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IN PIAZZA SANT’APOSTOLI VANNO IN ONDA LE “BUFFONARIE” GRILLINE: SCELGONO UNA PIAZZA PICCOLA, NESSUN PALCO E GRILLO NON PARLA

Aprile 21st, 2013 Riccardo Fucile

IN MATTINATA IL CAPOCOMICO, DOPO AVER RIFIUTATO PER MESI CONTATTI CON I GIORNALISTI, LI CONVOCA IN CONFERENZA STAMPA PER RIDURRE IL GOLPE A GOLPETTINO… DOPO AVER AIZZATO LA FOLLA ORA SI TRAVESTE DA POMPIERE

«Ieri ho detto “golpe”, ma intendevo “golpettino istituzionale furbo”, giocato sulla semantica». Esordisce così Beppe Grillo il giorno dopo la rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale. Quando domenica mattina il leader dei Cinque Stelle entra in sala, alla Città  dell’Altra Economia, nel quartiere del Testaccio, a Roma, tra i grillini è standing ovation.
Lui parla, in piedi, suda, durante una conferenza stampa che assomiglia più a un comizio.
Alla sua destra c’è Roberta Lombardi, a sinistra Vito Crimi.
«Ieri sera potevo venire in piazza, ma avevo paura che la mia presenza potesse favorire la violenza», ha spiegato subito l’ex comico genovese, commentando la sua rinuncia a partecipare alla manifestazione di fronte a Montecitorio, inizialmente convocata sabato sera.
Peccato che le sue parole sul golpe avessero invece aizzato gli animi.
«Non voglio entrare in questi giri», taglia corto.
Poi affonda su Bersani, «parte dello sfacelo di questo paese»: «Non ho mai sentito il riconoscimento del nostro movimento, primo partito in Italia, ci chiamano grillini e dilettanti allo sbaraglio, ma stiamo lavorando”.
Parlando del prossimo governo però, un punto è chiaro: «Se i candidati sono Amato o Letta, non ci sarà  nessuno spazio per collaborare», spiega Roberta Lombardi, capogruppo alla Camera dei Cinque Stelle. Ed è sicuro anche che «se ci metteranno in un angolo, resteremo in un angolo», aggiunge Grillo.
«Siamo seduti su una polveriera: senza crescita ci sarà  una sollevazione popolare».
«Sto calmando gli animi, dovreste ringraziarci tutti», ha detto ancora Grillo. «Stiamo tenendo la calma. La gente ci parla dei fucili e noi stiamo calmando gli animi. In francia c’è Le Pen, in Grecia c’è Alba Dorata. Qui ci siamo noi, i grillini».
Appunto, siamo a posto.
Intanto, al suo arrivo in piazza Santi Apostoli, dove era previsto la manifestazione dei Cinque Stelle contro la rielezione di Napolitano al Quirinale, Grillo è stato subito assediato da fotografi e giornalisti.
Lui è salito sopra la sua auto e ha gridato «Arrendetevi».
Un saluto brevissimo.
Manifestazione annullata.
Ci si chiede come si possa essere così sprovveduti da scegliere per un comizio una piazza cosi piccola e senza neanche predisporre un palchetto.
Se questi devono governare l’Italia come sanno organizzare una manifestazione siamo sistemati.
Dopo due ore dal presunto comizio la gente aspetta ancora di sapere se Grillo tornerà  o meno: la polizia fa sapere che per loro problemi non ce ne sono.
La farsa continua.

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LO SFOGO DI BERSANI: “TUTTO IL PESO SU DI ME, MATTEO SENZA FRENI, VUOLE SOLO LE ELEZIONI”

Aprile 21st, 2013 Riccardo Fucile

“MI DOVEVO TOGLIERE DI MEZZO, ADESSO SONO PIU’ LIBERO DI FARE POLITICA”

«Basta con queste lacrime, guardate che mi arrabbio ».
Ma il primo a commuoversi è stato lui quando Napolitano ha superato il quorum.
Le mani davanti agli occhi, ha chinato il capo, ha ceduto alla tensione degli ultimi 55 giorni.
Un lungo tragitto che doveva portarlo a Palazzo Chigi e invece è terminato con le dimissioni. È l’ultimo giorno da segretario di Pier Luigi Bersani.
Adesso sorride solcando il corridoio che lo porta nella stanza del dramma, quella alle spalle dell’emiciclo di Montecitorio dove sono state vissute le sconfitte di Marini e di Prodi, quella dove ha deciso di gettare la spugna.
Lo seguono a un passo le donne del suo staff Chiara Muzzi, Paola Silvestri, il direttore di Youdem Chiara Geloni.
Hanno gli occhi lucidi. Ancora dietro il portavoce Stefano Di Traglia che gli annuncia la presenza della conduttrice di Telecamere Anna La Rosa nel suo studio. «Mamma mia, e che ci fa lì?». Un saluto, risponde Di Traglia.
Allora Bersani mima il gesto di un abbraccio ampio e avvolgente. «Le darò un bel bacio».
La sera di venerdì, dopo il discorso durissimo contro i traditori all’assemblea del cinema Capranica, ha chiesto ai capigruppo Roberto Speranza e Luigi Zanda, a Enrico Letta, a Maurizio Migliavacca e Vasco Errani di risolvere assieme a lui il rebus del Quirinale.
Sapendo che l’unica soluzione era il bis di Giorgio Napolitano.
In un ristorante di Testaccio, la war room bersaniana si è riunita l’ultima volta con il leader. «Serviva una scossa. E adesso io sono più libero di fare politica e sono più responsabili i parlamentari di fronte agli eventi. Soprattutto di fronte alla scelta di eleggere un presidente della Repubblica»
Il segretario uscente spiega che sulla sua figura si sono scatenate le tensioni interne e le conseguenze della mezza vittoria.
Nel tritacarne sono finiti Marini e Prodi.
Ma l’altro bersaglio grosso era lui. E la sua poltrona.
«In questi 55 giorni difficilissimi, il peso delle scelte del Pd è finito tutto su di me. Normale che fosse così. Mentre tentavo una strada complicata e cercavo di dare una risposta a un risultato elettorale impazzito, però, è venuta meno la solidarietà  minima che dovrebbe esistere in un partito.
Gli altri pensavano alle loro manovre, anche quando in gioco c’erano le istituzioni». Non è stato tanto il problema di «sentirsi solo. Ma alla fine il cerino finiva sempre nelle mie mani. Intanto, gli altri facevano i giochini».
Per sbloccare la partita del Colle dunque erano necessarie, obbligate le dimissioni. «L’atteggiamento irresponsabile dei parlamentari andava assolutamente bloccato. Bisognava fermare lo scaricabarile. Siccome il barile principale ero io, mi dovevo togliere di mezzo. Dovevo farlo per arrivare a una soluzione, per eliminare gli alibi di gruppi e gruppetti».
Poi, certo, Bersani ha preso atto degli schiaffi in faccia, della sua gestione faticosa e carente della crisi politica.
Poteva forse coinvolgere di più Matteo Renzi, farlo entrare nella stanza dei bottoni che in un modo o nell’altro il sindaco di Firenze aveva già  conquistato agli occhi dell’opinione pubblica e soprattutto del partito.
Se non altro per il risultato corposo delle primarie.
«Renzi però – spiega Bersani – ha cominciato a mettere veti sapendo che dopo toccava a noi risolvere i problemi. Marini e Finocchiaro erano due nomi su cui stavamo lavorando da tempo, poi è arrivato lui con il suo no. E noi dovevamo ricominciare daccapo».
Renzi, dopo un iniziale feeling che neanche la sfida per la premiership aveva intaccato, è diventato un avversario interno.
Aggressivo, spregiudicato, senza freni.
«Negli ultimi giorni forse ha capito che stavamo per chiudere sul nostro schema. Lui invece doveva accelerare il voto perchè sentiva che il suo treno passava adesso».
Ma ci sarà  tempo per le rese dei conti e per la battaglia. Bersani non sparirà .
A metà  mattina fa chiamare Cristina Ferrulli dell’Ansa, Mara Montanari dell’Adnkronos e Sabina Bellosi dell’Agi per annunciare: «Che farò adesso? Non andrò all’estero…».
È il modo per dire che non sparirà  dal dibattito, ma è anche il regalo di una piccola esclusiva alle colleghe delle agenzie di stampa che lo hanno seguito costantemente nei quattro anni della sua segreteria, aspettandolo sotto la sede di Largo del Nazareno con il solleone e con la neve.
Un congedo affettuoso.
Ai parlamentari che lo raggiungono al suo banco dell’aula durante la votazione finale ripete come un mantra che le sue dimissioni erano inevitabili.
Ai più giovani consiglia ancora una volta di «spegnere ‘sto telefonino ogni tanto.
Non potete fare politica solo con Twitter e Facebook ».
Per il futuro del Partito democratico vede il pericolo dell’irrilevanza se non viene rifondato su nuove basi.
«Dall’opposizione e durante il governo Monti siamo riusciti a tenere insieme il Pd. Arrivati al momento di un confronto con la cultura di governo siamo implosi. Su questo dovrà  riflettere il centrosinistra».
Alla fine della giornata, c’è il volo per Milano pieno zeppo di parlamentari del Pdl. Loro trionfanti, al centro del gioco politico. Lui dimissionario e con un partito distrutto.
Alcuni lo salutano, altri si danno di gomito.
Per fortuna, a un’ora di macchina c’è Piacenza e il ritorno a casa.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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SI VOTA IN FRIULI VENEZIA GIULIA PER IL PRESIDENTE DELLA REGIONE, PRIMO TEST DOPO LE POLITICHE

Aprile 21st, 2013 Riccardo Fucile

CANDIDATI SONO SERRACCHIANO (PD), TONDO (PDL), GALLUCCIO (M5S), BANDELLI (CIVICA)… I RISULTATI PRECEDENTI UTILI PER UN CONFRONTO

Al via il voto in Friuli Venezia Giulia. Urne aperte dalle 8 di mattina per l’elezione del presidente del Consiglio regionale e degli organi elettivi di governodella provincia di Udine e di 13 comuni della stessa Regione.
AFFLUENZA IN CALO   L’affluenza alle urne rilevata alle ore 12.00 è stata del 10,09 per cento, in calo del 6 per cento.
Nel 2008, infatti, l’affluenza allo stesso orario era stata del 16,05 per cento. I votanti sono stati 70.607 su 1.099.334 aventi diritto.
I CANDIDATI Sono 4 i candidati alla presidenza della Regione.
Franco Bandelli, imprenditore di 52 anni, che ha dato vita alla lista con cui è candidato, “Un’altra Regione“, dopo l’uscita dal Pdl.
Il suo è uno slogan in stile social network, “#ladifferenza“.
Saverio Galluccio, 41 anni, è il candidato del Movimento 5 Stelle. E’ il direttore commerciale di un’azienda della bioedilizia e, fino alla campagna elettorale, è rimasto estraneo alla vita politica.
Il suo slogan è “Vota il vero cambiamento“. Beppe Grillo è sceso in campo per sostenere la sua campagna. Con il suo camper ha girato le piazze della Regione per una settimana, “incontrando i cittadini con il candidato”.
Anche il candidato del Pdl, Renzo Tondo, ha ricevuto il sostegno del leader del suo partito, Silvio Berlusconi, che è intervenuto con un comizio, in piazza San Giacomo, dove è stato contestato.
Tondo è un albergatore di 56 anni. Lo slagan della sua campagna, sostenuta da Lega Nord, Pensionati, la civica Autonomia responsabile, Pdl, Udc e la Destra è “Autonomia responsabile“.
La candidata del centrosinistra è Debora Serracchiani. Avvocato del lavoro, ha 42 anni ed è nata a Roma.
Il suo slogan è “Torniamo a essere speciali“. I partiti che la sostengono sono Slovenska Skupnost, Sel, Pd, Cittadini per Debora Serracchiani Presidente e Idv.
OPERAZIONE DI VOTO
Gli elettori interessati, secondo il Viminale, sono oltre un milione (531.958 maschi e 574.092 femmine). Le sezioni elettorali sono 1.374.
Le operazioni di voto per le consultazioni elettorali e referendarie si svolgeranno oggi fino alle 22 e domani dalle 7 alle 15.
Lo scrutinio delle schede avrà  inizio domani subito dopo la chiusura delle votazioni. Per le elezioni provinciali e comunali l’eventuale turno di ballottaggio avrà  luogo nei giorni di domenica 5 e lunedì 6 maggio.

RISULTATO DELLE REGIONALI 2008
Renzo Tondo 53,8%    
Pdl 33,0
Lega Nord 12,9
Udc 6,1
Partito Pensionati 1,6

Riccardo Illy 46,2%      
Pd 29,9
Sinistra Arcobaleno 5,7
Cittadini X il Pres   5,1
Idv 4,5
Slovenska Skupnost 1,2

RISULTATO ELEZIONI POLITICHE 2013 FRIULI

Partito Democratico (Pd)   26,5%
Sinistra ecologia e libertà  (Sel) 2,4%
Centro Democratico 0,4%
Totale coalizione – Pier Luigi Bersani 29,3

Il Popolo della libertà  (Pdl) 19,4%
Lega Nord     6,9%
Fratelli d’Italia 1,8%
La Destra   0,6 %
Totale coalizione – Silvio Berlusconi   28,8%

Con Monti per l’Italia      12,3%      
MoVimento 5 Stelle – beppegrillo.it   25,5%      
Rivoluzione Civile   1,7%      
Fare per Fermare il Declino 1,5%      

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CORRADINO MINEO: “HO DETTO NO A NAPOLITANO PERCHE’ IO NON ACCETTO PATTI CON BERLUSCONI”

Aprile 21st, 2013 Riccardo Fucile

“NON SI FANNO ACCORDI CON CHI NON LI HA MAI RISPETTATI”

C’è stato un solo «no» contro il Napolitano bis nell’assemblea del Pd. Era di Corradino Mineo, l’ex direttore di RaiNews24, che poi lo ha votato.
Perchè?
«Perchè non ho nulla contro il presidente Giorgio Napolitano. Anzi ho molto apprezzato la generosità  del suo gesto».
Sotto quale punto di vista?
«Dopo tutte le battaglie politiche che ha fatto nella sua vita venire a salvare una banda di dilettanti allo sbaraglio è stato un gesto molto generoso. E gliene do atto».
E allora?
«Il problema non è la sua persona. Per questo l’ho votato. Ma il modo in cui è nata la sua elezione».
Ovvero?
«Con un patto con un uomo come Silvio Berlusconi che non ha mai rispettato un patto: lui compra. Ma lo dico con rispetto».
Beh, non sembrerebbe.
«È il suo modo di far politica».
Non è la politica delle larghe intese invocata da Napolitano?
«Le parole nel corso degli anni cambiano il loro significato. Le larghe intese del 1976 erano quelle della Dc e del Pci che insieme avevano l’80% dell’elettorato. Non sono quelle di Pd e Pdl che hanno perso 9 milioni e mezzo di voti, si sono sempre tirati pietre su tutto e ora fanno l’inciucio».
Voleva che il presidente fosse Stefano Rodotà ?
«Dei grillini si può dire tutto il male del mondo, ma non che non siano riusciti dove altri hanno fallito. Secondo me bisognava convergere sulla loro proposta invece di provare l’accordo con partiti che non sono coniugabili e tentare la carta perdente Franco Marini».
Lei è stato tra i franchi tiratori di Romano Prodi?
«No. Prodi l’ho votato. Quando il partito si è arroccato ho sentito il dovere di farlo. E poi Prodi era garanzia di non inciucio».
Nichi Vendola ha annunciato che collaborerete a un nuovo soggetto politico. Quale?
«Non lo so. Ma qualcosa nel Pd ora deve cambiare».

Virginia Piccolilli
(da “il Corriere dell Sera“)

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LA SCHEDA BIANCA DI ALESSANDRA MORETTI: SE LA POLITICA E’ PARRICIDIO

Aprile 21st, 2013 Riccardo Fucile

IL LEADER DEL PD BERSANI E IL VOTO DELLA EX FEDELISSIMA PORTAVOCE

La disfatta politica e umana di Bersani contempla anche un parricidio simbolico, uno psicodramma luttuoso: Ale, la fedele Alessandra Moretti, il volto nuovo e accattivante della Nuova Era Bersaniana, è stata la prima a non rispettare gli ordini di scuderia sul voto a Franco Marini.
La scusa? Banale: «Ho votato scheda bianca. La ricerca di un’ampia intesa parlamentare non può dividere il Pd, nè ignorare la voce del Paese reale».
Il Paese reale è quello abitato dalla società  civile, il paese dei balocchi.
È in quel preciso istante che Bersani deve aver capito che tutto era perduto, anche l’onore, anche la segreteria.
Splendida quarantenne, madre e sposa felice, vice-sindaco di Vicenza e avvocato specializzato in diritto di famiglia, Ale fa parte della Direzione nazionale del Pd ed è stata chiamata da Bersani quale portavoce nella campagna per le primarie.
I meriti? Televisivi, innanzitutto, come quelli della Polverini.
Ma lei buca meglio lo schermo, con quell’aria da «sciuretta» rassicurante, sempre appropriata, mai originale.
Sono le infide inezie le armi più affilate.
Il suo faticoso apprendistato politico passa per le ospitate: Gruber, Floris, Formigli, Vespa, Del Debbio…
Dal telecomando arriva l’investitura dello Smacchiatore: «Mi ha telefonato: ci ho pensato, fai tu il portavoce. E io, senza riflettere, ho detto sì. Che potevo fare? È un uomo autorevole dalla straordinaria normalità ».
Per incoraggiarla, le dicono che sembra Carole Bouquet.
Lei ricambia: «Bersani è bello come Cary Grant».
Era appena l’altrieri. Ale non piaceva a tutti, la cooptazione da parte del vertice del Pd evocava i metodi del centralismo democratico, che però, alla prova dei fatti, si è sciolto come neve al sole.
L’accusavano anche di fare errori sulla carriera politica del suo Capo (gaffeuse, ma con garbo), di aver appoggiato, anni fa, la candidatura dell’ex coordinatore regionale veneto di Forza Italia, Giorgio Carollo.
Acqua passata, niente di fronte ai rancori, ai tradimenti, alle congiure che hanno affossato il Pd, corroso da voluttà  autodistruttiva.
Per Ale vale solo la maledizione di Porta a porta: ieri portaborse, oggi portavoce, domani portacenere.
Le ceneri di Gramsci.

(da “il Corriere della Sera“)

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INTERVISTA A BARCA: “HO CRITICATO IL NO A RODOTA’ E BONINO, SBAGLIATO CHIEDERE A NAPOLITANO QUESTO GESTO DI GENEROSITA'”

Aprile 21st, 2013 Riccardo Fucile

“NO A VENDOLA, IL PD ANCORA UN PUNTO DI RIFERIMENTO”… “PD, TANTI ERRORI MA STIAMO UNITI”

Fabrizio Barca, ministro uscente della Coesione territoriale e neo iscritto al Pd, ieri è stato protagonista della giornata che ha portato alla rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale.
Con un tweet in cui definiva «incomprensibile» la scelta del Pd di non appoggiare Stefano Rodotà  e di non proporre Emma Bonino.
Non le è parso il suo un intervento tardivo, quando ormai i giochi erano fatti?
«Ho ritenuto di scegliere una finestra temporale molto stretta dopo lunga meditazione, per evitare che un ministro di un governo di emergenza potesse in alcun modo interferire nelle decisioni. Al contempo, ho voluto parlare prima di sapere se la straordinarie e inedite pressioni sul presidente Napolitano affinchè facesse ciò che egli aveva chiesto che non avvenisse, avessero una risposta. Un attimo prima sarebbe stata un’interferenza, un attimo dopo un giudizio. Ma volevo dire che il Pd aveva in mano tre carte straordinarie, Prodi, Bonino e Rodotà , per evitare di dover chiedere questo passo a Napolitano. La generosità  del presidente nulla toglie alla gravità  della richiesta che gli è stata fatta. E mi chiedo: perchè il Pd è arrivato a questo?».
In passato, sostengono alcuni osservatori, le votazioni per il Colle si sono trascinate molto più a lungo, anche in presenza di forti tensioni sociali. Forse non c’era tutta questa fretta di chiudere alla sesta votazione…
«Sono perfettamente d’accordo. Il Pd poteva ben presidiare altre votazioni, come è avvenuto anche in momenti ben più drammatici di questo. Ma allora il partito di maggioranza relativa, la Dc, era tenuto insieme da convincimenti e da una volontà  così profonda di stare insieme da riassorbire le tensioni e i risentimenti. Evidentemente oggi quella colla non viene avvertita dal gruppo dirigente».
Dunque il Pd avrebbe dovuto muoversi diversamente?
«Constato che il gruppo dirigente ha ritenuto di non poter reggere oltre. Eppure Prodi, Rodotà  e Bonino rappresentano le tre grandi culture del Pd, quella liberale, quella socialista e quella cristiano sociale. Perchè non si trovata un’intesa su uno di questi nomi? Evidentemente hanno prevalso i personalismi, come si è visto nell’irraccontabile voto su Prodi».
Su Rodotà  il Pd ha ritenuto di non poter essere subalterno ai grillini. Condivide?
«Trovo politicamente straordinario che un movimento di opposizione come il 5 stelle si sia ritrovato su tre figure importantissime dell’area democratica. E non si è incassato su uno di questi tre nomi il risultato? In qualunque Paese davanti a una situazione analoga i dirigenti avrebbero deciso di convergere a razzo mettendo in difficoltà  l’avversario politico».
Cosa succederà  adesso al Pd? Vede rischi di scissione?
«Cercherei di ripartire in positivo. Il Pd ha le carte in regola per essere ancora un punto di riferimento, le sue culture fondative sono forti e apprezzate dal Paese e anche da un movimento di opposizione come i 5 stelle. Il Pd può ripartire da qui, ha le carte dentro di sè, nella convergenza delle sue grandi culture, ogni divisione sarebbe insensata».
Bersani, dopo aver tentato il dialogo con i grillini per settimane, ha dunque sbagliato nel non credere fino in fondo a quella ipotesi?
«Sarebbe davvero ingiusto, auto-assolutorio, mettere in carico a Bersani le responsabilità  che sono di un vasto gruppo dirigente che non ha saputo essere orgoglioso e forte di questa triade di nomi».
Che critica muove invece ai Cinque stelle? Parlo delle grida di Grillo al golpe.
«Certamente sono inquietanti. Ma quel movimento ha intercettato un ribellismo e una voglia di rottura di cui ora amplifica la voce. Non dobbiamo stupirci».
Insisto: che rischi corre ora il Pd?
«Bisogna essere consapevoli dei rischi per evitarli. Una separazione sarebbe insensata, una iattura»
Il Pd sopravviverà  al varo di un governo di larghe intese?
«Il partito deve trovare la forza di separare una soluzione di governo, qualunque essa sia, dalla riflessione sulla propria configurazione, sul gruppo dirigente e sulla sua linea di medio-termine».
Oggi Vendola con il suo no alla larghe intese ha lanciato la costituente di una nuova forza di sinistra.
«Nelle prossime settimane dovremo avere un minimo di leggerezza, fare ogni sforzo per non sovrapporre gli eventi correnti alla prospettiva di medio termine. È possibile che si abbiano voti differenziati, che non dovranno per forza influire con l’assetto futuro dei partiti. In fondo Sel e Pd si sono già  divisi durante il governo Monti, e poi si sono ritrovati. Ora il punto è maturare un progetto per l’Italia per i prossimi 10-15 anni, un ragionamento che deve restare separato dalle vicende di un possibile nuovo governo di emergenza nazionale. Il Pd deve curare se stesso, sarebbe suicida far dipendere il nostro destino e le prospettive di ricostruzione dalle vicende dei prossimi giorni».
Sel però lancia una nuova sinistra.
«Io sono iscritto al Pd e non cambio idea, anche perchè non mi ha sorpreso la sbandata del gruppo dirigente. Anzi, in quello che è successo vedo con amarezza la conferma di alcuni dei sintomi che ho evidenziato nel mio documento: un partito che non discute dei propri convincimenti, che non ha un legame profondo e quotidiano con il territorio, dove i nomi sono slegati dai disegni e c’è un distacco rispetto ai giovani».
Ha visto in queste ore uno scontro generazionale nel Pd?
«È come se i giovani e gli anziani non capiscano più quelli della generazione di mezzo, e cioè quelli che hanno il maggiore potere e sono invischiati in meccanismi rancorosi. Vedo una fortissima distanza tra tanti ottimi e giovani amministratori locali e il gruppo dirigente nazionale»
Come valuta l’atteggiamento di Renzi sulla partita Quirinale, l’immediata archiviazione del nome di Prodi?
«Una reazione nervosa. Spero che la mia piccola adesione al Pd non abbia contribuito a questo, perchè abbiamo il dovere di essere molto sereni. Nei prossimi giorni una serie di giovani sindaci e governatori potrà  dare un segnale forte sulla vitalità  del Pd. Nel breve termine 4-5 di questi amministratori, che appartengono a tutte le culture del Pd, saranno determinanti nel gestire la fase di transizione, trasmettendo un senso di sicurezza agli iscritti».
E in una prospettiva di lungo termine?
«Serve un confronto forte sui principi che ci spingono a stare insieme, sull’Italia che vogliamo per i prossimi 10 anni, sulle politiche per arrivarci e sulla forma partito. Le agende non si improvvisano».
Ci sarà  una sua candidatura al congresso?
«Vorrei dare un contributo da iscritto girando il Paese, la reazione più importante al mio documento sono stati gli inviti da decine di circoli per discutere. Nei grandi partiti del passato non c’era questa connessione tra l’avvio di una riflessione e l’ambizione alla guida del partito. E non ci deve essere neppure oggi».

Andrea Carugati

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BARCA E VENDOLA, LA NUOVA SINISTRA NEL NOME DI RODOTA’

Aprile 21st, 2013 Riccardo Fucile

SEL E IL MINISTRO DELLA COESIONE SI OPPONGONO ALLE LARGHE INTESE

Nel nome di Stefano Rodotà .
Se a sinistra nascerà  una nuova formazione il simbolo non potrà  che essere lui.
Volente o nolente, l’ottantenne giurista rappresenta la bandiera sotto la quale proveranno a rifugiarsi coloro che vogliono smarcarsi dal Napolitano bis e dal governo che ne verrà .
Il primo a muoversi è stato Nichi Vendola che ieri ha provato a gettare un’esca al malumore del Pd.
“Noi — ha dichiarato il presidente di Sel — siamo impegnati a ricostruire una nuova sinistra di governo” senza puntare “alla scissione” del Pd.
“A quello ci sta pensando qualcun altro” dice Vendola dando appuntamento l’8 maggio (ma potrebbe essere il 10 o l’11) per un meeting o un convegno.
Per far capire che l’obiettivo è parlare ai mal di pancia democratici, Vendola annuncia che Sel accelererà  la richiesta di adesione al socialismo europeo.
“Non vogliamo ricostituire una Sinistra arcobaleno” spiega al Fatto Nicola Fratoianni, deputato e già  assessore della giunta pugliese. Non si tratta, insomma, di una mossa che guarda a Antonio Ingroia o ad altri settori di sinistra.
Il problema sono però gli interlocutori reali.
Ieri, l’intervento di maggior rilievo è stato quello, via Twitter, di Fabrizio Barca, un candidato alla segreteria del Pd.
Nel tweet Barca dice di non comprendere come mai il Pd non abbia votato per Rodotà  o per Emma Bonino (che non sono propriamente la stessa cosa).
Una dichiarazione sufficiente a ricevere l’accusa di “alto tasso di populismo” da parte di Stefano Fassina, uno dei “giovani” bersaniani a sinistra nel Pd. Barca ha precisato di non voler parlare pubblicamente e di essere orientato solo a una battaglia interna al partito. Ma comunque non ha smentito il suo tweet.
E Vendola, oltre a elogiarne ruolo e intelligenza, si è detto entusiasta di una sua possibile partecipazione all’iniziativa di maggio.
“Se nel gruppo dirigente non si muove granchè” spiega ancora Fratoianni, “a livello locale la situazione è davvero caotica”.
Nei giorni scorsi si è visto il fenomeno “#OccupyPd”, composto soprattutto da giovani delusi dallo spettacolo parlamentare.
Ma finora solo Michele Emiliano, sindaco di Bari, spara sul quartier generale e potrebbe essere uno degli interlocutori di Vendola.
I deputati, invece, restano più abbottonati. Il coraggio di Pippo Civati, ad esempio, ieri non è andato oltre la scheda bianca nel voto sul Quirinale.
Altri movimenti avvengono a lato della politica.
A nessuno è sfuggita, ieri, la dichiarazione congiunta di Sergio Cofferati e Maurizio Landini, ex segretario Cgil, attualmente europarlamentare Pd, il primo e segretario della Fiom, il secondo, a favore di Rodotà , “una candidatura di alto profilo”.
La mossa mira a parlare anche all’interno della Cgil che, invece, non intende offire sponde a operazioni di distinguo e si limita a congratularsi con Giorgio Napolitano per l’elezione.
Ma prima dell’appuntamento di Sel, il 30 aprile a Bologna si terrà  un convegno della Fiom che a giudicare dagli ospiti potrebbe rappresentare un passaggio importante negli attuali rimescolamenti: insieme a Landini, infatti, parleranno Cofferati, Barca, Marco Revelli e, ancora, Rodotà .

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IN GINOCCHIO DA RE GIORGIO MA IL VINCITORE È BERLUSCONI

Aprile 21st, 2013 Riccardo Fucile

DOPO AVER PASSATO LA MATTINA A IMPLORARE IL CAPO DELLO STATO CON 738 VOTI LO TENGONO SUL TRONO… M5S E SEL PERDONO CON RODOTà€

Per capire fino in fondo il ritorno del re, che molti chiamano anche Jorge Napolitano, come papa Bergoglio, è cruciale l’immagine delle 18 e 16 a Montecitorio.
Silvio Berlusconi è entrato in aula da un minuto appena, con la sua corte di deputati-assistenti. Si siede tra Angelino Alfano e Renato Schifani. È subito circondato da altri zelanti onorevoli del Pdl.
A quel punto, nel conteggio delle schede Napolitano svolta quota 500 e arriva al quorum di 504. I grandi elettori di centrodestra, Lega, Pd e Scelta Civica scattano in piedi. L’applauso diventa un’ovazione e i berlusconiani girano le spalle alla doppia presidenza Boldrini e Grasso.
Battono le mani per lui. “Sil-vio, Sil-vio”. Il Cavaliere si appoggia allo schienale, alza il capo verso il grande lucernario che fa da soffitto, il Velario di Beltrami, chiude gli occhi e si gusta il trionfo.
Inizia una processione per fargli i complimenti e tra i banchi del Pdl s’intona l’inno di Mameli. Dal Pd, invece, un altro grido ritmato, gonfio di vendetta e soddisfazione, all’indirizzo dei grillini, seduti e impassibili: “In piedi, in piedi, in piedi”.
Bersani libera la tensione e la rabbia con le lacrime. Sono due scene uguali e contrarie: il trionfo di Berlusconi, il pianto di Bersani.
La Boldrini si spazientisce. Silenzio. Riprende lo spoglio. Altre 234 schede per Napolitano.
Il risultato finale, che fa chiudere il verbale della seduta unica, iniziata il 18 aprile scorso, alle 18 e 50 è schiacciante: “Presenti e votanti 997, Napolitano 738, Rodotà  217, De Caprio 8, D’Alema 4, Prodi 2, bianche 10, nulle 12, dispersi 6. Proclamo eletto presidente della Repubblica Giorgio Napolitano”.
Il Pdl attacca di nuovo con “Fratelli d’Italia”. I democratici ascoltano e poi applaudono. Napolitano non più il sosia di un re, il triste re di maggio, Umberto di Savoia, ma il monarca in persona, al sesto scrutinio, dopo il quinto della mattinata andato in “bianco” per attendere la sua regale risposta.
Preludio, questa incoronazione, forse a un altro regno: tra gli entusiasti berlusconiani circolano ovviamente le previsioni sul futuro governo, ma a prevalere è il sogno di vincere le elezioni e portare Berlusconi al Quirinale.
“Magari con il presidenzialismo”, sorride il “saggio” del Pdl Gaetano Quagliariello, cui i cronisti già  si rivolgono con un altisonante “ministro”. Lui si schermisce canticchiando, a mo’ di rivalsa: “Se sei saggio ti tirano le pietre”.
Tra i democratici il pensiero vola al voto di fiducia: sul governissimo o governo del Presidente (Enrico Letta, Giuliano Amato, Anna Maria Cancellieri, persino Sabino Cassese) si misureranno i gruppi che faranno le probabili scissioni.
Ed è per questo che si afferma la metafora del riscatto militare, ben azzeccata dal senatore piemontese Federico Fornaro: “Dopo la Caporetto di ieri (venerdì, ndr), ci siamo assestati sulla linea del Piave”.
Il segreto della tenuta su Napolitano (a Rodotà  sono andati solo 10 voti in più) è racchiuso anche in quattro combinazioni, per contare le varie anime del Pd: “Giorgio Napolitano”, “Napolitano”, “Napolitano G.”, “Napolitano Giorgio”.
Persino i leghisti, un tempo nemici giurati dell’unità  nazionale, alzano le mani al cielo in segno di vittoria. Non solo.
Gli uomini del segretario Bobo Maroni si intestano la primogenitura del settennato bis: “Venerdì sera Maroni ha sentito per telefono Berlusconi e il Cavaliere gli ha proposto Giuliano Amato.
Lui ha risposto che la Lega non l’avrebbe mai votato e ha iniziato le manovre per Napolitano. Bobo ha chiamato per primo il capo dello Stato”. Analoga rivendicazione viene avanzata dal Pd, tramite il fedele ambasciatore del Colle che risponde al nome di Enrico Letta, vice del fu Bersani e nipote del ciambellano berlusconiano Gianni.
Le larghe intese scimmiottano uno spot pubblicitario: “Dov’è c’è l’inciucio, c’è famiglia”.
Dalle 15, inizio della votazione, e le 19, quando tutto si è compiuto, è un unico grande sorriso che mette insieme Pd, Pdl, Lega e montiani.
Ridono Verdini, Santanchè, Galan e Fitto, ridono Enrico Letta e il tesoriere del Pd Misiani. Sospiro-negenerale di sollievo.
A rimanere gravi e compunti sono i due avvocati-parlamentari di B., Ghedini e Longo. Il problema già  è stato posto. “Cosa accadrà  se il Parlamento dovesse esprimersi su qualche guaio di Silvio?”.
Questione di là  a venire.
Giorgio Napolitano è il re che ritorna , ma c’è un altro attore-protagonista che ha vinto.
Immobile, paziente e disponibile, il Cavaliere ha assistito all’autodistruzione del Pd. I sondaggi lo danno in testa e le regionali di oggi in Friuli Venezia Giulia dovrebbero dare la prima conferma.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IPOTESI NUOVO GOVERNO: ENRICO LETTA PREMIER, ALFANO E MAURO VICE, MONTI AGLI ESTERI

Aprile 20th, 2013 Riccardo Fucile

ESECUTIVO LARGHE INTESE: CANCELLIERI AGLI INTERNI, QUAGLIARELLO ALLE RIFORME, VIOLANTE   O ALFANO ALLA GIUSTIZIA, GIORGETTI ALL’ECONOMIA… RESTA APERTA ANCHE L’OPZIONE DI UN GOVERNO “ISTITUZIONALE”

Enrico Letta presidente del Consiglio, Angelino Alfano vicepremier, Luciano Violante, Mario Monti agli Esteri, Giancarlo Giorgetti viceministro all’Economia, Gaetano Quagliariello alle Riforme.
Non è uno scherzo.
E’ la rosa di nomi che i partiti avrebbero pronta per formare il governo di transizione, possibile con il secondo mandato di Giorgio Napolitano che — cosa non secondaria – fino a qualche settimana fa non aveva la possibilità  di scogliere le Camere, ma ora da “nuovo” capo dello Stato riassume la pienezza dei poteri.
Era stato ipotizzato che l’ossatura dell’esecutivo di transizione, di scopo o di natura “costituente” (le definizioni si sprecano esattamente come un mese fa), fosse quella dei membri dei “saggi” nominati da Napolitano venti giorni fa.
Ma di quelle “commissioni presidenziali” è rimasta solo la componente politica e non quella tecnica: non ci sono nè Valerio Onida nè Enrico Giovannini nè Salvatore Rossi. Lunedì avverrà  l’insediamento di Napolitano, martedì verosimilmente saranno in programma i discorsi pronunciati davanti alle Camere, mercoledì inizieranno le consultazioni.
Già  a fine settimana o tutt’al più all’inizio di quella successiva potrebbe finalmente nascere un nuovo esecutivo.
Dunque secondo quanto gira al momento tra i partiti il possibile capo del governo di larghe intese sarebbe Enrico Letta con due vice, Alfano e Mario Mauro (Scelta Civica).
Il Guardasigilli sarebbe Alfano oViolante, il ministro del Lavoro sarebbe Paolo Baretta (Pd), agli Interni resterebbe Anna Maria Cancellieri, alla Farnesina (per sua stessa richiesta) andrebbe Mario Monti.
Ancora in forse lo Sviluppo Economico, forse potrebbe andare a Paolo Romani.
Come detto troverebbero posto gli altri “saggi”.
Gaetano Quagliariello avrebbe la delega alle Riforme istituzionali, mentre il leghista Giorgetti potrebbe essere vice all’Economia (che potrebbe andare a un tecnico, come il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco o il direttore generale Fabrizio Saccomanni).
Certo, sono le proposte dei partiti e non è detto che Napolitano le accetti.
L’altra ipotesi in campo è che si torni all’opzione di un governo “istituzionale”, tecnico, insomma senza politici. I nomi che girano saranno sempre gli stessi.
Certo, la Lega ha già  chiarito che istituzionale o di larghe intese un governo con Giuliano Amato presidente del Consiglio non avrebbe il sostegno della Lega Nord. Nel quadro ideale sarebbe coinvolto anche il candidato al Quirinale per il Movimento Cinque Stelle Stefano Rodotà  in qualità  di ministro.
Ma da una parte sembra fantascienza, dall’altra il giurista ha già  chiarito più volte che non si farebbe “utilizzare” in questo modo.
Allo stesso tempo i Cinque Stelle non si presterebbero mai a sostenere un governo con tutti gli altri partiti.
I protagonisti si schermiscono: “Lei immagina un futuro decisamente improbabile” risponde Monti a chi gli chiede se possa guidare il ministero dell’Economia.
“Due bischerate” dichiara Enrico Letta.
Però le agenzie riferiscono di un siparietto significativo avvenuto in un corridoio di Montecitorio: “Presidente, presidente” ha gridato Gaetano Quagliariello per attirare l’attenzione dello stesso Letta.
Il senatore del Pdl ha salutato l’esponente del Pd “affidandogli l’incarico”.
Letta, però, non si è nemmeno girato e solo dopo l’insistenza di Quagliariello ha capito che quel “presidente” era riferito a lui: “Non ho capito, non mi sentivo chiamato in causa io” ha risposto il vicesegretario democratico.
Un attimo prima, di fronte ai cronisti, Letta aveva di nuovo definito “balle giornalistiche” la presenza del suo nome nella prossima squadra di governo.
“Ora la parola passa al capo dello Stato”, aveva aggiunto.
In ogni caso il ministro dell’Economia uscente Vittorio Grilli traccia la linea da tenere. “Ritengo che il prossimo governo dovrà  per forza ripartire dall’Agenda Monti. Continuo a considerare l’agenda Monti un buona base che, ovviamente, potrà  essere migliorata in futuro”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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