Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
CONTROLLATI 200 ESERCIZI, 400 VIOLAZIONI…DALLA BISCA CLANDESTINA CAMUFFATA DA ASSOCIAZIONE CULTURALE AI CONTI INTESTATI A PRESTANOMI
Dalla bisca clandestina “travestita” da centro culturale alle puntate illegali su conti intestati a “prestanome”.
Sono alcuni dei casi più eclatanti scoperti dagli uomini della Guardia di Finanza nel corso dei controlli eseguiti su tutto il territorio nazionale nel settore giochi e scommesse a partire dall’inizio dell’anno, con una serie di verifiche più serrate scattate sotto Olimpiadi.
Oltre 2000 gli esercizi controllati e più di le 400 violazioni contestate: centinaia i videopoker illegali e decine i centri di scommesse non autorizzati.
Il 20% degli esercizi è risultato irregolare.
Le verifiche delle Fiamme Gialle hanno interessato tutto il territorio nazionale.
Nel dettaglio, sono stati 2.088 gli esercizi controllati e 417 le violazioni contestate: sequestrati 233 videopoker illegali e 74 centri di scommesse non autorizzati, 185 le persone denunciate. Nel corso delle verifiche – iniziate durante l’ultima settimana dei Giochi Olimpici e proseguite nei giorni scorsi – i finanzieri hanno verificato l’iscrizione degli esercizi nell’apposito elenco, il possesso delle autorizzazioni, l’integrità degli apparecchi da gioco, il loro collegamento alla rete dei Monopoli e l’identità dei giocatori.
Molte e originali le truffe scoperte.
A Roma, ad esempio, è stata trovata una bisca clandestina nella sede di un’associazione culturale.
Quando i finanzieri hanno fatto irruzione, hanno visto ai tavoli da gioco ed ai videopoker giovani e pensionati di età tra 18 e 60 anni.
Il circolo è stato sequestrato ed il gestore, un pluripergiudicato per associazione a delinquere, denunciato.
A Padova, invece, un’associazione sportiva, che nascondeva una bisca clandestina con videopoker illegali, era stata posizionata a poca distanza da una sala da gioco autorizzata.
Il gestore della bisca attraeva i giocatori promettendo puntate illimitate e premi immediati in denaro, tant’è che sono state contestate anche numerose violazioni alle recenti norme che limitano i pagamenti in contanti a 1.000 euro. In provincia di Bari, con l’operazione “fatal bet”, sono stati sequestrati 30 esercizi, tra centri scommesse non autorizzati e punti vendita di gioco on-line che, invece, raccoglievano puntate illegali su conti intestati a “prestanome”.
I 64 responsabili sono stati tutti denunciati.
Le Fiamme Gialle di Sassari, invece, hanno passato al setaccio i centri scommesse della provincia dopo che un reparto territoriale ne aveva individuato uno collegato ad una rete illegale: 29 centri sono stati sequestrati e 30 gestori denunciati.
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
POLEMICHE PER LO STOP SOLO PER CHI HA ANCORA CASA O AZIENDA INAGIBILI
Una proroga sì, ma «selettiva». Nel senso che il nuovo rinvio per il pagamento di tasse
e contributi non riguarderà tutte le persone che vivono nei comuni colpiti dal terremoto, come previsto finora.
Ma solo chi ha ancora la casa inagibile o l’azienda danneggiata dopo le scosse di tre mesi fa.
La questione sarà discussa nel Consiglio dei ministri di venerdì, il primo dopo la pausa estiva.
E, se alcuni nodi devono essere ancora sciolti, il governo sta studiando il modo di accogliere le richieste che arrivano dalle zone terremotate di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto.
Proprio ieri i tre governatori hanno scritto al presidente Mario Monti per chiedergli di rivedere le decisioni prese nei primi giorni dell’emergenza.
Con due decreti il governo aveva sospeso tutti i pagamenti fiscali e previdenziali: non solo l’Imu, che viene annullata per tutto il periodo dell’inagibilità dell’immobile, ma anche l’Irpef, l’imposta sulle persone fisiche, l’Ires e l’Iva, che riguardano le imprese, oltre alle rate dei mutui e dei finanziamenti.
Alcune di queste scadenze erano state spostate al 30 settembre, altre al 30 novembre, sempre del 2012.
I tre presidenti di Regione chiedono di rinviarle tutte al 30 giugno dell’anno prossimo ma solo per «coloro che a causa dell’inagi bilità della casa di abitazione o dello studio professionale o delle difficoltà connesse con il riavvio delle attività produttive (…) risultino particolarmente esposti a problemi di liquidità e di equilibrio finanziario».
La richiesta di una proroga girava già da qualche settimana.
Ma a gelare le attese era arrivata, il 16 agosto, una nota dell’Agenzie delle Entrate che confermava le scadenze già previste.
Non poteva essere diversamente, visto che l’agenzia non può certo cambiare di sua iniziativa quanto è stato deciso con un decreto legge.
Eppure è stato proprio quel comunicato di poche righe a far salire la protesta nelle zone terremotate.
Sabato scorso il presidente dell’Emilia Romagna Vasco Errani ha ripetuto il suo appello incassando l’appoggio («Sottoscrivo ogni sua parola») del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, che quelle terre le conosce bene essendo stata commissario prefettizio sia a Bologna che a Parma.
È stata proprio la Cancellieri a portare la questione all’attenzione del governo, contando sull’appoggio di un altro ministro, Piero Gnudi, bolognese non d’adozione ma di nascita.
Adesso il dossier è nelle mani del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà , e del ministro dell’Economia, Vittorio Grilli.
L’intenzione di fare un passo c’è tutta ma il problema è sempre il solito: trovare i soldi. Il rinvio dei pagamenti deciso ai primi di giugno è costato alle casse dello Stato due miliardi e mezzo di euro.
La proroga peserebbe meno proprio perchè riguarderebbe solo chi ha ancora danni seri e non tutti i residenti.
Ma fare i conti non è semplice
Le famiglie ancora senza casa sono 13 mila, le aziende danneggiate più di 3 mila. Bisogna capire che volume di tasse muovono e soprattutto decidere di quanto far slittare i termini.
Non è detto che la proposta del 30 giugno venga accolta: la proroga potrebbe essere più corta.
Il presidente Errani, però, è ottimista: «La nostra è una richiesta seria e motivata, non parliamo di cose inique ma eque. Quindi confido che il governo risponderà positivamente».
E annuncia che la prossima settimana firmerà una nuova ordinanza per accelerare il ritorno alla normalità di chi ha perso la casa: «In parte nei prefabbricati in parte attraverso accordi con le associazioni di proprietari per prendere in affitto gli appartamenti vuoti».
L’emergenza numero uno, però, resta quella delle tasse.
E in questa partita c’è un’altra carta da giocare. Erano altri tempi, non c’era la crisi ma dopo il terremoto in Umbria e Marche del 1997 i pagamenti vennero sospesi per due anni e mezzo.
In Emilia la terra ha tremato appena tre mesi fa.
Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
PER LE REGIONALI DI OTTOBRE ALLEANZA TRA PDL, SAVERIO ROMANO, MICCICHE’, LOMBARDO E STORACE… TRA FASCISTI DA OPERETTA, INQUISITI PER MAFIA E CLIENTI DI SPACCIATORI, ALLA FINE SCELGONO L’UNICO VOLTO PRESENTABILE
Con la benedizione di papy Silvio Berlusconi, il Pdl in Sicilia porterà in processione Nello Musumeci per la corsa alla poltrona di governatore.
I portatori di voti ed ex voto sono stati avvisati.
Sembra così a un passo la costruzione di una grande coalizione di interessi che mette insieme Grande Sud di Gianfranco Miccichè, il Partito dei siciliani di Raffaele Lombardo e il Pid di Saverio Romano, con annessi ribelli azzurri guidati da Innocenzo Leontini.
Un fronte, questo, che a eccezione dell’Udc – ricalca quasi per intero quello delle regionali del 2008.
Ma i colpi di scena non sono ancora esclusi, anche perchè mettere insieme chi fino a qualche ora prima se n’era dette di tutti i colori non sembra facile.
Il segretario del Pdl Angelino Alfano ha finalmente rotto il silenzio.
Colto di sorpresa dalla mossa di Miccichè e Lombardo sul sostegno a Musumeci, ha chiamato il leader siciliano della Destra e lo ha messo in contatto con lo stesso Berlusconi.
“Nello, sei il nostro candidato”, ha detto l’ex presidente del Consiglio, che nelle scorse settimane aveva provato a lanciare Miccichè, trovando un muro da parte di molti dirigenti del partito.
Nel frattempo a Catania il coordinatore del partito, Giuseppe Castiglione, acerrimo nemico di Lombardo e primo a bloccare la candidatura di Miccichè, incontrava il ribelle Leontini, pronto a staccarsi dal partito per andare a sostenere Musumeci insieme a Grande Sud e al Partito dei siciliani.
L’alleanza rompe di fatto l’asse Lombrdo-Fini e pertanto Fli potrebbe convergere con Pd e Udc sul nome di Rosario Crocetta.
Per il centrodestra inizia la processione a piedi (liberi).
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
“LIBERO” FA I CONTI IN TASCA AGLI AMMINISTRATORI REGIONALI PUBBLICANDO GLI STIPENDI DI PRESIDENTI, ASSESSORI E CONSIGLIERI…LA TOSCANA LA PIU’ VIRTUOSA
E’ sempre casta, nonostante i tagli. Anche se a misura “regionale”. 
Stipendi, indenizzi, rimborsi e anche quello che per gli altri lavoratori è il Tfr, il trattamento di fine rapporto.
Il più “fortunato” tra i presidenti regionali è Roberto Formigoni, governatore ventennale della Lombardia, quello meno Enrico Rossi, presidente della Toscana.
Il primo, come presidente della giunta, guadagna 14.767,70 euro, il secondo 7.544,78.
E’ il quotidiano “Libero” che fa i conti in tasca agli amministratori regionali pubblicando una tabella con gli stipendi di presidenti, assessori e consiglieri. E gli assegni di fine mandato possano arrivare fino a 80 mila euro.
I dati sono ufficiali perchè sono estrapolati dall’ultimo rapporto della Conferenza dei Presidenti delle assemblee legislative delle Regioni e delle Province autonome.
Senza dimenticare i rimborsi che in alcune Regioni valgono il doppio dell’indennità di funzione. Un esempio per tutti è proprio quello della Lombardia con il presidente della giunta che può contare su un’indennità netta di 5.400,78 da moltiplicare per dodici mensilità .
A questa indennità vanno sommati tuttavia i rimborsi che possono variare da un minimo di 5.866,92 fino ad un massimo di 9.366,92 euro. In altre Regioni, come la Puglia, dove il presidente Nichi Vendola guadagna 14.595,73 (poco meno di 200 euro rispetto a Formigoni) se le indennità di funzione sono meno eclatanti (4.971,54 euro al mese per 12 mensilità ), la forchetta dei rimborsi può variare dai 7.744,11 ai 9.624,19 euro al mese.
Il rimborso massimo per Enrico Rossi invece non arriva a 3 mila euro.
Regione la Toscana ultima in assoluto nei guadagni dei rappresentanti locali e quindi la più virtuosa rispetto per esempio alla Liguria e a soprattutto il Molise, sesto nella classifica generale degli incassi, ma che conta solo 320.360 residenti.
Dopo i presidenti di giunta di Lombardia e Puglia nella classifica dei più pagati arrivano i presidenti di Sicilia (14.193,25 euro), Piemonte (12.451,48), Lazio (11.753,11), Molise (11.124,90), Calabria (11.109,77), Liguria (10.841,25), Campania (10.775), Sardegna (10.571,01), Veneto (9.891,93), Valle d’Aosta (9.751,38), Trentino Alto Adige (9.698,05), Basilicata (9.221,07), Marche (8.620,30), Abruzzo (8.615), Friuli (8.063), Emilia-Romagna (7.768,16), Umbria (7.603,52), Toscana (7.544,78).
Gli stessi importi del presidenti di giunta vengono incassati dai presidenti del Consiglio regionali. Gli stipendi dei vice, in entrambi i ruoli, hanno uno scarto poco inferiore a quelli dei numeri uno, dai 1000 ai 4 mila euro circa.
Stipendi d’oro anche per chi ha la responsabilità di un assessorato.
Gli assessori più pagati sono quelli piemontesi con uno stipendi pari a 12.069,28, a seguire i pugliesi con 11.865,14, e poi quelli lombardi, naturalmente i molisani e quindi calabresi e veneti che intascano 10 mila euro circa al mese.
I più “poveri” ancora i toscani i cui assessori guadagnano 6.620,51, seguiti a ruota da quelli del Friuli, Marche e Abruzzo.
Una classffica meno significativa di quella dei numeri uno perchè non sono registrati in lista gli importi degli assessori siciliani, campani e sardi.
Gli introiti dei presidenti di commissione rispecchiano la classifica generale guidata dalla regione di Formigoni: si va dai 13.266,71 della Lombardia agli 8.242,59 della regione Lazio.
Stesse cifre per i capigruppo con il record lombardo a 13.266,71 e i 6.417,28, praticamente la metà , dell’Emilia-Romagna anche se non ci sono i dati di Sicilia, Molise, Campania, Trentino, Valle d’Aosta, Marche.
Ci sono i consiglieri: si va dai 5.666,78 degli emiliani romagnoli, ai 12.666,71 dei lombardi. Sopra i 10 mila euro per quelli di Puglia, Sicilia, Piemonte, Molise e Veneto.
Tranne quelli dell’Emilia Romagna — con 5.666,78 euro — tutti guadagnano più di 6 mila euro.
Le cifre vanno anche lette considerando il numero degli abitanti; la Lombardia ha quasi 10 milioni di abitanti, ma la Sicilia poco più di 5 e la Puglia più di 4.
Il Piemonte non arriva a 4 milioni e mezzo, mentre la virtuosa Toscana registra 3.730.10 abitanti.
C’è poi il caso Molise, sesto classificato, seguito a ruota da Calabria, settima, che supera di poco i 2 milioni di abitanti e della la Liguria, ottava, che segna 1.615.441.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
RIDOTTE LE COMPETENZE E TAGLIATI I FONDI AD UN ORGANISMO CHE DAL 2009 AL 2011 HA SEQUESTRATO 5,7 MILIARDI DI EURO…”CI SIAMO OCCUPATI DELLA MAFIA AL NORD, DEI CASALESI E DELLA TRATTATIVA: SIAMO DIVENTATI SCOMODI”
Era il sogno di Giovanni Falcone, che aveva compreso la necessità di avere un’unica struttura di polizia per affiancare i magistrati impegnati nella lotta alla mafia.
“In realtà la legge istitutiva della Direzione investigativa antimafia non è mai stata applicata. Anzi, oggi qualcuno sta cercando di smantellarla del tutto”.
È amareggiato, uno dei poliziotti che hanno scelto di non tacere più, oltre che arrabbiato.
Sta assistendo, impotente, all’agonia di un organismo che — tanto per fare un esempio — tra il 2009 e il primo semestre del 2011 ha sequestrato beni per 5,7 miliardi di euro e ne ha confiscati altri per 1,2 miliardi di euro.
Cifre che rappresentano l’introito maggiore per il Fondo unico Giustizia.
«Se si sono finalmente aperti gli occhi sugli intrecci tra mafia e politica nel Nord Italia, lo si deve alla nostra attività — spiega un funzionario che per motivi di sicurezza deve restare anonimo —. L’operazione “Breakfast”, per esempio, che ha coinvolto alcuni elementi di spicco della Lega Nord. O la “Doma”, nella quale sono finiti colletti bianchi e politici nazionali, “vicini” al clan dei Casalesi. Qualche mese fa è partita una nuova richiesta d’arresto nei confronti dell’ex sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino. O le principali inchieste di Palermo, dove — guarda caso — i magistrati stanno indagando sulla trattativa Stato-mafia. Ma forse è proprio per questo che siamo diventati scomodi».
Lo smantellamento sembra procedere a piccoli passi, perchè nessuno si assumerebbe la responsabilità di distruggere in un colpo solo la creatura di Falcone.
Ma basta mettere insieme alcuni fatti degli ultimi 10 mesi per rendersi conto della situazione.
È stato inutile, per gli uomini della Dia, protestare sotto Montecitorio il 26 ottobre dello scorso anno.
Pochi giorni dopo, il 12 novembre, la legge di stabilità ha drasticamente tagliato il Trattamento economico aggiuntivo (Tea), quella che in gergo viene chiamata “indennità di cravatta”: una compensazione economica (circa 250 euro mensili per un ispettore con 30 anni di carriera sulle spalle) che riconosce la specificità del lavoro di poliziotti, carabinieri e finanzieri della Dia.
Nonostante proteste e numerose interrogazioni parlamentari, si è passati al 35 per cento di quella cifra.
Peccato, però, che proprio da novembre dello scorso anno il Tea non sia più stato corrisposto: nè nella sua interezza — per i mesi di novembre e dicembre — nè nella misura del 35 per cento.
Tanto che circa 500, tra sottufficiali e ufficiali, hanno presentato ricorso.
“Ora l’Avvocatura dello Stato ha scritto al Dipartimento chiedendo perchè non sono stati erogati quei fondi — prosegue il funzionario — e sottolineando come il personale sia l’ultima risorsa da toccare, anche in tempi di spending review”.
Non solo: c’è un’analoga lettera del ministero dell’Economia che, preoccupato, fa notare come adesso siano da pagare anche gli interessi di mora. Non si capisce dunque perchè la situazione non si sblocchi.
Il bilancio della struttura, in generale, è stato fortemente penalizzato: si è passati dai 28 milioni di euro del 2001 ai 9 di quest’anno.
Oltre tutto della Dia dovevano far parte, secondo la legge istitutiva del 1991, tra le tremila e le quattromila unità . Numeri mai raggiunti.
Oggi la Direzione è composta da circa 1.400 persone, 12 centri operativi e sette sezioni distaccate, “e ci sono centri che non hanno più personale della polizia di Stato, non mandano più nè funzionari nè ispettori”.
Però ad aprile è accaduta un’altra cosa: è stato firmato un protocollo d’intesa tra la Direzione nazionale antimafia e il Corpo forestale dello Stato, per cui quest’ultimo metterà a disposizione i propri nuclei specializzati e la propria competenza in materia di tutela del territorio.
“Nulla contro i colleghi della Forestale — spiega un agente —, ma il rischio è di perdere la nostra specificità , la nostra esperienza in materia di reati associativi. Se entra la Forestale dovrà entrare anche la Penitenziaria”.
Quello che spaventa di più gli uomini dell’Antimafia, però, sta avvenendo in realtà molto sotto traccia.
Si stanno creando gruppi interforze ad hoc per il controllo degli appalti: vedi la ricostruzione all’Aquila (Gicer), l’Expo Milano 2015 (Gicex) e ora il terremoto in Emilia.
“Ma la Dia ha già al suo interno un Osservatorio centrale sugli appalti” conclude il funzionario.
La sensazione, dunque, è che la si voglia svuotare di soldi e significato.
“C’è un atteggiamento vessatorio nei confronti del personale della Dia — fa notare Enzo Marco Letizia, segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia — e la politica si mostra disattenta rispetto a tutto questo”.
“Non colgo un’azione volontaria per smantellarla — ci va più cauto il segretario del Silp Cgil, Claudio Giardullo —, ma un immobilismo incomprensibile che rende impossibile utilizzare una struttura di eccellenza”.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
SI RIAPRONO I GIOCHI PER IL VOTO IN AUTUNNO, VINCOLATO A UNA RAPIDA APPROVAZIONE DELLA RIFORMA ELETTORALE
Stavolta ci siamo davvero. Se tutto andrà per il verso giusto la prossima settimana
potrebbe scattare il conto alla rovescia per il voto anticipato a novembre.
Una partita legata a filo doppio con la nuova legge elettorale ed è proprio su questo fronte che arrivano le novità .
Lunedì ci sarà infatti l’ultimo scambio di carte tra gli ambasciatori dei partiti — Lorenzo Cesa, Denis Verdini, Maurizio Migliavacca — poi mercoledì il testo della nuova legge elettorale sarà portato alla commissione affa-ri costituzionali del Senato. E, appunto, da mercoledì 29 agosto partirà il countdown. Perchè «è evidente», come dice una fonte vicina alla trattativa, che «fare adesso la legge elettorale significa per tutti noi una sola cosa: andare a votare».
I tempi saranno brevissimi, del resto, già a luglio Monti e Napolitano avevano ragionato insieme sull’opportunità di una anticipazione (peraltro di soli quattro mesi) delle urne.
Ma la condizione posta dal capo dello Stato era stata, per l’appunto, quella che i partiti arrivassero finalmente a modificare il Porcellum.
Adesso l’intesa è a portata di mano. Una fonte del Pdl la definisce addirittura «praticamente già fatta».
Anche il Pd Luciano Violante ieri ha confessato al sito Sussidiario. net di essere «discretamente ottimista perchè l’intesa su molti punti c’è».
Secondo il responsabile riforme del Pd «la maggior parte dei seggi verrà assegnata ai collegi, il rimanente attraverso i listini».
Sul premio di maggioranza si è arrivati al punto di assegnare il 15% di seggi in più al primo partito. Con gli attuali sondaggi dovrebbe essere proprio il Pd a beneficiarne, diventando il perno su cui si costruirà la futura maggioranza.
Sarà “tutelata” anche la Lega Nord, che sfuggirà alla soglia di sbarramento nazionale del 5% (al Senato sarà più alta) grazie alla previsione di una clausola di privilegio per chi supera un target in almeno tre regioni.
Questa dunque è l’ossatura.
Un impianto proporzionale con alcuni correttivi per limitare il frazionamento e facilitare la nascita del governo.
L’Udc rinuncerebbe alle preferenze e il Pd al premio di coalizione. In cambio Berlusconi s’acconcerebbe a una campagna elettorale in cui tutti i sondaggi lo danno per perdente.
Ma, come dicono i suoi, «oggi possiamo ancora portare a Montecitorio 125-130 deputati, domani chissà ». Pesa anche l’incognita del processo Ruby.
Gli sherpa hanno calcolato i tempi che porteranno all’approvazione “sprint” della legge. Quindici giorni al Senato, poi altre due settimane alla Camera. Quindi, intorno all’11 ottobre, Napolitano potrebbe chiudere la legislatura lasciando spazio a una breve campagna elettorale di quarantacinque giorni (il minimo consentito dalla legge). Gli italiani sarebbero chiamati al voto domenica 25 e lunedì 26 novembre.
E il nuovo presidente del Consiglio sarebbe nominato dall’attuale capo dello Stato, cosa che non avverrebbe se si andasse al 2013.
Questo è l’appunto con le date che sta circolando tra le segreterie di Pdl, Pd e Udc, lo stesso su cui stanno riflettendo Fini e Schifani. Oltre, naturalmente a Monti e Napolitano.
Del resto l’unica possibilità che questo piano vada in porto è che sia concordato in ogni dettaglio da tutti i protagonisti.
L’ipotesi infatti è che si proceda allo scioglimento con una crisi pilotata e dimissioni volontarie di Monti.
Con l’anticipazione della legge di stabilità a settembre.
Se l’intesa sulla legge elettorale è praticamente fatta e i partiti sono d’accordo sul percorso, a fermare il piano inclinato che porta alle elezioni potrebbe tuttavia intervenire un fattore esogeno: il timore dei mercati.
E il giudizio arrivato ieri da Moody’s e Fitch fa temere quello che potrebbe accadere in termini di spread se Monti dovesse uscire di scena.
Come ha detto a Bloomberg tv David Riley di Fitch «la questione chiave che l’Italia sta affrontando in questo momento dal punto di vista degli investitori è il rischio politico: ci sono delle preoccupazioni su chi guiderà l’Italia l’anno prossimo».
Un pressing che fonti del governo italiano respingono con cortese fermezza: «Fa piacere il riconoscimento sull’importanza del governo Monti, ma dire che senza di lui crolla tutto non ci entusiasma perchè dà una sensazione di fragilità del sistema, mentre il premier da mesi a tutti gli interlocutori internazionali ripete che i partiti stanno maturando, come dimostra il fatto che hanno approvato tutte le riforme scritte dall’esecutivo dei tecnici».
Certo, è difficile immaginare che il premier esca di scena. Ma il futuro politico di Monti è parte del gioco che si aprirà tra Bersani e Casini dopo il voto, anche in base ai risultati elettorali. Intanto il presidente del Consiglio conta di utilizzare le prossime settimane per portare a casa il più possibile.
Lo ha annunciato anche a Berlusconi, che gli ha telefonato a Ferragosto per gli auguri e per sollecitargli nuove norme sulle intercettazioni. Ieri a tutti i ministri è stata recapitata una sua lettera che li esorta a presentarsi venerdì alla riunione di governo con «proposte concrete per l’Agenda Crescita».
Così l’ha chiamata, convinto che ancora si possa fare qualcosa prima di lasciare. «E noi – chiosa una fonte del Pdl – glielo lasceremo fare, mica ci metteremo di traverso di fronte a semplificazioni e incentivi alle imprese».
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLA CGIA DI MESTRE: LA PRESSIONE FISCALE DEGLI ENTI LOCALI SU OGNI ITALIANO E’ DI 1684 EURO…. DAI 47 MILIARDI DEL 1996 AI 102 DEL 2011
Lo stock delle tasse locali negli ultimi 15 anni in Italia ha toccato in assoluto l’importo record di 102 miliardi di euro, con un aumento del 114,4%.
Lo ha calcolato la Cgia di Mestre, analizzando il gettito riferito alla tassazione chiesta da Regioni, Province e Comuni dal 1996 al 2011.
Nell’anno di partenza dell’analisi, le tasse locali erano pari a 47,6 miliardi di euro complessivi.
Su ogni italiano pesano mediamente per 1.684 euro.
Una situazione, denuncia la Cgia, destinata a peggiorare nel 2012.
L’Amministrazione centrale, invece — rivela l’analisi della Cgia — ha aumentato le entrate nello stesso periodo soltanto del 9%.
Se nel 1996 il gettito era di 320,9 miliardi di euro, nel 2011 l’Erario ha incassato 349,9 miliardi, mentre il Pil nazionale, sempre negli ultimi 15 anni, è cresciuto del 15,4%.
Sull’escalation delle tasse locali, comunque, il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, sottolinea che “purtroppo la situazione è destinata a peggiorare.
Con l’introduzione dell’imposta municipale sulla prima casa e l’aumento registrato dalle addizionali Irpef regionali e comunali — afferma — nel 2012 le entrate in capo alle Autonomie locali sono destinate a subire un’ulteriore impennata”.
Quelle più significative applicate dalle Province sono: Imposta sulle assicurazioni Rc auto; Imposta provinciale di trascrizione (autoveicoli, camion e rimorchi); Addizionale provinciale sul consumo di energia elettrica (diverso da abitazioni); Tributo provinciale per i servizi di tutela, protezione e igiene dell’ambiente.
Infine, le più importanti in capo ai Comuni sono: Ici (imposta comunale sugli immobili; e l’Imu è stata introdotta nel 2012); Tarsu/Tia (la tassa sui rifiuti); addizionale comunale Irpef; tassa sull’occupazione spazi e aree pubbliche; imposta comunale sulla pubblicità e diritto sulle pubbliche affissioni; addizionale sul consumo di energia elettrica (abitazioni).
“L’aumento delle tasse locali — sottolinea Bortolussi — è il risultato del forte decentramento fiscale iniziato negli anni Novanta del secolo scorso. L’introduzione dell’Ici, dell’Irap e delle addizionali comunali e regionali Irpef hanno fatto impennare il gettito della tassazione locale che è servito a coprire le nuove funzioni e le nuove competenze che sono state trasferite alle autonomie locali”.
“Non dobbiamo dimenticare che, negli ultimi 20 anni, Regioni e Comuni — conclude Bortolussi — sono diventate responsabili della gestione di settori importanti come la sanità , il sociale e il trasporto pubblico locale senza aver ricevuto un corrispondente aumento dei trasferimenti. Anzi. La situazione dei nostri conti pubblici ha costretto lo Stato centrale a ridurli progressivamente, creando non pochi problemi di bilancio a tante piccole realtà amministrative locali che si sono ‘difese’ aumentando le tasse locali”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA CORTE DEI CONTI GIAMPAOLINO: “GLI ONESTI NON STIANO AL GIOCO DEGLI EVASORI”…. “A NOI IL CONTROLLO DEI BILANCI DEI PARTITI”
Presidente, il premier Mario Monti ha detto che contro l’evasione siamo in «uno
stato di guerra». Condivide?
«È una partita difficile da giocare, che richiede una strategia chiara di contrasto e la ferma determinazione di attuarla. Ma non si tratta solo di reprimere, bisogna indurre e consolidare comportamenti di massa strutturalmente corretti», risponde il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino.
Chi evade spesso dice che lo fa per sopravvivere. Chi ha la ritenuta alla fonte non accetta queste giustificazioni. La questione fiscale divide il Paese.
«Ci sono anche attività economiche marginali che riescono a sopravvivere solo restando sprofondate nel sommerso, soprattutto nel Mezzogiorno. Ma per lo più si tratta, appunto, di attività marginali e, magari, in non pochi casi, anche criminali. In realtà , chi evade lo fa perchè ritiene di aver così trovato il modo di vivere meglio di chi è tanto ingenuo da onorare la sua obbligazione di contribuente. Salvo, naturalmente, beneficiare anche dei servizi e delle prestazioni dello Stato sociale finanziati da chi non evade. I cittadini onesti devono imparare a non stare più al gioco di chiunque pensi di poter fare il furbo, sia che si tratti del negoziante che del medico, dell’avvocato o dell’idraulico. Nella consapevolezza che favorire l’evasione significa pagare due volte il fornitore: per il bene o il servizio ottenuto, ma anche per le prestazioni sociali gratuitamente assicurategli. Con l’aggravante del danno che ne deriva in termini di maggior pressione fiscale legale e di effetto di squilibrio dei conti pubblici».
Ci vuole anche un cambiamento culturale. Non chiamiamo più gli evasori «furbi», dice Monti. Secondo lei sta cambiando l’atteggiamento dei cittadini verso l’evasione?
«Sì. E anch’io avverto una crescente insofferenza nei confronti dei cosiddetti furbi, molti dei quali sembrano incalliti e comunque del tutto indifferenti rispetto ai problemi in cui il Paese si dibatte. Il positivo mutamento di clima è sicuramente il risultato anche del modo deciso e coerente con cui questo Governo sta contrastando l’evasione».
Oggi lo Stato dispone di tutti gli strumenti necessari a stanare gli evasori?
«La Corte apprezza la reintroduzione dell’obbligo di allegare alla dichiarazione Iva gli elenchi clienti e fornitori la cui sospensione aveva privato gli uffici finanziari di uno strumento potentissimo di controllo incrociato delle contabilità delle imprese. Ma va valorizzata anche e soprattutto la predisposizione di misure e di azioni idonee a favorire il consolidamento di comportamenti di massa più corretti. Non è immaginabile, nè auspicabile, che i frutti del contrasto all’evasione possano essere esclusivamente e permanentemente legati a una crescente attività di repressione, inevitabilmente non sempre scevra anche da qualche ricaduta di connotazione vessatoria».
Nonostante i grandi sforzi fatti in questi anni, si recuperano circa 10-12 miliardi di euro l’anno a fronte di un’evasione stimata in almeno 10 volte tanto. Perchè?
«La cifra del recupero di 10-12 miliardi si riferisce anche ad importi che sarebbe improprio attribuire integralmente ai risultati della lotta all’evasione in senso stretto. Sono ricompresi, ad esempio, tutti gli importi legati alla pura e semplice correzione degli errori che tutti possiamo commettere nel compilare la dichiarazione dei redditi. Ciò che andrebbe, in realtà , misurato è, come dicevo prima, piuttosto l’effetto che si ottiene in termini di accresciuta e permanente adesione spontanea, quella che in inglese viene definita come tax compliance . È da tempo che la Corte dei conti insiste perchè l’Amministrazione finanziaria si attrezzi con i meccanismi e le metodologie utili per effettuare queste valutazioni. È tutta l’attività dell’Amministrazione finanziaria che deve essere impostata e gestita con l’obiettivo di massimizzare l’adesione spontanea: con la repressione, ma anche con la persuasione, con l’assistenza, il supporto, nonchè (perchè no?) con l’incentivazione premiale dei comportamenti adesivi».
Si punta molto sulla collaborazione dei Comuni per stanare gli evasori. È la strada giusta?
«Non c’è dubbio che i Comuni potrebbero fare molto per contribuire ad una maggiore adesione spontanea. Ma questo risultato non ci sarà se, anche involontariamente, si indebolisce l’efficacia dell’attività di riscossione. Indebolire il ruolo di Equitalia a favore di una miriade di improvvisate società locali di riscossione sarebbe un errore gravissimo che mi auguro non sia commesso».
Si potranno pagare meno tasse quando si sarà tagliata la spesa, dice il governo. La spending review la convince?
«Per risultare efficace, la spending review deve essere analitica ed approfondita e deve valorizzare gli sforzi in precedenza compiuti. E deve legarsi a obiettivi di riorganizzazione anche profonda degli apparati pubblici, eliminando duplicazioni e sovrapposizioni. Verificando sistematicamente, senza preclusioni pregiudiziali, l’effettiva utilità della stessa attività amministrativa svolta. Le cosiddette resistenze burocratiche sono spesso solo il riflesso dello scarso grado di approfondimento dell’utilità e della fattibilità degli interventi ipotizzati».
La Corte dei conti dovrebbe aiutarci a combattere gli sprechi. I primi che vengono in mente sono quelli connessi alla politica. Secondo la relazione Amato potrebbe essere la Corte a esaminare e convalidare i bilanci dei partiti. È d’accordo?
«Certamente sì. La nostra Costituzione assegna alla Corte il compito di partecipare, nei casi e nelle forme stabilite dalla legge, al controllo sulla gestione finanziaria degli enti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria. Se pertanto è prevista una contribuzione in via diretta o indiretta ai partiti, il controllo sulla loro gestione finanziaria, più correttamente, dovrebbe essere affidato alla Corte dei conti».
E contro la corruzione cosa fa la Corte? Vale 60 miliardi di euro l’anno avete denunciato, ma nel 2011 sono state inflitte condanne solo per 75 milioni di euro. Perchè?
«La cifra totale, frutto di elaborazioni fondate su fonti interne e internazionali, è da intendersi come un dato meramente indicativo. Di certo vi è la grande distanza tra gli importi delle condanne inflitte dalla Corte e la totalità del danno che la corruzione infligge al Paese. Le ragioni di questo divario sono molteplici. Una soluzione a tale situazione sarebbe quella di affiancare all’attività giurisdizionale, come mezzo per combattere la corruzione, una più ampia ed incisiva attività di controllo, sia preventivo che successivo, che avrebbe il pregio di unire a una maggior ampiezza di intervento anche una più rilevante efficacia interdittiva ovvero correttiva delle situazioni di mala gestio in atto, così da colpire non solo corruzione bensì la ben più ampia massa dei comportamenti caratterizzati da inefficienza gestionale».
Enrico Marro
(da “Il Corriere della Sera“)
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Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile
DALLA CRISI ECONOMICA A QUELLA SOCIALE: STRANIERI, DONNE GIOVANI E SUD LE AREE PIU’ DELICATE
“La cultura globale è stata contaminata da uno spirito di paura che implica un ridimensionamento dei diritti. Ci siamo a poco a poco abituati, in modo subliminale, all’idea che una certa quota di disuguaglianza sia funzionale alla società globale”.
A parlare è il ministro per la cooperazione Andrea Riccardi durante un recente incontro organizzato dall’associazione “Diritti in cammino” e incentrato, appunto, sulla diseguaglianza sociale, piaga che nel nostro paese più che in altri sta mietendo le sue vittime e non accenna a ridimensionarsi.
Così, i rapporti sociali si tendono, s’incattiviscono, e anche in Italia, così come in Grecia o in Spagna, il rischio che la crisi economica diventi anche crisi sociale si fa sempre più concreto.
Stranieri, giovani, donne, Mezzogiorno, sono le quattro aree più delicate in questo senso, e l’ultimo rapporto Istat lo mostra chiaramente, soprattutto se facciamo i confronti con gli altri Paesi europei.
Per quanto riguarda le donne, ad esempio, nei Paesi scandinavi le coppie in cui la donna non percepisce un reddito da lavoro sono meno del 4%, in Francia il 10,9%, in Spagna il 22,8% e nella Ue in generale il 19,8%.
In Italia, il 33,7%.
La condizione quasi da Medioevo di molte donne italiane è ben descritta dall’Istat: “Nelle coppie in cui la donna non lavora (30% del totale) è più alta la frequenza dei casi in cui lei non ha accesso al conto corrente, non è libera di spendere per se stessa, non condivide le decisioni importanti con il partner, non è titolare dell’abitazione di proprietà ”.
Sempre per quanto riguarda il mondo del lavoro, i giovani non sono messi meglio. Ancora secondo gli ultimi dati Istat, il 44,6% dei nati dagli anni ’80 in poi è entrato nel mondo del lavoro da atipico, e raramente quest’ingresso ha dato l’accesso a un’occupazione stabile.
Anche qui la disuguaglianza sociale gioca un ruolo enorme: “Il passaggio a lavori standard — si legge nel report — è più facile per gli appartenenti alla classe sociale più alta, mentre chi ha iniziato come operaio in un lavoro atipico, dopo dieci anni, nel 29,7% dei casi è ancora precario e nell’11,6% ha perso il lavoro”.
Le diseguaglianze, poi, si acuiscono a seconda dell’area in cui si vive: nel sud e nel Mezzogiorno, in cui le famiglie indigenti sono 23 su 100 (nel nord 4,9), va peggio per tutte le categorie.
Secondo il presidente Istat Enrico Giovannini, il problema è che il Paese non è stato capace di capire quello che stava succedendo a partire dal 2008.
Anzi, negli ultimi tre anni, pensando che la crisi fosse passeggera, la propensione al risparmio in Italia è calata drammaticamente, mentre negli altri Paesi sviluppati aumentava.
“Questo fino all’estate del 2011- commenta Giovannini — quando ci si è resi conto che la crisi era molto più complessa di quanto si credesse. La reazione è stata fortissima, e il crollo dei consumi non ha fatto che peggiorare la situazione”.
Naturalmente, la colpa non è tutta della crisi. Secondo Roger Abravanel, consigliere di amministrazione di aziende italiane e internazionali, “la nostra economia non cresce da 20-25 anni, e per le stesse ragioni per cui l’economia non cresce siamo il Paese più ineguale dell’economia occidentale”.
Per Abravnel, a incidere sulla diseguaglianza è soprattutto la mancanza di mobilità sociale, cioè della possibilità per un cittadino italiano di passare dalla classe di partenza (disoccupata, operaia, impiegatizia etc) a una classe superiore. Il confronto con gli altri Paesi europei è impietoso.
“Da una parte abbiamo la Germania, che è un paese molto meno ineguale però ha poca mobilità sociale. Dall’altra ci sono i paesi anglosassoni, in cui i poveri possono essere anche molto poveri, ma hanno molta più possibilità di diventare ricchi. In mezzo c’è il paradiso delle pari opportunità , che sono i Paesi scandinavi, i quali hanno alta mobilità sociale e bassa ineguaglianza, però pagano delle tasse enormi”.
Tra tutti questi, infine, c’è un solo Paese che ha un altissimo livello sia di ineguaglianza, sia di bassa mobilità sociale, e che paga più tasse degli scandinavi: “siamo noi”.
Perciò, quando dicono che l’Italia è uno dei Paesi più ricchi al mondo, non bisogna farsi trarre in inganno.
Primo perchè a detenere i due terzi del reddito del Paese è solo un terzo della popolazione.
E poi perchè “gran parte di questa ricchezza è soprattutto immobiliare, e per questo è anche immobile, e non necessariamente in grado di produrre reddito futuro”.
A questo si aggiungono le politiche d’intervento da parte dello Stato, che spesso non hanno fatto che peggiorare la situazione.
Secondo l’economista Irene Tinagli, ad esempio, “L’Italia ha adottato per troppo tempo il criterio basato esclusivamente su una logica assistenzialista e compensatoria, senza pensare all’eliminazione delle cause della diseguaglianza”.
Probabilmente un’unica soluzione non esiste, e anche la teoria economica si basa su scelte, tendenze e convinzioni anche politiche.
Tutti però concordano su una cosa: è l’istruzione, insieme alle pari opportunità in questo settore, il meccanismo chiave, la priorità che il Paese si deve porre per uscire dalla diseguaglianza e dall’immobilismo sociale.
Istruzione che non riguarda solo l’università , ma tutte le fasce di età , a partire dall’asilo.
“L’economista James Heckman — spiega Irene Tinagli — ha fatto una serie di studi in cui ha dimostrato che i divari nei test di apprendimento che si registrano tra i ragazzi di 18 anni sono gli stessi che ci sono quando hanno 5 anni”.
Insomma, l’influenza del contesto sociale si manifesta dai primissimi anni di vita ed è da lì che bisogna incidere.
Purtroppo, però, anche nell’istruzione le pari opportunità in Italia rimangono un’utopia: secondo l’Istat, infatti, della generazione nata negli anni ’80 appena il 20,3% dei figli degli operai arriva all’università , contro il 61,9% dei figli delle classi agiate.
Ancora, il 30% dei figli degli operai abbandona le scuole superiori contro appena il 6,7% dei figli di dirigenti, imprenditori, liberi professionisti.
“Mancano le regole, la trasparenza — afferma ancora Abravnel — Da noi non si sa chi sia il più bravo, le borse di studio vanno ai mediocri figli di evasori e così non possiamo premiare l’eccellenza”.
Secondo Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, “in Italia non abbiamo ancora la concezione del momento formativo come momento centrale nell’avanzamento dei diritti di tutti i cittadini”.
E così, il tasso generale di abbandono della scuola o dell’università da parte dei giovani fra i 15 e i 24 anni è del 18,6%, a fronte dell’11,8% in Germania.
Per non parlare delle competenze: i dati Ocse-Pisa dimostrano che uno studente italiano è mediamente meno preparato di un suo collega tedesco tanto in letteratura, quanto in matematica.
Lo spread, insomma, è anche e soprattutto culturale, e chissà se questo governo di tecnici, pur nel clima di tagli e austerità , saprà cogliere la sfida con delle riforme all’altezza.
Anna Toro
(da “Unimondo.org”)
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