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BERLUSCONI PRONTO ALLA MOSSA: “E’ BERSANI L’ULTIMO OSTACOLO, ORA VOGLIO PARLARGLI DI PERSONA”

Aprile 9th, 2013 Riccardo Fucile

E INSISTE: “GOVERNO INSIEME O UNO DI NOI PER IL COLLE”…INCONTRO PREVISTO NELLE PROSSIME 48 ORE

Le condizioni che Silvio Berlusconi detta ai suoi ambasciatori per tentare un’intesa col Pd restano pressochè «inaccettabili », per Bersani e i suoi.
E riportano a un esecutivo con tanto di ministri Pdl dentro.
Così, a ridosso dell’incontro tra i due leader – entro le prossime 48 ore, dicono – le distanze tra le due sponde restano immutate.
E per il leader Pdl il voto anticipato, anche il 7 luglio, si conferma l’opzione più probabile.
«La nostra proposta ormai è sul tavolo, sta a Bersani accoglierla o respingerla, a sua scelta» dice un Cavaliere pacato, nei colloqui avuti nel pomeriggio con i parlamentari sentiti e incontrati ad Arcore, prima di imbarcarsi in serata per un rientro anticipato a Roma (che ha fatto sospettare a molti anche l’imminenza del faccia a faccia).
Eccole, allora, le condizioni. «Alleanza di governo col Pd, con nostri ministri dentro, e un presidente della Repubblica condiviso indicato a quel punto da loro» è il primo paletto.
E il nome gradito, non ne fa mistero Berlusconi, sarebbe quello di Giuliano Amato. Oppure, in alternativa, un governo Bersani, o comunque guidato dal Pd, che il leader Pdl potrebbe accettare di sostenere dall’esterno, «ma lasciando a quel punto a noi la scelta del presidente della Repubblica».
È un ritornello, ormai, che Berlusconi ripete a tutti i suoi interlocutori e che ha ripetuto in serata ai dirigenti Pdl incontrati a Palazzo Grazioli.
Una terza via esiste ma, per quanto lo riguarda, è quella che porta dritti al voto, e alla svelta.
Se non potrà  essere il 30 giugno, a Villa San Martino hanno cerchiato già  di rosso il 7 luglio.
«Speriamo che le parole del capo dello Stato possano ammorbidire Bersani» ragiona il Cavaliere, per nulla fiducioso tuttavia, dopo la lettera di ieri del segretario democratico su Repubblica.
Non a caso, per tutto il giorno gli attacchi dei suoi a Bersani si sono intensificati.
Tutti dello stesso tenore: «Basta con gli psicodrammi Pd, il tempo è scaduto» (Annamaria Bernini), «Italia a bagnomaria per colpa della sua prepotenza» (Licia Ronzulli).
Il fatto è che l’ex premier Pdl considera sempre più Bersani un «ostacolo» sulla via dell’intesa col Pd, «un partito ormai spaccato».
In ogni caso, nella paralisi generale, preferisce parlargli personalmente piuttosto che affidarsi a pontieri e ambasciatori «che non sappiamo per conto di chi trattino».
Alle 19 telefona al Tg4 per rammaricarsi della scomparsa della Thatcher e confermare a viva voce che «finalmente Bersani si è reso disponibile a un incontro, ma la posizione del Pdl resta quella: bisogna dare subito un governo forte e stabile al Paese per adottare i provvedimenti urgenti per l’economia ».
Cita gli otto punti e accusa «l’inedia delle altre forze politiche che hanno già  perso 43 giorni col Paese che non può aspettare».
Refrain da campagna elettorale.
Nelle ore che hanno preceduto il rientro a Grazioli i contatti tra i “pontieri” dei due schieramenti si sono intensificati, Alfano, Verdini, Cicchitto, Gianni Letta, da un lato, Errani, Enrico Letta, dall’altra.
Con i primi a rapporto già  in serata dal capo.
Resta tutto lo scetticismo di fondo, a sentire i diretti interessati.
La manifestazione di sabato a Bari andrà  in una direzione o nell’altra a seconda dell’esito dell’incontro con il leader Pd.
«Perchè è chiaro che se, nonostante l’evidente responsabilità  che stiamo dimostrando, continueranno a dirci no – ragiona il pur moderato Maurizio Lupi – se Bersani tenterà  il colpaccio con un pugno di grillini, a quel punto la nostra posizione diventerà  durissima e ostile».
Renato Brunetta, sulla scia del M5s pronto a occupare le aule da oggi, aveva suggerito a Berlusconi e Alfano di inventarsi qualcosa di altrettanto eclatante, per additare il Pd quale «unico responsabile dell’immobilismo ».
Linea cassata, per ora, almeno fino a sabato.
La Piazza della Libertà  di Bari sarà  lo spartiacque.
Prova di forza, comunque, a cinque giorni dall’avvio delle votazioni per l’elezione del prossimo inquilino del Quirinale.
A una riconferma dell’attuale, ormai anche il Cavaliere ha rinunciato, a fronte del rifiuto categorico di Napolitano.
Mentre tra i suoi c’è anche chi, come la fedelissima Michaela Biancofiore, lancia un sito (Berlusconialquirinale.org) e comitati pro Silvio per sponsorizzarne la candidatura al Colle.
Alla Presidenza il Cavaliere non guarda più da tempo, preferisce concentrarsi sul voto. Anche alla luce dei sondaggi ultimi consegnatigli ieri da Alessandra Ghisleri.
E che darebbero per esempio Grillo in discesa (al 24), un dato considerato «confortante», mentre la coalizione di centrodestra in vantaggio al 33 per cento, contro il 30 del centrosinistra.
Numeri sufficienti per lasciare accesi i motori.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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PD, LA RIVOLTA DELLA BASE CONTRO IL DIALOGO CON IL PDL

Aprile 9th, 2013 Riccardo Fucile

SULWEB PIACE LA LINEA DURA DI BERSANI…VOLANO INSULTI AI POST-DEMOCRISTIANI

«Meglio la spaccatura del partito che l’inciucio con Berlusconi e Monti!», grida via facebook uno dei tantissimi estimatori della linea dura di Bersani: quel «no al governissimo» ribadito ieri con una lettera a Repubblica, che ha scatenato un’ondata di entusiasmo dei duri e puri.
E se ai falchi della rete, quelli di «accordi con nessuno, o si governa a mani libere o si torna al voto», si sommano le invettive contro i «vecchi democristiani di m…», spuntate come funghi dopo l’apertura di Franceschini al dialogo con Berlusconi, si capisce perchè siano in molti ormai a temere che si riaffacci lo spettro di una scissione.
«Mi aspettavo reazioni negative al governo di transizione col Pdl, ma non gli inviti ad andarsene via dal Pd a quelli che non vengono da una storia di sinistra», ragionava ieri con i suoi uomini lo stesso Franceschini.
Per la prima volta preoccupato per la tenuta del partito, che stavolta potrebbe rischiare una seria frattura.
Ed è facile immaginare che questi segnali di apprezzamento che escono dalla pancia di una sinistra desiderosa di non deporre le armi risultino graditi al segretario: che infatti, anche ad uso tattico, è tornato a mostrare la faccia dura.
La guerra delle piazze con Berlusconi però si tramuterà  in una manifestazione in solitaria che Bersani terrà  sabato in un teatro della periferia di Roma: senza il supporto di altri big che non apprezzano l’iniziativa, soprattutto quelli dell’area più moderata. Di colpo diventati molto scettici, grazie anche alle voci di un possibile accordo tra renziani e «giovani turchi» per «sparigliare» con un nome «nuovo» per il Quirinale, sulla possibilità  che si riesca a votare con un metodo di larga condivisione il prossimo capo dello Stato nella figura di Franco Marini; e ancor di più scettici, di conseguenza, che poi si riesca a formare un «governo del Presidente».
«Perchè è un’operazione talmente complessa che non la si fa senza l’appoggio del segretario», dicono i «trattativisti» del Pd.
Che adesso prevedono tempi cupi e scenari nefasti, come un rotolare verso le urne e una spaccatura del Pd, con la parte ex diessina che si ritroverebbe in una sorta di forza socialdemocratica e Renzi che darebbe vita ad una sua lista civica autonoma.
Non è passato inosservato che il segretario del Pd romano e quello di Sel evochino una lista «Roma Bene Comune» per la sfida del Campidoglio, senza il simbolo del Pd, «un altro segnale di accelerazione verso una saldatura della sinistra», dicono gli ex Dc. Convinti che vi siano spinte per tornare a uno schema in cui il Pd si divide in due, «una cosa al centro con dentro Renzi e un partito identitario a sinistra».
Bersani è consapevole che gli animi sono agitati e domani proverà  a sedarli nell’assemblea del gruppo della Camera, dove si parlerà  dei criteri per il Colle, ma si voterà  un pacchetto di nomine interne: quattro vicecapigruppo e tre segretari d’aula da ripartire tra franceschiniani, renziani, bindiani, fioroniani, veltroniani e «turchi».
E malgrado il tentativo di riportare la quiete tra le correnti, gli ex Ppi mettono in conto un ritorno delle lancette della storia indietro di una decina d’anni.
«Con il Pdl erano ad un passo dall’accordo e ora è più complicato, vogliono far saltare il Capo dello Stato condiviso da tutti. Se non si dà  alcun segnale di apertura è chiaro che è così», dice Beppe Fioroni.
«E se si ricade nella tentazione di trincee contrapposte, facendosi interdire il dialogo da Grillo e Casaleggio si rischia una china pericolosa…».

Carlo Bertini
(da “La Repubblica”)

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BERSANI GELATO DALL’USCITA DEL COLLE: “IO IL GOVERNO COL PD NON LO FARO’

Aprile 9th, 2013 Riccardo Fucile

META’ PD SPINGE VERSO SILVIO… D’ALEMA VA DA RENZI

L’ennesima incomprensione tra il Pd e Napolitano.
Quando il vertice Bersani-Berlusconi è ormai imminente, quando mancano solo dieci giorni alle votazioni per il nuovo capo dello Stato.
A Largo del Nazareno vivono con stupore l’uscita del presidente della Repubblica, la richiesta di «coraggio », il richiamo all’accordo politico che segnò la stagione della solidarietà  nazionale. «Allora uno governava, l’altro consentiva», si limita a commentare Bersani parlando con i suoi collaboratori.
Ossia, le parole dell’inquilino del Quirinale non si devono leggere in contrapposizione con la proposta del governo di cambiamento.
«L’accordo politico con Berlusconi si realizza nella Costituente per le riforme – spiegano dalla sede del Pd –. Che è qualcosa di più di una Bicamerale. I costi della politica, la riduzione del numero dei parlamentari, la stessa modifica della legge elettorale toccano direttamente i cittadini. Come dimostra il successo dei 5stelle».
Ma il discorso di Napolitano viene decrittato in maniera opposta dai sostenitori del piano B.
Da chi sta facendo pressioni sul segretario per arrivare a un’intesa “vera” con il Cavaliere. Anche rinunciando al suo tentativo, sostituendolo nel ruolo di candidato principale a Palazzo Chigi.
Quello del capo dello Stato si trasforma così in un assist per questa parte del Pd. «Tutti sappiamo che Napolitano era favorevole alle larghe intese», avrebbe confidato Dario Franceschini ai suoi fedelissimi ricordando il passaggio delle consultazioni.
Dunque, in questo senso bisogna leggere il suo invito.
Significa indicare una rotta diversa dalla “non sfiducia” che fu la formula di quel lontano 1976.
E dalla “non maggioranza” predicata da Bersani fin dal giorno successivo al voto. Insomma, all’incontro con il Cavaliere (che potrebbe avvenire senza troppa pubblicità  tra oggi e domani) occorre arrivare con una proposta davvero aperta.
Non solo con il no al governissimo, che in queste settimane è stato caldeggiato soltanto da Graziano Delrio e Matteo Renzi.
Si può trovare una via di mezzo per dare un esecutivo al Paese.
Abbandonando la minaccia di mettersi di traverso a governi di scopo o del Presidente.
Se questa è l’interpretazione che una fetta del Partito democratica può dare alle frasi di Napolitano non è certo un buon viatico per la difficile strada di Bersani, confermata nella lettera di ieri a Repubblica.
La partita adesso è quella sul Quirinale.
Deciderà  sia il nuovo capo dello Stato sia il governo del futuro.
Bersani la gioca guardando alle risposte del centrodestra, ma continuando a monitorare i movimenti nel fronte grillino. Non a caso il circolo dei suoi fedelissimi — Vasco Errani, Maurizio Migliavacca ed Enrico Letta — si è diviso i compiti.
Fra loro, c’è chi segue da vicino gli sviluppi della discussione all’interno dei 5stelle, pur sapendo che una maggioranza organica con i parlamentari del comico rimane impossibile.
Ma dietro al lavoro del segretario le manovre di altri dirigenti non sono più nemmeno tanto nascoste.
Un’eco si potrebbe sentire già  oggi nella riunione dei gruppi parlamentari.
Giovedì, invece, è praticamente sicuro un incontro a quattr’occhi tra Renzi e Massimo D’Alema, i due grandi nemici delle primarie.
“Rottamatore” e “rottamato” si annusano da una settimana.
L’ex premier sarà  a Firenze tra due giorni per un convegno e gli staff, a cominciare dall’ex vicesindaco Dario Nardella, preparano una visita di “cortesia” a Palazzo Vecchio.
Come se fosse un incontro istituzionale. Non sarà  così.
Sul tavolo ci sono gli assetti del Pd, la candidatura di Renzi, la nascita dell’esecutivo e l’atteggiamento dei 51 parlamentari renziani nelle votazioni per il Colle. D’Alema del resto rimane stabilmente nel toto- Quirinale.
È il momento perciò di siglare una tregua stabile con il sindaco di Firenze.
Senza il Pd non si può fare nulla, ripetono a Largo del Nazareno.
Ma se il Pd si presenta agli appuntamenti-chiave diviso, allora la posizione del segretario si indebolisce. Per i bersaniani l’assenza di un’alternativa è nei fatti, «verificata dallo stesso Napolitano nel suo giro di consultazioni».
Però se il partito ha cambiato posizione, non sarà  facile, anche per il nuovo presidente della Repubblica, non tentare una strada che eviti il ritorno alle urne a giugno.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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