Febbraio 14th, 2013 Riccardo Fucile
“DOPO L’OMICIDIO LA BORSA DEL PREFETTO FU TRAFUGATA DA UN UFFICIALE DELL’ARMA”
Fino a qualche settimana fa, nessuno aveva mai sospettato che la borsa del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fosse stata trafugata dopo il suo omicidio, a Palermo, il 3 settembre 1982.
Poi, all’improvviso, una lettera anonima ha messo in allerta i magistrati che indagano sulla trattativa mafia-Stato: “Un ufficiale dei carabinieri ha portato via quella borsa, che conteneva dei documenti”.
Questa la rivelazione, tutta da verificare.
Le indagani dei magistrati e della Dia di Palermo hanno avuto in questi giorni una svolta improvvisa, che Repubblica.it è in grado di documentare in anteprima: in un video della Rai, che riprende la scena del delitto, la sera del 3 settemntre 1982, è ritratto un ufficiale dell’Arma mentre tiene sottobraccio una borsa molto simile a quella del prefetto ucciso dalla mafia.
La settimana scorsa, il figlio di Dalla Chiesa, Nando, aveva rivelato: “Mio padre non si separava mai da una valigetta di pelle marrone, senza manico. Dopo la sua morte, non l’abbiamo più trovata. Pensavano che fosse andata persa nel trambusto di quei giorni. Evidentemente, non era così”.
I pm di Palermo hanno convocato oggi Nando Dalla Chiesa per essere ascoltato come testimone.
Dopo trent’anni, il mistero attorno alle carte scomparse del generale Dalla Chiesa è dunque ufficialmente riaperto.
Con un capitolo inedito rispetto alle indagini degli anni Ottanta: all’epoca, il pool di Falcone e Borsellino aveva appuntato l’attenzione solo sulla cassaforte dell’abitazione del prefetto, da cui sarebbero spariti altri documenti.
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 14th, 2013 Riccardo Fucile
“GRILLO AL 20% NON CAMBIA IL VERDETTO SE PESCA DI QUA E DI LA’, MA SE ERODE IL PD FA VINCERE BERLUSCONI”
Una variabile importante, per il risultato delle elezioni, è data dal Movimento 5 stelle. 
Il tour di Beppe Grillo riempie le piazze.
I suoi consensi erano già dati in crescita negli ultimi sondaggi, e potrebbero salire visti gli scandali Mps, Saipem, Finmeccanica, e i colpi mediatici che ha in mente l’ex comico, dallo sbarco in tv al Piacere Day di Piazza San Giovanni.
Eppure, secondo Roberto D’Alimonte, professore di Sistema politico italiano alla Luiss di Roma, anche se Grillo arrivasse al 20, 22 o 23 per cento, non cambierebbe nulla.
«A meno che – precisa – quei voti in più non arrivassero da un’erosione del Pd».
In quel caso, cosa succederebbe?
«Che il boom dei 5 stelle potrebbe far vincere Berlusconi. Il ragionamento è semplice: se l’incremento di voti di Grillo è di tipo “ecumenico”, se cioè pesca un po’ di qua e un po’ di là , non cambierà niente. Se invece dovessimo scoprire che i voti aggiuntivi sono sottratti più al Pd che al Pdl o a Monti, allora potremmo anche trovarci di fronte alla sorpresa di un Grillo che fa rivincere Berlusconi alla Camera».
Nel primo caso, è davvero certo che non cambierebbe nulla?
«Non sul piano dell’esito del voto, perchè probabilmente Bersani otterrà la maggioranza assoluta alla Camera e almeno relativa al Senato».
Quindi la conquista del Senato è ancora alla portata del centrosinistra?
«Sì, credo che l’unica regione che il centrosinistra può ragionevolmente considerare già persa è il Veneto. Sicilia e Lombardia invece sono ancora in bilico».
In ogni caso arriveranno in Parlamento decine e decine di grillini. Quale sarà l’effetto su Camera e Senato?
«La presenza di una pattuglia così consistente di deputati e senatori grillini sarà un pungolo molto forte nei confronti di chiunque formerà il governo».
Secondo lei come andrà a finire?
«Credo che Bersani vincerà alla Camera, ed è ancora possibile che che possa ottenere la maggioranza assoluta dei seggi al Senato. Oppure, che al Senato abbia bisogno di Monti per fare un governo».
Un esecutivo che tenga insieme Bersani, Vendola e Monti?
«È l’esito più probabile».
Ma è ancora possibile, dopo le accuse reciproche che si sono scambiati il premier uscente e il leader di Sel?
«Sì, perchè io credo che nè Vendola nè Monti si possano prendere la responsabilità di non fare un governo e creare le condizioni per un ritorno alle urne, come in Grecia».
E non sarebbe un governo fragile, pronto a cadere al primo colpo di vento?
«Non è detto. Esiste un possibile terreno di accordo che riguarda da una parte una nuova legge sulla cittadinanza e sulle unioni civili, cose che stanno molto a cuore alla sinistra, e dall’altra una serie di riforme economiche che invece premono a Monti».
Pensa davvero che la sinistra del Pd e Sel accettino le riforme che vuole Monti?
«Che alternativa hanno? Se il centrosinistra non ottiene la maggioranza assoluta dei seggi l’accordo è ineluttabile. Nel caso fallisse, si tornerebbe a votare, aprendo la strada al ritorno di Berlusconi. O alla vittoria definitiva di Grillo».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 14th, 2013 Riccardo Fucile
E MEDITA LA MOSSA A SORPRESA: IN PLATEA A SANREMO
E adesso il Cavaliere trema nella sua roccaforte.
Il terremoto giudiziario che travolge la testa di lista Formigoni cammina di pari passo con i risultati clamorosi che in Lombardia farebbe registrare da qualche giorno in qua il movimento di Giannino.
Ben più alti che nel resto d’Italia. «Stanno usando ormai tutti i mezzi per strapparci le regioni chiave, Lombardia soprattutto » si sfoga stizzito l’ex premier a margine del comizio serale a Bari, al fianco di Raffaele Fitto fresco di condanna.
La sensazione del leader Pdl è di essere finito stretto in una imprevista tenaglia, giusto in casa propria.
Tra la «manona giudiziaria», quella dei «giacobini», «cancro della democrazia», e il detestato “Fare per fermare il declino”.
Contro Oscar Giannino i toni della campagna ieri si sono impennati e non a caso.
Il diktat del capo, intenzionato a martellare senza sosta, non lascia margini a tentennamenti: «Ruba nostri elettori, va fermato » ripete da un paio di giorni.
Ma la Lombardia diventa solo una delle regioni cerchiate in rosso, nella nuova mappa del rischio consegnata al Cavaliere nelle ultime 48 ore.
Altrettante preoccupazioni sembra stia destando adesso la Campania.
L’operazione liste pulite, che ha avuto proprio tra Napoli e Casal di Principe il suo epicentro col caso Cosentino, stando ai riscontri ultimi non avrebbe sortito gli effetti sperati.
Il Pdl arranca, anche in questa battaglia sul filo, anche in questa piazza decisiva. Ed è la ragione per quale il circolo ristretto di Palazzo Grazioli avrebbe convinto il leader a concludere la campagna elettorale nel capoluogo, anzichè a Milano come previsto.
Sabato Berlusconi sarà a Palermo, per una tappa mordi e fuggi in luogo di quella che doveva essere un’intensa due giorni in giro per l’Isola, già programmata da Angelino Alfano.
Poi l’ex premier si lancia in un serrato tour de force finale che lo porterà domenica al Lingotto di Torino e lunedì alla Fiera di Milano.
Per chiudere infine venerdì 22, salvo ripensamenti dei prossimi giorni, proprio alla Mostra d’Oltremare di Napoli, appunto. Basterà a convincere e recuperare le truppe fedeli a Nick o’ mericano, che hanno voltato le spalle e disertato questa campagna?
Servirà tuttavia qualche altro passaggio a Roma, dato che i numeri anche nel Lazio non sono incoraggianti.
Come in Lombardia, anche nella più popolosa regione centrale è il fuoco amico a colpire il Pdl.
A drenare voti sarebbero in questo caso i fuoriusciti ex An di Fratelli d’Italia, con i «locali» Meloni e Rampelli impegnati a erodere giorno dopo giorno voti all’alleato maggiore per conto di La Russa e Crosetto.
A conti fatti, la tanto ventilata «rimonta» del Cavaliere non solo si sarebbe fermata, ma si starebbe risolvendo in un’emorragia di elettori delusi in favore di partiti e movimenti di area, oltre che del M5s di Beppe Grillo.
Non a caso altro bersaglio fisso della propaganda berlusconiana.
«Bisogna inventarsi altro, serve qualcosa di eclatante», è quanto va sostenendo un Berlusconi sempre più preoccupato, tra una intervista e l’altra alle tv di mezza Italia. Un’ultima proposta shock, o presunta tale, vuole riservarsela per il comizio conclusivo di Napoli, comunque per le battute finali della campagna.
Tra le voci non confermate, la cancellazione completa di Equitalia, ma anche un nuovo annuncio in materia fiscale.
Il leader Pdl ha pensato pure a un colpo di teatro vero e proprio, da uomo di spettacolo a tutto tondo.
Ovvero, presentarsi sabato sera – reduce dalla Sicilia e diretto a Torino – in platea a Sanremo, al Festival, come ventilato ieri dal Giornale.
Niente palco, ma poltronissima, una presenza comunque destinata a catalizzare attenzione e telecamere a dispetto di un evento che ha contribuito a eclissarlo in tv per tutta la settimana.
In serata a Palazzo Grazioli il blitz veniva considerato assai meno probabile, accantonato pure dall’agenda delle tappe ipotetiche.
Ma con lo showman Berlusconi, fino all’ultimo tutto è possibile.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 14th, 2013 Riccardo Fucile
SCANDALO FINMECCANICA, MARONI MINACCIA QUERELA AL FATTO. POI SI NASCONDE PER NON RISPONDERE… ANCHE TRA I BARBARI SOGNANTI PREVALE LO SCONFORTO E LA DELUSIONE PER L’INFLUENZA DELLA “SIGNORINA DI MONTESARCHIO”
Lo chiamano “mister Clean”. Giuseppe Orsi era stato nominato presidente Finmeccanica per
fare pulizia nell’azienda.
Lo ricorda il Financial Times rimandando, involontariamente, all’amico di Varese, Roberto Maroni.
Anche lui, armato di ramazza, invocò la pulizia nel partito e oggi si trova sotto l’attacco di quanti ha cacciato.
Ma anche da alcuni dei suoi fedelissimi, delusi dalla composizione delle liste e dalla “consigliera” Isabella Votino: ha orecchie solo per la signorina di Montesarchio.
Così, molti ormai vedono tra le crepe di via Bellerio, provocate dall’arresto di Orsi, il viale del tramonto politico di Maroni.
Al caso Finmeccanica si è poi aggiunta la grana Roberto Formigoni, con il governatore uscente indagato anche per associazione per delinquere mentre Maroni gli garantiva la poltrona di commissario per Expo 2015.
Il mister Clean leghista ha vissuto il suo giorno più lungo martedì.
Svegliato all’alba dalle manette a Orsi, Maroni ha evitato la stampa.
“Partono le querele contro la banda dei diffamatori di professione a cominciare da il Falso Quotidiano e Repubblica”, minaccia.
A un incontro in Federlegni, per sfuggire al cronista di Presa Diretta, si è rintanato in una stanza da dove è uscito di soppiatto da una porta secondaria.
Ancora più grottesca la fuga ieri davanti alla sede meneghina della Rai: al suo arrivo ha trovato dei giornalisti all’ingresso così, su consiglio della fidatissima Votino che gli faceva cenni con la mano, è rimasto a bordo dell’auto.
Dopo tre giri intorno al palazzo si è fatto aprire il cancello per entrare nel parcheggio interno.
Situazione simile in via Solferino, sede del Corriere, dove ha partecipato a un videoforum senza contraddittorio, ribadendo il mantra: su Finmeccanica “non c’è nessun coinvolgimento della Lega o indagine” sul Carroccio.
“La Lega non c’entra niente con questa storia e non c’entra il sottoscritto”, ha ribadito. Eppure le intercettazioni e altri leghisti dicono il contrario.
Uno su tutti: il senatore Giovanni Torri: “Che Orsi sia stato messo lì grazie a Maroni lo dicono gli stessi Maroni e Orsi, parlando fra loro. E risulta che anche Giorgetti e Calderoli abbiano partecipato alla riunione. Gli stessi che un anno dopo, con le ramazze in mano dissero che bisognava fare pulizia”.
Mister Clean from Varese. Certo, Torri è bossiano ed è stato cacciato. Risentimento? Ma i malumori crescono anche tra i nuovi capi.
Nessuno può parlare apertamente, come ai tempi di Bossi. Anzi l’ordine del silenzio è, se possibile, ancora più ferreo.
Non esce fiato senza il visto finale di Votino.
Ogni uomo, si sa, ha dietro una grande donna.
“Ha poca dimestichezza con la comunicazione ed è sempre scocciata e stanca”, sentenzia un componente di primo piano della segreteria, oggi “profondamente deluso dalla mancanza di dialogo e confronto”, dice.
“Siamo con i militanti, teniamo vivi gli incontri sul territorio e lui a volte neanche viene: sembriamo un corpo e una testa divisi”.
L’arresto di Orsi e gli attacchi alla Lega non sono piaciuti, ma ancora meno è piaciuta la reazione del nuovo Capo.
“Non una comunicazione ci è stata data, nessuna linea decisa comunemente”, si sfoga un altro dei tenenti padani.
La reazione arriva ieri a fine mattina, scontata.
“Giornalisti, magistrati e sinistra, attacco finale contro la Lega e Maroni: rispondiamo con i gazebo!”. La chiamata alle armi è per il prossimo fine settimana, l’idea parte dall’attivissimo e battagliero Matteo Salvini.
Da degni alleati di Silvio Berlusconi gli uomini del Carroccio non trovano di meglio che accusare la magistratura e la stampa di gettare fango a orologeria.
Il solitamente ultragarantista Maroni, a un appuntamento a Piazza Affari, si concede finalmente alla stampa.
Si picca non di quello che dice al telefono con Orsi, che lo ringrazia sentitamente per il sostegno alla nomina in Finmeccanica, ma perchè è stato intercettato quando era “ministro dell’Interno”, dice col sopracciglio aggrottato che spunta oltre la montatura degli occhiali.
E arriva a definire l’arresto di Orsi una “azione cautelare di dubbia utilità ”.
Lo stesso Maroni che quando le procure indagavano sui conti di Francesco Belsito e della famiglia Bossi ripeteva la sua “piena fiducia nella magistratura”.
Lui, intanto, aveva impugnato la ramazza.
Oggi è candidato presidente della Lombardia, si gioca tutto: se perde sarà costretto a lasciare il partito.
Lo ha ripetuto anche ieri.
Tentando di fermare gli entusiasmi svegliati dal Senatùr che si è detto pronto a riprendersi la Lega. “Come futuro segretario io vedo bene un quarantenne”, ha bisbigliato Bobo. Mister Clean ha dieci giorni per trasformare in voti i sondaggi che fino a lunedì lo davano in vantaggio su Ambrosoli.
“Tutti contro Maroni, alleanza inciucista da Monti a Ingroia passando per Bersani. Vincere sarà un piacere ancora maggiore”, ha suonato la carica via Twitter.
Ma ormai è quasi solo.
Oscar Giannino, il primo “amico della Lega”, perso per strada, ha annunciato il sostegno ad Ambrosoli.
Sugli alleati, da Pdl a Grande Sud, non può far affidamento.
E c’è già chi dice che Berlusconi è stato un genio: ha rinunciato al suo candidato in Regione così da liberarsi di Maroni.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 14th, 2013 Riccardo Fucile
IL GIP: “IL POLITICO E’ ESPRESSIONE DELLA COSCA IAMONTE E L’AZIONE AMMINISTRATIVA E’ TESA A TUTELARE GLI INTERESSI DEL SODALIZIO MAFIOSO”
“Noi ci dobbiamo basare su Gesualdo perchè quello abbiamo. Ma lui ci deve tornare il conto. L’abbiamo messo noi lì”.
A parlare è un esponente di primo piano della cosca Iamonte che a Melito Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria, detta legge su tutto: dagli appalti alla politica passando per i traffici di droga e armi. Gesualdo di cognome fa Costantino ed è il sindaco della cittadina della jonica che stamattina è stato arrestato, assieme ad altri 64 indagati, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso.
Oltre alla provincia di Reggio, il blitz dell’operazione “Ada” ha interessato quelle di Milano, Monza e Brianza, Varese, Asti, Roma e Viterbo.
Implacabile il profilo dell’esponente locale del Partito democratico tracciato dal gip Cinzia Barillà che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere su richiesta del procuratore aggiunto Nicola Gratteri e del sostituto della Dda Antonio De Bernardo. “Costantino Gesualdo — scrive il giudice per le indagini preliminari — è espressione della cosca Iamonte e l’azione amministrativa che egli, neo sindaco del comune di Melito di Porto Salvo, conduce è risultata essere improntata al clientelismo e tesa a tutelare gli interessi del sodalizio mafioso che, anche in occasione delle consultazione del 2012, ne ha appoggiato la candidatura e favorito l’elezione”.
E ancora: “La storia politica della città di Melito di Porto Salvo è puntellata da alcune vicissitudini riconducibili alla forte permeabilità mafiosa dell’ente pubblico comunale”. L’inchiesta dimostra come la potente cosca Iamonte abbia realizzato un’infiltrazione pervasiva all’interno del palazzo comunale.
Un’infiltrazione che non riguarda solo il sindaco Gesualdo Costantino ma anche il suo predecessore Giuseppe Iaria, sempre del Pd, per il quale il gip ha rigettato la richiesta di arresto.
Voti, tanti voti. Ma anche appalti.
Il Comune di Melito era cosa loro (degli Iamonte).
L’indagine, infatti, ha reso possibile accertare l’esistenza di un cartello di imprese che ha condizionato il mercato e ha consentito agli imprenditori che ne hanno fatto parte di spartirsi i lavori pubblici banditi dall’amministrazione comunale.
L’ingerenza della cosca Iamonte si è rivelata totale.
Dai più piccoli appalti pubblici fino alla centrale a carbone che la società svizzera Sei dovrebbe costruire a Saline Joniche.
“Abbiamo intercettazioni telefoniche e ambientali dove è chiaro l’intervento della famiglia mafiosa che era d’accordo alla realizzazione della mega opera”, rivela il procuratore aggiunto Gratteri nel corso della conferenza stampa conclusa con un monito: “La ‘ndrangheta non è nè di destra nè di sinistra. Per quanto riguarda la politica, la nostra indagine si fonda sulla voce diretta di Costantino e Iamonte. Ci sono state cene e incontri in cui gli uomini della consorteria hanno discusso di voti. Prima di questa indagine non sapevo neanche chi fosse il sindaco. Oggi c’è Costantino che è del Pd, domani e dopo domani ci sarà il tizio che è del Pdl. Le cose non cambieranno se i calabresi non si arrabbiano. L’abbiamo detto più volte che i calabresi sono un popolo di coloni”.
Un’ultima battuta Gratteri la dedica alla spesa di 50mila euro che il Ministero della giustizia ha sostenuto solo per le fotocopie dell’ordinanza di custodia cautelare (circa 4500 pagine) che, per legge, deve essere notificata a tutti i 65 arrestati: “Bastava fare una modifica a un comma di un articolo per modificare la legge e inviare l’ordinanza via mail all’ufficio matricola del carcere che la scaricava su 10 computer e ogni detenuto se la leggeva quante volte voleva. Oppure costava meno comprare un ebook a ogni detenuto che se lo portava in cella e lo restituiva al termine del processo”.
Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 14th, 2013 Riccardo Fucile
ALLE REGIONALI LOMBARDE FLI POTREBBE RISULTARE DETERMINANTE ANCHE CON L’1%, DATO IL DIVARIO IN DECIMALI CHE SEPARANO L’AVVOCATO MODERATO MILANESE DAL SASSOFONISTA PADAGNO… SE IN FLI NON SI PENSASSE SOLO A SALVARSI IN SEI LA POLTRONA MA SI AVESSE UNA STRATEGIA, QUESTO E’ IL MOMENTO DI RIVENDICARE UN’IDENTITA’ NAZIONALE E REPUBBLICANA
E’ noto che da giorni “Destradipopolo” ha lanciato un appello da questo sito per
evitare il voto inutile ad Albertini governatore, di fronte allo scontro tra le corazzate Ambrosoli, appoggiato dal centrosinistra, e Maroni, autore di una campagna miliardaria, cui Berlusconi ha venduto il nord.
Altri, ben più autorevoli di noi, stanno facendo il medesimo invito dal Centro, anche perchè uno può votare la lista Scelta civica e indicare poi come governatore Ambrosoli, pratica consentita dalla legge elettorale (il cosiddetto voto disgiunto).
Ci accomuna l’obiettivo di impedire che un partito del 4% si impossessi del Nord produttivo del Paese per fare i propri affari tanzaniani o per fornire pinte di birra a qualche razzista che rutta contro i napoletani.
Non a caso quasi tutti i loro esponenti politici in Regioni sono finiti inquisiti.
Non a caso, nonostante le palle dello scopaiolo a senso unico, ben 5 inquisiti sono stati ripresentati nelle liste della Lega.
Non a caso il Cavaliere, per tutelare i propri affari, ha fatto l’accordo con Maroni che ha pure stilato il famoso contratto patacca del 75% di tasse in Lombardia, palla mediatica degna di quella di Silvio sulla restituzione dell’Imu.
Ma vediamo due numerini.
Regionali del 2010: Centrodestra 58,2% Centrosinistra 34,7% Centro 3,9%
Ultimo sondaggio di tre giorni fa: Centrodestra 39,8% Centrosinistra 39,6% Centro 8,5%
Altri sondaggi davano Ambrosoli in testa di un filo, ma facciamo pure finta che sia in vantaggio Maroni dello 0,2%.
E’ evidente che è una occasione irripetibile di mandare la Lega a sorseggiare le acque inquinate del Po.
Se sei di Centro puoi infatti votare Scelta civica come lista e poi Ambrosoli come governatore.
Se sei grillino puoi votare Cinquestelle come lista e poi Ambrosoli come presidente.
Se non lo fai è come se votassi per la Lega e te ne assumi la responsabilità per cinque anni.
Perchè è inutile votare Albertini o Carcano governatore, è un voto buttato.
Se poi sei di destra, a maggior ragione come puoi votare per la becerodestra anti-italiana, per chi è stato anni a fianco di Belsito e non si mai accorto di nulla, per chi ha fatto finta di agitare scope al solo scopo di far fuori Bossi dalla stanza dei bottoni?
Venti anni a fianco di Umberto con la coda tra le gambe da eterno secondo senza accorgersi di ruberie e intrallazzi?
Premesso che la nostra “provocazione” sul voto ad Ambrosoli ha suscitato molto interesse in diversi ambienti (che ci teniamo per noi) e parecchi consensi di amici lombardi di area destra sociale, aggiungiamo un’altra provocazione.
Fli è accreditato di circa l’1% in Lombardia dopo aver fatto l’impossibile per ridursi a questa percentuale, ma sarebbe determinante nel mandare a casa il sassofonista e il compare sguaiato di merende.
Così l’Isabella potrebbe organizzare qualche festa in balera e i due fungere da attrazione. Silvio potrebbe ogni tanto fare l’ospite d’onore con l’altro Bobo e raccontare barzellette sconce.
Per Fini sarebbe l’occasione per dimostrare coerenza e dare un segnale di vita: prenda pubblica posizione a favore di Ambrosoli .
Immagino già due obiezioni.
La prima è che l’elettorato di Albertini è di centrodestra e che lui drena voti che altrimenti andrebbero a Maroni.
Sono balle, le indagini sulla composizione del suo elettorato dimostrano il contrario: il 40% viene da chi non avrebbe votato per nessuno, poi 30% di provenienza di destra moderata e altrettanti di sinistra moderata.
Seconda obiezione: ma così ci si schiera con la sinistra, dio mio.
Ma se non avete avuto vergogna a schierarvi per 20 anni con la peggiore becerodestra italiana degli ultimi 100 anni , perchè dovreste vergognarvi ora a mandarla a casa?
E poi qui si vota un governatore di nome Ambrosoli, non i partiti.
Caro Fini, dimentichi il filmato di Bastia Umbra e l’intervista ad Ambrosoli preso come esempio da Fli?
Ecco cosa scriveva la stampa: “Il 7 novembre scorso, mentre il centrosinistra era impegnato nelle primarie di coalizione, Ambrosoli era a Bastia Umbra alla Convention di Fli. Colpito positivamente dal discorso di Fini, l’avvocato milanese ha intensificato i rapporti con i responsabili lombardi di Futuro e Libertà “.
Ed ecco ancora la stampa in relazione a una candidatura di Ambrosoli per il dopo Letizia Moratti alle comunali di Milano:
“Dopo aver detto no al Partito Democratico, che per un anno lo ha corteggiato per candidarlo sindaco contro Letizia Moratti, Umberto Ambrosoli ha accettato la proposta di Futuro e Libertà , dando la sua disponibilità a presentarsi per il Terzo polo alle prossime amministrative a Milano. Gianfranco Fini lo vorrebbe primo cittadino, ma l’avvocato non ha ancora sciolto le ultime riserve garantendo, comunque, la sua presenza nelle liste.”
L’operazione non andò in porto, ma non vorrai dire che Ambrosoli, candidato governatore di una lista civica, non sia persona stimabile e votabile?
E allora invece di aspettare dietro le quinte l’esito della battaglia, prendi un’occasione e distinguiti per una volta dalla massa: Fli voti Ambrosoli, Monti dica quello che gli pare.
E se passa per l’1% sarà una vittoria di Fli e di quelle centinaia di amici della destra sociale (quella vera, non quella dell’autista di Marchio) che stanno facendo passaparola in Lombardia ( e che presto saranno qualche migliaio).
E’ una grande occasione Gianfranco, non buttarla.
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Febbraio 14th, 2013 Riccardo Fucile
IL PREMIER CORREGGE IL TIRO: “DA NOI C’E’ LIBERTA’ DI VOTO”… INGROIA; “STIAMO CON AMBROSOLI”
La campagna elettorale è arrivata al giro di boa, e la posta in gioco è soprattutto la Lombardia.
Bersani tiene comizi in Brianza e va all’attacco di Monti e di Ingroia, avvertendo del rischio di consegnare la Regione e tutto il Nord alla «irresponsabilità » dei leghisti e di regalare il Senato a Berlusconi.
Ma il pericolo è chiaro anche a Monti.
Dopo avere dato l’alt al voto disgiunto — annunciato da molti dei “suoi”, per il candidato governatore del centrosinistra Ambrosoli invece che per Albertini — il Professore corregge un po’ il tiro: «La mia indicazione è per Albertini, che non toglie voti a Ambrosoli ma alla destra. Però non siamo un partito bensì un movimento che nasce all’insegna della tolleranza, e anche i nostri candidati sono liberi di votare chi credono».
È probabile che altri montiani si aggregheranno al voto pro Ambrosoli.
Ingroia — anche lui in tour elettorale in Lombardia — dichiara l’appoggio al candidato presidente della Regione, Ambrosoli.
Non è affatto tenero con il Pd, non vuole sentire parlare di desistenza, il leader “arancione”, che distingue: «Bersani è un uomo d’apparato con il quale ogni dialogo è impossibile, ma Ambrosoli è espressione della società civile, e quindi il dialogo è stato possibile».
Non è una coincidenza, bensì il segno dell’importanza della Lombardia nella sfida elettorale, il fatto che pure Monti va in Brianza.
Qui parla della necessità di abbassare le tasse.
In un incontro con gli industriali promette il dimezzamento dell’Irap, la riduzione dell’Imu per metà delle prime case, e al Cavaliere che dello spread aveva detto «non ce ne può importare di meno », risponde ironicamente: «Questa è davvero una buona notizia ». Nega che tra lui e Bersani ci siano litigi: «Ci sono solo punti di vista leciti da una parte e dall’altra… ».
Se infatti lo scontro tra il segretario democratico e il Professore continua, tuttavia i toni si abbassano.
L’obiettivo comune è sconfiggere Berlusconi. «Parla di viaggiare in corsia di sorpasso, il Cavaliere? Guida contromano su un’autostrada… e se sotto il giaguaro c’è il leone, vuol dire che spelleremo il leone», reagisce il segretario democratico.
Che fa ricorso all’ironia nei confronti di Monti: «Al voto semi utile non credo».
Gli elettori conoscono il pericolo: «Qui o c’è Ambrosoli o c’è il leghismo, sono due idee totalmente differenti di Lombardia e di Europa…tra gli elettori la partita è chiarissima». Di «tavoli e tavolini » tra il Pd e i montiani per uno scambio lombardo, non vuole però sentire parlare: «Ci si tenga fuori da questi ragionamenti tutti politicisti, penso che la gente è matura e possa valutare da sè e non ha bisogno di nessuno che gli detti il compito».
Il botta e risposta si fa più aspro tra il leader del Pd e il Professore sull’Europa: «Non voglio lezioni da Monti, le mie sono critiche adulte ».
Nè accetta insegnamenti sulle alleanze: «Abbiamo molta più solidità di tutte le altre coalizioni, che sono mimetiche».
E denuncia il contagio dei partiti personali: «Berlusconi ci ha portato al disastro, ma è stato contagioso perchè ci ha fatto entrare nel sangue, come se fosse normale, organizzare il sistema politico attorno a delle persone. Ma nel Pdl dopo Berlusconi cosa c’è? E dopo Monti? E dopo Grillo? E dopo Ingroia? ».
Alla regola dei partiti personali, aggiunge, sfugge il Pd: «Da noi un messaggio di cambiamento ».
Sull’incompatibilità tra Monti e Vendola, Bersani è ottimista: «Sono cose da campagna elettorale…».
Oggi il candidato premier del centrosinistra sarà in Sicilia, l’altra regione in bilico in cui si gioca la partita elettorale con il centrodestra per il Senato.
E nell’Isola potrebbe essere Ingroia a fare la differenza, in presenza di uno sgretolamento del centrodestra.
Gli ingroiani tuttavia, a cominciare dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, non sono disposti a trattative.
Giovanna Casadio
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Febbraio 14th, 2013 Riccardo Fucile
ALTRA IMPORTANTE DICHIARAZIONE DI DISPONIBILITA’ NEI CONFRONTI DEL CANDIDATO CIVICO AMBROSOLI…”HO IL MASSIMO RISPETTO PER GLI ELETTORI, LIBERI DI ANTEPORRE IL LORO GIUDIZIO A TUTTO IL RESTO”
Oscar Giannino non ha dubbi: Umberto Ambrosoli è meglio di Roberto Maroni.
Contrario al voto disgiunto, il giornalista e leader di “Fermare il declino” non nasconde però di preferire il candidato del centrosinistra nella sfida per la regione Lombardia.
Di più, a due settimane dal voto regionale per scegliere il successore di Roberto Formigoni, Giannino si dice pronto a collaborare con Ambrosoli «sui singoli provvedimenti».
Diversi montiani sono usciti allo scoperto, annunciando un voto disgiunto a favore di Ambrosoli.
«E’ una circostanza che mi colpisce, perchè quattro settimane fa hanno dato vita a una nuova formazione e oggi dicono a chi pensa di votarli che si può scegliere il voto disgiunto».
Eppure tempo fa lei disse di apprezzare Ambrosoli, mentre fu critico con Maroni.
«Il giudizio lo riconfermo, ma non sono nelle condizioni di chiedere di sostenere Ambrosoli e di non votare per il nostro candidato».
E allora come si concretizza questa preferenza per il candidato del Pd?
«Il miglior aiuto che possiamo dare a una coalizione di Ambrosoli è avere quanti più consiglieri regionali possibile, in modo da permettere alla Regione di fare passi avanti, ad esempio sulla sanità ».
Questo significa sostenere un governo regionale di centrosinistra?
“Dobbiamo mettere i nostri consiglieri regionali nelle condizioni di dare un sostegno sui singoli provvedimenti, per cambiare lo schema dopo 18 anni di politiche unidirezionali. Cosa diversa è invece il voto disgiunto, perchè in questo caso daremmo una mano a partiti zoppi. Bisogna superare l’attuale schema, in questo senso il voto disgiunto non lo capisco».
E cosa si sente di dire a un elettore che sceglie Giannino in Parlamento e Ambrosoli in Regione?
«Gli elettori hanno sempre ragione. A differenza di Berlusconi, io ho il massimo rispetto per gli elettori: sono liberi di anteporre il proprio giudizio a tutto il resto, ci mancherebbe…».
Teme che una vittoria di Maroni possa far traballare gli equilibri nazionali?
«Questo non lo credo, perchè nel centrodestra a guida berlusconiana ci sarà comunque uno smottamento inevitabile. L’errore di Maroni è stato di prospettiva. Ha fatto male a tornare sui suoi passi, alleandosi di nuovo con Berlusconi. E’ una prospettiva senza futuro, il segretario della Lega doveva guardare oltre».
Con le Politiche ci sarà un cambio di direzione a livello nazionale?
«La vera novità di massa è Grillo. Poi ci siamo noi, anche se siamo appena nati. L’importante è che ci sia in Parlamento un quinto, forse anche un quarto del totale di parlamentari “nuovi”. Questo cambia la situazione. Pensate a uno come Amato: non ce la farà ad andare al Quirinale e non per una questione di numeri, ma per la pressione fortissima che ci sarebbe nel Paese».
Allo stesso modo serve un cambio di rotta in Lombardia.
«La Regione ha bisogno di cambiare. In fondo è lo stesso motivo per cui il centrosinistra ha scelto Ambrosoli dalla società civile ».
Tommaso Ciriaco
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Febbraio 14th, 2013 Riccardo Fucile
INIZIA IL PROCESSO A FIORITO…PARTITA APERTA E CAMPAGNA PORTA A PORTA
L’appuntamento è per domani davanti al giudice per le udienze preliminari, processo con rito abbreviato.
Franco Fiorito, ex capogruppo del Pdl alla Regione Lazio, è accusato di essersi intascato circa un milione e 400 mila euro dei fondi destinati al suo gruppo consiliare.
E’ da qui che bisogna iniziare, dalle gesta di «Er Batman», dai suoi pasti pantagruelici, ostriche e champagne, dalla suite di cinquecento metri quadri alle Maldive divisa con Samantha per la modica cifra di 50 mila euro, dalle ville, i terreni, i regali e i favori, per capire che aria politica tira nel Lazio.
La cassaforte del consenso della destra è saltata, la strada, per quel mondo, è tutta in salita dopo la performance amministrativa di Polverini cui si aggiunge quella del sindaco Alemanno.
Il centrosinistra intende approfittarne. Posta in gioco altissima.
Nel Lazio votano circa quattro milioni di persone, nel Lazio insiste la più grande area metropolitana del Paese, Roma.
28 i seggi assegnati al Senato, 16 a chi vince e prende il premio di maggioranza (15 andrebbero, al caso, al Pd, uno a Sel) 12 all’opposizione.
Numeri che pesano.
I manifesti parlano dei veri protagonisti di questa campagna.
La sfida più sentita — decisiva anche per le politiche — è quella tra Nicola Zingaretti e Francesco Storace, già governatore del Lazio, deciso a tornare sul luogo del delitto, nonostante il soprannome che i detrattori gli affibbiano, ovvero “Mister 10 miliardi”, per via del drammatico buco della sanità (ovviamente lui declina responsabilità e dà numeri diversi).
Chi metterà piede alla Pisana (il palazzo della Regione) si porterà dietro anche il voto nazionale.
Effetto traino più effetto Batman.
Che ci sia un potenziale vincitore e un potenziale perdente, parliamo di centrosinistra e centrodestra, lo sanno tutti.
Il Lazio non è come la Lombardia.
Però, come dice Enrico Gasbarra, segretario regionale del Pd, «il sorriso non deve fermarci le gambe».
Non a caso ieri riunione di tutti i candidati Pd di ogni ordine e grado, dalle regionali al Parlamento, per serrare le fila in questi ultimi 10 giorni: «Non dobbiamo essere tranquilli, non dobbiamo dare nulla per scontato, guai ad abbassare la guardia, battete il territorio, guardate i cittadini negli occhi».
Ugo Sposetti, candidato al Senato, esegue alla lettera.
Lo si può incontrare ogni giorno tra il Tiburtino e il Quadraro, non proprio quartieri da gauche-caviar, con il suo furgone Doblò, a distribuire santini e istruzioni per il voto.
La sinistra sembra aver capito la lezione dopo le tranvate prese in passato.
Nicola Zingaretti: «Non vogliamo solo vincere ma ricostruire la speranza, al di là delle appartenenze politiche ».
Lo slogan della sua campagna è «Un nuovo inizio», stampato persino su un inedito gadget-kit da giardinaggio.
Un nuovo inizio all’insegna della legalità , un appello alla riscossa aperto anche a grillini rabbiosi, pidiellini pentiti, astensionisti (con i radicali pessimi rapporti siamo alle querele).
Non è un caso che il Pd abbia scelto, come capolista al Senato, il magistrato Pietro Grasso e che Futuro e Libertà presenti, come aspirante governatore e candidata al Senato, Giulia Bongiorno con lo slogan «Facciamo giustizia».
Campagna dura, di svolta.
La destra ha un radicamento storico nel Lazio, a suo tempo il Msi da queste parti faceva l’11 per cento.
Adesso a Rieti c’è un sindaco di Sel e Gasbarra sente odore di inversione di tendenza: «Abbiamo lavorato molto in questi anni. Speriamo di far cambiare colore a questa regione». Frosinone, Latina, feudi della destra con percentuali bulgare di consenso.
Flavia Perina, in testa alla lista di Fli per la Camera, riassume amara: «La destra ha governato e ha fatto casino».
Cinque anni fa Gianni Alemanno prese per il Campidoglio 170 mila voti in più della sua Lista, e la Polverini fu eletta addirittura senza le liste del Pdl. Anni di vacche grasse. Finiti.
Fli si sente «Davide contro Golia»: «Non abbiamo soldi per i manifesti, possiamo solo contare sulla nostra reputazione di persone perbene».
Il Pdl deve far dimenticare le gesta dei suoi a livello locale (anche se li ha in gran parte ripresentati) ma anche nazionale. Maurizio Gasparri, secondo dopo Berlusconi nella Lista Pdl al Senato, ha un linguaggio realistico: «Nel Lazio dobbiamo recuperare, la battaglia è difficile ma aperta».
«Cabala e logica», evocate dall’ex colonnello di An, suggeriscono che vada come è sempre andato in questa regione: «Da sempre qui valgono le fasi alterne, ora di qua, ora di là ».
Toccherebbe dunque a Zingaretti, la cui probabile vittoria dovrebbe energizzare anche il voto per il centrosinistra alle politiche.
Lui va comprensibilmente cautissimo: «Do una mano alla ditta».
Basso profilo in una regione che può riservare sorprese. Sempre Zingaretti: «E’ una mela spaccata in due e noi siamo un po’ meno della metà ».
Con questa legge elettorale — ricorda Gasbarra — il centrosinistra non ha mai preso la maggioranza al Senato. Questa volta ci provano, forti di un «clima favorevole».
Per le primarie Bersani/Renzi si son mosse trecentomila persone e, a Roma, centodiecimila elettori hanno fatto la fila lo scorso dicembre per scegliere i parlamentari. Da allora i 3000 volontari dei gazebo sono rimasti «spalmati sul territorio » e sono operativi anche in queste ore per la doppia sfida politiche/regionali. Francesco Storace vede naturalmente il mondo dal suo versante: «Io dico che a sinistra hanno terrore di me. Ogni giorno mi attaccano su tutto, si sono anche aggrappati ad una croce celtica messa su un tavolino da un militante che io manco conosco. Questa si chiama fifa blu».
Stoffa di camerata combattente, voglia di rivincita, lo slogan è perentorio: “Ora credici”. Esibisce il curriculum e provoca: «Ci sono dodici candidati governatori. Solo io so come funziona la macchina della Regione».
Zingaretti, massimo della perfidia, lo ignora.
E Grillo? Nessuno si permette più di archiviarlo con il sorriso. Difficile quantificare il suo successo nel Lazio.
Perina fa notare la scelta non casuale del comico: «Chiuderà la campagna elettorale a Roma in piazza San Giovanni». La piazza storica della sinistra, già “violata” nel 2007 da Berlusconi con un raduno anti-Prodi. Chissà quanti romani conquisterà .
Le liste presentate al Senato sono 28, anche parecchio di nicchia come «No alla chiusura degli ospedali» o «Dimezziamo lo stipendio ai politici».
Il Lazio: specchio del Paese imploso.
L’imputato Fiorito, per nulla dimagrito, affronta il processo, il centrosinistra spera nel «Nuovo Inizio».
E, a maggio, si vota anche per il Campidoglio.
Alessandra Longo
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