Febbraio 20th, 2013 Riccardo Fucile
A ROMA FORSE ANCHE DARIO FO E CELENTANO SUL PALCO
«Il mio grido è arrendetevi, siete circondati dal popolo italiano». Così Beppe Grillo ha cominciato il
suo comizio in Piazza Duomo a Milano, alla presenza di migliaia di persone rivolgendosi alla “vecchia politica”.
«Arrendetevi – ha aggiunto Grillo – e vi prometto che non useremo violenza su di voi, vi accarezzeremo come si fa con i malati di mente. Dovete andarvene finchè siete in tempo».
Intanto “l’onda nuova” di Adriano Celentano potrebbe riempire piazza San Giovanni a Roma, prossima tappa del tour.
Un verso di “Ti fai del male”, l’ultimo brano del Molleggiato suona più o meno come un endorsement a favore di Beppe Grillo.
Tanto che si fa sempre più insistente la voce su una partecipazione a sorpresa dello stesso Celentano al comizio di chiusura dello tsunami tour, venerdì a Roma.
Dallo staff di Grillo non danno certezze ma ammettono che qualche possibilità di vedere il Molleggiato intonare il suo ultimo motivo anti-astensionismo in piazza San Giovanni c’è.
Così come, spiegano, non è da escludere la presenza di Dario Fo, il premio Nobel che con Grillo e Gianroberto Casaleggio ha scritto “Il Grillo canta sempre al tramonto”, libro approdato in libreria da qualche giorno.
(da “La Stampa“)
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Febbraio 20th, 2013 Riccardo Fucile
A DIEGO RIGHINI, CANDIDATO ALLA CAMERA, NON E’ PIACIUTO IL SERVIZIO DI RAI2 DI MONICA RAUCCI E PUBBLICA SU FB IL SUO CELLULARE: “CHIAMATELA, POTREBBE ACCONTENTARE ANCHE VOI”
Aveva realizzato un servizio tv su una cena elettorale del Mir, i ‘Moderati in rivoluzione’ di Gianpiero Samorì.
Ma il pezzo è risultato sgradito a uno dei candidati in lista che ha pensato di vendicarsi pubblicamente su Facebook .
Così Diego Righini, in lista alla Camera, ha pubblicato un post in cui accusava Monica Raucci, cronista de L’Ultima Parola (Rai2), di essere di sinistra, insinuava di suoi incontri serali coi vertici degli avversari democratici e postava il cellulare della giornalista perchè, suggeriva agli iscritti della sua pagina, “potrebbe accontentare anche a voi”.
E in un altro status aggiungeva di andarla “a trovare sotto casa”.
Contenuti poi rimossi.
Il servizio, registrato il 2 febbraio e andato in onda il 15, raccontava di una cena alla periferia di Roma con Samorì e due candidati, tra cui Righini.
Special guest Andrea Roncato che durante il servizio dice: “Speriamo che si mangia anche bene”.
Seguono le dichiarazioni di alcuni presenti che ignorano chi sia Samorì.
Una signora spiega: “Alcuni amici mi hanno obbligato a venire altrimenti andavo a ballare”.
Altri non conoscevano il senso dell’acronimo ‘Mir’ e alla domanda “secondo lei questa gente voterà Samori?”, l’interpellata risponde: “Non penso”.
E che sono venuti a fare? “A mangiare”.
Un ritratto simile a quello che emergeva dal servizio di Piazza Pulita sulla convention del partito, dove diversi anziani spiegavano di essere stati portati lì a loro insaputa.
Nel servizio di Raucci, Righini compariva solo qualche secondo.
La giornalista ha presentato una denuncia aperta chiedendo la rimozione immediata del numero di telefono.
Ma allo stesso tempo anche il candidato si è rivolto all’autorità e ha chiesto “il risarcimento per danni morali e fisici, visto che sono stato minacciato di morte”.
L’ha scritto sul social network insieme insieme alla promessa: “Ogni privilegiato Rai o politico, pagati con le tasse dei cittadini, sarà cacciato”.
Raggiunto dal fattoquotidiano.it Righini spiega di avere portato avanti una “battaglia di libertà perchè come pensa il 56% degli italiani, l’informazione è faziosa e falsa.
Lo dice un sondaggio del Tg4“.
E aggiunge che la pubblicazione del numero di cellulare, “forse scorretto, diciamo”, è un fatto di cui “è dispiaciuto”. Ma era l’unico modo per “difendere la libertà d’opinione”.
Sostiene che “hanno montato domande e risposte non vere”, che sono state tagliate ad hoc per screditare il movimento.
E precisa di avere avvertito Raucci quando si era presentata all’appuntamento elettorale: “Ho fatto un discorso di 50 minuti contro le caste e le ho detto: ‘Mi raccomando, fate attenzione a non montare un servizio falso’. Devo difendere la libertà di opinione”.
E’ libertà di opinione anche alludere alle frequentazioni serali della cronista coi vertici del Pd e invitare gli iscritti su facebook a chiamarla perchè può “accontentare” anche loro?
“Intendevo politicamente.
I militanti di sinistra sono contenti di andare a riunioni con Bersani e D’Alema“.
Ma la frase suggerisce un significato molto diverso. “Bene, vuole risarcirmi anche lei?”.
Tant’è che diverse persone hanno chiamato la giornalista. “Sì, certo, come no. Quando i carabinieri vedranno le chiamate cha la Raucci ha ricevuto e capiranno che sono suoi amici, non ci farà una bella figura”.
Eleonora Bianchini
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Febbraio 20th, 2013 Riccardo Fucile
VENERDI ARRIVERA’ A ROMA PARTENDO DA VITERBO SU UNA DELLE LINEE REGIONALI PIU’ DISAGIATE
E vai con i pendolari! Ma letteralmente. 
Venerdì 22, prima di chiudere a piazza San Giovanni, Beppe Grillo arriva da Viterbo a Roma sul treno regionale.
Si tratta di una linea affollata e disgraziatissima. Una linea ferroviaria che nell’ultimo rapporto “Pendolaria” Legambiambiente colloca al secondo posto dopo la Circumvesuviana.
Chi la frequenta tutti i giorni ha potuto sperimentare: scoppi di motori nel vagone di testa (1998), errori di binari e schianti su escavatrice (2003, due vittime), caduta di fulmini sui cavi elettrici (2006), protesta con occupazione di binari alla stazione di piazzale Flaminio (2006 e 2007), incidente con automobile al passaggio a livello (2008), tamponamento con altro treno (2010), blocco della corsa per furto di rame (2011), arresto del treno in piena campagna, a Cesano, per via del maltempo (2012, testimonianza: «Camminavamo nella neve rasente i binari come deportati…»).
Tutto questo senza considerare i ritardi, le disdette delle corse, lo stato dei servizi igienici, l’aumento dei biglietti e degli abbonamenti, la ressa, il freddo, il caldo, le discussioni, gli spintoni e gli svenimenti.
Nell’anno giubilare Duemila i due contendenti alla regione Lazio, Badaloni e Storace, salirono a bordo sia pure separatamente per condividere l’esperienza e far sentire la loro prossimità ai pendolari.
Ma a distanza di 13 anni la situazione non dev’essere poi troppo cambiata.
Grillo lo sa, o qualcuno gliel’ha detto, e comunque lui ha messo a frutto l’informazione, in tal modo portando a compimento lo tsunami tour insieme a una delle categorie più disagiate della società . In tutta Italia, secondo un recente rapporto del Censis, i pendolari (non solo quelli che viaggiano sui treni) sono comunque 14 milioni, un milione in più di quanti erano nel 2007.
Tutto lascia pensare che sia una massa più o meno inferocita dalle condizioni in cui viaggia ogni giorno.
Ora, la rabbia è già uno sterminato terreno di conquista per il M5S.
Ma nel momento in cui, sia pure per un’oretta, il suo leader sceglie di condividere di persona difficoltà e sofferenze di vasti strati della popolazione, ecco che questa scelta diviene non solo una trovata, ma una risorsa elettorale che nel novero delle rappresentazioni grillesche ha la stessa origine incandescente, la stessa carica populista e la stessa potenza d’immedesimazione suscitate dall’attraversamento a nuoto dello Stretto, dal matinèe scarmigliato fuori dal Viminale per la consegna dei simboli e dai comizi tenuti in piazza nonostante il gelo e la pioggia.
Tanto più se si considera che le ferrovie, in politica, non sono del tutto innocenti e anzi potrebbero mettersi a carico dei potenti come un ulteriore veicolo di privilegi.
Vero è pure che ogni tanto qualcuno piomba a Roma in treno.
Senza riandare a Mussolini, che prudentemente all’indomani della marcia su Roma giunse alla stazione Termini in vagone letto, o a Borghezio che saliva sui regionali con l’intento di molestare le prostitute nigeriane con il flit, i precedenti della nomenclatura impongono il ricordo del «Rutelli Express» (2001) e a suo modo anche quello del «Nerone Express» della Lega.
Anche Prodi, d’altra parte, viaggia spesso sul Frecciarossa, e lo stesso Monti, con il suo trolley, e Casini e ovviamente Montezemolo, che ha lanciato “Italo”.
Di recente perfino il Cavaliere ha scelto quel mezzo, istantaneamente ricevendo gli osanna di Daniela Santanchè: «Evviva! E’ iniziato il cambiamento! Berlusconi in viaggio verso Roma, tra la gente!».
Per la cronaca: nello scompartimento, insieme alla gente e ai fotografi, c’era anche la fidanzatina elettorale, ma seduta dietro.
E tuttavia — senza che suoni come demagogica concessione alla logica delle performance o a quella di un astuto e superbo egualitarismo che dura quanto la campagna elettorale — nessuno di loro risulta aver mai condiviso le privazioni, le lentezze, gli spifferi, la calca e gli improperi di un bel treno denso e carico di pendolari.
Ed è forse un peccato, o più laicamente un’occasione persa: perchè vivere la vita degli altri, specie se meno fortunati, restituisce umanità , aiuta a capire e magari aguzza pure l’ingegno — che con l’aria che tira ce ne sarebbe abbastanza bisogno.
Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 20th, 2013 Riccardo Fucile
“ADDIO AI DISCORSI DEI LEADER, OGGI PREVALGONO SATIRA E PARODIE PER FAR BRECCIA NEI SOCIAL NETWORK”… L’ARCHIVIO REALIZZATO DALL’UNIVERSITA’ DI ROMA TRE
Dalla Balena Bianca «grande mansueta e che non inquina» del 1987 a Mario Monti che gioca con i nipotini seduto sul tappeto.
Dai bulloni avvitati del Partito Comunista ai militanti del Pd che ballano con le corna da renna nel celebre «Oh HaPday», con tanto di segretario che saluta con il cartello «Ohi ragassi..».
In campagna elettorale, la politica è soprattutto comunicazione politica e spulciando i video raccolti dal sito Archivio degli spot politici, un progetto dell’Università degli Studi di Roma Tre che ne racchiude quasi 500, realizzati dagli Anni Settanta a oggi, c’è da divertirsi.
Basterebbe dare un’occhiata al più cliccato, quello di un inquietante Gianfranco Fini che, nel lontano 1992, chiedeva ai telespettatori: «Cosa faresti a chi uccide tuo figlio? Noi lo sappiamo…».
Il tutto davanti a uno schermo con le scritte «Mafia, Droga, Sequestri» che lasciano poi spazio alla fiamma del Movimento Sociale e pochissimo all’immaginazione.
Oppure Daniela Santanchè che, in una scenografia che farebbe paura pure ad Alfred Joseph Hitchcock, sbarra la finestra a criminalità , povertà , clandestinità , violenza sulle donne, prostituzione e degrado, temi forti della campagna elettorale «tutto sulla sicurezza» del 2008, di cui oggi non c’è traccia – o quasi – nelle agende dei partiti .
Ora anche i video sono cambiati.
Basta dare un’occhiata alla nuova sezione dell’Archivio, dedicata alle prossime elezioni politiche.
Ci sono i cartoni animati di Bruno Bozzetto per la campagna di Oscar Giannino, lo spot di Fratelli d’Italia che mette insieme Carlo Magno e Gabriele D’Annunzio, Evita Peron e Gandhi, Falcone e Oriana Fallaci, oppure il video del Movimento Cinque Stelle che se la prende con «i veri comici».
Molti spot sembrano parodie fatte da qualche comico e invece sono opera degli stessi partiti.
La spiegazione di questo cambiamento prova a darla Edoardo Novelli, docente di Comunicazione Politica all’Università di Roma Tre e autore del progetto che ha raccolto i quasi 500 video di spot politici.
«Rispetto al passato – spiega – oggi l’obiettivo è far circolare quei video sulla Rete. In passato venivano diffusi principalmente sulle Tv nazionali poi, più recentemente, pubblicati sui siti Internet dei singoli partiti. Ma qui i visitatori ci arrivavano volontariamente, forse perchè già “fan” di quel partito. Erano video più “istituzionali”, con il leader che rivolgeva messaggi diretti agli ascoltatori».
Ora invece spopolano cartoni animati e parodie.
«Cercano di utilizzare il linguaggio della rete – continua Novelli – perchè devono sfruttare il canale dei social network e ed essere condivisi il più possibile. Voi linkereste un messaggio in cui un politico parla dei suoi programmi, come il video di Craxi nel 1983 in cui parla dell’ottimismo della volontà ? Probabilmente no. Mentre quello di Sel con Berlusconi partecipante a Masterchef , per fare un esempio, si presta maggiormente alla condivisione».
Marco Bresolin
(da “La Stampa”)
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Febbraio 20th, 2013 Riccardo Fucile
LA GRANDE ABBUFFATA DEI RIMBORSI ELETTORALI
Ridotti a 91 milioni, i soldi del finanziamento pubblico fanno gola a tutti. 
Ma a spartirseli saranno i grandi partiti che arriveranno in Parlamento.
Resta l’enorme divario tra i fondi spesi per la campagna elettorale (quest’anno pochi) e le somme che la Casta si mette in tasca.
Per avere diritto ai compensi può bastare un solo deputato o un solo senatore.
La torta è sempre lì, allo stesso posto, offerta dallo Stato.
Quest’anno le fette sono la metà , ma gli ospiti ristretti a un club esclusivo.
91 milioni anzichè 180 sono i soldi destinati al finanziamento pubblico ai partiti nel 2013, in barba al referendum che li aveva aboliti ormai 20 anni fa.
La loro distribuzione sarà regolata dalla nuova legge approvata nel luglio 2012: il 70 per cento (pari a euro 63.700.000) è corrisposto come rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e contributo per l’attività politica.
Il restante 30 per cento (pari a euro 27.300.000) è erogato a titolo di co-finanziamento (pari a 50 centesimi per ogni euro ricevuti a titolo di quote associative e finanziamenti da parte di persone fisiche o enti).
La crisi si è fatta sentire e i soldi sono scesi rispetto al passato: dal 1994 al 2008 le tornate elettorali sono costate oltre 2 miliardi e 253 milioni di euro.
L’ultima legislatura si è attestata sopra i 503 milioni di euro a fronte di spese accertate di poco più di un quinto, circa 110.
Mentre la prossima promette 455 milioni, se durerà tutti e cinque gli anni.
Ma a chi andranno questi soldi?
Fino allo scorso luglio bastava l’1% per accedere ai finanziamenti, ora le regole sono molto diverse: senza un parlamentare eletto (su base nazionale alla Camera, regionale al Senato) niente denaro sonante.
In pratica, niente più casi “Sinistra arcobaleno”, la coalizione che la scorsa legislatura rimase fuori dal Palazzo non raggiungendo il quorum, ma che percepì comunque 9 milioni di rimborso elettorale.
Questa volta a dividersi la torta saranno verosimilmente dai cinque ai sette partiti e al Senato potrebbero essere solo tre o quattro formazioni a mangiarsi tutta la porzione.
La spiegazione in fase legislativa è stata quella di voler evitare la proliferazione di sigle che formano partitini solo in virtù del recupero crediti elettorali.
In realtà , come ha spiegato senza mezzi termini il tesoriere democratico Antonio Misiani “ai partiti i rimborsi servono altrimenti chiudono”.
Perchè la campagna elettorale alla fine impegna una piccola parte degli introiti, con gli altri soldi si garantiscono le spese vive, come gli stipendi dei dipendenti.
Solo un movimento liquido, tipo il 5 Stelle, senza sedi nè dipendenti, può permettersi di annunciare il rifiuto.
“Dopo una complessa road map di riforme naufragate, la montagna ha partorito un topolino — dice Fulco Lanchester , professore di Diritto costituzionale a La Sapienza di Roma, riferendosi al governo di Mario Monti — il vero funzionamento di questo tipo di meccanismi dipende dai controlli che si fanno dall’esterno. E in questo caso mi sembra tanto una norma all’italiana”.
Infatti nella nuova legge è prevista l’istituzione di una Commissione per la trasparenza e il controllo dei rendiconti, che si insedierà alla Camera dei deputati e sarà composta da cinque membri di cui uno designato dal primo presidente della Corte di cassazione, uno dal presidente del Consiglio di Stato e tre designati dal presidente della Corte dei conti. Istituzione, quest’ultima, che avrebbe potuto controllare autonomamente, ma che i partiti hanno osteggiato preferendo una soluzione ad hoc.
Confermate, invece, le società esterne di revisione dei bilanci iscritte nell’albo Consob che verificheranno i conti finali dei partiti.
Toccherà a loro stilare una relazione che poi dovrà essere trasmessa alla Commissione di controllo.
Chi dovrà essere iper trasparente, invece, è il tesoriere: avrà l’obbligo di pubblicare redditi e patrimonio anche della moglie e dei figli a carico.
Quelli che “sbagliano” non potranno più sottoscrivere i bilanci del partito per almeno cinque anni.
Basterà a frenare altri casi Lusi e Belsito?
Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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