Febbraio 17th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX COMICO ATTACCA IL PD: SU MPS UNA COMMISSIONE D’INCHIESTA… ORMAI SI PUNTA A SUPERARE QUOTA 20%
Il camper di Beppe Grillo si fa strada sotto al palco mentre piazza Castello è già piena. Sono tantissimi, a
Torino, al comizio-spettacolo del leader 5 stelle.
Persone di tutte le età , bambini sulle spalle dei genitori, ragazzi con telefonini e iPad alzati a riprendere tutto per poi postarlo su Facebook e dire: «Io c’ero».
Qualcuno non sa bene cosa aspettarsi: «Parlano di Sanremo. Forse è Crozza».
Oppure, quando annunciano la consigliera comunale Chiara Appendino: «Ah, sì, quella di X Factor».
C’è però chi è lì da prima, chi è venuto per una ragione: Beppe Grillo.
È una fredda giornata di sole con poche bandiere: due no Tav, qualche logo del Movimento, un vecchio drappello arcobaleno.
La gente urla «Fuori, fuori», «Beppe, Beppe».
Lui tarda, mentre a scaldare gli animi si alternano gli attivisti cittadini.
Denunciano scandali di destra e sinistra, dalla piazza arrivano fischi e buu per il sindaco Piero Fassino, per il governatore Roberto Cota.
Un trio di ragazze canta una canzone anticasta.
Grillo scende dal camper mettendo su la faccia sorpresa di chi non crede ai suoi occhi. Era chiuso a fare un’intervista con dei reporter della Bbc, gli unici cui è stato donato un cartellino stampa e che non devono battagliare mezz’ora per stare sotto palco.
Sale di corsa, prende la parola, è un boato.
Parte col repertorio degli ultimi giorni: «Il camper ce lo prestano, ci regalano salumi, formaggi, paghiamo il gasolio col baratto, questi ragazzi che lavorano con me fanno tutto gratis».
Non parla della raccolta fondi sul sito, non invita a donare come fanno i banner sul blog.
Vuole far risaltare la differenza tra i suoi, e gli altri: «Le facce di culo che vediamo in tv», urla subito prima dell’ovazione della folla.
Poi se la prende con la Rai: «Basta un canale, gli altri li vendiamo».
Con i giornali: «Mettono le foto di me che urlo, poi l’Espresso scrive: “Affideresti il Paese a uno così?”».
Chiama Repubblica «il Postal Market del Pd».
«Hanno scritto che invito Al Qaeda a bombardare il Parlamento. Ho ricevuto 252mila e-mail che mi dicevano: “Sì, ti prego, convincili” ».
Poi tocca alla Fiat, a De Benedetti, a Bersani-Gargamella, a Monti-l’esorcista.
Parla di un mondo in cui la paga di un ad non potrà superare più di 12 volte quella di un operaio, in cui basta fare una legge che costringa i produttori di frigoriferi a smaltirli, in cui tutti avranno un reddito di cittadinanza.
Ma non tralascia ricette economiche care alla destra, come la possibilità di uscire dall’euro («Bisogna deciderlo con un referendum») mentre accarezza il popolo delle partite Iva e dei piccoli imprenditori con l’ormai collaudato programma anti-tasse. Batte su Monte Paschi: «Serve una commissione d’inchiesta per i vertici del Pd dal ’95 a oggi», grida a gran voce.
«Il Pd non è andato a votare in massa perchè lo scudo fiscale conveniva anche a loro, per ripulirsi le tangenti ».
Una ragazza col caschetto rosso e la sciarpa a righe annuisce: «Fanno tutti schifo».
Continua con Napolitano: «Avessimo avuto un presidente vero avrebbe detto: “Fuori i nomi”, invece ha accarezzato la scrivania e dichiarato: “Privacy”».
Col Papa: «Ha fatto due twitter e si è accorto che la Chiesa era ferma a mille anni fa, che i preti devono potersi sposare e fare figli».
Con la giustizia, la burocrazia, i costi della politica: «I soldi li troviamo facendoci restituire un miliardo e mezzo di rimborsi elettorali».
La faccia cattiva la usa anche coi cameraman: «Questo è del Tgcom, non riprende la piazza, girala, girala. Ecco, hanno mandato la pubblicità !».
Urla, fischi, buuu.
La faccia buona la mostra invece ai candidati che parlano dopo di lui. E a chi lo aspetta di sotto.
Un uomo invalido gli racconta le peripezie e i problemi con l’Inps: «Ci penso io, facciamo un videino, ti aiutiamo noi».
Accarezza le ragazze, le nonne, i malati, le teste dei bambini.
Si ferma con i cronisti per dire che non c’è una nuova Tangentopoli, è peggio: «Quelli al confronto erano dilettanti. I partiti hanno smembrato tutto. Siamo pieni di macerie». Gli lasciano biglietti sotto al tergicristallo: «Beppe, salvaci tu».
Lui confessa: «Tutti mi chiedono qualcosa, ogni giorno staffilate al cuore».
Poi va via, destinazione Alessandria, terza tappa in un giorno.
Su Twitter mette una foto e scrive: «La piazza che le tv non vi faranno vedere». Continua col vittimismo della stampa che lo oscura, quando è tutta lì, tenuta a debita distanza da staff e servizio d’ordine.
Restiamo con chi smonta il palco: «2000 euro per l’impianto audio, noi candidati abbiamo messo 150 euro ciascuno».
Davide Bono spara alto: «Ci dicono che siamo al 21 per cento, ma vogliamo superare il 30. Di limiti, non ne vediamo più».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 17th, 2013 Riccardo Fucile
Pubblichiamo l’articolo del Secolo XIX. il maggiore quotidiano ligure, che riprende la denuncia di Liguria Futurista pubblicata sul ns. sito
“Rimangono desolatamente vuoti molti spazi dove dovrebbero essere esposti i manifesti del movimento di Gianfranco Fini, Futuro e Libertà . La crisi degli attacchini ha colpito duramente: non si sono trovati volontari pronti ad adempiere al compito. Così in molti punti della città , accanto ai colori degli altri partiti, sotto quell’insegna non c’è nulla.”
(da “il Secolo XIX”)
Il commento del ns. direttore
Da quasi due anni ormai denunciamo la disastrosa gestione di Futuro e Libertà in Liguria e i loro protettori romani: abbiamo assistito, per dirla stile Rai, a “di tutto di più”, non ci è stato risparmiato in due anni proprio nulla.
In qualsiasi altro partito, a seguito di quanto è accaduto in Liguria, ci sarebbero state espulsioni, commissariamenti, pubbliche scuse verso gli iscritti e la base elettorale.
E si sarebbe affidata la gestione del partito a persone competenti e disinteressate, in sintonia ideologica e comportamentale con le tesi del manifesto di Bastia Umbra.
I vertici nazionali di Fli hanno invece fatto prevalere la loro arroganza e incompetenza, sommando errori ad errori, fino a scendere nel ridicolo.
Come si potrebbe definire una gestione che non riesce neanche a far affiggere 100 manifesti nei 100 cartelloni elettorali ubicati a Genova?
I manifesti a Genova non ci sono?
Andate a prenderli a pochi chilometri da chi ne ha 2000 in cassaforte e non li affigge neppure.
Se volete vi do’ l’indirizzo.
Oppure i manifesti ci sono ma, a causa dello sfascio che avete creato, mancano i volontari per attaccarli? Ci siamo informati: con soli 120 euro per 100 spazi sarebbero coperti tutti i cartelloni in città .
Neanche quelli volete spendere?
E per coprire almeno tutta la Riviera, essendo uno che ha passato nottate ad attaccarli, assicuro che bastano due/tre militanti che vi dedichino una giornata.
Tuto il resto sono balle.
Vergognatevi.
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Febbraio 17th, 2013 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO DEL PATTO CIVICO: “VIA LA POLITICA DALLA SANITA’ LOMBARDA”, ANCHE A COSTO DI AFFIDARE LA SELEZIONE FUORI REGIONE”
“Testa a testa col centrodestra. Ma quello che si legge sui giornali dà il voltastomaco”. Umberto
Ambrosoli mette da parte la consueta temperanza e attacca a testa bassa i rivali dove sono più vulnerabili, legalità e credibilità .
Il candidato del centrosinistra sta andando a Saronno, tra le roccaforti del leghismo scosse negli ultimi giorni dall’eco della vicenda Finmeccanica.
Incredulo, legge di come il capogruppo della Lega al Pirellone, Stefano Galli, fosse riuscito a piazzare una consulenza da 196mila euro al genero, con la terza elementare, in qualità di “valutatore legislativo”.
“E’ questa la continuità che propone il centrodestra”, attacca Ambrosoli.
“Anche se pubblicamente si riempiono la bocca di promesse sul merito, sulla trasparenza e sul buon governo stanno difendendo un blocco di potere che non ha alcuna intenzione di mollare la presa, a partire dalla sanità che è stato il bancomat del malaffare”.
Non sarà facile togliere le mani della politica da Asl e ospedali, al punto che Ambrosoli vede una sola strada: una selezione fuori regione delle figure-chiave.
Si vedrà , ma intanto mancano dieci giorni all’election-day e nei prossimi sette si gioca il tutto per tutto.
Scatta la caccia all’ultimo indeciso: “Nessuna promessa choc. Chiedo a chiunque abbia a cuore il cambiamento di non rintanarsi in casa ma prendere parte alla mobilitazione per dare certezza della vittoria”.
Certezza di vittoria. Ha qualche sondaggio per le mani?
Le analisi che abbiamo indicano un testa a testa, si decide davvero all’ultimo voto. Lo sanno anche i miei avversari che infatti si affanno a fare promesse irrealizzabili per portare a casa anche un vantaggio risicato. Io non faccio a annunci choc ma chiedo ai lombardi di non perdere l’occasione storica di cambiare strada.
C’è chi lamenta piazze semi deserte ai suoi comizi…
Magari gli inviati di Libero, ma forse hanno sbagliato indirizzo. A Brescia abbiamo riempito piazza Duomo, a Mantova piazza Sordello era stracolma e a Pavia i carabinieri hanno fermato l’ingresso a teatro perchè anche nel locale più grande non c’era posto per ospitare tutti. Invito tutti a guardare le foto del nostro tour su internet per vedere quanta gente si è mobilitata intorno alla nostra proposta. In tempi di antipolitica è un bel segnale.
Pensa che gli scandali in Regione saranno determinanti nelle urne?
Hanno minato la credibilità delle istituzioni e hanno avuto effetti diretti sui lombardi, penso che gli elettori avranno lo stesso voltastomaco che ho io a leggere i giornali in questi giorni. Ma quello che voglio sottolineare è che i denari immessi nel sistema per questioni fraudolente sono risorse sottratte ai cittadini e alle loro prestazioni. Sento Formigoni che tenta di sdrammatizzare e mi chiedo cosa ne penserebbero i suoi elettori se sapessero che il giro di tangenti ipotizzato dalle indagini sulla sanità vale 8 milioni di euro, l’equivalente di 121mila ticket sanitari. C’è poco da ridere.
Andiamo al sodo, come realizza il suo slogan “fuori la politica dalla sanità ”?
Penso a un sistema totalmente nuovo che investa il cuore del problema, il modo in cui il centro-destra ha totalmente lottizzato la sanità piegandola alle logiche d’appartenenza. La nomina politica dei direttori generali di Asl e ospedali. E’ ora di cambiare le regole.
Con Ambrosoli chi li nominerà ?
Proporrò che sia una commissione di esperti estranei al sistema regionale lombardo a selezionare sulla base delle sole competenze il doppio dei candidati di ogni tornata di nomine. Gli organi politici potranno solo scegliere tra due nomi, così finalmente si libera la sanità dalle mani della politica per affidarla al merito e allo stesso tempo si riportano le responsabilità dell’operato in capo ai singoli direttori.
La vicenda Finmeccanica lambisce i vertici della Lega e investe il Varesotto: avrà ripercussioni sull’azienda?
L’eredità del centro-destra rischia di penalizzare realtà industriali di prim’ordine, compresa Finmeccanica. Vedo però la propensione a buttarla in politica, additando toghe rosse e complotti. Questo non aiuta certo le imprese e il sistema industriale.
Alcuni candidati del centro sinistra che la sostengono girano con avvisi di garanzia in tasca. Non era meglio evitare?
Ci siamo trovati a dover difendere non solo le persone al centro delle indagini ma anche la credibilità delle istituzioni. Due piani che non si possono confondere e per questo abbiamo deciso di offrire le massime garanzie possibili, ottenendo quello che in Italia non era mai stato fatto, cioè la garanzia dei candidati a dimettersi in caso di rinvio a giudizio.
Dopo gli endorsment dei montiani per lei, tocca ai cattolici di “Tempi” per Maroni. E’ sorpreso?
Molto. Il direttore del settimanale Luigi Amicone cerca rassicurazioni di continuità sui temi più cari come la famiglia e la scuola nella Lega di Maroni, ma credo sbagli indirizzo. Non solo per i matrimoni celtici che sono colore, ma perchè proprio il Carroccio si è fatto promotore di battaglie che dividono ed emarginano. Ricordate la scuola di Adro che voleva escludere dall’istruzione i bimbi per motivi economici?
La accusano di voler smantellare la scuola privata…
Niente affatto. Ritengo che oggi dobbiamo tornare a parlare di famiglia e scuola in modo non ideologico ma realistico. La nostra linea è di garantire la possibilità di scelta tra istruzione pubblica e privata a chi oggi non può farlo. Per Lega e Pdl è un diritto intoccabile, ma riservato a chi ha un reddito alto. Sono due visioni alternative tra loro.
Quale priorità per la sua giunta?
Il lavoro, la Lombardia deve ripartire di qui. Mentre ci raccontano che il 75% delle tasse dovrebbe restare qui il lavoro se ne andava: tra il 2007-2011 la disoccupazione ha registrato un più 3,3 per cento, Pil pro capite meno 4,7 per cento. Il mio programma punta a rilanciare l’intervento pubblico, con una politica regionale mirata su occupazione e impresa che faccia aumentare il tasso di occupazione dal 65 al 70 per cento, significa 300mila posti di lavoro in più.
E chi il lavoro non lo trova?
I morsi della crisi si sentono anche qui e per rispondere bisogna orientare il welfare diversamente. La Regione può fare la sua parte, introducendo ad esempio un “reddito di autonomia” per dare una garanzia di sostentamento a chi ne è privo e aiutarlo a rientrare nel mondo del lavoro, una somma tra i 400 e i 450 euro.
Ma i soldi dove li troverà ?
Per lavoro e imprese le risorse ci sono, nascono spontanee dal tessuto economico ma si possono anche reperire con un fondo regionale per lo sviluppo capace di attirare la Banca Europea degli investimenti, Cassa Depositi e Prestiti, Regione Lombardia, altre realtà istituzionali, per sostenere il credito e le imprese. Sul versante infrastrutture, la chiave è la regionalizzazione del patto di stabilità con la restituzione di 800 milioni ai comuni per opere e servizi.
Chi sceglierà i suoi assessori, lei o i partiti che la supportano?
Sono sostenuto da partiti e da una componente civica. Quando mi fanno questa domanda pensano di portarmi a indicare un scelta come fossero campi contrapposti. Dico che sceglierò gli assessori in base alle competenze, senza escluderli per la loro provenienza da uno o l’altro dei due mondi che con me si sono incontrati. Ma di nomi non ne faccio perchè sarebbero subito esposti a critiche. In questo momento la garanzia sono io.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 17th, 2013 Riccardo Fucile
I POTERI E LE ISTITUZIONI NON SONO OGGI DELEGITTIMATI PERCHE’ CADUTI NELL’ILLEGALITA’ MA IL CONTRARIO: L’ILLEGALITA’ E’ COSI’ DIFFUSA PERCHE’ I POTERI HANNO SMARRITO OGNI COSCIENZA DELLA LORO LEGITTIMITA’
La decisione di Benedetto XVI deve essere considerata con estrema attenzione da chiunque abbia a cuore le sorti politiche dell’umanità .
Compiendo il “gran rifiuto”, egli ha dato prova non di viltà , come Dante scrisse forse ingiustamente di Celestino V, ma di un coraggio, che acquista oggi un senso e un valore esemplari.
Deve essere evidente per tutti, infatti, che le ragioni invocate dal pontefice per motivare la sua decisione, certamente in parte veritiere, non possono in alcun modo spiegare un gesto che nella storia della Chiesa ha un significato del tutto particolare.
E questo gesto acquista tutto il suo peso, se si ricorda che il 4 luglio 2009, Benedetto XVI aveva deposto proprio sulla tomba di Celestino V a Sulmona il pallio che aveva ricevuto al momento dell’investitura, a prova che la decisione era stata meditata.
Perchè questa decisione ci appare oggi esemplare?
Perchè essa richiama con forza l’attenzione sulla distinzione fra due principi essenziali della nostra tradizione etico-politica, di cui le nostre società sembrano aver perduto ogni consapevolezza: la legittimità e la legalità .
Se la crisi che la nostra società sta attraversando è così profonda e grave, è perchè essa non mette in questione soltanto la legalità delle istituzioni, ma anche la loro legittimità ; non soltanto, come si ripete troppo spesso, le regole e le modalità dell’esercizio del potere, ma il principio stesso che lo fonda e legittima.
I poteri e le istituzioni non sono oggi delegittimati, perchè sono caduti nell’illegalità ; è vero piuttosto il contrario, e cioè che l’illegalità è così diffusa e generalizzata, perchè i poteri hanno smarrito ogni coscienza della loro legittimità .
Per questo è vano credere di potere affrontare la crisi delle nostre società attraverso l’azione — certamente necessaria — del potere giudiziario: una crisi che investe la legittimità , non può essere risolta soltanto sul piano del diritto.
L’ipertrofia del diritto, che pretende di legiferare su tutto, tradisce anzi, attraverso un eccesso di legalità formale, la perdita di ogni legittimità sostanziale.
Il tentativo della modernità di far coincidere legalità e legittimità , cercando di assicurare attraverso il diritto positivo la legittimità di un potere, è, come risulta dall’inarrestabile processo di decadenza in cui sono entrate le nostre istituzioni democratiche, del tutto insufficiente.
Le istituzioni di una società restano vive solo se entrambi i principi (che, nella nostra tradizione, hanno anche ricevuto il nome di diritto naturale e diritto positivo, di potere spirituale e potere temporale) restano presenti e agiscono in essa senza mai pretendere di coincidere.
Per questo il gesto di Benedetto XVI è così importante.
Quest’uomo, che era a capo dell’istituzione che vanta il più antico e pregnante titolo di legittimità , ha revocato in questione col suo gesto il senso stesso di questo titolo.
Di fronte a una curia che, del tutto dimentica della propria legittimità , insegue ostinatamente le ragioni dell’economia e del potere temporale, Benedetto XVI ha scelto di usare soltanto il potere spirituale, nel solo modo che gli è sembrato possibile: cioè rinunciando all’esercizio del vicariato di Cristo.
In questo modo, la Chiesa stessa è stata messa in questione fin dalla sua radice.
Non sappiamo se la Chiesa sarà capace di trarre profitto da questa lezione: ma sarebbe certamente importante che i poteri laici vi trovassero occasione per interrogarsi nuovamente sulla propria legittimità .
Giorgio Agamben
(da “la Repubblica“)
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Febbraio 17th, 2013 Riccardo Fucile
UN CHIODO FISSO, LA LEGALITA’… UNA RISORSA CHE DIVENTA ANCHE UN LIMITE
Antonio Ingroia, il pm antimafia salito sulle spalle della sinistra-sinistra diventando con Rivoluzione
civile la mina vagante che può far vincere o perdere il Pd, compone le frasi come se facesse una partita a Ruzzle.
Ma senza divertimento, men che meno stupore. Un paroliere tutt’altro che estroso, peraltro: legalità , legalitario, legale, legali, legge.
Inizia a solfeggiare già a mattina, appena sceso a Milano dalla macchina con lampeggiante e scorta, nella giornata in cui batte palmo a palmo la Lombardia, l’Ohio d’Italia, regione chiave degli equilibri del Senato e dove dunque, come in Sicilia, il suo pacchetto di voti può essere decisivo.
Oggi si deve parlare di crisi economica? Bene. «Il motore dello sviluppo può diventare la legalità », annuncia.
Un messaggio che ripete prima per radio, a Cologno Monzese, poi al Palazzo delle Stelline, a un passo da Sant’Ambrogio.
Fuori nevica forte, paralizzati i trasporti di mezza Italia, a Roma il papa sta annunciando le dimissioni.
Ma potrebbe esserci qualunque tempo e qualunque notizia-bomba: per uscire dal tunnel della crisi e riavviare il motore, tira dritto Ingroia, basta dedicarsi con più foga alla confisca dei beni mafiosi, cambiare la legge per poter sequestrare anche i grandi patrimoni frutto di corruzione ed evasione e il gioco è fatto.
Si recupererebbero «grandi quantitativi di denaro», da destinare alla piccola e media impresa, ma anche a garantire un reddito minimo ai disoccupati.
Un uovo di Colombo. Così assicura il pm in prestito alla politica, che in questo genere di discorsi parla sempre per spanne («Da un pezzo», «un numero sterminato», «tra i più bassi d’Europa», «insopportabile lunghezza») e nei numeri precisi non si avventura mai.
Del resto, che accenni al lavoro, al femminicidio, alla disoccupazione, è sempre sulla legalità che finisce.
Programma di governo, centro di gravità permanente, metro del mondo.
Pane che regala a piene mani agli appassionati del genere, a forza di «noi abbiamo le mani pulite», anche se «non siamo migliori degli altri, anzi lo siamo», che «vogliamo azzerare tutte le leggi ad personam» ed «eliminare la mafia», mica solo combatterla o contenerla, come ha fatto il Pd.
E gli ultrà accorsi ad ascoltarlo gli sorridono largo, gli porgono i suoi libri da firmare come se fossero paramenti sacri.
O ne citano i titoli con evocativa deferenza — “Palermo”, “Io so” — così, senza aggiungere altro. Anche se in terra lombarda dimentica Formigoni e il suo scandalo e se la prende col Pd.
Fuori da questo perimetro, quello tradizionale del pm antimafia e dei suoi fan, alberga invece scetticismo.
E un qualche rimpianto per la scarsa presenza in campagna elettorale di Luigi De Magistris, l’arancione con appeal trasversale.
«Ingroia invece sa parlare solo di giustizia, non ha ancora capito che non deve diventare procuratore dell’Oklahoma, ma entrare in Parlamento», sussurrano nelle retrovie del movimento.
E in effetti, a guardarlo girare per incontri pubblici, conferenze stampa, saluti ai gazebo dei militanti, col suo gilet di lana sotto la giacca e i suoi gemelli ai polsi, il suo tono nè piacione nè antipatico, pare Ingroia sempre assai compreso nel suo ruolo, e insieme un po’ a disagio.
Un essere mitologico, metà magistrato e metà leader politico — o forse in questo momento nessuno dei due, esattamente.
Come se — da Borsellino al Guatemala, passando per l’antipolitica in versione società civile — avesse troppi echi di cui tenere conto, e nessuno in modo specifico.
Sarà anche per questo che, tra la gente, c’è anche chi va ad ascoltarlo per decifrarlo: «Il programma di Rivoluzione civile mi piace, lui invece mi è sembrato poco pungente», spiega un informatico di mezza età calato dalle valli bergamasche.
Poco pungente, che paradosso.
Troppo “professore” per fare il tribuno della plebe in stile Di Pietro (non urla mai, per dire), troppo disincantato per fare l’incantatore di serpenti, troppo poco carismatico per fare il visionario alla Bertinotti.
Eppure, adesso, alla guida di un movimento che fra gli altri mette insieme proprio quei partiti (Italia dei Valori, Rifondazione comunista, Comunisti italiani), sommandoli con la società civile dei Sandro Ruotolo e delle Ilaria Cucchi.
Il risultato, anch’esso ibrido, lo si vede per esempio nel dibattito pubblico alla Camera di commercio di Brescia, altra tappa del tour lombardo.
Sul palco, a destra di Ingroia — lato antimafia — c’è Franco La Torre, figlio di Pio, mentre a sinistra — lato sindacal comunista — c’è Maurizio Zipponi della Fiom; in sala, duecento persone, uno strano mix tra giovanissimi incuriositi dal personaggio (il diciottenne che ha letto tutti i suoi libri, la ventiquattrenne che si è appena laureata con una tesi sulle ecomafie, sembra di stare nella Rete di Orlando vent’anni fa) e robusti metalmeccanici o sindacalisti in genere che parlano con passione di fabbrica, di scuola, di sanità , di articolo 18 e riforma delle pensioni.
Gente che, nella foga di raccontare al leader politico le proprie battaglie, finisce per sbattere la fronte contro l’altra metà dell’essere mitologico Ingroia, il magistrato.
Come fa, dal palco, un operaio dell’Iveco: «Perchè per i lavoratori in mobilità nessuno insorge e, invece, quando Giorgio Napolitano è stato attaccato sulla trattativa Stato-mafia è insorto il mondo?», domanda polemico, mentre in sala si fa silenzio tombale e il leader di Rivoluzione civile — titolare dell’inchiesta sulla trattativa — guarda il telefonino e sembra prendere appunti svogliato, come nell’imitazione di Crozza.
Oppure gente da sempre di sinistra-sinistra che, come Anna, spiega quanto le paia assurdo «essere finita a sostenere un giudice, dopo che negli anni Settanta ero contro i giudici» perchè gli appare affidabile.
Puntare a una sinistra un po’ antica, pescare tra gli elettori di Pd e Sel.
È questa la vasca nella quale alla fine Ingroia butta gli ami.
Attaccare Bersani «che rappresenta l’apparato» e la sua «scelta di allearsi con Monti dopo il voto» è l’unica porzione della politica che — tolta la legalità — lo scaldi un po’.
La frase contro il «criminogeno» Berlusconi è articolata quasi controvoglia, a Monti è riservato solo un mezzo affondo: è «un tecnocrate», ma pur sempre incarna «una destra pulita».
Agli avversari naturali di centrodestra, l’ex pm preferisce gli antagonisti di centrosinistra.
Contro i quali è persino capace di dire che «un governo stabile non è un valore assoluto, ma un valore relativo», anche se si è in mezzo alla crisi più nera.
Qual è il suo obiettivo finale? Una poltrona da ministro? Ingroia lo nega, ma certo il suo programma da Guardasigilli ce l’avrebbe già , persino nel dettaglio.
Essendo, naturalmente, contrario alla separazione delle carriere, o a dare più poteri investigativi agli avvocati («Ne hanno già troppi»), ma favorevole a una revisione della legge sulle intercettazioni.
Chissà perchè.
Susanna Turco
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Febbraio 17th, 2013 Riccardo Fucile
E NEL PD CI SI CHIEDE QUALE RUOLO PROPORRE AL PROFESSORE IN CASO DI MAGGIORANZA ALLARGATA: SI PENSA ALLA FARNESINA
In politica nulla avviene mai per caso. Men che meno quando un uomo come Giorgio Napolitano, nella sua ultima visita ufficiale negli Stati Uniti, si prende la briga di “difendere” oltre Oceano Mario Monti dagli attacchi che riceve, ormai quotidianamente, “da chi prima l’ha appoggiato”.
Il Capo dello Stato, in realtà , ha voluto dare questo segnale di apprezzamento nei confronti del premier per un motivo molto preciso: rassicurare anche Obama che Monti avrà un ruolo importante anche nel prossimo governo.
Una rassicurazione “in chiave Fiat”.
RUOLO NEL GOVERNO
La questione è all’attenzione delle discussioni più interne a largo del Nazareno, quartier generale del Pd.
Per Monti è stato ipotizzato un ruolo di governo oppure la presidenza del Senato, non volendo Bersani commettere l’errore che fu di Prodi nel 2006, che dopo aver vinto le elezioni per una manciata di voti (24mila) si rifiutò di allargare la maggioranza concedendo al centro di Casini la guida di Palazzo Madama.
Anche stavolta, in verità , quella poltrona è ambita dallo stesso leader Udc, ma concederla a Monti significherebbe togliere al Professore qualsiasi velleità di partecipazione governativa.
Soprattutto evitare che si possa presentare con richieste “imbarazzanti” come il ministero dell’Economia o — peggio — dello Sviluppo economico.
Casomai, si dice al Nazareno, gli si potrebbe concedere la Farnesina, facendo di certo uno sgarbo a D’Alema, ma se non altro lo si terrebbe al riparo da un conclamato “conflitto d’interessi”.
Quale? Quello che, in qualche modo, è andato a difendere Napolitano con Obama: il ruolo della Fiat.
TUTELARE LA FIAT
Ebbene, Mario Monti, agli occhi degli americani e dei vertici della casa torinese, è l’uomo giusto per continuare a tutelare Fiat lasciandogli massima libertà di movimento.
Un governo con Monti dentro, insomma, difficilmente presserebbe oltre misura la prima fabbrica del Paese costringendola a restare saldamente sul territorio nazionale. E ad investire prevalentemente in Italia come invoca invece la Fiom Cgil.
Obama ha un interesse molto preciso in tutto questo gioco, anche se probabilmente non ne ha discusso in questa occasione con Napolitano semplicemente perchè non ce n’è bisogno: Fiat, alla fine del 2013, si è impegnata a comprare il 40% di Chrysler.
Se il nuovo governo dovesse cambiare rotta costringendo la casa torinese a riprendere in mano il progetto di “Fabbrica Italia”, lungamente sbandierato e mai decollato, per la Fiat diventerebbe impossibile tenere fede completamente agli impegni presi con gli americani.
Di qui il nuovo endorsement di Napolitano che non a caso, appena uscito dallo studio Ovale, non ha perso occasione per tessere le lodi di Monti.
Un segnale inequivocabile. Nel Pd masticano amaro, l’esistenza di un problema legato ad un presunto “conflitto d’interesse” di Monti con la Fiat viene sussurrato a mezza bocca, si evitano sapientemente giochi di seggiole e poltrone post elettorali quasi in modo scaramantico.
Ma l’evidenza è tale che poi diventa difficile negare che esista un problema.
D’altra parte, la “passione” di Monti per la Fiat emerge in modo palese anche dalla composizione della lista di Scelta Civica.
Se Luca Cordero di Montezemolo, presidente Ferrari, è il primo sponsor del Professore, tra i candidati ci sono figure come quella del patron della Brembo, Alberto Bombassei, primo fornitore dei freni della Rossa di Maranello e delle ammiraglie della Fiat.
Il dilemma dei democratici, insomma, non è di poco conto.
Il professore serve per l’alleanza nel caso in cui il Senato si riveli a rischio maggioranza, ma si esclude di potergli dare un ruolo di governo che metta pesanti ipoteche sulla futura “linea” di gestione economica del nuovo esecutivo.
A partire proprio dal comportamento da tenere con la Fiat.
La foto di Monti a Melfi, del resto, è forse la prova più pesante di questo intreccio e questo disturba non poco Bersani.
Che ai suoi avrebbe detto, con la sua consueta genuinità contadina, che “prima si pensa a far ripartire l’Italia, poi vediamo di far felici anche gli altri…”.
Ma chissà se Napolitano, al momento di dare l’incarico al prossimo premier, non metterà sul piatto interessi storicamente più importanti dei nostri anche sul suolo patrio…
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 16th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER HA CHIESTO LA SANATORIA PER L’APPARTAMENTO ROMANO DATO ALLA FIDANZATA, MA IL CONDOMINIO HA DETTO NO
Quando Silvio Berlusconi ha annunciato: “Se gli elettori danno la maggioranza a me farò subito un
condono edilizio”, è stato subito coperto da un coro di critiche per l’abitudine a solleticare gli appetiti del popolo degli abusivi.
Nessuno poteva immaginare che il Cavaliere pensasse anche al suo piccolo abuso personale, da sanare con la legge attuale o con un provvedimento post elettorale.
Più che di condono ad personam stavolta bisognerebbe però parlare di condono d’amore. L’abuso è stato realizzato nell’appartamento romano intestato a una società del leader del Pdl, ma offerto da molti anni in uso alla sua fidanzata napoletana, Francesca Pascale.
Per coronare il loro sogno d’amore Silvio, 76 anni, e Francesca, 28 anni, hanno pensato bene di presentare, con le norme attuali, una richiesta di condono.
Per colpa dell’opposizione dei soliti giustizialisti legalitari annidati anche nel lussuoso condominio di Roma nord, però, la manovra è saltata.
Il Fatto ha visionato una lettera del geometra di fiducia di Berlusconi, quel Francesco Magnano di Macherio, primo dei non eletti al consiglio regionale lombardo (sperava di subentrare a Nicole Minetti, non ce l’ha fatta), indagato a margine dell’inchiesta sui rimborsi regionali. Magnano scrive all’amministratore del condominio, a nome della Immobilare Dueville, società partecipata al 60 per cento dalla holding Prima e Ottava e al 40per cento dalla Immobiliare Drago, tutte riferibili a Berlusconi.
“Come già anticipatole telefonicamente — scrive Magnano all’amministratore condominiale — mi sto occupando dei lavori fatti dalla Signora Pascale Francesca inquilina dell’appartamento della scala … interno … Avendo contattato l’Ufficio Tecnico del Comune di Roma, al fine di valutare in quale tipo di abuso si configurassero i lavori fatti dalla Signora Pascale (non da Berlusconi, sia chiaro, sembra voler precisare Magnano, ndr) e avendo avuto risposta verbale che è un abuso sanabile in quanto non incide in termini di cubatura e aumento di superficie lorda di pavimento, con la presente sono a chiederle di portare in assemblea del condominio una formale richiesta della proprietà per ottenere l’autorizzazione al mantenimento della struttura in essere, anche formalizzando una piccola sanzione pecuniaria da quantificarsi di comune accordo”. L’assemblea però ha risposto picche.
Il Fatto aveva già raccontato la storia di questo appartamento vicino alla Camilluccia, il 9 settembre 2010, quando Francesca Pascale era solo una consigliera provinciale del Pdl, eletta nel 2009 e nota per il comitato ‘Silvio ci manchi’, per le comparsate televisive nel programma Telecafone al grido di: “Se mostri un po’ di coscia si alza l’auditel”, e per la trasferta nella villa sarda del Cavaliere con le sue compagne, nel novembre 2006.
Molto è cambiato da allora: Francesca vive a Palazzo Grazioli accanto al suo principe azzurro e figura nei servizi del settimanale della real casa: Chi.
Nell’appartamento dorme talvolta la sorella, che studia all’università .
Per ora il condominio ha detto no e l’abuso resta lì, senza sanatoria.
Nonostante nel palazzo Silvio potesse contare su un appoggio: Chiara Colosimo, ex capogruppo del Pdl post-Fiorito alla Regione Lazio, ha comprato una casa uguale a quella della Pascale per 600 mila euro, coperti con un mutuo e con l’aiuto del padre.
Non si sa se la 26enne consigliera abbia votato il condono di Silvio e Francesca nell’assemblea di dicembre.
Un mese dopo è passata a Fratelli d’Italia.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 16th, 2013 Riccardo Fucile
LETTA O BINDI ALLA GUIDA DEL PARTITO PER I PROSSIMI MESI…IL PROSSIMO SEGRETARIO POTREBBE ESSERE UN GIOVANE, ANDREA ORLANDO
«Se vinciamo, lascio la segreteria del Pd a un reggente, perchè Palazzo Chigi avrà bisogno di tutto il mio impegno». Nel colloquio ristrettissimo di qualche giorno fa a Largo del Nazareno, Bersani ha squadernato il problema.
Niente più rinvii, capannelli in privato, ipotesi che si rincorrono su un congresso democratico anticipato – ha detto – tanto vale parlarne subito.
Dario Franceschini, Enrico Letta, Vasco Errani erano dell’idea di soprassedere. «Per scaramanzia!», hanno osservato.
Ma il segretario è assai poco scaramantico (la mascotte della famiglia Bersani è una gatta nera – postata su Facebook dalla figlia Margherita).
E quindi, il leader ha indicato lo schema.
Passerà il testimone nell’Assemblea nazionale del Pd convocata entro fine marzo, ma in vista di un semestre di transizione fino al congresso, che è in calendario per ottobre.
Alla guida dei Democratici ci sarà perciò un reggente. Uno solo.
«Non ne voglio sapere di comitati allargati, triumvirati.
Penso a una figura “istituzionale” del partito, al vice segretario Enrico Letta o alla presidente Rosy Bindi, che lo regga mettendo in moto a giugno il complicato processo verso il congresso. Sarà questa la mia proposta », ha chiarito con i suoi collaboratori.
Pubblicamente, Bersani si limita a ripetere: «Facciamo il caso che si vinca, bisogna valutare insieme un percorso, perchè i nostri congressi sono macchine complesse… non mi piace fare due mestieri».
Vuole un cambiamento soft, senza traumi, il segretario.
Così ci sarà tutto il tempo per scaldare i motori e «fare girare la ruota», consentire il ricambio generazionale.
Matteo Renzi sarà della gara per la prossima segreteria?
A chiunque lo tiri per la giacca, il sindaco “rottamatore” risponde che è «pura fantascienza», che lui si sta impegnando perchè Bersani faccia il premier, «ma la partita della segreteria la giocheranno altri».
Non nasconde che la sfida delle primarie di novembre scorso per la premiership del centrosinistra gli è piaciuta, nonostante sia stato sconfitto da Bersani, e che sarebbe pronto a riprovarci.
«Tra cinque anni, non credo che la prossima sarà una legislatura breve e mi sto battendo perchè vinciamo, e bene».
Sono i “giovani turchi” invece in lizza.
Andrea Orlando, il responsabile Giustizia, capolista in Liguria alla Camera, è ritenuto uno dei papabili. «Non ne parlo, anzi tocco le chiavi… prima vinciamo».
Di certo però lui, Matteo Orfini, Alessandra Moretti, Stefano Fassina si pongono il problema di come sarà gestita la corsa per la segreteria in autunno.
Con primarie aperte o riservate agli iscritti? Nel Pd già c’è stato un cambiamento, voluto da Bersani stesso, e cioè che il segretario non è più automaticamente il candidato premier.
A ottobre passato, in vista delle primarie per la premiership, fu infatti approvata una norma transitoria, grazie alla quale alla sfida hanno potuto partecipare anche Renzi e Laura Puppato, oltre a Bersani, Vendola e Tabacci.
Osserva Orlando: «Sarebbe forse da evitare quel che accadde nel centrosinistra nel 2007, cioè Prodi premier eletto con le primarie e Veltroni segretario del Pd eletto con altre primarie. Però è davvero una discussione prematura ».
«Se ne parla dopo il 25», taglia corto Franceschini.
Franceschini è stato segretario del Pd dopo le dimissioni improvvise di Veltroni, nel febbraio del 2009. Fu eletto dall’Assemblea, vista l’emergenza. Poi si candidò alla primarie dell’ottobre 2009, in cui vinse Bersani.
Si rifa di nuovo il suo nome per la segreteria, ma lui ritiene sia tempo di passare la mano. Potrebbe invece spuntare un outsider, e cioè Fabrizio Barca, ministro della Coesione territoriale del governo Monti.
Invitato da Bersani a tenersi a disposizione se il centrosinistra sarà al governo, ha fatto capire che gli piacerebbe di più guidare il Pd.
Ma prima, ci sarà appunto da affidare la reggenza.
Con l’intesa che chi regge il partito, non ha incarichi di governo.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 16th, 2013 Riccardo Fucile
LETTERA A BERNABE’: QUALCHE SETTIMANA PER L’OFFERTA
Diego Della Valle scende in campo per La7. Il fondatore della Tod’s dovrebbe far arrivare entro oggi al
presidente di Telecom Italia Franco Bernabè e a tutti i consiglieri una lettera in cui si dice pronto a presentare un’offerta concorrenziale per rilevare la tv controllata da Ti Media.
Della Valle ha già firmato l’impegno di riservatezza per accedere alle carte messe a disposizione dalla società all’advisor, ha messo i legali al lavoro e ingaggiato una banca d’affari internazionale che lo assiste.
Ha bisogno però di qualche settimana (non mesi) per mettere a punto un’offerta interessante insieme ad alcuni imprenditori del made in Italy (tra 5 e 7) che sono disposti a seguirlo.
E cercando di coinvolgere anche chi lavora a La7: dunque non si può escludere una partecipazione alla cordata di alcuni dei volti noti della tv, da Enrico Mentana a Michele Santoro, considerati da tutti i contendenti come inamovibili.
Lo schema dell’offerta di Della Valle dovrebbe essere simile a quello della Cairo Communication, puntando solo su una tv (La7 senza Mtv) e lasciando a Telecom Italia il business delle infrastrutture, i multiplex, che comunque generano dai 35 ai 50 milioni all’anno di margine lordo.
Anzi, nella visione di Della Valle nessuno impedirebbe a Telecom di mantenere una quota di minoranza per avvantaggiarsi di una eventuale rivalutazione successiva dell’asset televisivo.
Magari evitando di dover sovvenzionare con una dote pecuniaria il nuovo acquirente.
La lettera di Della Valle potrebbe dunque far slittare di qualche settimana la vendita di Ti Media, essendo il cda convocato per lunedì e le offerte vincolanti di Clessidra e Cairo depositate ieri sera.
Ma sicuramente vi sarà battaglia in Consiglio poichè un gruppo di consiglieri spingerà sicuramente per finalizzare la vendita.
Si tratta di Gaetano Miccichè (in conflitto poichè Intesa è advisor di Clessidra), Elio Catania (indipendente espresso da Intesa), Tarak Ben Ammar (indicato da Mediobanca) e Gabriele Galateri (indicato da Generali).
Del plotone faceva parte anche Renato Pagliaro, presidente di Mediobanca, ma alcune indiscrezioni riferiscono che nei giorni scorsi l’amministratore delegato Alberto Nagel, in qualità di advisor di Telecom, ha supportato Della Valle nell’analisi dell’oggetto Ti Media.
Dunque la posizione di Mediobanca in cda potrebbe cambiare e diventare più attendista di fronte alla possibilità di un’offerta più allettante rispetto a quelle già pervenute.
Sarà importante anche valutare le considerazioni di Bernabè, che si è sempre opposto a una svendita: le due offerte pervenute sembrano approfittare molto della difficile congiuntura del mercato editoriale e della complicata situazione debitoria di tutto il gruppo Telecom.
A sorpresa, dunque, il cda potrebbe prendere qualche settimana di tempo per leggere anche l’offerta di Della Valle oppure decidere di accantonare la vendita per un paio d’anni in modo da vedere i frutti della ristrutturazione avviata dopo l’uscita di Giovanni Stella.
Insomma la partita è tutta da giocare.
Giovanni Pons
(da “La Repubblica“)
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