Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile
L’INVESTITURA DI GOBBO, IL LEADER DELLA LEGA VENETA LANCIA IL GOVERNATORE: “E’ LUI L’UOMO GIUSTO”
Alla fine il nome lo fa: Luca Zaia. E lo motiva: la base lo chiede.
E addirittura scavalca la dichiarata indisponibilità del governatore spiegando che quando il partito chiama bisogna mettersi a disposizione.
Sentire Gian Paolo Gobbo, segretario veneto della Lega, esprimersi in maniera così decisa è già una novità , figurarsi se il tema è la successione a Bossi: «Il Veneto ha tutte le caratteristiche per esprimere un segretario federale e l’uomo giusto potrebbe essere Zaia–ha detto sabato nella sua Piazza dei Signori a Treviso – e se lo chiede la base bisogna rispondere ».
Non sarebbe nemmeno una candidatura estemporanea: «Ne stiamo ancora discutendo» sibila, quasi facendo balenare il sospetto che questo nome sia stato portato addirittura al Federale.
Poco importa che anche sabato Zaia abbia ribadito ad AntennaTre che ne ha già abbastanza così, che deve già «risolvere troppi problemi in Veneto».
Le frasi di Gobbo (pronunciate, guarda caso, nell’anniversario del bombardamento della sua città ) hanno l’aura di un’investitura proprio perchè uscite dalla bocca di un uomo con l’allergia a taccuini, titoloni e annunci pubblici.
Uno che, quando parla, lo fa per lanciare messaggi.
«La Liga Veneta è la madre di tutte le Leghe, il Veneto ha posti rilevanti e di responsabilità . C’è grande orgoglio nel nostro territorio, altro che sudditanza nei confronti dei lombardi» ribatte a chi chiede più autonomia.
«Siamo un movimento federale, ma abbiamo dimostrato di avere un peso notevole. Treviso, in particolare, è la segreteria con il maggior numero di voti, di militanti e con i migliori risultati».
Forse sono solo parole che deve a una base delusa, forse sono qualcosa di più: un piano d’azione.
Nel frattempo il triumvirato va bene, anzi, benissimo.
«Ho sempre detto che per me sarebbe stata questa l’unica soluzione, anche se temporanea, con la presenza di un veneto. La Dal Lago farà bene».
Zaia, quindi.
Il figlio di una Liga Veneta uscita senza macchia dal fango lombardo, «uno dei giovani dirigenti che più stanno facendo crescere il movimento » riflette il segretario.
Amato dal popolo, capace di rifondere fiducia nel Carroccio che esce a pezzi da via Bellerio prendendo il posto del leader spodestato dal nepotismo e dai presunti versamenti occulti di denaro pubblico.
E checchè ne dica il governatore, risoluto nell’escludere una sua candidatura in Via Bellerio, non sarà lui a decidere.
«Anch’io mi sono chiamato fuori diverse volte, non l’ho chiesto io di fare il segretario, ma se il movimento e i militanti chiamano bisogna rispondere».
Gobbo, di solito, fa e non dice. Soprattutto, non ama i colpi di scena.
Adesso però le cose sono cambiate perchè al di là del Garda sta crollando il castello della famiglia Bossi e del suo entourage, e qualcuno deve prendere in mano la situazione.
Riuscirà ad essere la Liga, che invece esce dalle vicende giudiziarie con la faccia pulita e un rinnovato orgoglio, internamente più forte ora che i cugini hanno dimostrato la fragilità degli uomini all’ombra del Capo?
Qui non ci sono figli candidati in Regione, lauree comprate all’estero e case restaurate all’insaputa di tutti, nè figure come Belsito che manovravano milioni di euro.
Dei quali, lo dicono carte e bilanci, mai uno è arrivato in Veneto: le circoscrizioni all’asciutto, le sedi tutte in affitto e coi pagamenti in ritardo proprio perchè di soldi non c’era neanche l’ombra.
Anzi, l’unico veneto nell’occhio del ciclone, il senatore trevigiano Piergiorgio Stiffoni, sembra in grado di dimostrare la sua correttezza.
Due giorni fa, il presidente della Regione Zaia aveva chiesto più democrazia nel movimento, e un peso maggiore dei veneti nel direttorio.
Forse non era a questo che pensava, non una candidatura designata proprio dal suo segretario.
«Non so perchè si continua a dire – sibila Gobbo – che serve più democrazia, ce n’è sempre stata nella Lega. Oggi la situazione è grave, sono giorni amari e chi ha sbagliato pagherà . Ma il simbolo e gli ideali della Lega restano. È la volontà di migliaia di persone che credono in un progetto».
In tutto questo, il congresso nazionale è ancora un pensiero lontano.
«È tutto da vedere – taglia corto -. Prima c’è il provinciale di Padova. Non sarò solo io a decidere la mia ricandidatura».
Ieri sulle vicende giudiziarie del Carroccio è intervenuto anche Flavio Tosi, sindaco di Verona. «Come si fa a fare pulizia? Basta vedere dove sono i soldi usciti dalla Lega e chi li ha utilizzati e quelli se ne vanno dal partito».
Silvia Madiotto
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile
L’ESCLISSE LEGHISTA NON MERITA L’ONORE DELLE ARMI… BASTA LA PAROLA DEI SUOI MANIFESTANTI: “BUFFONI”
Fa tristezza pensare alla Lega, come è finita. Ma non per il destino infelice di Bossi che
cade dal trono.
Fa tristezza pensare che questi della Lega, dopo l’immenso danno arrecato all’Italia e il cospicuo guadagno che alcuni di loro ne hanno ricavato, hanno dovuto dirsi da soli quello che sono.
Buffoni, imbroglioni, traditori, gridava la folla degli ex elettori in strada.
E dentro, dove vi descrivono abbracci e pianti fra guerrieri che si salutano, potete immaginare che cosa — in realtà — si sono detti, che carte hanno sventolato, quali riguardi hanno dedicato al vecchio capo che se ne andava.
So benissimo che le urla di strada volevano essere di sostegno. Ma nella confusione le parole erano quelle.
Nessuno può dire, con un minimo di faccia e di decoro che si tratta di una sorpresa e chi l’avrebbe mai detto, quei bravi ragazzi.
Forse non si sapeva niente del Trota, dalla scuola al Consiglio regionale Lombardo al trofeo calcistico delle squadre dei popoli oppressi?
Forse non ci avevano parlato loro stessi di Monica della Valcamonica che provvede a truccare le elezioni per aprire la strada al Figlio?
Forse ci avevano ipocritamente nascosto il loro linguaggio da statisti?
Borghezio, che è sempre rappresentante parlamentare della nostra Repubblica in Europa, ha mai negato, “cazzo” (sto citando suoi importanti discorsi politici) “se la vadano a prendere in culo e gli immigrati vanno buttati in mare ” di esprimersi e comportarsi come Lega comanda?
Riconosciamo ciò che dobbiamo riconoscere.
La Lega non ci ha mai mentito.
Durante la guerra contro Gheddafi i disperati fuggivano cercando soccorso in Italia e Bossi ha detto subito, a tutti i nostri microfoni “fo era di ball”.
Era ministro, quasi vice premier.
Ed era ministro (dell’Interno) anche Maroni, quello che adesso invoca la pulizia.
E volete che Marina militare e Forze dell’ordine della Repubblica nata dalla Resistenza non ne abbiano tenuto conto nei crudeli e ripetuti respingimenti in mare, prima fatti insieme a un Paese dispotico e senza diritti umani, la Libia, poi con la complicità di tutti coloro che hanno fatto finta di non sapere, col risultato di lasciar morire in mare uomini, donne, bambini, giovani donne incinte cui spettava il diritto d’asilo secondo le leggi del mondo?
Congratulazioni agli uomini della Lega, d’accordo.
Hanno compiuto, tra l’indifferenza di tanti, ciò che avevano promesso, e hanno incassato il dovuto e più del dovuto — il tutto girato alla famiglia — perchè intanto consentivano a Berlusconi di governare e gli votavano leggi ad personam da avanspettacolo.
Ma il più vergognoso discredito (e condanna dell’Alta Corte di Strasburgo per violazione dei diritti umani) a carico della Repubblica italiana, questo è il dono della Lega al Paese che l’ha accettata.
Ci sono due domande che tormenteranno chi ci seguirà nella storia .
La prima è: ma c’era la Costituzione.
Come hanno potuto i leghisti volere e ottenere la legge sulle ronde, le classi separate per i bambini non italiani (dunque in regime di apartheid) le impronte digitali per i bambini rom, il “pacchetto sicurezza” che assegna poteri del tutto arbitrari ai sindaci e sospende le garanzie fondamentali ai cittadini immigrati; centri di identificazione ed espulsione dove si può restare rinchiusi un anno e mezzo senza difesa e senza diritti nelle condizioni più disumane; il federalismo fiscale, penosa invenzione senza numeri e senza copertura di spese come mega manifesto elettorale da esibire, a spese di tutto il Parlamento in ogni manifestazione leghista; l’approvazione quasi unanime nelle due Camere di un Trattato di amicizia, collaborazione militare, scambi di basi e di segreti, respingimenti congiunti in mare di profughi e migranti, anche se titolari di diritto d’asilo?
Come è potuto accadere senza una rivolta del Parlamento, prima di tutto della sua opposizione?
La seconda è: ma come hanno potuto, stampa e televisione italiana, sottrarsi al dovere di denunciare all’opinione pubblica un partito che ha oscillato sempre fra il ridicolo (Calderoli con il lanciafiamme), il dileggio aperto alle istituzioni (“Signora , il tricolore lo può mettere al cesso”).
E il gesto criminale di dare fuoco di notte ai giacigli di immigrati senza casa accampati a Torino sotto i ponti della Dora?
O incendiare un campo rom per presunto stupro mai avvenuto?
Per capire questo inspiegabile evento italiano mettete da parte due citazioni da editoriale di grandi quotidiani del 6 aprile.
Prima citazione.“Bossi aveva tutti contro ma ha contribuito a scardinare la Prima Repubblica, portando istanze nuove dove prima il Nord era solo una espressione geografica”. (Pierluigi Battista, Il Corriere della Sera) .
Avete letto bene, “istanze nuove”.
E il Nord di Olivetti, Agnelli, Pirelli, Pasolini, Montale, Visconti, prima di Bossi, era “solo una espressione geografica”.
Seconda citazione. “Non lasciano da vincitori ma da sconfitti (Berlusconi e Bossi, ndr). “Eppure sono sconfitti a cui va riconosciuto l’onore delle armi”. (Michele Brambilla, La Stampa).
La cronaca vuole che la richiesta di onore delle armi (una sorta di funerale di Stato a un vivo) arriva proprio mentre, sempre sincero e privo di imbarazzo, Bossi ha fatto sapere che “è tutto inventato da Roma ladrona e farabutta”, con il consueto linguaggio di statista che “porta nuove istanze”.
Ecco perchè oggi, nel ricordare furti e ricatti e menzogne e delitti (i morti in mare) della Lega e il suo scempio di diritti umani, è giusto ricordare il mondo giornalistico italiano che ha reso tutto ciò possibile.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile
LO STORICO TESORIERE DELLA LEGA: “IL BOSSI CHE CONOSCEVO CONTROLLAVA I CONTI DI PERSONA”….”DOPO LA MALATTIA SE NE SONO APPROFITTATI”
Alessandro Patelli, lei è passato alla storia come “il pirla” della Lega”. Era responsabile amministrativo, organizzativo e uomo di fiducia di Bossi: il 7 dicembre 1993 fu arrestato per una presunta tangente da 200 milioni. Uno scandalo, per quei tempi. Ma nulla in confronto a quanto sta succedendo in questi giorni…
«Sa quali sono le due cose che più mi hanno sorpreso?».
Prego.
«Da che parte è arrivato Belsito? Chi l’ha messo lì? Come è diventato tesoriere?».
Lei lo conosce?
«Mai visto. Nessuno sa niente di lui, è avvolto dal mistero. Viene da pensare che forse sia vera la questione dell’accordo economico del 2000. Ma se Belsito non era un uomo di fiducia di Bossi, di chi lo era?».
Di Berlusconi?
«Non so, mi faccio delle domande».
La seconda cosa che l’ha sorpresa di questa faccenda?
«Il collegamento con la ‘ndrangheta. Assurdo, folle. La Lega ha sempre combattuto questo tipo di organizzazioni».
Bossi si è dimesso.
«Finalmente, sono contento per lui. Può riprendersi un po’ di dignità senza essere usato come icona. Il ruolo di presidente è perfetto per lui».
Patelli, approfondiamo e ci faccia capire. Secondo lei Bossi sapeva della cartella “The family”? E dei rispettivi conti?
«Qualcosa, forse. Sicuramente non tutto. Comunque ai miei tempi si sarebbe accorto di ogni stranezza».
In che senso?
«Il sistema di controllo che avevo adottato era molto semplice: un unico conto corrente centrale a cui confluivano i finanziamenti pubblici e da cui si prelevava solo per trasferirli sui conti per la gestione ordinaria. La firma era di Bossi. Il quale non controllava tutto, ma si accorgeva in caso di prelievi esagerati o non giustificati».
Non è più così?
«Non credo. Quando mi sono dimesso, è stata smontata quell’organizzazione del lavoro. E da quel momento tutte le vicende sono andate male, dalla sede acquistata per 14 miliardi – quando pochi mesi prima ne valeva 8 – alla banca e agli investimenti immobiliari».
Il nuovo tesoriere è Stefani.
«Un imprenditore attento, ex gioielliere, bravo a gestire. Uno come lui non andrebbe mai a investire in Tanzania, sceglierebbe l’oro italiano. Niente azzardi, ma sicurezze».
Torniamo a Bossi. Quanto è cambiato con la malattia?
«Molto. Non percepisce più le situazioni con la stessa immediatezza di prima. È sfruttato da tutti, ognuno cerca di usarlo come si usa un totem. L’avessimo fatto noi, ai tempi, ci avrebbe buttato giù dal palco».
Secondo lei è stato circuito?
«Dire che è stato circuito è un’espressione forte. Ma rende l’idea ed è più credibile rispetto all’ipotesi che sapesse tutto quello che è accaduto in questi mesi».
Patelli, verrebbe da dire che Bossi sia stato un po’ un pirla.
«È così. Un pirla non cosciente».
E detto da lei…
«Ha fatto la figura del pirla, ma non per colpa sua. Avesse voluto soldi per la famiglia, si sarebbe fatto aumentare lo stipendio di 10 mila euro al mese. Senza bisogno di alte manovre strane».
Già , la famiglia. La sua rovina politica.
«Guardi, nel 2004, dopo la malattia, io dissi che l’unica persona in grado di prendere in mano la Lega era la moglie di Umberto. Oggi i fatti mi hanno smentito. La moglie e il figlio stanno mandando a gambe per aria la Lega. Ma capisco cosa possa essere successo».
Cosa capisce?
«Quando una moglie scopre di essere tradita, va dal marito e dice basta. Gliela fa pagare. Pretende che almeno la famiglia venga sistemata, che i figli abbiano un futuro».
È andata così?
«Il Bossi che conoscevo, mai avrebbe portato i figli nella Lega. Ricorda la famosa battuta? “Solo un asino per famiglia può fare politica”».
Invece Renzo detto il Trota…
«L’ho visto crescere, bambino sveglio e furbo. La madre lo curava solo con prodotti omeopatici».
Sarà per quello che è peggiorato?
«Non lo conosco ora, non so come sia diventato. Di sicuro non è una cima in politica».
Patelli, la domanda che tutti si fanno, adesso, è: la Lega ha sempre rubato?
«L’errore di fondo è che si dà troppo denaro ai partiti senza controlli. I bilanci non ti permettono di sapere come vengono usati i soldi».
Così però non ha risposto. La Lega ha sempre rubato?
«No. Quando l’amministravo io non sono mai stati distratti fondi pubblici. C’è solo la faccenda dei 200 milioni che ormai spero sia chiara a tutti. Non fu una tangente, ma una non dichiarazione di aver percepito soldi. Da ’92 in poi, però, non so cosa sia avvenuto…».
Quale è il futuro della Lega?
«Credo che ci siano due strade. La prima è quella che porterebbe a tirare a campare, cioè far tornare Bossi segretario. E sarebbe l’errore più grosso».
L’altra?
«Fare un congresso federale tra due mesi. Eleggere Bossi presidente, padre della Lega, ideologo, e affiancargli tre o quattro uomini di fiducia con Maroni segretario. L’unico modo per avere un futuro vero».
Alessandro Dell’Orto
(da “Libero“)
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Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile
IL TROTA RELATORE DI UN PROGETTO SULL’EDUCAZIONE ALLE REGOLE IN REGIONE LOMBARDIA… RENZO E’ STATO ASSENTE A META’ DELLE SEDUTE
Certo, in quel consiglio regionale non c’erano i curriculum più adatti per salire in cattedra. 
Sarà stato per i cecchini della magistratura che man mano facevano cadere come birilli consiglieri e vicepresidenti della Regione Lombardia, sarà stata per vocazione personale, ma alla fine in cattedra è salito Renzo Bossi. Ognuno la penserà come meglio crede dopo la bufera che sta investendo la Lega da qualche giorno.
Però il Trota nei due anni in cui siede in Regione Lombardia un solo compito ha svolto di un certo prestigio: la commissione affari costituzionali di cui è membro gli ha affidato il mandato di relatore della legge sull’educazione alla legalità .
Bossi jr dunque è finito in cattedra, come maestro di legalità , trovando finanziamenti e norme perchè questa rilevante materia che lui evidentemente padroneggiava fosse insegnata in tutte le scuole, introducendo perfino in Lombardia un giorno della legalità .
Non che abbia lavorato spaccandosi la schiena per questo, il Trota.
Pur essendo fra i giovanissimi che hanno conquistato una poltrona di primissimo piano della politica (fare il consigliere regionale significa subito sghei senza dovere combattere prima lunghi anni in municipi e consigli comunali conquistandosi gettone su gettone con le presenze), Bossi jr ha cercato di non fare la figura del secchione.
Gli altri giovanissimi catapultati su poltronissime cercavano di rimediare al peccato originale cercando di essere i primi ad entrare e gli ultimi ad uscire dalle aule consiliari e dalle commissioni?
Lui no, il Trota ha bisogno di nuotare all’aperto.
Anche nella commissione che tanto onore gli ha concesso, eleggendolo maestro di legalità , ha bigiato in media una volta su due.
Circa una trentina le riunioni in due anni- e già non era cosa da uscire con la schiena ricurva e spezzata- e lui ne ha bigiate almeno una quindicina.
Spesso avendo cura di farsi sostituire da altro collega del Carroccio, almeno per non mettere la maggioranza in difficoltà .
Altre volte dimenticandosi pure dell’incombenza: ha dato buca e basta.
Non c’era perfino il giorno in cui dovevano affidargli formalmente il mandato di relatore sulle proposte di legge unificate di educazione alla legalità .
Ma alla fine ha preso sul serio il suo compito, e il 27 gennaio 2011 in commissione c’era ad approvare e rigettare emendamenti al testo.
Ha strappato pure qualche sorriso nelle fila dell’opposizione, visto che ha difeso a spada tratta testi dell’Italia dei Valori causando qualche maldipancia ai colleghi di maggioranza.
Il Trota maestro di legalità è riapparso anche in aula l’8 febbraio successivo, quando la legge di cui era relatore è andata ai voti del consiglio regionale.
Ha duettato amabilmente con il presidente del Consigliom, Davide Boni, ancora immacolato da problemi legali e perfino con Filippo Penati, che quel giorno era ancora vicepresidente prima che la legalità se lo portasse via.
Ha letto la sua relazione di accompagnamento alla legge che stanziava 500 mila euro per istituire quei corsi di legalità fin da giovani.
Chissà se il testo era stato scritto dal Trota o semplicemente affidato da penna altrui alla sua oratoria.
Fatto sta che le parole è stato lui a pronunciarle, e restano scolpite nella pietra del consiglio regionale ancora oggi.
Come la certezza indignata con cui definiva la legge di educazione alla legalità «una risposta concreta alla mancanza di civismo» che lui aveva riscontrato nelle giovani generazioni. E la percezione che solo l’educazione ricevuta in erba fosse necessaria «per rimuovere la maleducazione imperante».
A sentire il Trota sembrava davvero cresciuto ad Oxford, non certo frequentando per corrispondenza.
Cortese anche quando cassò un emendamento che fortissimamente voleva l’assessore Romano La Russa.
Scivolato sulle origini familiari solo quando replicò all’augusto fratello di Ignazio: «Ho cercato di trovare una quadra a questo progetto di legge, altri emendamenti non posso accettare».
Giorno di trionfo per Bossi jr, forse il solo in questa legislatura che sta prendendo una piega amara.
Lui l’ha celebrato ben con due comunicati stampa trionfali. Maestro di legalità era divenuto, e ormai l’effigie era apposta sul petto.
Non può certo togliergli il titolo un John Henry Woodcock qualsiasi…
(da “Libero”)
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Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile
IL CLAN DE STEFANO, GRAZIE ALLA MEDIAZIONE DELLE FAMIGLIE DELLA LOCRIDE, HA PORTATO I SUOI AFFARI AL NORD… FINO A INCONTRARE INVESTITORI IN CAMICIA VERDE
Da una parte gli uomini della Lega e i loro intrallazzi nella gestione dei rimborsi elettorali.
Dall’altra le società ed i business milionari dei clan De Stefano.
In mezzo, a fare da anello di congiunzione tra i due mondi, una serie di ambigui “procacciatori d’affari” capaci di muoversi in paludi d’ogni genere. Sono proprio le nebbie di questa sorta di terra di mezzo ad avere attirato l’attenzione delle indagini calabresi sul ruolo che Francesco Belsito potrebbe avere avuto in un pasticcio che coinvolge ‘ndranghetisti, broker e politici del Carroccio.
Per il pm della Dda reggina, Giuseppe Lombardo, è plausibile che il punto di contatto tra ‘ndrine e Lega sia rappresentato proprio dai faccendieri che gestivano affari sia per conto della criminalità organizzata calabrese che per i duri e puri di Umberto Bossi.
Stessi fini, identiche tecniche. Con l’obiettivo di ripulire e rigenerare soldi provenienti da affari loschi.
Mazzette e rimborsi elettorali da una parte capitali frutto di estorsioni e grandi traffici dall’altra.
A fare da collante personaggi come Romolo Girardelli e l’avvocato (che poi avvocato non è) Bruno Mafrici.
Per i magistrati Girardelli, un procacciatore di business in odore di ‘ndrangheta. “L’ammiraglio”, come lo chiamavano nell’ambiente, nel 2002 era stato indagato per associazione di stampo mafioso.
Gli investigatori lo ritengono vicino ai vertici del clan De Stefano, famiglia potentissima della città dello Stretto con interessi in Liguria e Francia.
Una figura simile a quella di Mafrici, consulente a tutto campo, con una laurea in giurisprudenza e una tessera da consulente del Consiglio dei Ministri ai tempi in cui Belsito era sottosegretario del Ministero della semplificazione normativa.
Entrambi sono legati poi a un personaggio chiave che compare in diverse inchieste dell’antimafia.
Si tratta di Paolo Martino cugino di Peppe De Stefano, boss indiscusso del clan più moderno e potente delle cosche della ‘ndrangheta.
Martino ha già pagato un omicidio commesso da minorenne a Reggio Calabria negli anni in cui imperversava la guerra dI mafia.
Uscito dal carcere, secondo alcune inchieste si sarebbe trasferito a Milano, dove si sarebbe occupato per conto della “famiglia” di molti affari.
Accuse che Martino ha respinto durante un recente interrogatorio davanti al Gip di Milano Giuseppe Gennari che lo ha fatto arrestare a seguito dell’inchiesta “Redux – Caposaldo”.
Quello che Martino non può negare sono i legami con i De Stefano. Una dinastia di ‘ndrangheta considerata l’èlite dell’organizzazione.
L’uccisione del vecchio patriarca, don Paolino De Stefano, il 13 ottobre del 1985, portò ad una guerra di mafia che fino al 1991 portò a contare tra i 700 e gli 800 morti a Reggio Calabria e provincia.
Una mattanza che si chiuse soltanto dopo un difficilissima mediazione da parte dei boss di vertice dei mandamenti della Tirrenica e della Locride.
Da allora la ‘ndrangheta reggina è cresciuta e prosperata, anche grazie al ruolo dei De Stefano.
Una famiglia, dicono i pentiti, “che gestiva i rapporti con la politica, la massoneria e l’economia”.
A loro era demandato “il contatto con ambienti istituzionali”, insomma “con la gente che conta”.
Così la cosca è cresciuta a dismisura, fino a sedere ai tavoli della “Reggio bene” e, molto probabilmente, anche della “Milano da bere”.
In questa ottica, sempre secondo le inchieste del Pm Giuseppe Lombardo, la chiave d’accesso ad alcuni ambienti è rappresentata da uomini come Martino e Girardelli, mentre avvocati come Mafrici – questo il sospetto – sarebbero arrivati in Lombardia per tenere d’occhio gli affari di società e aziende riconducibili, più o meno direttamente, alle famiglie calabresi.
Giuseppe Baldessarro
(da “La Repubblica”)
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Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile
“OGNI VOLTA CHE AVEVO BISOGNO DI SOLDI PER FARE BENZINA O PER PAGARE UN RISTORANTE POTEVO ANDARE ALL’UFFICIO CASSA DELLA LEGA, FIRMARE UN DOCUMENTO CHE NON PREVEDEVA GIUSTIFICAZIONI E RITIRARE AL MASSIMO 1.000 EURO, ANCHE PIU’ VOLTE AL MESE”
“Mi dimetto”. Così Renzo Bossi, figlio del leader della Lega Nord, annuncia al Tgcom24 la decisione di
lasciare l’incarico di consigliere regionale lombardo. Un passo indietro che, nelle ultime ore, era stato chiesto da militanti ed esponenti leghisti con sempre maggiore forza.
“Non sono indagato — ha spiegato — ma credo che sia giusto e opportuno per il mio movimento fare un passo indietro”.
E ha aggiunto: “Senza che nessuno me l’ha chiesto faccio un passo indietro in questo momento di difficoltà , do l’esempio — ha detto – Sono sereno e ho fiducia nella magistratura, anche se non sono indagato. E’ giusto e opportuno farsi da parte, sono sereno e so benissimo cosa ho fatto”.
Gli elementi imbarazzanti si moltiplicano e anche la base della Lega, fatto salvo l’affetto per Umberto Bossi, inizia a non sopportare più quello che sta leggendo e ascoltando.
Le dichiarazioni dell’autista di Renzo, il colpo di grazia.
“Non ce la faccio più, non voglio continuare a passare soldi al figlio di Umberto Bossi in questo modo: è denaro contante che ritiro dalle casse della Lega a mio nome, sotto la mia responsabilità . Lui incassa e non fa una piega, se lo mette in tasca come fosse la cosa più naturale del mondo. Adesso basta, sono una persona onesta, a questo gioco non ci voglio più stare”. Alessandro Marmello, autista e bodyguard di Renzo Bossi, si sfoga con Oggi. E al settimanale racconta i tre mesi del 2009 durante i quali ha lavorato per il figlio del Senatur.
Dall’aprile 2011, inoltre, Marmello è stato assunto dalla Lega, racconta, con un contratto a tempo indeterminato emesso direttamente dalla Lega Nord Padania e firmato dal tesoriere Francesco Belsito.
“Da quel momento avrei avuto disponibilità di denaro contante per le spese relative al mio servizio. Ogni volta che avevo bisogno di soldi per fare benzina, oppure pagare eventuali spese per la manutenzione dell’auto, ma anche per pagare il ristorante quando ci trovavamo, spesso, fuori Milano, potevo andare direttamente all’ufficio cassa alla sede della Lega, in via Bellerio, firmare un documento che non prevedeva giustificazioni particolari e ritirare ogni volta un massimo di 1.000 euro. Anche più volte al mese”.
“Il fatto è – spiega Marmello – che questo denaro mi veniva dato come corrispettivo degli scontrini e delle ricevute che presentavo. E tra queste ricevute molte mi erano state date da Renzo per coprire sue spese personali: poteva essere la farmacia, ristoranti, la benzina per la sua auto, spese varie, cose così. Insomma, quando avevo finito la scorta di denaro andavo in cassa, firmavo e ritiravo. La situazione stava diventando preoccupante e ho cominciato a chiedermi se davvero potevo usare il denaro della Lega per le spese personali di Renzo Bossi. L’ho fatto presente a Belsito, spiegandogli che avevo pensato addirittura di dimettermi. Lui non mi ha dato nessuna spiegazione chiara. Ho cominciato ad avere paura di poter essere coinvolto in conti e in faccende che non mi riguardavano, addirittura di sperpero di denaro pubblico, dal momento che i soldi che prelevavo erano quelli che ritengo fossero ufficialmente destinati al partito per fare politica. Soldi pubblici. Certamente, almeno credo, non spendibili per accontentare le spese personali di Renzo Bossi”.
Occhi puntati per domani a Bergamo dove si svolgerà la manifestazione dell’ orgoglio leghista.
Sarà in quella sede che i militanti avranno le loro risposte.
E’ quanto garantito da Roberto Maroni che ieri, nonostante la giornata di festa, ha voluto far sentire la sua voce su Facebook.
“Venite martedì sera (domani, ndr) a Bergamo e avrete le risposte. Pulizia pulizia pulizia, mi sono francamente rotto di Cerchi Magici e Culi Nudi”, scrive l’ex ministro replicando ai militanti del partito e ribadendo la necessità di fare pulizia nel partito investito da tre inchieste giudiziarie.
Maroni, nel post sul social network, si scaglia contro il cosiddetto ‘cerchio magico’ di Rosi Mauro e ironizza su ‘Kooly Noody’, la hit di Pier Moscagiuro, nome d’arte Pier Mosca, fidanzato della stessa Mauro.
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Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile
ECCO IL PIANO DI BOSSI PER RIPRENDERSI LA LEGA… HA SOLO TRASFERITO I POTERI DI SEGRETARIO ALLA PRESIDENZA…TACE SULLE PURGHE DI MARONI E PREPARA IL RIENTRO FINITA LA BUFERA
Il primo a dirlo, in fondo era l’unico che non ci credeva. «Se ti ricandidi al congresso io ti voto», ha detto Roberto Maroni a Umberto Bossi nel doloroso giorno del pianto e delle dimissioni del Senatùr.
Poi sono arrivati gli altri: Luca Zaia, Roberto Castelli, Manuela Dal Lago e una miriade di dirigenti di prima o ultima fila e di correnti diverse, tutti a dire che non è detto che il capo non si riprenda il suo posto al congresso di settembre. Solo l’onore delle armi oppure la tentazione di tenerselo, l’Umberto, senza il quale nessuno sa se arriverà più un voto?
Il fatto è che alla fine sarà ancora il vecchio leone a decidere i giochi.
Anzi, il suo gioco è già nei fatti.
Per un Bobo che ha già fatto partire le purghe, c’è un Umberto che la sua strategia l’ha messa in atto fin dal primo minuto, quando si è dimesso lasciando la segreteria federale a un triumvirato, forzando lo statuto che indica che sia il presidente del partito ad assumere i poteri in caso di dimissioni del segretario.
E il presidente adesso è Bossi.
I maroniani infatti sono preoccupati.
Hanno fatto una cena a Varese, la patria sia di Maroni sia di Bossi.
E se la sono detta chiara: «La verità è che Umberto è stato geniale un’altra volta. Ci aspettavamo che lasciasse la reggenza a Bobo, invece ha fatto un triumvirato tenendosi la presidenza. Come nel Gattopardo: ha cambiato tutto per non cambiare nulla. Comanda sempre lui».
È in questo quadro che vanno lette le ultime dichiarazioni di Bossi, dal «deciderò all’ultimo se candidarmi al congresso» a quelle di ieri: «Io adesso devo stare un passo indietro, hanno tirato dentro i miei figli in questa cosa tremenda…», e poi: «L’unica cosa che posso fare è tenere unita la Lega».
Eccolo, il piano.
A da passà ‘a nuttata, per dirla come non la direbbe Bossi.
Certo, tutto dipende da come procederà l’inchiesta sulla cassa.
Ma se, come crede, riuscirà a uscirne indenne, non solo Bossi potrà vantare di aver dato le dimissioni subito, gesto che in Italia appartiene solo agli eroi. Ma potrà tornare da vincitore.
«Se ne uscirà come una vittima, quella sarà la sua forza. Bossi non è un ragioniere, ma un capitano d’industria: ha sempre avuto una visione politica più lucida degli altri, e a quanto pare è ancora così», se la ride un deputato cerchista.
Che aggiunge: «Basterà aver tolto ogni ombra nel frattempo, magari il capo potrà dire a tutti: ho sbagliato a candidare Renzo in Lombardia, si è rivelato immaturo, si è fatto abbindolare da Bel(sito)zebù, ma adesso vi restituirà tutto fino all’ultimo centesimo. E la cosa sarà chiusa».
Anche perchè un conto sono i soldi spesi per le notti brave del Trota, altra cosa sono quelli destinati alla scuola Bosina di Manuela Marrone o all’associazionismo padano, «e cioè per sostenere un progetto».
Così, in fondo vengono bene anche le epurazioni di Maroni, cui ieri i suoi a Varese hanno chiesto di «appendere in piazza sei teste»: Belsito, la Mauro, Reguzzoni, Renzo.
Ma anche di Calderoli, accusato di fin troppa vicinanza al Cerchio magico.
E di Giuseppe Leoni, reo di aver chiamato i militanti a fare da claque al Senatùr nel giorno del passo indietro.
Nel frattempo Bossi è già al lavoro.
Sono tre giorni che sta in via Bellerio. Ha convocato Giorgetti, Calderoli, Castelli, Cota, Speroni, ma non la Dal Lago e Maroni. Segnali.
Là dove un colonnello vicino a Calderoli s’è lasciato sfuggire un: «Roberto sta lavorando per far ripartire la Lega con Bossi».
Con Bossi? «Ma sì, ma che pensi? Quello fa vertici ogni giorno, lavora più di prima, ha solo traslocato la sua leadership alla presidenza».
Intanto, in quel di Monza subito dopo Pasqua scatterà la mobilitazione dei telegrammi: tanti, da far arrivare a Gemonio, con su scritto: «Bossi torna!».
E Maroni? Gioca una partita difficile.
Da una parte deve accreditarsi come l’uomo delle pulizie, e soddisfare la sete di sangue della base.
Dall’altra sa di dover cercare un equilibrio. Le epurazioni sono partite. Ieri fra i militanti di Bergamo convocati da Leoni girava un sms: «La segreteria provinciale ha deciso di buttar fuori quelli che erano in Bellerio!».
E segretario a Bergamo è Cristian Invernizzi, maroniano.
Minacce di venir presi a «scopate» sono arrivate pure a chi fosse intenzionato a contestare Maroni martedì, alla giornata dell’«orgoglio leghista», dove la base chiederà l’espulsione della Mauro.
E Varese apre il caso Giorgetti. L
a mozione di sfiducia al segretario imposto dai cerchisti, Maurizio Canton, l’hanno presentata non al Direttivo provinciale, ma direttamente al segretario dei lumbard.
Un modo per costringerlo a venire allo scoperto: «È furbo e in questa fase non si schiera – sorridono i maroniani – Ora dovrà dirci da che parte sta».
La guerra non sarà breve.
Vista così, il congresso non è neppure necessario che si tenga in autunno.
Il triumvirato potrebbe pure durare più a lungo.
Un po’ come i governi tecnici.
Paola Setti
(da “Il Giornale“)
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Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile
MILANO INDAGHERA’ SU BOSSI, NAPOLI SUL RICICLAGGIO E OPERAZIONI ESTERE , REGGIO CALABRIA SUI LEGAMI CON LA ‘NDRANGHETA
Si divide in tre filoni l’inchiesta che ha travolto la Lega Nord e il suo leader Umberto
Bossi.
Una riunione tra i magistrati delle tre Procure che indagano, coordinata dalla Direzione nazionale antimafia, dovrebbe svolgersi entro la prossima settimana e sarà l’occasione per fare il punto sugli accertamenti già svolti.
Ma anche per l’assegnazione dei nuovi compiti evitando sovrapposizioni nelle verifiche che ormai riguardano svariati capitoli.
Una decisione appare comunque già presa: i prossimi controlli sulle spese della famiglia del Senatur saranno effettuati dai pubblici ministeri di Milano.
I colleghi napoletani si concentreranno sugli appalti ottenuti dall’imprenditore Stefano Bonet con un’attenzione particolare alle commesse ottenute dal Vaticano, ma anche alle operazioni estere per le quali è già stata contestata l’accusa di riciclaggio.
L’attenzione degli inquirenti di Reggio Calabria resterà invece puntata sui legami con la ‘ndrangheta e in particolare sul ruolo di quel Romolo Girardelli ritenuto il procacciatore d’affari della «cosca De Stefano».
Sono tre i personaggi chiave della vicenda e il fulcro è certamente Francesco Belsito, 41 anni, tesoriere della Lega dal 2010 e sottosegretario alla Semplificazione nel governo Berlusconi.
A Milano è accusato di truffa aggravata per aver falsificato i dati relativi ai rimborsi elettorali e appropriazione indebita per aver utilizzato a fini personali quei fondi.
La legge sul finanziamento ai partiti consente infatti l’uso del denaro pubblico esclusivamente a fini politici e invece Belsito con quei soldi avrebbe pagato le spese della famiglia di Umberto Bossi e ideato spericolate operazioni finanziarie in Italia e all’estero.
Il suo referente per questi investimenti risulta essere Stefano Bonet, 46 anni, titolare di numerose aziende e assegnatario di svariati appalti pubblici. Proprio grazie a queste commesse sarebbe riuscito a ottenere crediti d’imposta superiori al dovuto.
A Napoli sono entrambi accusati di ricettazione e riciclaggio con altri imprenditori.
Stesse accuse vengono contestate a Reggio Calabria, ma con un tassello ulteriore.
Nella lista degli indagati della Procura di Reggio figura infatti Romolo Girardelli, procacciatore d’affari che nel 2002 fu accusato di associazione a delinquere nell’ambito di un’indagine sulla «cosca De Stefano» e tuttora viene ritenuto dai magistrati il referente finanziario del clan. Girardelli e Belsito hanno creato una società di consulenza immobiliare con sede a Genova e Girardelli è stato poi assunto in una delle imprese di Bonet.
È questo l’intreccio di interessi che i magistrati continueranno a esplorare per capire fino a dove si siano spinti gli affari illeciti di Belsito.
Ma anche per capire se, oltre a Umberto Bossi, ai suoi familiari (i figli Renzo, Riccardo e Sirio oltre alla moglie Manuela), a Rosi Mauro, altre persone – in particolare politici e parlamentari – abbiano ottenuto soldi dalle casse della Lega. Nessuno tra loro risulta al momento nel registro degli indagati.
Le dazioni sono emerse dalle telefonate intercettate tra Belsito e la segretaria amministrativa del Carroccio, Nadia Dagrada.
La stessa funzionaria ha poi confermato che effettivamente una parte del denaro è stato usato a fini non politici.
E ha fornito clamorosi dettagli sull’elenco della spesa con esborsi da centinaia di migliaia di euro per comprare diplomi, lauree, auto, per pagare ristrutturazioni, vacanze, per saldare i conti di medici e avvocati.
La gestione finanziaria illecita è stata confermata dalla stessa segretaria di Bossi, Daniela Cantamessa che ha aggiunto un dettaglio fondamentale per individuare eventuali responsabilità penali: la consapevolezza del Senatur circa l’utilizzo dei rimborsi elettorali.
Da qualche giorno è cominciata l’analisi della documentazione contabile sequestrata durante le perquisizioni effettuate martedì scorso.
E del materiale – anche informatico – trovato negli uffici e nelle abitazioni controllate dai carabinieri del Noe e dalla Guardia di finanza.
Se il quadro disegnato dai testimoni troverà conferma, altre persone rischiano di finire nel registro degli indagati per appropriazione indebita.
E in cima alla lista ci sono proprio Umberto Bossi, i suoi figli, sua moglie e Rosi Mauro.
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera“)
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Aprile 9th, 2012 Riccardo Fucile
“STONE THERAPY” PER IL SENATUR…”A CASA TROVERO’ QUELLE DUE”…IL RUOLO DELLA MOGLIE DI UMBERTO E’ SEMPRE STATO POLITICAMENTE RILEVANTE
«Certo che è il capo. Lo è sempre stata, anche prima della malattia di Bossi». Lei è Manuela Marrone, la moglie di Umberto Bossi.
Sua, secondo i nemici, la decisione di far scendere in campo il figlio Renzo di cui il marito si è amaramente rammaricato giusto ieri.
Sua, soprattutto, sarebbe la direzione strategica delle grandi manovre che avrebbero dovuto trasformare il Carroccio in una dinastia, sintetizzata dallo slogan che gridavano i pretoriani di Gemonio ai comizi di Renzo nel 2010: «Dopo Bossi, Bossi».
La decisione fatale da cui sarebbe germinata la «cupola» insediata ai vertici della Lega su cui stanno indagando le Procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria.
Nell’opinione comune, il ruolo di Manuela Marrone nasce con la malattia del marito nel 2004.
La realtà è diversa.
Il partito è una creatura di Bossi tanto quanto della moglie.
Un ruolo che lo stesso leader non ha mai nascosto, nè minimizzato: «Se non ci fosse stata Manuela, la Lega non ci sarebbe stata. Lei ci ha messo i soldi, lei il lavoro, lei ci ha messo persino casa sua. Meno male che c’è».
Un amministratore varesino di lunghissima data, sia pure non simpatizzante, lo riconosce: «È una tostissima. Ha mantenuto Bossi quando lui non guadagnava una lira, giorno e notte in giro a far comizi».
Il monolocale in cui abitava in via Crispi, a Varese, è la prima sede della Lega, lo «studio grafico» in cui vengono concepiti i primi, storici volantini padani, nonchè la redazione del Federalista , uno dei giornali fondati dal marito.
Gli anni duri non sono pochi: «Quando rimase incinta di Renzo, dovette nasconderlo sul posto di lavoro, visto che insegnava dalle suore».
Nata a Milano da madre milanese e padre siciliano – cosa, questa, che i leghisti più «etnici» non hanno mai perdonato – Manuela Marrone è sempre stata allergica alla notorietà .
Di lei si ricorda una sola intervista, quella rilasciata ad Oggi nel 1993.
A fianco del marito compare soltanto a Pontida e a Venezia, oltre che durante le vacanze a Ponte di Legno.
Eppure, la sua influenza è enorme.
Già negli anni Novanta chiunque aspiri a un ruolo diverso nel partito sa di doverla incontrare.
Dal 1998 diventa più facile, il quartier generale della signora Bossi – «l’ufficio di Manuela» secondo il modo di dire corrente – diventa la scuola Bosina, sua creatura prediletta.
A due passi dallo stadio di Varese, l’istituto che ai programmi statali affianca lo studio di dialetto e tradizioni locali diventa il crocevia di quello che più tardi sarà chiamato il «cerchio magico»: qui i fedelissimi della signora Bossi iscrivono i figli, qui si discute di ciò che è bene e ciò che è male nel movimento.
Più tardi, nei giardini della scuola, ogni lunedì si riunirà quella che i maroniani con fastidio chiamano «la direzione strategica del cerchio magico», l’appuntamento con Marco Reguzzoni e l’altro fedelissimo Giangiacomo Longoni.
Ma è la malattia di Bossi a cambiare tutto.
È qui che Manuela Marrone si rende conto che, non volesse il cielo, l’Umberto fosse rimasto offeso in modo grave, per i Bossi i tempi si sarebbero fatti duri.
Sarebbe dunque stata lei la stratega della prima uscita pubblica del marito a Montagnola, quella in cui un Renzo ancora quindicenne si affaccia alla finestra con il padre, e come lui solleva il pugno gridando un «libertà » un po’ stentato.
Ed è nelle prime settimane della malattia del marito che decide che dei «due Roberti», Maroni e Calderoli, non c’è da fidarsi.
In assenza del segretario, immobilizzato prima a Sion e poi a Brissago, i due litigano di brutto: sull’opportunità di candidare il Capo malato alle elezioni europee, sul far svolgere o meno il raduno di Pontida, su tutto.
Manuela Marrone si fida, invece, di Rosy Mauro, la pasionaria padana «adottata» dal marito («La Rosy è un po’ terrona ma è brava. Grande impegno», Bossi dixit) resa celebre dai comizi dai toni accesi e dalle foto del 1993 in cui scherza in piscina con Bossi.
Con la futura vicepresidente del Senato, Manuela Marrone condivide una religiosità («terrona» dicono i nemici) che non disdegna affatto astrologia, esoterismo e fede convinta nei santuari.
Nel movimento non si sa a chi delle due si possa attribuire il presunto arrivo di «un mago» al capezzale di un Umberto Bossi in riabilitazione.
Di certo, nel Carroccio varesino si diffonde il panico quando si apprende la diceria, anche qui non confermata, che il letto di Bossi sarebbe stato pieno di pietre: «Stone therapy», pare. Sassi vulcanici per curare il Capo malato.
Con la candidatura di Renzo e la contestuale ascesa di Marco Reguzzoni a capogruppo a Montecitorio, il gioco si fa duro.
La candidatura di Renzo è mal digerita da gran parte della base, mentre l’incarico all’ex presidente della Provincia insubrica porta lo scontro sul piano politico e a superare i confini della provincia di Varese.
La leggenda narra di lunghe serate nella cucina-tinello di Gemonio, con lei e Rosy Mauro a fare e disfare organigrammi, promuovere o escludere dirigenti, preparare il canovaccio delle cose da dire all’Umberto.
A sorvegliare e punire. Il rapporto diventa strettissimo, «la Rosy» prende casa a Gemonio, in una villetta a schiera in cui – dicono – abitino anche le sorelle dell’amica. Bossi, qualche volta, dà segni d’insofferenza.
A chi, nelle sue interminabili notti, gli ricorda che è tardi ed è ora di andare lui sbuffa: «Tanto, a casa ci sarà la Rosy con mia moglie».
L’apoteosi di Maroni all’ultimo raduno di Pontida fa saltare i nervi.
Si parla di un piano per sostituire il segretario «nazionale» lombardo Giancarlo Giorgetti con la fondatrice del Sinpa.
La guerra è ormai dichiarata.
Memorabile l’episodio raccontato dal Giornale con la moglie del Capo che, rotti gli argini, esorta il marito a cacciare Roberto Maroni.
La bolla di «traditore», ossessivamente ripetuta dai «cerchisti» nei confronti dell’ex ministro dell’Interno nasce allora.
L’episodio ringalluzzisce i «cerchisti», sempre in affanno di fronte al dato di fatto incancellabile: il Carroccio nella sua forma dinastica ai militanti piace zero.
Solo i fondamentalisti spiegano che «Bossi ci ha creato, e il minimo che possiamo riconoscergli è il diritto a scegliersi il successore.
Guardate Marine Le Pen… ». Insomma, bene anche il figlio.
A cui, ora, però, tutti consigliano di farsi vedere il meno possibile.
Marco Cremonesi
(da “Il Corriere deella Sera”)
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