Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
SI RIAPRONO I GIOCHI PER IL VOTO IN AUTUNNO, VINCOLATO A UNA RAPIDA APPROVAZIONE DELLA RIFORMA ELETTORALE
Stavolta ci siamo davvero. Se tutto andrà per il verso giusto la prossima settimana
potrebbe scattare il conto alla rovescia per il voto anticipato a novembre.
Una partita legata a filo doppio con la nuova legge elettorale ed è proprio su questo fronte che arrivano le novità .
Lunedì ci sarà infatti l’ultimo scambio di carte tra gli ambasciatori dei partiti — Lorenzo Cesa, Denis Verdini, Maurizio Migliavacca — poi mercoledì il testo della nuova legge elettorale sarà portato alla commissione affa-ri costituzionali del Senato. E, appunto, da mercoledì 29 agosto partirà il countdown. Perchè «è evidente», come dice una fonte vicina alla trattativa, che «fare adesso la legge elettorale significa per tutti noi una sola cosa: andare a votare».
I tempi saranno brevissimi, del resto, già a luglio Monti e Napolitano avevano ragionato insieme sull’opportunità di una anticipazione (peraltro di soli quattro mesi) delle urne.
Ma la condizione posta dal capo dello Stato era stata, per l’appunto, quella che i partiti arrivassero finalmente a modificare il Porcellum.
Adesso l’intesa è a portata di mano. Una fonte del Pdl la definisce addirittura «praticamente già fatta».
Anche il Pd Luciano Violante ieri ha confessato al sito Sussidiario. net di essere «discretamente ottimista perchè l’intesa su molti punti c’è».
Secondo il responsabile riforme del Pd «la maggior parte dei seggi verrà assegnata ai collegi, il rimanente attraverso i listini».
Sul premio di maggioranza si è arrivati al punto di assegnare il 15% di seggi in più al primo partito. Con gli attuali sondaggi dovrebbe essere proprio il Pd a beneficiarne, diventando il perno su cui si costruirà la futura maggioranza.
Sarà “tutelata” anche la Lega Nord, che sfuggirà alla soglia di sbarramento nazionale del 5% (al Senato sarà più alta) grazie alla previsione di una clausola di privilegio per chi supera un target in almeno tre regioni.
Questa dunque è l’ossatura.
Un impianto proporzionale con alcuni correttivi per limitare il frazionamento e facilitare la nascita del governo.
L’Udc rinuncerebbe alle preferenze e il Pd al premio di coalizione. In cambio Berlusconi s’acconcerebbe a una campagna elettorale in cui tutti i sondaggi lo danno per perdente.
Ma, come dicono i suoi, «oggi possiamo ancora portare a Montecitorio 125-130 deputati, domani chissà ». Pesa anche l’incognita del processo Ruby.
Gli sherpa hanno calcolato i tempi che porteranno all’approvazione “sprint” della legge. Quindici giorni al Senato, poi altre due settimane alla Camera. Quindi, intorno all’11 ottobre, Napolitano potrebbe chiudere la legislatura lasciando spazio a una breve campagna elettorale di quarantacinque giorni (il minimo consentito dalla legge). Gli italiani sarebbero chiamati al voto domenica 25 e lunedì 26 novembre.
E il nuovo presidente del Consiglio sarebbe nominato dall’attuale capo dello Stato, cosa che non avverrebbe se si andasse al 2013.
Questo è l’appunto con le date che sta circolando tra le segreterie di Pdl, Pd e Udc, lo stesso su cui stanno riflettendo Fini e Schifani. Oltre, naturalmente a Monti e Napolitano.
Del resto l’unica possibilità che questo piano vada in porto è che sia concordato in ogni dettaglio da tutti i protagonisti.
L’ipotesi infatti è che si proceda allo scioglimento con una crisi pilotata e dimissioni volontarie di Monti.
Con l’anticipazione della legge di stabilità a settembre.
Se l’intesa sulla legge elettorale è praticamente fatta e i partiti sono d’accordo sul percorso, a fermare il piano inclinato che porta alle elezioni potrebbe tuttavia intervenire un fattore esogeno: il timore dei mercati.
E il giudizio arrivato ieri da Moody’s e Fitch fa temere quello che potrebbe accadere in termini di spread se Monti dovesse uscire di scena.
Come ha detto a Bloomberg tv David Riley di Fitch «la questione chiave che l’Italia sta affrontando in questo momento dal punto di vista degli investitori è il rischio politico: ci sono delle preoccupazioni su chi guiderà l’Italia l’anno prossimo».
Un pressing che fonti del governo italiano respingono con cortese fermezza: «Fa piacere il riconoscimento sull’importanza del governo Monti, ma dire che senza di lui crolla tutto non ci entusiasma perchè dà una sensazione di fragilità del sistema, mentre il premier da mesi a tutti gli interlocutori internazionali ripete che i partiti stanno maturando, come dimostra il fatto che hanno approvato tutte le riforme scritte dall’esecutivo dei tecnici».
Certo, è difficile immaginare che il premier esca di scena. Ma il futuro politico di Monti è parte del gioco che si aprirà tra Bersani e Casini dopo il voto, anche in base ai risultati elettorali. Intanto il presidente del Consiglio conta di utilizzare le prossime settimane per portare a casa il più possibile.
Lo ha annunciato anche a Berlusconi, che gli ha telefonato a Ferragosto per gli auguri e per sollecitargli nuove norme sulle intercettazioni. Ieri a tutti i ministri è stata recapitata una sua lettera che li esorta a presentarsi venerdì alla riunione di governo con «proposte concrete per l’Agenda Crescita».
Così l’ha chiamata, convinto che ancora si possa fare qualcosa prima di lasciare. «E noi – chiosa una fonte del Pdl – glielo lasceremo fare, mica ci metteremo di traverso di fronte a semplificazioni e incentivi alle imprese».
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLA CGIA DI MESTRE: LA PRESSIONE FISCALE DEGLI ENTI LOCALI SU OGNI ITALIANO E’ DI 1684 EURO…. DAI 47 MILIARDI DEL 1996 AI 102 DEL 2011
Lo stock delle tasse locali negli ultimi 15 anni in Italia ha toccato in assoluto l’importo record di 102 miliardi di euro, con un aumento del 114,4%.
Lo ha calcolato la Cgia di Mestre, analizzando il gettito riferito alla tassazione chiesta da Regioni, Province e Comuni dal 1996 al 2011.
Nell’anno di partenza dell’analisi, le tasse locali erano pari a 47,6 miliardi di euro complessivi.
Su ogni italiano pesano mediamente per 1.684 euro.
Una situazione, denuncia la Cgia, destinata a peggiorare nel 2012.
L’Amministrazione centrale, invece — rivela l’analisi della Cgia — ha aumentato le entrate nello stesso periodo soltanto del 9%.
Se nel 1996 il gettito era di 320,9 miliardi di euro, nel 2011 l’Erario ha incassato 349,9 miliardi, mentre il Pil nazionale, sempre negli ultimi 15 anni, è cresciuto del 15,4%.
Sull’escalation delle tasse locali, comunque, il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, sottolinea che “purtroppo la situazione è destinata a peggiorare.
Con l’introduzione dell’imposta municipale sulla prima casa e l’aumento registrato dalle addizionali Irpef regionali e comunali — afferma — nel 2012 le entrate in capo alle Autonomie locali sono destinate a subire un’ulteriore impennata”.
Quelle più significative applicate dalle Province sono: Imposta sulle assicurazioni Rc auto; Imposta provinciale di trascrizione (autoveicoli, camion e rimorchi); Addizionale provinciale sul consumo di energia elettrica (diverso da abitazioni); Tributo provinciale per i servizi di tutela, protezione e igiene dell’ambiente.
Infine, le più importanti in capo ai Comuni sono: Ici (imposta comunale sugli immobili; e l’Imu è stata introdotta nel 2012); Tarsu/Tia (la tassa sui rifiuti); addizionale comunale Irpef; tassa sull’occupazione spazi e aree pubbliche; imposta comunale sulla pubblicità e diritto sulle pubbliche affissioni; addizionale sul consumo di energia elettrica (abitazioni).
“L’aumento delle tasse locali — sottolinea Bortolussi — è il risultato del forte decentramento fiscale iniziato negli anni Novanta del secolo scorso. L’introduzione dell’Ici, dell’Irap e delle addizionali comunali e regionali Irpef hanno fatto impennare il gettito della tassazione locale che è servito a coprire le nuove funzioni e le nuove competenze che sono state trasferite alle autonomie locali”.
“Non dobbiamo dimenticare che, negli ultimi 20 anni, Regioni e Comuni — conclude Bortolussi — sono diventate responsabili della gestione di settori importanti come la sanità , il sociale e il trasporto pubblico locale senza aver ricevuto un corrispondente aumento dei trasferimenti. Anzi. La situazione dei nostri conti pubblici ha costretto lo Stato centrale a ridurli progressivamente, creando non pochi problemi di bilancio a tante piccole realtà amministrative locali che si sono ‘difese’ aumentando le tasse locali”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA CORTE DEI CONTI GIAMPAOLINO: “GLI ONESTI NON STIANO AL GIOCO DEGLI EVASORI”…. “A NOI IL CONTROLLO DEI BILANCI DEI PARTITI”
Presidente, il premier Mario Monti ha detto che contro l’evasione siamo in «uno
stato di guerra». Condivide?
«È una partita difficile da giocare, che richiede una strategia chiara di contrasto e la ferma determinazione di attuarla. Ma non si tratta solo di reprimere, bisogna indurre e consolidare comportamenti di massa strutturalmente corretti», risponde il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino.
Chi evade spesso dice che lo fa per sopravvivere. Chi ha la ritenuta alla fonte non accetta queste giustificazioni. La questione fiscale divide il Paese.
«Ci sono anche attività economiche marginali che riescono a sopravvivere solo restando sprofondate nel sommerso, soprattutto nel Mezzogiorno. Ma per lo più si tratta, appunto, di attività marginali e, magari, in non pochi casi, anche criminali. In realtà , chi evade lo fa perchè ritiene di aver così trovato il modo di vivere meglio di chi è tanto ingenuo da onorare la sua obbligazione di contribuente. Salvo, naturalmente, beneficiare anche dei servizi e delle prestazioni dello Stato sociale finanziati da chi non evade. I cittadini onesti devono imparare a non stare più al gioco di chiunque pensi di poter fare il furbo, sia che si tratti del negoziante che del medico, dell’avvocato o dell’idraulico. Nella consapevolezza che favorire l’evasione significa pagare due volte il fornitore: per il bene o il servizio ottenuto, ma anche per le prestazioni sociali gratuitamente assicurategli. Con l’aggravante del danno che ne deriva in termini di maggior pressione fiscale legale e di effetto di squilibrio dei conti pubblici».
Ci vuole anche un cambiamento culturale. Non chiamiamo più gli evasori «furbi», dice Monti. Secondo lei sta cambiando l’atteggiamento dei cittadini verso l’evasione?
«Sì. E anch’io avverto una crescente insofferenza nei confronti dei cosiddetti furbi, molti dei quali sembrano incalliti e comunque del tutto indifferenti rispetto ai problemi in cui il Paese si dibatte. Il positivo mutamento di clima è sicuramente il risultato anche del modo deciso e coerente con cui questo Governo sta contrastando l’evasione».
Oggi lo Stato dispone di tutti gli strumenti necessari a stanare gli evasori?
«La Corte apprezza la reintroduzione dell’obbligo di allegare alla dichiarazione Iva gli elenchi clienti e fornitori la cui sospensione aveva privato gli uffici finanziari di uno strumento potentissimo di controllo incrociato delle contabilità delle imprese. Ma va valorizzata anche e soprattutto la predisposizione di misure e di azioni idonee a favorire il consolidamento di comportamenti di massa più corretti. Non è immaginabile, nè auspicabile, che i frutti del contrasto all’evasione possano essere esclusivamente e permanentemente legati a una crescente attività di repressione, inevitabilmente non sempre scevra anche da qualche ricaduta di connotazione vessatoria».
Nonostante i grandi sforzi fatti in questi anni, si recuperano circa 10-12 miliardi di euro l’anno a fronte di un’evasione stimata in almeno 10 volte tanto. Perchè?
«La cifra del recupero di 10-12 miliardi si riferisce anche ad importi che sarebbe improprio attribuire integralmente ai risultati della lotta all’evasione in senso stretto. Sono ricompresi, ad esempio, tutti gli importi legati alla pura e semplice correzione degli errori che tutti possiamo commettere nel compilare la dichiarazione dei redditi. Ciò che andrebbe, in realtà , misurato è, come dicevo prima, piuttosto l’effetto che si ottiene in termini di accresciuta e permanente adesione spontanea, quella che in inglese viene definita come tax compliance . È da tempo che la Corte dei conti insiste perchè l’Amministrazione finanziaria si attrezzi con i meccanismi e le metodologie utili per effettuare queste valutazioni. È tutta l’attività dell’Amministrazione finanziaria che deve essere impostata e gestita con l’obiettivo di massimizzare l’adesione spontanea: con la repressione, ma anche con la persuasione, con l’assistenza, il supporto, nonchè (perchè no?) con l’incentivazione premiale dei comportamenti adesivi».
Si punta molto sulla collaborazione dei Comuni per stanare gli evasori. È la strada giusta?
«Non c’è dubbio che i Comuni potrebbero fare molto per contribuire ad una maggiore adesione spontanea. Ma questo risultato non ci sarà se, anche involontariamente, si indebolisce l’efficacia dell’attività di riscossione. Indebolire il ruolo di Equitalia a favore di una miriade di improvvisate società locali di riscossione sarebbe un errore gravissimo che mi auguro non sia commesso».
Si potranno pagare meno tasse quando si sarà tagliata la spesa, dice il governo. La spending review la convince?
«Per risultare efficace, la spending review deve essere analitica ed approfondita e deve valorizzare gli sforzi in precedenza compiuti. E deve legarsi a obiettivi di riorganizzazione anche profonda degli apparati pubblici, eliminando duplicazioni e sovrapposizioni. Verificando sistematicamente, senza preclusioni pregiudiziali, l’effettiva utilità della stessa attività amministrativa svolta. Le cosiddette resistenze burocratiche sono spesso solo il riflesso dello scarso grado di approfondimento dell’utilità e della fattibilità degli interventi ipotizzati».
La Corte dei conti dovrebbe aiutarci a combattere gli sprechi. I primi che vengono in mente sono quelli connessi alla politica. Secondo la relazione Amato potrebbe essere la Corte a esaminare e convalidare i bilanci dei partiti. È d’accordo?
«Certamente sì. La nostra Costituzione assegna alla Corte il compito di partecipare, nei casi e nelle forme stabilite dalla legge, al controllo sulla gestione finanziaria degli enti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria. Se pertanto è prevista una contribuzione in via diretta o indiretta ai partiti, il controllo sulla loro gestione finanziaria, più correttamente, dovrebbe essere affidato alla Corte dei conti».
E contro la corruzione cosa fa la Corte? Vale 60 miliardi di euro l’anno avete denunciato, ma nel 2011 sono state inflitte condanne solo per 75 milioni di euro. Perchè?
«La cifra totale, frutto di elaborazioni fondate su fonti interne e internazionali, è da intendersi come un dato meramente indicativo. Di certo vi è la grande distanza tra gli importi delle condanne inflitte dalla Corte e la totalità del danno che la corruzione infligge al Paese. Le ragioni di questo divario sono molteplici. Una soluzione a tale situazione sarebbe quella di affiancare all’attività giurisdizionale, come mezzo per combattere la corruzione, una più ampia ed incisiva attività di controllo, sia preventivo che successivo, che avrebbe il pregio di unire a una maggior ampiezza di intervento anche una più rilevante efficacia interdittiva ovvero correttiva delle situazioni di mala gestio in atto, così da colpire non solo corruzione bensì la ben più ampia massa dei comportamenti caratterizzati da inefficienza gestionale».
Enrico Marro
(da “Il Corriere della Sera“)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
DALLA CRISI ECONOMICA A QUELLA SOCIALE: STRANIERI, DONNE GIOVANI E SUD LE AREE PIU’ DELICATE
“La cultura globale è stata contaminata da uno spirito di paura che implica un ridimensionamento dei diritti. Ci siamo a poco a poco abituati, in modo subliminale, all’idea che una certa quota di disuguaglianza sia funzionale alla società globale”.
A parlare è il ministro per la cooperazione Andrea Riccardi durante un recente incontro organizzato dall’associazione “Diritti in cammino” e incentrato, appunto, sulla diseguaglianza sociale, piaga che nel nostro paese più che in altri sta mietendo le sue vittime e non accenna a ridimensionarsi.
Così, i rapporti sociali si tendono, s’incattiviscono, e anche in Italia, così come in Grecia o in Spagna, il rischio che la crisi economica diventi anche crisi sociale si fa sempre più concreto.
Stranieri, giovani, donne, Mezzogiorno, sono le quattro aree più delicate in questo senso, e l’ultimo rapporto Istat lo mostra chiaramente, soprattutto se facciamo i confronti con gli altri Paesi europei.
Per quanto riguarda le donne, ad esempio, nei Paesi scandinavi le coppie in cui la donna non percepisce un reddito da lavoro sono meno del 4%, in Francia il 10,9%, in Spagna il 22,8% e nella Ue in generale il 19,8%.
In Italia, il 33,7%.
La condizione quasi da Medioevo di molte donne italiane è ben descritta dall’Istat: “Nelle coppie in cui la donna non lavora (30% del totale) è più alta la frequenza dei casi in cui lei non ha accesso al conto corrente, non è libera di spendere per se stessa, non condivide le decisioni importanti con il partner, non è titolare dell’abitazione di proprietà ”.
Sempre per quanto riguarda il mondo del lavoro, i giovani non sono messi meglio. Ancora secondo gli ultimi dati Istat, il 44,6% dei nati dagli anni ’80 in poi è entrato nel mondo del lavoro da atipico, e raramente quest’ingresso ha dato l’accesso a un’occupazione stabile.
Anche qui la disuguaglianza sociale gioca un ruolo enorme: “Il passaggio a lavori standard — si legge nel report — è più facile per gli appartenenti alla classe sociale più alta, mentre chi ha iniziato come operaio in un lavoro atipico, dopo dieci anni, nel 29,7% dei casi è ancora precario e nell’11,6% ha perso il lavoro”.
Le diseguaglianze, poi, si acuiscono a seconda dell’area in cui si vive: nel sud e nel Mezzogiorno, in cui le famiglie indigenti sono 23 su 100 (nel nord 4,9), va peggio per tutte le categorie.
Secondo il presidente Istat Enrico Giovannini, il problema è che il Paese non è stato capace di capire quello che stava succedendo a partire dal 2008.
Anzi, negli ultimi tre anni, pensando che la crisi fosse passeggera, la propensione al risparmio in Italia è calata drammaticamente, mentre negli altri Paesi sviluppati aumentava.
“Questo fino all’estate del 2011- commenta Giovannini — quando ci si è resi conto che la crisi era molto più complessa di quanto si credesse. La reazione è stata fortissima, e il crollo dei consumi non ha fatto che peggiorare la situazione”.
Naturalmente, la colpa non è tutta della crisi. Secondo Roger Abravanel, consigliere di amministrazione di aziende italiane e internazionali, “la nostra economia non cresce da 20-25 anni, e per le stesse ragioni per cui l’economia non cresce siamo il Paese più ineguale dell’economia occidentale”.
Per Abravnel, a incidere sulla diseguaglianza è soprattutto la mancanza di mobilità sociale, cioè della possibilità per un cittadino italiano di passare dalla classe di partenza (disoccupata, operaia, impiegatizia etc) a una classe superiore. Il confronto con gli altri Paesi europei è impietoso.
“Da una parte abbiamo la Germania, che è un paese molto meno ineguale però ha poca mobilità sociale. Dall’altra ci sono i paesi anglosassoni, in cui i poveri possono essere anche molto poveri, ma hanno molta più possibilità di diventare ricchi. In mezzo c’è il paradiso delle pari opportunità , che sono i Paesi scandinavi, i quali hanno alta mobilità sociale e bassa ineguaglianza, però pagano delle tasse enormi”.
Tra tutti questi, infine, c’è un solo Paese che ha un altissimo livello sia di ineguaglianza, sia di bassa mobilità sociale, e che paga più tasse degli scandinavi: “siamo noi”.
Perciò, quando dicono che l’Italia è uno dei Paesi più ricchi al mondo, non bisogna farsi trarre in inganno.
Primo perchè a detenere i due terzi del reddito del Paese è solo un terzo della popolazione.
E poi perchè “gran parte di questa ricchezza è soprattutto immobiliare, e per questo è anche immobile, e non necessariamente in grado di produrre reddito futuro”.
A questo si aggiungono le politiche d’intervento da parte dello Stato, che spesso non hanno fatto che peggiorare la situazione.
Secondo l’economista Irene Tinagli, ad esempio, “L’Italia ha adottato per troppo tempo il criterio basato esclusivamente su una logica assistenzialista e compensatoria, senza pensare all’eliminazione delle cause della diseguaglianza”.
Probabilmente un’unica soluzione non esiste, e anche la teoria economica si basa su scelte, tendenze e convinzioni anche politiche.
Tutti però concordano su una cosa: è l’istruzione, insieme alle pari opportunità in questo settore, il meccanismo chiave, la priorità che il Paese si deve porre per uscire dalla diseguaglianza e dall’immobilismo sociale.
Istruzione che non riguarda solo l’università , ma tutte le fasce di età , a partire dall’asilo.
“L’economista James Heckman — spiega Irene Tinagli — ha fatto una serie di studi in cui ha dimostrato che i divari nei test di apprendimento che si registrano tra i ragazzi di 18 anni sono gli stessi che ci sono quando hanno 5 anni”.
Insomma, l’influenza del contesto sociale si manifesta dai primissimi anni di vita ed è da lì che bisogna incidere.
Purtroppo, però, anche nell’istruzione le pari opportunità in Italia rimangono un’utopia: secondo l’Istat, infatti, della generazione nata negli anni ’80 appena il 20,3% dei figli degli operai arriva all’università , contro il 61,9% dei figli delle classi agiate.
Ancora, il 30% dei figli degli operai abbandona le scuole superiori contro appena il 6,7% dei figli di dirigenti, imprenditori, liberi professionisti.
“Mancano le regole, la trasparenza — afferma ancora Abravnel — Da noi non si sa chi sia il più bravo, le borse di studio vanno ai mediocri figli di evasori e così non possiamo premiare l’eccellenza”.
Secondo Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, “in Italia non abbiamo ancora la concezione del momento formativo come momento centrale nell’avanzamento dei diritti di tutti i cittadini”.
E così, il tasso generale di abbandono della scuola o dell’università da parte dei giovani fra i 15 e i 24 anni è del 18,6%, a fronte dell’11,8% in Germania.
Per non parlare delle competenze: i dati Ocse-Pisa dimostrano che uno studente italiano è mediamente meno preparato di un suo collega tedesco tanto in letteratura, quanto in matematica.
Lo spread, insomma, è anche e soprattutto culturale, e chissà se questo governo di tecnici, pur nel clima di tagli e austerità , saprà cogliere la sfida con delle riforme all’altezza.
Anna Toro
(da “Unimondo.org”)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IN 6 ANNI ECONOMIA GIU’ DI OLTRE IL 3%, PERSI 450.000 POSTI DI LAVORO….IN ITALIA LAVORANO 22,3 MILIONI SU 60,8 MILIONI DI ABITANTI
Sono passati, rispettivamente, cinque e dieci anni. 
È tempo di un bilancio: l’Europa sta offrendo una dimostrazione di potenza produttiva e allo stesso tempo attraversa qualcosa di simile alla Grande depressione.
Quanto all’Italia, queste tendenze bipolari convivono in modo se possibile più estremo.
Sono passati cinque anni – siamo appena entrati nel sesto – da quando Jean-Claude Trichet interruppe le sue vacanze in Bretagna per compiere il gesto che simbolicamente certificò l’ingresso nella crisi finanziaria.
Nell’agosto del 2007, l’allora presidente della Banca centrale europea lanciò le prime operazioni straordinarie di liquidità a favore degli istituti privati del continente.
Presto sarebbe fallita Lehman Brothers, affondando l’economia dell’intera area euro.
Ma cinque anni prima di quella svolta di Trichet in Bretagna, a dieci anni esatti dalla settimana che inizia oggi, si svolgeva un po’ in sordina un altro episodio di svolta. I
l 16 agosto 2002 il direttore del personale della Volkswagen, Peter Hartz, consegnava all’allora cancelliere Gerhard Schrà¶der una nuova proposta sul welfare e il lavoro in Germania.
Si chiamava «Agenda 2010».
Hartz suggeriva di ridurre e poi togliere il sussidio ai disoccupati che rifiutassero un’offerta di lavoro; il manager della più grande casa automobilistica europea, cogestita con i sindacati, consigliava al cancelliere di rifondare l’intero sistema di tutele sul punto di lavoro.
Centinaia di migliaia di persone sarebbero scese in piazza contro Schrà¶der nei due anni seguenti, al punto che il cancelliere non sarebbe stato rieletto.
IL BILANCIO A DUE FACCE
A un decennio da quella visita di Hartz nel palazzo della Cancelleria, tutto sembra cambiato. Forza e devastazione economica convivono nello stesso spazio geografico.
Basta guardare ai numeri, elaborando i dati armonizzati di Eurostat sul lavoro in Europa e quelli del Fondo monetario internazionale sulla crescita.
La Germania ha attraversato la peggiore crisi finanziaria dagli anni 30 continuando a creare posti su una traiettoria di crescita: più 6,3% cumulato dal 2007 per il prodotto interno lordo, benchè nel solo anno dopo il crac di Lehman, il 2009, l’economia tedesca sia caduta del 5%.
Nello stesso periodo la Spagna ha visto la disoccupazione salire dal 9% fino al 25% circa, lo stesso livello che raggiunse la quota di senza lavoro negli Stati Uniti al culmine della Grande depressione.
Ma il dato più sorprendente riguarda l’Italia: nel Paese la disoccupazione ufficiale resta relativamente contenuta al 10,8%, meno della metà che in Spagna.
Eppure ha un posto regolare appena un italiano ogni tre, meno che in quasi tutti gli altri Paese europei. Spagna inclusa.
Secondo Eurostat gli occupati in Italia sono (al primo trimestre di quest’anno) 450 mila in meno che nel 2007, quando esplose quella che allora si chiamava la crisi dei subprime .
Oggi su una popolazione che l’ufficio statistico europeo valuta in 60,8 milioni di residenti, lavorano solo 22,3 milioni di persone.
È una quota del 36,8%, superiore – di poco – solo a quella della Grecia, un altro Paese con valori di disoccupazione e di caduta del Pil (meno -15% dal 2007) in tutto simili a quelli della Grande depressione americana.
L’economia italiana somiglia a una piramide rovesciata, la cui base formata da chi produce si restringe sempre di più.
Se si eliminasse l’apporto degli stranieri, fra i quali svolge un’attività una quota più elevata di persone (circa il 44%), emergerebbe che i cittadini italiani effettivamente al lavoro sono poco più di uno su tre.
Di rado gli economisti guardano a queste cifre, che fotografano i produttori di reddito in proporzione al totale dei consumatori di ogni età .
Ritengono più rilevante la disoccupazione in senso tradizionale (data da chi cerca un posto) o il tasso di occupazione rispetto alla potenziale manodopera fra i 15 e i 65 anni.
L’ANOMALIA STORICA
Ma il dato dei lavoratori sul totale dei residenti rivela più chiaramente l’anomalia italiana, che viene da lontano e ha molte cause.
In una fase di recessione prolungata, diventa solo più acuta e difficile da sostenere. Una delle ragioni di fondo della «base stretta» della piramide è l’età media decisamente elevata della popolazione.
La quota di pensionati è alta non solo perchè nei decenni scorsi molti si sono ritirati in anticipo. Semplicemente, nel Paese vivono molti più anziani che in Spagna o in Grecia.
L’italiano «di mezzo», quello più giovane di metà della popolazione e più vecchio dell’altra metà , oggi ha 43,8 anni.
È uno dei livelli più alti al mondo con il Giappone (45,4 anni) e la Germania (45,3).
Nel frattempo però, per effetto delle riforme di Hartz, nell’economia tedesca lavora il 47,3% della popolazione totale a dispetto della quota di capelli bianchi più elevata che in Italia.
Ciò segnala che una delle cause di fondo della sproporzione italiana fra chi lavora e chi no è nelle regole: in Germania attraggono sempre più persone verso l’impegno professionale, mentre in Italia è successo il contrario e ora resta da vedere quale sarà l’impatto della riforma Fornero. Si fa poi sentire anche un’ulteriore, ben nota, anomalia italiana: la partecipazione delle donne al lavoro è fra le più basse dei Paesi avanzati.
Tutto ciò spiega perchè non appena la recessione morde, la quota di persone attive scende a livelli assoluti da Grande depressione.
Scoraggiati, cassaintegrati, prepensionati, falsi invalidi, donne a casa per assenza di asili nido dove lasciare i figli: è questa la popolazione che non emerge nei dati di disoccupazione ufficiale e li fa apparire molto migliori che in Spagna o in Grecia.
IN ATTESA DEL RECUPERO
La ferocia del virus che ha colpito il lavoro nasconde un’altra particolarità del Paese, questa in parte positiva.
L’intensità dell’impegno professionale (per chi può svolgerlo) è più forte che nella media europea, se non altro in termini di ore lavorate.
È anche per questo che l’export italiano nel mondo nella prima metà di quest’anno è cresciuto, in proporzione, circa quanto il «made in Germany».
Non è detto però che ciò basti ad avvicinare una ripresa che non appare dietro l’angolo.
Il confronto europeo e l’esperienza di questi anni suggerisce che l’export da solo, per il momento, non basta a trainare l’economia.
Malgrado il relativo dinamismo delle vendite all’estero dal 2007 l’Italia è decresciuta circa come Irlanda e Portogallo, due Paesi sotto la tutela di un programma di salvataggio di Europa e Fmi. Se il Pil fosse caduto solo come in Spagna (-0,6%), l’economia nazionale oggi sarebbe di circa 45 miliardi più ricca; se l’Italia fosse cresciuta come la Germania, oggi sarebbe più ricca di 150 miliardi.
Uno spreco di creatività umana e risorse produttive di proporzioni colossali, che può far riflettere chi è tentato di tornare indietro sulle riforme del lavoro o delle pensioni.
Ma per loro, forse, la base della piramide rovesciata non è ancora abbastanza stretta.
Federico Fubini
(da “Il Corriere della Sera“)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
I MILITARI AVEVANO ASSISTITO AGLI SBUFFI DI FUMI ROSSI DELL’ACCIAIERIA E IL NOE INVIO’ UN RAPPORTO ALLA PRESTIGIACOMO: “EMISSIONI DIFFUSE”
L’esplosivo rapporto del Noe (Nucleo operativo ecologico) dei carabinieri di Lecce del maggiore Nicola Candido, che documentava il disastro ambientale di Taranto, con le fughe di emissioni «diffuse e fuggitive» dagli impianti di area a caldo dell’Ilva, arrivò a Roma, al ministero dell’Ambiente.
Eravamo alla vigilia dell’approvazione, dopo sette anni, dell’AIA, l’Autorizzazione integrata ambientale, e non successe nulla.
Nessun intervento, interrogativo, nessuna iniziativa fu presa.
Eppure, quel rapporto del Noe con la denuncia di centinaia di «eventi irregolari» è parte integrante delle accuse mosse dalla Procura di Taranto all’Ilva.
L’allora ministro per l’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, giura che non vi furono pressioni di sorta per l’AIA, che fu approvata il 4 agosto del 2011.
Anche se dalle intercettazioni telefoniche e ambientali risulta, invece, che i dirigenti dell’Ilva si mossero con funzionari della Regione Puglia e con la commissione ministeriale per addolcire l’AIA.
Ma rimane un mistero come della prova dell’inquinamento in corso a Taranto nessuno tenne conto.
Era l’aprile dell’anno scorso.
Circolavano in rete video o fotografie che riprendevano «strani» sbuffi dall’acciaieria dell’Ilva e più in generale dall’area a caldo dello stabilimento.
Con il via libera della procura, il Noe dei carabinieri di Lecce piazzò alcune telecamere esterne ai perimetri dell’Ilva.
Mise sotto intercettazione visiva e sonora per quaranta giorni quello che accadeva, 24 ore su 24, nella acciaieria più grande d’Europa.
E registrò il cosiddetto fenomeno di «slopping» in occasione delle colate d’acciaio, la fuoriuscita cioè di ossido di ferro, una nuvola rossastra che posandosi sporca di rosso gard rail e asfalto della provinciale, dall’acciaieria 1 e 2.
Dal primo aprile al 10 maggio del 2011 furono segnalati 121 fenomeni di «slopping» all’acciaieria 1 e 65 all’acciaieria 2.
Nel secondo caso, la metà di quelle emissioni dell’acciaieria 1.
E per gli uomini del Noe che fecero domande e acquisirono documentazione, fu chiara la ragione della differenza: all’acciaieria 2 erano stati montati sistemi di captazione di fumi più moderni.
In ogni caso, la dimensione dei fenomeni era tale che non potevano essere giustificati per la eccessiva frequenza.
Naturalmente viene spontaneo chiedersi se rispetto a un anno fa la situazione è migliorata o meno.
E la risposta (molto informale) che arriva da chi monitora l’inquinamento è che gli «slopping sono ridimensionati ma non eliminati».
Ma perchè avvengono e cosa si può fare per eliminarli? Intanto è evidente che la differenza tra le due acciaierie indica una possibile soluzione, sull’efficacia dei sistemi di captazione, poi la causa potrebbe trarre origine da «rotture meccaniche», da «errori tecnici», dalle stesse «torce meccaniche».
L’attività di monitoraggio del Noe dei carabinieri di Lecce, nella primavera dello scorso anno non si fermò soltanto alle acciaierie.
Dalla gestione dei rottami ferrosi, un’area all’aperto dove attraverso piccole colate di materiali incandescenti, ad alta temperatura, viene recuperato il ferro, si notavano, di notte, dei bagliori.
Erano emissioni in atmosfera di fumi non captati.
E poi le cosiddette torce, collegate all’acciaieria, dove vengono convogliati i gas della colata.
Sono dei sistemi d’emergenza che per gli 007 del Noe in realtà servono a smaltire gas, ovvero rifiuti che dovrebbero essere recuperati diversamente.
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IN SICILIA ARRIVA IL QUESTIONARIO AGLI SPOSI CON OTTO DOMANDE…. ALTROVE E’ CACCIA A CHI AFFITTA SENZA CONTRATTO AGLI STUDENTI
Abito bianco, bomboniere e una bella festa in riva al mare cristallino della Sicilia. 
Sembrava tutto perfetto… tranne il conto.
Da uno studio dell’Agenzia delle Entrate della regione insulare è emerso che per organizzare un matrimonio si spendono in media 30 mila euro e che per lo più questi soldi vengono pagati in nero o con fatture notevolmente ribassate.
Se il fatidico sì è il giorno più bello degli sposi, può ora rivelarsi un incubo per quei ristoratori, fotografi, fioristi e autonoleggi che sulle spalle dei giovani coniugi hanno evaso le tasse.
Come raccontato dal TgLa7, la Direzione regionale dell’Agenzia ha spedito per raccomandata a tutte le coppie sposate da meno di 5 anni un questionario articolato in 8 domande al fine di conoscere le spese sostenute per organizzare la cerimonia. “Avete intrattenuto gli ospiti in un ristorante? O in una villa in affitto?”.
Se i neo consorti rispondono di sì, devono identificare chi è il proprietario e documentare gli importi sborsati.
Lo stesso vale per i fiori, il catering, fotografi e video-maker, senza dimenticare i confetti. Sicuramente non è “una guerra” all’evasione fiscale, come dichiarato da Mario Monti, ma di certo è una battaglia che in pochi si aspettavano.
Alla quale tutti dovranno partecipare, rispondendo entro 20 giorni dalla ricezione del questionario, pena una multa in misura variabile da 258 a 2.065 euro.
E non è nemmeno l’unica novità estiva .
Quella che rischia di essere più esplosiva è l’indagine della Guardia di Finanza sugli affitti in nero.
Questa volta nel mirino ci sono i padroni di case per studenti che strappano locazioni a prezzi esorbitanti penalizzando i giovani e le loro famiglie.
A Roma una stanza singola arriva a 600 euro, un posto letto a 400.
Con la collaborazione degli atenei della Capitale, che hanno fornito l’elenco degli universitari fuori sede, sono partite 10 mila lettere dirette a ragazzi provenienti per lo più dal sud Italia ma anche dalle provincie laziali e dall’estero.
Tra le 15 domande ci sono “qual è il tuo domicilio romano?”, “a quanto ammonta l’affitto?”, e poi a chi viene pagato, se c’è un contratto, chi sono i coinquilini. Un vero e proprio “censimento” degli studenti e dei proprietari delle loro case.
Che condivideranno anche le responsabilità : chi non risponde rischia una sanzione fino a 500 euro, ma se il tentativo è quello di mettersi d’accordo con i locatari e fare dichiarazioni parziali, i finanzieri potranno portare gli studenti in commissariato e chiedere spiegazioni sul questionario compilato male.
A Bari, in un anno, con l’invio di 15 mila questionari ai “fuori sede” sono stati individuati 360 appartamenti affittati in nero e identificati i proprietari. I ricavi sono stati oltre 5, 5 milioni di euro.
Altri 100 mila euro erano stati recuperati perchè gli stessi locatari non pagavano nemmeno l’imposta di registro e 69 mila per le sanzioni sull’omessa dichiarazione di cessione del fabbricato.
Anche a Padova un progetto simile, in accordo con l’Università e l’ente per il diritto allo studio, ha permesso nel 2011 di recuperare due milioni di euro di tasse evase e 24 mila euro di imposte di registro. In pratica ogni 100 verifiche, 80 proprietari frodavano il fisco del tutto o in parte.
E allora al via nuove astuzie per cercare di arginare un fenomeno che priva le casse dello Stato di 18 miliardi di euro l’anno.
Matrimoni compresi.
Caterina Perniconi
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
I SINDACATI DENUNCIANO I CONTINUI TAGLI…DOPO TRE ANNI DI FLESSIONE AUMENTANO BORSEGGI E SCIPPI
Effetto-crisi sui reati: dopo 3 anni di flessione tornano a crescere, con un aumento record dei furti in casa e nei negozi e dei borseggi.
Un trend da ricondurre, in buona parte, alle attuali difficoltà economiche secondo il Sole 24 Ore, che ha elaborato dati raccolti dal Viminale per tracciare una mappa della situazione.
Nel 2011 i reati sono ammontati complessivamente a 2,76 milioni contro i 2,62 del 2010: il 5,4% in più.
Ma è dall’analisi nel dettaglio che arrivano le sorprese: i furti nelle abitazioni sono aumentati del 21%, arrivando a quota 205 mila; crescita analoga per le rapine, soprattutto ai negozi, che ammontano a oltre 40 mila.
I borseggi sono stati 134 mila e gli scippi quasi 17.700, con un rialzo rispettivamente del 16% e del 24%.
Milano ha la più alta incidenza di reati in rapporto alla popolazione: 7.360 ogni 100 mila abitanti, ed è prima per volumi, seguita da Roma.
Napoli è invece in testa per truffe (353 ogni 100 mila abitanti) e rapine (270 ogni 100 mila persone); negli scippi è invece seconda solo a Catania (quasi 100 ogni 100 mila persone) che svetta anche per furti di autovetture.
La piaga dei borseggi, infine, colpisce soprattutto Genova, Bologna, Milano e Rimini mentre le abitazioni più visitate dai ladri sono a Lucca, Pisa e Pavia.
Ad aumentare, quindi, sono proprio quei reati che più creano insicurezza nei cittadini.
Per contrastarli, servirebbero maggiori controlli e attività investigativa, ma in epoca di tagli non sarà facile – prevedono il Siap (Sindacato italiano appartenenti polizia) e l’Anfp (Associazione nazionale funzionari di polizia) – ricordando che il governo sta «tagliando un miliardo e mezzo ai Corpi di polizia».
E che la spending review «incide negativamente sull’operatività delle forze dell’ordine: nella sola Polizia nel 2012 dovevano essere assunti 2.000 agenti ma verranno messi a concorso solo 400 posti per il blocco del turn over».
Preoccupato anche il Silp-Cgil: dopo i tagli decisi dal governo Berlusconi – avverte il segretario generale Claudio Giardullo – con la spending review «il sistema di sicurezza perderà nei prossimi tre anni altri 18.000 operatori».
In merito il responsabile sicurezza del Pd, Emanuele Fiano, annuncia che alla ripresa dei lavori parlamentari ripresenterà «sotto forma di mozione il testo dell’ordine del giorno approvato da governo e parlamento che prevede di annullare gli effetti dei tagli della spending review sui comparti sicurezza, difesa e soccorso pubblico».
A latere delle cifre, anche una polemica politica che investe la Capitale. il segretario del Pd Roma, Marco Miccoli cita «l’aumento di oltre il 10% di borseggi e rapine», parla di una città «sempre più pericolosa» e punta il dito contro Gianni Alemanno.
Ma il sindaco non ci sta e ribatte: «Nonostante le campagne di stampa fatte da alcuni, Roma nel rapporto tra reati e numeri di cittadini è al quinto posto, mentre Milano al primo».
Quindi «a Roma i reati, che in Italia aumentano ovunque, aumentano meno che da altre parti».
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