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IL WALL STREET JOURNAL ELOGIA MONTI: “PAROLE DURE PER SALVARE L’EURO”

Agosto 7th, 2012 Riccardo Fucile

SECONDO IL PRESTIGIOSO QUOTIDIANO IL PREMIER SI TROVA PERO’ IN UN “CIRCOLO VIZIOSO” CON I PARTITI CHE “MINACCIANO DI TOGLIERLI L’APPOGGIO”

E così a pochi giorni dalla bufera scatenata da un’intervista a Der Spiegel, per Mario Monti è il momento di incassare un po’ di sostegno.
L’elogio arriva dal Wall Street Journal che in un articolo «The italian job: Premier Talks Tough to Save Euro»: «Il compito dell’Italia: il premier parla duro nel tentativo di salvare l’euro», spiega il quotidiano che dedica due pagine al presidente del Consiglio.
L’ANOMALIA
Secondo il quotidiano finanziario americano, il professore è «un’anomalia in Europa: un leader non eletto chiamato a realizzare impopolari cambiamenti nei cui confronti i politici del Paese erano riluttanti. Monti fa affidamento sulla tolleranza dei principali partiti politici italiani e non ha un suo potere di base, ad eccezione della sua credibilità  personale».
«CIRCOLO VIZIOSO»
«La sua natura disciplinata è più tedesca che italiana», prosegue il Wsj, mentre il suo senso dell’umorismo «è decisamente più britannico».
Da questa estate il presidente del Consiglio italiano si trova però «in un circolo vizioso», sottolinea il panegirico del quotidiano, a firma Alessandra Galloni e Marcus Walker, visto «che più propone misure impopolari, più i partiti politici minacciano di ritirare l’appoggio al suo governo».
Per il Wall Street Journal, «lo spettro dell’instabilità  politica ha scosso i mercati e ha spinto ulteriormente verso l’alto i costi dell’indebitamento dell’Italia. A Monti serviva più aiuto dall’Europa per portare l’Italia fuori dal mirino dei mercati, ma nessuno è stato disponibile. La Germania ha invece chiesto riforme interne più dure.».

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TASSE, LO STATO INCASSA + 4,3%: MERITO DI IMU E CONTROLLI ANTI-EVASIONE

Agosto 7th, 2012 Riccardo Fucile

NEL PRIMO SEMESTRE 2012 AUMENTANO GLI INTROITI DELLE ENTRATE TRIBUTARIE: BEN 7, 9 MILIARDI DI EURO IN PIU’ RISPETTO AL 2011

Nei primi sei mesi dell’anno lo Stato ha incassato il 4,3% in più di tasse rispetto allo stesso periodo del 2011.
Le maggiori entrate, fanno sapere dal dipartimento finanze del ministero dell’Economia, sono dovute all’Imu, da alcune variazioni normative e dai controlli contro l’evasione.
Diminuiscono invece le tasse pagate da liberi professionisti e imprese, l’Iva e le imposte derivanti dal gioco.
Si è invertita quindi la rotta, che a gennaio aveva fatto prevedere una decrescita del gettito fiscale.
Secondo il ministero le entrate sono cresciute “a ritmi superiori” per effetto “delle misure correttive varate a partire dalla seconda metà  del 2011″.
Le entrate tributarie fra gennaio e giugno sono state pari a 191 miliardi e 180 milioni di euro, con un incremento di 7 miliardi e 963 milioni rispetto al 2011.
Solo nell’ultimo mese poi l’incremento è stato dell’1,8 per cento, rispetto al mese di maggio, grazie al gettito Imu che con la prima rata di acconto ha fatto incassare 3 miliardi e 934 milioni di euro.
L’imposta sul reddito (Ire) invece ha segnato una diminuzione dello 0,5 per cento, in quanto sono diminuite le ritenute dei lavoratori autonomi (-3,8%) e le ritenute d’acconto applicate ai pagamenti relativi ai bonifici disposti dai contribuenti, per beneficiare di oneri deducibili o di spese per le quali spetta la detrazione d’imposta, per effetto della riduzione dell’aliquota della ritenuta dal 10 per cento al 4.
Sono cresciute invece le ritenute dei lavoratori dipendenti pubblici (+0,4%) e dei dipendenti privati (+0,7).
Mentre per quanto riguarda le imprese invece, è diminuito dell’1,6 per cento il gettito da imposta sul reddito delle società  (Ires).
Una vera impennata invece è arrivata dall’imposta sostitutiva su ritenute, interessi e altri redditi di capitale, cresciuta del 46,7 per cento (mille e 545 milioni di euro). Questa aliquota è aumentata a causa sopratutto dalle modifiche apportate al regime di tassazione delle rendite finanziarie.
Cresciuti gli introiti derivati dalle imposte indirette, dove si è registrato un incremento di 2 miliardi e 999 milioni di euro (+3,5%).
Mentre per quanto riguarda l’Iva il gettito ha conosciuto un meno 1,4 per cento, pari a una decrescita di 705 milioni di euro.
Il motivo, hanno spiegato da via XX Settembre è che ha risentito “della stagnazione della domanda interna, in particolare nel comparto dei beni di consumo durevoli, compensata solo parzialmente dagli effetti legati all’incremento di un punto percentuale dell’aliquota Imposta valore aggiunto”.
Per quanto le imposte sulle transazioni, queste sono cresciute del 32,5 per cento, con un picco del 136,3 per cento per l’imposta sul bollo (+ 2 miliardi e 66 milioni). Anche su quest’ultima imposta hanno pesato le modifiche normative apportate con i provvedimenti della seconda metà  del 2011 alle tariffe di bollo applicabili su conti correnti, strumenti di pagamento, titoli e prodotti finanziari, nonchè all’anticipo del versamento dell’acconto sull’imposta di bollo.
Tra le entrate relative ai giochi, che si sono ridotte complessivamente del 5,7 per cento (-404 milioni di euro), è da evidenziare l’andamento positivo delle lotterie istantanee (+3,4% pari a +27 milioni di euro) e degli apparecchi e congegni di gioco (+1,8% pari a +36 milioni di euro) mentre sono risultate in calo le entrate relative ai proventi del lotto (-7,0% pari a -234 milioni di euro).
Positivo l’andamento degli incassi da ruoli relativi ad attività  di accertamento e controllo che hanno fatto registrare un incremento del 4,5 per cento (+146 milioni di euro).

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MARONI SCOPA IL MARE: DA 4 ANNI NON PAGAVA IL POSTO BARCA A MARINA DI PORTO CORALLO, ORA GLI ARRIVA IL CONTO DI 20.000 EURO

Agosto 7th, 2012 Riccardo Fucile

ALTRO CHE LEGA 2.0, QUA SI PARLA DI 20 PUNTO 000 (EURO)… MA COME? IL FULGIDO ESEMPIO DI RAMAZZA PADAGNA SI ERA “DIMENTICATO” DA QUATTRO ANNI CHE LA SUA BARCHETTA DA 17 METRI DOVEVA PAGARE L’ORMEGGIO IN SARDEGNA?

In quattro anni non ha mai pagato la tariffa per ormeggiare la sua barca alla Marina di Porto Corallo, la società , partecipata al 100 per cento dal Comune di Villaputzu, in provincia di Cagliari, che gestisce lo scalo.
Protagonista della vicenda, raccontata dal giornale La Voce del Sarrabus, Roberto Maroni, ex ministro dell’Interno e segretario della Lega Nord che ha trascorso le vacanze nel sud-est della Sardegna al timone di una barca bialbero da 17 metri, ormeggiando gratis.
A svelare il retroscena è il sindaco Fernando Codonesu, che ha chiesto l’invio immediato della fattura all’ex ministro quanto meno per quanto riguarda l’ultimo periodo, lo scorso giugno: «Mi sta simpatico – ha spiegato Codonesu – ma non è un buon motivo per non farlo pagare, anche se, a quanto mi è stato riferito, può dar lustro al nostro porto».
«E’ vero – conferma Francesco Todde presidente uscente della società  di gestione del porto – Maroni non ha pagato ma solo per motivi di riservatezza. Sapevamo all’ultimo momento quando sarebbe arrivato e poi non ci sono stati consegnati i documenti della barca».
Documenti che sarebbero stati consegnati solo al termine del mandato di Maroni come ministro dell’Interno.
A parte che non vediamo il nesso tra la riservatezza e la semplicità  di staccare un assegno, essendo le sue visite non certo pubbliche, ma vacanziere, essendo nota la professionalità  e la disponibilità  della sua assistente, Maroni poteva dare indicazione di provvedere senza doversi recare personalmente a saldare il debito.
Bastava la volontà  di far compilare un semplice bonifico: in quattro anni strano non abbia trovato il tempo per farlo fare.
Ora il sindaco di Villaputzu, Codonesu, che ha azzerato il Cda della Marina di Porto Corallo e che a giorni nominerà  il nuovo amministratore unico, ha chiesto l’immediato invio della fattura all’esponente leghista.

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IRPINIA, IL TERREMOTO INFINITO VA IN ARCHIVIO DOPO 33 ANNI

Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile

NEL 1980 CANCELLO’ DIVERSI COMUNI… L’ULTIMO COMMISSARIO SCADRA’ NEL 2013 : “DECISIONE ILLOGICA, LA STRUTTURA FUNZIONAVA”

“Amareggiato? Questo no, ma certe decisioni il legislatore dovrebbe prenderle in maniera coerente e logica. Probabilmente è mancato un approfondimento sulle cose che sono state fatte”.
Quando fu nominato commissario ad acta, l’ingegnere Filippo D’Ambrosio probabilmente non pensava di essere l’ultimo di una lunga serie di commissari straordinari, ministri e funzionari che hanno avuto a che a fare con la ricostruzione delle zone dell’Irpinia e della Basilicata, quelle devastate dal terremoto del 1980.
Con una piccola norma presente nel Decreto sviluppo, viene stabilito che la sua esperienza durerà  fino al 31 dicembre 2013, ma solo per liquidare le ultime pendenze, consegnare «tutti» i beni, chiudere i rapporti con le diverse amministrazioni.
La sua nomina risale al 2003, con il mandato di realizzare ogni ulteriore intervento funzionalmente necessario al completamento degli interventi infrastrutturali di cui all’articolo 32 della legge n. 219/1981».
Una legge, quella, che viene continuamente presa a modello ogni volta che un terremoto miete vittime.
Quando la terra tremò in Irpinia e in Basilicata, erano da poco passate le 19,35 di una domenica di novembre.
La prima scossa (valutata pari a magnitudo 6,8 della scala Richter) fu seguita da un’altra (pari a 5) a distanza di una quarantina di secondi. Alla fine si contarono 2.735 morti, mentre i feriti furono 8.850.
I Comuni «terremotati» arrivarono a 687, 27.627 gli alloggi rasi al suolo, 292.018 gli edifici gravemente danneggiati e 280 mila i senzatetto.
Il deputato democristiano Giuseppe Zamberletti venne nominato commissario straordinario per la gestione dell’emergenza mentre la terra ancora tremava.
Lui fu il primo. L’anno seguente i poteri di coordinamento e di intervento vennero passati dal commissario al ministro per il Coordinamento della Protezione civile.
Che, manco a farlo apposta, era sempre Zamberletti.
I primi decreti emergenziali diventarono legge qualche mese dopo il sisma: il 22 dicembre 1980 (la legge n. 874) e il 14 maggio 1981, la «famigerata» legge 219.
Alla fine tra leggi, mini-norme, rifinanziamenti, proroghe saranno 33 gli interventi normativi.
La copertura finanziaria della 219 era pari a 8.000 miliardi di vecchie lire.
Ma da allora è stato un crescendo: difficile infatti trovare una «vecchia» Finanziaria senza un relativo capitolo introdotto con un emendamento o espressamente dedicato fin dall’inizio per finanziare la ricostruzione post-sisma.
A fare il «conto» complessivo dell’intervento è stato l’Ufficio studi della Camera dei Deputati con uno specifico dossier dedicato ai «Principali eventi sismici dal 1968 in poi» realizzato nel 2009.
I tecnici di Montecitorio quantificano in 47,5 miliardi di euro, a valori attualizzati al 2008, il flusso di risorse che lo Stato ha fatto confluire per la ricostruzione delle zone terremotate dell’Irpinia e della Basilicata.
Ma si tratta di un conto prudenziale.
Non vengono considerate le agevolazioni di tipo fiscale e contributivo previste per le popolazioni.
Non si contano nemmeno i mutui stipulati con la Cassa Depositi Prestiti.
A ben vedere, il conto potrebbe poi lievitare di ulteriori 17,8 miliardi (sempre in valori attualizzati al 2008) stanziati per la ricostruzione edilizia a Napoli di 20.000 alloggi, un’operazione collegata al terremoto dell’Irpinia anche senza un espresso riferimento alla legge 219 del 1981.
«I fondi? Con risorse che mi sono state date nel 2003 e nel 2005, ma che furono stanziate nel 1996, abbiamo realizzato tutto quanto era in cantiere» sottolinea, con malcelata soddisfazione, Filippo D’Ambrosio.
La struttura commissariale da lui presieduta aveva l’onere di realizzare 64 progetti, tra cui 20 aree industriali per le quali vennero stanziati 4.500 miliardi di euro.
«Sessanta di quelle opere — continua D’Ambrosio — sono completate e collaudate. Gli altri quattro progetti sono stati divisi dal mio ufficio in sette lotti. Stando alle mie valutazioni tutto sarà  completo nel 2016».
Compresa la Lioni-Grottaminarda, l’asse stradale di collegamento tra l’A3 Salerno-Reggio Calabria e l’A16 Napoli-Bari.
«Nel 2003 — spiega D’Ambrosio – alcune opere erano state individuate solo urbanisticamente. La LioneGrottaminarda, ad esempio, è stata progettata e realizzata dal mio ufficio».
Con un costo, tutto compreso, di 430 milioni di euro.
E la struttura commissariale?
I conti sono subito fatti: «Duecentomila euro l’anno — assicura il commissario — visto che la struttura conta su 12 persone tra Roma e Salerno. Sono tutti dipendenti pubblici che lavorano per il commissario ad acta solo part-time».
«In questi anni ho sostituito un ufficio intero del ministero e il bilancio dell’attività  del mio mandato — conclude D’Ambrosio — è più che positivo, viste tutte le opere completate. Voglio ricordare, poi, che tra le incombenze del commissario ci sono anche le risoluzione di tutti gli espropri per la costruzione delle opere progettate (si parla di circa 2000 particelle, ndr) e la risoluzione di oltre 300 transazioni. Con un risparmio per le casse pubbliche di quasi 18 milioni di euro».
Se, dopo 32 anni, il capitolo della gestione commissariale della ricostruzione industriale dovrebbe essere chiuso, resta ancora aperto quello relativo al patrimonio abitativo, gestito dai Comuni.
E lì, la fine sembra lontana dal venire.

Antonio Salvati

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IN ASSEMBLEA NEL CAMPEGGIO VISTA MARE GLI STUDENTI PREPARANO L’AUTUNNO CALDO

Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile

TRA UNO WORKSHOP E UN TORNEO DI CALCETTO SI DISCUTONO NUOVE FORME DI PROTESTA…I MILLE RADUNATI AD OSTUNI: “TROPPE TASSE PER LO STUDIO, LA NOSTRA PROTESTA VI TRAVOLGERA'”

“Il seminario sul diritto allo studio? È all’area Gramsci e portatevi le sedie…”. Quaranta gradi all’ombra e una folla di studenti che prende appunti, in una piazzola polverosa sotto un gazebo bianco arroventato dal sole. Alle spalle il mare, pulito, con le bandiere blu. E una piscina che ha i simboli “No Tav” piantati sul trampolino. “Riot Village”, Ostuni, il campeggio studentesco più grande d’Italia.
Prove di resistenza umana. Politica e vacanze.
Se cercate i giovani del Movimento li trovate qui. Sembra strano ma è così.
Tra un workshop sul futuro dell’Europa e un torneo di calcetto.
Tra una serata funky e un corso Lgbt. Qualche albero. Poca ombra.
Ogni anno arrivano in migliaia a parlare di scuola, di istruzione, qui nasce la protesta d’autunno.
Facce di chi ha fatto l’alba.
La crisi, le famiglie senza più reddito: costa dodici euro al giorno piazzare la tenda, ascoltare i concerti, ballare sulla spiaggia, innamorarsi, conoscersi, ma provare, anche, a scrivere il futuro.
Perchè “quando il nemico è molto forte non basta vincerlo, bisogna saper sognare un mondo nuovo”, portano scritto sulle magliette quelli del “Riot”.
Sara e Andrea della Statale di Milano camminano abbracciati sulla spiaggia. Sara: “Ci siamo messi insieme qui, lo scorso anno, una notte. Adesso anche a Milano dividiamo una stanza”. Chissà .
Hanno dai 15 ai 30 anni, hanno fatto occupazioni, assemblee, cortei, fermato le città  contro la riforma Gelmini.
Ma ciò che li aspetta ora è forse ancora più cupo e nebuloso.
Parla Federica Laudisa, sociologa dell’Osservatorio sul diritto allo studio di Torino: borse di studio, alloggi, finanziamenti, la situazione in Italia e quella in Francia, la relazione è rigorosa e amara quanto mai, gli studenti prendono appunti in costume da bagno, ci sono i “medi”, fanno il liceo, ci sono i “grandi”, universitari, ventenni e oltre.
Eccoli. Shorts e magliette. Divertirsi pensando.
È sarcastico Antonio, fuoricorso di Caserta: “Noi non andiamo in vacanza dalla politica, a differenza dei parlamentari che farebbero bene a venire qui ad ascoltarci, perchè saremo noi la grande questione sociale di questo governo. Non è soltanto un problema di tasse universitarie, è questione di sopravvivenza. E se non hai da mangiare, allora ti incazzi di brutto. Speriamo di fermarli prima…”.
Tende canadesi e cucine da campo.
Dance-hall sulla spiaggia, il torneo di calcetto, 15 euro per una spesa collettiva che dura, miracolosamente, 10 giorni, workshop su lavoro e precarietà , cittadinanza e istruzione.
Poi la sera il Music Festival: Folkabbestia e Asian Dub Foundation.
“Difficilissimo alzarsi presto per seguire i seminari”, ammette Alessio Folchi, 19 anni, studente di Storia. Elena Monticelli fa parte di Link, sigla famosa del movimento, che insieme all’Uds, cioè l’unione degli studenti medi, compone la “Rete della conoscenza”.
“Nasciamo dall’Onda, abbiamo rapporti con partiti e sindacati ma siamo autonomi da tutti. Il Riot Village è cominciato alcuni anni fa, prima in Toscana, a Cecina, poi qui, in Puglia. E ogni estate siamo di più. Sentivamo il bisogno di un luogo collettivo, dove parlare di politica, di giustizia, ma anche d’amore, di sessualità , vivendo però le emozioni di una vacanza. E da qui stiamo preparando la nostra risposta contro queste nuove tasse, un attentato al diritto allo studio”.
E il documento finale del “Riot” annuncia: “Piazze, scuole, università , il nostro cambiamento travolgerà  il Paese”.
Vacanze alternative, si sarebbero chiamate un tempo.
E non è soltanto il “Riot”: a Paestum in questi stessi giorni un altro spezzone del movimento si riunisce nel “Revolution Camp” dell’Unione degli universitari, a Chiomonte è in corso il campeggio No Tav, e a settembre Tilt (rete generazionale per la sinistra del futuro) organizzerà  un raduno in Toscana, al mare.
Giovanni Schena ha 17 anni, sta per finire il liceo e viene da Monopoli: “Cosa mangiamo? Pasta, pasta e ancora pasta, tonno, pesto, pomodori, e un po’ di frutta. Ma va bene così, i pranzi e le cene sono i momenti più divertenti”.
Giulia Petruzziello è al secondo anno di Scienze Politiche all’Orientale di Napoli, fa parte dello staff, e gestisce il banchetto delle magliette.
Per le t-shirt le frasi sono state scelte con una votazione aperta su Facebook: Janis Joplin, Giorgio Gaber, Fabrizio De Andrè, Virginia Woolf.
E poi Antonio Gramsci.
A sorpresa riscoperto e amato da questa generazione figlia della crisi. Non cercate altri politici o maestri del pensiero. Non ce ne sono.
Scrive Gramsci: “Chi vive veramente non può non essere cittadino e parteggiare. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Racconta Giulia: “Venire qui per me è un’esperienza pazzesca. Faccio quello in cui credo però mi diverto e incontro gente. E oltretutto mia madre che non mi manderebbe da nessuna parte, per il campeggio del Riot fa un’eccezione”.
Pubblico e privato. Partecipazione e politica. I ragazzi del “Riot” sono migliaia. Droga, polizia? No dicono gli organizzatori, mai nessun problema.
Ragiona Luca Spadon, portavoce di Link: “Quello che ci preoccupa è la stangata sui fuoricorso. Che sono la metà  degli universitari italiani. E questo vorrà  dire, nei fatti, escluderli dagli studi. Da qui riparte la nostra mobilitazione.
Francesca studia Ingegneria alla Sapienza: “Ho la media del 28, ma lavoro ogni sera in un pub e dal prossimo anno rischio di non essere più in regola con gli esami. Come farò?”.
La domanda resta sospesa, tra mare, cielo e i sacchi a pelo distesi sulla sabbia.
“Di certo saremo in piazza – rilancia Sara – non può finire così”.

Maria Novella De Luca

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AMBULATORI PER POVERI, AUMENTANO GLI ANZIANI: CURE GRATIS E NESSUNA PROTEZIONE

Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile

“STANNO AUMENTANTO DI MOLTO I PENSIONATI IN CERCA DI ASSISTENZA SANITARIA… AUMENTATE DEL 5% LE RICHIESTE DA PARTE DI QUESTA CATEGORIA

Gli anziani sono tra le fasce più indigenti e toccate dalla crisi.
Non è una novità , ma ora c’è un ennesimo fenomeno a testimoniare le difficoltà  che stanno vivendo i pensionati italiani: farsi curare negli ambulatori dei poveri.
Per molti che ricevono la pensione minima (circa 8 milioni quelli che nel 2010 hanno riscosso pensioni inferiori ai 500 euro al mese), le cure sanitarie seppur necessarie, diventano un lusso insostenibile e l’unica soluzione è rivolgersi appunto agli ‘ambulatori dei poveri’, dove possono ricevere cure gratuite subito, senza liste di attesa e necessità  di prenotazione.
E’ quello che sta accadendo ad esempio all’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto alle malattie della povertà  (Inmp) di Roma, struttura di eccellenza che da anni offre assistenza mirata alle categorie più fragili, a partire dagli immigrati e i senza fissa dimora.
Da alcuni mesi ad affollare le sale d’attesa di questo settecentesco edificio nel cuore della Capitale, sono proprio gli anziani, sempre più numerosi.
”Stanno aumentando notevolmente i pensionati italiani che si rivolgono a noi chiedendo assistenza sanitaria – spiega il direttore generale dell’Istituto, Concetta Mirisola —   Complice l’attuale crisi economica, negli ultimi mesi abbiamo registrato un aumento del 4 — 5% delle richieste da parte di questa categoria”.
All’Inmp, anziani, immigrati, homeless e non solo, possono essere visitati nel poliambulatorio senza appuntamento, sette giorni su sette.
Tra i servizi offerti, analisi cliniche e visite specialistiche, ma anche assistenza legale e psicologica.
Dal 2007 ad oggi l’Istituto ha assistito 43.311 pazienti (di questi 78% stranieri e 22% italiani), ed è impegnato anche in progetti mirati per l’assistenza in occasione di sbarchi di migranti nell’isola di Lampedusa.
L’Inmp, inoltre, ha avviato un progetto con il ministero della Salute che permetterà  di fornire a pazienti indigenti dentiere, occhiali e protesi acustiche: ”Prevediamo infatti — continua Mirisola — una forte domanda di tali dispositivi proprio da parte di pensionati in difficoltà ”.
Le emergenze attuali, rileva Mirisola, riguardano però sempre di più anche le ”nuove povertà  metropolitane, con gli anziani spesso in prima linea”.
Anche le ultime stime indicano chiaramente l’aggravarsi dell’indigenza nel Paese: gli italiani in situazione di povertà , secondo i dati della Caritas italiana, sono 8,2 milioni, pari al 13,8% della popolazione, mentre il 24,7% degli italiani è a rischio di povertà  contro il 23,1% dell’Unione Europea.

Adele Lapertosa

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L’AVVOCATO CON LO SPOT E LA PUBBLICITA’ PER CONQUISTARE CLIENTI

Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile

CON LA RIFORMA DELLE PROFESSIONI VI SARA’ CONCORRENZA SULLE TARIFFE

La pubblicità  sarà  anche l’anima del commercio ma con le professioni ordinistiche non ha mai avuto un buon rapporto.
Adesso, con l’approvazione della riforma delle professioni, la questione si ripropone: il testo chiede che la pubblicità  informativa venga «consentita con ogni mezzo e abbia ad oggetto, oltre all’attività  professionale esercitata, i titoli e le specializzazioni del professionista, l’organizzazione dello studio e i compensi praticati».
Questa chiara presa di posizione ha definitivamente sdoganato la pubblicità  presso il mondo professionale. In realtà  già  altri testi normativi avevano aperto le porte al messaggio commerciale ma in molti casi gli Ordini guardavano con diffidenza queste iniziative.
Non sono stati pochi, in questi anni, i casi di provvedimenti disciplinari verso professionisti che si erano lasciati andare a spot un po’ più arditi o «creativi». – Insomma finora in Italia non abbiamo assistito di frequente a inserzioni pubblicitarie, spot o passaggi radiofonici che decantassero le abilità  o i costi stracciati di un notaio, un commercialista o un ingegnere. In realtà  esistono già  studi professionali che appartengono all’Associazione low cost che fa dei prezzi competitivi il suo cavallo di battaglia; ce ne sono altri che hanno tentato qualche timido approccio alla cartellonistica ma si tratta di casi sparuti, nulla a che vedere con le grandi campagne promozionali a cui si assiste nei paesi anglosassoni. Inutile nascondere però che nelle intenzioni del nuovo testo c’è la volontà  di vivacizzare la concorrenza tra i professionisti che si confrontano sul mercato evitando accordi di cartello.
Per questo la riforma potrebbe cambiare radicalmente lo scenario e anche categorie tradizionalmente contrarie alla pratica commerciale (notai su tutti) adesso sembrano ben disposte anche perchè il testo raccomanda che la pubblicità  informativa deve essere funzionale all’oggetto (niente prendi due e paghi uno), non deve violare l’obbligo del segreto professionale, non deve essere equivoca, ingannevole o denigratoria.
Proprio questo è uno dei passaggi più delicati, perchè la pubblicità  comparativa è quanto di più irritante esista nel mondo professionale.
Esiste già  un precedente eclatante in tal senso: nel 2008 divenne possibile effettuare cessioni di quote di società  a responsabilità  anche presso i commercialisti e non più soltanto presso gli studi dei notai.
Questi ultimi pensarono a una reazione mediatica e il mezzo fu una pubblicità  con questo slogan «Con il notaio più sicurezza meno costi; senza il notaio più costi meno sicurezza».
La reazione non si fece attendere: i commercialisti si sentirono chiamati in causa e fecero ricorso all’Antitrust che, in un primo momento, chiuse il procedimento senza sanzioni. I commercialisti fecero poi ricorso al Tar, il tribunale amministrativo regionale, che multò di 5 mila euro i notai.
Uno scontro all’arma bianca che poi sfociò in una pace diplomatica sancita da Claudio Siciliotti (presidente dei commercialisti) e Giancarlo Laurini (presidente dei notai). Un caso emblematico di quanto la pubblicità  possa trasformarsi in un terreno esplosivo quando viene utilizzata dal mondo professionale.
Però adesso che il via libera è definitivo, vedremo se si scatenerà  la corsa alle proposte competitive stravolgendo un approccio culturale fatto di diffidenza e litigiosità .
Non a caso sono in tanti a prevedere che l’aumento delle pubblicità  sarà  proporzionale a quello delle controversie.
E chissà  che magari anche gli utenti non traggano beneficio da un mercato, magari più litigioso ma più fluido e conveniente.

Isidoro Trovato

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IL WEB COME GLI AGENTI: “FAVORISCA I DOCUMENTI”, E IL POPOLO DELLA RETE SI RIBELLA

Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile

BASTA USARE NICKNAME, I SOCIAL NETWORK VOGLIONO I VOSTRI VERI NOMI… MA GLI UTENTI SI APPELLANO AL DIRITTO ALL’ANONIMATO

Non con il mio nome. L’utilizzo del vero nome nei social network   –   ormai preteso da servizi come Facebook e Google+   –   scatena la guerra nella Rete.
Esiste infatti una ristretta (ma molto combattiva) cerchia di navigatori che si batte per il diritto all’anonimato.
In difesa di tutti coloro che non possono usare la loro vera identità : dalle persone che vivono in Paesi che limitano la libertà  di parola fino agli individui che sono vittime, nella vita reale, di stalking, bullismo o pregiudizi sul loro orientamento sessuale.
I conflitti   –   sempre più accesi botta e risposta online   –   nascono dalle linee guida che stanno dettando il social network di Zuckerberg e quello di Page e Brin, lanciato poco più di un anno fa da Google.
Entrambi promuovono la real name policy.
Chi vuole iscriversi ai loro servizi, insomma, deve fornire il suo vero nome.
Per chi utilizza pseudonimi e soprannomi   –   a meno che non siano “certificati” da una discreta popolarità  online   –   c’è la sospensione dell’account.
La logica aziendale è comprensibile: la maggior parte degli utenti usa i social network per stringere legami come farebbe nella vita reale.
Cercando e   aggiungendo amici/contatti attraverso il loro nome reale. È uno dei principali motivi per cui i navigatori hanno abbandonato MySpace e i suoi nickname in favore del sito creato da Mark Zuckerberg.
Non deve stupire, quindi, se c’è addirittura chi crede che in futuro i profili virtuali possano trasformarsi in valide carte d’identità  da esibire nel mondo reale.
Tessere plastificate con il logo del social network, foto profilo, nome e cognome, nazionalità  e Qr Code per accedere immediatamente alla propria pagina per tutti gli ulteriori controlli.
Così le ha pensate l’artista tedesco Tobias Leingruber, che ha creato un Social ID Bureau che gli utenti di Facebook possono utilizzare per generare il proprio “documento”.
La sua era una provocazione, un modo per “denunciare” quanto sia in pericolo l’anonimato sul web, ma in molti l’hanno trasformata in uno status symbol da mostrare agli amici.
E l’idea è stata subito ripresa dall’ingegnere Moritz Tolxdorff, anche lui tedesco, per dare vita alle Google+ ID Card
Accanto all’entusiasmo per l’identità  reale sbandierata online scorre però la rabbia di chi non intende legare al proprio nome ogni singola azione effettuata sul web.
Come chiede di fare, per esempio, YouTube in America. Da qualche settimana, infatti, i titolari di un profilo Google+ sono invitati a commentare i video usando il proprio nome e non più il nickname con cui sono registrati al popolare sito di video sharing.
L’utente può ancora scegliere, il cortese invito si può rifiutare. Ma il “no” necessita addirittura di una giustificazione.
Sei le opzioni che compaiono sul monitor: dalla più radicale, “non posso usare il mio vero nome”, alla più semplice, “non sono sicuro, deciderò più avanti”.
La gentile richiesta arriverà  anche nel nostro Paese   –   fanno sapere da Google Italia   –   ma non c’è ancora una data certa.
Il tutto, secondo alcuni, si iscrive nella volontà  di Google di responsabilizzare gli utenti, nel tentativo di prevenire i commenti volgari e offensivi che, con la copertura dell’anonimato, abbondano su YouTube.
L’ipotesi regge. Anche se viene da pensare che i dati sui gusti musicali e sui video preferiti da utenti reali devono valere una fortuna.
L’aspetto economico legato alla real name policy non va sottovalutato: se la società  di Mark Zuckerberg naviga nell’oro, lo deve ai profili sempre più accurati creati dai suoi utenti. Le abitudini sul web di persone reali e identificabili si possono monetizzare.
Gli pseudonimi, invece, non dicono nulla e non sono appetibili. Nella pagina ufficiale dedicata agli inserzionisti, Facebook è chiarissimo: “Scegli il tuo pubblico in base a posizione geografica, età  e interessi”.Per i crociati delle nymwars (c’è anche un’hashtag specifico da seguire su Twitter: #nymwars) le iniziative di colossi come Facebook e Google rappresentano tendenze pericolose. Chi vuole usare pseudonimi può sempre rifiutare di iscriversi e rifugiarsi in comunità  online numerose e anonime. Come 4chan o Twitter.
Ma fino a quando?
Esattamente un anno fa, in seguito ai London Riots, la polizia britannica ha chiesto proprio a Twitter di prendere in considerazione l’idea di forzare i propri utenti inglesi a utilizzare i loro veri nomi.
Da marzo scorso, invece, i navigatori cinesi che si iscrivono a social network simili a Twitter   –   tra questi Weibo è uno dei più popolari   –   devono farlo fornendo il proprio vero nome.
Una norma simile è stata introdotta (e poi ritirata quasi immediatamente) anche in Corea del Sud nel 2007.
Anche i governi, dunque, non perdono occasione per dichiarare guerra agli pseudonimi sul web.
E così chi vuole passare inosservato sul web   –   continuando ad accontentare i “padroni” dei
social network   –   ricorre a un sito molto popolare: Fake name generator.
Si sceglie la nazionalità  del nome, il paese di residenza, il sesso e la fascia d’età  (o l’età  precisa) desiderata.
E il sistema genera un nome e cognome seguito da informazioni dettagliatissime: dall’indirizzo al numero telefonico fino al gruppo sanguigno e al numero di carta di credito.
Dati falsi che si possono spendere online per essere   –   paradossalmente   –   più credibili. C’è una celebre vignetta del 1993, realizzata da Peter Stainer per il New Yorker, che riassume alla perfezione il concetto di identità  sulla Rete.
Nel disegno ci sono due cani. Uno guarda scettico l’altro, seduto davanti a un computer. E sotto di loro la fulminante sentenza: “On the Internet, nobody knows you’re a dog / Su Internet nessuno sa che sei un cane”.
Erano i primi anni Novanta, poco prima dell’esplosione del web.
Un tempo in cui davvero ci si poteva aspettare (e immaginare) di tutto all’altro capo della connessione.
Oggi molti cani hanno una pagina su Facebook.
Ma spesso usano il loro vero nome.

Pier luigi Pisa
(fa “La Repubblica”)

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IL SISTEMA DI PRESSIONE DELL’ILVA: “L’ISPEZIONE DEL MINISTERO VA PILOTATA”

Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile

LA DIREZIONE DI TARANTO VOLEVA CONDIZIONARE LE VALUTAZIONI DEI TECNICI ARPA, QUELLE DEL GOVERNO E DEI GIORNALISTI

Al quartier generale dell’Ilva avevano un’ ossessione: controllare tutto.
I tecnici dell’Arpa, l’agenzia regionale per l’ambiente, quelli del ministero, e i giornali.
Regista dell’operazione era il dottor Girolamo Archinà , l’uomo delle pubbliche relazioni della famiglia Riva.
E’ lui che parlando con un consulente nel 2010, vanta amicizie eccellenti negli uffici della Regione a Bari, e più in alto, al ministero dell’Ambiente. “Corrado Clini (all’epoca direttore generale del ministero) è un uomo nostro”.
Ma al lavoro per l’Ilva c’era anche un esercito di legali, consulenti ed esperti.
E’ il 9 giugno del 2010 quando a scendere in campo è l’avvocato Perli, di Milano, in buoni rapporti, a quanto risulta dalle intercettazioni della Guardia di Finanza, con i vertici del ministero dell’Ambiente.
In ballo c’è il rilascio dell’autorizzazione Aia, essenziale per il funzionamento dello stabilimento.
L’avvocato Perli chiama Fabio Riva, il padre Emilio è agli arresti domiciliari per il disastro ambientale di Taranto, e gli preannuncia un incontro con Luigi Pelaggi, capodipartimento del ministero dell’Ambiente.
L’avvocato informa Riva junior che l’alto funzionario “ha dato disposizione a Ticali di parlare con Assennato”.
Il primo è un ingegnere esperto in pavimentazioni stradali nominato dall’allora ministro Stefania Prestigiacomo presidente della Ipcc, la commissione che concede l’Aia.
Il secondo è il presidente dell’Arpa Puglia. L’avvocato Perli è raggiante e tranquillizza Fabio Riva: “Non avremo sorprese e comunque la visita della Commissione allo stabilimento va un po’ pilotata”.
Un ostacolo al lavoro dell’apparato Ilva, può essere costituito dal direttore dell’Arpa. “Quello si comporta così perchè ha ambizioni politiche”.
Poveri tarantini che affidavano la loro salute agli organi di controllo.
“Il fatto che la commissione Ipcc debba essere pilotata — scrive la Guardia di Finanza di Taranto — e che, comunque, sia stata in un certo qual modo in parte avvicinata”, si rileva anche da altre intercettazioni telefoniche.
Quale sia stata la scelta della famiglia Riva di fronte a controlli, articoli di giornali, minacce di referendum degli ambientalisti, lo si capisce da questa intercettazione del luglio 2010.
Girolamo Archinà , l’uomo delle pubbliche relazioni, parla con Ivo Allegrini, ex membro del Cnr e consulente Ilva. Allegrini: “Le amministrazioni pubbliche fanno il loro dovere, pure gli ambientalisti, ma quando si esagera si esagera”.
Archinà  detta la linea: “Ivo, il discorso è questo, se noi siamo convinti di avere di fronte i tribunali, il Tar, io sono il primo a dire facciamo la guerra a tutto spiano”.
E quando i giornali danno fastidio, scrivono, danno voce alla gente di Tamburi stanca di respirare veleni (“fanno da cassa di risonanza” alle inchieste, per il manager Ilva), lui sa come fare. “Bisogna pagare la stampa per tagliargli la lingua. Cioè pagare la stampa per non parlare”.
È questa la democrazia a Taranto dell’impero Riva intollerante ai controlli.
Quando l’Arpa calca la mano su una relazione che descrive le quantità  di benzoapirene emesso dall’Ilva, Archinà  alza il telefono e chiama il professor Giorgio Assennato. Lo rimprovera.
Le emissioni sono sopra il limite, “potrà  rilevarsi necessaria imporre altre misure di riduzione”, dice Assennato. “Lo so, lo so, ma questo ci crea grossi problemi. Così chiudiamo” .
Uomo dalla stazza massiccia, Archinà , quando non poteva comprarseli giornali e giornalisti (ieri l’Ordine della Puglia ha chiesto di acquisire tutti gli atti della procura), gli strappava il microfono.
È successo nel 2009, Luigi Abate, cronista di una tv locale, sta tentando di parlare di morti e tumori con il vecchio Riva.
“Ve li inventate voi, i morti”, risponde infastidito il patron, a quel punto interviene Archinà , strappa il microfono al giornalista, lo butta via e si piazza come un armadio davanti alle telecamere.
L’uomo delle pubbliche relazioni, indagato per corruzione in atti giudiziari, non sarà  più la voce dell’Ilva. Licenziato.
“Clini è nostro” è la frase che ha scatenato polemiche feroci.
In una durissima nota Clini giudica il deposito dell’intercettazione “una grave violazione della deontologia processuale”.
Il ministro “non si è mai occupato della procedura Aia dello stabilimento Ilva, come risulta anche dall’istruttoria pluriennale condotta dal Ministero, nè ha mai avuto a tal proposito rapporti con la dirigenza Ilva”.
Perchè si pubblica una intercettazione “irrilevante ai fini del procedimento, nel momento in cui il Ministro Clini è impegnato a nome del Governo a ricercare soluzioni positive per il risanamento ambientale di Ilva, la continuazione produttiva dello stabilimento e la salvaguardia dell’occupazione?”.
Il ministro, “ha segnalato la situazione al Presidente della Repubblica ed al Ministro della Giustizia”.
Durezza che non ha impressionato più di tanto la procura.
Il procuratore Franco Sebastio, in una nota si è limitato a dire che “in nessuna di tali intercettazioni risulta, direttamente o indirettamente, il nome del ministro Clini”. Polemica chiusa?
Forse, perchè stando a rumors e indiscrezioni, ci sarebbero altri fascicoli aperti sul “sistema Ilva”.
La città  aspetta.
Mercoledì il Tribunale del Riesame deciderà  se confermare gli arresti di Riva padre e figlio e il sequestro degli impianti.

Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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