Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile
BERSANI, RENZI, VENDOLA, BOERI: CRESCONO GLI ASPIRANTI PREMIER DEL FRONTE PROGRESSISTA, MA PER ORA NON CI SONO NE’ REGOLE NE’ DATE PER LE CONSULTAZIONI… E IL PD RISCHIA IL FLOP COME A MILANO, GENOVA E PALERMO
Primarie di coalizione, la squadra c’è, ma la quadra no. 
E il nascente Polo della speranza dovrà presto fare i conti con le regole della corsa. Dalle retrovie spuntano ipotesi di sbarramento per neutralizzare i rischi di inquinamento del voto e di improvvidi sorpassi sulla reale rappresentatività nella coalizione.
Si parla di primarie col filtro, aperte o chiuse, a doppio turno con ballottaggio.
Nel campo del centrosinistra i titolari ufficiali da ieri sono tutti piazzati: con la maglia tricolore del Pd Bersani sta in difesa, Renzi e Boeri in posizione di attacco, Nichi Vendola corre sulla fascia sinistra con la casacca rossa di Sel e Bruno Tabacci fisso al centro coi calzoncini blu dell’Api.
Tutti pronti a correre e tirare.
I 4,5 MILIONI DI VOTI DI PRODI: DIFFICILE BISSARLI.
Ma alla grande partita dei progressisti per il candidato premier del 2013 manca tutto il resto: non ci sono le regole del gioco, non c’è l’arbitro e neppure il fischio d’inizio (“entro l’anno”, è l’impegno).
Sarà un tavolo tecnico della coalizione a metterle nero su bianco.
Nel frattempo, giusto per tenersi allenati e prendersi le misure prima della pausa estiva, i titolari si tirano gran pallonate tra loro, con Vendola che dice di “non essere preoccupato da Renzi”, Boeri che accusa Bersani di non avere il quid proprio come Alfano e così via.
Ed è solo l’antipasto.
Perchè è nel gorgo delle regole e delle date che se ne vedranno delle belle.
Dagli spalti c’è chi tifa e chi gufa, chi medita e chi teme imboscate. I bookmaker non si sbilanciano sull’esito e a bordo campo qualcuno scrolla la testa: no, stavolta non ci sarà il bagno di folla che consacrò Prodi nel 2005 con 4,5 milioni di voti.
Al di là degli annunci enfatici di queste ore — tutti scritti su carte di intenti — il tema è che il passo avanti di ieri del Pd e la candidatura ufficiale di Vendola non dicono molto di più su quanto sono lontane e quanto saranno autentiche le primarie del centrosinistra.
Il sospetto è che per ora si parli del nulla, esternazioni come test anticipati sulla popolarità dei singoli o strumentali a muovere equilibri su tutt’altre questioni, come la legge elettorale e le alleanze.
Che le regole siano in alto mare lo confermano gli “uomini delle primarie”.
Non i candidati, ma i fedelissimi di Nichi Vendola e Pierlugi Bersani che i due leader hanno deputato da tempo il compito di scrivere regolamenti, mediare posizioni e organizzare il confronto che porterà all’investitura finale del leader maximo.
Alcune domande scomode le evadono rimbalzandole a fondo campo “è tutto da decidere, ne discuteremo in coalizione”.
Ma intanto emergono con chiarezza i temi ineludibili della dispersione e dell’inquinamento del voto.
Il Pd infatti deve arginare in qualche modo il rischio di subire l’opa della sinistra radicale minoritaria come a Milano, Genova e Palermo.
Potrebbe ripetersi a livello nazionale visto che Bersani pesca nell’elettorato fedele all’ortodossia Pd, Renzi nel sottobosco dei giovani che stanno a sinistra guardando a destra, Boeri si porta via un pezzo dell’elettorato milanese che conta e quel ceto medio professionale che apprezza gli outsider della politica.
Poi arriva un Vendola a prendere i voti della sinistra progressista e nostalgica e a far saltare il banco.
Sarebbe un terremoto per i democratici: il Pd che lancia le primarie per rafforzare la leadership del segretario e ne esce mortificato, battuto da un candidato che invoca i matrimoni gay quando il partito tutto rischiava di implodere solo a parlare di regolarizzazione delle coppie di fatto.
E ora questi rischi toccherà pure metterli sul tavolo, pesarli, conterli. Comunque discuterli.
I TECNICI PENSANO A QUORUM E BALLOTTAGGI
Ancora una volta, la mediazione spetterà ai professionisti delle primarie.
Nico Stumpo è responsabile nazionale dell’organizzazione del Pd e non nega il rischio che la conta dei voti premi altri candidati: “Bersani — dice — ha deciso di non nascondersi dietro lo statuto che pure lo designava a premier e di andare alla conta dei voti con altri candidati. Siamo convinti che questo coraggio gli sarà riconosciuto. Poi i problemi del rischio delle truppe cammellate, dell’inquinamento del voto e tutto il resto devono essere discussi nel quadro delle regole di coalizione per non essere travolti da questa modalità . Ma non c’è una soluzione tecnica e politica pronta per l’uso”.
E infatti ci sono in campo diverse ipotesi.
Ne parla ad esempio il senatore Filippo Ceccanti che ha scritto le regole per le primarie del Pd del 2007. “Ci sono alcuni problemi evidenti sul tavolo. Il primo è che ci deve essere un quorum significativo, soprattutto per una candidatura a premier. Collegato a questo il tema della rappresentanza, cioè che chi vince non passi solo perchè ha un elettorato più militante, ma perchè è effettivamente più rappresentativo della coalizione. Rischi che sono alti con le primarie a turno unico e che si riducono con un ballottaggio a doppio turno. Anche la competizione interna al Pd non andrebbe a scapito del risultato perchè al ballottaggio passerebbero due candidati del partito o uno solo in concorrenza con un outsider”.
Nelle stesse ore questi stessi ragionamenti li fa anche l’omologo professionista delle primarie di Sel, il braccio destro di Vendola in Puglia, Nicola Fratoianni.
Segue Nichi dal 2004 e ne ha organizzato le primarie trionfali. “Queste cose non le abbiamo discusse in nessuna sede e saranno ovviamente oggetto di confronto.
Il tema dell’inquinamento mi pare pretestuoso, salta fuori ad ogni tornata di primarie. Ma ricordo bene, perchè c’ero, che se ne parlò anche nelle primarie del 2010 per la Regione Puglia.
Casini era fortemente interessato che ha vincerle fosse Boccia e si dichiarava pronto a sottoscrivere un’alleanza col centrosinistra qualora avesse vinto.
Neppure in quel caso la mobilitazione di voti extra coalizione hanno poi pesato sul risultato e Vendola stravinse.
Ora il Pd mutua l’ipotesi francese del doppio turno ma il terreno delle regole è il primo in cui si confronta l’intenzione di creare una coalizione.
Poi ci saranno i programmi e l’analisi dei punti di convergenza che possano rendere solida costruzione delle forze progressiste di questo Paese”.
Vendola rischia un rinvio a giudizio, è candidabile?
Sarebbe un problema?
I primaristi del Pd non commentano (“il partito ha le sue regole su questo, altri faranno in base specifiche sensibilità ”) e Fratoianni ricorda che il presidente della Puglia è già stato assolto nel 2010 per una vicenda simile (nomina di favore a un primario).
Tra un mese le regole saranno il tema.
La speranza del nuovo Polo deve prima passare di qui.
Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile
UNA CARRELLATA DEI FONDI A PIOGGIA ELARGITI DALLA UE PER I PIU’ SVARIATI PROGETTI
Nei palazzi comunitari non si parla solo di rigore.
Nel periodo che va dal 2007 al 2013 sono stati stanziati miliardi di contributi.
Sei milioni di euro a disposizione per combattere l’uso illegale di Internet, 9,5 milioni per aggredire la criminalità finanziaria, 5,5 per contrastare “l’estremismo violento”.
Ma ci sono anche fondi per aprire un ristorante in Romania o per un progetto di inserimento al lavoro in Cambogia.
Qualcuno si chiede se ce ne sia bisogno. Dipende dai risultati
Puoi ottenere un contributo per svolgere un sondaggio d’opinione sull’economia in Islanda o per promuovere un’attività culturale in Palestina, per aprire un ristorante in Romania o, spostandosi decisamente più a Est, per finanziare “progetti di inserimento al lavoro” in Cambogia.
È vasta la geografia del finanziamento europeo.
È una mappa che segna migliaia di canali di spesa che da Bruxelles raggiungono vecchi e nuovi Paesi dell’Unione, fino agli Stati terzi che, per ragioni sociali o economiche, sono ritenuti meritevoli di sostegno.
È una carta scolpita nell’oro, che racconta anche di un gigantesco business, quello che ruota attorno all’enorme mole di fondi strutturali a disposizione per il periodo 2007-2013: 308,3 miliardi di euro, di cui quasi 60 per i programmi italiani.
I beneficiari non sono solo enti pubblici: oltre che alle articolazioni statali, a Regioni, Province e Comuni, ogni giorno la caccia ai fondi dell’Ue è aperta a singoli privati, associazioni, agenzie o organizzazioni non governative.
E l’analisi dei bandi pubblicati direttamente da Bruxelles o dagli enti territoriali, dei prestiti come dei contributi a fondo perduto, si fa beffe dell’immagine, diffusa di questi tempi di crisi, di un’Europa avara che chiede solo sacrifici.
L’Unione, in realtà , finanzia le iniziative più disparate. Non dissipando l’ombra dello spreco.
Noi abbiamo messo in fila qualche decina di modi per chiedere i soldi all’Ue: ed è un viaggio che riserva sorprese.
LA CORSA AI BANDI
Una valanga di fondi in studi, progetti, indagini e seminari.
Fra i bandi aperti o chiusi di recente, gestiti direttamente da Bruxelles, ce n’è uno sostenuto da una dotazione di mezzo milione di euro per realizzare “uno o più” sondaggi d’opinione fra i consumatori sullo stato dell’economia in Islanda e Serbia, candidati a entrare nell’Ue.
Il 50 per cento è a carico del bilancio dell’Unione e possono partecipare società di ogni angolo d’Europa.
Un progetto che sviluppi gli scambi culturali e l’integrazione con la Palestina vale dai 50 ai 100 mila euro, mentre la presentazione di proposte per favorire l’inserimento al lavoro in Cambogia è incoraggiata con un budget di 3,9 milioni di euro.
Per carità : probabilmente ogni cittadino europeo è orgoglioso di sostenere con le proprie tasse la società civile in Bosnia (i costi dei progetti sono coperti al 90 per cento) o la diffusione dell’istruzione superiore in Africa e nei Caraibi (da 250 a 500 mila euro per ogni iniziativa finanziata).
E forse non sono mal spesi i 600 mila euro per la sensibilizzazione dei diritti sessuali e riproduttivi nel Burundi. Forse, chissà . E
chissà se è congrua la cifra di 2,6 milioni di euro per finanziare le iniziative a favore dei disabili in Turchia.
Di certo, un recente rapporto dell’Open society foundation punta il dito sul cattivo uso dei fondi per questo settore, specialmente da parte degli Stati dell’Europa centrale e orientale “che continuano a costruire o rinnovare istituti di degenza invece che investire nello sviluppo di comunità alternative”.
Il nodo, in ogni caso, è quello della concretezza delle iniziative.
Nel mare magnum delle sovvenzioni ai progetti sui grandi temi, che non hanno efficacia diretta ma “preparano o integrano azioni della commissione europea”, ci sono sei milioni di euro a disposizione per combattere l’uso illegale di Internet, 9,5 milioni per aggredire la criminalità finanziaria, 5,5 per contrastare “l’estremismo violento”, i 2,6 milioni di euro stanziati per iniziative che smuovano le coscienze nei riguardi della pena di morte e della tortura.
Sia chiaro: tutte finalità nobili. Ma dipende dai risultati, che gli stessi addetti ai lavori definiscono non sempre quantificabili in questo campo.
Di certo, al confronto di queste cifre, i 110 mila euro per scrivere il documento attuativo della direttiva sugli zoo sembrano bruscolini. Ma in tempi di vacche magre fanno discutere anche quelli.
Chi vuole, può presentare la propria proposta a Bruxelles.
E chi lo ritiene può cimentarsi in un progetto contro il fenomeno delle partite truccate, che ben conosciamo in Italia e che dà diritto a un contributo sino al 60 per cento dei costi.
Pochi sanno che l’Europa, nel campo del turismo, finanzia pacchetti di viaggio transnazionali, premiando in particolare modo le agenzie con bonus da 210 mila euro per ciascuna, e sostiene con 150 mila euro ciascuno i progetti che aiutino la mitica “destagionalizzazione” dei flussi. Anche l’Europa partecipa al finanziamento pubblico dei partiti: a loro riservati, nel bilancio dell’Ue ci sono, per il 2013, 21,8 milioni di euro.
Cui devono aggiungersi 12 milioni per le fondazioni: l’europarlamento garantisce l’85 per cento delle spese di funzionamento. Tutto ciò, per le iniziative a regia di Bruxelles.
Ma cosa accade quando i fondi vengono erogati a livello locale?
Come vengono gestiti e, soprattutto, come viene organizzata la spesa?
LA RETE
Una ragnatela di finanziamenti intessuta da Stato e Regioni che spesso non parlano tra loro.
Si va dal milione e mezzo a disposizione per chi vuole realizzare allevamenti ittici in Campania al contributo da tremila euro che spetta ai militari che vogliono frequentare corsi di formazione in Toscana.
È un capitale, quello dirottato sulla formazione professionale: in diverse regioni un giovane che vuole diventare pasticcere, esperto in fotovoltaico o operatore turistico (le qualifiche più ricercate) ha diritto a un contributo annuo da 600 euro mentre un credito da 1.800 euro spetta a chi voglia frequentare corsi di russo o di cinese.
La formazione è un pilastro fondamentale delle strategie di crescita benedette dall’Europa: ma in questi anni si sono moltiplicate le inchieste sull’uso che le Regioni fanno di questi fondi.
E di come gli stessi siano stati destinati, specie al Sud, a sostenere enti diventati stipendifici: solo in Sicilia nel settore lavorano 8 mila dipendenti.
Mentre la percentuale degli allievi che trovano un lavoro “coerente”, al termine dei corsi, non supera il 10 per cento.
Nella lista una miriade di incentivi al welfare che si vanno arricchendo di anno in anno.
L’ultima tendenza, mettiamola così, è quella dell’assunzione del quasi pensionato: mentre infuria il dibattito sugli esodati, la Regione Toscana prevede un finanziamento da 3 mila a 3.600 euro per gli imprenditori che mettono in organico persone cui mancano meno di 5 anni all’età pensionabile.
Agevolazione simile a quella prevista per gli agricoltori della Campania. Com’è andata, la storia dei fondi europei per il Sud è storia nota: finanziamenti dispersi in una miriade di microprogetti e spesa bloccata su percentuali risibili.
Basti pensare che alla fine di maggio, quando mancava un anno e mezzo alla fine del programma, Regioni, Province e Comuni avevano speso solo il 25 per cento dei 60 miliardi a disposizione.
Quarantacinque rischiano di tornare a Bruxelles, insomma. Mentre è sempre più intensa l’attività dell’Olaf, l’organismo comunitario anti-frodi, ma anche di svariate Procure che indagano sui meccanismi di utilizzo dei soldi dell’Europa: a Palermo, caso tragico e paradossale, si tenta di far luce su sovrafatturazioni che sarebbero servite per destinare parte delle risorse europee per i grandi eventi al finanziamento di appartamenti e escort per i politici.
Ma in che modo una simile pioggia di fondi determina disparità e azioni contraddittorie?
LE CONTRADDIZIONI
Una risposta arriva dai fittissimi programmi regionali che riguardano agricoltura e pesca.
In Germania ci sono 16 programmi e altrettanti diversi contributi (da 135 a 314 euro per ettaro) per la stessa misura di conversione al biologico.
Tutte le regioni francesi, in questo campo, offrono un sostegno alla riconversione dei terreni ma solo 9 al loro mantenimento.
E ancora: la realizzazione di un allevamento di api vale 28,4 euro per alveare in Andalusia e 25 in Austria.
Diversi programmi, scrive Alexandra Pohl in un dossier sui fondi dello sviluppo rurale patrocinato dall’Ue, “penalizzano l’agricoltura biologica a causa di finanziamenti più bassi per la stessa misura”: restando in Germania, la regione di Hessen concede 45 euro ad ettaro per la pratica del “sovescio” (l’interramento delle colture) fatta da aziende biologiche, ben 70 per quelle tradizionali.
In Puglia può accadere che si finanzi coi fondi Ue l’impianto di girasoli e un paio di anni dopo si decida di concedere incentivi per estirparli, quei girasoli: “Un assurdo, che non si verificherebbe con un coordinamento a livello centrale”, dice Fausto Durante, responsabile Europa della Cgil. Lo stesso sindacato, in un rapporto sulla pesca, punta il dito su altre contraddizioni: l’Ue concede contributi per tutelare le risorse ittiche, come i 5 mila euro per i piccoli pescatori che vogliono ridurre i mesi di attività , e allo stesso tempo propone sovvenzioni per l’ammodernamento delle barche e l’acquisto di nuove attrezzature per la pesca.
E c’è di più: “Nel nostro settore tutto è affidato alle Regioni, ma il mare è un bene comune – dice Giovanni Basciano dell’Agc Pesca – il risultato è che si danno soldi per rottamare le barche e nel Lazio magari si parta subito a diminuire la flotta e in Campania questo avvenga diversi anni dopo. Così però non si ottiene una vera salvaguardia del pescato”.
Lo spreco non risparmia un settore importante come quello della botanica: anche la salvaguardia delle piante rare merita un aiuto da Bruxelles.
Ma quando, come è accaduto in Sicilia, vengono spesi 150 mila euro per pagare un consulente chiamato a coordinare un progetto che tuteli la Zerkova – specie diffusa sui monti Iblei – è inevitabile che nascano i sospetti e le polemiche.
Quelle che hanno portato un assessore regionale ad ammettere che si stava commettendo una “leggerezza”. E ad annullare il provvedimento.
Ma che impatto hanno avuto le politiche di sostegno specie nelle aree meno sviluppate?
Quali obiettivi sono stati raggiunti?
IMPATTO ZERO
Dal 1999 al 2005 il Pil di ogni singolo cittadino dei territori dell'”obiettivo 1″ (le zone più arretrate) è cresciuto del 3%.
Ma la situazione cambia da regione a regione: il Sud Italia, ad esempio, non ha conseguito benefici apprezzabili, fermandosi allo 0,6%. Cinque volte di meno.
E le regioni che si erano affrancate dal livello di povertà , traducibile per le statistiche comunitarie in una ricchezza media procapite inferiore al 75% della media continentale, ci sono ripiombate. Nel 2001 la Basilicata aveva raggiunto l’83%, sei anni dopo era al 75%.
La Sicilia è passata dal 75% al 66%. La Puglia, dal 77% al 67% del 2007.
Numeri che confermano lo “scempio” di risorse Ue: “Uno dei paradossi della spesa dei fondi Ue – dice Alessandro Laterza, vicepresidente di Confindustria con delega al Mezzogiorno – è l’eccessiva frammentazione: le singole Regioni predispongono interventi di natura locale che vanno ad accavallarsi, in maniera irrazionale, con altri che hanno un interesse nazionale, anche nel campo delle infrastrutture. Senza una regia coordinata, il rischio è quello della polverizzazione, che è l’esatto contrario della concentrazione che ci chiede la Commissione europea”.
Antonio Fraschilla e Emanuele Lauria
(da “La Repubblica“)
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Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile
OFFERTE AI COMUNI DI CONFINE PER EVITARE LA SCOMPARSA… TRAPANI OFFRE UN ASSESSORATO A MENFI… TERNI VUOLE PRENDERE SPOLETO O FOLIGNO DA PERUGIA
«L’obiettivo non è salvare Terni o il soldato Ryan che poi sarei io. Qui
bisogna ridisegnare l’Umbria in chiave moderna».
Il soldato Ryan ha la faccia tranquilla di Feliciano Polli, presidente della provincia di Terni.
Non combatte contro l’occupazione nazista ma contro la spending review , il decreto che per risparmiare ancora qualcosa dovrebbe tagliare le Province più piccole, quelle con meno di 350 mila abitanti e meno di 2.500 chilometri di superfice.
Perchè dovrebbe , perchè il condizionale?
Chi le difende dice che proprio qui, nelle Province, c’è la parte più attiva del Paese. E infatti il soldato Ryan e i suoi commilitoni, cioè gli altri colleghi a rischio estinzione, hanno già dato inizio alle grandi manovre per sfuggire alle forbici del governo.
Il piano è strappare qualche Comune alle Province vicine, una manciata di abitanti e di chilometri quadrati, quanto basta per arrivare sopra l’asticella fissata dal governo.
E proprio i ternani sono i più agguerriti
Non sono riusciti a far passare in Parlamento quella «regola del due», almeno due Province in ogni regione, che li avrebbe salvati senza tante storie.
Ed eccoli tornare alla carica con una campagna acquisti per strappare a Perugia tutta la linea di confine.
Poco male se il sindaco di Spoleto, il comune di frontiera più grande, non ne vuole sapere. Il fronte si può sempre sfondare da un’altra parte, lungo la Valnerina o verso Città della Pieve, magari per puntare dritto su Foligno.
Il piano più raffinato, però, è quello di Benevento.
Qui si punta ad esempio Cervinara, che appartiene ad Avellino, e San Polito Sannitico, nel territorio di Caserta.
Ma c’è un problema in più. Avellino e Caserta sono di un pelo sopra la soglia di sopravvivenza. E allora per cedere abitanti e chilometri a Benevento dovrebbero prima incassare un pacchetto corrispondente da Napoli.
Una partita complicata, un incrocio fra il Risiko e il domino.
«Ci vorrebbe un’intelligenza regionale – dice Aniello Cimitile, che della provincia di Benevento è il presidente – capace di partorire un progetto di lunga durata».
Ma il parto è (politicamente) difficile. Quella di Benevento è l’unica amministrazione di sinistra in una regione tutta in mano al centrodestra.
Va bene che a Roma c’è la «strana maggioranza» Pd Pdl ma non sarà facile mettere tutti d’accordo per salvare quello che (sempre politicamente) resta un nemico.
«In effetti – ammette Cimitile – qualche rischio c’è. Ma senza Benevento ci perde la Campania intera, mettiamo da parte le vecchie rivalità ». In caso c’è il piano B.
Proprio da Benevento è partito un appello firmato da 28 province per impugnare la spending review davanti alla Corte costituzionale.
Un’ipotesi che convince anche un leghista doc come Leonardo Muraro.
La «sua» Treviso rischia di sparire per un soffio, mancano appena 23 chilometri.
E lui guarda a Venezia che diventerà città metropolitana assorbendo di fatto tutti i Comuni della provincia: «In quello scatolone – dice Muraro – non ci vuole stare nessuno. E allora io, da sincero autonomista, sono pronto ad accogliere a braccia aperte chi vuole venire da noi».
Si parla di un trasloco di Marcon. «Pochi giorni fa ho incontrato i rappresentanti di quattro comuni interessati a questa ipotesi.
I nomi? Per carità , poi si blocca tutto». Nessun segreto, invece, sull’invasione progettata a Latina.
Il presidente Armando Cusani punta sulle romane Anzio e Nettuno, più altri tre centri da strappare a Frosinone: «Così arriveremmo a 2.506 chilometri quadrati ma forse anche Velletri potrebbe annettersi».
Niente in confronto al presidente di Trapani, Mimmo Turano.
Ha lanciato la sua opa su Menfi, in provincia di Agrigento, promettendo un posto da assessore a qualcuno che sia nato lì, magari il sindaco che ha parlato di «proposta seria».
Non è solo folklore, però.
E lo dimostra la linea scelta ad Arezzo.
Qui la provincia contesta il piano del governo perchè si basa sul censimento di undici anni fa.
Allora l’Istat aveva contato meno di 350 mila abitanti mentre i dati del 2012 in mano alla prefettura dicono che adesso quella soglia è stata superata. Ma le ultime modiche al decreto hanno trasformato questa disfida statistica in una battaglia di retroguardia. Per le Province non si parla più di «soppressione e accorpamento» ma di «riordino». Le province piccole, cioè, non verranno più cancellate in modo automatico ma toccherà alle Regioni ridisegnare tutti i confini.
Traslochi e migrazioni saranno possibili visto che si terrà conto delle «iniziative comunali volte a modificare le circoscrizioni provinciali esistenti».
Insomma le campagne acquisti di questi giorni potrebbero essere accolte nelle proposte che le regioni dovranno presentare al governo entro tre mesi.
Si diceva che su 100 province ne sarebbe rimasta la metà . Ma alla fine i soldati Ryan portati in salvo potrebbero essere molti di più.
Lorenzo Salvia
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Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile
BLOCCARNE LA COSTRUZIONE ERA STATA UNA DELLE PRINCIPALI PROMESSE DELLA PIATTAFORMA ELETTORALE DEI CINQUESTELLE… LA SOCIETA’ STA CERCANDO DI COSTRUIRE IL FORNO ENTRO DICEMBRE PER NON PERDERE 40 MILIONI DI EURO DI INCENTIVI DEL DECRETO ROMANI… IL CONSULENTE DEL COMUNE DEVE ANCORA INVIARE LE PROPRIE DEDUZIONI
Dicembre 2012 e poi l’inceneritore di Parma comincerà a bruciare.
È una corsa contro il tempo quella della giunta di Federico Pizzarotti, che entro quella data dovrà trovare una soluzione per bloccare l’impianto che è quasi terminato alle porte della città .
Per tracciare una via d’uscita dalla realizzazione del forno, come promesso in campagna elettorale, i Cinque stelle hanno ingaggiato come consulente esterno per un totale di spesa di 16mila euro l’ingegnere di fama nazionale Paolo Rabitti, che ha già alle spalle esperienze simili come consulente di procure e amministrazioni.
Il tecnico avrà il compito di fare chiarezza sul cantiere di Ugozzolo e sulla documentazione relativa al termovalorizzatore, per poi presentare una relazione entro dicembre 2012.
Ma a quel punto potrebbe già essere troppo tardi.
Nonostante l’estate, nel cantiere vicino all’A1 lavorano freneticamente oltre 200 operai. L’impianto prende forma giorno dopo giorno, nonostante il divieto del Comune dei turni di notte, arrivato a metà luglio per motivi acustici, ma che negli effetti ha in parte rallentato la corsa alla conclusione dell’opera in grado di smaltire 130 mila tonnellate di rifiuti all’anno.
Iren ha tutto l’interesse di completare il forno entro il 2012, perchè in quel caso potrebbe accedere a circa 40 milioni di euro di incentivi statali previsti dal decreto Romani del marzo 2011 legato alla produzione di energia elettrica da impianti alimentati da fonti rinnovabili. Ma c’è di più.
Secondo fonti vicine a Iren, l’intenzione, una volta collaudato il forno, è quella di venderlo a privati che lo utilizzerebbero come inceneritore di rifiuti industriali, per coprire i debiti della società che ammonterebbero a circa 3 miliardi.
Se così fosse, teme l’associazione Gestione corretta rifiuti, che aveva sostenuto la candidatura di Pizzarotti a sindaco proprio in base alla promessa di bloccare il forno, “una società privata, a cui Iren pensa di vendere l’impianto, agirebbe in totale autonomia rispetto agli enti locali e una volta acceso l’impianto avrebbe mano libera su che cosa fare entrare nella fornace”.
Critico anche l’assessore all’Ambiente Gabriele Folli, che ancora una volta punta il dito contro i fautori del progetto: “Una possibilità che dice molto su come è stata pensata l’opera — commenta — Doveva servire alla risoluzione del problema dei rifiuti per il territorio, e invece potrebbe essere utilizzata per scopi di lucro da privati. Stessa cosa per le tariffe: è già stato dimostrato che, a differenza di quanto si diceva in passato, i cittadini con l’inceneritore risparmieranno solo pochi euro”.
Di certo c’è solo che intanto i lavori proseguono e i rapporti tra Iren e Comune di Parma non sono dei più distesi.
La multiutility ha chiesto al Tar un risarcimento di 28 milioni di euro di danni per lo stop di alcuni mesi al cantiere stabilito la scorsa estata dall’ex sindaco Pietro Vignali, cancellato poi dal ricorso al Consiglio di Stato.
E negli incontri che ci sono stati negli ultimi tempi, non sarebbe stato ancora mostrato il piano economico-finanziario sull’impianto, chiesto in qualità di azionista dal Comune di Parma.
“Noi stiamo cercando di mantenere un dialogo aperto, per trovare una soluzione condivisa da cui anche Iren potrebbe trarre giovamento — continua Folli — ma dall’altra parte non c’è una grande disponibilità ”.
Al momento al vaglio dei legali e dei consulenti del Comune ci sono tutti gli aspetti della vicenda inceneritore, che nel giro di pochi anni ha collezionato dodici esposti e un’istanza di sequestro. “Un lavoro che richiede tempo, e che non compete solo a noi — chiarisce l’assessore — si attendono anche pronunciamenti dalla Procura sul caso”. Un’operazione complessa e articolata: ci sono le carte e i contratti d’appalto con Iren, che prevedono la penale di 180 milioni di euro a carico del Comune di Parma in caso di recesso.
E sul futuro di Ugozzolo gravano anche due procedure di infrazione aperte dalla Commissione europea: per l’affidamento diretto della gestione dell’impianto senza gara ad evidenza pubblica e per il costo dichiarato, che per l’Ue ammonterebbe a un valore di circa 315 milioni di euro e non di 193 milioni, come affermato dalla società di servizi.
Il richiamo dall’Europa riguarderebbe inoltre l’assenza di controllo da parte dei Comuni sulla gestione di Iren, che essendo una società quotata in Borsa è in mano al potere degli azionisti che non hanno nulla a che fare con i servizi forniti dalla multiutility.
Tutte questioni che ora saranno materia di studio di Rabitti e della squadra di Pizzarotti, mentre il Comune prosegue le prove di dialogo con i vertici di Iren.
L’obiettivo del Movimento 5 stelle rimane quello di bloccare l’accensione dell’impianto, come da promessa in campagna elettorale.
Tra qualche mese si saprà se Pizzarotti e i suoi riusciranno a portarlo a termine.
Silvia Bia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile
LIBERISTI E MARXISTI UNITI NELLA DISFATTA: FIGLI DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, SONO LE DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA… “INDUSTRIA E TECNOLOGIA AVREBBERO DOVUTO RENDERE FELICI TUTTI GLI UOMINI (SECONDO MARX) O LA MAGGIOR PARTE DI ESSI (SECONDO I LIBERISTI), MA L’UTOPIA E’ FALLITA… OGGI NON OCCORRE “CRESCERE”, MA “DECRESCERE” PER NON ESSERE PIU’ SCHIAVI DELLA DITTATURA ANONIMA DEI MERCATI
La finanza non è la causa della crisi che sta travolgendo il mondo occidentale, ne è solo l’aspetto
più evidente contro cui è comodo e facile scagliarsi per evitare di dirsi la verità .
Perchè la crisi autentica è quella della cosiddetta ‘economia reale’, cioè di un modello di sviluppo basato sul meccanismo produzione-consumo (oggi addirittura ribaltatosi in un ‘consumare per produrre’) e sull’illusione delle crescite esponenziali che, come ho detto altre volte, esistono in matematica ma non in natura.
La locomotiva chiamata Rivoluzione Industriale, partita dall’Inghilterra a metà del Settecento, ha percorso a velocità sempre crescente, che con la maturazione della globalizzazione (che mosse i suoi primi passi proprio allora, essendo i due fenomeni strettamente collegati) è diventata folle, due secoli e mezzo, ma ora è arrivata al suo limite.
Non si può più crescere.
Non si può produrre di più di quanto abbiamo già prodotto.
Prendiamo, a mo’ di esempio, l’automobile. A chi si può vendere oggi un’automobile? A dei mercati marginali.
Certo la si può vendere anche in India e in Cina, ma con una crescita a due cifre anche questi Paesi (che nel frattempo stanno saturando definitivamente i nostri mercati) arriveranno presto ai limiti cui siamo giunti noi.
Certo si possono inventare ancora nuove tecnologie e loro applicazioni soprattutto nel campo del virtuale, ma dopo il computer, il cellulare, Internet, l’iPhone, l’iPad che altro ancora?
Come c’è una bolla immobiliare c’è, su scala planetaria, una superbolla produttiva.
Sbaglia però chi predica, come mi pare facciano, sia pur con molte differenze, i firmatari del famoso Appello contro ‘il pensiero unico’, una riconversione al marxismo.
Figli della Rivoluzione Industriale liberismo e marxismo sono in realtà facce della stessa medaglia: l’industrialismo appunto, che è il vero nocciolo della questione e che nessuno mette in discussione.
Sono entrambi modernisti, illuministi, ottimisti, economicisti, produttivisti, hanno entrambi il mito del lavoro (che per Marx è ‘l’essenza del valore’ — non per nulla Stakanov è un eroe dell’Unione Sovietica — e per i liberisti quel fattore che, combinandosi col capitale, dà il famoso ‘plusvalore’), tutti e due pensano che industria e tecnologia produrranno una tal cornucopia di beni da rendere felici tutti gli uomini (Marx) o, più realisticamente, la maggior parte di essi (i liberisti).
Questa utopia bifronte ha fallito.
Perchè ha alle sue radici gli stessi ‘idola’: industrialismo, produzione, consumo, crescita, sviluppo.
I firmatari dell’Appello stanno quindi totalmente dentro il ‘pensiero unico’ che è quello di chi ritiene, a destra come a sinistra, che lo Sviluppo, in un modo o nell’altro, sia irrinunciabile.
Chi ne sta fuori sono coloro che ritengono che invece di crescere sia necessario decrescere (produrre di meno, consumare di meno) sia pur in modo graduale, limitato e ragionato per ritrovare non solo una stabilità economica, che non ci renda schiavi della dittatura anonima dei ‘mercati’, ma una vita più semplice e più umana, senza stress, depressione, nevrosi, anomia, tumori psicosomatici, cardiopatie che, com’è noto, sono tutte malattie della Modernità .
Sono quindi gli Antimodernisti i veri antagonisti del ‘pensiero unico’ ed è ai loro danni che si consuma un ‘furto di informazione’ perchè sono costantemente ignorati, altro che i signori Gallino, Lunghini, Tronti, Asor Rosa e persino Guido Viale promosso a economista.
Massimo Fini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile
E DAI MEETUP DEL MOVIMENTO 5 STELLE CANCELLANO DI CORSA LA PAGINA DELLA MILITANTE DILETTA BOTTA E IL VIDEO DI PRESENTAZIONE DOVE FACEVA IL SUO SERMONE ELETTORALE
Sul blog di Beppe Grillo, il 29 dicembre 2011 veniva pubblicato il video e post di presentazione del MoVimento 5 Stelle di Genova.
Il video si apriva così: “Ciao a tutti gli amici del blog di Beppe Grillo, io sono Paolo Putti, il portavoce del MoVimento 5 Stelle di Genova. Oggi introduco la mia città …” e quindi concludeva con “Vi lascio ora agli altri amici che vi accompagneranno nella visita al resto della città , grazie”.
Dopo di lui prende la parola Diletta Botta, selezionata per il video di presentazione ufficiale:
“Buongiorno amici del blog, sono Diletta Botta, ci troviamo nei pressi della Lanterna di Genova , il simbolo della nostra città . Quella che vedete alle mie spalle è una vecchissima centrale termoelettrica che funziona a carbone come nel 1800 e laggiù in fondo ci sono le montagne di carbone destinate a alimentare la centrale, che molti medici sostengono provocare ogni anno tumori polmonari nei cittadini genovesi.
Adesso si parla di levarla, a noi piacerebbe che al suo posto fosse progettata una centrale a energie rinnovabili insieme all’ottimizzazione dei consumi del porto, invece sui giornali di Genova si parla di fantascientifiche centrali alimentate a noccioline.
È tutto dire se pensiamo il viaggio che devono fare le noccioline dalle Barbados fino a qua! Un altro problema legato al porto sono i fumi delle navi che raggiungono le abitazioni.
E ora parliamo di rumenta. Facendo salvo che il miglior sistema sarebbe quello di produrre meno rifiuti inutili, a Genova la differenziata arriva solo al 30%, quando una legge europea prevede il 50%.
Il MoVimento 5 Stelle vuole che la raccolta sia fatta porta a porta, questo sistema porterebbe l’aumento di posti di lavoro e raddoppierebbe la differenziata, invece vogliono costruire un termovalorizzatore da qualche parte, ora a Scarpino, ora addirittura galleggiante, che brucerà spazzatura producendo diossine.
In questo modo attireremo spazzatura da tutta Italia e vanificheremo la possibilità di fare la differenziata. Bruciamo le risorse invece di riutilizzarle, a partire da quelle economiche visto che costerà 200 milioni di Euro senza creare posti di lavoro stabili. E basta!”
Ecco, la Botta si preoccupava che la combustione del carbone della Centrale produce tumori, così come della diossina che produrrebbe l’inceneritore dei rifiuti…
Vista tanta sensibilità alla questione salute si penserà che nel suo bar di Sestri Ponente, ad esempio, si trovassero solo cibi biologici e sani.
Invece il suo Bar di Sestri Ponente, ha scoperto la Polizia di Stato, si è rivelato una centrale di spaccio di hashish, cocaina e anfetamine… tipici “toccasana” per la salute, vero?
Il M5S di Genova scrive che quando è stata candidata aveva il certificato penale immacolato.
Vero.
Ma ciò dimostra che quella del “certificato penale immacolato” non è una garanzia.
Poi annuncia che ha chiesto le dimissioni della Botta dalla carica di Consigliere del Municipio Medio Ponente, dove è stata eletta per il M5S alle ultime amministrative di Genova…
Poi Paolo Putti dichiara che “umanamente” sono vicini alla Diletta Botta.
Ecco quindi la questione: chi spaccia hashish, cocaina e anfetamine non le autoproduce, ma ha un fornitore.
Chi controlla il traffico delle sostanze stupefacenti sono le organizzazioni mafiose.
Ed allora qualcuno può spiegarmi come è possibile che un esponente del M5S (Paolo Putti) dichiari che “umanamente” sono vicini alla signorina che aveva trasformato il suo bar di Sestri Ponente in centrale di spaccio?
Può essere portavoce del M5S uno che sostiene che si deve essere vicini umanamente ad una spacciatrice di droga?
Ps Non mi si faccia il discorsetto sul proibizionismo, non c’entra nulla! Anche perchè non è il caso di qualcuno che si produceva a fini personali della marjuana… Il caso di specie riguarda una che spacciava.
(testo e analisi di Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità )
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Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile
IL BAR DI SESTRI PONENTE ERA UN VERO E PROPRIO SUPERMERCATO PER CHI CERCAVA HASHISH, COCAINA E ANFETAMINE… I GRILLINI GENOVESI CASCANO DALLE NUVOLE E LA ALLONTANANO SOLO ORA… MA ERA UNA ATTIVISTA, ELETTA NEL MUNICIPIO DI PONENTE
L’arresto per spaccio di droga (non solo hashish e mariujana, ma anche cocaina e
anfetamine) di Diletta Botta, 35 anni, titolare del bar “Il solito posto”, in via Molfino a Sestri ponente, diventa immediatamente uin caso politico.
La Botta, infatti, con una quarantina scarsa di preferenze era diventata – due mesi fa – consigliera di circoscrizione a Sestri ponente per il Movimento Cinquestelle.
Secondo la polizia, che dopo aver perquisito il locale ha trovato “un vero e proprio supermercato della droga”, non c’erano dubbi sul fatto che “Il solito posto” di via Molfino fosse diventata una vera e propria centrale di spaccio: la Botta è stata immediatamente arrestata ed il locale ora rischia la chiusura.
Il locale è “Il solito posto”, in via Molfino
Le indagini sono partite dopo alcune segnalazioni da parte di residenti che avevano notato uno strano via vai da quel bar.
Così, gli agenti la scorsa sera si sono presentati alle porte del locale.
Ma quando la titolare li ha visti entrare, si è subito innervosita e ha iniziato a trafficare dietro il bancone.
I poliziotti, così, hanno iniziato a perquisire il bar, trovando un vero e proprio supermercato della droga: oltre sette grammi di cocaina, tre grammi di Mda, 13 di marijuana, e uno di hashish.
“Come tutti i cittadini che hanno concorso alle elezioni per le nostre liste, Diletta Botta aveva presentato un Certificato Penale immacolato e aveva partecipato al nostro MeetUp. Dal punto di vista umano cercheremo di starle vicino, da quello politico -evidentemente – chiederemo le sue immediate dimissioni dal Movimento”: questa la tardiva presa di posizione dei gruppo Cinquestelle genovese che è talmente radicato sul territorio da non sentire neanche le voci che girano a Genova su locali equivoci.
Ah già , loro guardano solo i curriculum.
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Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile
A BOSCOREALE NEL 2011 ERANO STATI INDAGATI PER NON ESSERE STATI TROVATI SUL POSTO DI LAVORO DOPO AVER TIMBRATO BEN 123 DIPENDENTI SU 140
Quando furono portati in caserma non si sapeva neanche dove metterli.
Erano 41, tutti dipendenti comunali intercettati dai carabinieri in tutt’altro posto invece che a lavoro.
Era l’aprile di un anno fa.
Alla fine degli accertamenti dell’operazione soprannominata «Caos», il numero degli indagati salì a 123.
Su 140 che ne conta il Comune di Boscoreale, nell’entroterra napoletano.
Ieri mattina la svolta. I sindacati, a conclusione di una trattativa lampo con il commissario prefettizio Michele Capomacchia, hanno dato il loro assenso all’utilizzo di un sistema biometrico per il rilevamento delle presenze in ufficio.
Addio badge quindi, e impronte digitali che per ora saranno utilizzate in via sperimentale solo da otto dirigenti e quindici impiegati (tutti volontari).
Gli impianti per il riconoscimento ottico delle impronte digitali ci sono già .
Furono installati subito dopo il blitz dei carabinieri, dall’ex sindaco Gennaro Langella, in carica fino ad una ventina di giorni fa e poi costretto a fare le valigie dopo le dimissioni di undici consiglieri comunali.
Ma non furono mai utilizzati per il netto rifiuto dei sindacati.
«Ringrazio i componenti della rappresentanza sindacale unitaria per la disponibilità , professionalità e alto senso di responsabilità mostrato», ha detto il commissario prefettizio.
«Questa iniziativa serve a qualificare positivamente la struttura amministrato-burocratica dell’Ente – ha fatto notare – e consente di ipotizzare l’avvio di un percorso di “certificazione della qualità ”».
Sembrano così lontani i tempi in cui un dipendente, immortalato nei filmati dei carabinieri, «strisciava» nove badge differenti per colleghi assenti o in ritardo.
O la coppia di coniugi, entrambi impiegati al Comune di Boscoreale, lontani dal posto di lavoro e per di più a bordo di una macchina municipale.
Ma non basta solo il sì dei sindacati per partire.
Il progetto, infatti, dovrà essere sottoposto al vaglio del Garante della privacy che, già in passato, si è dimostrato spesso restio a concedere autorizzazioni di questo genere. L’uso delle impronte digitali dei dipendenti per controllare le presenze sul luogo di lavoro, viene considerato dal Garante «troppo invasivo della sfera personale e della libertà individuale» e, in molti casi, ha suggerito «per raggiungere lo stesso scopo, altre tecniche più proporzionate ed ugualmente efficaci».
O, quando ne ha autorizzato l’utilizzo, lo ha fatto prescrivendo una lunga e rigida serie di obblighi.
Come nel caso del «Tarì», la cittadella per il commercio e il trattamento di oggetti preziosi sorta in provincia di Caserta.
Allora, era il 2010, il Garante autorizzò il rilevamento delle impronte digitali per i dipendenti della società a patto che il sistema «non verrà utilizzato per finalità diverse quale, ad esempio, la verifica dell’osservanza dell’orario di lavoro».
Il Comune di Boscoreale non è poi l’unico ad aver pensato, nel Napoletano, alle impronte digitali come ultima forma di controllo dell’assenteismo.
Nel 2007 al Comune di Giugliano, oltre 120 mila abitanti che ne fanno il centro non capoluogo di provincia più popoloso d’Italia, l’idea di installare undici rilevatori biometrici fece insorgere i dipendenti.
Un braccio di ferro che consigliò al sindaco di allora di bloccare la procedura, già avviata, per l’acquisto degli impianti.
Antonio Salvati
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Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile
I VINCOLI UE POTREBBERO “OBBLIGARLI” A UN’ALTRA GRANDE COALIZIONE
È già quasi tutto scritto, di sicuro è già tutto pronto.
I leader della «strana maggioranza» sono stati allertati e sono consapevoli che il premier è prossimo al passo, che il governo si prepara a chiedere «assistenza», che la Bce è pronta a fornirla, garantendo così l’abbassamento dello spread che sta mettendo in ginocchio il Paese.
Non è il picco di 500 punti che l’Italia non riesce a reggere, è la quotidiana permanenza oltre «quota 400» che toglie il fiato.
Le bombole d’ossigeno sono disponibili ma – come prescrivono le regole – Monti dovrà prima sottoscrivere il «memorandum of understanding», che equivale al commissariamento dell’economia e della politica.
I partiti che reggono il governo immaginano che l’Italia accederà al programma «dopo la Spagna».
Da giorni non nutrivano illusioni sull’esito del vertice all’Eurotower, «anche perchè – dice il responsabile economico del Pd, Fassina – le aspettative erano infondate.
E la tesi che Draghi sia stato sconfitto è falsa, è figlia di una lettura distorta delle parole che aveva in precedenza pronunciato.
La verità è che, in assenza di scelte politiche, la Bce non può muoversi oltre le regole. Così il “programma” è condizione necessaria per ottenere gli aiuti».
Se Monti si è sempre rifiutato di chiederli c’è più di un motivo, che in questi mesi ha spiegato ai suoi interlocutori: il primo è che finora gli aiuti non hanno aiutato nessuno; il secondo è che il Paese sarebbe esposto al rischio delle incursioni di quanti vorrebbero dividersi le spoglie industriali e finanziarie italiane; il terzo – quello più delicato – è che il commissariamento porrebbe limiti al libero gioco democratico.
Di più.
I partiti della «strana maggioranza» temono che la partita possa venire addirittura falsata, perchè alla competizione elettorale si presenterebbero con le mani legate dagli impegni assunti per «salvare il Paese», e sarebbero esposti alle scorribande delle forze antisistema e antieuropeiste.
È un pericolo di cui si deve far carico l’Unione prima di esporre l’Italia al rischio.
Non a caso Monti, il più fedele custode dell’europeismo, ha vestito ieri i panni del più fiero censore per l’inerzia e la scarsa solidarietà dei partner, «a partire dalla Germania», come ha sottolineato Casini
Il due agosto è stato vissuto nel Palazzo come la vigilia di una resa, mentre si attende il negoziato per gli aiuti, che viene considerato il tornante decisivo.
Le richieste che saranno avanzate al governo produrranno infatti conseguenze sul piano politico, influiranno sui prossimi scenari fino al punto da determinarli. Basteranno, per esempio, le riforme varate finora o ne serviranno altre più radicali?
E come e quando Pdl, Pd e Udc sarebbero capaci di votare i nuovi provvedimenti? Prima o dopo essere passati per il responso delle urne?
E che senso avrebbe una campagna elettorale con programmi ridotti a carta straccia?
Nonostante Bersani ostenti tranquillità , nel suo stesso gruppo dirigente cresce il timore che gli impegni futuri possano «costringere» anche dopo il voto al governo di larghe intese, a quella Grande coalizione che il leader del Pd vuole evitare: «È tempo che si torni alla politica», ha ripetuto ieri dopo l’incontro con il segretario del Psoe.
I timori dei democratici diventano un auspicio per i centristi.
Anche perchè si ritiene che al «memorandum» possa venir posto un preambolo non scritto, una sorta di «ulteriore garanzia» sulle cambiali italiane, l’idea cioè che si possa accedere alla richiesta di Roma solo se chi firma il «programma» si assume poi l’impegno di portarlo a compimento.
Si tratterebbe di uno stato di necessità che provocherebbe però una terribile compressione del sistema democratico.
Sarebbe la conseguenza del commissariamento e in Europa esistono già dei precedenti…
Nel Pdl Berlusconi ha imposto il surplace al suo partito, in attesa che passi la nottata, che passato agosto e le eventuali incursioni speculative, si chiarisca la situazione.
In questi giorni il Cavaliere si è confrontato con Alfano, che vede il pericolo dello stallo, le difficoltà di andare avanti nella legislatura e al tempo stesso le difficoltà di accorciarla.
Sono troppe oggi le incognite per poterle valutare.
Di sicuro, come spiega Martino, il Paese si trova ora di fronte a un bivio.
Un’uscita «politica» dalla fase tecnica sarebbe – a suo modo di vedere – «preferibile».
Ma l’ipoteca che l’Italia sta per firmare rivoluziona il quadro.
E allora l’opzione del «Monti dopo Monti va tenuta in considerazione – dice l’ex ministro – a patto di varare le vere riforme, che non sono l’Imu. Serve una riforma degli enti locali, a partire dalle Regioni, per evitare scempi come quello siciliano. Serve una riforma del fisco che nel 2010 ha garantito alle casse dello Stato la miseria del 20% del Pil.
Serve la riforma del Servizio sanitario nazionale e della Pubblica amministrazione…». L’ipoteca costerà molto di più.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
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