per le feste natalizie, o più probabilmente nel 2013, quando parte del “tesoretto” recuperato con una sempre più intensa e visibile lotta all’evasione ritornerebbe nelle tasche degli italiani, almeno di quelli più bisognosi e a basso reddito.
L’ipotesi, allo studio del governo, si sostanzierebbe in una norma di principio da inserire nella famosa delega fiscale da 20 miliardi, eredità della manovra di agosto di Tremonti.
Accanto dunque al riordino mirato di agevolazioni e detrazioni – non sarà una rasoiata orizzontale, assicura il ministero dell’Economia – sostenuto dall’aumento dell’Iva a partire dal primo ottobre prossimo (due punti in più), l’ipotesi sarebbe quella di destinare almeno 10-15 miliardi (qualora l’incasso del gettito recuperato lo consentisse) alla riduzione del primo scaglione di Irpef dal 23 al 20%.
Oppure di rimpolpare specifiche detrazioni per famiglie, lavoratori e pensionati.
Una buona notizia che rinsalda il patto sociale Stato-cittadino, eroso da promesse non sempre mantenute, visto che nell’ultimo decennio tutti i governi, senza eccezione, si sono nutriti dell’annuncio più gettonato: “Abbasseremo le tasse grazie alla lotta all’evasione”.
Annuncio spesso senza seguito.
L’ultima importante redistribuzione in tal senso che si ricordi è targata Finanziaria 2000 sotto il breve governo Amato, con sgravi corposi che arrivarono a circa 30 mila miliardi di lire.
A distanza, ci fu il bonus incapienti di Prodi-Padoa Schioppa. E poco più. Tuttavia la pressione fiscale non è mai scesa in modo significativo.
E la finanza pubblica italiana ha via via anteposto l’obiettivo di risanamento a quello della restituzione. Bastone e carota.
Ora ci prova il governo Monti.
Quanto stiamo effettivamente recuperando dalla lotta all’evasione?
La risposta è meno lineare di quanto si creda.
Nel quinquennio 2006-2010, ad esempio, la cifra sfiora i 63 miliardi di euro, il 58,5 per cento delle entrate nette totali.
Ma attenzione, il totale si riferisce alle somme che i diversi governi hanno solo previsto di stanare, non quanto effettivamente hanno poi raccolto.
E tuttavia si tratta della posta messa a bilancio, anno per anno, e paradossalmente mai verificata a consuntivo.
Le entrate reali, i soldi veri – e questo si sa – sono andate invece a coprire i deficit di bilancio.
Per avere una cifra più vicina ai capitali poi ripescati e di sicura certificazione, possiamo fare riferimento al Dipartimento Finanze.
Nel quinquennio, si legge nei documenti, gli incassi da attività di accertamento e controllo hanno quasi raggiunto i 49 miliardi.
Una cifra non lontanissima dai 63 miliardi stimati “ex ante”.
Ma al suo interno, si specifica, non tutto proviene dal recupero di imposte non pagate al Fisco (vi possono essere somme riscosse per conto di enti locali e anche recuperi di aiuti di Stato). L
a Corte dei Conti sul punto avverte del rischio che “cifre con origini, cause e riferimenti temporali diversi siano utilizzate per misurare le performance annuali della lotta all’evasione”.
Incertezze contabili a parte, il governo Monti punta a ripristinare nel Paese quella equità fiscale che l’evasione monstre da 120 miliardi all’anno ha tolto già da tempo.
Il veicolo legislativo potrebbe essere la delega fiscale, consegnata all’attuale esecutivo dall’ultima manovra di Tremonti, in cui inserire il principio che tutto ciò che viene sottratto all’evasione fiscale andrà a ridurre le tasse.
Una rivoluzione copernicana.
Nell’ultimo decennio solo il governo Amato destinò il tesoretto derivante dalla lotta all’evasione distribuendo 30 mila miliardi di lire.
Ma tutti hanno promesso di abbassare le tasse. Prodi, nel 2007 e 2008, ideò il bonus per gli “incampienti”. Poi poco altro. Ma tutte, senza esclusioni, le leggi finanziarie degli ultimi anni hanno messo nero su bianco quell’impegno. E invece quasi sempre i tesoretti hanno rattoppato le disastrate finanze pubbliche.
Anni di crisi e di emergenze, di sforamenti e di ammanchi, certo. Ma è alquanto curioso leggere, ad esempio, nel testo delle leggi finanziarie 2009 e 2010 (governo Berlusconi) che le eventuali maggiori disponibilità rispetto a quanto preventivato sarebbero servite a ridurre la pressione fiscale per famiglie con figli e per i redditi medio-bassi, con priorità a lavoratori dipendenti e pensionati. Promesse al vento.
Se l’incasso effettivo fosse in linea con quanto recuperato da Agenzia delle entrate e Guardia di Finanza negli ultimi anni, anche per il 2012 il tesoretto, l’extragettito, non dovrebbe scendere sotto la soglia dei 10-12 miliardi.
Ma l’effetto Cortina (il “blitz” di Capodanno dei finanzieri nelle boutique della perla delle Dolomiti a caccia di scontrini) potrebbe far lievitare quella cifra.
Si stima, dunque, una forchetta più ampia fino ai 15 miliardi.
Che cosa fare con questo tesoretto? Come poi tradurre in pratica la nuova norma di principio (i frutti dell’evasione per avere meno tasse)? Il compito è senz’altro delicato. T
ra le ipotesi che potrebbero essere sul tavolo, c’è la riduzione dell’Irpef. L’aliquota del primo scaglione potrebbe scendere di tre punti (dal 23 al 20 per cento). E ogni punto vale all’incirca proprio cinque miliardi. Ne beneficerebbero senz’altro i redditi molto bassi.
Un’altra via percorribile è quella delle detrazioni. Alcune di queste potrebbero diventare più corpose, a beneficio di famiglie, lavoratori, pensionati.
L’effetto disboscamento della giungla di agevolazioni per complessivi 20 miliardi (5 nel 2012 e il resto nel 2013)- la delega fiscale, da attuare con tagli oculati e non orizzontali – sarebbe così attenuato o, per meglio dire, reso più equo.
La Corte dei Conti ha più volte messo in guardia dalle incertezze che circondano la quantificazione dell'”evasione”, sia per quanto attiene alla dimensioni del fenomeno, sia per i risultati del contrasto.
Una materia delicata, ha ricordato la Corte lo scorso maggio nel suo Rapporto sulla finanza pubblica. Le stime del gettito, innanzitutto.
Si tratta, spiegano i giudici contabili, di valutazioni “ex ante”, di poste che i governi auspicano di rastrellare.
Utilizzate sempre più come “terza via” nelle politiche di bilancio, accanto alla riduzione della spesa pubblica e all’aumento delle tasse. Una terza gamba ballerina.
Anche perchè sugli esiti della lotta all’evasione è molto difficile quantificare gli “ex post”. La Corte ricorda che tra l’accertamento e l’incasso vero e proprio c’è di mezzo la riscossione, una fase che apre mille rivoli di incertezza, dovuti a contraddittori e contenziosi.
L’assioma individuato-recuperato deve essere quindi maneggiato con cautela quando si promette di usare i tesoretti vari, gli extragettiti, per ridurre le tasse o per programmare altre azioni di governo. L
a parzialità informativa è legata anche al fatto che i dati non registrano quanto ricavato per effetto della “tax compliance”, dalla sola dissuasione ad evadere (l’effetto Cortina, ad esempio).
I tesoretti non finiscono qui.
Le vie per ridurre le tasse e così rilanciare la crescita non terminano con la lotta all’evasione.
Un’altra battaglia sembra essere stata ingaggiata dal governo. Ed è quella contro gli sprechi.
La chiamano “spending review”, revisione della spesa pubblica, ed è un altro pilastro della “fase tre”, dedicata all’equità . Il governo ha insediato proprio ieri un comitato informale guidato dal titolare dei Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda (che ha la delega della materia e ieri ha illustrato le linee guida in Consiglio dei ministri), e a cui partecipano il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, e il vice ministro dell’Economia, Vittorio Grilli.
Si riunirà la prossima settimana e inizierà il lavoro di pulizia a partire dai dicasteri di Interni, Istruzione e Affari regionali.
Le linee guida, ispirate ai progetti del 2007 dell’allora ministro del Tesoro Padoa Schioppa, puntano a restituire al settore privato attività e interventi che non hanno più ragione di essere pubblici, ma anche a garantire efficienza nel settore pubblico per concentrare l’azione su chi ne ha bisogno. Il lavoro avrà tre obiettivi: individuare programmi di spesa, uffici e attività da sopprimere o razionalizzare, scoprire inefficienze, segnalare leggi di finanziamento potenzialmente eliminabili.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 27th, 2012 Riccardo Fucile
PER IL RILASCIO E IL RINNOVO DEI PERMESSI TREMONTI AVEVA PREVISTO L’AUMENTO DA 80 A 200 EURO… MONTI AVEVA PROMESSO DI CANCELLARLO, MA NON LO HA ANCORA FATTO…E DA LUNEDI SCATTA LA NUOVA IMPOSTA
È il giallo della tassa fantasma: dagli 80 ai 200 euro per ogni rilascio o rinnovo di permesso di soggiorno.
Inventata dal duo Maroni-Tremonti, la stangata doveva essere oggetto di «riflessione» da parte del governo Monti.
Eppure nulla si è saputo e il tempo corre.
Così, salvo notizie dell’ultima ora, da lunedì prossimo scatterà la maxitassa sui migranti.
Il «Contributo per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno» nasce col decreto 6 ottobre 2011, firmato dall’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, di concerto con il responsabile del Viminale, Roberto Maroni.
La tassa, pubblicata nella Gazzetta ufficiale di fine anno, entrerà in vigore il 30 gennaio prossimo.
Il contributo varia a seconda del tipo di permesso richiesto: si va dagli 80 euro per quello di durata inferiore o pari a un anno, fino ai 200 euro per il rilascio del permesso Cee per soggiornanti di lungo periodo.
Tassa che si va a sommare — si chiaro — a quanto (57 euro) i migranti già versano per i costi amministrativi e postali della pratica.
La rivolta delle associazioni e la risposta di Monti.
L’introduzione della tassa ha scatenato la protesta di associazioni e sindacati, tanto da far muovere il governo Monti.
Prima con una intervento dei ministri Riccardi e Cancellieri, poi con una nota scritta del Viminale. «Sarà analizzata la possibilità di introdurre una sostanziale riduzione degli importi del contributo per il rilascio del permesso di soggiorno, anche prevedendo esenzioni per particolari situazioni di reddito o composizione del nucleo familiare — annunciava il 5 gennaio scorso il sottosegretario dell’Interno, Saverio Ruperto — una cosa è contribuire, giustamente, alla copertura dei costi amministrativi legati al rilascio del permesso, altra è aver introdotto un contributo a carico degli immigrati regolari, destinato al sostegno dei costi dei rimpatri degli irregolari».
Che ne è ora della tassa? Finora nulla di ufficiale si è saputo.
La tassa resta in vigore e in questi giorni è cominciata la corsa ai rinnovi dei permessi di soggiorno per evitare di incapparci.
La data è infatti segnata: dal 30 gennaio ogni immigrato regolare potrebbe essere costretto a sborsare un tesoretto per vedere rinnovati i propri documenti.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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