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LA CARTA SEGRETA DI BERSANI: SABINO CASSESE AL QUIRINALE

Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile

IL GIUDICE COSTITUZIONALE HA RICOPERTO RUOLI CHIAVE PER LE RIFORME… IN ALTERNATIVA C’E’ GALLO, ATTUALE PRESIDENTE DELLA CONSULTA

Il suo nome non è mai uscito finora.
Incredibilmente, da un certo punto di vista: è ritenuto vicino al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e ancor di più al presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi.
Non ha un curriculum politico, al contrario degli altri candidabili al Colle, ma per tutta la vita si è dedicato alla riforma (e al rafforzamento) dello Stato e — con le dovute proporzioni — ai tagli dei costi superflui.
Lui stesso mise in file in un piccolo ma esauriente rapporto le spese strampalate del Palazzo del Quirinale.
Sabino Cassese, 78 anni, giudice della Corte Costituzionale, potrebbe essere la colomba da estrarre dal cilindro per Pier Luigi Bersani.
In queste ore è difficile scommettere su chiunque, visto che l’elezione del successore di Napolitano risulta fino a questo momento tra le più incerte della storia della Repubblica.
Ma Cassese potrebbe incarnare la figura “di garanzia” auspicata da Silvio Berlusconi e di “non politico” ribadita giusto alcune ore fa da Gianroberto Casaleggio.
In più Beppe Grillo ha confermato che i Cinque Stelle nell’elezione del nuovo capo dello Stato vogliono contare: “Voteremo la Gabanelli fino alla terza votazione, poi vedremo“.
Il segnale è chiaro.
Da una parte il segretario del Pd ha vaticinato: “Si decide all’ultimo”: quindi i nomi “buoni” si tengono nascosti, mentre infuria la bufera intorno a tutti quelli apparentemente bruciati, Giuliano Amato compreso.
Dall’altra parte è proprio Europa, l’organo di partito del Partito Democratico, a leggere in questa direzione un articolo di Repubblica: “Si parla a bassa voce di un nome molto autorevole e stimato — scrive il quotidiano diretto da Ezio Mauro — un giudice della Corte costituzionale attualmente in carica. Dal profilo bipartisan e senza precedenti parlamentari ma con esperienza politica”.
Sembra un profilo cucito addosso come dalla sarta di fiducia.
Come suggerisce Europa sarebbe così tagliato fuori Sergio Mattarella, spuntato fuori come outsider votabile anche dal Pdl.
Resta da capire se la figura — autorevole — possa piacere anche ad altre forze politiche.
La vicinanza di Cassese — ministro della Funzione Pubblica nel 1993 — sia con Ciampi che con Napolitano mettono il giudice costituzionale sotto una luce non del tutto sgradita allo sguardo del centrodestra.
Docente in diverse università  di diritto pubblico e diritto amministrativo e alla Normale di Pisa, ma anche in alcuni atenei fuori d’Italia, Cassese si è “sporcato le mani”.
Con la necessaria moderazione la sua storia personale potrebbe piacere anche al Movimento Cinque Stelle.
Qualche esempio.
Da ministro è ha riformato il sistema della pubblica amministrazione, introducendo concetti fino a quel momento (1993) inediti per l’Italia: la centralità  del cittadino, i suoi diritti a poter fruire pienamente dei servizi.
E allora più trasparenza, più semplificazione, riduzione delle norme, via libera alle autocertificazioni.
Tutto questo non solo per riavvicinare finalmente i cittadini allo Stato (materia che Cassese ha sempre ritenuto centrale), ma proprio come carburante per risanare la macchina statale. In quell’occasione tagliò commissioni interministeriali, collegi, organismi di varia natura. Insomma: una revisione della spesa, avant la lettre.
Certo il Pdl potrebbe ricordarsi quando Cassese scrisse sul Corriere della Sera contro i “suoi” commissari all’Antitrust, Giorgio Guazzaloca e Antonio Pilati, ricordando come i requisiti per far parte dell’Autorithy fosse la “notoria indipendenza” (laddove Guazzaloca era stato il sindaco di Bologna con Forza Italia e Pilati consulente di Fininvest).
Certo, Berlusconi si dovrebbe dimenticare la “solerzia” con cui il giudice costituzionale pose diverse domande di carattere tecnico (e ben mirate) agli avvocati Ghedini e Longo che davanti alla Consulta intendevano difendere la legge sul legittimo impedimento.
Il giorno successivo, peraltro, la Corte si espresse per mantenere la legge, ma nella sostanza la svuotò perchè con una sentenza interpretativa ne eliminò alcune parti considerate ”incompatibili” con gli articoli 3 e 138 (uguaglianza e riserva di legge costituzionale).
In sostanza lo scudo al Cavaliere.
E poi la relazione sulle spese del Quirinale. Glielo commissionò proprio il presidente Ciampi subito dopo l’insediamento: “49 pagine, allegati compresi, non furono mai rese note — scrivono Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo ne La Casta — E si capisce: le conclusioni, fra le righe, non erano lusinghiere. Nonostante i paragoni non fossero fatti con la monarchia inglese ma con la presidenza francese e quella tedesca”. Ricordano Stella e Rizzo che nell’estate del 2000 il totale dei dipendenti era 1859: 274 corazzieri, 254 carabinieri, 213 poliziotti, 77 finanzieri, 21 vigili urbani e 16 guardie forestali.
“Numeri sbalorditivi — proseguono i giornalisti del Corriere della Sera nel loro libro, citando la relazione di Cassese — Il solo gabinetto di Gaetano Gifuni era composto da 63 persone. Il servizio Tenute e Giardini da 115, fra cui 29 giardinieri ( ) e 46 addetti a varie mansioni. Quanto ai famosi 15 craftsmen di Elisabetta II, artigiani vari impegnati nella manutenzione dei palazzi reali, al Quirinale erano allora 59 tra i quali 6 restauratrici al laboratorio degli arazzi, 30 operai, 6 tappezzieri, 2 orologiai, 3 ebanisti e 2 doratori”.
Alla fine, però, ci potrebbe essere una scheda di riserva.
Quella di Franco Gallo, l’attuale presidente della Corte Costituzionale, eletto a gennaio con 14 voti a favore e una scheda bianca (la sua).
Anche lui ha fatto il ministro nel governo Ciampi (aveva la delega alle Finanze). Anche lui è un “semplificatore”, ma nel campo fiscale.
Anche lui può “vantare” una carriera priva di qualsiasi incarico politico.
Di lui si parlò già  per qualche ipotesi di governo istituzionale e di transizione per superare il momento di impasse.
Gallo ultimamente ha pronunciato parole nette sia sull’urgenza di una riforma della legge elettorale sia l’apertura ai diritti civili per le coppie omosessuali.
Ma questo potrà  bastare?

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA GABANELLI HA VINTO LA COPPA DEL NONNO: E’ LEI LA CANDIDATA DI BANDIERA DEI CINQUESTELLE

Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile

“COMMOSSA MA SOPRAVVALUTATA”… SECONDO STRADA E TERZO RODOTA’… IGNOTO IL NUMERO DEI VOTANTI, SI PRESUME VICINO A QUELLI DI SANT’ILARIO DOVE ABITA GRILLO

Urne virtuali chiuse per le Quirinarie.
Vince la giornalista di Report Milena Gabanelli, giornalista di Report, seguita dal fondatore di Emergency Gino Strada e dal giurista Stefano Rodotà .
”Si è conclusa la verifica dei voti assegnati ai nove candidati per la Presidenza della Repubblica. Ringrazio chi ha votato”, ha scritto Beppe Grillo sul suo blog dove annuncia l’esito delle consultazioni, senza però svelare quanti siano stati i votanti, nè quante preferenze abbia preso ciascun candidato.
Si conosce solo il dato degli aventi diritto, 48.282, che, ribadisce Grillo, “dovevano essere iscritti al Movimento 5 Stelle al 31 dicembre 2012 con un documento di identità  digitalizzato”.
Seguono Gustavo Zagrebelsky, Ferdinando Imposimato, Emma Bonino e Gian Carlo Caselli. Infine Romano Prodi e Dario Fo.
”Quando pensano che tu sia all’altezza di un compito così grande si può solo essere onorati, perchè è altamente gratificante”, ha commentato Gabanelli all’Ansa.
”In merito alla candidatura — ha puntualizzato — quando i proponenti mi chiederanno però risponderò. Ora posso dire che sono assolutamente commossa e anche sopravvalutata”.
E’ un premio alle sue battaglie? “Le battaglie le faccio nel campo di mia competenza, ovvero nel territorio che conosco”, ha risposto.
Nessun commento invece da Gino Strada.
“Lo apprendo adesso — ha detto — non ho commenti da fare, non sarebbe serio. Sto a guardare”, si è limitato a dire il medico impegnato negli aiuti alle popolazioni nelle aree in conflitto.
La vittoria della Gabanelli sulla pagina Facebook del leader 5 Stelle è stata accolta molto positivamente dagli utenti, soddisfatti anche della “sconfitta” online di Prodi, che già  nei giorni scorsi era stato criticato perchè considerato papabile per il Colle. Anche Gianroberto Casaleggio, durante l’incontro con gli imprenditori a Torino, aveva dichiarato di preferire un nome super partes non legato al mondo della politica, ma aveva poi aggiunto che, se il Movimento lo avesse scelto allora lo avrebbero votato.
Per Paolo Becchi, docente di Filosofia del Diritto a Genova considerato l’ideologo del Movimento 5 Stelle, ”ha vinto il cuore e non la testa ma è un cuore grande quello del M5S”.
Un risultato per il quale Becchi dice di avere “pregato più di Santa Teresa D’Avila”.
Ora sarà  felice di poter consegnare la Coppa del nonno alla giornalista di Report.
Si cali il sipario.

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QUIRINALIE: STRADA, RODOTA’ O ZAGREBELSKY AL RINTOCCO DI MEZZOGIORNO

Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile

SULLA QUARTA VOTAZIONE EMERGE TRA I GRILLINI L’ESCAMOTAGE DELLA LIBERTA’ DI COSCIENZA..E IERI SERA VITO CRIMI HA AVUTO IL PERMESSO DI ANDARE A “PORTA A PORTA”, FINO AL GIORNO PRIMA CONSIDERATO UN REATO

Il buongiorno, per i Cinque Stelle, arriva di mattina tardi.
Precisamente intorno a mezzogiorno quando il blog — salvo cambi di programma — dovrebbe pubblicare il nome del candidato del Movimento alla presidenza della Repubblica.
E l’andazzo di questo martedì pre-quirinalizio dipende molto dal profilo che gli attivisti del Movimento avranno disegnato. Gino Strada, Stefano Rodotà  o Gustavo Zagrebelsky?
Con quale carta si presenteranno al tavolo del Pd?
La strategia degli eletti, nei giorni scorsi, era stata quella di provare a concentrare voti sui secondi due: giuristi di alto profilo, vicini al mondo di centrosinistra, buoni per tentare di costruire quel rapporto con i democratici che non si è mai avviato.
Eppure, dal ballottaggio che si è chiuso ieri sera alle 21, l’exploit di Strada non sorprenderebbe nessuno.
Il voto si è “disperso” tra Rodotà  e Zagrebelsky (ieri, sul blog di Grillo Marco Travaglio ha spiegato che è l’unico a cui non ha trovato “controindicazioni”).
E poi tutti quelli che avevano scelto Beppe Grillo, da quando il capo si è ritirato — “ringrazio per la stima tutti coloro che hanno fatto il mio nome”, ha scritto — hanno sicuramente preferito il rivoluzionario chirurgo di Emergency ai due saggi esperti di diritto.
Così, il travaso da Grillo a Strada potrebbe complicare la strada per il Colle .
I Cinque Stelle sanno di trovarsi di fronte a uno dei momenti più difficili della loro breve vita parlamentare.
E sanno che stavolta non si può sbagliare.
A ricordarglielo c’è Gianroberto Casaleggio: il guru che non parla mai, ha deciso di pronunciarsi niente meno che a urne aperte: “Il Presidente della Repubblica deve essere super partes, possibilmente non politico, che rappresenti tutti gli italiani”.
Fa fuori in un colpo Prodi e Bonino, salvo precisare poi che “noi ci rimettiamo sempre alle decisioni del Movimento, per cui se il Movimento dovesse scegliere Prodi, voteremo lui…”.
Il vero nodo riguarda la quarta votazione.
Se vince Strada, addio dialogo con il Pd e addio pace interna.
Si è già  visto ieri, quando la capogruppo alla Camera Roberta Lombardi si è permessa di dire in conferenza stampa che i Cinque Stelle continueranno “a votare il nostro candidato anche se non avrà  i voti sufficienti per l’elezione e non voteremo altri candidati”.
Deputati e senatori non l’hanno presa bene: “Si mette a parlare di cose di cui non abbiamo mai discusso, ma come le viene in mente?”.
In assemblea, ieri, la discussione (e l’ennesimo processo alla Lombardi) è cominciata. Ma non si è ancora arrivati ad un voto (probabilmente si farà  oggi). Lo spauracchio è quello di un caso Grasso/bis.
“Speriamo di aver imparato dagli errori — spiegano a Montecitorio — Se si vuole libertà  di coscienza, basta votarla”.
Tradotto, se l’assemblea si spacca, se una parte di parlamentari crede sia giusto votare uno come Prodi, l’unico modo per evitare di cadere nel tranello dei franchi tiratori è stabilire il “libera tutti”.
Non sarà  facile far passare questa linea, decisamente poco nello spirito del Movimento. Eppure, la pressione della Rete sembrerebbe piuttosto relativa: tra una chiacchiera e l’altra, dalle bocche dei parlamentari esce un numero assai risibile.
Alle Quirinarie avrebbero votato circa in 20mila.
Bisognerà  aspettare i dati certificati dalla Dnv, l’ente terzo a cui si è affidato Casaleggio, ma non è ancora chiaro se verrà  mai diffuso il numero degli elettori nè tantomeno se verrà  resa pubblica la classifica completa dei candidati.
Oggi, i capigruppo Cinque Stelle incontrano i presidenti degli eletti Pd, Luigi Zanda e Roberto Speranza.
I grillini hanno chiesto che venga trasmesso in diretta streaming.
Vito Crimi è convinto che il nome uscito dalle Quirinarie “potrà  essere votato anche da tutti gli altri partiti”.
Lo ha spiegato ieri sera a Porta a Porta. Ebbene sì. Il capogruppo al Senato si è seduto sulle poltroncine bianche del salotto di Bruno Vespa.
Prevedendo le urla allo scandalo, Crimi ha spiegato le ragioni del “sacrilegio”: “Porta a Porta, oggi, ha invitato il senatore Mastrangeli , che i più ricorderanno per la sua partecipazione al programma di Barbara D’Urso, il quale ha accettato. I senatori portavoce del Movimento Cinque Stelle hanno ritenuto, in un momento così delicato per il Paese come quello che coincide con l’elezione del Presidente della Repubblica, che a parlare su un palcoscenico così seguito non dovesse essere chi diffonde informazioni parziali in rappresentanza solo di se stesso”.

Paolo Zanca

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AL PALCO 17 DEL REGIO DI PARMA SI IMBOSCANO BERLUSCONI E IL SUO EREDE

Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile

DURA UN’ORA L’INCONTRO TRA IL CAVALIERE E IL “DELFINO” RENZI

Un’ora di colloquio, palco numero 17, al primo loggione del teatro Regio di Parma.
È qui che il sindaco di Firenze Matteo Renzi e l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si sono incontrati.
Faccia a faccia, intenso e prolungato quanto almeno lo fu la celebre visita ad Arcore.
Niente di predefinito nell’agenda, il colloquio è stato voluto da entrambi, anche se fatto apparire come del tutto casuale, nella platea del teatro dove si celebravano i cento anni dalla nascita e i venti dalla morte di Pietro Barilla, l’uomo che ha fatto della pasta un marchio italiano.
Berlusconi è arrivato a Parma accolto da fischi.
Una volta dietro le quinte ha rotto il ghiaccio col sindaco di Firenze grazie a una di quelle che considera memorabili battute: “Ma tu Renzi, quanto sei alto?”, ha detto col volto ricoperto di mascara.
Nessuna risposta dal sindaco di Firenze, ma poi, come due vecchi amici, si sono appartati. Poco prima lo stesso Berlusconi aveva detto di non essere assolutamente preoccupato per la sfida lanciata da Renzi: “Sono abituato a vincere”.
Presidenza della Repubblica, il primo punto sull’agenda.
Ma con un inizio — l’epilogo è difficile prevederlo — molto distante: Renzi non ha mai nascosto le simpatie per Romano Prodi, l’uomo che da sempre annebbia i sogni di Berlusconi.
E sul tema degli incubi, proprio il leader del centro-destra, si è lanciato in un’improvvisazione di apertura anticipata della campagna elettorale: “Ero molto amico di Pietro Barilla e mi ricordo che nel 1993, pochi giorni dopo aver preso la decisione di scendere in campo, passeggiavamo nel giardino di casa sua. Io gli parlai del pericolo che in Italia vincesse un partito legato a un’ideologia che non mi lasciava dormire la notte. A quel punto lui mi disse che messe le mani in pasta me ne avrebbero fatte di tutti i colori. Me ne hanno fatte molte di più e me ne stanno facendo ancora adesso”.
Ha preso la parola dal pubblico Silvio Berlusconi, intervento non programmato.
Alla domanda dei giornalisti: “È cominciata ufficialmente la campagna elettorale?”, Berlusconi ha risposto con un sì ironico, prima di seguire la scorta nei cunicoli di camerini e loggioni, dove nei successivi minuti è avvenuto l’incontro con Renzi.
Che cosa si siano detti non è dato sapere.
All’uscita del loggione 17 pochissimi gli infiltrati tra guardie del corpo e forze dell’ordine in borghese.
A pochi minuti dall’inizio dello spettacolo è arrivato Federico Pizzarotti, sindaco grillino e padrone di casa della città  ducale.
Ha aspettato a lungo davanti alla porta chiusa, fino all’uscita dell’altro sindaco Matteo Renzi, che ha minimizzato l’accaduto.
Strette di mano, convenevoli e auguri.
E il sindaco di Firenze è passato all’attacco: “Allora cosa farai con questo inceneritore ?”. Bisbigli e imbarazzi su quello che è il punto cardine della gestione a 5 Stelle, promesse e divieti mai rispettati.
“Mi spiace per la questione di quell’assessore del Movimento in Veneto cacciato dalla giunta, cos’è successo?”. Ordinaria amministrazione, problemi montati dalla stampa, ha fatto eco il primo cittadino di Parma.
Dietro la porta Berlusconi aspettava il via libera per uscire e lasciare il luogo del incontro.
“Che cosa vi siete detti?”, ha incalzato qualcuno.
Renzi fa scena muta sugli argomenti del colloquio, e del resto Pizzarotti non chiede nulla.
Nel frattempo al Teatro Regio di Parma è sfilata mezza seconda Repubblica, uno per tutti Fedele Confalonieri, anche lui molto legato alla famiglia Barilla. Luca Cordero di Montezemolo è arrivato da solo in Ferrari.
Al Fatto Quotidiano ha parlato della figura di Barilla, ma soprattutto del momento politico: “Sono molto preoccupato”.
Intanto Silvio Berlusconi ha fissato una riunione, come ha confermato al Tg1: “Ci vedremo domani, abbiamo già  previsto un ufficio di presidenza la mattina e la riunione dei gruppi congiunti il pomeriggio.
In quella sede prenderemo la decisione”, in riferimento all’elezione del presidente della Repubblica.
“Per quanto riguarda il nostro movimento c’è la volontà  di essere disponibili a quel che il Pd ci propone”, ha concluso Berlusconi.

Emiliano Liuzzi

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LA RICETTA “SOCIALE” DI CASALEGGIO: “LO STATO COSTA TROPPO, TAGLIAMO I DIPENDENTI”

Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile

IL GURU AGLI IMPRENDITORI: “NON CHIEDETECI MIRACOLI”

Alla fine, quando proprio tutti hanno portato al microfono le storie della dura vita del piccolo imprenditore, Gianroberto Casaleggio deve alzare le braccia: «Anche io ho la mia piccola azienda. Sono uno di voi. Solo che da un po’ di tempo non ho vita privata e ho finito per giocarmi anche la reputazione a causa delle falsità  scritte dai giornali su di me. Capisco le vostre richieste: gli apicoltori e i piccoli produttori distrutti dai supermercati. Siamo sulla vostra stessa lunghezza d’onda. Ma, per favore, non chiedeteci i miracoli: non abbiamo poteri soprannaturali».
Mentre fuori dalla sala impazza il toto-Presidente, nell’incontro con gli industriali alla Galleria d’arte Moderna di Torino, Casaleggio affronta l’argomento solo indirettamente.
Giacca, cravatta e capelli sciolti, del Colle parla solo per dire che costa troppo.
Messi fuori i giornalisti dalla sala, Casaleggio spiega che «dovremo tagliare».
Sotto la scure finiscono le spese del Colle perchè «l’Eliseo costa tre volte il Quirinale e non si può certo dire che i francesi non ci tengano al loro presidente».
Nonostante la grandeur, il Colle ha costi fuori mercato.
Non sono gli unici da segare via. «Voi sapete quante sono le auto blu?». Gli imprenditori in sala (147 per la precisione, più quattro cronisti infiltrati)) tacciono. Casaleggio spiega: «Sono 7 mila. Ma non sono l’unico costo da tagliare».
Il vero spreco si annida infatti «nelle 59 mila auto grigie. Chi sa che cosa sono le auto grigie?». Si alzano cinque mani.
«Le auto grigie sono quelle senza autista. Un costo che si può eliminare. Si risparmiano così 800 milioni. Dal calcolo abbiamo tolto le auto delle forze dell’ordine”
Ma nel calcolo sono comprese le auto dei messi comunali e delle guardie mediche? Non si sa.
Perchè la scure? Certamente per eliminare gli sprechi: «A parità  di dimensione, la spesa pubblica italiana è superiore di 20 miliardi a quella degli altri paesi europei ». Venti miliardi.
Non una cifra casuale: «Sapete qual è il gettito complessivo dell’Irap? Esattamente venti miliardi».
Ergo, spiega Casaleggio, niente sprechi, niente Irap.
Naturalmente per raggiungere l’obiettivo non basta rottamare le auto blu e grigie: «Bisogna anche abolire i Comuni sotto i 5.000 abitanti e le Provincie». Applausi.
Fino a quando il signor Flavio Bonifacio, «titolare di una piccola azienda nel campo della ricerca» va al microfono e chiede: «Nei Comuni e nelle Provincie c’è gente che lavora. Se abolite quegli enti, che fine fanno i dipendenti? Io vi ho votati alle ultime elezioni. Ma adesso quei voti vi chiederei di usarli».
«Ecco sì», incalza un altro dalla platea: «Perchè non fate sapere alla gente quel che state facendo? Oggi tutti pensano che lo stallo della politica sia colpa vostra».
Casaleggio ha il suo bel da fare a rispondere a questi interrogativi: «Lo Stato mantiene 19 milioni di pensionati e 4 milioni di dipendenti della Pubblica amministrazione.
In tutto, 23 milioni di persone. Fino a quando saremo in grado di garantirli?».
Ecco dunque la proposta di «tagliare le pensioni al di sopra dei 5.000 euro lordi mensili».
Quanto allo stallo della politica, l’unica ricetta è «far funzionare da subito le commissioni parlamentari».
Altrimenti, «se aspetta il nuovo governo, il Parlamento potrà  cominciare a lavorare solo a settembre».
Perchè tenere fuori i giornalisti dalla sala? Perchè non comunicare attraverso tv e giornali?
«Perchè le 7 tv principali sono in mano ai partiti. E i tre giornali principali sono della Fiat, delle banche o vicini al Pd».
Per questo, spiega Arturo Artom che con il nework Confapri organizza la manifestazione, «l’incontro di oggi è a porte chiuse. Perchè magari ci sono argomenti che non volete discutere alla presenza dei giornalisti che sono oltre quella porta».
Riservatezza imprenditoriale. E si capisce.
Altrimenti chissà  che cosa succederebbe se i giornali potessero assistere alle invettive della signora che dalla platea incalza Casaleggio: «Perchè non ci portate a Roma con voi? Veniamo a darvi una mano. La polizia non ci fa entrare in Parlamento? Ma noi veniamo lo stesso e li prendiamo tutti a sassate…naturalmente in senso metaforico. Io sono per la non violenza. Sassate metaforiche per evitare che noi commercianti moriamo di tasse ».

Paolo Griseri

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BERSANI: “PER ORA LA NOSTRA ROSA NON CAMBIA, TENTERO’ ANCORA L’ACCORDO CON IL PDL”

Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile

IN POLE RESTANO AMATO E MARINI… MA IL SEGRETARIO SONDA UN OUTSIDER

La linea non cambia. «Non accettiamo veti da parte di nessuno, figuriamoci se vengono da dentro il nostro partito».
Alla otto di sera Pierluigi Bersani riunisce a Montecitorio il gruppo ristretto di dirigenti che lavora al dossier Quirinale: Enrico Letta, Dario Franceschini, i capigruppo Zanda e Speranza, il braccio destro Migliavacca.
La giornata è stata pesante, le bordate di Matteo Renzi contro Franco Marini e Anna Finocchiaro, due importanti petali della rosa che il segretario del Pd è in procinto di offrire al Cavaliere, hanno rischiato davvero di far saltare tutto.
Per questo la decisione presa è di approntare le difese, mettere i sacchetti di sabbia alle finestre e prepararsi così a nuovi affondi del sindaco di Firenze.
Dopo il faccia a faccia tra il leader del Pd e il premier a palazzo Chigi, dai montiani filtra infatti la notizia che il segretario teme ora un attacco ad alzo zero anche contro Giuliano Amato.
Proprio il candidato che attualmente è in testa alle preferenze del Pdl e sul quale – nonostante le forti resistenze di Sel e il no della Lega – sarebbe possibile chiudere un accordo.
«La rosa resta quella – ripete quindi Bersani ai suoi – e comprende anche Marini e Finocchiaro. Dobbiamo ignorare i veti di Renzi».
Una strategia obbligata per non lasciare al “rottamatore” il diritto di sfogliare tutti i petali fino a lasciarne soltanto uno. Magari quello di Romano Prodi.
Un candidato di rottura, per tornare presto al voto.
Le ultime 48 ore prima dell’apertura del seggio elettorale sono la fase più difficile. L’incontro con Berlusconi è l’altra questione da dirimere.
Al momento, senza certezze, di comune accordo si sarebbe deciso di soprassedere. Anche per non dare l’impressione di un fallimento.
I due si dovrebbero sentire oggi stesso, ma soltanto per telefono e senza darne pubblicità . Bersani non proporrà  al leader del Pdl un nome secco, ma continuerà  con l’idea della rosa.
Un’offerta che vale per i primi tre scrutini, quelli a maggioranza qualificata. «Speriamo ancora di eleggerlo al primo colpo», confida in serata uno dei partecipanti alla riunione ristretta del Pd.
Per cui a Berlusconi verrà  proposto un ventaglio di possibilità , quelle già  note e uscite in questi giorni: Marini, Finocchiaro, Violante, Amato, D’Alema, Prodi.
Emma Bonino non risulta invece inserita nel cesto dei democratici.
Se poi non dovessero arrivare risposte oppure Berlusconi continuasse a ripetere che l’intesa deve comprendere anche un governo di larghe intese, allora si passerebbe al piano B.
Una candidatura secca, al quarto scrutinio, da portare a casa con i voti del movimento 5 Stelle.
E in quel caso, in uno scenario di rottura totale, ci sarebbe soltanto Romano Prodi. Un’ipotesi, quella del fondatore dell’Ulivo, che tuttavia non troverebbe il consenso di Scelta Civica.
Anche perchè Prodi renderebbe più probabile il voto anticipato, visto come una iattura dai montiani, assolutamente impreparati a questa evenienza e ormai privi del candidato premier.
Nell’incontro a quattr’occhi, senza collaboratori o numeri due, che Bersani ha avuto alle sei di sera con Mario Monti a palazzo Chigi, il premier è stato infatti su questo molto chiaro: «In partenza noi preferiremmo votare un presidente condiviso insieme al centrodestra».
Bersani stesso continua a essere di questo avviso.
E anche la stragrande maggioranza dei parlamentari del Pd, sondati in maniera informale in questo week-end da Zanda e Speranza, la pensano allo stesso modo, preferendo di gran lunga un capo dello Stato eletto al primo turno con un plebiscito che coinvolga anche il centrodestra.
Nel faccia a faccia con Bersani il professore si sarebbe anche detto disponibile a incontrare in prima persona Berlusconi, «se può servire a facilitare le cose».
E dentro Scelta Civica, il cui direttivo si è riunito ieri sera fino a tarda ora, già  si ragiona su una consultazione diretta Monti-Berlusconi prima dell’avvio delle votazioni.
Tra la rosa allargata che verrà  offerta al centrodestra e il nome secco di Prodi da lanciare in pista al quarto scrutinio, in realtà  Bersani ha in mente un colpo ad effetto. Una terza strada, una carta da tenere nascosta nella manica fino all’ultimo.
Si parla a bassa voce di un nome molto autorevole e stimato, un giudice della Corte costituzionale attualmente in carica.
Dal profilo bipartisan e senza precedenti parlamentari, ma con esperienza politica.
E conosciuto all’estero.
Bersani sussurrerà  il nome all’orecchio di Berlusconi solo a un passo dall’apertura delle votazioni.
«La difficoltà  — ammette in serata il veltroniano Walter Verini — sta proprio nel trovare un nome autorevole ma che non sia troppo sbilanciato sul fronte dell’opinione pubblica. Il candidato ideale per passare al primo turno deve unire alla grande esperienza il minor grado di logoramento».
E proprio questo l’identikit che ha in mente Bersani: un candidato nuovo, fuori dalla nomenklatura di partito, per sparigliare tutti i giochi.
Ma per ora se lo tiene per sè.

Francesco Bei e Alberto D’Argenio
(da “la Repubblica“)

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MILANESE CHIEDE MAXI-RISARCIMENTO A TREMONTI PER L’APPARTAMENTO ROMANO

Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile

L’EX PARLAMENTARE PDL LO AVEVA AFFITTATO PER IL MINISTRO… ORA RIVUOLE INDIETRO 175.000 EURO

Quell’appartamento di via di Campo Marzio affittato per ospitare Giulio Tremonti gli ha procurato tanti problemi ed ora Marco Milanese, ex deputato Pdl, chiede il conto all’ex ministro, del quale è stato consigliere politico: 174 mila euro.
In caso di mancata soddisfazione l’ex deputato non esiterebbe a rivolgersi al tribunale civile.
La richiesta è stata fatta in via epistolare e Milanese ed è in attesa di risposta.
La rivendicazione dell’ ex deputato è basata sui canoni di affitto versati dopo la stipula del contratto con il Pio Sodalizio dei Piceni, proprietario dell’immobile, l’1 febbraio 2009.
L’accordo prevedeva il pagamento del canone di 8.500 euro mensili a partire dal luglio 2010 in considerazione dei lavori di manutenzione a carico del locatario. Milanese, secondo i calcoli del suo entourage, ha provveduto al pagamento del canone dal luglio 2010 al luglio 2011 ricevendo da Tremonti 4.000 euro mensili, mentre da luglio 2011 fino ad aprile 2012 ha pagato l’intero canone.
Non avendo alcun interesse al proseguimento della locazione ed in considerazione del mutamento dei rapporti personali e professionali con Tremonti, Milanese ha risolto il contratto di locazione dall’1 maggio 2012 previa corresponsione alla proprietà , a titolo transattivo, 25 mila euro.
Il totale, per Milanese, delle somme sborsate è di 174.819 mila euro ed è questa la cifra che ora chiede a Tremonti di rimborsagli.
Tremonti, che per l’appartamento di via di Campomarzio è indagato dalla procura di Roma per finanziamento illecito di parlamentare in relazione alla ristrutturazione gratuita dell’immobile da parte dell’imprenditore Angelo Proietti, indagato a sua volta con Milanese, ha lasciato la casa nell’estate del 2011.
A parlare del trasloco, avvenuto la notte tra il 26 ed il 27 luglio, era stato il portiere dello stabile, sentito come testimone dalla procura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta sulle attività  di Milanese.
(da “La Stampa”)

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IL VIMINALE STUDIA LA DATA DEL VOTO: IN LUGLIO POSSIBILE NEI PRIMI 20 GIORNI

Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile

CONSIDERANDO GLI ESAMI SCOLASTICI, UNA FINESTRA APERTA POTREBBE ESSERE TRA IL 14 E IL 21 LUGLIO…IN PASSATO MAI NADATI OLTRE LA DATA DEL 20 GIUGNO

La politica discute e i tecnici si attrezzano.
Perchè di fronte all’eventualità  che si possa votare prima della pausa estiva, al ministero dell’Interno devono tenersi pronti e studiare ogni data possibile, individuare ogni «finestra» utile.
Di questo argomento si era discusso durante una riunione convocata dal ministro Anna Maria Cancellieri nelle settimane scorse, poco dopo l’avvio delle consultazioni del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Poi, quando la formazione di un nuovo governo è apparsa impossibile, sono stati messi a punto i dettagli operativi. E anche i conteggi su quanto costerebbe una nuova tornata elettorale, tenendo conto di quanto è stato speso alle ultime elezioni del 24 e 25 febbraio scorsi: 389 milioni di euro.
Tutto è legato all’elezione del nuovo capo dello Stato che potrebbe avvenire addirittura entro sabato prossimo.
La convocazione della Camera in seduta congiunta – a meno di sorprese dell’ultima ora – è infatti prevista per giovedì 18 aprile alle 10.
L’ultima parola ufficiale la dirà  oggi il presidente di Montecitorio   Laura Boldrini che si è consultata con il collega del Senato Pietro Grasso e con i partiti, ma l’accordo appare ormai fatto.
Questo vuol dire che ci saranno due votazioni al giorno e dunque la quarta, durante la quale si procede a maggioranza assoluta, potrebbe avvenire già  venerdì pomeriggio. Non è affatto scontato che dall’urna esca subito il nome del nuovo presidente, ma sono in molti a scommettere su una soluzione rapida.
Che cosa accadrà  dopo?
Il mandato di Napolitano scade il 15 maggio ma è possibile che di fronte all’elezione del successore decida di lasciare prima e così agevolare la ricerca di una soluzione per la formazione del nuovo governo.
Se questo non fosse possibile si arriverà  allo scioglimento delle Camere e dunque alla programmazione del prossimo voto con il decreto che indice i comizi elettorali.
«Sono tutte ipotesi di scuola – ribadiscono al Viminale – noi dobbiamo soltanto attrezzarci per non essere colti di sorpresa». In realtà , come ha più volte chiarito il prefetto Alessandro Pansa, capo del dipartimento Affari interni e territoriali da cui dipende il servizio elettorale, «la macchina è pronta, visto che non è entrata in vigore alcuna nuova legge e si procede seguendo le procedure ampiamente sperimentate che anche nell’ultima votazione hanno perfettamente funzionato».
Il vero problema riguarda il rispetto delle scadenze fisse che devono essere incrociate con una serie di circostanze per individuare il fine settimana più agevole.
La legge impone che dallo scioglimento delle Camere debbano passare 45 giorni prima di fissare la data delle elezioni, anche se gli esperti concordano che sarebbe ideale «poterne avere a disposizione almeno 55 visto che bisogna tenere conto del voto degli italiani all’estero che seguono un particolare percorso di preparazione e di raccolta dei risultati».
Non esistono precedenti di consultazioni politiche in piena estate – nel 1976 si votò il 20 giugno, ma oltre non si è mai andati – e quindi bisognerà  concordare ogni mossa con il ministero dell’Istruzione in modo da avere a disposizione gli edifici scolastici senza interferire con lo svolgimento degli esami di Stato.
I test Invalsi sono stati fissati per il 20 giugno, dunque si presume che gli orali non andranno oltre il 25 dello stesso mese.
Diverso il discorso per la maturità : gli studenti dell’ultimo anno sosterranno l’ultima prova pratica il 24 giugno e si può prevedere che gli orali termineranno non prima del 10 luglio.
In caso sia inevitabile andare a nuove elezioni, si può così ipotizzare che la «finestra» si apra il 14 e 15 luglio o addirittura il 21 e 22 di quello stesso mese.
Oltre non si può andare, ma al Viminale assicurano che entro queste date tutto è possibile, perchè gli uffici sono aperti e le procedure possono essere agevolmente concluse in tempo utile.
Diverso il discorso che riguarda gli stanziamenti: a questo deve provvedere infatti Palazzo Chigi, sia pur misurandosi con le esigenze che proprio il ministero dell’Interno dovrà  elencare.

Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera“)

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SANTORO E IL SUO PARTITO LIQUIDO: BUFALA O PROSPETTIVA?

Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile

SECONDO IL QUOTIDIANO “LIBERO” LA SOCIETA’ CHE PRODUCE “SERVIZIO PUBBLICO” AVREBBE GIA’ REGISTRATO IL LOGO…LA SMENTITA DI SANTORO

Michele Santoro prepara il suo ritorno in politica?
Il noto conduttore televisivo avrebbe già  registrato il simbolo di un nuovo movimento che potrebbe chiamarsi «Partito liquido».
Si tratterebbe di una nuova iniziativa politica con tratti comuni a quella di Grillo: la Rete.
E per Santoro non sarebbe la prima esperienza politica, infatti il giornalista fu eletto nel 2004 al Parlamento europeo come indipendente per la lista di Uniti nell’Ulivo e ottenne 730.000 preferenze, il più alto numero di preferenze tra i non capolista.
LA REGISTRAZIONE
Al momento si tratta di voci rilanciate domenica dal quotidiano Libero, testata non molto in simpatia con Santoro.
Secondo Libero ci sarebbe anche il logo «che a guardarlo sembra di epoca fascista» e che sarebbe stato già  depositato lo scorso 21 febbraio, prima delle politiche, all’ufficio brevetti del ministero dello Sviluppo economico, dalla Zerostudio’s srl di Roma, la società  che produce di Servizio Pubblico.
Santoro e la moglie all’atto della fondazione della Zerostudio ne controllavano il 50,26%, poi si sono aggiunti l’imprenditore Sandro Parenzo (che proprio nei giorni scorsi ha mollato la sua quota) e l’Editoriale Il Fatto spa che detiene il 22,61% (che pubblica il quotidiano di Padellaro e Travaglio) e la professoressa Maria Fibbi (2,26%).
Il resto, 24,87%, è in mano all’Associazione servizio pubblico, cioè i sottoscrittori volontari che hanno permesso a Servizio Pubblico di andare in onda in Rete e in un circuito di tv locali sulla piattaforma Sky per tutto il 2011.
LA SMENTITA
Attraverso la redazione di Servizio Pubblico, Santoro conferma la notizia della registrazione del logo: «Il Partito liquido era funzionale a nostri precedenti esperimenti televisivi e potrebbe servire per altri esperimenti dello stesso tipo».
Come dire esperimenti televisivi, non politici.
Una ulteriore conferma arriva direttamente dal responsabile del progetto Partito liquido, Carlo Brancati: «Libero ha scambiato l’esperimento del Partito liquido, che di fatto è una sorta di gioco, con una fantomatica “discesa in campo” di Santoro. O meglio, ha voluto scambiarlo.
Il discorso è semplice: la registrazione del marchio si era resa necessaria proprio per evitare strumentalizzazioni politiche.
Erano nati infatti su Facebook i gruppi col nome “Partito liquido” e abbiamo pensato di tutelarci proprio per non scendere in campo: «Il paradosso è che proprio Libero – conclude Brancati – lo aveva comunicato anche piuttosto bene già  nel 2012».

(da “il Corriere della Sera“)

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